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"Fra alluvioni, nevicate e siccità il meteo non ha mezze misure", di Luca Mercalli

Decima posizione tra gli anni più caldi della storia per il 2011. E così sono tredici gli anni al top delle serie termometriche ad esser stati dopo il 1996, un segno inequivocabile della tendenza in atto al riscaldamento del pianeta.
È l’asciutto comunicato dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, l’agenzia delle Nazioni Unite che da Ginevra, dove ha sede in un avveniristico palazzo di vetro a risparmio energetico, simbolo concreto dell’impegno necessario alla riduzione delle emissioni clima lteranti, si rivolge alle diplomazie di tutto il mondo riunite a Durban alla diciassettesima conferenza mondiale sul clima. Nella città sudafricana i rappresentanti di 195 Paesi si confrontano ancora una volta per trovare una strada verso la sostenibilità ambientale e climatica. Il rapporto preliminare sull’andamento atmosferico globale dell’annata emesso dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale conferma l’urgenza delle scelte. Anche se mancano gli ultimi dati relativi a novembre e dicembre, i caratteri di questo 2011 sono ormai piuttosto delineati. E’ l’ennesimo anno più caldo della norma, con i primi dieci mesi che hanno registrato un’anomalia termica planetaria di +0,4 gradi collocando il periodo in decima posizione tra i più caldi dall’ inizio delle misure meteorologiche diffuse nel 1850.

Una situazione che ben difficilmente potrà essere ridimensionata in modo significativo nelle poche settimane rimanenti da qui a fine anno. E tutto ciò nonostante la «Niña», il periodico raffreddamento delle acque oceaniche al largo del Perù, che ha prevalso nei primi mesi del 2011 e che solitamente causa un temporaneo abbassamento delle temperature medie annue globali dell’ordine di 0,1-0,2 gradi. Si aggiunge così un altro punto nei grafici delle lunghe serie di dati termometrici, a confermare una tendenza al riscaldamento che preoccupa i climatologi di tutto il mondo.

Ma oltre al dato delle temperature planetarie, tra i più importanti per capire dove sta andando il clima terrestre, l’elenco di anomalie e fenomeni spesso devastanti che si sono susseguiti da un capo all’altro del mondo è impressionante: l’anno è cominciato con le epocali alluvioni di metà gennaio in Australia, Brasile e SudEst asiatico, mentre nel Corno d’Africa prendeva forma una siccità che nei mesi seguenti avrebbe trascinato nella carestia 13 milioni di persone, tutti eventi – questi – che i meteorologi attribuiscono almeno in parte agli effetti della Niña» più intensa dal 1974, e tra le più notevoli da 60 anni. Gli Stati Uniti hanno oscillato tra le nevicate straordinarie del Nord-Est (terzo inverno più nevoso dal 1869 a New York), l’estate più calda e secca da sempre negli Stati del Sud con gli incendi e le tempeste di sabbia in Texas, e l’uragano «Irene» che a fine agosto ha reclamato 48 vittime dai Caraibi alla East Coast. E ancora le tremende alluvioni autunnali in Thailandia, nonché il dato di estensione della banchisa artica in settembre, secondo più negativo dal 1979, e via dicendo fino ai nostri nubifragi mediterranei.

Queste anomalie, per quanto dannose e straordinarie, singolarmente non possono essere prese come indicatori inequivocabili di cambiamento climatico – i cui effetti sono meglio riconoscibili nel netto aumento termico – ma considerati nel loro insieme tutti questi eccessi non possono non preoccupare, e ben si inquadrano nelle previsioni di un’atmosfera futura più estrema delineate dai modelli di simulazione del clima. Ad aggravare il quadro c’è poi il fatto che il mondo attuale, stretto tra sovrappopolazione, inquinamento, crisi economica e diseguaglianze sociali, è via via più fragile di fronte alle bizze meteo-climatiche.

E se a noi certi problemipaionolontani, già ne sanno qualcosa le popolazioni dell’Artico, che vedono sprofondare strade e case insieme al permafrost in fusione, o gli abitanti di certi quartieri di Giacarta, allagati dall’impercettibile ma inesorabile risalita delle acque oceaniche. La firma delle attività umane in buona parte di tali cambiamenti è ormai riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, ma ancora non si intravede un’efficace e coordinata risposta globale, tanto che ormai siamo probabilmente fuori tempo per contenere il riscaldamento entro la soglia critica dei 2 gradi al 2100. Anno dopo anno prende dunque importanza la necessità di adattarsi a un clima diverso e nuovo, e anche di questo si parla a Durban. Speriamo che alle parole seguano una buona volta anche i fatti.

La Stampa 30.11.11

"Licenziamenti, i lacci che non esistono", di Mario Fezzi

Si parla tanto in questi giorni di superamento dell’attuale sistema di tutela contro i licenziamenti e di passaggio, in nome dell’Europa che lo impone, a un sistema che consenta i licenziamenti e la cui eventuale illegittimità determini solo un costo per l’azienda e non la reintegrazione, che resterebbe solo per i licenziamenti discriminatori. In proposito bisogna dire subito che tutto l’impianto è fondato su premesse false, posto che il licenziamento per motivi economici in Italia esiste già da tempo, sia a livello collettivo che individuale. Per ridurre la forza lavoro, basta attivare un’apposita procedura, prevista dalla L. 223/91, e all’esito si mettono in mobilità (cioè si licenziano) tutte le persone che si ritiene. Che le cose stiano così è confermato dal fatto che, dati alla mano, negli ultimi cinque anni in Italia hanno perso il posto di lavoro quasi un milione di persone attraverso procedure di questo genere. Ed anche un singolo lavoratore può essere licenziato, per giustificato motivo oggettivo (art. 3 L. 604/66); basta sopprimere (davvero, non per finta) un posto di lavoro e la persona che lo ricopriva può essere lasciata a casa. Così come esiste il licenziamento per giusta causa per coloro che commettono gravi mancanze.

Si lamentano dunque lacci e lacciuoli che non ci sono e si sostiene erroneamente che in Italia è impossibile licenziare i lavoratori con contratto a tempo indeterminato.

Ma quello che importa alle imprese è poter adeguare il proprio organico in relazione a mutate condizioni economiche e di mercato. Se un’impresa deve smettere di produrre un certo componente perché magari superato o economicamente non più conveniente, è chiaro che avrà interesse a ridurre il personale della quantità grossomodo corrispondente alla riduzione di lavoro che la mancata produzione di quel componente ha determinato. Ebbene, questa riduzione del personale la può fare e la può fare con facilità. Quello che un’impresa non può fare è barare, usando lo strumento del licenziamento in mancanza dei necessari presupposti o ricorrendo alla riduzione di personale per eliminare i soggetti sgraditi, senza seguire i criteri di scelta che la legge impone. Ma questa è la patologia del licenziamento, non la fisiologia.

E allora si dimostra priva di fondamento anche la tesi (priva di riscontri) secondo la quale le imprese estere non investono in Italia perché qui non si può licenziare, essendo ben altre le ragioni per le quali non vengono fatti investimenti in Italia.

Infine, la tesi secondo la quale la mobilità in uscita dalle aziende sarebbe compensata da un mercato del lavoro più efficiente e da un sistema di welfare analogo a quello dei Paesi scandinavi, sconta il gravissimo difetto di ignorare i costi di un sistema di protezioni serio e articolato, inteso non solo come sostegno al reddito, ma come intervento dello Stato in svariati settori. Ma dove verrebbero reperiti ora i fondi per una riforma del genere? L’Europa ci chiede di risparmiare e noi rispondiamo allargando sul modello danese il nostro traballante welfare? A meno che non si voglia tornare alla riforma del welfare a costo zero, già prevista dal libro bianco del ministro Maroni nel 2002, e ovviamente rimasta inapplicata.

In altri termini, una riforma in senso liberistico del licenziamento (individuale) potrebbe forse essere fatta, però solo dopo la costruzione di un sistema di welfare completo e articolato, non viceversa.

Il Corriere della Sera 30.11.11

"Pensionati ma baroni: rettori inamovibili", di Gian Antonio Stella

I favori concessi ai cattedratici illustri dall’ex ministro
Gelmini (alla faccia del rinnovamento). C’è da sperare che laggiù ad Austin, nel Texas, dove a 26 anni ha una cattedra universitaria in matematica vinta senza concorsi pilotati o spintarelle di baroni, Alessio Figalli non veda il Secolo XIX . Altrimenti, ammesso abbia qualche rimpianto per Roma, ci penserebbe settanta volte sette prima di tornare.
Spiega infatti Francesco Margiocco sul giornale genovese, raccontando l’indignazione sul Web della «Rete 29 aprile», un movimento di ricercatori che contestano l’andazzo, come le parole di Maria Stella Gelmini sulla necessità di «ringiovanire il corpo docente dell’università italiana, forse la più vecchia del mondo», siano state tradite.

L’ultima riprova: i rettori di almeno quattro università sono in carica dopo essere andati in pensione. E non parliamo di piccoli atenei locali. Tra i «magnifici» pensionati c’è Guido Fabiani, a riposo dal 2010 ma ancora rettore di «Roma Tre» grazie a una legge del ’58 («I professori fuori ruolo possono essere eletti o rieletti all’ufficio di rettore») nel frattempo abrogata. C’è il rettore (per la quarta volta) della milanese Bicocca Marcello Fontanesi, che «rimarrà in carica fino all’ottobre 2012» ma «potrebbe chiedere lo scivolo fino 2013». C’è Giacomo Deferrari, rettore di Genova, che «era stato eletto nel 2008 per quattro anni e il 1 novembre 2012 andrà in pensione, ma rimarrà rettore fino al 1 novembre 2014, quando avrà 74 anni».

Ma soprattutto Enrico Decleva, che dopo essersi fatto prorogare il mandato da rettore della Statale di Milano nel 2009, quando guidava la conferenza dei rettori, è in pensione dal 1 novembre ma resterà in carica fino al settembre 2012. Perché «ha chiesto un parere al ministro Gelmini che a inizio mese, poco prima di dimettersi con tutto il governo, gli ha concesso la proroga, o scivolo, di un anno». Evviva il rinnovamento, evviva la gioventù.
La stessa Gelmini, del resto, come già i lettori sanno, poco prima di andarsene aveva nominato nel Cda del Cnr Gennaro Ferrara, 74 anni, già rettore per un quarto di secolo della Parthenope, non solo ultimissima nella classifica 2011 del Sole 24 Ore tra le nostre università (200 punti contro ad esempio i 415 di quella del Molise o i 472 della concittadina «Federico II» o gli 829 del Politecnico di Torino) ma additata come una delle più nepotiste d’Italia.

Punta sul vivo, l’ex ministro aveva scritto al Corriere di aver dovuto scegliere due nomi in una rosa suggerita da Conferenza Stato-Regioni, Confindustria, UnionCamere, la Comunità Scientifica del Cnr e la Crui e di aver deciso così «in omaggio alla richiesta, pervenuta da più parti, secondo cui ci fosse almeno una rappresentanza del Sud». Peccato che nella rosa, indicato proprio dai ricercatori, ci fosse anche Umberto Amato. Lui pure napoletano esattamente come Ferrara. Con due differenze. Ha 21 anni di meno ma soprattutto al primo punto del programma, si legge nel suo blog, aveva: «Etica e trasparenza in ogni atto dell’Ente». Uffa, la trasparenza…

Il Corriere della Sera 30.11.11

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Di seguito l’interrogazione dell’on. Ghizzoni citata nell’articolo di Francesco Margiocco (apparso sabato scorso sul Secolo XIX) e dal quale ha preso spunto l’intervento di Stella.

> Atto Camera
>
> Interrogazione a risposta scritta 4-14030
> presentata da
> MANUELA GHIZZONI
> martedì 29 novembre 2011, seduta n.554
>
> GHIZZONI. –
> Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.
> – Per sapere – premesso che:
>
> l’articolo 2, comma 9, della legge 30 dicembre 2010, n. 240, regola la durata dei mandati degli organi universitari, sia collegiali che non, nel periodo transitorio conseguente all’adozione dei nuovi statuti delle università come modificati in base alle norme previste dalla medesima legge;
>
> per quanto riguarda i rettori, il medesimo comma prevede che il mandato dei rettori in carica al momento dell’adozione del nuovo statuto è prorogato sino al termine dell’anno accademico successivo;
>
> l’articolo 29, comma 11, lettera a) della legge n. 240 del 2010 ha abrogato l’articolo 14, quinto comma, della legge 18 marzo 1958, n. 311, che prevedeva che il rettore collocato a riposo per limiti di età rimane in carica fino alla scadenza naturale del mandato;
>
> a un rettore in carica che è collocato a riposo per limiti d’età in data successiva alla data di entrata in vigore della legge n. 240 del 2010, cioè successivamente al 29 gennaio 2011, non può più applicarsi la norma di proroga prevista dalla legge n. 311 del 1958 e ora esplicitamente abrogata;
>
> d’altra parte, al rettore in carica al momento dell’adozione del nuovo statuto si applica la proroga sino al termine dell’anno accademico successivo di cui alle premesse;
>
> il rettore che, dopo l’adozione del nuovo statuto della sua università, è collocato a riposo per limiti d’età viene a trovarsi in situazione di incertezza normativa riguardo alla sua permanenza nella carica -:
>
> come il Ministro interrogato intenda dare soluzione al problema indicato, chiarendo i punti controversi evidenziati in premessa. (4-14030)

"Stop ai vitalizi parlamentari, passaggio contributivo", di Davide Colombo e Marco Rogari

I vitalizi dei parlamentari assumono una fisionomia più vicina alla pensione tradizionale: dal 1° gennaio 2012 saranno calcolati con il metodo contributivo pro rata. E non potranno neppure più essere concessi prima del compimento del sessantesimo anni di età, nel caso di più mandati, e dei 65 anni previsti con un solo passaggio alla Camera o al Senato. L`annuncio è stato dato ieri dai presidenti dei due rami del Parlamento, Gianfranco Fini e Renato Schifani, al termine di un incontro con il ministro del Lavoro, Elsa Fornero e i Collegi dei questori di Montecitorio e Palazzo Madama.

Con questa decisione, che sarà messa nero su bianco nelle prossime settimane anche attraverso il via libera degli uffici di presidenza e delle stesse Assemblee, il Parlamento manda così “in pensione” il metodo retributivo e sancisce il primo atto “anti-Casta” dopo l`insediamento del governo-Monti. Il premier fin dal momento in cui ha ricevuto l`incarico ha sempre puntato sulla fine dei privilegi, oltre che su equità, rigore e crescita. E la stessa Fornero è da sempre una convinta sostenitrice del contributivo per tutti. Con il “pro rata”, comunque, il retributivo in parte sopravviverà: sulla base della retribuzione saranno infatti calcolati tutti gli anni di legislatura effettuati fmo al 31 dicembre 2011, che, per il futuro, si sommeranno ai periodi contributivi innescati dalle nuove regole in vigore dal prossimo anno. Oggi il vitalizio con cinque anni di mandato si avvicina ai 2.50o euro (contro circa i 800 euro dei parlamentari francesi, i quasi mille euro di quelli tedeschi e ii.392 euro degli eletti al Parlamento europeo) per poi salire a quasi 5mila euro con io anni di “servizio” nelle Camere a 7.50o euro con 15 anni di presenze.

Con il passaggio al contributivo l`assegno si dovrebbe ridurre sensibilmente, a meno che non venga notevolmente aumentata l`aliquota contributiva: 8,6o%, pari a circa mille euro anno.

Le nuove regole impediranno di andare in pensione prima dei 6o anni, possibilità oggi consentita a diverse decine di parlamentari, anche molto conosciuti come l`ex presidente della Camera, Irene Pivetti, candidata baby-pensionata che, senza il cambio di rotta deciso ieri, il 4 aprile del 2013 avrebbe incassato l`assegno con appena 5o anni di età. Attualmente a Montecitorio il sistema dei vitalizi era disciplinato da un regolamento dell`ufficio di Presidenza della Camera approvato il 3o luglio 1997 con il quale sono state prese le distanze con il sistema in vigore nella prima Repubblica.

Un sistema, quest`ultimo, grazie al quale i deputati potevano ottenere un ricco vitalizio con largo anticipo rispetto alle altre categorie: con una legislatura si maturava il diritto ad andare in pensione a 6o anni (con circa 3mila euro lordi), ma per ogni anno in più passato alla Camera o al Senato si anticipava di un anno l`andata in pensione, fmo al limite dei 5o anni (ad esempio il caso Pivetti). Le regole sono diventate un pò più stringenti do- po il1997:1`etàpensionabile è salita a 65 anni, come per tutti gli altri «lavoratori», ma per i deputati con più di una legislatura piena è rimasta la possibilità di ottenere il vitalizio anche a 6o anni (con lo stesso meccanismo in vigore nella prima Repubblica: ogni anno in più in Parlamento vale l`anticipo di un anno della pensione). Analogo è il meccanismo del Senato.
Soddisfazione per la scelta dei due presidenti delle Camere è stata espressa dalla capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro: «Una decisione che va nella giusta direzione», si tratta di «un passo verso una maggiore equità tra la condizioni dei parlamentari e quella degli altri lavoratori». Parere non condiviso dal vice capogruppo Idv alla Camera Antonio Borghesi, che ha chiesto «più coraggio» nell`agire sui privilegi della casta.

Anche sul territorio cominciano a far presa le strette antiprivilegi: proprio ieri il consiglio regionale della Liguria ha dato il via libera all`abolizione dalla prossima legislatura deivitalizi dei consiglieri regionali.

Il Sole 24 Ore 30.11.11

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“Onorevoli vitalizi, intesa Fornero-Camere Contributivo dal 2012”, di ROBERTO MONTEFORTE

Un primo colpo ai privilegi della politica è arrivato ieri. Nel momento in cui vengono annunciati sacrifici pesanti per tutti i cittadini e che da più parti si chiede alla politica di fare il primo passo, un segno è arrivato: l`addio ai vitalizi per i parlamentari. Dal 2012 cambia il sistema di calcolo delle «pensioni» per deputati e senatori, si passa al sistema «contributivo», come per tutti gli altri cittadini.

Lo hanno comunicato i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani. Un provvedimento che non interessa soltanto i futuri parlamentari, ma anche quelli attualmente in carica. Per loro cambierà la parte di assegno «pensionistico» calcolato a partire dal 2012. Lo rende noto un comunicato congiunto di Montecitorio e Palazzo Madama diffuso al termine dell`incontro che i due presidenti, insieme ai collegi dei questori dei due rami del Parlamento, hanno avuto con il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero. Ieri al governo è stata espressa questa volontà di radicale riforma, assunta nell`autonomia che la Costituzione riconosce alle due Camere e che sarà operativa con l`approvazione degli uffici di Presidenza di Camera e Senato. Quello di Montecitorio è convocato per giovedì.

«Dal primo gennaio 2012 sarà introdotto il sistema di calcolo contributivo, in analogia con quanto previsto per la generalità dei lavoratori», spiega la nota congiunta. «Tale sistema opererà per intero per i deputati e i senatori che entreranno in Parlamento dopo tale data e pro rata per quanti attualmente esercitano il mandato parlamentare». Questo significa che chi sarà parlamentare a partire dalla prossima legislatura si vedrà calcolata per intero la pensione sulla base del sistema contributivo, mentre per chi è già deputato o senatore si mantiene il vitalizio fino a fine 2011 e il contributivo dal 2012. Al momento i regolamenti di Camera e Senato prevedono che i parlamentari versino mensilmente una quota pari all`8,6% della propria indennità (1.006,51 euro per i deputati e 1.032,51 euro per i senatori), che viene accantonata per il pagamento degli assegni vitalizi.

I contributi previdenziali versati per un comune lavoratore dipendente ammontano al 33% della retribuzione lorda.

Un`altra novità riguarda l`età per avere di diritto alla pensione. Sempre dal primo gennaio 2012 per andare in «pensione» i parlamentari che hanno alle spalle più di una legislatura dovranno attendere almeno i 60 anni, che diventano 65 ani per «chi abbia versato i contributi per una sola intera legislatura».

COLPITI DUECENTO DEPUTATI Sono circa duecento i deputati toccati dalla mini «manovra» che dovranno aspettare il compimento dei 65 anni per avere diritto alla pensione. Tra questi, riferiscono fonti della Camera, anche l`ex presidente della Camera Irene Pivetti, che avrebbe potuto andare in pensione al compimento dei 50 anni, i14 aprile 2013.

«Una decisione che va nella giusta direzione» commenta il presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro.

«È un intervento – aggiunge – che cerca di equiparare le condizioni dei parlamentari a quella degli altri lavoratori. Si tratta di un passo verso una maggiore equità».

Troppo poco, invece, per il vice capogruppo Idv alla Camera Antonio Borghesi. «In base alle prime indicazioni emerse sembra che la riforma del sistema previdenziale per deputati e senatori lasci intatta l`erogazione per gli ex e per gli attuali parlamentari. Erogazione che, di fatto, – osserva – continuerà a pesare per altri 20 anni sulle spalle dei cittadini». La sua conclusione di Borghesi è che «bisognava avere più coraggio» ed «intervenire anche sul passato». «Richiamare diritti acquisiti, che non esistono per gli altri lavoratori – conclude- appare inadeguato».

L’Unità 30.11.11

"Il colpo di coda di Mariastella", di Marina Boscaino

Profluvi di parole. La Rete pullula di appelli, lettere aperte, messaggi indirizzati al neo ministro Profumo. Associazioni di genitori, studenti, insegnanti, coordinamenti, precari, tutti – in una liberatoria grafomania digitale – danno voce a un’ansia comunicativa naturale risultanza di 3 anni e mezzo di autoreferenzialità ministeriale: il periodo di più assoluto blocco della comunicazione tra “testa” (per modo di dire) e gambe dell’apparato scolastico. Lavoratori della scuola, ma anche studenti e persino sindacati (la cui consultazione formale difficilmente è stata accompagnata da un ascolto autentico) sono stati tenuti a distanza da processi decisionali che hanno imposto restrizioni di ogni tipo, “scorciatoie” legislative sconfinanti talvolta nell’illegittimità, nessuna visione pedagogica e didattica. A Profumo l’onere della risposta e, insieme, la responsabilità di ribaltare il disagio che lavoratori e portatori di interesse avvertono. Ce ne sarebbe davvero bisogno. Ma c’è altrettanto bisogno di
capire – anche con piccole mosse su apparentemente minimi dettagli – in quale direzione stiamo andando.

GHIZZONI (PD) in un’interrogazione chiede al ministro di far presente alle amministrazioni scolastiche regionali e alle autonomie scolastiche l’ennesima “anomalia” del nostro sistema: risulta da segnalazioni di genitori e docenti che i “pagellini” relativi alle valutazioni intermedie, che vengono consegnati in questo periodo dell’a. s., riporterebbero spesso la valutazione in Irc (Insegnamento Religione Cattolica) con voto numerico, come avviene per le altre materie. Per gli alunni che si avvalgono di tale insegnamento, invece, è prevista “una speciale nota da consegnare unitamente alla scheda o alla pagella scolastica, riguardante l’interesse con il quale l’alunno segue l’insegnamento e il profitto che ne ritrae” (D. lgs. 297/1994, art. 309). Ultime zampate di quelli che non mollano mai: il senatore Vice-conte, ex sottosegretario allo Stato Italiano (non del Vaticano) ha fatto in tempo, con la nota 310/11, inviata agli Usr, a invitare le scuole anche statali, nell’esercizio della loro autonomia (sembra quasi una beffa), a interrompere le lezioni per partecipare il 28 novembre a un’udienza del Pontefice, organizzata dalla Fondazione Sorella Natura. Alle 12 di un giorno feriale le scuole sono incoraggiate a interrompere l’attività didattica per partecipare a un incontro dalla incontrovertibile natura confessionale. La domanda sorge spontanea: quale competenza avrebbero l’ex sottosegretario o dirigenti degli Usr o le stesse autonomie scolastiche compiacenti per orientare (o decidere?) la sospensione di un’attività scolastica per partecipare a un’udienza papale?

MAUCERI, avvocato dell’associazione Per la Scuola della Repubblica, sostiene che “non solo si configura un’arbitraria interruzione di un pubblico servizio per finalità di natura confessionale e quindi privata, ma si mette in atto un’attività discriminatoria, che è anzitutto in contrasto con il principio della laicità dello Stato che nella scuola preclude in modo assoluto iniziative che per la loro natura confessionale creano ingiuste distinzioni tra gli alunni a seconda della loro credenza religiosa”. Ho infine davanti agli occhi la Gazzetta 268 (17.11.11), il canto del cigno di Gelmini: art. 1 del 21.9.11, lì pubblicato: “A decorrere dalla data del presente decreto la Link Campus University, con sede in Roma, cessa l’attività come sede in Italia dell’Università di Malta ed è riconosciuta quale Università non Statale dell’Ordinamento Universitario Italiano”. Un altro concorrente per una mangiatoia quasi vuota, dopo anni di tagli pesantissimi all’università statale. Ma la sorpresa è un’altra. Il presidente della Link Campus è l’immarcescibile Vincenzo Scotti, anche presidente di Noi Sud, dopo essere stato espulso dal Mpa, e, fino a 2 settimane fa, sottosegretario di Stato al ministero degli Affari esteri. È vero. La situazione è complicata e c’è molto da rimettere a posto. Però anche la decenza ha una propria funzione. Etica, e persino estetica. Non farà ripartire l’economia, ma aiuterebbe a guardare il presente con occhio meno disgustato. E il futuro con l’idea che, nonostante – forse – il permanere di problemi e tensioni, i principi, i grandi concetti organizzatori del vivere civile possano essere fatti salvi. Laicità, interesse generale, pari opportunità, dopo essere stati vilipesi, potrebbero tornare a essere considerati elementi imprescindibili su cui fondare l’esistenza di un Paese perbene. Chissà se la sobrietà, continuamente evocata parlando del nuovo presidente del Consiglio, possa avere la meglio sulla violazione di principi – persino quelli sanciti dalla Costituzione – e buon senso. Sarebbe un segnale significativo.

Il Fatto Quotidiano 30.11.11

"Per un cambio di mentalità", di Arnaldo Sciarelli

L’altra sera ascoltando l’orazione di uno straordinario Albertazzi, agile in scena come un ventenne, ho identificato Cesare con l’Italia e, perché no, con l’Europa. Tradite da gran parte dei loro politici, spesso inefficaci ed inefficienti, per averle consegnate nelle mani della speculazione finanziaria che agisce con criteri criminali. Alla quale si sono aggregati, purtroppo, anche loro figli, in maniera evidente o sotterranea, ovviamente possessori di informazioni asimmetriche che producono mercati incontrollabili.
Plusvalenze quotidiane in danno delle comunità socio-economiche e svilimento dei mercati industriali ed immobiliari per poi fare shopping sono l’obiettivo di questi egregi signori. Unitamente all’indebolimento dell’Europa ed alla cancellazione dell’euro.
La situazione è certamente complessa e, per essere risolta va, come prassi, suddivisa in problemi singoli senza dimenticare la complessità dell’insieme. Senza eurobbligazioni ed una confederazione di stati europea sarà difficile salvare l’euro.
È impensabile sostenere l’unità – eliminando comunque chi realisticamente non può e senza pensare ad altri ingressi assurdi – e non prevedere un regime fiscale identico, una banca europea di riferimento a protezione della moneta, stipendi e salari simili. In Italia siamo mediamente a circa il 50%. E questo grande mercato di persone ha bisogno di consumare ed esportare per crescere. Per esportare bisogna vincere in competitività e quindi investire in ricerca per comprimere i costi e per migliorare la qualità dei prodotti ed ottenere una redditività assoluta maggiore per le aziende.
Per consumare è necessario creare posti di lavoro ed aumentare le entrate per il reddito fisso prevalente. Ormai destinato esclusivamente al necessario. C’è bisogno quindi di un cambio di mentalità. Nel nostro paese – dove la recessione è sostanzialmente endemica da almeno tre anni – bisogna partire dalla riduzione delle spese afferenti il politicume inutile per finire a quelle pubbliche ed alle pensioni fasulle.
Ritenere l’elevazione dell’età pensionabile, dove eticamente e fisicamente possibile, una necessità ineludibile. Altresì diminuendo le imposte per l’universo produttivo (imprese e lavoratori) e restringendo la forbice ricchezza-povertà. Tutto ciò è imprescindibile dalla tassazione dei patrimoni, delle rendite e delle transazioni finanziarie, compreso il recupero degli scudati, in maniera intelligente e non velleitaria: piaccia o non piaccia solo tutto ciò è equità.
In Italia ci sono 8 ml di pensionati che vivono con 800 euro al mese, 3 ml con 400 euro al mese, il 30% dei giovani che non lavora, nel mezzogiorno il 70%. La disoccupazione femminile è evidente nonostante per ogni 100 laureati 60 siano donne e con un percorso universitario migliore di quello maschile.
Aver detto che questa situazione non era preoccupante sia sotto il profilo economico che quello sociale è stato profondamente ebetico, al di là degli interessi personali, al di là del lavoro nero, al di là dell’evasione fiscale. Ricordandoci che l’eventuale correzione di questi ultimi due in una manovra può essere considerata solo un’ipotesi.
Spesso ci troviamo di fronte ad un vero e proprio problema di sopravvivenza individuale. In altri scivolamento del reddito fisso, quando unico all’interno di una famiglia, verso la povertà.
Del resto, secondo alcuni indicatori, 3,5 ml di persone girano con auto senza assicurazione perché moltissime, delinquenza a parte, non riescono a pagare la polizza eccessivamente cara per i loro salari e stipendi. E poi ci sono quelli che, sempre delinquenza a parte, si dotano di certificati fasulli. Come era prevedibile con un codice delle assicurazioni che va riscritto da specialisti di settore competenti e non da esperti improvvisati.
Ma questo è un paese dove le consorterie triturano, giorno dopo giorno, inverosimilmente le competenze nelle nomine che riguardano specialmente aziende destinate a fornire servizi per la collettività. Una roba da non credere.
Questo è il palcoscenico dove il senatore Monti, ormai politico a pieno titolo formale, dovrà agire nell’interesse generale del paese dando una mano per tentare una sostanziale unificazione europea.
Coniugando economia e politica, sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente. Al quale, in termini fisici, sarà necessario applicare il sistema della piramide finanziaria: la diminuzione progressiva dei rischi almeno sul territorio. Sono passati 39 anni dal rapporto “I limiti dello sviluppo” che il club di Roma commissionò al Mit nel quale venne tracciato il quadro dei rischi ecologici incombenti sull’umanità.
Ora è evidente che la concezione dell’ambiente fine a se stessa entra in collisione con lo sviluppo economico. Il compito della nostra generazione è quello di promuovere uno sviluppo ecocompatibile attraverso un uso sostenibile delle risorse. Le preoccupazioni di Commoner e della Carson restano ma noi dobbiamo andare avanti. Là dove possibile con riconversione industriale. E nel nostro sud, al di là delle città d’arte che restano un riferimento turistico e culturale fuori discussione, l’industria del tempo libero potrebbe essere un pilastro rinascimentale della nostra economia.
E tutto questo potrà avvenire miscelando Keynes e le sue aspettative sui profitti ottenibili dato il saggio di interesse dagli investimenti e l’intervento della spesa pubblica, a Shumpeter con l’imprenditore visto come innovatore ed assemblatore di risorse.
Senza dimenticare Stiglitz ed il suo obiettivo realismo sull’inutilità dei sistemi finanziari fini a se stessi, sulla possibilità di crescere ma solo in maniera modesta, sulla stupidità di coloro che pensando di comprimere i costi del lavoro per trarre profitti immediati dimenticano che perderanno nel medio lungo periodo perché avranno magazzini pieni, mancanza di domanda e maggiore indebitamento.

da Europa Quotidiano 30.11.11

"Le donne in piazza per un New Deal rosa" di Mariella Gramaglia

Anche in politica esiste il tempo dell’attesa. Nel nostro caso italiano attesa di misure economiche che presto verranno. Imporranno sacrifici? Torneranno a farci crescere e sperare? Saranno eque? Oppure soltanto severe? E’ finito il tempo dell’urlo di rabbia contro la dignità femminile calpestata. Le donne di «Se non ora quando» lo sanno e, al prossimo appuntamento dell’11 dicembre, in Piazza del Popolo a Roma e in tante altre città italiane, vogliono dare una coloritura nuova: quella del dialogo, della proposta, dell’impegno ragionato. La considerano la prima manifestazione nazionale dell’era post-berlusconiana. Se non le donne, chi? – dicono, contando sulla potenza dell’enorme manifestazione del 13 febbraio scorso, sul colpo energico che hanno saputo assestare alla vecchia rotta della nave.

Questa volta c’è anche il caso che il governo le ascolti e questo le grava di una responsabilità in più: di essere forti e chiare, di essere in molte e soprattutto di farsi capire da molte. C’è il caso che le ascolti, ma non è detto. Dopo l’entusiasmo per tre ministre in ruoli chiave, la nomina dei sottosegretari raffredda gli animi. Le donne, nell’insieme del governo, sono meno del 12%. Lontanissime dall’esprimere quella democrazia paritaria che già è stata attuata in molte giunte cittadine dopo le elezioni di primavera. Ognuna di loro è così competente da sentirsi al 100% al posto giusto: non solo pari, ma anche superiore ai suoi colleghi. Ma è al 38% che manca che dovrebbero industriarsi a dar voce, considerandolo anche in termini collettivi, come specchio di un’assenza che è di tutto il Paese, nelle professioni, nelle imprese, nelle banche, nelle università. Si lasceranno intimidire dal complesso del Panda e dall’insofferenza per i rituali femministi, oppure capiranno che, nel dire che le donne devono essere il 50% dappertutto, come ha ribadito «Se non ora quando» anche in questa occasione, c’è un’idea di sviluppo dell’Italia?

Già, perché un gruppo di economiste vicine al movimento sta pensando a un programma che, in omaggio all’età rooseveltiana, in cui si uscì dalla crisi moltiplicando le energia impiegate nel lavoro e nella ricostruzione, ha deciso di chiamare «pink new deal». Un nuovo patto in cui il fisco non scoraggi le donne dall’avere un lavoro regolare, in cui le lavoratrici non firmino dimissioni in bianco nel caso restino incinte, in cui l’assegno di maternità sia come un diritto di cittadinanza, disponibile per ognuna, in cui i congedi di paternità obbligatori facciano uscire la condivisione del lavoro domestico dal limbo delle buone intenzioni. E soprattutto un patto di costruzione delle infrastrutture sociali a sostegno delle età più fragili della vita. Grandi e impegnative come sono o dovrebbero essere quelle edilizie e viarie. Del resto, se nel nostro meridione solo tre bambini su cento vanno all’asilo nido, contro i trentatré che ci raccomanderebbe l’Unione europea, è proprio di grandi opere che stiamo parlando, imponenti come il ponte sullo stretto di Messina.

La forza di pressione del movimento, la sua legittimità a battersi per un patto di così profonda trasformazione, viene anche dalla difficoltà a catalogarlo e a costruire un recinto che lo contenga: in un’area politica, in una generazione precisa, persino in un punto di vista femminile alla maniera di un sindacato, dato che molti uomini lo sostengono e lo interpretano come una leva di trasformazione sociale. Il civismo, il senso di responsabilità verso la collettività, il desiderio di aprire il perimetro della cittadinanza anche a chi non è nato in Italia, ne fanno un movimento democratico plurale. «Care donne, italiane per nascita o per scelta» – recita l’incipit della lettera di convocazione della manifestazione dell’11 dicembre prossimo.

Virginia Woolf, nel lontano 1928, per spiegarsi il silenzio, l’assenza, la voce flebile delle donne nella letteratura, inventò un personaggio, Judith, la sorella di Shakespeare: in teoria avrebbe avuto lo stesso talento del fratello, ma non sapeva né leggere né scrivere, scappò di casa, fu sedotta, rimase incinta e non lasciò traccia di sé. Le nostre Judith del ventunesimo secolo sanno leggere e scrivere (di frequente assai bene), se ne hanno la possibilità escono di casa con la benedizione di papà e mamma, spesso sanno anche come non rimanere incinte, ma non contano altrettanto quando hanno lo stesso talento del fratello. E’ per questo che «Se non ora quando» ha ancora per dirla con Monti – tanti compiti da fare per la democrazia italiana.

La Stampa 30.11.11

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“La seconda volta delle donne: senza di noi non riparte l’Italia”, di Mariagrazia Gerina

Di nuovo in piazza, nove mesi dopo. Per dare vita a una nuova
stagione di mobilitazione contro la crisi. «Se non le donne, chi?». La loro ricetta? «Lavoro e welfare. Senza di noi il Paese non può ripartire». C’è chi dice: «Finalmente». Perché, in tante,da tempo, sentivano il bisognodi una «seconda volta», dopo quel 13 febbraio, che, in piena Italietta del Cavaliere e delle Olgettine, ha segnato l’atto di rinascita del movimento delle donne. E poi perché: «Se non le donne, chi?». Ora che c’è un altro governo da incalzare. E allora, eccole, quelle di Se non ora quando, chiamare tutte a raccolta, un’altra volta. L’11 dicembre, di nuovo in piazza del Popolo, a Roma. E contemporaneamente nelle altre piazza d’Italia. Con l’orchestra sinfonica che suonerà le arie di Tosca, Norma, Carmen, Cenerentola. E poi Paola Turci e Marina Rei, Emma Marrone e Erica Mou, a chiamare all’appello anche le giovanissime. Come nove mesi fa. Più «libere», ora che l’agonia del governo Berlusconi è finita. E ci vorrà pure un nuovo urlo collettivo – ironizza Cristina Comencini – per sottolineare il momento. Ma anche meno disposte ad aspettare ancora che i temi da cui dipende il futuro delle donne e del paese trovino spazio nell’agenda della politica. Dal palco, Chiara Saraceno parlerà di welfare, Annamaria Testa della rappresentazione femminile nella pubblicità.
PROPOSTE ANTI CRISI
Liberare le donne dal peso del welfare che attualmente ricade interamente sulle loro spalle. E quindi più asili, più servizi. È questa la ricetta per far ripartire il paese, che Se non ora quando si prepara a scandire in piazza. E anche «più cittadinanza», suggerisce la futurista Flavia Perina, aggiungendoil tema dell’immigrazione sul tavolo aperto dalle donne. «Vogliamo segnare questa stagione con la nostra forza, contare sulla scena pubblica, adesso e domani, quando si voterà», spiega la storica Francesca Izzo. «La vera tragedia della vita italiana è il basso tasso di partecipazione al lavoro delle donne», scandisce la regista Cristina Comencini, che rivendica la natura «costruttiva» del movimento da lei fondato insieme alle altre: «Anche il 13 febbraio non era contro che scendevamo in piazza ma per». Alle spalle ora c’è un anno «importantissimo». In cui, «da Palermo ad Aosta», come cantava De Andrè, sono nati centoventi comitati. E una consapevolezza: «Se le donnenon prenderanno il potere, una parola che a molte non piace ma a me sì, gli strumenti
per partecipare alla vita attiva non li otterremo mai», scandisce ancora Comencini. Un vero e proprio programma
politico: «Se non le donne, chi?», appunto. La manifestazione è solo il primo passo. Quello che le donne intendono costruire a partire dall’’11 dicembre è una nuova stagione di partecipazione, che incalzi il nuovo esecutivo, ma guardi già alle prossime elezioni. Candidature in vista? Questo è
sicuro. «Non la mia», si schermisce Comencini. E però: «Invadere i partiti per rinnovarli», è questo il motto che suggerisce al movimento. «E penso anche che per far spazio alle donne un po’ di uomini dovranno andare a casa», aggiunge. Riforma elettorale, con meccanismi che favoriscano l’elezione di donne in parlamento. E un prossimo esecutivo, composto per metà da donne. Qualcuna ragiona anche di una lista tutta al femminile. Ma il tema divide. C’è chi, come Francesca Izzo, pensa che non sia quello lo strumento di un movimento trasversale, nato per incalzare tutti i partiti. E chi invece,come Giulia Bongiorno, 32 anni, imprenditrice siciliana, omonima della deputata di Fli, a Castelvetrano, ne ha già fondata una in vista delle amministrative della prossima primavera.

L’Unità 30.11.11