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"Affondano le ammiraglie della tv", di Paolo Festuccia

In due anni le emittenti generaliste di Rai e Mediaset hanno perso 10 punti di share, male anche i tg. Dieci punti in due anni. Tanto hanno lasciato sul terreno degli ascolti le sei tv generaliste italiane: le tre pubbliche (Rai), le tre private (Mediaset). Ma nonostante il calo, l’offerta generalista resta predominante: infatti, i due grandi competitor, Rai e Mediaset totalizzato insieme ancora il 78,36 per cento dello share. «Ma è chiaro», osserva un dirigente Rai, «se da un lato l’erosione degli ascolti c’è, sia per la Rai che per Mediaset dall’altro i due operatori recuperano una larga fetta (circa il 7%) sul digitale». E già, il digitale, ma non solo, anche le satellitari: è in questo contesto che si gioca la sfida. Stime alla mano, infatti, dal novembre 2010 a oggi il segno più compare solo davanti a Raitre (0,12),e La7 (+1,60%), Tvsat (+1,13), Altre (+0,19) per un totale di quasi tre punti percentuali. Si dirà, pochino. Ma se si osserva il dato, invece, oltre la percentuale di incremento si nota che pay-tv e digitale sono passati dal 18,70% al 21,22% di share. Dati che si traducono in abbonati (Sky ha superato i cinque milioni con l’8,5% mediamente di share, La7 è quasi al 5 per cento), e soprattutto in ricavi pubblicitari linfa vitale per il prodotto e, soprattutto, indispensabili nel caso della Rai a tenere sotto controllo le sofferenze di bilancio (mediamente di 350milioni di euro con a fronte fino a dicembre 2011 affidamenti bancari di 700 milioni di euro). E se dunque lo share cala l’asticella del debito rischia di salire. Se poi si aggiunge il peso dell’alta evasione del canone per viale Mazzini ecco che il combinato share-pubblicità rischia di divenire esplosivo.

Argomento questo, che il direttore generale della Rai Lorenza Lei conosce bene. Al punto che l’obbligo per la Tv di Stato è quello del pareggio a fine anno.

Ma i conti non sempre fanno rima con gli ascolti. Infatti dal novembre dello scorso anno a oggi l’unica rete a salvarsi dal segno meno è Raitre (diretta fino al mese scorso da Paolo Ruffini). La rete ammiraglia, Raiuno, invece, si segnala (nella prima serata) come la peggiore: meno 3,76% (Canale5 -1,61%; Raidue -0,24; Italia 1, -0,52%); segno che il palinsesto non fa proprio breccia nei cuori dei telespettatori. A parte rarissime eccezioni. Per questo, in molti ambienti televisivi, si spiega «che non è in crisi la tv generalista ma il prodotto della Tv generalista», tant’è, sottolineano dal cda di viale Mazzini, «che basta soffermarsi sui dati di alcune fiction di ottima qualità («Montalbano», 33% di share, «Cenerentola», 30% e «Don Camillo», 28%) per certificare come il telespettatore corra davanti alla Tv al richiamo della qualità». Diversamente, anche la fiction si ferma tra il 10 e il 13 per cento.

Insomma, a fare la differenza è l’evento: vuoi che si chiami Fiorello (42,60% di share), vuoi che sia Terence Hill che da otto stagioni si attesta intorno al 30 per cento di ascolti.

Dunque, se latita il prodotto, il pubblico scappa via. Non si ferma su Raidue ma corre, ad esempio, su «SkyTg24 eventi» per guardare Santoro (che perderà pure qualche spettatore di puntata in puntata, ma di fatto li sottrae alle generaliste) o XFactor resuscitato con Simona Ventura da Murdoch o Sky cinema passato in pochi mesi dallo 0,8 per cento al due e mezzo nel prime time. «La verità osserva un produttore di successo – è che sino ad oggi lo spettatore si è bevuto di tutto, ora bisognerà guardare al lavoro della major americane: insomma, il tempo di prodotti fatti a due lire e venduti a migliaia di euro è proprio finito».

La Stampa 28.11.11

"La laicità del Pd e i religiosi del maggioritario", di Cristoforo Boni-

Il Pd è un partito che può vivere con qualunque sistema elettorale: non ha bisogno del maggioritario per definire la propria identità. Per aver detto queste cose, che rappresentano peraltro un atto di fiducia verso il futuro del Pd, Dario Franceschini è stato bersaglio di critiche: per qualcuno in casa democratica l’implicita apertura a una riforma di tipo proporzionale è quasi una bestemmia (contro la religione del maggioritario, s’intende).
Nell’emergenza economica, parlare di legge elettorale può apparire un diversivo. Ovviamente, altre sono oggi le priorità. Tuttavia il tema è di grande rilievo. Almeno per due ragioni. La prima riguarda, appunto, la natura del Pd. Contestare le affermazioni di Franceschini vuol dire avventurarsi nel territorio più ostile al Pd, abbracciando di fatto la tesi in base alla quale la sua fondazione è figlia di uno stato di necessità, indotto dalla costrizione del maggioritario. Il Pd non sarebbe nato dunque da un incontro di culture riformatrici, o dal proposito di dare un orizzonte “democratico” al centrosinistra cresciuto con l’Ulivo, ma dalla gabbia maggioritaria imposta nella (fallita) transizione istituzionale. E, senza la gabbia, il Pd sarebbe destinato a disintegrarsi.
Peraltro, sostenere che il Pd possa vivere e affermarsi come la forza più rappresentativa dei progressisti italiani qualunque sia l’assetto del sistema (maggioritario, proporzionale o misto) è la convinzione originaria del progetto. La stessa “vocazione maggioritaria”, il tratto più significativo della stagione di Walter Veltroni, sarebbe fortemente ridimensionata in uno schema dove il maggioritario diventa una necessità: non a caso il Pd fu apprezzato come via d’uscita dalla confusione dell’Unione e ottenne un risultato lusinghiero (pur nella sconfitta) in uno schema di gioco molto simile al “modello tedesco”, con due competitori maggiori (Pd e Pdl) e due forze intermedie (l’Udc e la Sinistra).
Ma c’è un’altra ragione che milita a sostegno di Franceschini. Alla fine del ciclo berlusconiano è arrivata l’ora di sfatare i falsi miti della Seconda Repubblica. Bipolarismo e maggioritario non sono affatto sinonimi. Il bipolarismo è un concetto che appartiene alla politologia. Mentre invece il maggioritario è un meccanismo elettorale. Non è vero che la cosiddetta Seconda Repubblica ha portato il bipolarismo: è vero invece che il bipolarismo è stato presente sin dalle origini della nostra Repubblica. Solo che nei primi trent’anni non ha mai prodotto, per ragioni internazionali, una vera democrazia dell’alternanza.
Tanto è connaturato il bipolarismo alla politica italiana che la sua crisi strutturale, negli anni Ottanta (quando il Psi di Craxi tentò di sviluppare l’alternanza all’interno di una maggioranza bloccata), ha provocato il collasso del sistema. Con la Seconda Repubblica abbiamo conquistato la democrazia dell’alternanza. Ma il meccanismo maggioritario non ha mai davvero funzionato. Il mito dell’elezione diretta del premier si è sempre scontrato con i principi costituzionali. La promessa della semplificazione è stata contraddetta dalla moltiplicazione dei partiti e dal dilagare del trasformismo. Il Porcellum ha accentuato i difetti del Mattarellum, aggiungendo le liste bloccate al cancro del maggioritario di coalizione (il nostro surrogato presidenzialista dentro un sistema di governo parlamentare).
Speriamo che con il governo Monti si riesca ad uscire da questa condizione di inferiorità, che penalizza innanzitutto il Paese impedendo governi efficaci. Il Pd può andare al confronto molto laicamente. Non è fedele di alcuna religione del maggioritario. Probabilmente la soluzione migliore dovrà essere cercata in una formula mista, con una componente proporzionale significativa e con fattori di disproporzionalità che aiutino a formare, attorno al leader del primo partito, una coalizione efficace di governo. Speriamo che il radicamento territoriale degli eletti venga sancito da collegi uninominali maggioritari (che funzionano in Germania, come in Francia, come in Gran Bretagna).
Sarebbe bello infine se la coalizione di governo fosse incentivata a formarsi davanti agli elettori attraverso il doppio turno. Ma per il Pd neppure il turno unico è una minaccia esistenziale. La minaccia piuttosto è un’altra: è la logica perversa del maggioritario di coalizione (peraltro sconosciuta nei Paesi occidentali). Questa sì corroderebbe la struttura del Pd minandone l’autonomia e la credibilità. Il maggioritario di coalizione riporterebbe per forza d’inerzia il Pd all’Unione. Invece un bipolarismo sano può essere ricostruito attorno a due forze con vocazione maggioritaria, lasciando alle forze intermedie la libertà di organizzarsi e di coalizzarsi. Con alcuni paletti: soglia di sbarramento significativa e nessuna pretesa di imporre una leadership senza che il relativo partito abbia conquistato il primato dei consensi. Ancora un mito da sfatare: per stabilizzare i governi vale molto di più la sfiducia costruttiva che le balle raccontate per vent’anni sul premier eletto dal popolo e unto dal Signore.

L’Unità 28.11.11

"Fermi davanti alla morte", di Luigi Manconi

La linea che traccia il perimetro del nostro territorio mai è apparsa così incerta e permeabile e mai è stata tanto rigida ed escludente. Dall’una e dall’altra parte di quel confine, lo scialo di morte non necessaria (se mai una morte può dirsi necessaria) grida vendetta. Grida vendetta davanti a Dio e agli uomini. Morte non necessaria: e proprio perché balza agli occhi così inequivocabilmente e oscenamente il legame inestricabile tra tanti lutti e le responsabilità umane. Al di qua del muro che cinge la Fortezza-Europa e la Fortezza-Italia, si contano migliaia e migliaia di morti e feriti e invalidi per incidenti sul lavoro: quasi tre che perdono la vita ogni giorno, per limitarci all’Italia. Al di là di quello stesso muro, nel Mar Mediterraneo, quello che fu nostrum e che ora è di pochi e potentissimi, sono quasi sette quotidianamente i morti e i dispersi. Come non chiamare strage una simile tragedia? Eppure ci abbiamo messo decenni perché la percezione di quanto fosse scandalosa quella lunga teoria di «morti bianche» (così chiamate una volta) diventasse consapevolezza collettiva: quanto ci vorrà ancora perché diventi infine inaccettabile lo stillicidio di cadaveri portati sulle nostre coste dai movimenti di un mare diventato -da canale di transito quale era- nemico insidioso?
Insomma, quando l’intollerabile ci apparirà finalmente per quello che è: intollerabile, appunto. Perché questo è il nodo vero. Non c’è dubbio, infatti, che quella degli sbarchi sia questione complicata e di difficile soluzione, che richiede politiche sovranazionali e interventi di lungo periodo, strategie complesse e grandi risorse e l’impegno dei paesi rivieraschi. Ma, detto tutto ciò e considerato tutto quanto è doveroso considerare, resta un dato pesante come un macigno e doloroso come una ferita aperta. Quel dato non può sopportare l’inevitabile lentezza delle grandi decisioni politiche e la vischiosità della concertazione europea e internazionale.
Quel dato urla una sofferenza non lenibile: a partire dal primo gennaio del 2011 e fino a ieri sono stati 2160 i migranti morti o dispersi nel tratto di mare tra l’Africa e l’Europa. Circa duecento al mese e, come si è detto, quasi sette al giorno. È una cifra che risulta dal confronto tra le stime elaborate dall’Osservatorio di Italia-razzismo, da Fortress Europe e da un coordinamento di associazioni (Acli, Centro Astalli, Caritas Italiana, Comunita’ di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes).
Ecco, è possibile accettare che una simile macabra contabilità diventi un tratto ordinario e fisiologico del panorama geo-politico, e solo perché si registra appena una spanna oltre il nostro recinto domestico? Tanto più che quelle cifre crudeli sono l’esito della maledetta combinazione di più irregolarità. L’irregolarità delle imbarcazioni, del numero di passeggeri, di chi li trasporta in Italia, delle condizioni di navigazione e infine, l’irregolarità delle persone a bordo. Il che comporta in genere, per i sopravvissuti, la decisione dell’immediato rimpatrio. Ebbene, è da qui che si può e che si deve partire per porre riparo – almeno un primo e provvisorio riparo – a questo dramma, facendo sì che quella condizione di irregolarità che avvolge e stigmatizza, mortifica e deturpa chi cerca in Italia una via di scampo, non diventi una condanna inappellabile.

È un compito che il ministro della Cooperazione e integrazione, Andrea Riccardi, che il problema conosce assai bene, può iniziare ad affrontare. Un esempio: una delle cause di quella strage nel Mediterraneo va addebitata al potenziamento dell’agenzia Frontex, l’organismo incaricato del pattugliamento delle “frontiere esterne” dei paesi dell’Unione Europea. Seppure non vi fosse una relazione immediata di causa-effetto, non c’è dubbio che sistemi rigidi di controllo (come è Frontex) inducono a «strategie di accesso» illegali, che finiscono col determinare un numero maggiore di vittime. Da qui una proposta, quanto mai ragionevole ed «europea»: far sì che Frontex si trasformi, da subito, in un meccanismo di regolamentazione dell’ingresso legale in Europa per quanti vogliano cercarvi una chance di vita. Se ne avrebbe un grande vantaggio intanto per il nostro livello di civiltà giuridica e, in prospettiva, per il nostro benessere economico.

L’Unità 28.11.11

Bersani: "Serve una manovra equa e poco recessiva", intervista di Fabrizio Nicotra

Parigi incalza il governo Monti sulla manovra e nello stesso tempo lancia un patto Francia-Germania-Italia per rafforzare la disciplina di bilancio. Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, si va verso un’Europa a due velocità?
«Se si parla di modificare i trattati per rendere più coerente il patto a 17 (i Paesi della zona euro), va bene. Tuttavia, intanto che si prepara una riforma dei trattati noi rischiamo la pelle. Stiamo vivendo una contraddizione micidiale: mentre discutiamo giustamente di una necessaria disciplina dei bilanci dei singoli Paesi, noi non abbiamo una garanzia collettiva a tutela dell’euro. Questo è il punto irrisolto. Deve essere affrontato con assoluta urgenza, lavorando (anche dentro gli statuti attuali) per un ruolo della Banca centrale europea triangolato o con il Fondo monetario. soluzione non gradevolissima, o con la trasformazione del Fondo Salva Stati in una banca. Ma quale che sia la tecnica, se stiamo solo alla disciplina di bilancio rischiamo di arrivarci morti».

C’è chi denuncia l’egoismo di Francia e Germania. Lei ha qualche rimprovero da fare a Sarkozy e Merkel?

«Purtroppo si è coltivata nelle opinioni pubbliche europee, in particolare sotto la spinta politico-elettorale della destra, l’idea che uno si salva da solo e che c’è una distinzione tra virtù e vizi, per cui i vizi sono sempre quelli dell’altro. Tutto ciò, unito a un certo lassismo in diversi Paesi, ha provocato una miscela esplosiva che ha portato il sistema all’impotenza. Manca lo scatto di orgoglio europeo. Se ci fosse, in poco tempo la fiducia tornerebbe. Ma non vedo nell’immediato la possibilità di accelerare. Aspettiamo il precipizio e forse questo scatto arriverà».

In Italia c’è un nuovo governo e qualche critica a Monti è già arrivata, soprattutto sui tempi di azione di fronte alla crisi.

«Il Pd sarebbe l’unico partito a poter tirare per la giacca Monti perché siamo i soli che dicono da tre anni che il Paese va incontro a guai seri. Tanti di coloro che adesso si agitano negli anni in cui si dormiva non hanno suonato la sveglia. lo sono per dare tempo a un governo che si insedia, dopodiché i provvedimenti hanno una loro urgenza e devono essere incisivi. E non credo che le sollecitazioni che arrivano siano disinteressate. Quando sento dire che non basta Monti per risolvere la questione dello spread, vedo un segno di irresponsabilità. Di chi non ha capito quanto grave sia il problema».

Ma quali sono le ricette per risolvere il problema? Si parla di Ici, ha, meno tasse sul lavoro. E la patrimoniale?

«Il quadro è segnato dalla necessità di consolidare la manovra per il pareggio di bilancio. L’operazione da fare deve essere caratterizzata dall’equità e tener conto che è già un mese o due che siamo in recessione. Quindi serve una manovra che abbia il minimo impatto recessivo. Noi portiamo le nostre proposte: le risorse vanno cercate là dove c’è stato meno disturbo e quindi pensiamo a un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari: un’azione credibile sul lato dell’evasione fiscale: siamo molto prudenti, invece, su provvedimenti che riguardino l’Iva perché l’Italia è un Paese in cui l’effetto inflazionistico, anche quello di una piccola mossa sull’Iva, è rilevantissimo. Lavoriamo poi a un pacchetto di proposte che riguardino da un lato risparmi sulla pubblica amministrazione e dall’altro le liberalizzazioni. Riteniamo inoltre che per dare un minimo di sostegno alle attività in senso anti-recessivo bisogna lavorare sull’immediata partenza di piccole opere pubbliche e private, e dunque pensiamo a una limitata deroga al piano di stabilità dei Comuni».

L’impostazione data da Elsa Fornero al dibattito sulla riforma delle pensioni va nella strada giusta?

«La ministra ha mostrato grande competenza e serietà. E’ positivo che parli di equità perché non possono esserci dentro il sistema previdenziale situazioni di privilegio o di mancato rapporto tra versamenti e prestazioni. E vale per tutti, a cominciare dalla politica e dai vitalizi dei parlamentari. Ha ragione Fornero, si tratta di una riforma da accelerare più che da rifondare. A noi interessa che dentro il sistema del welfare quel che si risparmia venga orientato non a chiudere dei buchi di bilancio, ma a dare una prospettiva alle nuove generazioni».

Lavoro e welfare. L’accordo tra Fiat e sindacati a Termini Imerese è un buon risultato?

«E’ una bella novità rispetto al recente passato. C’è qualcuno che chiama i protagonisti e vede di trovare una soluzione. Bene ha fatto Foniero, nei giorni scorsi, a richiamare Fiat a chiarire meglio qual è il suo impegno nazionale. Mi auguro che il governo sia finalmente in condizione di chiamare il Lingotto a discutere del piano industriale».

Berlusconi apre la campagna elettorale. Un Pdl che oscilla tra appoggio a Monti e attacchi a Monti è un pericolo per la tenuta del governo?

«Certo non è una medicina, Ma l’asse fondamentale del mio partito è l’Italia, e dunque mi rifiuto di mettere nel mirino Berlusconi. Dica quel che vuole, se ritiene che sia il momento di cominciare la campagna elettorale, è un lavoro che farà da solo. Io non lo faccio. Punto e basta».

Casini sostiene che sull’appoggio a Monti si ridefiniscono le alleanze future. I vostri alleati Di Pietro e Vendola sono piuttosto critici. La foto di Vasto esiste ancora?

«Vorrei dire che tutti hanno guardato la foto di Vasto, ma nessuno ha ascoltato il sonoro. Io ho parlato di alleanza dei moderati e dei progressisti. Certamente il passaggio Monti non è irrilevante per le prospettive politiche. Non c’è un tavolo di maggioranza, noi andiamo quando Monti chiama, ma questa fase dà anche la misura del senso di responsabilità verso il Paese che ognuno si prende. Il mio orizzonte resta una alleanza di legislatura tra moderati e progressisti per una decina di riforme sulla democrazia e sul sociale. Perché non basterà la transizione. Dopo gli ultimi 15 anni bisogna riformulare una prospettiva per il Paese. Io vedo positivamente quel che dice Casini, ma non posso ignorare le posizioni di Vendola, che non ostacolano affatto un passaggio delicato come questo. Anche io misurerò tutti quanti dall’assunzione di responsabilità che ci sarà. Chi vuol salvarsi da solo sbaglia strada».

Il Pd ha qualche problema interno, con i Liberali che hanno chiesto le dimissioni del responsabile economico Fassina.

«C’è uno sport nel descrivere sempre il Pd come imbarazzato e diviso, senza accettare il fatto che noi discutiamo all’aria aperta. Però dico questo: si leggono le posizioni di Fassina (più che di Fassina sono le posizioni deliberate dalle nostre assemblee) come tesi di una sinistra impotabile, mentre si tratta di idee Il Cavaliere vuole fare campagna elettorale? Allora si troverà da solo Io non lo seguo Non tiriamo Monti per la giacca Chi oggi ha, fretta negli ultimi tre anni ha dormito liberali discusse ovunque: il fatto che le sole misure di rigore e di austerità non accompagnate da politiche di equità e di crescita ci portino contro un muro, è teoria condivisa da tutti i liberai del mondo. Noi non facciamo una politica laburista, ma sociale e liberale».

Si torna a parlare di un congresso del Pd in primavera.

«Se si fa il congresso dovrei saperlo, non trova? Non mi risulta. In ogni caso queste voci non sono da attribuire a un disagio. Semmai sono voci che richiamano la possibilità di investire ulteriormente sui risultati che stiamo incassando in termini di consenso. A queste buone intenzioni rispondo così: prima di tutto l’Italia. Noi veniamo dopo».

Due temi nell’agenda del Parlamento. Torna attuale la riforma elettorale e voi Manciate la legge sulla cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia. Ce la farete?

«La riforma elettorale è importantissima. C’è la possibilità di lavorare a una legge che preservi il bipolarisino e che metta fine alla nomina dei parlamentari. Quanto alla cittadinanza, il tema è anche politico. La Lega è all’opposizione? Benissimo, vogliamo ancora farci ricattare dal Carroccio? No. basta. Adesso andiamo in Europa non solo con gli spread ma anche con qualche minimo segno di civiltà. Per me questo è un punto abbastanza dirimente».

Il Pd farà le primarie per il segretario del Lazio a febbraio. Siete arrivati alla conclusione di un percorso complicato. E tra un anno e mezzo si vota a Roma. Zingaretti sarebbe un buon sindaco?

«Intanto chiarisco che non ci sarà nessuna interferenza dei quadri nazionali del partito. Raccomando che tutto si svolga con sobrietà e che si dia luogo a un confronto democratico. Sul secondo punto, devono decidere i romani. Per me Zingaretti è un amministratore ottimo, una personalità notevole, fra le migliori che abbiamo.

Il Messaggero 28.11.11

"Finisce l'era dei grandi comunicatori e la politica deve cambiare registro", di Paolo Franchi

Brutti tempi per la politica. È stata — si dice — messa all’angolo, sospesa, espropriata. Certo, le procedure scritte e non scritte della democrazia sono fuori discussione, tutto passerà per il Parlamento, se il governo Monti non ha avuto la partenza bruciante che molti si aspettavano è anche e forse soprattutto perché del consenso delle forze politiche non può ovviamente fare a meno. Ma resta il fatto che, nell’ora più grave, è ai primi della classe che si fa appello e se sembrano un po’ secchioni è pure meglio. L’assenza di legittimazione popolare è rappresentata, in una parte vasta dell’opinione pubblica, come un potenziale punto di forza, non di debolezza: non sono chiamati a sedurre gli elettori ma a decidere al meglio come farci fare i pesanti compiti a casa che ci vengono richiesti, non perdano tempo.
Inutile girarci intorno. Spesso queste preoccupazioni sono strumentali, però c’è del vero. E in ogni caso non basta a renderle palesemente infondate la constatazione che la politica non è stata sospesa da qualche complotto interno e internazionale, ma in Italia (e forse non solo in Italia) ha provveduto in primissima persona ad autosospendersi, certificando sul campo la propria incapacità.
Il 12 novembre non è caduto soltanto Silvio Berlusconi, è finita una stagione lunga quasi vent’anni. Forse non oggi, ma di sicuro quando si proverà a farne un bilancio equanime, cercando anche di stabilire quale Italia ci ha lasciato in eredità, si comincerà con il riconoscere che, dal 1994, la politica e il Paese si sono divisi (drasticamente, e a tratti ferocemente) attorno a un dilemma elementare: Berlusconi sì, Berlusconi no.
E si proseguirà prendendo atto che, se Berlusconi non solo ha incardinato attorno alla sua figura tutto o quasi il discorso pubblico, ma è stato così a lungo l’unico leader capace di incarnare una «vocazione maggioritaria» di cui altri hanno solo parlato, qualche motivo ci sarà pure stato. Uno, probabilmente, su tutti. Di un tempo contrassegnato dal declino (o peggio) dei partiti, e da un’estrema personalizzazione e (orrendo neologismo) leaderizzazione della politica, Berlusconi il Grande Comunicatore è stato, nel bene e nel male, un protagonista vero. La sua «narrazione» (direbbe Vendola) dell’Italia e degli italiani è risultata, agli occhi della maggioranza degli italiani medesimi, la più convincente, se non proprio l’unica possibile; e i suoi avversari, che di «narrazioni» alternative non disponevano e giocavano in sostanza di rimessa, hanno a lungo confermato (involontariamente, si capisce) questo giudizio.
Quando e perché il protagonismo berlusconiano ha cominciato a perdere colpi è materia complessa, e controversa. Di sicuro c’è solo che a un certo punto (diciamo, per comodità, dalla cacciata di Gianfranco Fini e dal venir meno della maggioranza del 2008) Berlusconi è parso intento soprattutto a cercare di sopravvivere politicamente a se stesso. La sua «narrazione», già incomprensibile per tanta parte degli europei, si è come spezzata, cominciando a sembrare una litania stanca, vuota, a tratti persino irritante anche a molti sostenitori del centrodestra. Nel pieno della tempesta economica e finanziaria, il Grande Comunicatore ha smesso di comunicare.
E una politica (di maggioranza e di opposizione) tutta imperniata su di lui è risultata impotente. Incapace di governare in prima persona. Impossibilitata a restituire (come in un altro contesto sarebbe stato scontato) la parola al popolo. Costretta a chiedersi in quali condizioni e con quali schieramenti si ritroverà quando a votare comunque torneremo.
Il berlusconismo è stato e resta, naturalmente, un fenomeno italiano (verrebbe da dire: italianissimo). Ma è stato pure una variante nazionale di un fenomeno più generale che ha segnato gli ultimi vent’anni del secolo scorso e i primi dieci di questo: una specie di via italiana al leaderismo spinto, mezzo arrogante e mezzo piacione. Forse, seppure in forme diverse, declinano (o qualcosa di più e di peggio) insieme. Il tempo dei Grandi Comunicatori, se non si è già esaurito, si sta esaurendo in fretta; le «grandi narrazioni», decisive per vincere o stravincere le campagne elettorali (qui, più che a Vendola, viene da pensare a Obama) valgono quello che valgono quando si tratta di governare in tempi calamitosi.
E nuovi leader capaci di seminare speranza e di accedere i cuori all’orizzonte non se ne vedono. Anzi. Un seduttore di rango, quale sicuramente è stato Zapatero, ha dovuto cedere il passo a un avversario, Rajoy, considerato eccessivamente, pericolosamente grigio da gran parte degli stessi popolari spagnoli. A parti rovesciate, un identico destino potrebbe capitare a Sarkozy con il sin troppo «normale» Hollande. Non c’è da trarne leggi universali; ma di sicuro il caso di Berlusconi non è isolato. Forse non è vero che la politica sta morendo, magari sta solo cercando di cambiare registro. Peccato che in Italia le riesca ancora più difficile che altrove.

Il Corriere della Sera 28.11.11

"Onu, ultima chiamata per la Terra" di Roberto Giovanni

Copenhagen, nel 2009, è stata la grande speranza fallita. Cancun, nel 2010, la precaria ripresa del negoziato. Da oggi, a Durban nel Sudafrica, comincia la Cop 17, la conferenza organizzata dall’Onu sul cambiamento climatico. Parteciperanno delegazioni di tutti il mondo, e certamente ascolteremo ispirate parole sulla necessità di arrestare il processo di riscaldamento globale del nostro pianeta, fenomeno che ormai la scienza (escluse minuscole frange negazioniste) considera reale e pericoloso. Eppure, sarà molto difficile, forse impossibile far sì che dal negoziato possa scaturire un accordo serio ed efficace in grado di fronteggiare il «climate change».

Troppi i veti incrociati tra le potenze vecchie ed emergenti; troppi gli interessi in gioco; troppo indeboliti dalla crisi economica e finanziaria internazionale i leader politici. I termini scientifici della questione non sono in discussione. Già oggi la temperatura globale è aumentata di 0,8 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale; andare oltre i 2 gradi può provocare conseguenze disastrose, anche se i modelli matematici di previsione non concordano sulla loro entità. Già oggi la concentrazione di CO2 nell’atmosfera tocca le 390 parti per milione; dovremmo fermarci a 350 per limitare l’aumento al di sotto dei 2 gradi. Molti Paesi industrializzati stanno adottando misure per limitare le emissioni dei gas serra, ma Paesi come la Cina, l’India e il Brasile continuano a segnare incrementi notevoli. Di questo passo raggiungeremo la soglia di 450 parti per milione di CO2 prima del 2020.

A meno che la diffusione dell’economia e della tecnologia «verde» (che pure è in atto), veda una fortissima (quanto auspicabile) accelerazione. È un fatto anche che il riscaldamento globale stia già oggi producendo conseguenze pericolose, sotto forma di maggiore «disastrosità» degli eventi meteo estremi. Ne parlano ormai apertamente gli esperti che hanno esaminato le recenti alluvioni in Liguria, Toscana e Sicilia, con volumi di precipitazioni mai registrati nel passato. Come mostra il recente rapporto sugli «eventi estremi» dell’Ipcc (gli esperti Onu che studiano il cambiamento climatico) se non agiamo ci aspetta un futuro in cui la frequenza di giorni caldi sarà fino a 10 volte superiore, con precipitazioni intense e venti più veloci. Cambiamenti che mettono a repentaglio le popolazioni più povere, e che modificano anche le geografie delle produzioni di alimenti, con più inondazioni e più siccità.

Sono quattro i temi principali su cui discuteranno i delegati a Durban. Il primo è il futuro del Protocollo di Kyoto, che è l’unico trattato vincolante per la riduzione dei gas serra in vigore, e riguarda i paesi industrializzati ma non gli Usa. È destinato a scadere nel 2012, andrebbe prolungato; ma il Giappone, l’Australia, il Canada e forse anche l’Europa non vogliono farsi carico di sacrifici se gli Stati Uniti e i paesi emergenti non prenderanno impegni analoghi. Il secondo è un accordo globale che in qualche modo stabilisca impegni vincolanti per tutti i paesi; obiettivo difficile, visto che i paesi in via di sviluppo chiedono il riconoscimento della «responsabilità storica» dei paesi industrializzati. Gli «sherpa» ipotizzano che se ne possa parlare solo dal 2016. Il terzo tema – su cui invece si spera in risultati positivi – è quello della «finanza verde».

A Copenhagen prima e poi a Cancun si decise di varare un «Fondo Verde» di 100 miliardi di dollari per finanziare l’adattamento al cambiamento climatico e i trasferimenti di tecnologie «verdi». Qui bisognerà decidere come gestirlo e soprattutto come alimentarlo: ad esempio, con tasse sui trasporti aerei o marittimi, sui comparti economici più generatori di gas serra, o sulle transazioni finanziarie. Infine, punto quattro, si cercheranno progressi sulle misure di adattamento e sulla difesa delle foreste, grandi e preziosi polmoni del pianeta. E se l’Europa e gli Stati Uniti sono alle prese con difficoltà economiche e carenza di risorse, tutti gli occhi sono puntati sulla Cina, ormai il primo paese del mondo per volume di emissioni. Pechino rifiuta di prendere impegni precisi per la riduzione delle emissioni, ma sembra intenzionata ad annunciare unilateralmente un megapiano per tagliarle in modo drastico e massiccio. Potrebbe essere un esempio per tutti.
“Spegnere” il surriscaldamento
per sconfiggere fame e povertà

La Stampa 28.11.11

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“Entro il 2050 l’effetto dei mutamenti climatici causerà
il 20% in più di denutriti”, di S. SISULU E C. SCARAMELLA*

Quasi un miliardo di persone soffre la fame vivendo ai margini del sistema alimentare globale. Per intenderci, si tratta di un numero di persone superiore alla somma delle popolazioni di Unione Europea, Usa, Canada, Giappone e Australia messe insieme. Inoltre, globalmente oltre due miliardi di persone soffrono di fame nascosta, cioè il non avere accesso alla necessaria quantità di vitamine e minerali per potersi sviluppare e condurre una vita sana.

Da alcuni anni si è evidenziato autorevolmente che riscaldamento del pianeta e cambio climatico incideranno negativamente su produzione alimentare e condizioni di vita di centinaia di milioni di poveri. Entro il 2050 la popolazione mondiale avrà probabilmente raggiunto la soglia dei 9 miliardi di persone, e ciò richiederà aumenti nella produzione alimentare nell’ordine del 60 e il 70 per cento. Ma per il 2050 i soli effetti del cambio climatico sull’agricoltura potrebbero aumentare del 20% il numero di coloro che soffrono la fame. Queste proiezioni poi non considerano una serie ulteriore di fattori che incideranno sulla questione alimentare a livello globale. Primo, la crescita dei disastri naturali associata al cambio climatico. Nel 2010, tali disastri hanno colpito circa 300 milioni di persone secondo un trend crescente che riflette la maggiore frequenza, irregolarità e imprevedibilità dei fenomeni climatici, generando un circolo vizioso di povertà, fame e vulnerabilità. Secondo, degrado ambientale, crisi degli ecosistemi e crescente scarsità di risorse strategiche, inclusa l’acqua, giocheranno un ruolo cruciale negli equilibri futuri in larga parte del pianeta. Già oggi 650 milioni di persone in Africa vivono in territori soggetti a erosione e degrado eco-ambientale, ma entro il 2025, questi processi potranno interessare i due terzi del totale delle terre agricole del continente.

Terzo, la crescita dei prezzi e la volatilità dei beni alimentari sui mercati globali. I poveri usano sino al 70% delle proprie risorse per l’acquisto di alimenti essenziali, e per loro la linea di demarcazione che separa la sussistenza dalla fame è sottilissima, come mostrato dalla recente crisi dei prezzi mondiali dei cereali. Scatenata da vari fattori concomitanti, la repentina ascesa dei prezzi nel 2008 ha spinto quasi cento milioni di poveri in una situazione di fame. Le previsioni per il futuro indicano che entro il 2030 i prezzi delle derrate alimentari potrebbero aumentare tra il 70 e il 180 per cento, anche a causa dei cambiamenti climatici. Come far fronte a queste sfide gigantesche, globali e «sistemiche»? Porre sotto controllo il livello delle emissioni per ridurre l’impatto dell’attività umana sul clima è un prerequisito urgente e non più procrastinabile. Ma in parallelo è necessario che aumentino produzione e disponibilità di cibo nutriente a livello globale e locale (ma in modo socialmente inclusivo e ambientalmente sostenibile); è necessario sviluppare politiche di lotta alla povertà rurale che appoggino i piccoli produttori e le loro famiglie attraverso modelli efficienti, ma anche inclusivi e solidali, perché la semplice disponibilità di cibo sui mercati non è sufficiente a garantire la sicurezza alimentare di popolazioni povere. Terzo, la crescente imprevedibilità e complessità dei fattori di rischio impone lo sviluppo di sistemi avanzati di gestione dei rischi e protezione sociale soprattutto in appoggio alle comunità povere. In questo quadro rafforzare la resistenza e flessibilità dei sistemi alimentari e la capacità di adattamento delle comunità ai mutamenti climatici sono obiettivi essenziali e strettamente connessi. Infine, intervenire sulle differenze di genere, investendo sulla massiccia presenza e sul ruolo delle donne nell’agricoltura e nella sicurezza alimentare all’interno della famiglia. Occorre uno sforzo globale e concertato per affermare una visione dello sviluppo che integri in maniera coerente aspetti sociali, economici e ambientali in una fase storica di condizioni climatiche radicalmente mutate.

* Sheila Sisulu è vicedirettrice esecutiva del World Food Program (Wfp)
* Carlo Scaramella è il responsabile Wfp per i cambiamenti climatici, ambiente, e gestione dei rischi

La Stampa 28.11.11

"Il federalismo utile al paese", di Davide Zoggia*

In cinese l’ideogramma del concetto di crisi coincide con quello di pericolo ma anche di opportunità. La crisi in cui ci troviamo è problematica ma, come ricordava Monti pochi giorni fa, anche ricca di promesse. Parole da sottoscrivere totalmente. Il centrodestra, buttati tra inazione ed errori imperdonabili tre anni e mezzo di legislatura, ha lasciato il Paese in una condizione estremamente difficile. Il nuovo governo ha per fortuna messo fine a questo infausto cammino. Ora ci si offre l’occasione di mettere mano a quelle riforme strutturali di cui il nostro Paese ha bisogno. In questa fase la riforma federale deve e può essere ripensata per divenire funzionale alla ripresa e quindi alla crescita del Paese. Al pari è necessario pensare ad una modifica strutturale del gettito fiscale. Si tratta di due percorsi fondamentali e strettamente collegati. Non possiamo nasconderci: siamo chiamati a compiere un grande sforzo di risanamento, che non può essere pensato unicamente per fare cassa e coprire la voragine causata dal governo Berlusconi. Gli sforzi per salvare il Paese devono garantire le prerogative dei Comuni. Per fare ciò serve un salto culturale che consenta di coinvolgere gli enti locali.E in questo senso una revisione intelligente del patto di stabilità, a saldi invariati, sarebbe un segnale importante.
Nei mesi scorsi grazie al lavoro del Pd si sono potute apportare importanti correzioni al decreto sul cosiddetto federalismo municipale. In tale contesto è necessario affrontare e perfezionare uno degli interventi a cui il governo sembra voler mettere mano: il ritorno a una tassazione sugli immobili. In tutti i paesi europei le proprietà immobiliari costituiscono la base imponibile per la tassazione comunale.
Ovviamente questa deve essere graduale, poiché gli interventi devono essere improntati all’equità. In questo modo si può pensare di ottenere un gettito immediato in un’ottica realmente federale rimediando alle confuse scelte del precedente esecutivo. E’ chiaro che al fine della determinazione di un simile tributo devono concorrere più elementi: il reddito, la composizione del nucleo familiare, la zona ove è collocato l’immobile, il numero di immobili posseduti, solo per fare alcuni esempi. In questo senso fa ben sperare l’idea del governo di proporre misure che possano assicurare l’equità per noi requisito fondamentale. Può essere utile guardare al caso della Francia, che ha una sorta di imposta patrimoniale “duale” sugli immobili residenziali, la Taxe fonciere e la Taxe d’habitation. La prima (corrispondente alla nostra ex Ici) grava solo sui proprietari ed ha come giustificazione il rendimento dell’investimento immobiliare. La seconda (corrisponde alla nostra Res servizi) è giustificata dai benefici derivanti dai servizi forniti dal Comune ed è pagata da tutti, locatari e proprietari. Si tratta di una soluzione che risponderebbe bene alle nostre esigenze. Per fare questo andrebbe modificata la legge delega n.42 prevedendo il reinserimento della tassazione sulla prima casa, ovviamente
con esenzioni e tassazioni esigue per i redditi più bassi. Qualsiasi intervento ha un senso solo se impostato guardando al domani. Deve essere inoltre consentito al governo di operare senza che questa fame di tempo si rifletta in maniera negativa sulla qualità dei provvedimenti. È l’ultima possibilità che ha l’Italia per risalire in quella serie A europea
e mondiale che le compete.

*Responsabile Enti Locali Pd

L’Unità 28.11.11