Latest Posts

"Reddito minimo garantito lo strumento per recuperare chi ha perso il lavoro", di Raffaello Masci

Per il momento siamo ad una «preferenza personale che non impegna il programma del governo», ma comunque la proposta è stata fatta e potrebbe introdurre se non una rivoluzione almeno una grande innovazione nel tessuto sociale italiano. La ministra del Welfare, Elsa Fornero, si è detta favorevole all’istituzione di un «reddito minimo garantito». «La mia preferenza è che ci sia un sistema di questo genere – ha detto la ministra rispondendo ad una domanda durante la sua conferenza stampa a margine del Consiglio Affari sociali dell’Ue – Comunque, una simile riforma va congegnata e inserita in un pacchetto più ampio di misure».

Il reddito minimo garantito, detto anche reddito di cittadinanza, è una misura di sostegno sociale che si applica – in genere – a categorie di cittadini che vivono un momento di difficoltà rispetto al lavoro: giovani in attesa di prima occupazione, ultracinquantenni disoccupati con difficoltà di reinserimento, persone in condizione di marginalità sociale. La misura – beninteso – ha sempre un carattere temporaneo ed è finalizzata ad un superamento della difficoltà contingente.

Il reddito minimo esiste oggi in tutti i paesi comunitari, con esclusione del nostro, della Grecia e della Bulgaria. Sono ben quattro i provvedimenti comunitari che sollecitano questa misura di politica sociale, il primo è del ‘92 ed è una «Raccomandazione» del Consiglio europeo sulle politiche di protezione sociale. L’ultimo è un documento della Commissione del 2008, relativo «all’inclusione delle persone fuori del mercato del lavoro». Le norme che i vari stati si sono date sono differenti così come gli effetti che hanno prodotto. L’Inghilterra, l’Olanda, la Germania e i paesi scandinavi sono quelli che hanno attuato politiche di inclusione sociale ed economica da più lungo tempo e con esiti più apprezzabili.

L’Italia ha sempre latitato, con una eccezione importante ma breve: le legge 328 del 2000 voluta dall’allora ministra Livia Turco, che consentì di sperimentare il reddito minimo di inserimento in 298 comuni. Nel 2001 ci fu, però, un cambio di governo, e con la finanziaria del 2003 la sperimentazione finì. Alcune regioni, negli anni successivi, presero dei provvedimenti analoghi (Lazio, Campania, Basilicata, Friuli, Trentino, Valle d’Aosta, Puglia) ma i successi e le rispettive durate furono differenti. Se l’ipotesi Fornero dovesse conoscere degli sviluppi, saremmo di fronte ad una importante novità, in quanto è dimostrato che il reddito di inserimento non ha solo valenza assistenziale ma consente anche l’inclusione di alcune categorie momentaneamente svantaggiate nella dinamica economica.

L’annuncio della Fornero è stato salutato con giubilo perfino da un leader critico nei confronti del governo, come Nichi Vendola, per il quale «saremmo di fronte ad una innovazione importantissima». Ed è poi ovvio, visto il precedente, che la cosa sia piaciuta a Livia Turco (Pd): «È un fatto molto positivo – ha detto – Qualora fosse possibile, ciò permetterebbe di colmare il grave ritardo accumulato dall’Italia».

Non contrario, ma molto perplesso, invece, il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Osvaldo Napoli: «Reddito minimo garantito? Bene, ma pagato come e da chi? Con l’Ici e la patrimoniale? O dai lavoratori che si vedono decurtato il trattamento previdenziale? Le indiscrezioni che filtrano dagli organi di informazione delineano un quadro, ove trovassero conferma negli atti di governo, politicamente sgradevole per la maggioranza elettorale».

La Stampa 02.12.11

******

“Contributivo per tutti. Le anzianità verso la scomparsa”, di Bianca Di Giovanni

Saranno le pensioni la prima riforma del governo Monti. Ma molto probabilmente non sarà l’unica. La ministra Elsa Fornero intervenendo a Bruxelles ha confermato quello che da giorni riportavano le indiscrezioni stampa. Sarà introdotto «il metodo contributivo pro rata per tutti – ha detto – anche per quelli che finora si sono tirati fuori, e una possibile accelerazione dell’età di vecchiaia delle donne (che oggi diventa pari agli uomini nel 2026, ndr)». Tradotto può voler dire che le anzianità scompariranno, portando così nelle casse
dello stato 4 miliardi l’anno. Ma un’altra indicazione importante è giunta dalla titolare del Welfare: una apertura al reddito minimo garantito nell’ambito della riforma del lavoro nella direzione della flexsecurity. Ma non è affatto detto che questo capitolo sia già affrontato nella manovra di lunedì prossimo: quella «serve a salvare l’euro». Insomma, sarà il bastone, a cui solo in un secondo momento seguirà la carota. Se le pensioni danno risparmi, il nuovo welfare «potrà dare possibilità di lavoro e crescita – spiega Fornero -ma non ci saranno misure su questo lunedì».
INCONTRI
Dunque,72 ore per definire gli interventi. Tempi stretti, tanto che i sindacati già lanciano l’allarme. Raffaele Bonanni ritiene «grave» che non sia stato previsto un tavolo prima del varo,
«perché il confronto serve a trovare soluzioni eque». Susanna Camusso risponde invece a Confindustria, che spinge per una riforma previdenziale immediata. «Il vero problema sono i lavoratori cacciati dalle imprese a 50 anni», replica secca la leader della Cgil. Luigi Angeletti preferisce parlare di riduzione dei privilegi. Insomma, il passaggio non è affatto semplice, considerando anche la «freddezza» da parte dei leader politici, con cui Mario Monti vuole un confronto entro domenica. La ministra Fornero promette equità e anche un incontro da fare in tempi rapidi, ma potrebbe non bastare per ridimensionare le proteste dei sindacati. Anche le Regioni chiedono un confronto prima del varo della manovra, ma finora nessuna convocazione è partita dal dicastero di Piero
Gnudi, che oltre allo sport ha accorpato la delega dei rapporti con le Regioni. Quanto ai Comuni, ieri il presidente Anci Graziano Delrio è intervenuto sull’ipotesi Ici, chiedendo la manovrabilità delle aliquote da parte dei sindaci.
Ancora blindato il pacchetto di misure nel suo insieme: l’unica cosa certa è quanto ha dichiarato Mario Monti all’Ecofin: bisogna fare presto, i mercati hannobisogno di segnali immediati. Il Paese si aspetta un’altra correzione da circa 20-25 miliardi. E non è detto che sia l’ultima. Monti ha parlato di riforme definite «impressionanti» da Angela Merkel. Un capitolo sostanzioso arriverà dallo Sviluppo economico. Oltre all’attenzione sul credito alle piccole e medie imprese, il ministro Corrado Passera ha annunciato un’azione continuata
su «pacchetti» di semplificazioni da studiare periodicamente. Si attendono riforme per l’apertura dei mercati delle professioni, e dei servizi in generale. Quanto alla produttività, lo sviluppo studia misure per l’innovazionem e la ricerca, oltre che per l’occupazione giovanile. Un paragrafo innovativo
riguarderà azioni per la crescita differenziate a seconda delle diverse caratteristiche territoriali. Passera starebbe studiando misure insieme al ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca. Sul fronte fiscale, oltre a una stretta sulla casa e a un’ipotesi ancora poco definita di patrimoniale sopra il valore diun milione di euro, resiste l’idea di aumentare ancora l’Iva, ma non è ancora chiaro su quale aliquota si agirà. Quanto all’iter legislativo, il decreto potrebbe partire dalla Camera. Il percorso – ipotizzano alcune fonti parlamentari – sarebbe già stato delineato nelle grandi linee e prevederebbe la chiusura al Senato entro il 22 dicembre. Un iter rapido per rispondere
sia al pressing del confronto europeo sia a quello dei mercati. Il provvedimento arriverebbe alla commissione Bilancio subito dopo il 5 dicembre. I lavori della commissione prenderebbero l’intero ponte dell’Immacolata – con lavori in corso proprio mentre il premier è impegnato al Consiglio Europeo di Bruxelles dell’8-9 dicembre, per consentire all’aula di esaminare il testo già dal 12 dicembre. La settimana successiva, poi, l’iter arriverebbe al Senato per la seconda lettura che, anche in questo caso, avrebbe un ritmo sostenuto.

L’Unità 02.12.11

"Tv, quel regalo da 16 miliardi", di Giovanni Valentini

Vi sembrano pochi, in questi tempi di vacche magre o magrissime, 16 miliardi di euro? Sono più di quelli – soltanto 11, si fa per dire – dell´ultima manovra d´emergenza chiesta dall´Unione europea al nostro Paese. Eppure, lo Stato italiano non appare tanto interessato a sfruttare un cespite di sua proprietà, stimato appunto intorno ai 16 miliardi, come se fosse incedibile al pari del Colosseo o della Torre di Pisa. E invece, questo è orientativamente il valore delle frequenze che il governo Monti potrebbe ancora ricavare dalla banda televisiva superstite (Uhf), in aggiunta ai 3,5 già incamerati, se revocasse o correggesse la decisione di “regalarle” agli operatori tv – in primis Rai e Mediaset – ratificata dal fu governo Berlusconi, contro cui s´è schierata ora Sky ritirandosi polemicamente dalla gara.
Se noi, poveri cittadini e contribuenti, dobbiamo accettare la reintroduzione dell´Ici sulla prima casa e l´aumento degli estimi catastali per salvare la Patria, non sarebbe il caso allora di rivalutare anche le frequenze televisive che appartengono allo Stato e sono quindi un bene comune? Posto che, secondo gli esperti, il valore di mercato è di 50 milioni di euro per 1 megahertz di banda tv, quello dei 320 MHz residui ammonterebbe alla più che rispettabile cifra di 16 miliardi. Ma, in base a calcoli di carattere più generale, il “benessere sociale” generato dall´uso più efficiente delle frequenze potrebbe essere addirittura dieci volte superiore al valore intrinseco dello spettro elettromagnetico.
Non è, dunque, una minaccia o uno spirito di vendetta che incombe sul sistema televisivo italiano. Quanto, piuttosto, un´esigenza fondamentale di rigore e di equità che potrebbe anche contribuire a rendere più credibile e forse più accettabile la richiesta di sacrifici a carico degli italiani. E, come spiega il professor Antonio Sassano dell´Università di Roma, in un capitolo scritto insieme a Carlo Cambini (Politecnico di Torino) e a Tommaso Valletti (Imperial College London e Università di Tor Vergata) nel libro Invertire la rotta a cura di Stefano Rodotà e altri, si tratta di “una risorsa scarsa per la quale la domanda è prevista in forte aumento per i prossimi venti anni”: non a caso nel Regno Unito il suo valore è stimato in 24 miliardi di sterline all´anno.
Lo “spettro”, per stare alla definizione tecnica, è l´insieme di tutte le frequenze elettromagnetiche che – come le onde dell´oceano – attraversano l´etere per “trasportare” la tv, la telefonia mobile, le trasmissioni radiofoniche o via satellite, le comunicazioni militari. Non sono quindi né della Rai né di Mediaset. Sono proprietà di tutti noi. E perciò non possono essere alienate, ma soltanto assegnate in concessione, cioè affittate, per un periodo più o meno lungo e a fronte di un canone più o meno adeguato. Tant´è che in certi casi le concessioni possono essere anche sospese o addirittura revocate.
Il fatto è che, nell´eterno Far West della tv italiana, alle frequenze televisive vengono applicati tre diversi trattamenti. Abbiamo quelle già “affittate” alla Rai, a Mediaset e alle altre emittenti nazionali, con un canone irrisorio pari ad appena l´1% annuo del rispettivo fatturato; quelle che sono state “vendute” a forfait per tre miliardi e mezzo di euro, o meglio assegnate fino al 2029, senza canone annuale e con divieto di cessione a terzi; e infine quelle “regalate” dal governo precedente fino al 2031, attraverso la procedura ancora in corso del “beauty contest” (concorso di bellezza) che ovviamente favorisce i più “belli” e i più “ricchi”, vale a dire il vecchio duopolio Raiset: queste ultime, per di più, sono anche cedibili. Insomma, una giungla dell´etere.
Sarebbe quanto mai opportuna, dunque, una razionalizzazione di questa considerevole risorsa pubblica, sia per recuperare denaro attraverso la sua rivalutazione sia per liberare lo spettro a favore della banda larga o ultralarga e quindi dello sviluppo di Internet (compreso l´e-commerce e quant´altro). Tutto ciò, oltre che per ovvi motivi economici, per ragioni che attengono soprattutto alla libera concorrenza e al pluralismo dell´informazione.
Quanto conta questa complessa partita nel gioco politico intorno alla tenuta e alla durata del governo di “impegno nazionale”? E quanto ha pesato sulla scelta di Berlusconi di sostenerlo in extremis? Nessuno può dirlo con certezza. Ma in ogni caso né il presidente del Consiglio, Mario Monti, già Commissario europeo all´Antitrust, né il suo ministro dello Sviluppo economico (e delle Comunicazioni), Corrado Passera, possono liquidare e archiviare automaticamente la pratica delle frequenze: 16 miliardi di euro, tanto più in questa situazione, non valgono una messa. E al di là delle belle parole e delle buone intenzioni, non c´è maniera migliore per dimostrare in concreto l´assenza di qualsiasi conflitto d´interessi, anche solo retrospettivo.

La Repubblica 02.12.11

"Ci salveremo con la cultura", di Federico Orlando

Fermo al semaforo, guardo il manifesto che annuncia da questa mattina, per tre giorni, il convegno nazionale del Pd sulla cultura. Nel frattempo, la radio trasmette in diretta la relazione del ministro degli esteri Giulio Terzi in una sede parlamentare.
Mi colpisce, nell’eloquio del diplomatico, la bellezza della lingua italiana: tanto più che in mattinata, ascoltando una rassegna stampa, ero rimasto allibito alla notizia che sulla prima pagina di Libero campeggiava una gigantesca vignetta, il presidente Monti “vestito da vescovo con un gigantesco mitra sulla testa”.
Una precauzione in vista di altri incontri con la Merkel? Forse, solo analfabetismo di ritorno, il virus che colpisce un italiano su tre, giornalisti compresi. Me lo conferma poco dopo un’altra collega, che annuncia la ripresa del question time alla camera, e ricorda che l’interrogante ha un minuto per illustrare la sua questione, e altri due minuti dopo la risposta del ministro per spiegare «se è fiducioso o no». Voleva dire «soddisfatto o no».
Comunque sia, il Pd organizza il convegno nazionale sulla cultura, il Corriere informa che l’Italia «è il quarto paese al mondo ad alimentare il traffico di opere d’arte rubate», e il ministro Terzi dice che fra le grandi risorse dell’Italia per la ripresa c’è la sua cultura, il numero crescente di studenti stranieri che imparano l’italiano, la volontà del governo di promuovere l’“economia culturale”. Ottimo.
Perciò mi ha colpito negativamente, nel recente rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola media inferiore – buco nero del sistema formativo, fra le elementari ancora validissime e le medie superiori in ripresa – la proposta di allungare l’orario scolastico al pomeriggio, per consentire ai ragazzi di studiare le materie opzionali, «concentrando nelle ore del mattino le materie fondamentali: matematica, scienza, lingue, comprensione del testo».
E l’italiano? E la storia? Opzionali anche loro? Il guaio delle medie inferiori, dice il responsabile del rapporto Agnelli, Andrea Gavosto, sono i programmi enciclopedici e i professori vecchi, cioè cinquantenni, che occorrerebbe svecchiare. Magari «con un concorso riservato o con chiamata diretta da parte delle scuole». E magari, aggiungiamo, senza pulizia etnica per fasce di età, così da evitare il tribunale dell’Aja.
Voglio precisare che non ho ancora il rapporto, e le notizie di cui parlo le apprendo da cronache giornalistiche: poche e scarne, in verità, perché i giornali debbono far spazio alla maestra Concetta Riina, figlia di Totò, entrata nel consiglio di circolo delle scuole elementari di Corleone; e al professor Giovanni Scattone, che è stato cinque anni in carcere per aver provocato la morte della studentessa Marta Russo, e destinato dalla graduatoria dei precari a supplire – proprio nel liceo dove a suo tempo aveva studiato Marta – un professore arrestato per stalking.
Motivi meno eccitanti per parlare di scuola i giornali non riescono a trovarne. Per fortuna, un inserto “speciale Toscana” del Tempo ci parla di “Cultura e formazione ecco l’Italia che va”: un viaggetto a Pisa e dintorni, tra le scuole d’eccellenza che preparano i giovani alle sfide del futuro. Nella terra di Dante, Petrarca, Leonardo, Michelangelo, Machiavelli e via ascendendo, pare che le politiche regionali siano sempre le prime in Italia ad applicare modelli nuovi, «come la gestione privatizzata dei servizi idrici» (?); mentre ad università celebri e alla Normale di Pisa si affianca nella stessa città la Scuola superiore Sant’Anna, all’avanguardia nella formazione, nella ricerca e anche nell’economia.
Un “incubatore di imprese spin-off”, un vero e proprio polo d’eccellenza a Valdera, cui s’aggiungono quello tecnologico di Navacchio e quello di Lucca Innovazione; nonché centri di geotermia ed energie rinnovabili in provincia di Pisa e di Grosseto.
E un’enorme biobanca, ossia deposito di campioni biologici a esclusivo scopo di ricerca, e a Siena la Biotech, che accoglie esperti farmaceutici da tutto il mondo. Un impegno nei saperi che si è subito proiettato nell’imprenditoria, simbiosi innovazione-applicazione. Oltre diecimila imprese a notevole contenuto tecnologico, con più di 70 mila occupati, imprese giovani con meno di dieci anni.
È questa l’“economia culturale” di cui parla il ministro degli esteri? Per esportarla e per competere? Come esempio è convincente. Se a Prato è rimasto un unico artigiano italiano del telaio, tutto il resto essendo una enclave cinese (come al tempo delle guerre dell’oppio le “concessioni” italiane in Cina), il sistema tecnologico-scientifico sopra descritto ci indica la via della crescita e della competizione: produrre non più le cose che altri producono col lavoro schiavistico, ma le cose di altissima tecnologia per le quali le grandi economie, miliardarie di uomini e di titoli del debito pubblico altrui, non sono ancora attrezzate.
Ma io credo che quando il ministro Terzi parla di un’“economia culturale” da sviluppare nel nostro sistema economico complessivo, intenda anche riferirsi ai valori “tradizionalmente” umanistici, in cui da sempre sta la forza della nazione italiana. La lingua italiana e la storia, l’arte e la filosofia, sono scienze non riducibili ai licei classici, come sembra intendere la separazione che il rapporto Agnelli fa, nella scuola media inferiore, tra materie del “nucleo forte”, essenzialmente scientifiche, e materie opzionali.
L’Italia non è l’America, con le sue dimensioni continentali e coi suoi 300 milioni di abitanti a piramide: dalle folle senza volto di ispanici e asiatici alle classi medie radicate o precarie e alle élite di vertice. L’Italia deve trovare attraverso la cultura – a cominciare dalla lingua nazionale – quell’unità di popolo, che è forza anche economica e politica e che non abbiamo mai avuto del tutto. Un paese dove, come racconta il film tormentone di Bruni, una parola come Scialla, ossia “stai sereno” detta dal figlio al padre, è lo slang giovanile di vaste periferie, e ci riporta ad altri slang: per esempio, quello dei nostri immigrati in America, nei ghetti dove non solo il razzismo altrui, ma la loro autarchia linguistica, li tennero prigionieri per un secolo. L’integrazione venne solo quando scoprirono l’inglese. Perciò c’è poco da scherzare con cavolate che sarebbe troppo onore definire post-pasoliniane.
E la scuola è fatta per questo, per salvaguardare tutto quel che c’è stato finora in Italia, a cominciare dalla lingua, per proiettare nuove generazioni in un presente e in un futuro diversamente caratterizzati.

da Europa Quotidiano 02.12.11

"L´ossigeno della Bce", di Eugenio Scalfari

Nell´intervento di ieri, parlando della crisi attuale dinanzi all´Europarlamento, Mario Draghi così ha concluso: «La Bce può fare il prestatore di ultima istanza solo per le banche solventi. È in corso in Europa una stretta del credito che stringe soprattutto le piccole e medie imprese e per questo serve riparare il circuito del credito che ora non circola». Questa è una frase-chiave per capire le prossime mosse della Banca centrale europea. Cerchiamo anzitutto di decifrarne il senso perché il linguaggio del banchiere è alquanto gergale e quindi oscuro per i non iniziati.
La Bce si può muovere solo all´interno dei limiti previsti dal suo statuto. Tra questi limiti c´è il divieto di finanziare direttamente i governi. Gli interventi che fa fin dallo scorso agosto sul mercato secondario acquistando titoli pubblici sono limitati nelle dimensioni e nella durata. Difficilmente servono a mantenere liquido il mercato. In realtà servono a contenere il rendimento dei titoli affinché non superi troppo la soglia del 7 per cento che è già alla lunga insostenibile per l´equilibrio dei conti pubblici. Le banche commerciali – dice Draghi – stanno praticando una stretta del credito, di conseguenza il circuito è bloccato a detrimento soprattutto delle imprese, cioè dell´economia reale.

E infine conclude: «La Bce può fare il prestatore di ultima istanza per le banche solventi perché questo è previsto dal suo statuto». Domenica scorsa avevo scritto proprio questo: la Bce si accingeva ad aprire linee di credito alle banche europee con prestiti a due-tre anni per un ammontare complessivo di oltre mille miliardi di euro, se necessario anche stampando moneta. Le parole di Draghi confermano che questa è l´operazione che ha in mente. Nel frattempo le sei maggiori Banche centrali dell´Occidente hanno fortemente diminuito il costo degli “swap” in dollari, cioè hanno creato la possibilità per le banche commerciali di approvvigionarsi in dollari illimitatamente con prestiti a tre mesi.
Considerata in sé, quest´operazione è una bombola d´ossigeno al letto d´un ammalato grave, cioè del sistema bancario occidentale e in particolare di quello europeo. Una bombola d´ossigeno, non più di tanto. Potrà attutire la crisi respiratoria ma non modificare le condizioni dell´ammalato che non è ancora in uno stadio terminale ma rischia di precipitarvi.
Ci vuole molto di più che diminuire il costo degli “swap” in dollari. Ma in realtà quella bombola d´ossigeno serve a realizzare un altro obiettivo: ridare alle banche commerciali fiducia in se stesse. Attualmente non si fidano l´una dell´altra e dei clienti si fidano meno ancora. La Bce offre crediti con scadenze settimanali, le banche ritirano i fondi con la mano destra e con la sinistra li ridepositano presso la stessa Bce: una partita di giro priva di senso.
La riattivazione degli “swap” in dollari mostra ai mercati che le sei Banche centrali d´Occidente sono compattamente schierate per impedire il fallimento dell´euro. L´obiettivo è appunto di tonificare le aspettative dei banchieri.
Adesso Draghi dovrebbe attivare la sua operazione strutturale affinché le banche tornino a prestarsi reciprocamente liquidità e ne dirigano una parte a finanziare le imprese e un´altra parte per acquistare titoli di Stato alle aste, possibilmente con rendimenti più bassi di quelli toccati nelle ultime occasioni.
Questo è quanto ci aspettiamo che avvenga. Draghi e il direttorio della Bce hanno ora una grande responsabilità: non possono e non debbono ulteriormente aspettare, il fattore tempo è ora fondamentale. Monti presenterà i suoi primi decreti di risanamento lunedì prossimo. Entro la stessa data sarebbe molto opportuno che Draghi aprisse il rubinetto per finanziare “le banche solvibili”, ma non sufficientemente liquide. Sta a lui renderle adeguatamente liquide e consolidarne la fiducia, con ripercussioni estremamente importanti sulla crescita economica del sistema.
Monti stringe, Draghi allarga: questo dovrebbe accadere e si prendano ciascuno – governo italiano e Banca centrale europea – le proprie responsabilità.

La Stampa 02.12.11

Roma – Stati generali della Cultura

Roma Officine Marconi

Sabato 3 dicembre inizio lavori ore 9,30
Interventi inaugurali:
Pietro Guzzo, Igiaba Scego Relazione: Matteo Orfini

Di tutti, di ciascuno – Come si costruisce l’identità italiana
Massimo Adinolfi, Alessandro Bianchi, Marco Delogu, Roberto Esposito, Vittoria Franco, Carlo Lizzani, Daniele Luchetti, Giovanna Melandri, Franco Scaglia

La fortuna e l’impegno – Cosa fare, come farlo, con quali diritti
Marco Arizza, Giovanna Barni, Salvo Barrano, Irene Berlingò, Rita Borioni, Andrea Cipriani, Marzia Colonna, Stefano Fassina, Fabio Faggella, Maria Fermanelli, Luigi Malnati, Andrea Marcucci, Paolo Protti, Andrea Ranieri, Carlo Sini, Riccardo Tozzi, Alessandra Untolini, Vincenzo Vita

Quanti alfabeti – Stili di vita, paesaggi culturali, responsabilità nazionale
Ettore Bernabei, Michela Borsari, Roberto Cecchi, Stefano Di Battista, Massimo Ghini, Manuela Ghizzoni, Adriano La Regina, Antonio Pennacchi, Maurizio Roi, Marino Sinibaldi, Guia Soncini, Giuseppe Vacca, Walter Veltroni, Francesco Verducci

Ore 21,00 – sessione dedicata ai delegati territoriali

Domenica 4 dicembre, inizio lavori ore 9,30 – 17,00

La materia delle cose – Territori e sistemi culturali
Stefano Boeri, Fabrizio Bracco, Emilia De Biasi, Michele Fina, Ovidio Dell’Omodarme, Pietro Marcolini, Claudio Martini, Francesco Siciliano

Nelle pieghe del testo – La lettura tra vecchie e nuove abitudini
Giuseppe Laterza, Ricky Levi, Marco Polillo

Qui comincia l’avventura – La creatività vale un milione
Silvio Orlando, Flavio Soriga, Carlo Testini

La cultura per ricostruire l’Italia Gianrico Carofiglio, Fabrizio Grifasi, Michele Mirabella, Domenico Petrolo, Pilar, Luca Ronconi, Giulio Scarpati

Interventi conclusivi: Lorenzo Ornaghi, Matteo Orfini, Pier Luigi Bersani

La Giornata Mondiale contro l’Aids

Centinaia di manifestazioni. Gli esperti: serve informazione,
donne più esposte degli uomini. Tutto il mondo scende oggi in campo per celebrare la Giornata Mondiale contro l’Aids, la malattia che ancora oggi miete molte vittime e colpisce milioni di persone. A fronte delle iniziative sul territorio nazionale, un convegno sul tema, al Senato, mette in luce un dato inquietante: troppe donne scoprono tardi di essere sieropositive e “sono più vulnerabili degli uomini di fronte al virus”. Quasi il 40% delle donne HIV positive scopre tardi di essere stato colpito dal virus, spesso quando l’AIDS è già in fase conclamata. È il fenomeno dei cosiddetti “late presenter” (persone che giungono tardivamente alla diagnosi), in crescita e particolarmente preoccupante. Inoltre le donne presentano condizioni biologiche che le rendono più esposte al virus: sono due volte più a rischio di contagio in un rapporto non protetto rispetto all’uomo. Da qui l’importanza della diagnosi precoce, anche rendendo più facile l’accesso al test.
Tutto il mondo scende oggi in campo per celebrare la Giornata Mondiale contro l’Aids, la malattia che ancora oggi miete molte vittime.
Tra le tante interessanti e importanti iniziative, segnaliamo quelle delle due maggiori organizzazioni italiane impegnate in questo campo: l’ANLAIDS, Associazione Nazionale per lotta contro l’AIDS e la LILA, la Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids.

Ecco, nel dettaglio le rispettive iniziative.
IL PROGETTO “ANLAIDS NETWORK” DI ANLAIDS
In occasione della Giornata mondiale per la lotta contro l’Aids del 1° dicembre 2011, Anlaids lancia un grande progetto nazionale per il sostegno della ricerca sull’Hiv/Aids.
Il progetto prende il nome di “Anlaids Network” e metterà in rete quattro strutture di eccellenza del territorio nazionale (Ospedale San Gerardo di Monza, Ospedale L. Sacco di Milano, Università La Sapienza di Roma e I.N.M.I L. Spallanzani di Roma) che condivideranno risorse, conoscenze e strumenti per realizzare progetti di ricerca selezionati utili a migliorare il trattamento delle persone che vivono con l’Hiv e contribuire così al miglioramento delle condizioni di salute di tutta la collettività.
Si può sostenere il progetto Anlaids Network con le seguenti modalità:
– Una donazione sul conto corrente di BANCA PROSSIMA – IBAN : IT06 F033 5901 6001 0000 0000 321
– Una donazione online attraverso il proprio conto PayPal o Carta di credito.

LA CAMPAGNA DELLA LILA
La nuova campagna di prevenzione della Lila punta ancora una volta ad attivare comportamenti sessuali sicuri e promuove l’uso del profilattico, unico strumento in grado di tutelare chiunque abbia una vita sessuale attiva.
L’infezione da Hiv continua infatti a propagarsi e ha ormai assunto una precisa connotazione sessuale, con il 79% delle nuove infezioni dovute a rapporti sessuali. L’uso del profilattico continua ad essere una delle strategie principali di contrasto all’HIV raccomandate da tutte le agenzie internazionali, che attraverso l’uso dei preservativi maschili e femminili, l’accesso al test e la terapia antiretrovirale, si sono date come obiettivo l’azzeramento dell’infezione come dice l’esplicita headline del World Aids Day 2011 “Getting to Zero”.

“Aids. Proteggiti semplicemente” nasce da un gruppo di giovani creativi che hanno colto nel segno: rendere semplice e naturale ciò che è vissuto ancora con difficoltà.
Basterebbe proteggersi usando il preservativo, eppure tanto semplice non è: barriere culturali, pregiudizi, cattiva informazione fanno del preservativo ancora un tabù.
Questa campagna ci consente di vedere quanto ci renda liberi proteggerci semplicemente, e ci mostra tutta la naturalezza di un gesto che può far parte della nostra intimità.

DONNE A RISCHIO
A fronte delle iniziative sul territorio nazionale, un convegno sul tema, al Senato, mette in luce un dato inquietante: troppe donne scoprono tardi di essere sieropositive e “sono più vulnerabili degli uomini di fronte al virus”.

Quasi il 40% delle donne HIV positive scopre tardi di essere stato colpito dal virus, spesso quando l’AIDS è già in fase conclamata. È il fenomeno dei cosiddetti “late presenter” (persone che giungono tardivamente alla diagnosi), in crescita e particolarmente preoccupante. Inoltre le donne presentano condizioni biologiche che le rendono più esposte al virus: sono due volte più a rischio di contagio in un rapporto non protetto rispetto all’uomo. Da qui l’importanza della diagnosi precoce, anche rendendo più facile l’accesso al test.

I “late presenter” da un lato traggono minori benefici dalle terapie antiretrovirali perché il loro sistema immunitario è già compromesso, dall’altro possono assumere comportamenti a rischio e infettare altre persone senza esserne consapevoli. Paradossalmente l’estrema tutela della privacy e i vincoli burocratici fissati dalla legge n.135 del 1990 (con troppi moduli di consenso informato da compilare) possono rendere “ostico” il test. Il tema “Donne e HIV” è stato al centro del convegno tenutosi ieri al Senato, alla vigilia della Giornata mondiale contro l’AIDS.
«Il 70% delle donne – sottolinea la prof.ssa Antonella d’Arminio Monforte, Direttore della Clinica di Malattie Infettive del San Paolo di Milano – viene infettato da un partner stabile, mentre il 76% dei maschi contrae il virus durante un rapporto occasionale. È quindi l’uomo che normalmente ‘porta’ la malattia all’interno della coppia. Inoltre le donne sono più vulnerabili di fronte al virus: la loro mucosa genitale è più permeabile all’HIV rispetto a quella maschile e gli ormoni femminili, in certe fasi del ciclo, possono favorire l’infezione».

Dopo 30 anni dall’inizio dell’epidemia sono quasi 16 milioni nel mondo le donne affette da HIV, la maggior parte in età fertile. Per queste ultime il virus è diventato la principale causa di malattia e morte. In Europa è in costante aumento il numero di donne colpite: il 35% delle nuove diagnosi riguarda infatti la popolazione femminile.
«Ogni anno – spiega la prof.ssa Cristina Mussini, Direttrice della Clinica delle Malattie Infettive del Policlinico di Modena – nel nostro Paese si registrano 4000 nuovi casi di infezione da HIV: 12 ogni giorno, uno ogni due ore. Almeno un terzo riguarda le donne. Ciononostante sono sottorappresentate negli studi clinici. Sono necessari più dati, specialmente di lungo termine, per valutare la risposta al trattamento antiretrovirale nelle pazienti con HIV e migliorare la gestione della malattia. I farmaci utilizzati in terapia sono spesso sperimentati in giovani maschi, pertanto è difficile capire a priori come possano interferire con l’organismo femminile. Vi sono inoltre peculiarità connesse allo stato di sieropositività femminile che vanno dal desiderio di maternità alla scelta del contraccettivo adatto. Ad esempio, poche sanno cosa significa avere un figlio essendo HIV positive e che le attuali terapie antiretrovirali possono proteggere il nascituro».

Le persone che scoprono di avere il virus hanno un’età media di 39 anni (i maschi) e di 35 (le femmine). «I dati del Sistema di Sorveglianza – commenta il prof. Stefano Vella, direttore del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità – sottolineano l’urgenza di avviare campagne di sensibilizzazione per incoraggiare l’adozione di comportamenti sessuali sicuri, in particolare tra i giovani e la popolazione femminile, e di effettuare il test HIV di routine alle donne in gravidanza per ridurre il rischio di trasmissione dell’infezione sia attraverso i rapporti sessuali che da madre a bambino».

«Lo stigma – continua la dott.ssa Rosaria Iardino, presidente onorario di NPS Italia Onlus (Network italiano delle persone sieropositive) – è un fatto culturale, strisciante, che non si manifesta più con comportamenti apertamente di pregiudizio, ma connota tutta la vita delle persone con HIV. Per questo motivo più che parlare di stigma al femminile bisogna considerare che il fatto di essere donna diventa un moltiplicatore culturale del pregiudizio. Il passaggio dell’infezione dal mondo omosessuale a quello eterosessuale è ampiamente dibattuto, invece la crescita del numero di casi nella popolazione femminile è semplicemente un dato statistico. In medicina esistono alcuni aspetti che evidenziano l’esistenza di uno stigma, non manifesto, non urlato, ma non per questo meno pericoloso, a partire dalla minore rappresentatività femminile negli studi clinici. La donna non può essere assimilata all’uomo, come una mera variabile, ma ha una specificità che la sperimentazione è chiamata a tenere in considerazione per promuovere una medicina che riconosca adeguatamente le pari opportunità».

Le stime indicano che in Italia sono attualmente presenti tra 143.000 e 165.000 persone HIV positive, di cui più di 22.000 in AIDS. Negli ultimi 15 anni si è verificata una profonda trasformazione nella gestione della malattia legata all’impatto delle terapie antiretrovirali, che si sono dimostrate più efficaci, più facili da assumere e in grado di controllare meglio il virus nel lungo periodo.
«La battaglia contro l’AIDS, non ancora vinta, ha prodotto risultati straordinari in un periodo di tempo relativamente breve, che hanno trasformato la storia naturale della malattia rendendola da rapidamente progressiva e mortale a cronica – sostiene il prof. Andrea Antinori, Direttore malattie infettive all’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma – Oggi l’aspettativa di vita di una persona HIV positiva, che riceva una diagnosi precoce, non abbia patologie associate e sia in giovane età, è comparabile a quella della popolazione sana. Ma non va sottovalutato il problema del ‘sommerso’, della sieropositività inconsapevole, rappresentato dai malati che continuano a infettare senza averne coscienza. Intervenire in maniera attiva per individuarli ha decisivi riflessi sociali».

L’emergenza rappresentata dal “sommerso” potrebbe essere superata se sottoporsi al test di sieropositività divenisse nel nostro Paese una pratica normale, facilitata il più possibile per raggiungere anche le categorie più fragili.
«È un esame che non rileva la presenza del virus ma degli anticorpi che il sistema immunitario produce quando è entrato in contatto con il virus – spiega il prof. Adriano Lazzarin, Direttore della Divisione di Malattie Infettive del San Raffaele di Milano – Il test si effettua con un normale prelievo di sangue. Bisogna considerare che, se si è avuto un comportamento sessuale a rischio, il test va eseguito. E, se risulta negativo, deve essere ripetuto dopo tre mesi. Inoltre, durante il cosiddetto ‘periodo finestra’, è possibile trasmettere l’infezione pur non risultando positivi all’esame».

Anche se la popolazione femminile costituisce uno dei gruppi più vulnerabili nei confronti dell’HIV, non vengono stanziate risorse sufficienti per rispondere ai bisogni specifici di queste pazienti.
«Per questo è stato attivato ‘SHE’ (Strong, HIV Positive, Empowered Women) – conclude la prof.ssa d’Arminio Monforte, membro del comitato di SHE – il primo programma educazionale in Europa rivolto alle sfide sempre più grandi che le donne affette da HIV devono affrontare. L’iniziativa si basa sul supporto fornito dalle ‘pari’, cioè da donne nella stessa condizione clinica. Ricerche scientifiche mostrano che le informazioni provenienti dai gruppi di auto-aiuto risultano particolarmente credibili, affidabili e influenti».
Il progetto include l’Italia ed è realizzato con la collaborazione delle associazioni di pazienti.

da www.lastampa.it

"Predoni dell'arte, impuniti per legge", di Gian Antonio Stella

«Italia, saccheggio del paradiso dell’arte». Il nuovo ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi si stampi in testa questo titolo del Mundo. E cambi finalmente, subito, una legge infame. Quella che consente di arrestare un pensionato che ruba scatolette di tonno al supermercato ma non il trafficante che ha in mano il Cratere di Eufronio o altri pezzi da milioni di euro. Per l’Ufficio delle Nazioni Unite di Vienna che se ne occupa, il traffico illegale di opere d’arte è il quarto business del crimine mondiale dopo i traffici di droga, armi e denaro riciclato. E l’Italia è il Paese in assoluto più colpito. «Il sacco di Roma dei Lanzichenecchi nel 1527 e le spoliazioni napoleoniche dell’Ottocento sono eventi che impallidiscono se messi a confronto al volume dei furti del giorno d’oggi, sempre più “sponsorizzati” dalla criminalità organizzata», ha scritto Avvenire riprendendo il Rapporto sulle Archeomafie redatto dai carabinieri del Comando tutela patrimonio artistico, che insieme coi cugini della Guardia di Finanza tentano da anni di arginare come possono l’emorragia.
Mettono a segno spesso colpi formidabili. Ma è come tentare di svuotare il mare con un secchiello.
Tanto per dare un’idea: il sito Internet che riporta le «opere di particolare rilevanza» tra i «Beni culturali illecitamente sottratti», quotidianamente aggiornato, riportava ieri 5295 oggetti. E parliamo solo di quelli «di particolare rilevanza». Eppure tra i 69.000 detenuti che oggi affollano le carceri italiane neppure uno risulta essere in cella per avere rubato un quadro, scavato una tomba etrusca o trattato con un ricettatore straniero la vendita di un vaso antico.
Peggio, come spiega Fabio Isman, autore de I predatori dell’arte perduta, «nessuna sentenza di condanna, che si sappia, è mai diventata definitiva». Nelle prossime settimane dovrebbe arrivare in Cassazione il processo a Giacomo Medici, forse il più noto dei trafficanti internazionali, già condannato in primo (10 anni e 10 milioni di euro di provvisionale allo Stato per i danni al patrimonio artistico) e in secondo grado. In un deposito a Ginevra aveva centinaia di pezzi meravigliosi e le foto di uno scavo fatto da ignoti tombaroli in una villa pompeiana affrescata, forse a Oplontis, di cui gli archeologi ignoravano (e continuano a ignorare) l’esistenza. Ma l’ipotesi che vada in galera, a questo punto, è comunque remota.
Scrive Isman che «la Razzia è immensa». Al punto che anni fa un’indagine della Camera dei Comuni di Londra valutò che «il traffico illecito di antichità e cultura superi i 6 miliardi di dollari all’anno. Per buona parte, oggetti italiani». Eppure, esattamente un anno fa, Marion True, un’elegante signora americana per venti anni dirigente del Getty Museum di Los Angeles, nonostante avesse «pacificamente ammesso» a proposito di diversi acquisti di preziosi pezzi archeologici di essersi «resa conto che i reperti erano frutto di scavo clandestino» se l’è cavata senza danni: tutto prescritto.
Anche la mafia, come ci ha rinfacciato perfino il giornale cileno La Tercera, si è impossessata di qualche capolavoro. Come la Natività di Caravaggio, rubata nel lontano 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Dipinto nel 1609, varrebbe almeno 30 milioni di euro e secondo il pentito Totò Cancemi «veniva esposto durante le riunioni della Cupola».
Il panorama, purtroppo, è quello descritto dal già citato El Mundo: «Ogni anno, migliaia di pezzi vengono rubati da chiese, monumenti e musei italiani senza che le autorità siano capaci di porvi un freno. In Italia esistono più di 3.500 musei e 2.000 siti archeologici che sono costantemente saccheggiati da ladri senza scrupoli che vendono poi la merce al mercato nero. Nel Paese con il maggiore patrimonio artistico e culturale dell’umanità, praticamente nessun tipo di opera pittorica, scultorea o architettonica è in salvo».
Bene: in questo contesto agghiacciante il nuovo codice dei Beni culturali varato dal governo Berlusconi e dal ministro Giuliano Urbani il 22 gennaio 2004 (ma il guaio era già parzialmente anticipato nel Decreto legislativo 29 ottobre 1999 impostato dalla sinistra quando a Palazzo Chigi c’era Massimo D’Alema) prevede pene ridicole. Al massimo i tombaroli, i ricettatori e i trafficanti d’arte rubata in genere rischiano multe così basse da essere comiche (da 775 a 38.734,50 per chi, ad esempio, «procede al distacco di affreschi…») e una reclusione massima di tre anni. Così bassa da escludere la galera prima di una condanna (campa cavallo…) definitiva.
In parole povere, spiega Paolo Ferri, un magistrato che sempre combatte su questo fronte, quel decreto creò una vera e propria fattispecie nuova di reato, dimenticando del tutto le aggravanti previste per gli altri tipi di furto. Risultato: anche quando è teoricamente prevista la possibilità di arrestare il delinquente non c’è però quella di metterlo dentro. A meno che i carabinieri o i finanzieri non siano certi di potere dimostrare, con prove inconfutabili, che il trafficante ha materialmente danneggiato lui l’opera d’arte che ha in mano.
Tre esempi dicono tutto. Il primo è quello dei trafficanti che trovarono il meraviglioso monumento funerario di Lucus Feroniae, a Fiano Romano, lo ridussero in 12 pezzi e lo seppellirono in attesa di trovare un compratore. Il secondo è quello del vecchio tombarolo che tre anni fa a Ostia Antica recuperò il favoloso «sarcofago delle Muse» (uno degli 11.258 reperti che i finanzieri del Gruppo tutela patrimonio archeologico comandati da Massimo Rossi hanno salvato nel biennio 2008-2009) e fu beccato con in mano un cric da carrozziere con il quale voleva staccare ogni statuina dalle altre per correre meno rischi e forse guadagnare di più vendendole separatamente. Il terzo quello del «predatore» che nel gennaio scorso fu fermato mentre cercava di andarsene, probabilmente all’estero, con la grande statua di Caligola in trono che aveva trovato scoprendo la villa dell’imperatore a Nemi.
Pare impossibile: nessuno è stato ammanettato. «Se in un negozio rubi un maglione da 19 euro rompendo un sigillo puoi essere arrestato, incarcerato e rischi fino a 10 anni — commenta amaro Paolo Ferri —. Se ti prendono col Cratere di Eufronio o qualche altro pezzo che vale milioni no».
Una schifezza. Che Giancarlo Galan, messo sotto pressione in un convegno, aveva giurato di cambiare. E c’era quasi riuscito: il 20 settembre, in Consiglio dei ministri, aveva infatti portato un disegno di legge per raddoppiare le pene da tre a sei anni. Cosa che consentirebbe l’arresto, la custodia cautelare, l’allungamento dei tempi per la prescrizione e le intercettazioni, più che mai indispensabili per questo tipo di reati.
Di quel disegno di legge, travolto dalla caduta del governo, non si sa più nulla. Ecco, sarebbe bello se Lorenzo Ornaghi partisse da lì: l’Italia non merita di subire ancora l’umiliazione provata da chi combatte i «predatori dell’arte perduta» che stuprano le nostre bellezze artistiche e non può neppure metter loro le manette.

Il Corriere della Sera 01.12.11