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"Il rischio di un passo da lumaca", di Michele Ainis

Due settimane dopo il giuramento del nuovo esecutivo, la scena assomiglia a un quadro stralunato di Picasso. C’è il governo, non c’è il sottogoverno. Per designare 25 sottosegretari e 5 viceministri (o non saranno 8? Nel buio delle notizie anche i numeri brillano a casaccio), s’aprono estenuanti trattative fra i partiti e il premier. Non con tutti, però, e sempre in gran segreto: tanto da consumare un vertice notturno attraverso il tunnel sotterraneo che collega palazzo Madama a palazzo Giustiniani. L’unico dato certo è che i pretendenti sono almeno il triplo rispetto alle poltrone. Anzi no, sappiamo pure come si chiama lo strumento che districherà questa matassa. Manuale Cencelli: 40% dei posti al Pdl, 40% al Pd, 20% all’Udc. Ma nel frattempo le Camere vivono in un limbo, perché senza sottosegretari le commissioni parlamentari sono paralizzate. Eppure non mancherebbe affatto il lavoro da smaltire.
Prima Repubblica? No, impero di Bisanzio. E suona in sé paradossale che un esecutivo nominato a spron battuto dal capo dello Stato, strada facendo sia diventato un lumacone. Che il governo delle decisioni rapide, dei rimedi tempestivi dinanzi alla crisi dei mercati, mostri in pubblico la stessa paresi facciale esibita dal governo Berlusconi. Che sia caduto ostaggio dei veti incrociati dei partiti, tal quale il suo predecessore. Che ancora s’arrovelli sul profilo tecnico o politico dei vicecomandanti. A sprezzo della logica, se non della politica. Perché un gabinetto senza nessun parlamentare fra i ministri, non può offrire vitto e alloggio a parlamentari di seconda fila. Sarebbe una creatura anfibia, e sarebbe inoltre la prova provata che i politici sono buoni soltanto come maggiordomi.
In tutte queste esitazioni del governo Monti gioca senz’altro l’inesperienza dei suoi componenti. Si può capire, il guaio è che non lo capiscono i mercati. Gioca altresì — è stato osservato da più parti — un deficit di comunicazione del nuovo esecutivo. Errore: se non decidi, poi non hai un piffero da comunicare. E d’altronde l’afonia è pur sempre il primo effetto delle paralisi facciali. Ma il bello è che l’indecisione è figlia della prima decisione del governo: quella di rapportarsi al Parlamento, d’imbastire scelte condivise. Giusto, le istituzioni vanno rispettate. Sennonché Monti ha cercato il Parlamento e ha trovato gli uffici dei partiti. Nulla di strano, stanno lì da tanto tempo: da quando Mortati, nel 1952, denunciava lo svuotamento delle assemblee legislative, rimpiazzate per l’appunto dai partiti. E i partiti, come sempre, pongono altolà, condizioni che s’annullano a vicenda. Un freno a mano sul motore del governo.
Questo freno dipende dalla nuova bussola che sta orientando il gabinetto Monti: dalla Costituzione formale a quella materiale. C’era la prima, c’era l’articolo 92 della nostra vecchia Carta, nella decisione solitaria di Napolitano circa la nomina di Monti, nella decisione solitaria di Monti circa la scelta dei ministri. C’è la seconda, risuonano tutte le degenerazioni della prassi, nei negoziati sugli strapuntini di governo. Ma se il problema è questo, ci vuol poco a mettervi rimedio. Intanto con maggiore trasparenza nelle decisioni: che è sempre una virtù costituzionale, ma si trasforma in obbligo per un esecutivo orfano di legittimazione popolare, la cui legittimità quindi riposa sulla chiarezza con cui maturano i suoi provvedimenti. E in secondo luogo applicando un principio aureo dello Stato di diritto: il principio di responsabilità. Perché se ogni scelta ha fin troppi padrini, non ne risponde più nessuno. Sicché il governo si impegni a decidere, il Parlamento (non i partiti) discuta poi le deliberazioni prese. A ciascuno il suo mestiere.

Il Corriere della Sera 27.11.11

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“Il ritardo in casa del professore”, di Roberto Napoletano

Spiace dirlo. La delicatezza della situazione imponeva che il Consiglio dei ministri di ieri, presieduto dal professor Mario Monti, varasse il decreto sulle misure anti-crisi e desse il via libera alla nomina di vice-ministri e sottosegretari che sanciscono la pienezza dei suoi poteri. Purtroppo, non ci sono né il decreto né le nomine. Siamo ben consapevoli che i mercati stanno scommettendo su qualcosa che non è congruente con i fondamentali del Paese, i tassi non sono un riflesso ragionevole della condizione corrente e delle prospettive dell’Italia.

Siamo ben consapevoli che questa situazione di estrema, ulteriore fibrillazione, è figlia della grande paura dei mercati sull’euro e che l’Italia ne è la vittima non più il capro espiatorio. Deve essere, però, chiaro a tutti che il vertice a tre – Merkel, Sarkozy, Monti – è andato molto bene per il presidente del Consiglio italiano (siamo contenti perché ci rappresenta) ma molto male per l’Italia e, soprattutto, per l’Europa perché i veti tedeschi non sono stati scalfiti in nulla. Siamo ben consapevoli che è in corso una nobile gara, tra Capi di governo e di Stato e uomini delle istituzioni europee, a ribadire con forza che le “priorità” indicate dal governo Monti sono quelle giuste e a rimarcare che l’agenda dei tempi è addirittura accelerata. Noi ci permettiamo di sottolineare che l’asta dei BoT a sei mesi si è conclusa con una piena sottoscrizione, ma a tassi da “usura” pari al 6,5% e che i BTp a due anni, sul mercato secondario, sono volati al nuovo record dell’8%. Parliamoci chiaro: l’Italia può sostenere tassi così alti, ma solo per un certo periodo, s

Giovedì dieci novembre Il Sole 24 Ore, dopo una giornata che ha segnato il massimo storico del differenziale di spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi, ha lanciato un appello: fate presto. Ha chiesto che la politica scegliesse di sostenere una compagine di governo competente e credibile in nome della causa italiana, perché ci tirasse fuori da un lungo processo di logoramento politico e civile e, soprattutto, perché desse agli italiani, in tempo reale, la cura scomoda ma necessaria per ricostituire la fiducia del mondo sull’Italia. Nessuno si dimentichi che viviamo pericolosamente, molto pericolosamente. Il risparmio e il lavoro degli italiani restano in gioco come prima, più di prima, si è solo ridotta l’anomalia di quei cento e passa punti di differenziale rispetto alla Spagna. Siamo contenti che sia stato accolto il nostro appello a fare presto, ma l’urgenza della qualità dell’azione di chi è stato chiamato a raccoglierlo diventa, giorno dopo giorno, sempre più inderogabile. Il tempo che ci è stato dato, è scaduto da un po’, si è perso colpevolmente un anno.

L’isteria dei mercati è una brutta bestia, bisogna fare di tutto perché si torni a comprare titoli italiani a tassi più bassi.
Monti e la sua maggioranza politica ne sono consapevoli, agiscano allora di conseguenza. Il quesito drammatico di oggi è se il giusto e necessario (ancora da venire) sarà anche sufficiente. Noi riteniamo che sia importante tradurre in fatti le promesse, e farlo bene, evitando pasticci e ripensamenti, assicurando solide basi normative alle singole misure. Gli italiani sono oggi più consapevoli di ieri della gravità della crisi europea e di quella italiana. La politica sappia dare, in casa nostra, le risposte giuste.

Questo renderà fuori più autorevole il nostro governo e favorirà il rafforzamento della partecipazione europea. I vincoli ci sono, è vero, ma la Bce farà comunque rilevanti operazioni di liquidità. La Merkel non è Kohl e, purtroppo, non perde giorno per dimostrarlo. L’Italia, con Monti, può svolgere un ruolo significativo perché l’Europa diventi più politica, aumenti le sue munizioni finanziarie, sciolga le paure sull’euro e spenga sul nascere la malattia del contagio. Bisogna, però, che sia un Monti legittimato dall’azione di governo, non dal credito internazionale personale. Se non dimostra di sapere affrontare l’urgenza italiana, diventano nulle le possibilità di dare un contributo vero per risolvere l’urgenza europea. La seconda è più importante della prima, ma si deve partire da casa. Se crolliamo noi, crolla tutto. A quel punto, non sarà molto importante capire di chi è la colpa, si conteranno solo le macerie.

Il Sole 24 Ore 27.11.11

"Quel sorriso del Capo lungo più di vent´anni", di Ilvo Diamanti

Chi pensa che la costruzione del consenso e il culto del leader attraverso i media siano un´invenzione recente, brevettata da Silvio Berlusconi, per ricredersi deve guardare Il sorriso del Capo. Un film di Marco Bechis e Gigi Riva, presentato in anteprima al Festival di Torino. È una catena di documenti d´epoca dell´Istituto Luce in gran parte inediti.Accompagnati dalla voce narrante di Riccardo Bechis, padre del regista. In quel tempo borghese “medio”, residente proprio a Torino. L´intero film documenta la cura posta dal regime nel proporre e manovrare una complessa macchina del consenso, che non trascura nessun luogo e nessuno strumento di propaganda. La scuola, anzitutto, e poi i media allora più popolari. La radio, i giornali, il cinema. (Come hanno ben dimostrato, fra gli altri, gli studi dello storico Mario Isnenghi). Veicoli di miti attraenti perché “comuni” alla “gente comune”. La Famiglia, la Patria, la Nazione. La Modernità. Riassunte, tutte insieme, nella persona del Capo. Come sottolineano le immagini del comizio che scandisce i passaggi del film. Si svolge a Torino. Capitale della rivoluzione industriale italiana. Così come Mussolini è il padre della rivoluzione fascista. E del Partito “nuovo”, per usare le parole del Duce. Il quale si rivolge alla piazza gremita in modo quasi familiare. “Personale”. Più che arringare la folla, egli sembra dialogare con essa. Assecondato dai gerarchi che lo affiancano sul palco. Seguendo un copione recitato a braccio, ma comunque sperimentato con sapienza.
Difficile non tentare paralleli con il presente. Ma occorre guardarsi dall´equiparare periodi e fenomeni tanto distanti e distinti. I documenti del film suggeriscono, semmai, di cercare nella società e nella tradizione nazionale le radici di una cultura popolare e di massa che Berlusconi, in particolare, ha ri-scoperto e ri-prodotto. In modo più efficace e con strumenti più potenti di altri. Senza reprimere la democrazia, ma, anzi, sfruttando le opportunità offerte dal trionfo dell´opinione pubblica e dei media. In una parola: della “democrazia del pubblico”, come l´ha definita Bernard Manin. Denominatore comune: il populismo, inteso come scambio diretto, identificazione tra la “gente” e il “capo”. Mussolini lo ha interpretato e alimentato attraverso le manifestazioni di massa e di piazza. Ma anche attraverso il ricorso ai media del tempo. Attraverso narrazioni – oggi si parlerebbe di story telling – che celebrano il culto del capo. D´altra parte, il consenso si è consolidato attraverso il Partito nuovo, che trasferisce e traduce la rivoluzione nella vita quotidiana. Si confonde con il sistema educativo. Un modello rielaborato dai partiti di massa del dopoguerra. I quali hanno organizzato la vita quotidiana delle persone, sul territorio e nella società. Accompagnando i militanti, per usare una celebre formula di Sigmund Neumann, “dalla culla alla tomba”.
Il fascismo, infine, costruisce e amplifica il sostegno della società attraverso la sindrome del Nemico. In particolare, dello Straniero. Contro il messaggio anti-italiano della propaganda estera e di chi la asseconda in patria. (E in ciò il richiamo alla nostra storia recente). Soprattutto nell´ultima fase, quando la guerra incombe. C´è un passaggio del comizio, davvero straordinario, nel quale Mussolini oppone il “suo” popolo – con il quale il Capo ha un rapporto diretto – al popolo “inventato” dagli americani “per dargli dei bisogni immaginari”. Quasi un´anticipazione dell´Uomo a una dimensione di Marcuse.
Il film di Bechis e Riva, oltre che suggestivo, è utile. Per non dimenticare. Contro l´abitudine di rileggere il passato selettivamente e strumentalmente. Di condannarlo oppure rivalutarlo in base alle pulsioni e agli interessi del presente. Com´è avvenuto, puntualmente, negli ultimi anni, nei confronti del fascismo. Il quale non è un “buco nero” della nostra storia. Ma un´esperienza che ha segnato le stagioni successive dell´Italia repubblicana e della nostra democrazia. Accompagnato da un consenso diffuso. Durato a lungo e dissolto in fretta, insieme alla guerra e alla disfatta. All´offensiva degli alleati. Il nemico. Accolto con lo stesso entusiasmo riservato al Duce e al regime, fino a pochi mesi prima, come mostrano i documenti dell´Istituto Luce. Riccardo Bechis, di fronte alle immagini di esultanza popolare intorno al Duce nella piazza di Torino, dove anch´egli era presente, commenta: “A rivederlo oggi, quell´uomo, mi sembra Charlot. Eppure quasi mi vergogno ad ammettere che allora quelle parole mi avevano preso. Convinto. Commosso”. A conferma che l´infatuazione popolare esercitata dal “Sorriso del Capo” non era il semplice derivato di un potere autoritario violento. Emergeva, invece, da una macchina del consenso sapiente ed efficace. Che attingeva dai riferimenti della tradizione e del senso comune. O viceversa: emergeva dalla tradizione e dal senso comune, modellati e riprodotti da una macchina del consenso sapiente ed efficace. Un´indicazione, questa sì, utile per leggere anche la stagione più recente della nostra storia repubblicana.

La Repubblica 27.11.11

"Scuola, è tempo di scelte coraggiose", di Giancarlo Cerini*

Economia & istruzione: un rapporto non facile da decifrare, che sta però nel programma del «governo dei professori». Sono assai impegnativi i due punti in proposito (sui 39) che abbiamo sottoscritto con Trichet-Draghi: valutare le scuole e ristrutturare quelle «pessime»; valutare i docenti e «premiare» quelli migliori. Sembra un proclama che annuncia un conflitto insanabile tra le ragioni dell’educazione e quelle del mercato. Ma forse non è così scontato. Vediamo perché. È vero, gli economisti dell’istruzione sono inguaribili ottimisti e mettono in relazione un più elevato livello di istruzione della popolazione con la ricchezza di un Paese e con migliori opportunità per le persone. Lavoro, salute, cittadinanza, dunque democrazia… sono connessi con una buona formazione. Anche il nuovo Governatore della Banca di Italia, Ignazio Visco, si iscrive con i suoi interventi di ieri, tra i fautori di una decisa sterzata a favore dei giovani, di una loro migliore istruzione, di un loro ingresso più «alto» nella società degli adulti. Va riconosciuto che il «mitico» ufficio studi di Via Nazionale da un po’ di anni insiste sulla questione ed ha pure espresso un apprezzato presidente – Piero Cipollone – dell’Invalsi, l’istituto di valutazione del sistema educativo italiano, spesso al centro di aspre contese con i docenti. Il fatto è che da troppo tempo ormai la scuola (in generale, l’istruzione, la ricerca, la cultura) è oggetto di politiche restrittive, con un peso decrescente nella ricchezza nazionale. Solo il 4,8 % del Pil si muove verso l’education (rispetto al 6,1% dell’Ocse). L’Italia è un Paese poco generoso con i giovani, la sua scuola, l’idea stessa che la formazione sia un investimento piuttosto che una spesa «a perdere». I cattivi risultati si spiegano, come pure gli alti livelli di dispersione (un ragazzo su cinque viene tagliato fuori dall’istruzione). Ma la scuola che fa per non perderli? Tagli, indignazione, de-motivazione, rinuncia, sfiducia: questo è il circolo vizioso che sembra paralizzare la nostra scuola ed il suo tormentato rapporto con i decisori politici, con la società civile, finanche con gli studenti ed i genitori… Ma non basta. È urgente «pensare» diversamente alle nostre strutture formative, immaginare una scuola più a misura di ragazze e ragazzi (senza indulgere nel giovanilismo!), che possa essere vissuta anche dagli insegnanti come occasione di crescita, di riscatto, di rinnovata credibilità. Di qui occorre ripartire per riforme coraggiose, anche in una stagione dove le risorse pubbliche saranno limitate, e andando oltre i facili slogan. L’impressione è che gli adulti siano preoccupati soprattutto di difendere le loro posizioni (si vedano i millimetrici spostamenti delle cattedre in una scuola superiore immobile da decenni, che fa resistenza anche ai semplici restyling), quando invece sono in gioco domande più radicali: a) devono ancora esistere le classi, le cattedre, gli orari, le materie, i compiti in classe, così come li tramandiamo orami da (troppi) decenni?; b) hanno senso curricoli didattici talmente «ingessati» da non lasciare neanche un briciolo di scelta ai ragazzi, poche possibilità di decidere (almeno) una parte delle cose da fare, delle «materie» di cui innamorarsi, a cui dedicare tempo ed energia?; c) possibile che le nostre scuole siano ancora centrate su atrii anonimi, su corridoi simil-carceri, su aule sempre più grigie, più spoglie, a volte più sporche, quando ben sappiamo che ambienti di apprendimento, belli, vivibili, conviviali, sono uno stimolo allo studio, alla creatività? Se pensiamo ai giovani, alla loro voglia di mettersi alla prova, di sperimentare nuove forme di autonomia culturale, geografica, professionale, non ha molto senso confermare la sequenza: maturità a 19 anni, università lunga (con il ritmo triennio + biennio + master), impietosa ricerca di una posizione precaria «qualunque». Forse a un 18enne italiano dobbiamo offrire qualcosa di più affascinante di un anno dietro i banchi a seguire rassicuranti lezioni frontali. La proposta più sensata sarebbe regalargli un biglietto chilometrico, per proiettarlo nelle capitali europee, nei quartieri start-up ove si inventano nuove imprese, dove si immagina un futuro creativo e solidale, per una generazione che ha fame di «futuro». Dovremo forse ridimensionare questa «vision» e accontentarci – magari! – di una riforma della scuola che preveda comunque percorsi più intensi e flessibili: a 18 anni si dovrebbe andare all’Università (accompagnati dai propri proff. migliori), scegliere un percorso specialistico, entrare curiosi nel mondo delle imprese e dei servizi, intrecciare lo studio con vita e lavoro (come i giovani amano fare). È una scuola più friendly, quella di cui abbiamo bisogno? No di certo, ma nemmeno solo di quella che si misura con i test di apprendimento dell’Invalsi (forse troppo magnificati nella lettera all’Europa e nel programma di governo). Sappiamo che il nostro sistema educativo ha degli evidenti limiti, visibili anche nei confronti internazionali (ma il nostro «spread» negli apprendimenti misurati dai punti Ocse-Pisa è assai inferiore a quello dei titoli di stato e certe regioni italiane vanno alla grande). Qui ha ragione Ignazio Visco: un buon sistema di valutazione deve andare a caccia di buone scuole, scoprire i fattori di qualità, stanare pigrizie e zone d’ombre, proporre modelli virtuosi, di scuole, territori, professionalità che già esibiscono indicatori comparabili con quelli di eccellenza. Non si valuta per penalizzare, per fare graduatorie, per distribuire premi (qui stanno alcuni limiti delle contrastate sperimentazioni Gelmini sul merito), ma per conoscere, capire, introdurre elementi di dinamismo nelle scuole, tra i docenti, con i dirigenti scolastici. È necessario valutare, per non perire, come afferma Norberto Bottani. Ben sapendo che le scuole, le Università, gli istituti di ricerca – come certo ha sperimentato il nuovo Ministro «rettore» – sono imprese collaborative, dove vince chi gioca di squadra, chi crea «valore aggiunto», chi costruisce comunità professionali proiettate verso l’innovazione, dove la convivialità e non la competizione promuove l’eccellenza (quella che non dimenticando l’inclusione).

*direttore della Rivista dell’istruzione

L’Unità 27.11.11

"Termini, raggiunto l'accordo sugli incentivi ai lavoratori. Firma anche la Fiom", di Paolo Pica

La mediazione di del neo ministro dello Sviluppo Corrado Passera convince sindacati e Fiat e dopo mesi di trattative a singhiozzo e attese deluse viene finalmente raggiunto un accordo sugli incentivi ai lavoratori di Termini Imerese (Palermo). Stabilimento storico che il gruppo automobilistico guidato da Sergio Marchionne sta dismettendo. Il sì è arrivato al termine di una giornata di negoziati al ministero dello Sviluppo, presenti tutte le sigle, io tecnici del dicastero del Lavoro, gli advisor, i rappresentanti di Torino e quelli dell’azienda subentrante Dr Motor. Alla fine c’è anche la firma della Fiom che tuttavia lamenta «il dispetto della Fiat che ha applicato importi più bassi» di quelli normalmente praticati. Il presidio davanti alla fabbrica viene rimosso.
SOLLIEVO TRA I LAVORATORI – A sera la soddisfazione prevale sulle critiche che pure non mancano. Tirano un sospiro di sollievo oltre 1.500 famiglie in ansia da mesi: chi non è in uscita è in cassa integrazione. Passa il primo importante test di una serie il ministro Passera che incassa a sorpresa il plauso della Cgil. L’organizzazione guidata da Susanna Camusso gli riconosce la«costruzione della soluzione» e il «rispetto» delle parti in campo. La finalizzazione è attesa giovedì 1 dicembre, ma la trattativa prosegue nei prossimi giorni con la Dr Motor, che subentra al Lingotto, per rilancio del sito industriale siciliano.
INCENTIVI PER L’ESODO- Sono 640 i dipendenti di Termini Imerese che andranno in mobilità verso la pensione. Lo fanno sapere i sindacati spiegando che l’accordo prevede un incentivo complessivo alla mobilità medio di 22.850 euro più l’indennità per il mancato preavviso e il premio fedeltà. Il costo complessivo per la Fiat è di 21,5 milioni circa. Secondo Bruno Vitali segretario nazionale della Fim «si tratta del 70% della richiesta, ovvero di quello che tradizionalmente Fiat ha dato ai lavoratori». Nel dettaglio, i lavoratori riceveranno per 4 anni di mobilità 460 euro mensili sommano all’indennità di mancato preavviso ed il premio fedeltà. Sono previsti 4.445 euro il primo anno, 5.921 euro per gli anni successivi, più 650 euro per la firma della conciliazione. Tutti gli altri lavoratori, 800 circa, saranno assunti da Dr Motor.
CGIL: «RISPETTATI INTERESSI IN CAMPO, ORA RILANCIO»- Soddisfatta la Cgil che in una nota sottolinea «il positivo lavoro svolto dal ministro Passera e dallo stesso ministero per costruire una soluzione basata sul rispetto degli interessi in campo». «Ora – afferma il segretario confederale Vincenzo Scudiere – c’è bisogno che l’acquirente confermi tutte le disponibilità annunciate per avviare la produzione e rilanciare lo stabilimento».
FIOM: FIRMATO PER SENSO DI RESPONSABILITA’ – «Soddisfazione amarezza» per Enzo Masini della Fiom. «Fiat ha approfittato della situazione e ha imposto una riduzione delle tabelle che solitamente usa in questi casi – dice – Nemmeno il Governo è riuscito a farle fare retromarcia. Rimane l’amarezza per un dispetto che Fiat ha voluto fare ai lavoratori. Abbiamo firmato per senso di responsabilità». A livello locale, Fim-Fiom-Uil di Parlemo parlano di «incentivo dignitoso» ottenuto «grazie all’intervento del ministro Passera»
DI PIETRO: FUNERALE PER TERMINI, IL GOVERNO ALZI LA TESTA – Resta diffidente il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro che si chiede «quali scambi inconfessabili siano avvenuti in queste ore tra Passera e Marchionne» e chiede al governo di Mario Monti di «alzare la testa di fronte a chi continua a chiedere soldi pubblici, nonostante stia distruggendo l’apparato industriale del Paese, e soprattutto che si opponga a questa macelleria sociale, per ridare ai lavoratori quella dignità che ogni giorno viene calpestata dalla Fiat».

Il Corriere della Sera 27.11.11

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“Fiat, primo accordo per Termini Imerese”, di Maurizio Cencioni

Ci sono volute sette ore di trattativa, ma alla fine è stata trovata un’intesa sugli incentivi alla mobilità per gli operai della Fiat di Termini Imerese ormai senza occupazione. L’accelerazione si deve all’intervento del nuovo ministro allo Sviluppo, Corrado Passera, che venerdì ha preso in mano la vertenza convocando i sindacati, l’advisor Invitalia e la Fiat per ieri al ministero. È stato un incontro fiume e non è stato facile convincere il Lingotto a mettere sul piatto più di quanto aveva prospettato per accompagnare alla pensione i 640 dipendenti in mobilità: oltre 21 milioni di euro è la cifra su cui è stato trovato l’accordo firmato dal governo, dall’azienda e da tutti i sindacati. Fiom compresa, anche se i metalmeccanici Cgil hanno sottolineato «l’amarezza» per un accordo al «ribasso», con l’importo che si aggirerebbe intorno al 70-80% rispetto a quanto tradizionalmente dato dalla Fiat negli altri stabilimenti. «Un dispetto», commenta Enzo Masini della segreteria Fiom, «ma abbiamo accettato la proposta per senso di responsabilità». Intanto a Termini Imerese, appena raggiunta l’intesa, è stato già tolto il presidio davanti alla fabbrica.
LE TABELLE DI IERI E DI OGGI Nel dettaglio: i 640 dipendenti che entro 6 anni (2 di cig e 4 di mobilità) raggiungeranno i requisiti pensionistici, avranno la mobilità incentivata. L’incentivo massimo, per chi farà tutti e 4 gli anni di mobilità, è di 22.850 euro (460 per 48 mensilità) più l’indennità per il mancato preavviso e il premio fedeltà. Mentre le tabelle applicate finora dall’azienda, secondo i sindacati, sarebbero intorno ai 31-32 mila euro. Analizzando anno per anno l’importo, per il primo le risorse sono pari a 4.445 euro, per i successivi tre anni di 5.921 euro, più 650 euro per la firma della conciliazione. Fiat farà partire la mobilità dal primo gennaio. L’intesa di ieri spiana la strada a quella conclusiva sul rilancio dell’attività a Termini Imerese: un tavolo è già stato convocato per giovedì prossimo e la parola passerà a Dr Motor, l’azienda molisana che è pronta a succedere al Lingotto nel sito siciliano per produrre 4 modelli di auto. Il piano industriale presentato da Massimo Di Risio prevede l’inizio dell’attività dal 2013 per andare a regime con 60mila vetture annue nel 2017. Dopo l’intesa sugli incentivi, per Dr è tutto più facile visto che i dipendenti Fiat da riassorbire sono circa 920 unità, rispetto agli 1.566 iniziali. Si è trattato, come sempre, di una soluzione di compromesso: «decoroso» per la Uilm, «soddisfacente», per l’Ugl, «una mediazione responsabile» per la Fim. Tra la Cgil e i suoi metalmeccanici emerge una differenza di valutazione sulla mediazione di Passera, «insufficiente per la Fiom» e «positiva» per la Cgil. Il ruolo del ministro che per tutto il giorno ha tenuto stretti contatti con le parti riunite al Mise ritorna nei moltissimi commenti che hanno accompagnato la notizia: sono infatti passati due anni da quando Sergio Marchionne ha annunciato la chiusura dello stabilimento siciliano, due anni che il governo precedente ha fatto passare senza prendere alcuna iniziativa.? Raggiunta l’intesa gli operai di Termini hanno tolto il presidio davanti ai cancelli

L’Unità 27.11.11

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“E la Fiom riapre il dialogo con i vertici del Lingotto. Decisivo l´intervento del ministro Passera”, di PAOLO GRISERI

È presto per lasciarsi andare agli entusiasmi. Ma è un fatto che la Fiom non firmava un accordo di merito con la Fiat dal luglio del 2009, quando aveva sottoscritto l´intesa per l´anticipo del premio di risultato concordando di erogare 103 euro in busta paga agli operai del terzo livello. Ed è un altro fatto che la stessa trattativa su Termini Imerese – istruita da tempo da Invitalia che ha valutato i progetti per sostituire il Lingotto in Sicilia – si è sbloccata in pochi giorni grazie all´iniziativa del nuovo ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera.
La biografia del ministro ha certamente facilitato l´esito. Per un manager che ha appena lasciato la guida operativa di Intesa San Paolo è più facile alzare la cornetta del telefono e chiedere a Sergio Marchionne di aumentare di 4 milioni la posta della Fiat sul tavolo degli incentivi verso la pensione. Ed è più facile per lo stesso Marchionne fidarsi dell´ex ceo di una banca che ha tradizionalmente avuto saldi rapporti con il Lingotto. Sono questi, in fondo, i vantaggi dei governi tecnici: i ministri sanno di che cosa parlano e gli interlocutori sanno chi hanno di fronte. Così ieri sera lo stesso ad di Invitalia, Domenico Arcuri, riconosceva che «l´apporto del nuovo ministro è stato decisivo per la conclusione dell´accordo». Non è necessario che il manager pubblico si spinga dove non può per capire il senso del suo pensiero.
C´è però un secondo aspetto che non va sottovalutato. Si ritrova nelle parole di Enzo Masini, il capodelegazione della Fiom: «Dobbiamo riconoscere al ministro di non aver lavorato per la divisione tra i sindacati ma per trovare una soluzione tutti insieme». Quella che potrebbe apparire una affermazione ovvia diventa, nell´Italia post-berlusconiana, una rivoluzione copernicana. Perché per anni il governo ha alimentato la divisione ideologica tra sigle sindacali piuttosto che cercare una soluzione ai problemi concreti. E´ un fatto che appena quell´atteggiamento è cambiato, il film degli accordi separati tra Fiat e sindacati ha subito una interruzione. E´ assai probabile che sia momentanea perché probabilmente a partire dalla prossima settimana Fiom, Fim e Uilm torneranno a dividersi sull´estensione a tutte le fabbriche del Lingotto dell´accordo di Pomigliano. Ma non era per nulla scontato che la Fiom avrebbe firmato un´intesa sull´uscita della Fiat da Termini Imerese.
Ci vorrà del tempo, ma se il nuovo clima si consoliderà potremmo attenderci importanti novità anche sul fronte sindacale. Perché una Fiom che esce dall´angolo è certamente costretta a rivedere le sue strategie ma finisce per costringere gli altri sindacati a fare altrettanto. La mossa del governo potrebbe accelerare il tramonto la stagione dello scontro ideologico tra Fiom e Fiat: un lusso che un paese in emergenza non può più permettersi.

La Repubblica 27.11.11

"Due Mario italiani per salvare l'Euro", di Eugenio Scalfari

La crisi dei debiti sovrani dell´Europa – di tutta l´Europa, Germania compresa – ha provocato una reazione in Inghilterra e in Usa: le banche di quei due Paesi hanno dichiarato che si stanno preparando alla scomparsa dell´euro dal sistema monetario mondiale.
Non è certo un aiuto a resistere, quella dichiarazione, e non è comunque un utile campanello d´allarme, ma piuttosto una campana a martello, di quelle che si suonavano un tempo quando un intero paese andava a fuoco e la popolazione accorreva con le pompe e i secchi d´acqua per spegnere l´incendio.
Ma qui ed oggi non c´è una popolazione da chiamare a raccolta, né bastano i pompieri nazionali a sostenere la moneta europea anche se il loro contributo è necessario. Qui ed oggi c´è un solo soggetto che può impedire una frana generale ed è la Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Mario Monti è il pompiere nazionale ed il suo contributo è necessario ma insufficiente. Salvare l´Europa spetta a Draghi; che la Germania sia d´accordo oppure no, nessuno può impedirglielo perché la Bce è indipendente dai governi purché resti nei limiti previsti dal suo statuto il quale gli pone il divieto di finanziare i governi ma non di finanziare il sistema bancario europeo a rischio di insolvibilità.
Draghi conosce perfettamente questo suo diritto-dovere d´intervenire per evitare il cosiddetto “credit-crunch”, cioè il passaggio dall´illiquidità all´insolvibilità. Probabilmente avrà bisogno d´un paio di settimane per mettere a punto un intervento di così ampie dimensioni; dovrà contattare le principali banche di credito commerciale dei 17 Paesi dell´eurozona e anche quelle inglesi e americane perché ormai tra le grandi banche e i grandi fondi d´investimento del risparmio esiste un intreccio intricatissimo di flussi e di reciproci impieghi. Due settimane, ancorché sotto l´infuriare della tempesta sui mercati, sono sopportabili; andare oltre diventerebbe una scommessa andata male, non una battaglia ma una guerra perduta.
Le dimensioni di un salvataggio del genere ammontano almeno a 1.000 miliardi di euro e forse anche di più, ma sbagliano quanti pensano che basti l´annuncio e la garanzia da parte della Bce per ottenere il risultato senza bisogno di scomodare la cassa. Non è così. Il sistema bancario europeo è già in condizioni di scarsa liquidità e un semplice annuncio non basterebbe. La cassa è indispensabile, la Bce dovrà stampare moneta e iniettarla nel sistema bancario perché è questa la preziosa acqua necessaria per estinguere l´incendio. Non la darà ai governi ma alle banche e non già per una settimana ma per due o tre anni, con un duplice obiettivo: assicurarne la solvibilità e rendere possibile il finanziamento delle imprese affinché contrastino la recessione incombente. E qui entrano in scena i pompieri nazionali, cioè i governi, ciascuno responsabile del proprio debito sovrano e della crescita del proprio prodotto interno.
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Il governo italiano è in primissima linea perché, come hanno detto la Merkel e Sarkozy dopo l´incontro di Strasburgo con Mario Monti, gli interventi che il nostro neo-premier ha in programma sembrano a loro perfettamente in linea con le necessità e perché – come hanno aggiunto – se dovesse diventare insolvibile il debito italiano salterebbe l´euro e con esso l´intera costruzione europea.
Monti deve realizzare due obiettivi: il rigore e la crescita e semmai ci fosse da stabilire un prima e un dopo, la crescita verrebbe prima e non dopo.
C´è un terzo obiettivo che Monti si propone ed è l´equità che in realtà rappresenta il giusto equilibrio tra crescita e rigore. L´equità si realizza infatti attraverso l´equilibrio tra quei due termini, attraverso la coesione sociale e attraverso lo sforzo di evitare la recessione e la deflazione.
Questi sono i compiti di Monti e del suo governo. Il loro fucile ha due soli colpi in canna: crescita e rigore. La prima si ottiene sostenendo il potere d´acquisto delle fasce sociali medio-basse e diminuendo il carico fiscale delle imprese. Il secondo tagliando la spesa improduttiva, i privilegi e le disuguaglianze. In concreto: riformando le pensioni, equiparando le condizioni di lavoro tra precari e lavoratori a tempo indeterminato, destinando i risparmi così realizzati alla fondazione del nuovo “welfare” destinato a tutelare i giovani e a instaurare un patto generazionale a loro favore.
Il governo ha ormai in avanzata preparazione la riforma pensionistica e quella del lavoro, attingerà risorse immediate dall´Iva e dall´Ici (che è di per sé un´imposta patrimoniale) nonché dalla vendita dei beni pubblici. Rilancerà i lavori pubblici con un pacchetto che vede insieme il ministero di Passera e quello di Barca (Infrastrutture e Coesione territoriale).
Due colpi in canna. Ha preso tempo fino al 5 dicembre, una dilazione che coincide con quella di cui ha bisogno Draghi. Neanche a Monti bastano gli annunci, anche lui deve muovere la cassa e non può sbagliare. Dieci giorni sono sopportabili, il di più sarebbe del Maligno e quindi va escluso.
Intanto siano nominati domani i vice-ministri e i sottosegretari affinché il Parlamento possa lavorare. Qui la dilazione non è permessa.
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I debiti sovrani hanno un calendario di aste da tempo stabilito. Quello italiano prevede nel 2012 emissione di titoli in gran parte pluriennali per 270 miliardi. Quello degli altri Stati dell´eurozona ne prevede altri 800, metà dei quali emessi dalla Germania. Nel complesso sarà un anno terribile che si inaugura con un´asta italiana di 40 miliardi nella prima decade di febbraio. Draghi, quand´era ancora in via Nazionale, aveva consigliato Tremonti nel 2010 di anticipare le aste ma il consiglio non fu seguito, erano ancora i tempi nei quali il governo di allora negava la crisi o sosteneva che comunque ne saremmo usciti prima e meglio degli altri. Adesso Cicchitto e La Russa si sbracciano a dimostrare che il loro governo non ha nulla a che fare con quella che Giuliano Ferrara chiama Lady Spread. Ma Lady Spread è stata svegliata proprio da quel governo e dalla sua micidiale immobilità. Tre anni d´immobilità, di cui paghiamo adesso il durissimo scotto.
Se Draghi e Monti faranno quel che debbono entro la coincidente scadenza, anche l´anno terribile potrà essere padroneggiato. Ma per quanto riguarda l´Italia, noi abbiamo una scadenza tra pochi giorni, modesta per tempi normali ma assai scabrosa per l´oggi: un´asta di 5 miliardi di titoli pluriennali.
Si potrebbe cancellarla e rinviarla perché il Tesoro può farne a meno, ma sarebbe un pessimo segnale per i mercati. Il rimedio, se si vuole, c´è: la Banca d´Italia, imitando la Bundesbank, potrebbe prendere in parcheggio i titoli in scadenza e collocarli gradualmente sul mercato secondario. Le banche, una volta che la Bce avesse varato il suo programma di prestiti, sottoscriverebbero senza problemi quel ricollocamento come dovranno fare per una buon parte delle aste successive. Questo è il solo modo per trasmettere gli effetti della politica monetaria a sostegno dei debiti sovrani, in attesa che i Trattati siano riveduti, il fisco diventi appannaggio dell´Europa e gli Eurobond siano accettati anche dalla Merkel. Allora intoneremo il “Magnificat” e ne saranno contenti anche i cattolici di Todi e del governo dei tecnici.
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Questa storia del governo dei tecnici continua ad esser vissuta malamente da una parte notevole dell´opinione pubblica, anche da quella vastissima (75 per cento) che appoggia Monti riconoscendo l´esistenza di ragioni di urgenza e di emergenza.
Nel mio articolo di domenica scorsa avevo ricordato tre illustri precedenti per collocare l´attuale governo in un contesto storico: i 15 anni di governo della Destra storica (1861-1876), i due anni del governo Fanfani delle “convergenze parallele” (1960-62), la proposta di Bruno Visentini d´un governo istituzionale come soluzione permanente prevista dalla Costituzione (1980).
Dedico la conclusione di quest´articolo al tema sollevato da Visentini, per renderne più chiari i lineamenti e la sua attualità.
1. I governi sono tutti politici se avvengono nel quadro della democrazia parlamentare poiché la loro esistenza e la loro permanenza dipendono dalla fiducia che il Parlamento gli accorda o gli ritira.
2. Il governo istituzionale cui pensava Visentini prevedeva che i partiti non fossero agenzie di collocamento dei loro dirigenti e clienti, ma organi di generale indirizzo politico e di raccolta del consenso popolare sulla base d´una loro visione del bene comune.
3. La legge elettorale doveva (dovrebbe) offrire lo “spazio pubblico elettorale” ai candidati dei partiti o di qualsivoglia associazione o individuo che volesse cimentarsi. Il Parlamento uscito dalle elezioni esprime una sua maggioranza che risponde agli elettori così come ne risponde la minoranza di opposizione.
4. La formazione del governo spetta al presidente della Repubblica il quale, a termini della Costituzione, «nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri». Il governo così nominato deve ottenere entro pochi giorni la fiducia del Parlamento.
Il risultato di questo “combinato disposto” consiste nel fatto che nella formazione del governo il capo dello Stato tiene necessariamente conto della maggioranza parlamentare dalla quale l´esistenza del governo dipende, ma lo nomina senza trattarne la composizione con le segreterie e i gruppi parlamentari dei partiti.
Questo è lo schema del governo istituzionale e costituzionale. Chi non capisce che esso non confisca affatto la democrazia e non umilia affatto il Parlamento, al quale anzi affida piena centralità svincolandolo anche dalla sudditanza ai voleri del “premier” (com´è accaduto nell´appena trascorso decennio berlusconiano) e potenziando il suo diritto-dovere di controllare il governo e la pubblica amministrazione; chi non capisce queste lapalissiane verità è in palese malafede oppure mi permetto di dire che è un perfetto imbecille.

La Repubblica 27.11.11

"Scommettere su qualità e preparazione", di Irene Tinagli

E’ prassi comune, soprattutto tra i politici, additare gli economisti come i responsabili della crisi, della precarietà e dei milioni di giovani senza prospettive. Eppure molti economisti da anni non fanno che ripetere, proprio ai nostri politici, la necessità di investire di più nella formazione e nell’integrazione dei giovani nel mercato del lavoro. Lo ha fatto anche ieri il neo Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’intervista a La Stampa mettendo in evidenza tutte le contraddizioni dell’Italia.

Un Paese che per reagire alle pressioni di un’economia globalizzata ha scaricato le sue debolezze sui più giovani. Col risultato paradossale che in un’economia mondiale sempre più trainata da conoscenza e innovazione, in cui la domanda ed il valore di competenze fresche tendono ad aumentare, l’Italia vede diminuire i salari d’ingresso dei suoi giovani laureati, persino di quelli di cui ha più bisogno, come gli ingegneri. Ma Visco non cerca di accattivarsi le simpatie dei movimenti studenteschi o dei sindacati.

Nessuna condanna della legge Biagi, nessuna invocazione per posti fissi o salari minimi e università gratis per tutti. Il problema è investire per dare qualità e valore all’istruzione dei giovani, in modo da renderli più forti sul mercato del lavoro. Il dramma dell’Italia non è stata l’introduzione di strumenti di flessibilità, ma l’incompletezza delle riforme e l’uso che ne è stato fatto. Quegli strumenti avrebbero dovuto aiutare le imprese ad investire in tecnologie e formazione. Ma così non è stato, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ora è tempo di rimboccarsi le maniche e invertire rotta. Il tempo e’ scaduto e gli alibi pure.

La Stampa 27.11.11

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“Più premi per trattenere i migliori”, di WALTER PASSERINI

Precaria, pagata poco e perduta. La generazione under 30 vive in Italia la sua peggiore stagione, tagliata fuori dall’idea di progresso e di promozione che ha sempre innervato il ricambio tra generazioni. Fa bene il governatore della Banca d’Italia a mettere sul piatto nella sua prima uscita pubblica il tema dei giovani, priorità e cartina di tornasole della nostra capacità di costruire futuro. Rispetto agli altri Paesi, il lavoro dei giovani in casa nostra è meno pagato, sia all’inizio della carriera che lungo la crescita.

Delle due l’una: o le imprese ritengono di scarso valore le competenze e la formazione dei giovani o non apprezzano il valore del loro entusiasmo. Sotto accusa un sistema formativo debole e ondivago, non più ascensore sociale. La seconda questione è il sistema premiante. Sul breve il diplomato guadagna più di un laureato, ma dopo cinque anni i dottori rimontano. In ogni caso è sempre poco: un laureato under 35 prende la metà di un dottore over 50. La terza questione è l’ingresso in azienda dei giovani talenti. La filiera del merito, della motivazione e della competenza s’inceppa subito, travolta da proposte mediocri e dal mordi e fuggi.

Fa bene il governatore a parlare di contratti a tutele crescenti, ma è solo una cornice: va cambiata la cassetta degli attrezzi per premiare i migliori e i più promettenti; altrimenti i 70mila che scappano ogni anno diventeranno 100mila e oltre, stranieri in Italia troveranno fortuna all’estero. Ma oltre al dialogo tra domanda delle imprese e sistema formativo serve una campagna a favore dello studio meglio orientato. Perché studiare paga di più e allunga la vita, come rivela l’ultimo studio Eurostat: a 25 anni la speranza di vita di un laureato è di 58 anni, cinque anni di più di chi ha solo la scuola dell’obbligo.

La Stampa 27.11.11

"Una riforma e quattro principi", di Donata Lenzi

Tutti i grandi quotidiani di oggi parlano di pensioni riprendendo un articolo di prossima pubblicazione su “Italiani Europei” scritto da Elsa Fornero prima di diventare ministro.
Suggerirei di leggere con attenzione, ma prima di rompersi la testa ricordiamoci che una cosa è uno studio, una cosa una proposta del governo confrontata con le parti sociali. Non sappiamo ancora cosa esattamente proporrà. Qualche “paletto” però possiamo metterlo.

Comincio con il dire che il vitalizio dei parlamentari è la prima cosa che, giustamente, salta; infatti su nostra proposta Senato e Camera ne hanno già votato l’abrogazione. Non era l’unica cosa che abbiamo proposto e ottenuto nel nostro ordine del giorno del 3 agosto accolto dalla presidenza (per una lettura integrale delle undici proposte rimando alla news a lato). So che qualcuno dirà “non basta”, vorrei farvi notare però che l’ordine del giorno e il suo contenuto è sconosciuto ai più e nascosto volutamente dai media.

Pensioni. Riporto la versione integrale, prima dei tagli, del mio articolo che oggi ha pubblicato l’Unità dal titolo “Una riforma e quattro principi”, che vuole condividere con voi quelle che sono i principi inderogabili a cui dovremmo per me attenerci qualunque sia la proposta di riforma che arriverà.

“ Cresce e si diffonde la paura per i propri destini personali a fronte di una ulteriore riforma o accelerazione della riforma delle pensioni. La preoccupazione si alimenta con il moltiplicarsi degli articoli e delle dichiarazioni nell’assenza di dati, numeri, esempi. Non si sa al momento se e quanto si risparmia e se il risparmio sia destinato a garantire la sostenibilità del sistema previdenziale o a riduzione del debito. E non si sa cosa capita ad ognuno, mettendo in crisi aspettative di vita a lungo coltivate. Ci vuole più trasparenza.

Si parla però molto di equità. Permettetemi di dubitare dell’equità formale, quella che fa parti uguali tra diseguali, quella che fa indossare a tutti, uomini e donne, grassi e magri la divisa taglia 48. Applicare un solo rigido schema ad un sistema diseguale, quale il nostro, fa correre il rischio di far pagare in un giorno solo e solo ad un gruppo una rilevante cambiale. Consapevole della necessità di andare al sistema contributivo per tutti ritengo però che si deve tener conto di quattro principi.

Primo: nell’emergenza tuteliamo i più deboli. Sappiamo che sono quarantamila le domande di pensionamento di lavoratori in mobilità, a fronte della copertura per soli diecimila. Altri purtroppo si aggiungeranno in questi mesi. Allungare l’età pensionabile per molti di loro vuol dire la miseria.

Secondo: accelerare non significa dimenticarsi che la gradualità motivata garantisce equità. Una significativa riduzione dell’importo della pensione praticata nei confronti di chi non se la aspettava e non è più in grado di farvi fronte per età raggiunta e per reddito attraverso il risparmio privato, non è accettabile. Aggiungo che, in un paese dove ancora conta la rete familiare, per fortuna, non comprendo quale vantaggio ne abbiano i giovani se dovranno farsi carico di sostenere le spese conseguenti all’invecchiamento dei genitori.

Terzo: l’archiviazione definitiva dei privilegi, politici e non solo, e anche qui in modo graduale ma deciso, è necessaria e il sistema deve tendere alla omogeneità. Omogeneità comporta mettere mano alle aliquote contributive a cominciare dai fondi speciali il cui squilibrio è pagato dal fondo lavoratori dipendenti e dalla gestione separata. Ci deve accompagnare la consapevolezza che in futuro si cambierà ancor di più lavoro, impresa e settore, quindi dobbiamo costruire un sistema dove ci si iscrive all’Inps e non a un fondo categoriale.

Quarto e ultimo: facciamo attenzione alla media. Ho visto un dato recente dell’istituto nazionale di statistiche e di studi economici francese “gli operai vivono oltre sei anni in meno dei dirigenti”. Sono certa che valga anche in Italia. Possiamo ragionare allora di aspettativa media di vita? Come negli altri paesi europei, quanti anni si è lavorato e che lavoro si è fatto non può essere ignorato. Detto in altri termini, quarant’anni di lavoro e di contributi è una tetto che merita di essere mantenuto ”.

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