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"Il decennio perduto delle grandi opere realizzato il 10% del piano-Berlusconi", di Roberto Mania

La spesa per infrastrutture è scesa del 34% in tre anni. L´Ance denuncia siamo ai minimi dagli anni ‘90. Monti e il neoministro Passera puntano a coinvolgere maggiormente i capitali privati per velocizzare le realizzazioni
Strade, ferrovie, porti, banda larga: i cantieri sono da sempre un caposaldo di tutti i programmi di governo. In realtà si aggrava il ritardo con l´Europa perché i progetti rimangono sulla carta. Era il 18 dicembre del 2000, quando Silvio Berlusconi, allora leader dell´opposizione e con qualche capello in meno rispetto ad oggi, si alzò dalla sua poltroncina di Porta a Porta e su una lavagnetta tracciò le linee dell´Italia che voleva.
Corridoi europei, ponti avveniristici, ferrovie super veloci, autostrade american style, mega porti. Un´Italia che correva, inarrestabile. Sulla carta, però. Perché in questo decennio nel quale il Cavaliere è sempre stato a Palazzo Chigi, salvo la biennale parentesi di Romano Prodi, la penisola è rimasta ferma. Come il Pil, e non casualmente. Un paese immobile, mentre gli annunci si sono moltiplicati e più di una volta la posa della prima pietra e il taglio del nastro inaugurale, invece, si sono ripetuti. Le strombazzate grandi opere non si sono viste. Si è realizzato non più del 10% di quanto previsto. Oltre il passante di Mestre davvero c´è ben poco di significativo. Anche il contrastato progetto del Ponte sullo Stretto è rimasto senza risorse finanziarie per decisione del Parlamento. Ci sono ancora 50 chilometri della Salerno-Reggio Calabria da appaltare a parte i ritardi in diversi lotti. Nel 2013 non sarà pronta, nonostante gli annunci di Berlusconi e dell´Anas. Per andare da Napoli a Bari in treno ci si mette ancora quattro ore. Se il Ponte – come pare – non dovesse essere fatto lo Stato dovrà pagare una penale di circa 450 milioni, secondo la Cgil, al general contractor Eurolink (Impregilo) perché il cantiere della variante ferroviaria di Canitello (opera da 300 milioni) è stato aperto. È fermo anche il terzo valico dei Giovi, nella tratta Genova-Milano per il quale è prossima l´assegnazione del primo lotto. Di fatto ci sono i buchi nella montagna. Tutto fermo o lentamente in movimento.
Il nostro gap infrastrutturale, compreso quello digitale, con gli altri più importanti concorrenti europei si è aggravato in maniera impressionante. Da qui deve ripartire il governo tutto tecnico di Mario Monti. Che qualcosa ha detto nel suo discorso programmatico a Montecitorio: «Dal lato della spesa, un impulso all´attività economica potrà derivare da un aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture. Occorre inoltre operare per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea con l´agenda digitale». Project financing, dunque, e contrasto al digital divide. E il neo ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha già fatto sapere che vuole essere giudicato per quanto riuscirà a fare su questo fronte e non per suo passato di banchiere.
Ma intanto i dati di Eurostat, il confronto con l´Europa. In Spagna dal 1970 al 2008 la rete autostradale è cresciuta di 35 volte rispetto alla dotazione iniziale; in Francia di sette; in Germania di due; in Italia solo una volta e mezza. L´alta velocità: nel 1981 eravamo secondi dietro la Francia con 150 chilometri, ora (anno 2010) la Spagna è a 2.056 chilometri, la Francia a 1.896, la Germania a 1.285, noi a 923, davanti al piccolo Belgio che ne ha 209. Nel sistema portuale – certifica l´ultimo Rapporto dell´Ance sulle infrastrutture in Italia – c´è stato un tracollo: nel 2008 i sette principali porti italiani hanno movimentato ben 2,3 milioni di Teu (l´unità di misura del container) in meno rispetto al solo porto di Rotterdam. Abbiamo la metà degli aeroporti medio-piccoli (meno di 500 mila passeggeri l´anno) di quanti ne abbia la Grecia e un terzo rispetto alla Francia, e questo non aiuta il turismo nelle località turistiche. I fiumi non sono sostanzialmente utilizzati per il trasporto merci e le metropolitane di Roma e Milano equivalgono a quelle di città come Lille e Newcastle. Solo la metropolitana di Londra è due volte e mezzo più lunga di tutta la rete italiana. Siamo sotto la media europea anche per le connessioni Internet con la banda larga: il 59% delle famiglie italiane ha un collegamento alla rete e di queste l´83% con la banda larga contro l´87% della media Ue.
Le cause dei nostri ritardi sono certamente strutturali, nascono da lontano, ma l´ultimo governo ci ha messo del suo con i tagli drastici agli investimenti. «Tremonti ha raggiunto il suo scopo: non spendere», dice Walter Schiavella, segretario generale degli edili della Cgil. È un fatto, non un´opinione. Nel triennio 2009-2011 le risorse per le nuove infrastrutture hanno subito una riduzione – secondo uno studio dell´Ance – del 34% «toccando il livello più basso degli ultimi venti anni». E così siamo diventati anche il paese dei cantieri fermi.

La Repubblica 30.11.11

"Ma dove stavano tutti questi bravi?", di Stefano Menichini

Adesso che la nomina dei sottosegretari ha completato (fatte salve tutte le possibili critiche e riserve) la squadra di governo più competente, esperta e affidabile della storia recente, diventa inevitabile farsi qualche domanda antipatica sul tema.
Intanto c’è il fatto che in queste settimane l’Italia sta scoprendo di avere gente in gamba disposta a prendersi una bella gatta da pelare, e questo riabilita in parte un establishment nazionale di cui si è usi parlare malissimo, dimenticando che nessun paese moderno può funzionare per un solo giorno senza avere un ceto trasversale di comando che a livello pubblico e privato governa, amministra, pianifica, prende decisioni, le trasmette e le applica, si assume responsabilità.
C’è poi da dire che il tema della momentanea separazione, o meglio inversione di ruoli, fra tecnica e politica, può apparire sotto un’altra luce.
Conosciamo quasi tutti i sottosegretari nominati ieri. Ebbene nessuno di loro scende da Marte, quasi tutti (lasciamo da parte quelli più dichiaratamente affini a qualche partito) hanno trascorso una vita professionale lavorando per la politica: dando consulenze, elaborando progetti, trasformando promesse elettorali o compromessi parlamentari in leggi. Se oggi li riscopriamo così bravi, capaci, onesti e affidabili, perché la politica che fino a ieri li impiegava s’è dimostrata tanto inefficace?
Forse il rischio vero, per i partiti, non è nel fallimento dei tecnici del governo Monti, bensì nel loro eventuale successo. Perché se costoro dovessero riuscire dove hanno fallito elefantiaci governi composti a ogni livello da professionisti della politica, si scoprirebbe che il problema-Italia non è tanto nel valore della classe dirigente nel suo insieme, e neanche (non solo) nelle regole farraginose del governo e del parlamento, bensì proprio nella cattiva qualità della irrinunciabile democrazia dei partiti. E se questi ultimi nel frattempo non si fossero radicalmente autoriformati, questa esperienza potrebbe essere l’anticamera della messa in discussione della democrazia tout court.

da Europa Quotidiano 30.11.11

"Basta leggi ad personam. La giustizia di fronte ai suoi veri problemi" di Claudia Fusani

E per una volta non volano parole dure, niente guelfi e ghibellini, nè pugni sui tavoli, ultimatum o minacce. Per una volta, non si sa per quanto ma prediamo quello che c’è, si parla di giustizia intesa come servizio ai cittadini e in termini molto concreti. «Vi dirò cosa secondo me è possibile fare in un periodo di tempo relativamente breve» dice il ministro della Giustizia Paola Severino seduta davanti ai membri della Commissione Giustizia del Senato. È un programma che lei definisce «scarnificato», puntato su tre settori – carcere, giustizia civile e revisione delle circoscrizioni giudiziarie -, ispirato «a risparmio e recupero dell’efficienza che sono le linee guida del governo» ma che alla fine, se realizzato, diventa – lo dice il senatore Li Gotti che con l’Idv non ha certo regalato la fiducia all’esecutivo Monti – «la vera riforma globale della giustizia da quindici anni a questa parte».
BASTA GUERRA
Vuoti e pieni. Senza nulla togliere ai “pieni”, cioè al contenuto del programma del neoministro, dopo quindici anni di guerra civile tra politica e giustizia intorno al conflitto di interessi fatto persona, cioè Silvio Berlusconi, conviene parlare per un attimo e prima dei “vuoti”. Il nuovo Guardasigilli non ha sfiorato questioni come processi brevi o lunghi, non ha parlato
di intercettazioni, nè di riforme epocali della giustizia che, nel ddl Alfano riscrivevano il titolo IV della Costituzione. L’unico nervo scoperto che ha toccato – la responsabilità civile dei giudici per cui l’Italia è stata bocciata una settimana fa dalla Ue perchè «non tutela abbastanza i cittadini contro gli errori delle toghe» – è stato per dire: «Devo ancora leggere con attenzione la sentenza europea». Nessun riferimento a leggi ad personam. E’ finita veramenrte un’epoca? Paola Severino – raccontano i colleghi – è penalista «preparata, corretta e concreta», docente universitaria «chiara, esigente ma poi generosa». Il ministro assomiglia alla sua fama. Appena arrivata al Senato svicola un placcaggio del presidente della Com che aveva già “allestito” un teatrino ad uso delle telecamere cercando di strappare pronostici sull’amnistia.
«Ma io devo parlare in Commissione» ha sorriso il ministro tirando dritto. La premessa non è scontata: «Vorrei mantenere con voi una costanza nei rapporti, per un governo tecnico il confronto parlamentare é ancora piú importante». Scarta subito l’ipotesi di mettere mano al codice penale e di procedura.«Come penalista sarebbe il mio sogno ma è al di sopra delle forze e della possibilità. Quindi ragioniamo di quello che è possibile fare». La vera «emergenza» è il carcere con 68 mila detenuti, 39 mila agenti e 44 mila posti letto. Ma l’amnistia e altri provvedimenti svuota-carcere «non sono all’ordine del giorno perchè io cerco altri mezzi deflattivi con effetti piú stabilizzanti». Cassata l’ipotesi di costruire nuove carceri («tempi troppo lunghi, inutile per l’emergenza» ) restano le misure alternative alla detenzione.
«Dobbiamo – spiega il ministro – far scontare la detenzione in
luoghi e forme diverse assicurando al tempo stesso l’ordine sociale».
L’uovo di Colombo si chiama «messa alla prova», cioè lavori socialmente utili al posto della pena e «detenzione domiciliare sfruttando al massimoil braccialetto elettronico che funziona bene negli Stati Uniti e in Europa. Si tratta di superare difficoltà tecnica su cui mi sono già confrontata con il ministro dell’Interno e posso dire che siamo a buon punto». Il braccialetto, soprattutto, risolverebbe quel problema assurdo che è il fenomeno delle “porte girevoli” (22 mila
detenuti, un terzo del totale, resta in carcere tre giorni) la cui eliminazione porterebbe risparmi enormi (113 euro è il costo medio giornaliero di ogni detenuto nel 2010).
Il ministro immagina «una somma di interventi da coordinare insieme per consentire una deflazione stabile». Tra questi anche una «Carta dei diritti e dei doveri di chi entra in carcere» tra tradurre in varie lingue «per far sentiremeno smarrito chi entra in carcere e i familiari». In agenda sono segnati interventi immediati nel processo civile «per creare efficienza attraverso la giustizia soprattutto quella civile così strettamente legata alla nostra economia». E nella risistemazione delle circoscrizioni giudiziarie «per cui servono
criteri oggettivi altrimenti non si va da nessuna parte». Il taglio del numero di procure e tribunali comporta un recupero di 900 magistrati e 5000 impiegati. Il Guardasigilli vuole anche
tranquillizzare sul tema della liberalizzazioni delle professioni: «E’ un percorso già avviato. Nessuno vuole eliminare gli ordini professionali, dobbiamo invece abolire gli ostacoli eccessivi alla pratica delle professioni e garantirne la qualità». Efficienza qualità e risparmio. Un libro dei sogni. «Ma a volte – è ottimista il ministro – i sogni si avverano».

L’Unità 30.11.11

"Come dare un senso alla vita", di Michela Marzano

Esiste un diritto di morire? Si può legittimamente programmare la propria morte, facendosi aiutare da un medico? Ognuno di noi ha sicuramente il diritto di essere riconosciuto come soggetto della propria vita fino alla fine, anche in punto di morte. Perché anche la morte fa parte della condizione umana e, un giorno o l´altro, ci ritroveremo tutti lì, magari impotenti di fronte alle decisioni che altri vorranno prendere al nostro posto, cercando di essere rispettati almeno un´ultima volta, soprattutto quando non c´è più niente da fare… Non per questo, però, si deve poi banalizzare la questione dell´eutanasia, e pensare che non ci sia nessuna differenza tra il lasciar morire e il far morire, il suicidio e il suicidio assistito. È per questo che in Francia, dal 2005, esiste una legge che cerca di mettere un po´ di ordine all´interno del dibattito sull´eutanasia e che distingue in modo chiaro il suicidio assistito, che resta illegale, dalla fine di ogni tipo di accanimento terapeutico – anche se poi interrompere le cure ha come conseguenza la morte del paziente. Abbandonando il tradizionale paternalismo, la Francia accetta l´idea che ogni persona abbia il diritto di esprimere il proprio punto di vista e che il medico non debba imporre a nessuno la propria concezione della morale: le cure possono essere interrotte o mai intraprese se un paziente lo richiede, quando è in fase terminale di una malattia incurabile. Il medico può inoltre, sempre in accordo con il malato e la famiglia, somministrare forti dosi di analgesico per lenire la sofferenza, anche se la somministrazione “può avere come effetto secondario il fatto di accorciarne la vita”, come si legge all´art. 2 della legge del 22 aprile 2005. Invece di proclamare in modo astratto il valore inalienabile della vita, la legge francese cerca di prendere in considerazione la specificità individuale di ogni malato, anche se non ammette, come è invece il caso della Svizzera, di “far morire” coloro che, in determinate condizioni, lo domandano.
Che dire allora di fronte al suicidio assistito di Lucio Magri? Pare che la depressione del fondatore del Manifesto fosse profonda e incurabile. Pare che Magri fosse scivolato nel baratro della disperazione dopo la morte della moglie. Pare che volesse farla finita. Che di fronte all´abisso ormai incolmabile tra quello in cui credeva e la realtà, la vita gli fosse diventata insopportabile. Ma cosa chiede esattamente una persona che dice di “voler morire”? Si può rispondere con un atto, ad una domanda che a volte “chiede altro”? Perché tante volte dietro al “voglio farla finita” c´è una moltitudine di cose. C´è la delusione di chi avrebbe voluto che la realtà fosse diversa. C´è lo sconforto della solitudine. C´è il bisogno di un ascolto vero… Tutte quelle cose che la morte non dà, perché con la morte tutto finisce e non c´è più la possibilità di tornare indietro. Al contempo, se la morte sembra l´unica possibilità per mettere un termine ad una sofferenza che non si sopporta più, si può semplicemente decidere che “non si fa”, perché la vita è “sacra”? Il padre della psicanalisi, Freud, ci ha insegnato che talvolta il suicidio è l´unica via d´uscita per non morire psichicamente. In casi come questi, quando la domanda è lucida, ripetuta, confermata più volte, perché un medico non dovrebbe aiutare una persona a partire, invece di obbligarla a vivere una vita che, per chi chiede di andarsene, non vale più la pena di essere vissuta?
Le domande sono tante. E non è facile trovare delle risposte. Come sempre, quando si è di fronte a quello che gli specialisti chiamano un “dilemma morale”, la buona soluzione non esiste. Perché è difficile chiedere ad un medico, la cui vocazione è in fondo quella di “far vivere”, di essere poi anche capace, in determinate circostanze, di “far morire”. Ma è anche difficile dire a chi non vuole più vivere: dai, un piccolo sforzo! non ti rendi conto che non spetta a te decidere come e quando andartene? Perché non esiste un “diritto di morire”. Su questo punto non ci sono dubbi. Ce lo ha recentemente ricordato anche la Corte europea dei Diritti dell´Uomo. Ma non esiste nemmeno un “dovere di vivere”, né un “dovere di far vivere”. Soprattutto quando una persona ha deciso altrimenti. Nei Fratelli Karamazov, Dostoevskij scriveva: “Ama la vita più del senso, e anche il senso troverai”. Ma quando la vita non la si ama proprio più, come si fa a darle ancora un senso?

La Repubblica 30.11.11

"Un giorno sarai ministro", di Mila Spicola

Il giorno dopo la presentazione del governo di Mario Monti mi ero svegliata con un proposito. Entrare in classe e dire: «Studiate, ragazzi, dai. Chi studia viene premiato. Potreste diventare persino ministri ». Quel giorno appesi la borsa alla sedia, ho aperto il registro di classe, firmato… «Ragazzi, ascoltate…»Gli occhi si sono fissati negli occhi di M. che ha il papà in galera, negli occhi di G. che è dislessico, disgrafico e sua mamma ogni volta allarga le braccia, negli occhi di G. che è intelligente, sì, ma è un pazzo scatenato, e quando chiamo la mamma..«la mamma non può venire»… negli occhi di F. che il libro non ce l’ha, ma ha un cellulare nuovo. Negli occhi di D, che conosce a memoria tutte le puntate del capo dei capi e nulla mi sa dire circa libri, diario, quaderni. Poi vedo M,quella bravissima, nonostante tutto quello che manca a scuola da noi e a casa sua emi ripetevo: ma che lo dico a lei? Che è l’unica che lo sa che deve studiare e infatti studia? Davanti a me gli occhi di tanti ragazzi palermitani, campani, sardi, che al disagio familiare sommano il disagio di scuole dimenticate, senza fondi, insicure e cadenti. Osservavo questo nuovo governo formato da persone stimabili edi grandi meriti emi immaginavo, un giorno, uno dei miei ragazzi al posto loro. G. in giacca e cravatta, ed M. con un bel tailleur color crema. Ma come potrebbe accadere?Non sono mica tanti piccoli ricchi Pierini cresciuti bene, con famiglie benestanti, strutture adeguate e destini già segnati. Sono i miei ragazzi del sud. I miei 44 su 100 che vivono sotto la soglia di povertà, che non hanno libri e a volte nemmeno vestiti. E sono rimasta zitta. Impotente, ecco come mi sentivo e come mi sono sentita in questi anni. Perché vorrei che anche i miei Salvo, Totuccio, Cetty crescessero egualmente bene, con eguali mezzi. Con il meglio: non il peggio del peggio. Nonostante la crisi, i conti e le lacrime. Qualcosa a questi ragazzi gliela dobbiamo restituire, a Palermo, a Napoli, nelle periferie di Cinisello.. Quelli che partono ultimi e tali rimangono: in classe, come nei test nazionali e poi ci chiedono pure perché. Metterli nelle identiche condizioni di altri, per dar loro modo di essere ministri o molto meno: per scelta, non per destino. Senza pensare che sia uno spreco e che soldi non ce ne sono. Questo pensavo quel giorno, un po’ scoraggiata, un po’ prevenuta lo ammetto e ripercorrevo le infinite discussioni per raccontare, per convincere, per tentare di aprire occhi e menti. E i muri sempre più alti. I colleghi licenziati, le classi affollate di vite difficilissime. E sono solo ragazzi. Esiste un ragazzo non difficile? E poi..un piccolo miracolo. Tutto mi sarei aspettata tranne che applaudire un banchiere, Visco, mentre leggevo le sue parole che sono state in questi anni le mie, le nostre, nelle classi, nelle scuole, nelle piazze, su questo giornale. È «fondamentale investire in istruzione» che oltretutto ridurrebbe gli incentivi a delinquere «perché ne diminuisce il guadagno relativamente a quello conseguibile legalmente». E sì, caro Visco, hai ripetuto le nostre litanie finalmente, che non erano litanie ma verità:«Un paese come il nostro, povero di risorse materiali e ormai in ritardo su diversi fronti, dovrebbe mirare a investire in conoscenza non “sotto” e neppure “sulla” ma “al di sopra” della media di altri paesi più dotati di risorse naturali». «Sono ritardi gravosi – ha concluso Visco – ancor più in un Paese che, come il nostro, registra da tempo un deficit di crescita. È per questo che le politiche dell’ istruzione non devono semplicemente mirare a colmare i divari con le economie più avanzate». Colmare i divari. Quelli dei 44 bambini su 100 poveri al sud, che sono anche quelli che rimangono indietro a scuola, che sono anche quelli del 26%di dispersi dalla scuola, che sono anche quelli a cui la Gelmini ha tolto più ore e più docenti, che sono anche quelli che la classe politica tutta, nazionale e regionale, lascia in edifici improponibili e non certo da stimolo a rimanerci, che sono quelli che non hanno tempo pieno, famiglie alle spalle o stimoli. Che sono quelli che giocano per strada e non nei giardini. Che hanno sempre meno cultura, libri, cibo. In Brasile Lula assegnò l’assegno del pane alle mamme, disse loro: se i vostri figli non vanno a scuola e non proseguono bene ve lo tolgo. Basta poco: i libri sono il pane. Coi libri si mangia. Potremmo farlo anche noi no? Insieme a tanto altro. Alle attenzioni, ai provvedimenti mirati, al buon senso e alle competenze. È cambiata un’era. Giorni fa mi chiedevo se Monti queste cose le sapesse. Da venerdì sappiamo che i banchieri lo sanno. E da ieri, ne abbiamo certezza, con la nomina di Marco Rossi Doria che ci ha commosso e inorgoglito, il quale queste cose da anni le predica e le pratica e al quale facciamo un immenso abbraccio di auguri da colleghi, le sapranno anche a viale Trastevere. Cambia un’era: si torna italiani. Coi libri si mangia e si tenta persino di colmare divari che durano da 150 anni. Un giorno cara la mia M., sarai ministro.

L’Unità 30.11.11

"Non tutto è perduto: Marco Rossi Doria al Miur riaccende la speranza", di Federico Niccoli

Finalmente, nelle polverose stanze di viale Trastevere arriva uno che di “strada” ne ha percorsa tanta nei quartieri spagnoli di Napoli. Ricordate?: nel 1963 Mario Lodi scrisse un bellissimo libro (“C’è ancora speranza se questo accade al Vho” di Piadena) nel quale descriveva le esperienze di un giovane maestro , che rivoluzionò il modo tradizionale di fare scuola , ponendo al centro del processo di insegnamento/apprendimento l’esperienza dei bambini in una scuola permeata dai valori della democrazia e dalla Costituzione.

Una bella notizia, del tutto inaspettata, arriva nelle nostre case nella serata di lunedì 28 : il Consiglio dei Ministri ha nominato, tra gli altri, sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria.
I professori, in questo caso, ci hanno veramente stupito.

Finalmente, nelle polverose stanze di viale Trastevere arriva uno che di “strada” ne ha percorsa tanta nei quartieri spagnoli di Napoli.
Ha fondato, insieme ad altri, il “Progetto Chance” , chiamato impropriamente progetto , perché è stata una vera scuola impegnata a svolgere il programma previsto per la licenza di terza media per giovani che l’hanno abbandonata.

Marco Rossi Doria appartiene a quel filo rosso di autentici maestri che ha legato il Don Milani della “lettera a una professoressa”, il Mario Lodi de “Il paese sbagliato” e che ha inciso indelebilmente nelle menti e nei cuori degli operatori scolastici della mia generazione e di quelle successive.
E’ una grande consolazione sapere che al Ministero svolgerà un ruolo importante una persona, che insieme ad altri colleghi, costituì , grazie ad una donazione del Presidente Ciampi, l’associazione Onlus “Maestri di Strada”.

Carla Melazzini, che insieme al marito Cesare Moreno e al gruppo di Rossi Doria appartiene a quella associazione, scrive: “”un insegnante di media cultura e umanità è presumibilmente disponibile a commuoversi sul dramma del giovane principe di Danimarca e a riconoscerne le ragioni dei suoi atti, anche i più estremi. Ma quanti insegnanti sarebbero disposti a riconoscere la stessa legittimità ai sentimenti di un adolescente di periferia che vive il tradimento della propria madre con l’intensità e la consequenzialità del principe Amleto?”.
E’ di questi giorni la drammatica protesta della dirigente scolastica di Napoli – denominata subito “Preside coraggio”- che racconta al mondo intero che nella scuola di quegli stessi quartieri della città esistono ben 27 cattedre libere e nessuno le vuole occupare. Sembra che anche in questo caso il neo-ministro Profumo vorrà stupirci : ha promesso una visita in quella scuola alla stessa velocità dei neutrini, che furono infausti per Maria Stella.

In un articolo recentissimo, sulla Stampa del 20 novembre, Marco Rossi Doria firmò un appassionato appello al Governo Monti : «« Si metta su una squadra di persone che pensi – sulla base sì dei conti pubblici ma anche dell’urgenza del riequilibrio e sulla scorta dell’esperienza vasta che l’Italia possiede in questo campo – al come costruire un nuovo grande sforzo a favore dei bambini e ragazzi poveri. Uno sforzo insieme pubblico e privato. Da metter in campo entro due mesi. Per ridare sostegno all’auto-impresa dei giovani, agli asili nido e alle mense, alle famiglie e alle donne sole e alle scuole, innanzitutto quelle di base, nelle aree dove si concentra la povertà minorile. Programmi snelli, rigorose procedure di controllo. Cose realistiche affidate a chi sa fare, secondo i modelli che hanno funzionato meglio in questi anni»».
In questo mondo di speculatori, di spread volatile e volubile, di ricchi evasori è bello sapere- senza eccessivi romanticismi- che nel luogo centrale dove si decidono i destini della scuola italiana è presente un maestro che ha a cuore la sorte degli “ultimi”.

Il Governo Monti ha dato una dimostrazione pratica che , oltre alla competenza scientifica rilevante di molti membri del suo Gabinetto, è necessaria anche la competenza umana e professionale di ministri come Riccardi e di sottosegretari come Rossi Doria, che sono in grado di introdurre una benefica contaminazione tra il rigore e l’equità.
Sono sicuro che Rossi Doria sarà assediato dai postulanti di vario genere, che chiederanno più insegnanti di sostegno, più mediatori culturali, più operatori scolastici in genere. Spero che sia consapevole del fatto che la qualità della prestazione non è direttamente proporzionale al “numero” delle persone impiegate.

La montagna del debito pubblico italiano è figlia , “anche”, dell’enorme dispendio di risorse pubbliche per spese di personale senza il necessario investimento in ricerca e formazione.
I maestri di strada , in genere, sanno trovare soluzioni adeguate alla crescita equilibrata delle persone con le quale si cimentano quotidianamente.

Speriamo che Rossi Doria, senza estremismi corporativi ma con la necessaria determinazione, sappia introdurre nei freddi , ma necessari, calcoli del rigore la giusta dose di solidarietà (non di assistenzialismo) che meritano i ragazzi portatori di bisogni educativi speciali

da ScuolaOggi 30.11.11

"La sovranità tedesca", di Barbara Spinelli

Sta diventando uno dei luoghi comuni dei nostri tempi: l´idea che l´Europa, costretta a difendere con brutali austerità la sua moneta unica, sia incompatibile con la democrazia fin qui conosciuta. Uno dopo l´altro si consumano governi, partiti, e nuovi leader vanno al comando. Son detti tecnocrati: più semplicemente, sono uomini spinti ad apprendere presto, a caldo, una nuova arte della politica. La vera questione non è l´assenza di democrazia, non è il famoso deficit democratico. Lo slogan è una magica litania, un mantra escogitato per scompigliare gli animi nascondendo loro la realtà: non la democrazia è minacciata, ma la sovranità che le nazioni europee pretendono di possedere. Tutte le nazioni, compresa quella che più di altre sembra padrona di sé e dell´Europa: la nazione tedesca.
L´esempio più lampante di questa confusione fra crisi della democrazia e crisi della sovranità è infatti la Germania di Angela Merkel, che grazie alla sua potenza sta mettendo a rischio con rigido dogmatismo non solo l´Euro, ma la Comunità nata nel dopoguerra. È in nome della democrazia, della supremazia assoluta del popolo sovrano e dei vincoli impliciti in tale supremazia, che il Cancelliere si adopera perché non nasca una solidarietà attiva tra gli Stati della zona euro. Il dilemma, qui come altrove, non è oggi tra democrazia e tecnocrazia ma tra democrazia nazionale e democrazia europea.
Le iniziative tedesche degli ultimi anni (dalla sentenza della Corte costituzionale del 30 giugno 2009, da quella emessa già nel ´93) mirano a questo: dare preminenza alle istituzioni rappresentative nazionali (in primis il Parlamento) e rifiutare un´Unione più solidale in nome del deficit democratico che essa implicherebbe. I populisti sono i primi a profittare di quest´emiplegico rapporto con la realtà, e ben contenti si appropriano del mantra dimenticando che la democrazia va oggi governata con tutto il corpo della politica: nazionale ed europeo. La professione di fede democratica è divenuta per i populismi di destra e sinistra un sotterfugio per svilire l´Unione europea. Per nobilitare passioni non nobili e occultare, appunto, i fatti che ci stanno davanti. Le chiusure tedesche hanno molto in comune con i populismi, che sequestrano la democrazia rattrappendola come una stoffa mal lavata.
La crisi sta mostrando che ben altro è il dilemma: non lo spegnersi democratico, non l´Europa delle élite. Quel che la crisi sta estraendo dall´ombra in cui è relegata, con la violenza di un forcipe, è l´incapacità degli Stati di capire che le sovranità hanno cessato da tempo di essere assolute, che ogni cittadino e ogni Stato è immerso ormai in una scena cosmopolitica cui Habermas dà il nome di «politica interna mondiale». Henrik Enderlein, un economista socialdemocratico che da tempo critica il nazionalismo del proprio governo, parla di inattitudine a riconoscere la «comunità di destino» europea, e a darle sostanza. Confondere la questione della democrazia con quella della sovranità nazionale significa schivare il compito più urgente: reinventare democrazia e politica nelle nazioni e in Europa, contemporaneamente.
Può stupire che proprio la Germania sia all´avanguardia in questo nascondimento del reale: il paese che con più vigore, dal dopoguerra, non solo consentì a drastiche deleghe di sovranità ma le invocò, sperando nell´Europa politica. Quella passione non è seppellita ma è entrata in un letargo intriso di esitazioni, lentezze, tentazioni populiste. Questa è l´emiplegia inasprita dalla Merkel: solo l´occhio nazionale vede, giudica. Solo le rappresentanze nazionali contano –Corte costituzionale, Parlamento federale, Banca centrale tedesca– a scapito di organi sovranazionali nati dal consenso di popoli e Stati come la Commissione, il Parlamento europeo, la Banca centrale di Francoforte.
Se così stanno le cose vuol dire che anche l´immagine della Germania-condottiera europea è affatto inappropriata: Berlino comanda, sì, ma non dirige. Il ministro degli Esteri Sikorski ha parlato chiaro ai tedeschi, lunedì a Berlino: «Sarò probabilmente il primo ministro polacco a dirlo: temo assai meno la potenza della Germania che la sua inattività. Siete divenuti nazione indispensabile in Europa: non potete fallire nella guida». È il peccato di nolitio, non volontà, che Berlino commette. Due forze la dominano, solo in apparenza dissimili: i sondaggi e la Bundesbank, un´istituzione mitizzata perché tutte le paure tedesche trovano in essa conforto, da oltre mezzo secolo. Anche in patria dunque la Merkel non è leader. Niente a vedere con Kohl, che assieme a Mitterrand creò la moneta unica e non esitò a contrastare l´allora governatore della Bundesbank, Tietmeyer. Niente a vedere con l´ex cancelliere Schmidt, che nel ´96 scrisse una durissima lettera aperta a Tietmeyer, e accusò la Bundesbank di essere «uno Stato nello Stato».
Oggi sta accadendo esattamente quel che Schmidt paventava: se l´Europa vede in Berlino un gendarme arrogante, è a causa delle paure che la Bundesbank attizza in patria e fuori. In Germania mi dicono: è come se la politica tedesca avesse perso la battaglia condotta anni fa con i guardiani del Marco, e quegli stessi guardiani (quello Stato nello Stato) pilotassero la barca. Come se prendessero una rivincita, sfruttando la più profonda delle passioni tedesche: la paura.
Se davvero la Merkel ascoltasse la democrazia, oggi dovrebbe tener conto che la paura di un´Unione europea più stretta non è affatto dominante in Germania. Il Cancelliere è confortato da sondaggi, industriali, esperti. Ma altre forze, in casa ed Europa, gli resistono. In casa, è criticato aspramente da socialdemocratici e Verdi. Secondo Sigmar Gabriel, capo della Spd, solo un governo economico europeo e gli eurobond eviteranno la rovina: la Merkel è paragonata a Brüning, il Cancelliere che aprì la via a Hitler con politiche deflazionistiche. Ma obiettano anche molti democristiani. Kohl per primo: il 24 agosto, ha detto che il Paese «ha perso il compasso, dilapidato il capitale di fiducia» in Europa. Werner Langen, presidente del gruppo Cdu/Csu al Parlamento europeo, dichiara che per fronteggiare l´odierna speculazione «la decisione spetta alla Bce (dunque alle istituzioni europee legittimate a farlo, ndr) che deve custodire la stabilità dei prezzi ma anche la messa in sicuro della liquidità sui mercati». Elmar Brok, esperto Cdu di politica europea, dice: «C´è qualcosa nella discussione tedesca sul ruolo della Bce che mi sfugge completamente».
Ancora più forte l´opposizione europea, e non solo di paesi contagiati come Italia o Grecia. Nei giorni scorsi, hanno preso le distanze da Berlino governi sin qui devoti alla Merkel: il ministro delle finanze olandese e finlandese chiedono ora quel che a Berlino è eresia: un «ruolo più attivo» della Bce. In sostanza, chiedono l´abbandono della dottrina tedesca della «casa in ordine», imperante in Germania da quasi un secolo: la dottrina secondo cui prima va ripulita la propria casa, e solo dopo scatta la solidarietà internazionale o sovranazionale.
In nome del popolo e dei sondaggi, dunque di una visione solo nazionale della democrazia, Angela Merkel sta minando l´Europa, la natura sovranazionale del suo ordine democratico. Il 23 novembre ha aggredito Barroso – definendo «inquietanti e sconvenienti» le sue proposte sugli eurobond–violando il diritto di proposta conferito dai Trattati all´esecutivo europeo. Dicono che il Cancelliere preferisce la tecnocrazia alla democrazia. Non è vero: abusando della democrazia, ne fa un´arma della paura. Schmidt denunciò proprio questo, nella lettera del ´96, quando evocò la «monomaniaca ideologia deflazionistica della Banca centrale che negli anni ´30-32 preparò l´avvento di Hitler». E quando denunciò le «ipocondriache paure tedesche di fronte all´innovazione».

La Repubblica 30.11.11