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"Minzolini in caduta libera il Tg3 sorpassa il Tg1", di Curzio Maltese

L´altra sera il Tg1 di Augusto Minzolini ha toccato un record d´inabissamento da far invidia al vecchio Enzo Maiorca, il 16 per cento di share e poco più di quattro milioni di spettatori. Molto meno del Tg5, ma perfino meno del Tg3. Nella storia della televisione mondiale, non solo italiana, non s´era mai visto un direttore di telegiornale battere tanti record negativi d´ascolto, per una ragione assai semplice.
Qualunque azienda del mondo, pubblica o privata, l´avrebbe cacciato molto, molto prima. La Rai no. La Rai è un baraccone che preferisce perdere 150 o 200 milioni d´introiti pubblicitari all´anno per salvare il soldato Minzolini, per poi magari tagliare sull´innovazione e la ricerca, sulle assunzioni di precari e sui diritti del calcio, come ha appena deciso di fare. La permanenza di Minzolini alla direzione del Tg1, con l´aggravante della rubrica di Giuliano Ferrara in coda, tanto per allontanare gli ultimi spettatori, era un assurdo già con Berlusconi al governo. Ma almeno rientrava in una logica comprensibile. Al berlusconismo moribondo serviva conquistare spazi di propaganda a ogni costo, soprattutto se a pagare i costi era l´azienda concorrente di Mediaset, mantenuta dal danaro pubblico. Ma con la nuova stagione politica la resistenza giapponese del peggior direttore di telegiornale della storia, dati alla mano, è uno schiaffo al buon senso. Oltre che a un sacco d´altre cose, per esempio alla decenza, alla moralità e alla coerenza. Mentre ai cittadini si chiedono sacrifici per risanare i bilanci pubblici sfasciati da una politica irresponsabile, mentre a giovani preparati e meritevoli si prospetta un futuro ancora più nero, ogni sera va in scena davanti a milioni di spettatori (sempre meno, per la verità) lo spettacolo indecente di una grande azienda pubblica che spreca cifre pazzesche per mantenere la poltrona a due raccomandati di partito, per la precisione dell´ex presidente del Consiglio.
Si dirà che il governo Monti deve affrontare oggi ben altri e giganteschi problemi. Ma i problemi in Italia sono diventati giganteschi proprio grazie alla diffusa e incivile tolleranza nei confronti di un malcostume diffuso, a partire dalla rassegnazione nell´accettare l´intrusione dei partiti in ogni angolo di società, nel sopportare l´eterna prevalenza del cretino o del raccomandato di partito su chi vanta i soli (?) meriti della professione e dei risultati ottenuti. Riformare la Rai sarà meno urgente, ma non meno giusto e sicuramente assai più semplice che riformare le pensioni e il mercato del lavoro. Se non riescono nemmeno a correggere la rotta della Rai, imponendo un minimo di serietà e logica all´insensata gestione di danaro pubblico, come possono pretendere di cambiare tutto il resto?

La Repubblica 29.11.11

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“Crolla il Tg1, sorpasso Tg3 negli ascolti”, di GOFFREDO DE MARCHIS e LEANDRO PALESTINI

Minzolini nella bufera: “Non lascio”, ma per lui è pronto un “esilio” a New York. L´azienda alle prese con i tagli: rischia di saltare “90° minuto”, vittima dello spezzatino del calendario di serie A. I vertici Rai attendono martedì prossimo quando il gup potrebbe rinviare a giudizio il direttore per peculato. Bufera per il nuovo crollo di ascolti del Tg1 di Augusto Minzolini: domenica l´edizione delle 20 ha avuto il 16% di share, appena 4milioni 178mila telespettatori. Così il Tg5 di Clemente J. Mimun lo ha sorpassato: catturando il 20.39% della platea televisiva con una media di 5 milioni 295 mila telespettatori. E anche il Tg3 ha avuto ascolti migliori. Il centrosinistra chiede le dimissioni di Minzolini, ma lui si difende attaccando: «Non me ne vado, se ci riescono provino a cacciarmi». Il Pdl fa quadrato intorno al direttorissimo amico di Berlusconi, addebitando il flop a Pole position, debole traino del Tg delle 20. Dai vertici Rai non arrivano commenti ufficiali, ma il presidente Paolo Garimberti e il dg Lorenza Lei aspettano con ansia martedì prossimo: in quella data il giudice per le udienze preliminari potrebbe decidere il rinvio a giudizio di Minzolini per la questione delle note spese fatte con carta di credito aziendale. «È il punto più basso nella storia del Tg1» recita una nota del cdr. «Con Minzolini ha perso credibilità e ora l´appello è ai vertici perché prendano provvedimenti immediati per il rilancio della testata». Visto che «ormai la principale edizione del principale tg pubblico si è assestata appena sopra il 20%».
Minzolini però parla di «fiera dell´ipocrisia», punta il dito contro «l´inerzia e la scarsa flessibilità dell´azienda: avvertita per tempo non ha trovato una soluzione come quella, suggerita dal sottoscritto, di portare la trasmissione di commento su un´altra rete». I componenti del Pdl nel cda fanno quadrato attorno al giornalista. Non sarà quindi il consiglio che si riunisce oggi a decretare la fine della sua avventura. Ma il capolinea, negli ambienti Rai, viene fissato a martedì prossimo, giorno della decisione del gup sull´accusa di peculato. Il direttore, d´accordo con l´azienda, avrebbe in serbo un exit strategy.
È l´esilio dorato il possibile destino di Minzolini. Corrispondente da New York o grande inviato dalle capitali europee. Non una direzione però. Perché Panorama, indicato da molti come approdo sicuro dentro la galassia mediatica di Berlusconi, resterà nelle mani di Giorgio Mulè e non è certo una poltrona comoda dopo le fatiche del Tg1. Non il Tg5. Non il Tg4 dove Emilio Fede dovrebbe resistere ancora un po´. Allora nei contatti informali con la Rai il “direttorissimo” avrebbe fatto cenno a un incarico di prestigio all´estero. Una soluzione che non cozza con l´eventuale rinvio a giudizio per peculato. In quel caso Minzolini verrebbe sospeso da direttore della testata principale della Rai ma per la legge può essere destinato ad altro incarico.
Il crollo del Tg1 registrato domenica sera è un fatto enorme, ma le giustificazioni di Minzolini non sono campate in aria. Persino ai piani alti di Viale Mazzini, nelle stanze che non gli sono amiche, si tende a minimizzare l´episodio. Ma il caso non è chiuso. «La situazione di Minzolini è molto delicata per vari aspetti, che vanno al di là del calo degli ascolti», osserva Garimberti. Come dire che malgrado la resistenza del giornalista, la sua posizione è sempre più in bilico. Girano già i nomi dei successori. In pole position ci sono Mario Orfeo, direttore del Messaggero, e Mario Calabresi, al timone della Stampa. Orfeo ha diretto fino a pochi mesi fa il Tg2 e la sua nomina fu votata all´unanimità dal consiglio di amministrazione: può essere un vantaggio. Si ipotizza anche il ritorno di Marcello Sorgi, oggi editorialista della Stampa. Se la scelta cadrà su un interno Rai il nome forte resta quello del direttore dei Gr Antonio Preziosi. Ma la Rai ha anche problemi di conti. E tra i tagli è possibile la scomparsa di una trasmissione storica: 90° minuto, vittima dello “spezzatino” del calendario di serie A.

La Repubblica 29.11.11

"Sono Ugolini e Rossi Doria i sottosegretari di Profumo", da La Tecnica della Scuola

A nominarli, il 28 novembre assieme al nuovo ministro alla Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, a tre viceministri ed altri 23 sottosegretari, quasi tutti tecnici, è stato il Cdm. Elena Ugolini ha 52 anni, è dirigente scolastico ed esperta di valutazione; Marco Rossi Doria, 67 anni, è maestro elementare e si occupa di abbandoni ed esclusione sociale. Sono due addetti ai lavori, due dipendenti della scuola impegnati in prima linea – un dirigente scolastico ed un maestro elementare che combatte la dispersione scolastica – i due sottosegretari all’Istruzione nominati dal Consiglio dei ministri, con una seduta lampo di 20 minuti la sera del 28 novembre, sulla base delle indicazioni che il premier Mario Monti ha avuto da una serie di ‘tecnici d’area’ forniti dai partiti: si tratta di Elena Ugolini e Marco Rossi Doria.
Con loro il Cdm ha nominato anche un nuovo ministro, Filippo Patroni Griffi alla Funzione pubblica, tre viceministri – Vittorio Grilli all’Economia, Michael Martone al Lavoro, e Mario Ciaccia alle Infrastutture – ed altri 23 sottosegretari, quasi tutti tecnici.
Dalle prime informazioni che provengono dalle agenzie di stampa, sembra che i due nuovi nominati avranno forti influenze sul ministro, Francesco Profumo, soprattutto a seguito dell’ammissione dello stesso ex rettore che ha detto di non conoscere da vicino il mondo della Scuola (a differenza di Università e Ricerca, due ambienti nei quali opera da decenni).
Il primo sottosegretario, Elena Ugolini, è di Bologna ed è nata nel 1959: è laureata in Filosofia, la materia che ha insegnato al liceo Malpighi, a 34 anni è diventata dirigente scolastica ed è in area Pdl. Ha collaborato con tutti gli ultimi ministri dell’Istruzione: a fine anni Novanta durante il mandato di Luigi Berlinguer, come membro della “Commissione dei saggi”; negli ultimi 10 anni con i ministri Letizia Moratti, Giuseppe Fioroni e Maria Stella Gelmini, occupandosi di programmazione e potenziamento dell’Invalsi, oltre che di predisposizione delle prove rivolte agli studenti.
Marco Rossi Doria è di Napoli, ha 67 anni, di Napoli ed è maestro elementare dal 1975. Ha speso però gran parte della sua attività professionale come esperto di recupero scolastico e prevenzione dall’esclusione sociale. Dall’inizio degli anni Novanta ha assunto il ruolo di formatore di docenti sulle didattiche laboratoriali e le metodologie migliori per combattere la dispersione ed il disagio sui banchi di scuola. Per oltre dieci anni, a partire dal 1994, è stato maestro di strada nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Ha collaborato con il Miur, durante i Governi di centro-sinistra, nella stesura delle linee guida sul nuovo obbligo di istruzione fino a 16 anni.

La Tecnica della Scuola 29.11.11

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Il maestro di strada che pensa agli esclusi

Marco Rossi-Doria, 57 anni, napoletano, nuovo sottosegretario all’Istruzione, è docente elementare dal 1975. Ha insegnato in Italia e all’estero, ma è dal 1994 al 2006 che è diventato celebre come «maestro di strada» nei quartieri spagnoli di Napoli. Da circa vent’anni si occupa della formazione dei colleghi. Ha fondato il progetto Chance, per combattere la dispersione scolastica e aiutare i bambini che vivono in situazioni di disagio che spesso portano all’esclusione precoce dagli studi. Per un periodo è stato comandato presso il ministero dell’Istruzione, nella commissione per le indicazioni nazionali della scuola dell’infanzia, primaria e media. Ha lavorato alle linee guida del nuovo obbligo di istruzione per tutti, fino a 16 anni. Giorni fa si era appellato al governo invitandolo a «un nuovo, grande sforzo a favore dei bambini e ragazzi poveri».

Il Corriere della Sera 29.11.11

"I tagli hanno distrutto le medie", di Alessandra Ricciardi e Giovanni Scancarello

É l’anello più delicato del sistema d’istruzione e che la politica ha trattato peggio negli ultimi decenni, la scuola media. Ed è da lì che si deve ripartire. Con buon tempismo rispetto all’insediamento del nuovo ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, la Fondazione Agnelli presenta oggi a Roma un nuovo rapporto sulla scuola 2011 tutto dedicato alla scuola media.

Vittima dei tagli, a risorse e personale, ma anche di mancate politiche di riordino. Il rapporto, elaborato in base ai dati Timss, evidenzia come l’Italia sia il paese con il calo degli apprendimenti più netto tra elementari e medie. Se in Norvegia c’è un tasso di crescita di 18 punti su 500 per la matematica, per esempio, l’Italia su ne perde 23. EW non va meglio in scienze, dove ne perde 21. É insomma in questo segmento che si creano quei deficit di apprendimento che poi diventeranno decisivi alle superiori, segnando il destino di molti ragazzi che sceglieranno prima i professionali e poi la dispersione scolastica. E gettando la scuola italiana in fondo alle classifiche internazionali. Di chi è la colpa? Mentre per la primaria e la secondaria si è intervenuti nel tempo, ragiona la Fondazione guidata da Andrea Gavosto, combinando le esigenze di riduzione delle piante organiche con maggiore disponibilità di professionalità a vantaggio della didattica, alle medie sono rimasti tutti alla finestra. E così, «poiché già nella seconda metà degli anni settanta i tassi di scolarità della media avevano raggiunto e superato il 100% al lordo delle ripetenze, gli andamenti demografici declinanti non hanno trovato una compensazione nella maggiore partecipazione scolastica, com’è avvenuto alle superiori». Dal 1985 a oggi, spiegano i ricercatori, la scuola media ha mantenuto fisso intorno a 9 il rapporto alunni-docenti, «a testimonianza di un’elevata capacità di adattamento tra domanda e offerta formativa, assolutamente inusuale per il nostro settore pubblico». Ma nel frattempo la classe docente della scuola media ha subito il processo di invecchiamento più forte.

Mentre l’andamento alle superiori la maggioranza degli insegnanti è compresa tra i 50 e i 60 anni, alle medie la media è tra i 58 e i 60 anni. Se a questo si aggiunge anche l’elemento retributivo, che vede gli insegnanti italiani fra i meno pagati al mondo, sia all’inizio della carriera sia nel suo proseguo, fino al massimo dell’anzianità di servizio, è difficile immaginare come una classe docente che arriva al ruolo tardi e malpagata possa anche coltivare l’entusiasmo dello stare in classe con studenti, i preadolescenti, che vivono tra l’altro i problemi maggiori della crescita. C’è poi un fattore che continua a incidere sulla vita del discente, che è l’elevatissima discontinuità didattica dovuta al cambiamento dei docenti in cattedra da un anno scolastico all’altro.

Nelle scuole medie solo due docenti su tre rimangono nella stessa scuola per un biennio, causa trasferimenti, di città o di scuola. L’effetto di questa discontinuità ha un peso maggiore soprattutto sugli studenti più deboli. A tutto questo va aggiunto che nelle scuole medie la quota di insegnanti precari è maggiore rispetto agli altri gradi di scuola: «Il 20% dei docenti ha un contratto a tempo determinato, contro il 17% alle superiori e il 13% alle elementari». Come dire, piove sempre sul bagnato.

da ItaliaOggi 29.11.11

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“La scuola media bocciata a tutti gli esami”, di Flavia Amabile

La scuola media esce a pezzi dall’analisi della Fondazione Agnelli. Il rapporto del 2011 è tutto dedicato al ciclo intermedio dell’istruzione: 160 pagine di numeri e analisi che descrivono un fallimento. Che altro si potrebbe dire di una scuola da cui 1 professore su 3, se può, scappa? O dove addirittura si trovano insegnanti (quasi uno su dieci) che non esitano a criticare il loro stesso mestiere? Persino un maestro (o una maestra) su 4 delle elementari la considerano un disastro, anche se si tratta di un ciclo superiore e quindi una specie di traguardo a cui aspirare. Nulla, bocciata anche da loro.

Insomma qualcosa non va nelle scuole medie italiane. L’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini probabilmente la considererà per sempre la sua riforma mancata, l’ultima, quella che avrebbe completato la sua opera. Non è detto che gliel’avrebbero permesso nemmeno se il governo Berlusconi fosse rimasto in carica l’intera legislatura ma per non perdere tempo stava preparando una riforma dell’esame di terza media. E comunque alla fine i ragazzi e le famiglie italiane dovranno convivere con la secondaria inferiore ancora per un po’.

Non è un bel vivere a giudicare da quel che si legge nel Rapporto 2011 della Fondazione Agnelli. I professori potrebbero essere i nonni dei loro alunni. Se i docenti italiani sono già i più anziani all’interno dell’Ocse, quelli delle scuole medie detengono il primato assoluto: sono più vecchi persino di quelli delle scuole elementari e superiori italiane, età media dei prof di ruolo di oltre 52 anni, e una loro concentrazione soprattutto nella fascia fra i 58 e i 60 anni. Nessun insegnante di ruolo ha meno di 35 anni. E comunque trovarne è una vera rarità: oggi si diventa di ruolo a oltre 40 anni, il doppio rispetto a quello che avveniva all’inizio degli Anni Settanta.

Quel che più lascia sbigottiti è che i meno soddisfatti della propria formazione sono proprio loro, i prof. Le tecnologie? Il 46% ritiene inadeguata, o poco adeguata, la propria preparazione contro il 39% degli insegnanti delle elementari e il 43% di quelli delle superiori. La multiculturalità? Non ne parliamo: il 44% dei prof delle medie si ritiene non all’altezza rispetto al 27% delle elementari e il 43% delle superiori. Persino per comunicare con i genitori il 47% ritiene di non avere gli strumenti necessari invece del 30% delle elementari e del 45% delle superiori. Stesso discorso per la gestione della classe: il 39% non si ritiene preparato a sufficienza contro il 21% delle elementari e il 36% delle superiori. Come sintetizza il Rapporto, sono «poco attrezzati per affrontare i profondi cambiamenti che interessano gli studenti preadolescenti e l’organizzazione scolastica».

Una simile catastrofe non può non fare vittime. Innanzitutto i preadolescenti italiani vanno a scuola meno volentieri dei loro coetanei stranieri. Solo il 17% dei maschi e il 26% delle femmine di undici anni è contento di stare in classe, un gradimento quasi tre volte inferiore rispetto a quello di Germania e Inghilterra e comunque molto più basso della media europea del 33 e 44%. Ma il gradimento cala ancora se si considerano i ragazzi dopo tre anni di medie. A 13 anni a dirsi contenti di andare a scuola sono solo il 7% dei ragazzi e l’11% delle ragazze italiane. In tutti gli altri Paesi invece, il gradimento aumenta.

Come sempre a rimetterci davvero sono i deboli. «La famiglia continua ad avere un ruolo decisivo e crescente nel tempo – sottolinea l’analisi. Chi ha genitori con al massimo la licenza media ha una probabilità tre volte più elevata di essere in ritardo in prima media e quattro volte più alta in terza media. Chi viene da una famiglia povera ha il 60% di probabilità di essere in ritardo rispetto a chi ha un benessere economico elevato.

E gli immigrati figli di stranieri – nati però in Italia – che iniziano le medie in condizioni di parità rispetto agli italiani possono perdere terreno anche di 3,5 volte entro la terza media. «La scuola media fallisce proprio dove la scuola primaria riesce: contenere l’influenza delle differenze sociali nei livelli di apprendimento», conclude senza sconti il Rapporto.

La Stampa 29.11.11

Governo, ecco i sottosegretari: lista "tecnica", da www.unita.it

Nomine di tecnici. Con il nuovo ministro (Patroni Griffi alla Pubblica amministrazione e semplificazione, i ministri diventano 18) la squadra dell’esecutivo Monti arriva a un totale di 47 persone. Sono 23 i sottosegretari (di cui 4 alla presidenza) e 3 i viceministri. Nel secondo governo Prodi la squadra alla fine del mandato era composta da 102 persone fra ministri e sottosegretari, l’ultimo governo Berlusconi aveva toccato il picco di 65 componenti con 40 sottosegretari. I sottosegretari giurano domattina (martedì 29) alle 10 a Palazzo Chigi. C’è già una prima grana. Prima Gasparri e poi dei senatori Pdl contestano la nomina di D’Andrea e minacciano di non appoggiare l’esecutivo.

Gasparri: «No a D’Andrea, è politico»

Le nomine di Monti rispondono a criteri essenzialmente tecnici, ma le scelte non sono state semplicissime, se il consiglio dei ministri convocato per le 19 si è riunito in realtà alle 20.25. Il premier avrebbe incontrato ostacoli soprattutto nella nomina del nuovo ministro alla Pubblica amministrazione, Patroni Griffi. E ha voluto procedere con autonomia rispetto ai partiti, anche se avrebbe ascoltato le loro indicazioni sui tecnici da scegliere.

LE NOMINE

Filippo Patroni Griffi, neo ministro alla Pubblica amministrazione, è presidente di Sezione del Consiglio di Stato. Ha anche la Semplificazione.

Michel Martone è viceministro al Lavoro, mentre Cecilia Guerra sottosegretario nel medesimo dicastero. Martone è un avvocato giurista del lavoro nato a Nizza nel 1974.

Roberto Cecchi, è sottosegretario ai Beni culturali. E’ sempre stato nel ministero e ai suoi vertici.

Francesco Braga è sottosegretario all’Agricoltura.

All’Ambiente, sottosegretario è Tullio Fanelli.

Elena Ugolini e Marco Rossi Doria sono sottosegretari all’Istruzione.

Adelfio Elio Cardinale è sottosegretario alla Salute. Attualmente vicepresidente dell’Istituto superiore di Sanità, è stato presidente nazionale dei medici radiologi e preside della Facoltà di medicina a Palermo.

Guido Improta è sottosegretario alle Infrastrutture.
Claudio De Vincenti e Massimo Vari sono sottosegretari allo SViluppo Economico.

Marta Dassù e Staffan De Mistura sono i sottosegretari agli Esteri.

Carlo De Stefano, Giovanni Ferrara e Saverio Ruperto sono stati nominati sottosegretari all’Interno.

Mario Ciaccia è stato nominato viceministro al ministero dello Sviluppo Economico con delega alle Infrastrutture.

Andrea Zoppini, professore universitario a Roma 3 e Salvatore Mazzamuto, sempre della stessa università, sono i nuovi sottosegretari alla Giustizia.

Filippo Milone e Gianluigi Magri sono i nuovi sottosegretari di Stato nominati al ministero della Difesa.

Vieri Ceriani, già a capo dei servizi fiscali di Bankitalia, e Gianfranco Polillo sono i sottosegretari al ministero dell’Economia.

Vittorio Grilli è vice-ministro del Tesoro.

Giampaolo D’Andrea sarà il nuovo sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento. Con la stessa carica Antonio Malaschini.

Carlo Malinconico è stato nominato sottosegretario all’Editoria.

Paolo Peluffo è sottosegretario alla Comunicazione e all’informazione.

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CONSIGLIO DEI MINISTRI LAMPO: DI 20 MINUTI
Il Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi con circa un’ora e mezza di ritardo, è già finito: è durato 20 minuti. La riunione, che deve ufficializzare la nomina di sottosegretari e viceministri, è iniziata alle 8 e 25. Oltre a nominare i sottosegretari e i vice ministri, il consiglio dei ministri potrebbe indicare un nuovo ministro, quello della funzione pubblica, per rafforzare l’operatività dell’esecutivo. Il presidente del Consiglio Mario Monti, ne avrebbe discusso con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano oggi al Quirinale dove avrebbe anche illustrato un mix di interventi dell’Italia e dell’Europa per affrontare la crisi economica.

IL TOTO-SOTTOSEGRETARI
È scattato a palazzo Chigi il toto-sottosegretari. In pole position per il ministero dello Sviluppo economico oltre a Mario Ciaccia, amministratore delegato di Biis, salgono le quotazioni del presidente della stessa Biis, Francesco Micheli. Entrambi potrebbero affiancare il ministro Corrado Passera. Per l’Energia, il premier Mario Monti avrebbe scelto, nell’ora e mezza di ritardo della riunione, tra Tullio Fanelli, membro dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, e Carlo Crea, segretario generale dell’Authority dell’Energia. Al fianco di Elsa Fornero, al dicastero Lavoro e Welfare, Carlo Dell’Aringa avrebbe la nomina in tasca, anche se le quotazioni di Michele Tiraboschi, allievo di Marco Biagi, sarebbero salite.

LA CONVOCAZIONE
“Il Consiglio dei Ministri è convocato in data odierna alle ore 19 a Palazzo Chigi, per la nomina dei Sottosegretari di Stato e l’esame di leggi regionali in scadenza”. Lo comunica una nota di Palazzo Chigi.

Intanto, Mario Monti al lavoro in vista dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di domani a Bruxelles. Rientrato questa mattina a Roma, il presidente del Consiglio si è intrattenuto per un’ora al ministero dell’Economia probabilmente per preparare con gli sherpa le riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin. Quindi, si è recato al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

www.unita.it

"Professori e tecnici il cavaliere scopre i nuovi bolscevichi", di Michele Prospero

Berlusconi lascia, anzi no, raddoppia gli sforzi, così dice lui, per rianimare l’esercito sbandato. Dopo l’eclisse parziale, il grande condottiero ritrova la parola. E marcia intrepido in vista della suprema battaglia. Oltre alla parola, anche il nemico è stato presto ritrovato. Sono i comunisti, come sempre, a turbarlo e a ridare un senso alla sua vita. Quali comunisti, però?
Saranno mica gli undici giudici della Consulta (gli altri quattro possono dormire tranquilli perché sono stati censiti dal Cavaliere e arruolati nei fidati ranghi della destra)? Ma dalla Corte costituzionale non si attendono imminenti pronunciamenti sulle norme ad personam e sui conflitti di attribuzione. Non è perciò in quei paraggi che il Cavaliere vede rosso. E allora a tremare dinanzi al vendicativo del Cavaliere saranno forse le toghe di Milano dove volgono al termine processi scottanti. Ma lì, però, i magistrati civili o penali sono addirittura oltre il bersaglio di fuoco di Berlusconi.
In Procura, si sa, oltre ai giudici strani, smascherati dalle telecamere mentre indossano calzini turchesi, si annida anche una sanguinolenta protesi del terrorismo, altro che comunisti.
È probabile allora che i comunisti da schiacciare siano altri, i professori, i finanzieri, i banchieri, tutti quanti cioè nel “Consiglio di Facoltà” pensano alla patrimoniale o alla tracciabilità degli assegni per curare l’emergenza.
Indubbiamente, se il “preside” che sta a Palazzo Chigi evoca misure così provocatorie, avrà la risposta che merita. Non si minaccia impunemente la libertà (dal fisco, dall’eguaglianza,almeno nei sacrifici).
Non potendo più, dopo aver sloggiato da Palazzo Chigi, cambiare il diritto ereditario con le norme anti Veronica, al Cavaliere non resta che annunciare l’ultima, risolutiva disfida a difesa del sacro avere.
Contro chi prova a toccare la roba, torna a tuonare rispolverando «il dovere di continuare a combattere per la nostra libertà». Stringe i muscoli e rigonfia il petto e, un con ritmo ternario tanto caro alla retorica di un altro decaduto Cavaliere, Berlusconi grida:«Siamo stati in campo, restiamo in campo e saremo ancora in campo».
Le perfide quinte colonne dell’asse plutocratico franco-tedesco, cui spezzare le reni con una santa rivolta della rude Italia proletaria, sono così avvisate. In mano, il Cavaliere combattente stavolta ha un’arma letale, la rete. E proprio con i nuovi media del 2.0 appena arruolati intende entrare nella furente mischia contro banche, mercati, tecnocrati.
E pensare che, solo qualche tempo fa, Berlusconi aveva parlato del motore di ricerca Google pronunciandolo “Gogol”. Ma allora sedeva accanto, in conferenza stampa, a Mubarak. Si, proprio lo zio.

L’Unità 28.11.11

"Storia d´Italia e di catastrofi", di Paolo Rumiz

«Ce le siamo sempre cercate, le sciagure, ignorando scientemente la storia, e la rimozione continua anche oggi». Le alluvioni di Genova, della Liguria e di Messina. L´Aquila ancora città fantasma dopo l´ultimo terremoto. E prima ancora, Vesuvio, Irpinia, Vajont, fino al Medioevo. Ecco come il nostro Paese è stato devastato dai disastri naturali. E ogni volta ha dimenticato la lezione Nel 1859 un tuono nel fondo dell´Appennino fa a pezzi Norcia, squarcia le antiche mura e inghiotte centinaia di vite. Manca un anno all´annessione dell´Umbria da parte dei Savoia, la città medievale fa ancora parte dello Stato della Chiesa e tocca al Papa intervenire. Ebbene, alla notizia del terremoto, Pio IX, l´uomo teoricamente più reazionario dell´epoca, impone un´illuminata normativa antisismica. Queste regole indispensabili, ma impopolari per via degli aggravi alla spesa edilizia, non saranno mai applicate. Motivo: con l´arrivo dei piemontesi l´ordine antico decade. Siamo in Italia, le norme danno fastidio. E poi il Paese ha altre gatte da pelare, a partire dalle rivolte del Sud. Per i norcini, neanche dire, è una festa. Il plebiscito del 1861 è per loro un´occasione unica per accantonare l´impopolare antisismica papalina, azzerare la memoria e gettare le premesse di un secolo e mezzo di malaedilizia e conseguenti disastri. Ce le siamo sempre cercate, le sciagure, ignorando scientemente la storia, e la rimozione continua anche oggi, con le celebrazioni del centocinquantenario dell´Unità che rimbombano di fanfare ma evitano accuratamente i disastri. Messina diventa un fiume di fango, la Liguria si squarcia sotto le grandi piogge, l´Aquila è ancora una città fantasma dopo l´ultimo sisma, ma nel grande compleanno dell´Italia i terremoti, le eruzioni, le frane e le alluvioni non hanno cittadinanza. Eppure se c´è una cosa che ci fa nazione è proprio il disastro, la sua anormale frequenza, il modo con cui la catastrofe naturale si riverbera su un territorio notoriamente mal costruito. È la nostra reazione alle avversità, la lezione che ne traiamo, e soprattutto il modo in cui esse vengono (raramente) elaborate o (più spesso) dimenticate.

Quando il Tevere invade Roma nel dicembre 1870, sotto l´onda emozionale si decide di dare alla città una migliore difesa dall´acqua, ma ecco che la solita commissione parlamentare insabbia tutto, al punto che cinque anni dopo, non essendoci ancora nulla di deciso, Giuseppe Garibaldi in persona rompe gli indugi, abbandona inferocito la sua Caprera e torna nella Capitale per inchiodare i politici alle loro responsabilità. Accolto da una folla immensa, tiene un memorabile discorso ai romani «con la voce dei bei giorni» e li esorta a essere «seri, seri, seri e fermi». Solo allora il Parlamento si muove e dà via libera ai lavori per i muraglioni di rinforzo alle rive del Tevere. Se oggi Roma è al sicuro è solo grazie a quell´urlo del Generale.

È un fatto che l´Italia non può più permettersi di subire terremoti e alluvioni senza trarre lezioni dal passato. E forse ora qualcosa timidamente si muove, anche su spinta della presidenza della Repubblica. A Spoleto è nato un Centro euromediterraneo che raccoglie la documentazione sugli eventi estremi e i disastri. Il 12 dicembre il tema dell´Unità d´Italia riletta attraverso i disastri sarà affrontato a Roma all´Accademia di San Luca in un convegno con i massimi esperti italiani del settore. «È incredibile quanto si debba insistere per far capire cose di un´ovvietà assoluta», dice il professor Domenico Giardini, nuovo presidente dell´Istituto nazionale di geofisica. «Le cose giuste le aveva già dette Rousseau dopo il terremoto di Lisbona del 1755. Disse che l´ecatombe è fatale se l´uomo si ostina a costruire case di sei piani in zone sismiche. Ma noi ormai siamo così freneticamente proiettati sul futuro che non abbiamo più tempo di riflettere sul passato e ogni catastrofe ci sembra un evento eccezionale. È un´amnesia fatale per un Paese che ha una media di mille morti l´anno per terremoti». In confronto alla cecità dell´oggi era quasi meglio la vecchia superstizione, quando alluvioni e terremoti erano punizioni divine. C´erano almeno i preti a tenerci in allerta con le “rogazioni”, processioni che evocavano il male con scongiuri, simbologie, rituali e precisi anniversari liturgici.

Il Vesuvio, per esempio, chi ci pensa più. Poi guardi la storia dei 150 anni e vedi che non dorme affatto. Comincia proprio nel 1861, salutando con una botta memorabile l´annessione al Piemonte. Poi brontola, in sequenza ininterrotta, nel 1867, 1872, 1891. Quattro anni dopo un nuovo rigurgito di lava crea il Colle Margherita e a seguire, nel 1899, una Piedigrotta di lapilli genera Colle Umberto. Nel 1906 un´eruzione violenta distrugge Borgo Tre Case, poi c´è quella del ´29 e ancora quella del ´44, descritta dallo scrittore Norman Lewis, che è a Napoli con l´esercito americano. San Sebastiano è minacciato e il paese esce in processione verso la lava con la statua del protettore. Ma la gente non si fida troppo e chiama in rinforzo San Gennaro, il cui tabernacolo viene però tenuto nascosto fino all´ultimo in un vicolo, perché Sebastiano non abbia a offendersi. Da allora il pentolone tace, la memoria del pericolo corso si attenua ed ecco, puntuali, i palazzinari all´assalto della scarpata di lava. Idem per frane e alluvioni. Palermo pare estranea a catastrofi di tipo messinese, ma basta un´occhiata al passato per cambiare idea. Andrea Goltara, direttore del Centro italiano di riqualificazione fluviale, ricorda l´esondazione del 1862, quella del 1925 e soprattutto quella, eccezionale, del 1931. Da allora si è talmente costruito in zone allagabili che, se oggi si ripetesse la grande pioggia di quell´anno, i danni sarebbero infinitamente più gravi. I disastri sono spesso recidivi, e quello di quest´anno a Genova è stato preceduto da eventi analoghi nel 1945, 1951, 1953 e 1970. E che dire dell´esondazione dell´Arno nel ´66: una fotocopia di quella già accaduta nel 1844.

Dal Dodicesimo secolo a oggi, Marco Amanti dell´Ispra ha registrato 480mila frane sul territorio nazionale, estese sul settanta per cento dei Comuni. La mappa dei terremoti dal 1861 registra non solo una sequenza ininterrotta di sismi e quindi la necessità di un´allerta costante, ma mostra con evidenza che negli ultimi vent´anni le scosse forti sono semmai diminuite per cui – statisticamente – c´è da aspettarsi un bel tuono a tempi ravvicinati. Più che l´Aquila, preoccupa il silenzio sismico che le sta attorno. L´amnesia è funzionale al cemento. Lo si è visto nel 2009 all´Aquila, dove molti ignoravano di trovarsi in area sismica e dove, in quel vuoto di memoria, i pirati dell´edilizia avevano fatto carne di porco del territorio. È una tendenza vecchia come l´Italia. Dopo il terremoto di Rimini del 1916, i parlamentari romagnoli fecero di tutto per far revocare le norme antisismiche e quando ci riuscirono, negli anni Venti, furono accolti come eroi alla stazione e portati in trionfo dalla popolazione. Stessa cosa in Friuli, dopo il terremoto del 1928. I paesi più “ammanigliati” scansarono le norme di sicurezza che avrebbero comportato spese edilizie maggiorate del 15 per cento, mentre i periferici subirono. Risultato: nel maggio del 1976 i centri esentati come Gemona videro un´ecatombe. Gli altri, come Pioverno, non ebbero neanche un morto.

«Solo chi ricorda sa il pericolo che corre, e quindi accetta di sottoporsi a regole che gli salveranno la vita», sbotta Emanuela Guidoboni, storica dei terremoti e ideatrice del centro di Spoleto. «Per salvarci dai disastri, una forte memoria condivisa è più importante di un sofisticato tecnicismo che porta fatalmente a delegare le soluzioni a pochi, a scelte emergenziali, verticistiche, e allo scavalcamento delle regole. Ricordare ci aiuta invece a fare scelte democratiche e condivise, e a mobilitare la parte migliore di noi». L´Unità d´Italia azzerò anche la toponomastica “ammonitrice”. Nello zelo cartografico dei sabaudi, piccoli nomi di luogo come Pozzallo, Pietratagliata, Trematerra, Acquapendente, persero il loro senso o furono fraintesi. La costa sarda di “Maluventu” fu registrata come “Maldiventre” dai piemontesi che non capivano il sardo e per parecchie navi quel pezzo di mare divenne infido perché il nuovo nome non conteneva più l´avvertimento. Gli esempi dello stesso tipo non si contano. La frana più estesa d´Italia, quella di Ancona del 1982, avvenne su un pendio detto “Ruina”, dove dall´epoca dei Romani non s´era mai costruito proprio perché si credeva al senso dei nomi.

E che dire del Vajont, 1963, dove nel lago artificiale di una diga appena costruita cadde un monte intero detto “Toc”, che significa più o meno “qualcosa in bilico”. L´arroganza dei signori dell´energia nell´uso del territorio e la supponenza degli ingegneri di fronte alla memoria dei montanari fece, in un botto solo, duemila morti. Per un nome ignorato vennero giù trecento milioni di metri cubi di roccia e terra, e fu la più grande frana di sempre. Non fu la natura a essere matrigna, ma gli uomini a essere pessimi figli.

La Repubblica 28.11.11

"Il vergognoso ritorno delle dimissioni in bianco", di Maria Grazia Gatti

Nonostante la crisi aumenta il numero delle donne italiane che abbandonano “volontariamente” il lavoro a seguito della nascita di un figlio. I dati ufficiali sono inequivocabili: nel 2009 le dimissioni per maternità erano state 17.878, nel 2010 sono arrivate a 19.017. Quindi, negli anni più pesanti di una crisi epocale dagli esiti imprevedibili, 36.895 donne “decidono» di abbandonare il lavoro alla nascita del figlio, ufficialmente per carenze dei servizi all’infanzia o per il loro costo elevato. Quante di queste donne avevano firmato una lettera di dimissioni in bianco all’atto dell`assunzione? Uno dei primi atti del precedente governo fu la cancellazione della legge sul divieto delle “dimissioni in bianco”.

L’Italia avrebbe proprio bisogno che nascessero più bambini, invece, è in costante aumento il fenomeno della povertà femminile e infantile e si prospetta un futuro demografico drammatico. Gli ultimi dati dello Svimez parlano di uno tsunami demografico soprattutto nel Meridione: nei prossimi 20 anni il Sud perderà circa un giovane su quattro e al Nord un giovane su cinque sarà straniero.
L’esperienza del Nord Europa ci dice che le donne che lavorano fanno più figli e li allevano meglio. L’Istat, nel rapporto 2010, descrive così: “Tra le giovani generazioni sono in crescita le interruzioni più o meno velatamente imposte dal datore di lavoro, le “dimissioni in bianco” che quasi si sovrappongono sul totale delle dimissioni. Per le nate tra il `44 e `53, il fenomeno riguardava meno della metà delle interruzioni per nascita di un figlio. Situazione particolarmente critica nel Mezzogiorno, dove pressoché la totalità delle interruzioni legate alla nascita di un figlio può ricondursi alle dimissioni forzate».

Anche gli altri dati forniti dal governo sono sconfortanti per le donne che lavorano: nel 2010 sono state accertate 1280 violazioni relative alla tutela economica delle lavoratrici madri, 215% in più del 2009, mentre le infrazioni concernenti la loro tutela fisica sono state 973, con un aumento del 45%. Per uscire dalla crisi va riattivata la crescita, continuare con la politica di soli tagli significa rischiare un avvitamento recessivo per il Paese.
La Banca d`Italia ci dice che raggiungere il 60% di occupazione femminile garantirebbe un aumento del Pil di 7 punti. Il Pd ha chiesto l`esame urgente della proposta di legge a mia prima firma, e sostenuta da molti parlamentari, che ripristina il divieto delle “dimissioni in bianco”. Nonostante le difficoltà, spero in un lavoro parlamentare condiviso e trasversale.
Servono misure specifiche, che possano offrire piene garanzie e tutele sia sotto forma di specifiche politiche attive sia attraverso l`esercizio di adeguate forme di controllo che siano in grado di prevenire gli abusi nei confronti delle donne.

L’Unità 28.11.11