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"Bambini, l'inglese è a rischio. Senza docente 15 mila classi", di Salvo Intravaia

Nessuno sa come verrà assicurato a 300 mila alunni l’insegnamento della prima lingua veicolare d’Europa. La causa della carenza di personale, secondo Flc Cgil, i tagli dell’ex ministro Gelmini. Sono rimasti solo 6.500 specialisti e i corsi per formarli procedono a rilento. Insegnamento dell’Inglese all’elementare nel caos più totale: i maestri specialisti sono stati sacrificati sull’altare dei risparmi e i corsi di formazione per i docenti curricolari che li avrebbero dovuti sostituire procedono a rilento. Così, da quest’anno le scuole sono costrette ad arrangiarsi con quello che passa il convento e nessuno sa spiegare in che modo viene assicurato l’insegnamento dell’Inglese a 300 mila bambini. I tempi delle tre “I” (Inglese, Informatica e Impresa), che avrebbero dovuto far decollare la scuola italiana, di berlusconiana memoria sembrano lontani anni luce.

Da quest’anno, le scuole fanno fatica ad assicurare quello che in passato era un servizio consolidato. E in parecchi casi l’Inglese viene insegnato da maestri che non hanno nessuna specializzazione, ma tanta buona volontà. Basterà per colmare le differenze con gli altri partner europei sulla conoscenza delle lingue straniere? Per comprendere cosa sta accadendo quest’anno occorre fare un passo indietro. Fino al 2009, la scuola elementare italiana poteva contare su 9.299 specialisti di Inglese: maestri con un alto livello di specializzazione, spesso laureati in lingue straniere, che insegnavano esclusivamente Inglese in 7/8 classi.

Poi arrivò la Finanziaria del 2008 che avrebbe messo in ginocchio la scuola italiana con 8 miliardi di tagli in tre anni. Una delle misure per “racimolare” questi 8 miliardi era proprio il taglio degli specialisti di lingua Inglese, che sarebbero dovuti essere sostituiti con un numero equivalente di insegnanti “comuni”, ma ancora da formare con un adeguato numero di ore di corso: 340 ore.

Oggi, l’organico degli insegnanti specialisti di Inglese conta un poco più 6 mila e 500 sopravvissuti. Ma i corsi per formare i loro sostituti procedono a rilento. “La vicenda dell’insegnamento della lingua inglese nella scuola primaria è semplicemente scandalosa: l’ex ministro Gelmini ha tagliato in due anni gli insegnanti specialisti di lingua inglese senza prevedere piani straordinari di formazione del personale”, tuona Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, che sull’argomento ha chiesto ripetutamente all’ex ministro un incontro e i dati dell’operazione, che non sono mai usciti da viale Trastevere. “Le scuole – continua Pantaleo – sono state lasciate sole ad affrontare questa situazione: da una parte la legge che impone l’insegnamento dell’inglese e dall’altra l’insufficienza del personale”.

“Altro che estensione dell’insegnamento dell’inglese: solo sterile propaganda tesa a nascondere i tagli epocali degli ultimi tre anni. La Flc Cgil, che da tempo ha sollevato questo problema, porterà all’attenzione del nuovo ministro dell’Istruzione – conclude Pantaleo – questa vicenda come una delle emergenza in cui versa la scuola italiana”. Secondo il sindacato di via Serra, i docenti formati lo scorso anno con il primo corso di formazione sono stati appena 2 mila, che non possono sopperire al taglio di quasi 3 mila specialisti.

Il conteggio è semplice. I 9.299 insegnanti di Inglese alla primaria riuscivano a coprire l’insegnamento della disciplina in quasi 70 mila classi, il resto delle classi (63 mila classi) veniva coperto con i cosiddetti “specializzati”: docenti che nel corso dell’ultimo concorso a cattedre erano riusciti ad ottenere l’idoneità anche per insegnare la lingua straniera. Questi ultimi, oltre alle altre materie, insegnavano anche la lingua straniera in due o tre classi.

Gli specialisti rimasti possono coprire 48 mila e 500 classi e altre 2 mila e 500 classi possono essere coperte con gli specializzati, attraverso un corso di 50 ore in presenza e 50 on line, mentre gli specialisti rientrati su posto comune possono coprire altre 4 mila classi: in totale 55 mila classi. Restano scoperte 15 mila classi. Chi insegna l’Inglese ai 300 mila piccoli sfortunati incappati nel taglio? Da viale Trastevere, il silenzio più totale ma poco più di un mese fa il Tar Lazio ha intimato al ministero di ripristinare due specialisti di Inglese, indebitamente tagliati dalla Gelmini, in una scuola elementare romana.

da www.repubblica.it

"I punti fermi contro l'evasione", di Vincenzo Visco

Tra i non pochi problemi del sistema fiscale italiano, l’evasione è quello principale: almeno 120 miliardi di euro l’anno, 8 punti di Pil, da 2 a 3 volte l’entità riscontrabile negli altri Paesi avanzati. In altre parole l’evasione in Italia è fenomeno non solo endemico, ma di massa, che coinvolge milioni di persone (e imprese) per cifre unitarie che possono anche non essere elevatissime. Sono queste caratteristiche che rendono particolarmente difficile il contrasto all’evasione nel nostro Paese in quanto tale attività pone un problema di consenso rilevante. In altre parole la riduzione dell’evasione in Italia è più un problema politico che un problema tecnico.
Sull’evasione si sa tutto; si conosce il suo ammontare e anche la sua distribuzione territoriale; si conosce chi evade di più o di meno: poco lavoratori dipendenti e pensionati (straordinari o attività secondarie in nero); non molto le imprese industriali in senso stretto, molto le costruzioni, il commercio, gli alberghi e ristoranti, i servizi, un po’ meno le professioni; molto più le imprese piccole rispetto a quelle di maggiori dimensioni e più strutturate (che viceversa eludono quando possono); come ammontare l’evasione è (molto) più elevata al Nord, ma in percentuale delle basi imponibili è maggiore al Sud.
In sintesi si può dire che là dove redditi e compensi sono “tracciati”, e soprattutto là dove sono certificati da una parte terza, l’evasione è assente o minore. Dove ciò non avviene l’evasione è più elevata. Perciò tra il 2006 e il 2008 la “tracciabilità” fu posta al centro dell’azione di governo come strumento di contrasto all’evasione fiscale. La tracciabilità tuttavia consiste in un insieme di misure articolate che prevedono soluzioni diverse per situazioni diverse: innanzitutto è opportuno il ricorso a sostituti di imposta là dove è possibile o la diffusione e estensione di strumenti elettronici: dalle fatture elettroniche all’elenco clienti e fornitori (importantissimo), alla trasmissione telematica dei corrispettivi nel commercio al dettaglio o nei distributori automatici nei cui confronti manca ogni controllo.
Naturalmente è anche molto importante la disincentivazione dell’uso del contante che tuttavia non si realizza tanto con la previsione di un unico limite ai pagamenti in contanti (300-500 € come si propone), bensì con misure specifiche per settori e situazioni specifiche: dall’obbligo di pagamento solo con strumenti tracciabili per le attività professionali, o per i pagamenti di canoni o oneri deducibili o detraibili, al divieto dell’uso del contante per il pagamento delle retribuzioni o di altri compensi. Prima della caduta del governo Prodi inoltre erano allo studio misure per l’introduzione del cosiddetto “borsellino elettronico” vale a dire di carte di pagamento per le micro transazioni, dalla consumazione al bar, all’acquisto del giornale, all’autobus, al taxi. Questi strumenti sono molto diffusi in altri Paesi (Francia, Belgio) e possono gradualmente sostituire gran parte del contante negli usi e abitudini quotidiane senza obblighi o divieti particolari, ma per semplice convenienza. Altri studi riguardavano l’uso del cellulare per pagamenti anche di ammontare più rilevante.
Queste proposte vanno riprese, tenendo presente che anche se un limite generale all’uso del contante è importante e utile, il contrasto del riciclaggio e la lotta all’evasione non coincidono esattamente. Va sottolineato comunque che questi strumenti dovrebbero essere privi di costi per gli utenti, dal momento che un consistente vantaggio per le banche sarebbe rappresentato dalla riduzione dei costi, molto elevati, connessi alla gestione di contanti.
Per completare gli interventi relativi alla tracciabilità, alle misure già introdotte nel biennio 2006-2008 andrebbe aggiunta la trasmissione automatica al Fisco dei saldi finanziari e delle variazioni dei costi di tutti i contribuenti come avviene in Francia. Ciò renderebbe inutile il ricorso ad una specifica dichiarazione delle consistenze patrimoniali dei contribuenti, in quanto esse potrebbero essere ricostruite dal Fisco in modo diretto usando le banche dati disponibili (catasto più i nuovi dati patrimoniali).
Queste misure, per poter funzionare devono essere ad applicazione generale e non implicano costi aggiuntivi per i contribuenti. Esse hanno sia la funzione di fungere da deterrente, che di alimentare le banche dati del Fisco che disporrebbe di tutte le informazioni necessarie a conoscere la situazione economica effettiva dei contribuenti. Sarebbe così possibile ottenere un assetto razionale della organizzazione dei controlli. Infatti il Fisco dovrebbe cambiare la sua organizzazione attuale rendendone le modalità di funzionamento più simile a quelle degli altri Paesi europei dove il contatto diretto, la conoscenza, il dialogo e il confronto rappresentano la regola.
Il problema infatti non è quello di operare accertamenti sintetici, bensì di fare in modo che i contribuenti siano consapevoli del fatto che le autorità fiscali conoscono la loro effettiva situazione economica e seguono la loro attività e quindi dichiarino quanto guadagnano o fatturano in modo da evitare controlli molto puntuali.
Seguendo in modo coerente e costante queste strategie, in un congruo numero di anni il problema dell’evasione fiscale in Italia potrebbe essere risolto, vale a dire riportato a dimensione fisiologica. Un’agenda simile a quella descritta sembra essere parte del programma dell’attuale governo. Essa va verificata e attuata rapidamente prima che il consenso politico, o per lo meno il non dissenso, venga meno.

Il Sole 24 Ore 29.11.11

"Dal Veneto ultimatum al Carroccio", di Marco Alfieri

Sono esterrefatto dalla posizione della Lega e dalle parole di Bossi sul governo Monti. Peraltro nessuno dei leghisti veneti ne ha preso le distanze.” Peggio. “In questi anni il Carroccio ha reso un pessimo servizio ai veneti: siamo una terra generosa e aperta ma per colpa sua ci dipingono come gretti e razzisti. Quanto al nuovo premier, lo si lasci lavorare. Mi auguro che in Parlamento si trovino i numeri per le riforme, siamo sull’orlo del baratro…”

La stoccata di Roberto Zuccato, presidente della Confindustria di Vicenza, una delle province più leghiste d’Italia, è tanto più corrosiva perché si abbina ad un’autocritica che tocca il cuore del modello d’impresa nordestina. “Bisogna guardare in faccia la realtà”, ammette Zuccato. “Essere piccoli è il problema più grande che ha davanti il nostro territorio. Per crescere, quindi, non possiamo continuare a difendere lo status quo ma dobbiamo avere il coraggio di attaccare…”

Non arroccarsi bensì sporcarsi le mani, riformare, mettersi in gioco. Perché il Nordest, da sempre filogovernativo prima con la Balena bianca poi con il forzaleghismo egemone, non può permettersi il lusso di stare all’opposizione. Specie in questi tempi drammatici. Almeno così la pensano imprenditori, artigiani, manager e sindacati riuniti ieri a Venezia dalla rivista Nordesteuropa.it. Lo scenario è così in movimento che l’ex microcosmo felice si è trovato spiazzato da una crisi che dopo l’estate si è trasformata in un incubo, la fine del governo amico di centrodestra, ripugnato all’ultimo dopo anni di amorosi sensi, l’esecutivo tecnico di Monti che promette lacrime e sangue, e soprattutto da una Lega all’opposizione che disallinea la regione Veneto a guida padana da palazzo Chigi. Il rischio, insomma, è quello di un anno e mezzo di propaganda “che non possiamo permetterci”, dicono tutti in coro. Di qui la necessità di una agenda Nordest da proporre al nuovo premier. Non basta fare rappresentanza di interessi: bisogna incrociare ruolo associativo sul territorio con una responsabilità adeguata ai tempi. Per non relegarsi alla pura testimonianza.

Così sulla scia di Zuccato tutti accettano di mettersi in gioco. Con due punti in comune: aprono a Monti e bocciano l’aventino del Carroccio. Bepi Covre, imprenditore leghista eretico, ex sindaco di Oderzo e parlamentare del Carroccio, invita addirittura “i partiti a ringraziare il professore bocconiano e fargli in bocca al lupo perché è l’ultima possibilità che abbiamo.” Covre infatti reputa “la posizione di Bossi incomprensibile ai tempi di mister spread che comanda e commissaria parlamenti e democrazie.” Se la Lega non si chiarisce su questo punto, “rischia il bagno di sangue elettorale. Tanto più che ci sono centinaia di sindaci in grande imbarazzo.” Il capo degli artigiani veneti, Giuseppe Sbalchiero, chiede a Monti “semplificazione e sburocratizzazione” ma poi si mette la mano sul cuore e invoca “la massima condivisione, politica e dei mondi della rappresentanza, in questo momento gramo.” Anche il segretario regionale della Cisl, Franca Porto, si guarda in casa e fa autocritica. “Attenzione: l’accanimento contro la Lega non basta. Il centrosinistra non ha saputo produrre alternative credibili sopra il Po. Esiste un grande vuoto da colmare.” Per poi snocciolare numeri da spoon river. “Stanno finendo i periodi di cassa integrazione: da qui a febbraio ci saranno purtroppo molte imprese che chiuderanno, lasciando a casa migliaia di persone. In Veneto – prosegue Porto – ci sono 100mila disoccupati di lunga durata destinati a crescere a fine inverno a 150mila. Per questo, viva il governo Monti ma ci vuole anche una forte responsabilità delle forze sociali.”

Lo stesso Riccardo Illy, che alcuni rumor danno potenziale candidato alla presidenza di Confindustria, scuote le imprese nordestine prima di stilare una vera e propria agenda di legislatura. Per il re del caffè “Monti dovrebbe reintrodurre la dual income tax che aveva messo Visco (da queste parti soprannominato Dracula, ndr) e che Tremonti ha tolto: serve a incentivare le nostre Pmi a capitalizzarsi e a dipendere meno dal credito bancario. Superando il vecchio paradigma famiglie ricche imprese povere.” Il vero nervo scoperto del modello veneto. Con grande onestà toccato anche da Zuccato. “Dopo la crisi, non possiamo più permettercelo.” E la Lega, sarà d’accordo?

La Stampa 29.11.11

"Meno precari, ma solo in religione", di Mario D'Adamo

Il dato, occultato nella precedente gestione, emerge dal rapporto del ministero sul 2009/2010. É l’unica categoria passata tutta a tempo indeterminato. Nel 2009/2010 il numero dei precari si è ridotto solo tra i docenti di religione cattolica. Le ripetenze costano parecchio e un maggior tempo scuola non significa migliori risultati. I costi per alunno sono molto elevati, mentre risparmi si potrebbero conseguire migliorando efficacia didattica ed efficienza del sistema scolastico.

Sono aumentati i versamenti diretti delle famiglie alle scuole. I docenti non erano 795.342, come emerge dalla lettura delle statistiche del 12 ottobre scorso, ma 822.000. Il ministero mette a disposizione tutti i numeri completi, organicamente organizzati e illustrati, di docenti, studenti e istituzioni scolastiche, delle spese sostenute dallo stato e dalle famiglie con un rapporto, La scuola in cifre 2009 – 2010, reperibile sul sito del ministero dal 22 novembre scorso (http://www.istruzione.it/web/ministero/index_pubblicazioni_11), centocinquanta pagine di tabelle, osservazioni, spunti critici, focus. L’odierno rapporto aggiunge al totale dei docenti, diffuso il 12 ottobre, gli oltre 26.000 insegnanti di religione cattolica, che la volta scorsa (era la sitnesi offerta dal precendete ministro, Mariastella Gelmini) non comparivano né si chiariva che non erano considerati e perché. Lo stesso dicasi per gli anni precedenti a partire dal 2000/2001. Gli insegnanti di religione, l’unica categoria che è riuscita a ridurre il precariato, erano tutti precari nel 2000/2001, 22.900, per diventare 26.300 nel 2009/2010, oltre la metà dei quali con incarico a tempo indeterminato, il 53 per cento circa. Mentre i precari su posti di scuola normale e di sostegno tanti erano nel 2000/2001, 117mila, tanti sono rimasti nel 2009/2010. E si spiega: sono stati espletati concorsi per l’immissione in ruolo solo dei docenti di religione. I quali sono anche l’unica categoria di docenti, insieme con quelli di sostegno, che dal 2000/2001 è aumentata: quelli di sostegno del 44,2 per cento e del 25 per cento, rispettivamente, insegnanti a tempo indeterminato e determinato; mentre quelli di religione, sia a tempo determinato che a tempo indeterminato, sono aumentati del 15 per cento. Rispetto ai dati organizzativi, il numero delle istituzioni scolastiche autonome, che erano 12.687 nel 1998/99, sono scese a 10.452 nel 2009/2010. In dodici anni sono diminuite meno di quanto si prevede caleranno nel giro di un anno con l’applicazione degli ultimi criteri di dimensionamento stabiliti dalla legge di stabilità 2012. Un’altra questione affrontata nel capitolo risorse riguarda la spesa pubblica per l’istruzione. Nel 2007 si sono spesi in media per alunno 6.138 euro, più della media europea di 5.114. Nello stesso periodo sono aumentati i contributi delle famiglie alle scuole: dai 23,1 euro per studente nei circoli didattici ai 102,9 delle superiori. La spesa complessiva sostenuta nel 2009 da stato, regioni ed enti locali è stata di 54,6 miliardi, il 3,6 per cento del Pil. Allo stato tocca la fetta più grossa, 45,2 miliardi, 54 euro per studente. Il 91 per cento è costituito da spese di personale. Se risparmi si vogliono conseguire, questi possono derivare da una migliore organizzazione, flessibilità, efficienza organizzativa ed efficacia didattica e/o da un diverso rapporto studenti/insegnanti. Le statistiche fanno rilevare come ripetere un anno di secondaria faccia lievitare più del 6 per cento i costi di un percorso scolastico. Se si diminuisce il numero dei bocciati che in prima media è del 5,5 per cento e in prima superiore del 20,4, si possono conseguire risparmi elevati. Che aumenterebbero ancora se si alzasse il rapporto alunni/insegnanti. Ma il rapporto, piuttosto basso almeno fino al 2009/2010, è determinato da una serie di fattori concomitanti che è difficile aggredire tutti insieme: minor numero di alunni per classe; minore orario di lavoro dei docenti rispetto ad altri paesi; più tempo scuola degli studenti. Emerge infine che per una maggiore efficacia didattica non sembra necessario un maggior tempo scuola. Il rapporto mette in evidenza, infatti, che i migliori risultati sono stati conseguiti nei testi PISA del 2008 da studenti di paesi (Finlandia, Corea e Giappone) con minor tempo scuola. Se le statistiche, come dice il rapporto, devono servire come guida ai decisori di ultima istanza, chi ha orecchio per intendere intenda, e pare abbia inteso.

Tutti i dati del rapporto sui numeri della scuola, pubblicato dal ministro Francesco Profumo, sono fermi al 2009/2010. Le statistiche sul 2010/2011, secondo la vecchia tradizione ministeriale, dovrebbero già essere pronte.

da ItaliaOggi 29.11.11

"Chi risolve l’eurorebus?", di Franco Mosconi

Di fronte alla gravissima crisi che stiamo vivendo, sono tre le questioni aperte sui tavoli delle istituzioni europee, in quelle sopranazionali così come negli stati membri: il ruolo della Bce, gli eurobond, l’unione fiscale. Sono esse destinate a viaggiare su binari paralleli, quasi che la soluzione di una delle tre debba escludere le altre due, oppure è nel novero delle cose possibili una riforma più complessiva? Una crisi che sembra non aver mai fine ha posto in risalto tutta l’inadeguatezza della governance economica europea negli anni dell’euro.
La «zoppia» – per dirla con le parole del presidente Ciampi – di un’unione monetaria non controbilanciata da una politica di bilancio comune era stata da tempo denunciata. Certo, la crisi esplosa nell’autunno del 2008 ha aggravato questo stato di cose, ma la necessità di completare con ragionevolezza la costruzione europea non la scopriamo certo oggi. Riaffiorano così le tre questioni di cui si diceva all’inizio, che possiamo porre nei seguenti termini.
Primo: la Bce deve continuare ad agire in base al suo attuale statuto – ove l’imperativo categorico è quello di assicurare la stabilità dei prezzi – oppure dovrebbe farsi carico, come da più parti si è suggerito, anche della crescita economica? Secondo: l’Ue ritiene maturi i tempi per una prima emissione di eurobond o vuol lasciare questa proposta – prossima a compiere il suo ventesimo anniversario (com’è noto fu lanciata da Jacques Delors col suo Libro bianco del ’93) – nel proverbiale «libro dei sogni»?
Terzo: quali aree di sovranità nazionale i paesi dell’eurozona sono disposti a cedere (verso l’alto, cioè verso il livello di governo sopranazionale) per dare vita a una effettiva Unione fiscale? La tentazione, leggendo le domande nel loro assieme, di trovarsi di fronte a un puzzle irrisolvibile è forte: non si sa da quale parte cominciare a incastrare fra loro i pezzi. Questo rischio oggi è assolutamente da evitare, venendo l’Europa da mesi (per non dire anni) di tentennamenti. Se da un lato abbiamo visto più di un summit concludersi con un nulla di fatto, dall’altro la prassi di questo tempo è stata capace di introdurre alcune novità rilevanti.
Al riguardo, pensiamo ai copiosi acquisti effettuati dalla Bce a Francoforte, prima sotto la guida di Trichet e ora di Mario Draghi, di titoli di stato emessi da paesi dell’area dell’euro in evidente difficoltà (l’Italia fra questi). Il colpo d’ala però è ancora di là da venire, e vedere quotidianamente i nostri paesi europei in balia dei mercati finanziari internazionali non è motivo d’orgoglio. Anzi. L’Ue a ventisette, con un Pil pari a 12,9 trilioni di euro (che diventano 9,2 per i sedici dell’eurozona), è ancora oggi la prima economia al mondo (gli Usa si fermano a 11,8).
Possibile che una potenza economica di questa stazza non riesca a trovare in se stessa l’ispirazione e la volontà per uscire dallo stato d’incertezza in cui è intrappolata? La crisi, si badi bene, è giunta a tal punto che in giro per il mondo sono molti a parlare di una probabile fine dell’euro e, quel che è peggio, a scommettere su di essa.
Serve un colpo d’ala, dicevamo. Due proposte appaiono particolarmente meritevoli. La prima è quella sugli «eurounionbond» lanciata l’estate scorsa da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio (Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2011); la seconda è quella sull’«Unione fiscale» elaborata dal centro studi Bruegel con un paper scritto da Benedicta Marzinotto, André Sapir e Guntram B. Wolff (www.bruegel.org, n. 2011/06, novembre 2011).
In breve, l’originale proposta Prodi-Quadrio Curzio sugli eurobond è centrata sull’istituzione di un fondo finanziario europeo (Ffe), con un capitale di 1.000 miliardi di euro costituito dalle «riserve auree del sistema europeo di banche centrali (Sebc)» e «da altri capitali anche in forma di obbligazioni e azioni stimate a valori reali e non ai prezzi di mercato sviliti».
A questo punto, prosegue l’argomentazione, «il Ffe con 1.000 miliardi di euro di capitale versato potrebbe fare una emissione di 3.000 miliardi di eurounionbond (Eub) con una leva di 3 e durata decennale (e oltre) al tasso del 3%». Infine, i capitali così raccolti dal Ffe dovrebbero essere divisi in due parti; citiamo testualmente: «Per far scendere dall’attuale 85% al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di stato dei paesi della Uem (…) I rimanenti 700 miliardi della citata emissione dovrebbero andare a grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti delle quali il Ffe diverrebbe azionista».
Pochi giorni or sono, Bruegel – il centro studi fondato nel 2005 a Bruxelles da Mario Monti – ha pubblicato un interessante paper dal titolo “Quale tipo di Unione fiscale?”.
Marzinotto, Sapir e Wolff propongono «una limitata unione fiscale, con la creazione di un ministero delle finanze dell’area dell’euro, e con un ministro che abbia diritti di veto sui bilanci nazionali che possano minacciare la sostenibilità dell’area dell’euro». Le innovazioni istituzionali rese necessarie da questa attualissima proposta – di unione fiscale si è molto parlato nell’incontro a tre Sarkozy-Merkel- Monti dell’altro ieri a Strasburgo – sono molte e profonde. Ancora una volta in breve: l’introduzione di una tassa imposta al livello europeo, ossia, «la disponibilità di risorse fiscali al livello federale» con il ricorso diretto ai contribuenti europei giacché – osservano gli autori – «tutte le unioni monetarie di successo hanno un ragguardevole bilancio federale». La loro proposta ne implica uno più piccolo, conferendo al nuovo ministero delle finanze dell’area dell’euro una taxing capacity di circa il 2 per cento del Pil dell’area medesima.
Altra necessaria innovazione istituzionale è quella sulle modalità di nomina del nuovo ministro delle finanze dell’area dell’euro, che dovrebbe essere «eletto dal parlamento europeo e dal consiglio con la normale regola di maggioranza». La proposta degli studiosi di Bruegel si allarga poi alla supervisione e regolazione del sistema finanziario dell’area dell’euro, prevedendo l’istituzione – proprio grazie all’aiuto del ministero di cui sopra – di una nuova authority (Edic, Euro-area deposit insurance corporation), necessaria soprattutto per la supervisione delle grandi banche operanti a livello continentale e che sfuggono, quindi, al controllo delle autorità nazionali.
Sia la proposta sugli unioneurobond sia quella sull’Unione fiscale richiedono modifiche ai trattati; entrambe aiuterebbero a risolvere la questione della missione della Bce, che potrebbe finalmente acquistare titoli, per così dire, «federali europei». Naturalmente si tratta di proposte in sè diverse, ma ancora una volta c’è qualcosa che le accomuna: aiutano a guardare avanti, verso un rinnovato patto europeo. Sta alla politica decidere da dove cominciare affinché quello che, in apparenza, è un puzzle trovi la sua corretta composizione.

da Europa Quotidiano 29.11.11

"«Operai iperprotetti», leggenda metropolitana", di Bruno Ugolini

C’è un luogo comune che affibbia agli operai l’etichetta di iperprotetti e li colloca così opposti agli atipici e precari privi di diritti e tutele. Una “leggenda metropolitana” se si pensa alle giornate che stanno vivendo migliaia di operai in Italia, come alla Fiat, come nelle decine di aziende che vanno chiudendo. Ma quella degli “iperprotetti” nonè un’opinione riservata agli studiosi e ai politici intenti a trovare soluzioni in un mercato del lavoro dissestato. La leggenda è penetrata, a furia di ripeterla, anche nell’opinione pubblica e, soprattutto, tra coloro chenon hanno diritti e tutele. Così si scatena la guerra tra padri e figli. Leggiamo tra le testimonianze raccolte nel sito www.giovandispostiatutto. com opinioni come questa: «Ci sarebbe bisogno di ridimensionare i sindacati e le abnormità di certi contratti che danneggiano produzione, reddito nazionale, e onore, ponendodiseguaglianze enormi di potere d’acquisto tra categorie debolissime e quelle iperprotette intoccabili». Troviamo anche un “padre” che risponde: «Quando siamo entrati noi, nel mondo del lavoro, non è che si stesse meglio di come state voi adesso. Esistevano ancora i lavori a contratto settimanale, venivi ascoltato nel posto di lavoro, potevi andare in bagno 2 volte al giorno soltanto se la chiave del bagno era al suo posto. Cioè se qualcuno si era assentato, o aveva nascosto la chiave, tu dovevi restare al tuo posto. Se il guardiano ti trovava a mangiare una caramella sul posto di lavoro venivi multato perché era “pausa pranzo” durante l’orario di lavoro. E gli stipendi erano da fame, più o meno come adesso. Poi sono state fatte delle lotte, quando il sindacato era unitario (cioè vogavano tutti nella stessa direzione) E da quelle lotte sono venuti i benefici che, in parte, ancora esistono. Ma se tutti i ragazzi come te, che scrivono la loro rabbia sul forum, sono costretti a vivere alle spalle dei genitori, di chi è la colpa?». Resta il fatto che la condizione dei figli precari così come quella dei padri che vedono un futuro di precarietà avrebbero bisogno di soluzioni. Senza creare ulteriori divisioni tra nuovi e vecchi assunti. Come quelle previste in sostanza nelle proposte di Pietro Ichino, uno studioso importante che dovrebbe però confrontarsi (e tenerne conto) delle obiezioni dei sindacati. Nonché del Pd così chiaramente contenute nella conclusione di una non lontana convention sui temi del lavoro svoltasi a Genova. Era stata approvata, in quell’occasione, a larga maggioranza, dopo una seria discussione, un’alternativa su questi temi che prevedeva una strategia di lungo respiro, tesa a rendere più costoso l’uso dei precari. La cosa curiosa è che ora qualcuno avrebbe voluto destituire il principale sostenitore di tale alternativa ossia Stefano Fassina.

L’Unità 29.11.11

"In cattedra a settant'anni", di Pippo Frisone

L’ultima ricerca della Fondazione Agnelli (2008/09) stimava a 50 anni l’età media degli 840mila docenti italiani . Nella primaria l’età media è di 47 anni, nella secondaria di 51 anni. L’ultima ricerca della Fondazione Agnelli (2008/09) stimava a 50 anni l’età media degli 840mila docenti italiani . Nella primaria l’età media è di 47 anni, nella secondaria di 51 anni.

Oltre i 50 anni è il 55% dei docenti in Italia contro il 28% in Spagna, il 30% in Francia,il 32% nel Regno Unito mentre in Germania è il 47%.

Il corpo docente è donna all’81% in Italia, al 70% in Germania e Regno Unito, al 67% in Spagna e Francia.

I tagli Gelmini-Tremonti hanno ridotto di 87.400 gli organici dei docenti nel triennio 09/12.

Nel decennio prossimo venturo la Fondazione stimava un esodo di 300mila docenti per raggiunti limiti di età.

Ma sarà ancora cosi?

Le ultime restrizioni sulle pensioni di questa estate, garantivano l’uscita al 1.9.12 a quanti avessero maturato i 40anni di servizio al 31.12.11, ovvero, avessero raggiunto quota 96 ( 60 anni d’età al 31.12.11+35 anni servizio ) con le pensioni d’anzianità, ovvero raggiunto i 61 anni se donna o 65 anni se uomini (con almeno 20 anni di contributi) sempre al 31.12.11 con le pensioni di vecchiaia.

Per quanti maturavano i predetti requisiti sia per le pensioni d’anzianità sia per la vecchiaia nel 2012 (le donne acceleravano sulla vecchiaia a 65 anni) andavano in pensione un anno dopo con una finestra di uscita nel 2013.

Ma le novità più sconvolgenti per i docenti sono quelle che sta predisponendo la neo ministra del Welfare Fornero . Un’accelerazione brusca dei requisiti , già ritoccati questa estate.

Per andare in pensione nel 2012 è necessario aver compiuto 63 anni mentre si potrà continuare a lavorare fino a 70 anni.. Per chi andrà in pensione prima dei 65 anni disincentivi mentre verranno premiati quelli che restano dopo i 65 fino ai 70 anni. Per tutti , anche per quelli che avevano maturato il retributivo, è previsto il passaggio dal 1.1.12 al sistema contributivo.

Un vero e proprio terremoto nel mondo della scuola, in particolare per quei 300mila pronti ad andare in pensione nel decennio.

Quanti si tratterranno in servizio fino a 70 anni in vista degli agognati premi e incentivi ?

Quanti ce la faranno ancora a salire in cattedra dopo 40-50 anni di servizio ?

Provate a immaginare una maestra di scuola materna o di scuola primaria a 70 anni con bambini di 3- 6 o10 anni , con un divario d’età di oltre 60 anni !!! Vengono i brividi solo a pensarci. Cambia tutto. Andrebbero ripensati ruoli, funzioni e mansioni all’interno della scuola.

Non è pensabile inchiodare alla cattedra i docenti dopo 40 anni di insegnamento.

Per chi resta fino a 70 anni per scelta o per beneficiare degli incentivi, bisogna trovare un’alternativa all’insegnamento, creare nuove figure professionali, legandole magari all’esperienza, all’autonomia.

Non possiamo lamentare di avere, oggi, il corpo docente più vecchio d’Europa e poi costringerlo a varcare la fatidica soglia dei 65 fino ad arrivare a 70 anni.

Sottrarre gli insegnanti ad un tale destino non è corporativismo, né privilegio…

Il lavoro docente, è stato ripetutamente dimostrato, è professione ad elevato rischio di stress.

Non è lavoro che usura il fisico ma sicuramente usura la mente.

Perciò chiediamo che la Ministra Fornero ne tenga conto.

Il tempo delle baby pensioni è oramai tramontato ma non cadiamo nell’eccesso opposto.

La scuola italiana deve rinnovarsi ma non lo potrà fare mantenendo in cattedra gli insegnanti a 70 anni!

da ScuolaOggi 29.11.11