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"Quella destra non moderata", di Michele Prospero

Quali scenari si aprono nella destra italiana dopo la caduta di Silvio Berlusconi? Una lettura un po’ sbrigativa del ciclo nuovo apertosi con il governo tecnico tende a ritenere che con la rottura della gabbia d’acciaio del partito azienda sia già avviata la rapida ridislocazione delle forze per vent’anni attratte dalle simbologie della destra. Che il sistema politico nel 2013 avrà caratteri molto diversi da quelli appena consumati con la frantumazione della destra al governo è indubbio. Ma occorre guardarsi da certe letture troppo rassicuranti e quindi, se non aggiustate in tempo, propedeutiche alla sconfitta.
Ancora non c’è la percezione chiara del significato politico del berlusconismo. In tanti continuano a relegarlo entro una fenomenologia del folclore. La destra sarebbe stata insomma solo una bizzarra commedia della dismisura, legata alla oscura fascinazione di un capo estroso. Pertanto, con l’appannamento del suo carisma ferito, il destino della rapida deflagrazione del blocco sociale del Pdl è un percorso inevitabile. Questa credenza nel riallineamento del sistema lungo i binari della più matura democrazia dell’alternanza copre però solo una delle possibili evoluzioni della crisi del Pdl, non l’unica disponibile. Occorre muovere da una considerazione realistica delle tendenze in atto. E cioè serve anzitutto avere la consapevolezza che dietro l’irregolarità del Cavaliere operavano forze sociali molto radicate e tutt’altro che disperse. Il populismo e l’antipolitica erano, per ampie fasce sociali e potenze economiche, un modo, certo irrituale e regressivo, di costruire la propria soggettività politica. Perché settori così ampi della neoborghesia italiana non hanno trovato altromododi proporsi nella sfera pubblica che quello delle agitazioni scomposte dietro figure carismatiche e miti antipolitici?
Trovare la risposta adeguata al quesito significa già aver imboccato la strategia giusta per imporre un esito costruttivo alla transizione. Dove una pigra convenzione scorge soltanto le movenze quasi sciamaniche di un corpo mediatico occorre rinvenire invece un blocco sociale che va scomposto, disarticolato con una forte iniziativa politica e sociale. Non è affatto scontato che questa destra si congederà subito dal corredo populista e che, nelle sue fila più grosse, non attenda altro che la tranquilla novella raccontata da un qualche amico ritrovato. Il tentativo di Alfano è in fondo quello di operare lui stesso la metamorfosi del Pdl in un partito di rango europeo, senza concedere l’operazione in appalto a Casini. L’esperienza del governo tecnico gli serve per aprire relazioni diplomatiche
con tutti, compreso il Pd e quindi per incassare un attestato di reciproca legittimazione, che è un prerequisito importante per un nuovo sistema politico e che non c’è mai stato nel corso del ventennio trascorso. Ha però le forze politiche e le risorse culturali per una impresa così ardua come quella di traghettare una formazione populista e carismatica nel solco di un partito di tipo europeo?
Non è detto che l’universo spaesato dopo la eclisse del Cavaliere non attenda altro che l’abbandonodel dialetto dell’antipolitica per la riconciliazione con la lingua della politica. Il lavoro di Alfano potrebbe per questo fallire nell’impedire che il Pdl abbia la sorte di un partito cristallo pronto a rompersi in mille pezzi. Alfano cerca di riannodare il dialogo con il Terzo Polo per dare un senso al suo disegno. Proprio questo incontro necessario, potrebbe però rivelarsi una attrazione fatale. Casini intende lucrare unvantaggio tattico per continuare a stare ancora immobile nella speranza di attrarre subito forze sbandate con la lingua riscoperta della normalità politica e della correttezza istituzionale. Se Alfano tesse per ricucire conil centro, Berlusconi coltiva ancora il richiamo della foresta per agganciare una Lega che accentua il suo profilo populista. La soluzione populista non è stata affatto archiviata dal Cavaliere combattente e dalla stampa rimasta a lui più fedele. Il proposito è quello di cavalcare ancora la carta estrema dell’antipolitica (contro i tecnici, le potenze forti d’Europa) confidando nel disagio sociale e nella disillusione dinanzi alle politiche del rigore. Un punto d’appoggio Berlusconi potrebbe trovarlo se la transizione odierna venisse vissuta come un fenomeno di rivoluzione passiva per cui a un capo che organizzava una potenza economica (privata- personale) subentra un tecnico espressionedi altre potenze economiche (privata-impersonale).
Il destino della destra dipenderà molto dalla capacità della sinistra di incidere nel tempo nuovo come forza della ricostruzione dell’ autonomia della politica in grado di opporsi al disegno caro a diversi editorialisti del Corriere di avere più decisione e meno concertazione.

L’Unità 01.12.11

"A Durban serve coraggio", di Marco Fratoddi

Una prima notizia è già arrivata: la prossima Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, la Cop 18, si terrà fra dodici mesi in Qatar. Il piccolo emirato infatti, neanche fossero le olimpiadi, ha battuto la candidatura della Corea del Sud e sarà dunque il primo fra i grandi produttori di petrolio ad ospitare il summit delle Nazioni Unite contro i combustibili fossili.
Intanto, però, che cosa sta accadendo durante il vertice che si è aperto lunedì scorso a Durban? Sembra che l’argomento, nonostante la presenza di Angelina Jolie, Al Gore e Leonardo Di Caprio, stia interessando davvero poco i media occidentali. Mai come stavolta del resto l’ormai tradizionale incontro di fine anno sul riscaldamento globale, che ha portato nella capitale sudafricana 17.000 delegati da 195 paesi, contiene un epilogo già scritto: gli Stati Uniti sono disposti a sottoscrivere un accordo vincolante soltanto se verranno imposte le stesse condizioni a Pechino.
Al contrario la Cina aderirà ad un nuovo trattato non prima di aver consolidato la propria condizione economica. Perciò, sostengono praticamente all’unanimità gli osservatori, il massimo che ci si può attendere da questa sessione è una proroga al 2015 del protocollo di Kyoto, mai ratificato dagli Usa e privo di obblighi per la Cina, che altrimenti dovrà andare in soffitta entro la fine del prossimo anno.
Sembra poco, in realtà sarebbe già un successo. Perché il conflitto fra le due superpotenze del clima, esploso nel 2009 a Copenhagen, non è l’unico a condizionare gli esiti del negoziato. Tanto per cominciare al fianco della Cina si schierano le altre economie emergenti che compongono il cosiddetto Basic, vale a dire Brasile, Sudafrica e India che ormai raggiungono complessivamente il 54 per cento delle emissioni e galoppano verso indici del Pil da primo mondo.
Quest’ultima, nonostante l’impegno volontario a ridurre del 25 per cento le emissioni entro il 2020, ha aumentato del 60 per cento le proprie emissioni rispetto a dieci anni fa e secondo l’Agenzia internazionale dell’energia rappresenta oggi il terzo inquinatore mondiale. Intanto Russia, Canada e Giappone, sempre in nome della competitività, hanno già fatto sapere che in mancanza di un accordo fra i principali inquinatori si chiameranno fuori da qualsiasi ipotesi di prosecuzione del trattato, anzi da Ottawa sembra sia già arrivato il ritiro ufficiale della firma a partire dal mese prossimo.
È una geopolitica sempre più inestricabile, insomma, quella che accompagna il negoziato: sul versante opposto i paesi dell’Alba (vale a dire Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Honduras, Nicaragua, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda), ancora al di fuori dei processi di rapida industrializzazione, si dicono fortemente preoccupati per il “vuoto legislativo” che potrebbe seguire al tramonto del protocollo di Kyoto e chiedono di rilanciare il dibattito sul Fondo verde per il clima (100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020) approvato lo scorso anno a Cancun.
Già, ma l’Europa? L’occasione che si presenta per il Vecchio Continente, proprio in funzione dello stallo fra i blocchi, è preziosa. Lo scorso 16 novembre, infatti, a Strasburgo è stata approvata una risoluzione che rilancia il ruolo dell’Ue nelle politiche globali verso l’economia low carbon auspicando la riconversione del sistema energetico alle rinnovabili ed evocando una vera e propria «road map della green economy». In più si propone di rimuovere entro il 2020 tutti gli incentivi dannosi per l’ambiente avanzando l’idea di una tassa mondiale sulle transazioni finanziare per «promuovere la protezione del clima e della biodiversità nei paesi in via di sviluppo».
Il pianeta nel frattempo, come sottolineano in molti, si trova all’ultima spiaggia visto che la temperatura durante l’ultimo secolo è salita di un grado e le emissioni, nonostante la crisi, sono tornate a crescere toccando quota +39 per cento rispetto al 1990. I negoziatori europei prendono tempo: «Aderiremo al nuovo trattato – ha dichiarato il capo della delegazione, Artur Runge-Metzger – soltanto se avremo la certezza che altri paesi lo faranno».
Ma forse con un po’ di coraggio l’Unione potrebbe spezzare la morsa nella quale Cina e Stati Uniti tengono in scacco la comunità internazionale attraverso una proposta che tenga insieme gli investimenti nell’innovazione e una normativa transitoria in grado di tutelare gli interessi dei paesi più deboli ai quali il global warming ha già presentato il conto.

da Europa Quotidiano 01.12.11

"La maschera caduta", di Roberto Saviano

È una rivoluzione per chi si occupa di mafie. La sentenza del Tribunale di Milano del 19 novembre, con le 110 condanne al processo sulla ‘ndrangheta al Nord, e l´inchiesta che ha portato all´arresto di un giudice cambiano la storia del potere – non solo criminale – del nostro Paese. La sentenza e questa inchiesta sono di carattere epocale perché mostrano una volta per tutte che le mafie comandano anche e soprattutto nell´economia del Nord Italia. Al Sud agiscono nelle modalità più violente, sia militari sia di accaparramento degli appalti. Considerano il Mezzogiorno come un territorio a loro completa disposizione. Il Nord, invece, è il luogo del silenzio facile, degli affari redditizi, dell´inesistente cultura dell´antimafia nelle istituzioni e di una robusta omertà da parte di tutti. Un luogo perfetto.
Il meccanismo di insediamento è capillare. L´imprenditoria del Nord Italia ha un canale di approvvigionamento di capitali attraverso il narcotraffico. L´economia italiana che già da anni subisce una progressiva crisi ha trovato nel territorio dell´illegalità capitali freschi. Soprattutto liquidi. L´insegnamento che emerge dalle carte dell´inchiesta porta a questa certezza: in economia vince chi riesce a usare ogni possibilità per sbaragliare la concorrenza. Chi segue le regole o non esiste o è già uno sconfitto.
Questa indagine che vede coinvolti personaggi delle istituzioni descrive la società civile mafiosa. Non affiliata: non ci sono pungiture, non ci sono battesimi, non ci sono pistole in faccia. I personaggi di questa inchiesta entrano in rapporto con i boss come se fossero normali interlocutori, senza dar troppo peso morale al proprio comportamento. Sembrano non avere neanche piena coscienza di quello che fanno. Forse hanno la sensazione, molto italiana, che così fan tutti, anzi che qualcuno starà facendo sicuramente peggio di loro.
E così scopriamo (se le indagini venissero confermate) un giudice che sarebbe stato corrotto favorendo la carriera della moglie, dirigente della provincia diventata commissario straordinario della Asl di Vibo Valentia e poi a sua volta inquisita per mafia. Scopriamo un altro magistrato, Giancarlo Giusti, di Palmi, che sarebbe stato corrotto con una serie di viaggi e soggiorni a Milano pagati dall´associazione con l´utilizzo di una ventina di escort diverse. La frase di Giusti emersa dalle intercettazioni “io dovevo fare il mafioso, non il giudice” è indice di una connivenza gravissima quanto cialtrona. Neanche il più corrotto dei magistrati si è mai relazionato così direttamente ad un affiliato: anche perché il suo ruolo, la sua professione è la “merce” che vende al mafioso, e non può svilirla. In questo caso invece c´è superficialità, connivenza, complicità assoluta: la corruzione viene percepita come un diritto naturale e acquisito.
Usando un concetto di Guy Debord, definito per comprendere la società dello spettacolo “il vero è un momento del falso” si può affermare che dopo queste inchieste pare evidente che l´illegale sta diventando un momento del legale. In passato l´attività criminale si contraddistingueva per l´efferatezza delle azioni, per i “lavori sporchi”, per le operazioni evidentemente e platealmente fuorilegge. Era un mondo a parte. Oggi, e da molto tempo, non più. Sempre di più il coinvolgimento di settori di società con il mondo criminale avviene seguendo un percorso imprenditoriale e politico almeno all´apparenza lineare, in cui i momenti di illegalità sono appunto “momento”. Fasi che servono per guadagnare di più, per ottenere favori, per emergere nel proprio campo. E in quanto “fasi” le persone che le vivono si perdonano facilmente, non si sentono nè traditrici né corrotti. Sembra delirante ma è ciò che emerge dall´inchiesta condotta dal pool del pm Boccassini. Il metodo Boccassini, erede del metodo Falcone, si contraddistingue per la ricerca capillare delle prove e un prudente rigore nella comunicazione delle indagini ai media: nulla parte da sensazioni o solo dalle intercettazioni o dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ilda Boccassini è stata spesso attaccata, isolata, stressata dal fango e dalle accuse di politicizzazione. Tutto questo è accaduto anche dentro l´ambiente della magistratura stessa. Queste inchieste e queste sentenze dimostrano, invece, che il suo metodo è rigoroso, ed è grazie al suo lavoro che possiamo gettare luce su una realtà del Nord che tanti non vogliono vedere.
Esattamente un anno fa La Lega e l´ex ministro Maroni rimasero scandalizzati quando denunciai in tv che le mafie al Nord interloquivano con i poteri, con tutti i poteri, nessuno escluso. Domandavo cosa facesse la Lega mentre dilagavano, e dilagano, i capitali criminali. Cosa facesse mentre gli imprenditori lombardi messi a dura prova dalla crisi economica entravano in rete con le ‘ndrine. Il quotidiano della famiglia Berlusconi lanciò addirittura una campagna e una raccolta di firme contro di me, reo di “dare del mafioso al Nord”.
Io non ho mai detto né pensato che “il Nord è mafioso”, naturalmente. Ma bisogna riconoscere che, oltre le fiaccolate contro il soggiorno obbligato e qualche iniziativa simbolica tesa ad aumentare la repressione, gran parte della politica e della cultura del settentrione italiano(con alcune coraggiose eccezioni, per fortuna) è stata silente sul potere delle cosche. E ora vorrei vedere i visi, ascoltare le parole di chi per decenni ha nascosto la testa nella sabbia, ha fatto finta di niente, ha permesso che il Nord diventasse parte fondamentale dell´economia mafiosa. E chiedere: perché?

La Repubblica 01.12.11

"Dal nuovo Ministro un altro segnale di discontinuità: dopo i genitori incontra gli studenti", di A.G. da La Tecnica della Scuola

Ha convocato il Forum nazionale delle associazioni studentesche, a cui partecipano i rappresentanti delle scuole superiori. Ha promesso loro che si impegnerà per istituire una legge sul diritto allo studio, migliorare lo stato dell’edilizia, della didattica e della valutazione. Gli studenti saliranno al Miur ogni due mesi. L’impressione è che si stia andando verso un reale cambia di rotta. Ancora un’apertura del nuovo Ministro nei confronti dei primi attori della scuola italiana: dopo aver infatti incontrato, la scorsa settimana, le associazioni dei genitori, stavolta, nell’ultimo giorno di novembre, Profumo ha voluto mettere sulla sua agenda di impegni gli studenti. Lo ha fatto convocando al Miur il Forum nazionale delle associazioni studentesche, a cui partecipano i rappresentanti degli studenti delle scuole secondarie superiori, di cui fanno parte il Movimento studentesco nazionale, il Movimento studenti cattolici, il Movimento studenti Azione Cattolica, l`Unione degli studenti, la Rete degli studenti e la Federazione degli studenti.
Coerentemente con quanto dichiarato subito dopo essere stato nominato Ministro, Profumo ha accolto i rappresentanti degli studenti dando loro “massima disponibilità al dialogo” ed esprimendo la volontà “di riunire il Forum con regolarità”.
Il responsabile del Miur ha subito voluto conoscere dai giovani convocati a viale Trastevere quali fossero le loro richieste più impellenti. E gli studenti non si sono fatti attendere, rivendicando una normativa nazionale che salvaguardi il diritto allo studio – che permetta l’assegnazione più fondi e l’assegnazione prioritaria a chi è indigente e ai meritevoli – , fatti e non parole sull’edilizia scolastica, una maggiore qualità della didattica, un sistema di valutazione meno autoritario.
Il ministro si è detto pronto a ragionare con gli studenti sulla necessità di una legge quadro per il diritto allo studio, inteso “come un aspetto di un tema più vasto, da inserire in un moderno concetto di welfare”. A conferma dell`attenzione rivolta all`argomento, il ministro ha annunciato la composizione, a breve, di un tavolo di confronto.
Per quanto riguarda l`edilizia scolastica, Profumo ha annunciato di aver già incontrato il ministro Fabrizio Barca, per aumentare, ove possibile, i fondi a disposizione degli istituti nelle regioni della convergenza. Con lo stesso obiettivo ha incontrato il presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini per le altre scuole del Paese. Ha poi speso parole di attenzione per le nuove tecnologie, per un qualificato sistema di valutazione, per “la valenza formativa dei tirocini” nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. Ha inoltre spiegato che è necessario “modulare i percorsi di studio e gli indirizzi dell`istruzione tecnica e professionale sulla base delle nuove professioni e dei nuovi profili richiesti dalle imprese”.
In generale Profumo ha sottolineato la necessità, in questa difficile congiuntura economica “di spendere bene le risorse che già sono a disposizione” e, all`insegna della piena trasparenza, ha espresso la volontà di pubblicare sul sito internet del Miur (come già ha iniziato a fare con i dati del 2010) tutte le informazioni su numeri e caratteristiche della scuola italiana.
Gli studenti sembrano aver gradito l’impostazione dei nuovi rapporti e le priorità espresse dal Ministro. Secondo Sofia Sabatino, della Rete degli Studenti, Profumo “si è mostrato disponibile nei confronti degli studenti, ponendo seria attenzione a molte delle proposte sollevate, impegnandosi a convocare il forum con cadenza bimestrale”. L’impressione che i ragazzi hanno avuto è che quel “cambio di rotta” tante volte chiesto all’ex ministro Gelmini stavolta dovrebbe esserci: “gli studenti – ha sottolineato Sabatino – sono il centro del sistema formativo e per questo va dato e riconosciuto un ruolo di protagonismo nei processi decisionali sul scuola e formazione”. Il nuovo primo inquilino di viale Trastevere lo sa bene, avendo avuto una lunga esperienza di docente e rettore universitario: è abituato a rapportarsi con i giovani e ad ascoltarli. Resta da capire se però avrà la possibilità di passare anche ai fatti.

La Tecnica della Scuola 01.12.11

"Peggiora la disoccupazione oltre 2 milioni senza lavoro", di Barbara Corrao

Sale, ancora, la disoccupazione in ottobre, l’occupazione è ferma e l’inflazione dà qualche timido segnale di raffreddamento in novembre (-0,1%) ma rimane alta su base annua (+3,3%). E’ questa la terna dei dati diffusi ieri dall’Istat insieme all’Eurostat. Il tasso di disoccupazione italiano si porta all’8,5% rispetto all’8,3% di settembre, con una tendenza al peggioramento di livello europeo. L’occupazione è di poco conforto e l’incremento dello 0,2% su base annua è a beneficio esclusivo delle donne (+1,2%). Per gli uomini, purtroppo, anche questo dato è negativo (-0,4%).
In Europa sono ormai 23,55 milioni i disoccupati, 130 mila in più (10,3%) rispetto a settembre. Solo nell’Eurozona siamo a 16,9 milioni. In Italia, per quanto grave sia il dato di ottobre, è comunque inferiore alla media europea dove l’apice è rappresentato da Spagna e Grecia (22,8 e 18,3 per cento) mentre Austria, Lussemburgo e Olanda sono a livelli inferiori al 5%. La Germania, la sola ad essere in controtendenza, ha annunciato in novembre un dato migliore delle attese, scendendo sotto quota 7%.
Insomma se l’inflazione dà segni di rallentamento, come era nelle previsioni dei centri studi che ipotizzano un’ulteriore calo in dicembre, l’occupazione rimane il vero nodo da sciogliere. Il tasso di occupazione è fermo al 56,9%, frutto di 69.000 uomini occupati in meno e 76.000 donne occupate in più, un fatto nuovo e positivo. Ma all’occupazione complessivamente bloccata corrisponde un aumento di 53 mila disoccupati rispetto a settembre (+2,5%). Ed è questo che desta le maggiori preoccupazioni nei sindacati, ma non solo in loro. La disoccupazione maschile è aumentata del 2,5% rispetto a settembre e dell’1,8% in un anno. Scende la disoccupazione femminile, aumenta quella maschile ma soprattutto, la disoccupazione giovanile è ancora al 29,2%, in calo appena dello 0,1% rispetto a settembre. «Temo che il 2012 si apra all’insegna di una caduta verticale dell’occupazione nel Paese», commenta il segretario della Cgil Susanna Camusso. «L’aumento del tasso di disoccupazione ci riporta a percentuali del 2010 e resta allarmante il dato sul tasso dei ragazzi in cerca di occupazione», aggiunge Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. «Situazione molto preoccupante», anche a giudizio di Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl che sottolinea come ci sia uno zoccolo di 2.134.000 persone che continua a cercare lavoro e non lo trova.
Il campanello dall’allarme della disoccupazione conferma un quadro stagnante, o peggio, recessivo dell’economia. La Confcommercio ritiene che «consumi declinanti e disoccupazione crescente sono le principali evidenze di uno stato critico dell’economia». Ma la Federdistribuzione si aspetta novità positive dalla manovra allo studio del governo. «Riforme strutturali in materia di maggiore concorrenza e libertà d’impresa possono essere in grado di arginare l’aumento dei prezzi e contribuire al rilancio dell’economia del Paese», afferma il presidente Giovanni Cobolli Gigli
L’inflazione acquisita per il 2011 è arrivata al 2,7% mentre a novembre sono diminuiti spettacoli (-1,2%), ristoranti (-1,5%) e servizi relativi ai trasporti (-1%). Sono invece aumentati gli alimentari non lavorati, come frutta e verdura(+1,5%) che risentono dell’aumento dei carburanti: la benzina +0,2% sul mese precedente e il gasolio +1,7%. Forti aumenti delle materie prime come zucchero e caffè che salgono del 17%. E spingono le associazioni dei consumatori a gridare contro «la speculazione».

Il Messaggero 01.12.11

"Berlino salverà l´Europa?", di Barbara Spinelli

Da quando s´è inasprito l´attacco alla zona euro, il sociologo Ulrich Beck accusa la Germania di un peccato grave: l´euronazionalismo. Dimentica delle regole democratiche, spesso arrogante, Angela Merkel incarnerebbe «una versione europea del nazionalismo della Deutsche Mark», elevando a dogma continentale la propria cultura della stabilità. Per sua colpa i tecnocrati avrebbero soppiantato i politici europei. Il veto opposto al referendum sull´austerità, annunciato e poi abbandonato dall´ex Premier Papandreou, testimonierebbe il divario apertosi fra Europa e democrazia. Sono molti gli indizi che sembrano dar ragione a Beck. La Merkel s´ostina a scartare proposte su un sostegno più attivo della Bce ai paesi in difficoltà, nonostante le obiezioni mosse nel suo stesso partito, nell´opposizione, perfino nel Comitato dei cinque Saggi (il Sachverständigenrat) incaricato di guidare i governi tedeschi nelle scelte economiche. Almeno due di loro, Peter Bofinger e Bert Rürup, si battono per una Bce più dinamica e per gli eurobond (non solo al fine di arginare la speculazione; anche per piani di rilancio che gli Stati non possono permettersi ma l´Unione sì). Romano Prodi ha detto, sul Messaggero: «È venuto ora il tempo che la Germania prenda una decisione su come vorrà utilizzare l´immenso potere raggiunto. Lo può usare a servizio di se stessa e dell´Unione europea, o contro se stessa e contro l´Europa». A Berlino, l´economista Henrik Enderlein non è meno duro: la Germania, dice, non ha capito che «l´euro non poteva vivere a lungo senza una comune politica fiscale, economica. Che non era un punto d´arrivo dell´integrazione, ma un punto di partenza».
Eppure la Germania non è stata sempre così riluttante, almeno in teoria. L´idea che l´euro fosse arrischiato, senza unione politica, affiorò più volte in passato – nella stessa Bundesbank, nella Corte costituzionale – e proprio ora che urge avanzare Berlino si ritrae, come inorridita da un ramarro. Iniziare avventure nuove in politica è difficile, quando il popolo impaurito si fa calmare da posizioni che hanno il potere ansiolitico delle ortodossie o dei localismi. Meglio chiudersi in recinti, e dire tanti No.
Alcune denunce di Beck sono diffuse nelle sinistre europee (non la parte del suo discorso favorevole a un´Europa cittadina, sovranazionale), ma molti critici del neo-nazionalismo tedesco non le condividono. Il referendum greco è da questi ultimi disapprovato non perché troppo democratico, ma perché chiedendo ai cittadini di pronunciarsi solo sui tagli di spesa, rischiava di usare il popolo anziché illuminarlo. Nessun cittadino ama i tagli, specie quando i più ricchi sono risparmiati. Se oggi venisse posta la vera questione ai greci («Volete restare nell´euro?») non è detto che la risposta sarebbe negativa.
Quel che spesso viene trascurato, è che la cultura tedesca della stabilità non è un mostro, anche se radicalmente imperfetta perché orfana di un´autentica scelta europea. È una cultura che ha fatto della Germania l´unica alternativa non spietata ai modelli cinese e americano: è fondata sulla valorizzazione dei sindacati, su misure concordi contro le delocalizzazioni, su salari alti (Federico Rampini lo spiega bene in Alla mia sinistra). Anche la questione demografica, Berlino l´ha affrontata con saggezza: l´abbandono del diritto del sangue, che vietava agli stranieri nati in Germania d´esser cittadini tedeschi (un diritto «folle o assurdo», secondo Napolitano, tuttora valido da noi) risale al 2000. Mario Monti, parlando al Senato il 17 novembre, ha difeso una cultura non esogena della stabilità: «Gli studi dei migliori centri di ricerca italiani avevano individuato le misure necessarie molto prima che esse venissero recepite nei documenti che abbiamo ricevuto dalle istituzioni europee».
I critici più seri del comportamento tedesco sanno queste cose, e sperano dunque che le regressioni siano reversibili. Le lentezze della Merkel sulla Grecia sono state sciagurate (l´anno e mezzo perduto ha scatenato l´odierno marasma) ma sono anche il segno che il male tedesco non è la volontà imperiale, ma l´incapacità di volere. All´ultimo minuto, Berlino non ha mollato Atene. È il motivo per cui non si può escludere una svolta, sia pur timida, al vertice dei capi di Stato o di governo dell´8-9 dicembre. A meno di crisi aggravata, il governo tedesco continuerà a respingere una gestione comune del debito, dunque gli eurobond. A escludere che la Banca centrale europea diventi prestatore di ultima istanza. Ma qualcosa forse si muove: è successo il 23 novembre, quando Berlino ha visto pericolare i propri titoli di Stato, e toccato con mano la realtà. Se l´euro finisce sarà rovina anche per lei, che di una moneta più debole del marco ha profittato esportando al massimo.
La presa di coscienza potrebbe prender forme diverse, più o meno stabili o dannose. Il Cancelliere promette cose «molto impressionanti», e tra queste cose potrebbe esserci il ritorno all´antica convinzione europeista, secondo la quale occorre un´unione federale – specie fra stati dell´euro – perché si possa mettere in comune sforzi, sacrifici. A queste condizioni sì, la solidarietà è accettata: la paura che i soldi siano sperperati si attenuerebbe. Quel che potrebbe ripetersi, è la scommessa fatta con l´euro. Già allora la moneta tedesca era la più forte, e per spingere Kohl a sacrificare il marco sovrano fu necessario dare qualcosa in cambio: nacque così il Patto di stabilità e crescita. Lo stesso andrebbe fatto ora, per convincere la Merkel e il suo popolo. Oggi tocca fare un passo avanti ulteriore: se si vuole un Fondo salva-Stati davvero potente, urge dare alla Germania la garanzia che esso non faciliterà il lassismo e servirà a mettere sotto controllo la politica fiscale ed economica degli stati, che dovranno quindi rinunciare alla loro sovranità in materia. Tali garanzie dovranno valere anche per Berlino. Dice Alfonso Iozzo, economista e federalista militante: «Jean Monnet direbbe oggi: istituiamo subito un Governo provvisorio dell´Eurozona dotato dei poteri – a carattere federale come nel caso della moneta – per gestire l´Unione Fiscale: un governo che assicuri la stabilità finanziaria dei paesi che avranno così rinunciato alla piena sovranità, e avvii un nuovo ciclo di sviluppo». Non si otterrà questo: ma questo dovrebbe essere l´obiettivo.
La questione della Banca centrale europea prestatore d´ultima istanza è più complessa. Le resistenze non vengono solo da Berlino, ma dalle autorità monetarie europee. La Bce, dicono a Francoforte, è prestatore di ultima istanza nei confronti delle banche, non degli Stati. L´articolo 123 del Trattato di Lisbona vieta a Bce e banche centrali nazionali di prestare direttamente fondi ai governi. Questo significa che esse possono acquistare titoli solo sul mercato secondario, oggi instabile. È quello che la Bce ha fatto in questi mesi, anche se in misura limitata e senza certezze di continuità. L´assenza di certezza dà l´impressione di una Banca non affidabile come la Federal Reserve. I suoi difetti non solo imputabili solo a Berlino, ma difetti restano. La Germania che guida l´Europa è a un incrocio di strade. Può fare o disfare l´Unione. La disfa più che mai, quando sogna un piccolo nucleo di paesi risparmiatori: armato magari di eurobond, isola degli happy few. Sarebbe la soluzione più micidiale: getterebbe nel caos gli stati che usano l´euro, ma fuori dal cerchio magico.
Forse al prossimo vertice capiremo meglio dove voglia andare Berlino: se verso una spaccatura europea o un trattato più federale. Al centro, quella che Schmidt chiamava nel ´96 l´«ipocondriaca paura tedesca del nuovo», unita ai timori che Berlino incute in Europa. Di questi timori il dispositivo centrale è la parola azzardo morale: quello che si corre quando i dilapidatori, perché assistiti o rassicurati, cessano di vigilare se stessi e disciplinarsi. Spetta alle istituzioni europee, e a tutti gli Stati, dimostrare che l´azzardo scema se accanto alla cultura della stabilità nasce una fiducia reciproca duratura, che solo l´unità politica dell´Europa può dare.

La Repubblica 01.12.11

PD 3 e 4 dicembre a Roma: Stati generali della Cultura

Sabato 3 e domenica 4 dicembre si terranno a Roma gli Stati generali della Cultura. Un appuntamento, organizzato dal PD dopo i lavori di oltre settanta assemblee svoltesi in tutta Italia, nel corso del quale professionisti e operatori della cultura e dello spettacolo, esperti, studiosi, associazioni e forze sociali si confronteranno sulle prospettive del settore affinché l’Italia torni ad essere fabbrica di cultura, laboratorio di innovazione e creatività.

La due giorni democratica, che si svolgerà alle ex Officine Marconi (via Biagio Petrocelli, 147), si aprirà sabato alle ore 9.30 con la relazione di Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione del Pd, e si concluderà, domenica 4 dicembre, con l’intervento del segretario, Pier Luigi Bersani.

Agli Stati generali parteciperanno il ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi e il sottosegretario, Roberto Cecchi. Interverranno, inoltre, Walter Veltroni, Stefano Fassina, i parlamentari del Pd delle commissioni Cultura di Camera e Senato.

Saranno presenti, tra gli altri, Silvia Ballestra, Ettore Bernabei, Michela Borsari, Gianrico Carofiglio, Vincenzo Cerami, Stefano Di Battista, Roberto Esposito, Carlo Freccero, Massimo Ghini, Pietro Guzzo, Adriano La Regina, Giuseppe Laterza, Daniele Lucchetti, Silvio Orlando, Antonio Pennacchi, Ilaria Pilar, Luca Ronconi, Franco Scaglia, Giulio Scarpati, Carlo Sini, Marino Sinibaldi, Guia Soncini, Flavio Soriga, Riccardo Tozzi, Giuseppe Vacca.

I lavori saranno trasmessi in diretta da Youdem Tv, canale 808 di Sky, e in streaming su youdem.tv. La manifestazione sarà in diretta anche su twitter utilizzando #fabbricadicultura.

www.partitodemocratico.it