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"Gli imbrogli della Lega", di Michele Brambilla

Nella nostra candida ingenuità, quando abbiamo saputo che Roberto Cota e Luca Zaia avrebbero disertato l’incontro di domani tra governo e Regioni per partecipare invece alla riunione del «Parlamento del Nord», abbiamo pensato che il nuovo presidente del Consiglio avrebbe più di un motivo per sentirsi offeso. In un attimo siamo stati però riportati sulla terra dalle notizie d’agenzia, dalle quali abbiamo appreso che lo screanzato è Mario Monti, e gli «offesi» Cota e Zaia. «È una provocazione, uno sgarbo istituzionale», ha detto il presidente del Piemonte della convocazione a Roma. «Si è voluto fissare l’appuntamento alla stessa ora della nostra riunione, c’è stata poca sensibilità», ha aggiunto il presidente del Veneto.

Come nella manzoniana notte degli imbrogli, nella versione leghista dei fatti le vittime sembrano i ribaldi, e viceversa. Lo sgarbo istituzionale diventa la convocazione, da parte del governo, dei rappresentanti delle Regioni, non il dar buca all’appuntamento. Allo stesso modo una riunione in cui si dovranno illustrare misure attese da tutto il mondo diventa «un’inutile formalità», come l’hanno definita Cota e Zaia, mentre il «parlamento del Nord» è un’irrinunciabile assise istituzionale. È solo il caso di ricordare che, se Monti ha deciso di incontrare le Regioni la domenica, non è per un capriccio, ma perché per il giorno dopo è previsto il varo del pacchetto anticrisi; e di ricordare pure che oltre ai governatori sono stati chiamati a Roma anche i sindacati.

Ma la Lega pare ormai aver imboccato una strada che già più volte aveva scelto di seguire: quella che porta a un mondo di cartapesta popolato di ministeri mai aperti, di gazebo per referendum che decidono la secessione, di giuramenti sui sacri suoli e di riti dell’ampolla, di parlamenti del Nord che si spostano negli anni da una villa di campagna del Mantovano a un’altra di Vicenza e infine – come sarà domani – a un padiglione della Fiera perché la «sede-del-parlamento-del-Nord» è occupata per una festa di battesimo la mattina e una festa di laurea il pomeriggio.

Ci sarebbe da sorridere di questa specie di Paperopoli o Topolinia della politica. Ma dietro a questo ritorno al folklore a tempo pieno c’è un preciso calcolo politico: trarre profitto dal malcontento che le misure del governo Monti inevitabilmente provocheranno; tornare partito di lotta, cavalcare la protesta, far dimenticare di essere stati al governo quasi nove anni negli ultimi dieci e mezzo; e infine raccogliere i frutti alle prossime elezioni. E così i governatori di due regioni-chiave per l’economia italiana non si degnano neppure di sentire dal nuovo governo quali saranno le misure decise per affrontare la crisi: nella convinzione che optando per Vicenza piuttosto che per Roma daranno soddisfazione al proprio elettorato.

Ma davvero Cota e Zaia pensano, con questa scelta, di rappresentare i propri territori? Davvero sono sicuri che gli imprenditori del Nord li preferiscano al parlamento padano piuttosto che al tavolo con Monti, Passera, Fornero? Nei giorni scorsi il nostro Marco Alfieri ha saggiato gli umori degli amministratori locali e della piccola e media impresa del Varesotto e del Nord-Est – terre leghiste quant’altre mai – e dalle sue inchieste non emerge affatto un entusiasmo per l’Aventino deciso da Bossi. In un momento in cui tutti – anche chi si scannava fino a poche settimane fa – hanno firmato un armistizio per cercare di fronteggiare un’emergenza che fa paura, la Lega continua a vivere nel suo mondo parallelo e fantastico.

O perlomeno la Lega ufficiale. Perché sotto sotto i dubbi si stanno facendo strada. Più di un colonnello è perplesso di fronte alla scelta radicale decisa da Bossi. C’è chi pensa che stare all’opposizione sia anche giusto, ma che vada ridefinito il «come» starci. Dicendo di no a tutto? Urlando che il Nord se ne va per i fatti suoi? O magari annunciando unificazioni con la Svizzera? C’è chi pensa che questi slogan non solo non servono a niente, ma non incantano più neppure i gonzi. Non è un mistero che Roberto Maroni, ad esempio, stia incontrando imprenditori e rappresentanti di categorie per cercare di capire che contributo la Lega possa concretamente dare, al di là del fumo degli occhi come l’inesistente parlamento del Nord che si riunisce domani.

La Stampa 03.12.11

"Il dovere dell'equità", di Massimo Giannini

La parola-chiave della manovra che Monti presenterà lunedì agli italiani è una sola: equità. È questa l´unica «password», etica e politica, che potrà consentire al Parlamento, alle forze sociali e all´opinione pubblica di «accedere» a un programma di sacrifici inevitabili, ma altrimenti intollerabili.
Tutti parlano di equità. L´ha invocata il presidente della Repubblica il 13 novembre, quando ha conferito a Monti l´incarico di formare un nuovo governo, «su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita e di equità sociale». L´ha promessa il presidente del Consiglio nel discorso sulla fiducia il 14 novembre: «I sacrifici necessari dovranno essere equi». La chiede ora il leader del Pd Bersani, che oggi incontrerà il premier, alla ricerca di «soluzioni che coniughino il rigore con equità e consenso sociale».
Ma l´equità rischia di essere una parola vuota, e dunque la password rischia di non funzionare, se la manovra di Monti non si riempie di un significato politico chiaro, che vada oltre la pura tecnica dei numeri, dei fabbisogni, dei saldi. È evidente: al nuovo governo si chiedono riforme strutturali ambiziose, di durata lunga e di orizzonte vasto. Ma anche misure congiunturali pesanti, capaci di generare cassa subito. Potrà esserci uno scarto, nel trade-off tra i sacrifici immediati e i benefici futuri: 25 miliardi di euro in due anni non si mettono insieme senza affondare il bisturi nella carne viva della società italiana.
Il nodo è come, dove e perché si affonda quel bisturi. L´equità si può declinare in molti modi. Con un metodo consociativo da Prima Repubblica, si può colpire in modo indistinto su tutte le fasce sociali: siamo in emergenza, dunque tutti devono dare qualcosa. Ma ora si richiede un approccio diverso. L´Italia di oggi è provata da un ciclo estenuante di conflitti. Durante i governi Berlusconi, cui si deve un aumento del debito pubblico di 546 miliardi, il senso delle manovre è stato unidirezionale: colpire le constituency socio-politiche del campo avverso. Quindi stangate su lavoro dipendente, pubblico impiego, scuola.
Oggi, per essere davvero «equa», una manovra deve dunque pretendere molto da chi in questi anni ha dato nulla, e nulla a chi in questi anni ha dato molto. Questo principio, nelle 48 ore che mancano alla riunione del Consiglio dei ministri, dovrebbe guidare le scelte di Monti. Se partiamo da qui, si può già ragionare (e in qualche caso dubitare) delle ipotesi di intervento che circolano. Qualche esempio. Si parla di costi della politica: è giusto chiedere un tributo al risanamento a milioni di cittadini-elettori, ma non c´è equità se gli eletti non pagano per primi, qui ed ora, e non nella prossima legislatura. Si parla di previdenza: è giusto correggere gli squilibri generazionali per chi deve avere ancora accesso ai trattamenti d´anzianità, ma non c´è equità se si bloccano gli automatismi per tutti i 17 milioni di pensionati, compreso quel 48% di anziani che percepisce un assegno inferiore ai mille euro al mese, e quel 15% che ne percepisce uno inferiore ai 500.
Altri esempi. Si parla di un nuovo aumento delle aliquote Irpef: è giusto prevedere qualche inasprimento fiscale, ma non c´è equità se si continua a colpire il reddito piuttosto che il patrimonio. Si parla di un aumento degli ultimi due scaglioni più alti, quelli al 41 e al 43%: è giusto che i «ricchi» paghino di più, ma non c´è equità se si continua a considerare «ricco» il ceto medio e a prendere come base imponibile da colpire la categoria di reddito da lavoro dipendente con 55 mila euro l´anno, salvando ancora una volta la zona grigia del lavoro autonomo che denuncia meno di 20 mila euro l´anno. Si parla di provvedimenti sulla sanità: è giusto ridurre gli sprechi del servizio sanitario nazionale, ma non c´è equità se si torna al ticket sui ricoveri ospedalieri, cui ricorrono ormai solo le fasce sociali più povere.
Si potrebbe continuare. L´elenco delle ipotesi intorno alla manovra è lungo, e in ogni capitolo si può annidare la ripetizione dell´iniquità, che è stata la cifra dei governi ideologici berlusconiani. Oppure la rinuncia all´equità, che può essere la cifra dei governi tecnici, se e quando affrontano una manovra economica con una visione ragionieristica e con in dosso il solo «saio fiscale». Guardando il grafico del disavanzo pubblico, senza colmare il deficit politico che rischiano di produrre. Guardando ai mercati e alla Bce, senza vedere le persone in carne ed ossa, i corpi intermedi che gli danno voce e i Parlamenti che le rappresentano.
Quello di Monti è nato come un «governo di scopo». Ed è vero: il risanamento dei conti e il rilancio della crescita sono uno «scopo» tecnico. Ma hanno dentro un potenziale politico enorme. Monti deve avere il coraggio di «scoprirlo». I partiti, in questa tregua solo apparentemente tecnocratica, devono ritrovare la forza di dispiegarlo. La password c´è: basta usarla bene.

La Repubblica 03.12.11

Cultura, il Pd: “E’ motore di sviluppo”

Anche l’on. Ghizzoni agli Stati generali della cultura di Roma. “Questo settore dovrà essere centrale nell’agenda di governo”. L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, parteciperà domani e dopodomani a Roma, agli “Stati generali della cultura” promossi dal Partito democratico nazionale. La parlamentare modenese interverrà nella sessione “Quanti alfabeti – Stili di vita, paesaggi culturali, responsabilità nazionale”.

La due giorni, che si tiene nei locali delle Officine Marconi, sarà l’occasione di confronto e di scambio tra tutte le componenti della cultura italiana.

La direzione provinciale del Pd modenese ha approvato di recente un documento che considera le spese per iniziative culturali come “motore di uno sviluppo intelligente, sostenibile, legato alla promozione delle eccellenze del territorio”.

“Occorre affermare con forza – dichiara l’on. Ghizzoni – che cultura significa innovazione per la crescita, e che questo settore dovrà essere centrale nella prossima agenda di governo”.

"Censis: Italia prigioniera dei poteri finanziari", da unita.it

In tempi di crisi, gli italiani riscoprono il valore della responsabilità collettiva: il 57,3% è disponibile a fare sacrifici per l’interesse generale del Paese. Anche se il 46% di questi lo farebbe solo in casi eccezionali. Risulta da un’indagine del Censis contenuta nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2011. Secondo il rapporto, il 65,4% indica la famiglia come elemento che accomuna gli italiani, mentre l’81% condanna duramente l’evasione fiscale. A fronte poi di un 46% di cittadini che si dichiara «italiano», c’è un 31,3% di «localisti» che si riconoscono nei Comuni, nelle regioni o nelle aree territoriali di appartenenza, un 15,4% di «cittadini del mondo» che si identificano nell’Europa o nel globale e un 7,3% di «solipsisti» che si riconoscono solo in se stessi. Ancora oggi i pilastri del nostro stare insieme fanno perno sul senso della famiglia, indicata dal 65,4% come elemento che accomuna gli italiani. Seguono il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21,5%), l’amore per il bello (20%). Cosa dovrebbe essere messo subito al centro dell’attenzione collettiva per costruire un’Italia più forte? Per più del 50% la riduzione delle diseguaglianze economiche. Moralità e onestà (55,5%) e rispetto per gli altri (53,5%) sono i valori guida indicati dalla maggioranza degli italiani. Emerge poi la stanchezza per le tante furbizie e violazioni delle regole. L’81% condanna duramente l’evasione fiscale: il 43% la reputa moralmente inaccettabile perchè le tasse vanno pagate tutte e per intero, per il 38% chi non le paga arreca un danno ai cittadini onesti. Infine, il Censis sottolinea come il modello di sviluppo italiano abbia sempre trovato nella famiglia un punto di grande forza e la famiglia si sia sempre fatta carico dei bisogni sociali, andando a integrare se non a sostituire le prestazioni di welfare. Ma questo modello, avverte, comincia a mostrare segni di debolezza: se è vero che in proporzione al Pil la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane rimane una delle più rilevanti in Europa, in valore assoluto si è assistito a una erosione significativa di questo patrimonio tra il 2006 e il 2009, il cui ammontare è passato da 3.042 miliardi di euro a 2.722 miliardi. Inoltre, dal punto di vista della capacità di assistenza informale delle famiglie, il numero dei potenziali caregiver (persone che si prendono cura dei familiari) andrà riducendosi in modo netto: se nel 2010 c’erano 18,5 persone autosufficienti in età compresa tra 50 e 79 anni (fascia d’età nella quale rientra la gran parte dei caregiver) per ogni ultraottantenne non autosufficiente, entro il 2040 questa proporzione è destinata a dimezzarsi, scendendo a 9,2 caregiver per ogni anziano potenzialmente bisognoso di assistenza.
La crisi economica in Italia ha colpito in particolar modo i giovani. Lo sottolinea il Censis riferendo: «La crisi si è abbattuta come una scure su questo universo: tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati». «Investita in pieno dalla crisi, ma non esente da responsabilità proprie, la generazione degli under 30 – si legge nel Rapporto Censis – sembra incapace di trovare dentro di sè la forza di reagire. La percentuale di giovani che decidono di restare al di fuori sia del mondo del lavoro che di quello della formazione è in Italia notevolmente più alta rispetto alla media europea: se da noi l’11,2% dei giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato a lavorare o studiare, la media dei 27 Paesi dell’Ue è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, risulta da noi decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano, pari al 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e al 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%)». Nonostante l’occupazione resti al palo, «non si registra l’emergere di atteggiamenti più intraprendenti». Per esempio gli italiani sono in assoluto i meno propensi, tra i giovani europei, a lavorare in un altro Paese europeo: si dichiara desideroso o disposto a farlo solo il 40,9% degli intervistati. Inoltre i giovani, che dovrebbero rappresentare il segmento più avvantaggiato da una maggiore liberalizzazione dei licenziamenti, «già oggi – rileva ancora il Censis – sono quelli su cui più grava il costo della mobilità in uscita». Nel 2010, su 100 licenziamenti che hanno determinato una condizione di inoccupazione, 38 hanno riguardato giovani con meno di 35 anni e 30 persone con età compresa tra 35 e 44 anni. Solo in 32 casi si è trattato di persone con 45 anni di età o più.

Una società «fragile, isolata ed eterodiretta», con una dialettica politica «prigioniera del primato dei poteri finanziari»: così ci vede il Censis, nel suo 45/mo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare, dice l’istituto, che avverte: è «illusorio» pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo, perchè lo sviluppo «si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive». È quella dunque, secondo il Censis, la direzione da seguire.
«Mentre l’occupazione ufficiale stenta a dare segnali di ripresa, quella sommersa sembra al contrario dare prova di tenuta e trarre semmai un nuovo stimolo di crescita dal difficile momento». Lo evidenzia il Censis. A partire dal 2008, a fronte di un calo generalizzato dell’occupazione regolare (-4,1%), quella informale aumenta dello 0,6%, portando il livello di irregolarità del lavoro nel 2010 alla soglia del 12,3% e lasciandosi alle spalle i positivi risultati di un decennio.
«I cittadini e le imprese si trovano a fare i conti con un sistema dei servizi che mostra evidenti segnali di criticità»: lo sottolinea il Censis nel 45/o Rapporto sulla situazione del Paese spiegando che «la politica di riduzione della spesa pubblica che ha contrassegnato gli ultimi 3 anni, e che segnerà anche il biennio 2012-13, realizzata in molti casi attraverso tagli lineari, sta lasciando il segno». In particolare il trasporto pubblico locale, già «inadeguato» è stato «drasticamente ridimensionato».

La crisi economica degli ultimi anni ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie e ha provocato conseguentemente una «caduta della propensione al risparmio» anche «a causa dell’irrigidimento» di alcuni consumi. In questo contesto la riduzione della quota di risparmi sembra però non avere colpito gli investimenti fissi, come le abitazioni. È quanto emerge dal 45/o Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis. In 10 anni risulta inoltre raddoppiato il valore delle abitazioni.

«In un quadro economico stagnante, le esportazioni sono una delle poche variabili in crescita: +15% nel 2010 e +16% nel primo semestre del 2011»: lo riferisce il Censis nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese sottolineando che «molti comparti del made in Italy possono fungere da puntello attraverso cui evitare un ulteriore scivolamento dell’economia nazionale». Per il Censis il commercio estero «può e deve rappresentare il volano della ripresa».

La tv resta il mezzo più diffuso del panorama mediatico italiano (lo usa il 97,4% della popolazione), ma al suo interno è avvenuto un «ampio rimescolamento» dovuto all’arrivo del segnale digitale terrestre. Lo evidenzia il 45/o Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del paese. E se l’ascolto della radio resta stabile, a confermarsi è il «periodo di grave crisi» della carta stampata. I quotidiani a pagamento perdono il 7% dei lettori nel periodo 2009/2011, cresce poco la free press, resistono i settimanali, tengono i libri, mentre non decollano gli ebook. Ed è l’utenza del web ad aumentare: nel 2011 ha superato la fatidica soglia del 50% della popolazione arrivando al 53,1%: l’87,4% tra i giovani, il 15,1% tra gli anziani. Con una particolarità: l’affermazione progressiva di percorsi «individuali dei contenuti e l’acquisizione delle informazioni da parte dei singoli».

www.unita.it

"L'Italia e la corruzione: in classifica dopo il Ruanda", di Gian Antonio Stella

Giù giù giù: 36 posizioni perse in quindici anni: fossimo retrocessi così nel calcio, apriti cielo! Ma è peggio, molto peggio: l’ultima classifica di Transparency International, che misura la percezione della corruzione, ci vede scivolare al 69º posto. Alla pari con le isole Samoa, la Macedonia, il Ghana. Alle spalle di Paesi come Namibia, Ruanda, Portorico… Non è solo una umiliazione: è un problema economico. Perché dovrebbero investire da noi?
Capiamoci: Transparency non è la Bibbia. E non è detto affatto che l’Italia sia davvero più corrotta di Cuba, della Turchia o della Lettonia. Diciamo di più: è lecito dubitarne. Ma vale per questa come per le classifiche internazionali sulle nostre università, drammaticamente staccate dalle posizioni di testa. Ammesso che le graduatorie, fondate sulla percezione degli operatori economici o dei docenti universitari, siano con noi punitive, segnalano un guaio molto grave: godiamo di una pessima reputazione.
La stessa serie storica della hit parade dei Paesi meno corrotti elaborata da Transparency dice tutto. Le prime dieci nazioni virtuose di oggi (in ordine: Nuova Zelanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Singapore, Norvegia, Olanda, Australia, Svizzera e Canada) sono esattamente le stesse (chi un po’ più avanti, chi un po’ più indietro) del 1995. E un po’ tutta la classifica è piuttosto stabile. Solo noi andiamo spaventosamente a ritroso: eravamo quindici anni fa, mentre si svolgevano molti processi per Tangentopoli, al 33° posto. Siamo scesi dieci anni dopo, nel 2005, al 40°, nel 2008 al 55°, nel 2009 al 63°, nel 2010 al 67°. E quando pareva che già fossimo caduti così in basso da non poter precipitare ancora siamo sprofondati quest’anno al 69° posto.
Una sorpresa? Per niente. Tanto che un anno e mezzo fa, nella scia di una serie di scandali, il governo Berlusconi che aveva sostanzialmente svuotato tra le polemiche l’Alto commissariato per la lotta alla corruzione voluto dall’Onu, si paracadutò a varare una legge anticorruzione salutata, tra squilli di tromba e rullare di tamburi, come la più severa mai varata a memoria d’uomo. «È una stretta decisiva e definitiva contro un malcostume che talvolta ha inquinato l’amministrazione della cosa pubblica, dello Stato, il Parlamento e la politica stessa», tuonò Maurizio Gasparri. «Abbiamo dimostrato che la nostra forza politica, a differenza del passato, nella lotta alla corruzione vuole essere inflessibile», confermò Ignazio La Russa. Sì, ciao. Sparati nel firmamento i fuochi artificiali, hanno riposto tutto in un cassetto.
Anche i clamorosi arresti ai vertici della Regione Lombardia non hanno fatto che confermare ieri la sensazione di una poltiglia appiccicosa e ammorbante. La stessa descritta l’anno scorso da Beppe Pisanu che, forte dell’esperienza accumulata al Viminale, spiegò in un’intervista al Corriere che no, la situazione non era per niente paragonabile a quella precedente allo scossone di Mani Pulite: «Per certi versi siamo oltre. Allora crollò il sistema del finanziamento dei partiti. Oggi è la coesione sociale, è la stessa unità nazionale a essere in discussione, al punto da venire apertamente negata anche da forze di governo. Si chiude l’orizzonte dell’interesse generale e si aprono le cateratte dell’interesse privato, dell’arricchimento personale, della corruzione dilagante».
Ricordiamo com’era, prima di Tangentopoli? Nel solo 1991 che precedette il cataclisma, disse uno studio del centro Einaudi di Torino, il «presumibile ammontare dei maggiori costi sostenuti dallo Stato per effetto della discrezionalità della decisione politica», cioè delle bustarelle, era stato tra i 4.500 e 6.500 miliardi. In un solo anno. Per non dire del decennio precedente, quando i partiti e i tangentari più insaziabili si erano impossessati «da un minimo di 46 mila a un massimo (più probabile) di 110 mila miliardi». Una somma enorme. Che aveva inciso sul debito pubblico: «Sui circa 150 mila miliardi di deficit 1991 la quota imputabile alle tangenti dell’anno e agli interessi sul debito cumulato a causa delle tangenti dal 1980 in poi equivale a 15-25 mila miliardi, ossia dal 10 a quasi il 15% del deficit complessivo». Un settimo, forse un sesto.
Pareva che quell’ondata che spazzò via la Prima Repubblica dovesse essere di monito. Errore. Lo ha dimostrato con i suoi studi Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di quella stagione: «È tutto come prima, peggio di prima». Lo ha confermato ufficialmente il procuratore generale della Corte dei conti, Furio Pasqualucci, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato per il 2008: «Il fenomeno della corruzione all’interno della Pubblica amministrazione è talmente rilevante e gravido di conseguenze in tempi di crisi come quelli attuali da far più che ragionevolmente temere che il suo impatto sociale possa incidere sullo sviluppo economico del Paese anche oltre le stime effettuate dal servizio Anticorruzione e trasparenza del ministero della Funzione pubblica, nella misura prossima a 50/60 miliardi di euro all’anno costituenti una vera e propria tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini». Sessanta miliardi: ci risparmieremmo una finanziaria di lacrime e sangue.
Non è solo una questione di moralità. C’è anche quella. E pesa. Ma non è solo una questione di moralità. Lo stesso Benedetto Croce, in «Etica e politica», scriveva nel 1930: «È strano che, laddove nessuno — quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica — chiede un onest’uomo, ma tutti chiedono e cercano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina, nelle cose della politica si chiedano invece non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura. Ma che cos’è dunque l’onestà politica? L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico è la sua capacità di medico, che non rovina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». Qual è il guaio? Che non abbiamo avuto in questi anni né l’una (la capacità politica) né l’altra (l’onestà) e paghiamo per questo un prezzo spropositato.
Nella paralisi dei cantieri delle infrastrutture, che da noi costano immensamente più che negli altri Paesi europei. Nei ritardi sul versante delle riforme indispensabili, che sottrarrebbero alla cattiva politica il potere di interdizione e di ricatto. Nel crescente allargamento della forbice tra Nord e Sud. Nella montante sfiducia verso di noi non solo dei bucanieri della speculazione internazionale ma anche degli investitori tradizionali.
Basti rileggere il rapporto Svimez del 2007: «Negli anni 2000-2005 l’Italia ha ricevuto il 4,2% degli investimenti esteri in entrata nell’Unione Europea, meno di un terzo di quelli di Germania, Gran Bretagna e Francia e poco più della metà di Olanda e Spagna». Quanto alle Regioni del Mezzogiorno, «hanno ricevuto nel 2006 appena lo 0,66% degli investimenti esteri entrati in Italia». E da allora, con la crisi, le cose sono addirittura peggiorate. A danno ulteriore del Sud, individuato a torto o a ragione come un’area in cui, all’arretratezza delle infrastrutture si somma il costo di una politica esageratamente ingorda. Lo conferma il dossier 2001 sul «grado di multinazionalità», cioè il rapporto tra addetti in imprese italiane di proprietà estera e addetti complessivi: «Centro-Nord 6,2%, Mezzogiorno 1,2%, Calabria 0,4%, Sicilia 0,3%». E si torna alla domanda iniziale: perché mai uno straniero dovrebbe venire a investire qui, per usare una vecchia battuta berlusconiana, con la bustarella in bocca?

Il Corriere della Sera 02.12.11

"Se il diritto ha il dovere di pensare al futuro", di Gustavo Zagrebelsky

Il costituzionalismo si trova oggi di fronte alla sfida, che è una vitale necessità, di allargare lo sguardo in una nuova dimensione, finora ignorata: il tempo. Per introdurre questo argomento con una digressione, prendo a prestito dal volume dell´archeologo-antropologo Jared Diamond, intitolato Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Einaudi), la storia di Pasqua, l´isola polinesiana a 3700 chilometri a est delle coste del Cile, scoperta dagli europei nel 1722, celebre per i 397 megaliti. Pasqua, quando gli esseri umani vi posero piede alla fine del primo millennio, era una terra fiorente, coperta di foreste, ricca di cibo dalla terra, dal mare e dall´aria, che arrivò a ospitare diverse migliaia di persone, divise in dodici clan che convivevano pacificamente. Quando vi giunsero i primi navigatori europei, trovarono una terra desolata, come ancora oggi ci appare: completamente deforestata, dal terreno disastrato e infecondo, dove sopravvivevano a stento poche centinaia di persone.
L´enigma di Pasqua, per com´è stato sciolto dagli studiosi, è un grandioso e minaccioso apologo su come le società possono distruggere da sé il proprio futuro per gigantismo e imprevidenza. La causa prima del collasso sarebbe stata la deforestazione, cioè la dissipazione della principale risorsa naturale su cui la vita nell´lsola si basava. Pasqua è un monito. Non parla soltanto di polinesiani d´un millennio fa. Parla di noi: di sfruttamento imprevidente delle risorse, con effetti funesti sulle generazioni a venire.
Come possiamo condensare in una sola frase la parabola di Pasqua? Per soddisfare appetiti di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani. Ogni generazione s´è comportata come se fosse l´ultima, trattando le risorse di cui disponeva come sue proprietà esclusive, di cui usare e abusare.
Il costituzionalismo può ignorare questioni di questo genere? Se il suo nucleo minimo essenziale e la sua ragion d´essere sono – secondo la sintesi di Ronald Dworkin – la protezione del diritto di tutti all´uguale rispetto, la risposta, risolutamente, è no, non può ignorarle. Fino al tempo nostro non c´era ragione di affrontarle. Ogni generazione compariva sulla scena della storia in un ambiente naturale e umano che, se pure non era stato migliorato dai padri, certamente non ne era stato compromesso. Il costituzionalismo non ha avuto finora ragioni per occuparsi delle prevaricazioni intergenerazionali. Ma molte ragioni ha oggi, e drammatiche. Per quale ragione la cerchia de “i tutti” che hanno il diritto all´uguale rispetto dovrebbe essere limitata ai viventi e non comprendere anche i nascituri? Basta porre la domanda per rispondere che non c´è alcuna ragione: gli uomini di oggi e di domani hanno lo stesso diritto all´uguale rispetto, perché uguale è la loro dignità.
Ma oggi assistiamo alla separazione nel tempo dei benefici – anticipati – rispetto ai costi – posticipati –: la felicità, il benessere, la potenza delle generazioni attuali al prezzo dell´infelicità, del malessere, dell´impotenza, perfino dell´estinzione o dell´impossibilità di venire al mondo, di quelle future. La rottura della contestualità temporale segna una svolta che non può lasciare indifferenti la morale e il diritto.
In termini giuridici, la questione che si pone al costituzionalismo è la seguente: fin dall´inizio (ricordiamo l´art. 16 della Déclaration dei diritti del 1789), la sua nozione chiave è stata il diritto soggettivo, da contrapporre in vario modo al potere arbitrario. Ma il diritto soggettivo presuppone un titolare presente. “Diritti delle generazioni future” è una di quelle espressioni improprie che usiamo per nascondere la verità: le generazioni future, proprio perché future, non hanno alcun diritto da vantare nei confronti delle generazioni precedenti. Tutto il male che può essere loro inferto, perfino la privazione delle condizioni minime vitali, non è affatto violazione di un qualche loro “diritto” in senso giuridico. Quando incominceranno a esistere, i loro predecessori, a loro volta, saranno scomparsi dalla faccia della terra, e non potranno essere portati in giudizio. I successori potranno provare riconoscenza o risentimento, ma in ogni caso avranno da compiacersi o da dolersi di meri e irreparabili “fatti compiuti”.
Bisogna prendere atto che la categoria del diritto soggettivo, in tutte le sue varianti di significato (diritti di, da, negativi, positivi, di prestazione, ecc.), è inutilizzabile tutte le volte in cui è rotta l´unità di tempo. È invece la categoria del dovere, quella che può aiutare. Le generazioni successive non hanno diritti da vantare nei confronti di quelle precedenti, ma queste hanno dei doveri nei confronti di quelle; esattamente la condizione della madre, nei confronti del bambino quando lo porta ancora in grembo. Il costituzionalismo dei diritti, senza rinunciare alla sua aspirazione centrale di essere al servizio della resistenza all´arbitrio, deve scoprire i doveri, non semplicemente in quanto riflessi, cioè in quanto controparte dei diritti, ma come posizioni giuridiche autonome che vivono di vita propria, senza presupporre l´esistenza (attuale) delle corrispondenti situazioni di vantaggio e dei relativi titolari.
Dobbiamo riconoscere che questo mutamento di paradigma vede il costituzionalismo completamente impreparato, anzi ostile. In nome dei diritti, non dei doveri, da due secoli conduce la sua battaglia. I doveri sono stati e sono tuttora la parola d´ordine dei regimi autoritari e di quelli totalitari. Si tratta però di costruire una mentalità, una cultura, e da ciò trarre spunto per comportamenti adeguati, anche senza che si debbano attendere proclamazioni giuridiche formali. Innanzitutto, le norme che riconoscono diritti e facoltà dovrebbero essere interpretate, tutte le volte in cui siano alle viste conseguenze potenzialmente pregiudizievoli sulla condizione di coloro che verranno, in una prospettiva oggettiva, in base alla massima: la terra appartiene tanto ai viventi quanto ai non ancora viventi; i diritti dei primi sono condizionati dall´uguale valenza anche per i secondi. Il che – non si può non riconoscere – comporta possibili restrizioni ai diritti in senso soggettivo. I diritti, nei casi anzidetti, devono essere intesi come beni o istituzioni di lungo periodo. Per estenderli nel tempo futuro, può essere necessario ridurne la portata nel tempo presente. Conosciamo già situazioni di questo genere, nelle quali entra in gioco il cosiddetto “principio di precauzione”, vigente, in forza di norme di diritto nazionale, europeo e internazionale, per esempio in materia ambientale, energetica e sanitaria. Qui, parlando di costituzionalismo, si dice che quel principio dovrebbe essere assunto come elemento conformativo dell´intero modo di concepire il diritto costituzionale. Il diritto costituzionale di oggi deve essere un “diritto prognostico”, che guarda avanti, fin dove, nel tempo, le previsioni scientifiche permettono di gettare lo sguardo.
Ma c´è dell´altro. Il giudizio prognostico non è un giudizio politico; è un giudizio tecnico-scientifico. Ora, a parte la difficoltà forse insuperabile di individuare scienziati e tecnici realmente indipendenti dagli interessi immediati da sottoporre a verifica, la prospettiva che si apre è la tutela tecnocratica sulla politica. Orbene, la politica, nella sua versione democratica come nelle sue degenerazioni populiste e demagogiche, s´incarna in istituzioni dei (non: dai) tempi brevi. Le decisioni devono essere in sintonia con l´interesse prevalente che la società, come più o meno autonomamente e veridicamente se lo rappresenta, ed è a dir poco improbabile che, nella considerazione di tale interesse, entrino con il peso che meriterebbero ansie e preoccupazioni per la sorte di società diverse, ipotetiche, lontane nel tempo. A questo interesse momentaneo, infatti, la politica deve rendere conto.
Fermiamoci qui. Siamo nel regno delle contraddizioni. Il costituzionalismo, nel quadro di allora, era il mondo dei diritti, ma ora il mondo ha bisogno di doveri. Il costituzionalismo ha prodotto democrazia, ma oggi la democrazia mostra di poter essere une regime di saccheggio delle risorse, per i viventi contro i posteri. Per questo, si ricorre a momenti ed elementi di natura scientifico-tecnocratica, ma la ragione del saccheggio sta precisamente nello sviluppo della tecnica senza altro fine che se stessa. Quindi, la tecnica, per essere benefica, dovrebbe poter essere a sua volta controllata. Ma da chi? Dalla democrazia, che è proprio colei che ha ne ha bisogno?
Doveri e tecnocrazia fanno paura, non c´è che dire. Ma sono necessari proprio alla luce delle premesse e delle promesse del costituzionalismo, una volta che non lo si intenda come mero egoismo dei viventi. Le contraddizioni sono intrinseche. Saranno distruttive? Non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che esse chiamano a un compito non facile, su un terreno incerto dove molto è da pensare e costruire, tutti coloro i quali, nello studio e nella pratica, richiamandosi ai valori permanenti del costituzionalismo, intendono agire “costituzionalisticamente”. Il costituzionalismo ha avuto una storia. La questione è se avrà una storia. L´avrà in quanto riuscirà a incorporare nella democrazia, senza annullarla o umiliarla, la dimensione scientifica delle decisioni politiche. Questa, mi pare, è l´ultima sfida del costituzionalismo, l´ultima sua metamorfosi.

"Bersani a Monti: serve equità, ascolti le nostre proposte" di Maria Zegarelli

Forse l’incontro avverrà durante il fine settimana, prima della presentazione ufficiale lunedì mattina della cura di ferro che il presidente del Consiglio Mario Monti sta mettendo a punto per l’Italia. O forse saranno soltanto colloqui telefonici con i ministri, ma nel frattempo il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ribadisce la linea dei democratici. Non si discute l’appoggio al governo e «non si tratta di porre condizioni», come invece ha fatto «la destra»: si mandano segnali all’esecutivo perché è evidente «che non tutte le misure ci andranno bene al 100%», come è evidente che qualche boccone amaro bisognerà pur mandarlo giù, ma «il complesso degli interventi deve andare nella direzione di equità e crescita».
L’APPELLO ALL’EQUITÀ
Parlando dai microfoni di Youdem, ieri Bersani si è augurato che a Palazzo Chigi «non si rimanga sordi e disattenti» alle proposte del Nazareno, dalla lotta all’evasione, alle liberalizzazioni, alla patrimoniale. Insomma, pronti a discutere di pensioni, flessibilità in uscita da 63 a 68 di contributivo pro-rata (la proposta rilanciata ieri dal ministro Elsa Fornero), ma a un patto: «chi ha di più deve dare di più. Questo è il punto».
Nel giorno in cui Sergio Marchionne ri-annuncia che Fiat lascia l’Italia e la Banca di Inghilter-
ra si prepara al default dell’euro, Bersani dice che sì, «la questione è veramente seria, è necessario fare uno sforzo collettivo davanti al quale ognuno deve prendersi le sue responsabilità» e tuttavia le fasce sociali più deboli non possono essere chiamate ad ulteriori sacrifici che stavolta potrebbero non reggere. «Bisogna fare in modo che le misure, che non saranno indolori, siano il meno possibile recessive e quindi abbiano occhio a un’esigenza di consumi, redditi, situazioni più difficili, dei ceti popolari più ampi».
Nessun giudizio preventivo, per il resto, « perché fin qui si è discusso solo su supposizioni».
E se ieri il segretario di Rc Paolo Ferrero ha definito un «errore drammatico» del Pd l’aver appoggiato il governo Monti, chiamando Vendola a fare «opposizione costituente delle forze democratiche di sinistra», la risposta del leader di Sel sembra andare in tutt’altra direzione. «Non commento Bersani, lo condivido dice il governatore pugliese , il suo atteggiamento è condivisibile».
Condivide Bersani e la Cgil, perché è alle fasce più deboli che «dobbiamo dare gli ombrelli per ripararsi, altrimenti non ce la faranno ad affrontare i sacrifici». Nessun riferimento a Ferrero.
Ma è evidente che è questa la via stretta che dovrà percorrere il Pd: garantire l’appoggio al governo senza deludere elettori e militanti che chiedono tutele rispetto alle misure annunciate e trovare una sintesi per arrivare compatti in Aula. Sintesi a cui si è lavorato ieri sia al Nazareno, sia a Montecitorio, con incontri tra il responsabile Economia Stefano Fassina e i capigruppo nelle Commissioni lavoro e bilancio di Camera e Senato. Bocche cucite con i giornalisti dopo l’incontro al Nazareno, questa la linea montiana adottata dai democratici, ma indiscrezioni sono comunque arrivate. «Se le misure sono quelle annunciate in questi giorni sui quotidiani, sono socialmente insostenibili», è stato il commento della maggior parte dei partecipanti.
Bloccare l’adeguamento delle pensioni all’inflazione vorrebbe dire danneggiare pesantemente la fascia medio-bassa della popolazione, così come innalzare la soglia contributiva dei 40 anni per andare in pensione senza il vincolo dell’età non prevedendo degli incentivi vorrebbe dire «chiedere un ulteriore sacrificio senza dare alcun vantaggio ai fini pensionistici». A Montecitorio c’è anche chi avanzato l’ipotesi di presentare emendamenti, ma alla fine la linea è stata quella di aspettare di conoscere gli interventi e poi regolarsi di conseguenza. Su una cosa sono tutti d’accordo: no al blocco dell’adeguamento per le pensioni più basse. Più articolate le posizioni sulla soglia dei 40 anni.
Contrario Sergio D’Antoni che dice: «Siamo pronti a valutare le misure nel loro complesso, ma è evidente che devono mirare alla crescita, altrimenti non servirebbero a nulla», e comunque non è «pensabile mettere mano ad una riforma della previdenza saltando il confronto con le parti sociali». Sulla stessa linea Cesare Damiano: «Il sistema contributivo pro-rata può essere una strada da considerare, ma a patto, che le regole per la maturazione della pensione di anzianità restino invariate, soprattutto per la soglia dei 40 anni di contributi». Meno rigidi i lettiani, anche se Francesco Boccia ribadisce: non si possono toccare le pensioni se non arrivano «segnali sulla lotta all’evasione e una patrimoniale seria».

L’Unità 02.12.11