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"Incerti in politica, realisti in economia", di Roberto D'Alimonte

Con il governo Monti è iniziata una nuova fase della politica italiana caratterizzata da grande incertezza e fluidità degli orientamenti politici. Cresce l’area dell’astensionismo e della indecisione. Molti elettori, soprattutto nel centrodestra, sono disorientati. Ma sulla politica economica e sull’Europa il nuovo governo può contare su alcuni punti fermi. Gli italiani non vogliono l’uscita dall’Euro e sono disponibili ad accettare nuove regole su fisco, mercato del lavoro e liberalizzazioni.

I sondaggi sono strumenti imperfetti. Soprattutto in tempi di grandi cambiamenti vanno presi con molta cautela. Detto ciò, fa comunque impressione vedere che solo il 22% degli elettori che oggi esprimono una preferenza per un partito voterebbero per il Pdl. Questo è il risultato più sorprendente dell’indagine demoscopica Cise-Il Sole 24 Ore effettuata nei giorni immediatamente successivi all’insediamento del governo Monti. Non è un dato del tutto nuovo perché sono mesi che tutti i sondaggi registrano il declino elettorale del Pdl ma un valore così basso non si era ancora visto. Rispetto ai tempi d’oro il partito di Berlusconi ha perso più di un terzo del suo elettorato. Alle elezioni politiche del 2008 aveva ottenuto alla sua prima prova il 37,4% dei voti alla Camera. Anche nel 2009 alle europee era andato bene prendendo il 35,2%. La discesa è cominciata dopo il 2010 e non si è più fermata. Con la formazione del governo Monti ha toccato il punto più basso. Si fermerà qui? Lo sgretolamento del Pdl ha raggiunto il punto di non ritorno? Non è possibile rispondere con i dati a disposizione a queste domande. Molto dipenderà dalle iniziative che prenderanno Alfano e Berlusconi. E molto dipenderà anche dall’azione del governo Monti e dalle ripercussioni che avrà sulla base del Pdl e sulla coesione del suo gruppo parlamentare.

Stiamo entrando in una “terra incognita”. Quello che si può dire è che i legami tra il Pdl e i suoi elettori si sono fortemente allentati. L’analisi dei flussi lo conferma. Il 32% degli elettori che lo hanno votato nelle politiche del 2008 dichiara oggi che non andrebbe a votare mentre il 12% non sa che fare o non risponde alla domanda sul voto. Sono dati preoccupanti per la leadership del Pdl ma non ancora definitivi. Potrebbero indicare che siamo alla vigilia della scomposizione del blocco elettorale forgiato da Berlusconi a partire dal 1994. Ma potrebbero anche essere la fotografia di una crisi temporanea legata a una fase difficile del centrodestra. Molti elettori sono disorientati ma la maggior parte di loro non ha ancora trovato nuove destinazioni. Per ora si rifugia nell’astensione e nella indecisione. Le delusioni sono molte, le conversioni poche. Un nuovo partito di centrodestra potrebbe forse fermare l’emorragia. Ma non è detto. In ogni caso per capire il futuro della politica italiana la variabile più importante è proprio la tenuta del Pdl o del partito che lo sostituirà.

Al momento i beneficiari della crisi del maggior partito del centrodestra sono quasi tutti gli altri partiti e soprattutto il Pd. Il partito di Bersani arriva al 32,7% nelle intenzioni di voto. È un risultato non molto lontano dal picco toccato con Veltroni nel 2008. È un dato importante ma va ben interpretato per evitare facili illusioni. La domanda da farsi è: la crescita di voti del Pd è il risultato di un allargamento della sua base elettorale o no? La risposta è negativa. I dati del sondaggio Cise dell’aprile scorso davano il Pd al 27,8 % e oggi lo danno al 32,7% ma questo non vuol dire che oggi ci siano più elettori democratici di ieri. Gli elettori democratici sono gli stessi ma sono aumentati gli astensionisti e gli indecisi e allora i voti al Pd, e agli altri partiti, pesano di più sul totale dei voti validi perché la base di calcolo si è ristretta.

Per capire la dinamica elettorale reale occorre guardare alle percentuali calcolate sul totale degli elettori, cioè comprendendo anche gli astensionisti e gli indecisi, e non sul totale dei voti validi. A questo servono i due grafici in pagina in cui si ricostruisce questa dinamica confrontando i risultati dei due sondaggi Cise. In Aprile il Pd raccoglieva il 16,5% delle intenzioni di voto, a Novembre ne raccoglie il 15,2%. È questo confronto che ci dice che gli elettori sono più o meno numericamente gli stessi. Ma nello stesso arco di tempo la percentuale dei voti validi è scesa dal 57,8% al 45,7% mentre gli astenuti sono saliti dal 17,7% al 22% e gli incerti dal 4,3% al 8,3%. È cresciuta significativamente tutta l’area del non voto alimentata in gran parte dallo sgretolamento del Pdl. Gli elettori del partito di Bersani sono sempre quelli. Gli elettori del partito di Berlusconi sono sempre meno. In questo quadro di incertezza e di fluidità la solidità dell’impianto organizzativo ed elettorale del Pd gli consente di emergere come il primo partito italiano senza bisogno di conquistare nuovi elettori. Se il quadro non cambierà per il Pd le future elezioni potrebbero essere un successo. Ma è troppo presto per fare previsioni. E in ogni caso per vincere con le attuali regole elettorali non bastano i partiti. Ci vogliono le coalizioni. E questa è una altra storia ancora tutta da scrivere.

Il Sole 24 Ore 27.11.11

"Se comuni e regioni investono in cultura", di Andrea Ranieri*

Giorgio Napolitano ha ricordato molte volte, durante gli anni della sua presidenza, il valore decisivo che hanno per lo sviluppo del Paese, l’istruzione, la ricerca, il suo patrimonio culturale, quello storico e quello che vive, nei nostri musei, nei nostri teatri, nelle nostre biblioteche e nei nostri cinema. L’ha ricordato di fronte a tanti giovani e meno giovani artisti e ricercatori che a lui si sono rivolti per avere conforto in anni di grande difficoltà economiche, in cui il sapere e la cultura erano al margine dell’azione e della progettualità dei governi. E ce l’ha ricordato inviando un messaggio di grande significato,
agli Stati generali della cultura del settembre scorso, in cui gli assessori alla cultura di Comuni, Province e Regioni si sono uniti, assieme alle imprese e alle istituzioni culturali rappresentate da Federculture, assieme al mondo dell’arte e dello spettacolo,per lanciare un grido d’allarme per lo stato della cultura del nostro Paese, eper avanzare le loro proposte. È stata forse la più unitaria delle manifestazioni politiche durante la scorsa legislatura. Perché chi amministra la città e i territori, qualunque sia il suo colore politico, ha misurato in questi anni il valore economico e sociale della cultura nel riprogettare un’idea di città dopo le grandi crisi industriali degli anni 80 e 90, come essa sia stata la risorsa decisiva per
governare i cambiamenti sociali, per riprogettare un’idea di sviluppo sostenibile, e il fattore distintivo decisivo per promuovere nel mondo i propri prodotti e la propria identità. Come la densità culturale dei nostri territori abbia sostenuto non solo il nostro turismo, ma anche la nascita di tante imprese creative, la parte forse più rilevante della nuova occupazione giovanile.
Non a caso le città, i territori, hanno continuato a investire in cultura una percentuale dei loro bilanci superiore a quella dello Stato. Ma oggi proprio gli investimenti in cultura e in promozione culturale degli Enti Locali rischiano di essere quelli più esposti ai tagli ai bilanci delle autonomie dell’ultima manovra, e ai vincoli normativi che limitano anche
su questo terreno la scelta degli Enti Locali.
Ma negli Stati Generali non ci siamo limitati a esprimere preoccupazioni. Sono nate proposte, largamente condivise, tese a recuperare efficacia ed efficienza all’insieme delle attività, a promuoverne il ruolo e il valore nel nuovo assetto federalista dello Stato, a dar vita a forme nuove e più efficaci di coordinamento fra i diversi livelli di governo.
Se il nuovo esecutivo intende davvero non limitarsi a contrastare il crescere del debito, ma innestare nuovi processi di sviluppo per il Paese, queste proposte e lo straordinario clima unitario da cui sono scaturite, potrebbero essere un utile punto di riferimento.

*ASSESSORE ALLA CULTURA COMUNE DI GENOVA

L’UNità 27.11.11

"Monti usi il suo coraggio in casa e fuori", di Giuliano Amato

Non è solo il New York Times a dirci che fra i maggiori istituti bancari e finanziari del mondo circolano da giorni rapporti dedicati alla disintegrazione dell’euro e alle sue conseguenze. C’è di più, al lavoro sul tema, oltre agli analisti, sono stati messi gli studi legali, che già predispongono la conversione in valute nazionali dei contratti oggi in euro. Per molti la domanda non è più se accadrà, ma come accadrà: se – come scrive l’Economist – per il fallimento di una banca o invece per il fiasco di un’asta di titoli pubblici. Ma quale che sia l’occasione, essa è destinata inevitabilmente a scaturire dal progressivo esaurimento della liquidità sui mercati europei.

Insomma, quella che si era manifestata (ed è tuttora trattata) come una crisi dei debiti sovrani è ormai diventata una crisi di liquidità dell’intera Eurozona. È questa la conclusione a cui in tanti sono già giunti, fornendo come prova ben difficile da confutare gli spread che hanno preso ad alzarsi anche per paesi che non hanno problemi di debito, come l’Austria e la Finlandia, e per la stessa Banca Europea degli Investimenti. Ciò significa che i mercati cominciano a tenersi alla larga dai titoli in euro, perché hanno evidentemente percepito difficoltà e disfunzioni che non investono i soli paesi indebitati, ma gli stessi meccanismi a cui è affidata la nostra valuta comune. Del resto, che di malattia dell’euro si tratti lo hanno detto in modo esplicito commentatori autorevoli ed equilibrati come Guido Tabellini, il quale proprio giovedì scorso ha scritto su questo giornale che è tempo di riconoscere gli errori fatti alla nascita della moneta unica, quando ci si affidò a forme di blando coordinamento delle politiche nazionali, del tutto inadeguate a fronteggiare situazioni di shock come quella che stiamo vivendo.

E lo ha scritto anche Paul Krugman, in un articolo non tradotto dalla stampa italiana (che usualmente invece si affretta a tradurlo), nel quale prende in giro quelli che definisce suoi amici, i tecnocrati europei, dipingendoli come impenitenti e crudeli romantici che, dopo aver dato il via all’euro su una piattaforma traballante, continuano ad affidarsi, davanti al disastro che incombe, più all’immaginazione che alla presa d’atto della realtà.

Prendere atto della realtà significa in questo momento più cose. La prima è che siamo davanti ad una assoluta urgenza, nella quale un cambio di rotta deve essere percepito dai mercati nel giro di settimane e non di mesi o di anni, perché col serbatoio a secco possiamo trovarci molto prima e c’è anzi chi già lo sta sperimentando attraverso pagamenti sempre più assottigliati. La seconda è che il cambio di rotta deve venire non solo dai paesi con finanze pubbliche da risanare, ma dall’eurozona nella sua interezza. Fa bene il nostro Presidente del Consiglio Monti a sottolineare l’importanza dei compiti a casa che ciascuno deve fare, ma fatti pure i nostri compiti è ormai chiaro che non si salva l’Italia se non si salva l’Europa. Né è vero che salvare l’Europa dipende solo dalla capacità dell’Italia di salvare se stessa. Certo, se l’Italia questa capacità la dimostra potrà meglio contribuire a un’eurozona a sua volta capace di convincere i mercati che dietro l’euro ci sono istituzioni comuni in grado di difenderne la stabilità e quindi l’esistenza.

E qui viene la terza cosa, l’errore di restare impaniati nella disputa senza fine con la Germania sugli eurobond, che molti di noi ritengono essenziali, e le modifiche dei Trattati che la stessa Germania ritiene pregiudiziali (ammesso e non concesso che poi gli eurobond li accetti). Affidare infatti la prevenzione del disastro ormai atteso a una modifica dei Trattati è semplicemente lunare, perché attiveremmo una procedura destinata a durare oltre un anno, che avrebbe un unico effetto sicuro: quello di costringere il Governo britannico a indire un referendum, che non solo respingerebbe la modifica (facendoci mancare la necessaria unanimità), ma sarebbe colto dal Regno Unito come occasione per uscire dall’Unione. E nel frattempo, forse, l’euro non ci sarebbe già più.

Occorre dunque sforzare le meningi e cercare soluzioni che possano essere accettate senza porre nessuno davanti a quelle «questioni ultime», che provocano inamovibili dinieghi (giusti o sbagliati che essi siano). La ricerca sarà tanto più proficua se si partirà dalla premessa dalla quale qui siamo partiti e cioè che siamo di fronte ormai a una generalizzata crisi di liquidità bisognosa di essere curata in quanto tale. Il che significa che le iniezioni di liquidità necessarie alla cura vanno inquadrate non come trasferimenti fiscali contrari al Trattato, ma per quello che sono, strumenti essenziali alla stabilità dell’euro.

Né si dica che la Bce ha per compito la stabilità dei prezzi e non quella dell’euro. Neppure Don Ferrante arriverebbe a dirlo. Si ripartiscano caso mai i compiti fra la Bce e l’Efsf, il fondo salva stati e si impongano condizionalità adeguatamente differenziate a carico dei beneficiari della liquidità che si viene erogando. Tutte cose che si possono fare senza alcuna modifica dei Trattati. Non dimentichiamo mai che a norma dell’articolo 136 del Trattato oggi vigente «per contribuire al buon funzionamento dell’unione economica e monetaria» il Consiglio può adottare per gli Stati membri dell’eurozona misure aventi il fine di «rafforzare» il coordinamento e la sorveglianza della disciplina di bilancio e di «garantire la sorveglianza» delle stesse politiche economiche nazionali. Tutto, o quasi tutto il carico di poteri intrusivi che la Germania vuole sugli Stati deficitari può passare con l’uso di questa amplissima base legale. E può passare nel giro di poche settimane.
Ma fermo restando il ricorso all’articolo 136 per le misure volute dalla Germania, le strade suggerite per affrontare rapidamente l’emergenza sono molteplici. In chiave non di sostegno alla liquidità, ma di intervento diretto sui debiti sovrani, il Consiglio degli esperti economici del Governo federale tedesco e del Bundestag ha proposto la costituzione di un fondo per la redenzione dei debiti che eccedono il 60% del Pil, come strumento eccezionale e temporaneo, fondato su quello stesso secondo comma dell’articolo 122 su cui si regge l’Efsf.

Non voglio tuttavia entrare nelle non semplici tecnicalità del tema. Voglio solo che sia chiaro che abbiamo assoluto bisogno di urgenti soluzioni comuni. Che queste soluzioni sono possibili e consentite dai Trattati. E che in loro assenza rischiano di essere inutili i sacrifici fatti dai greci e quelli che si accingono a fare gli italiani. Abbiamo un Presidente del Consiglio che ha autorevolezza tanto in Italia quanto in Europa. Dobbiamo chiedergli di usarla su entrambi i fronti, con il coraggio che non gli è mai mancato.

Il Sole 24 Ore 27.11.11

"Italiani per scelta", di Andrea Giorgis

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sollecitato le forze politiche e il Parlamento a riconsiderare le norme che disciplinano la cittadinanza e, in particolare, quelle norme che non consentono a molti bambini e a molti ragazzi che sono nati e vivono nel nostro Paese di essere (anche formalmente) cittadini. Si tratta di una questione molto seria, anche dal punto di vista costituzionale, che riguarda, oltre
ai bambini, un numero significativo di persone che nel tempo
non è affatto destinato a diminuire, ma semmai a crescere. L’esplosione del fenomeno migratorio ha riproposto in una nuova e inedita versione, pressoché in tutti i Paesi dell’Europa
continentale, una situazione che era tipica dell’ordinamento feudale e cetuale pre-rivoluzione francese: persone che stabilmente convivono e lavorano nello stesso contesto materiale e sociale sono sottoposte a regimi giuridici differenziati, sono diverse di fronte alla legge e non godono degli stessi diritti fondamentali.
Un privilegio di status. Oggi la cittadinanza dei paesi ricchi rappresenta, infatti, per molti aspetti, un vero e proprio “nuovo” privilegio di status: è fattore di esclusione e discriminazione anziché, come all’origine dello Stato nazionale, di inclusione e parificazione. E ciò solleva un problema (anche) di ordine costituzionale.
In conseguenza della mutata realtà sociale, le norme che disciplinano l’acquisto e la perdita della cittadinanza – e che in talmodo strutturano la convivenza sociale e politica, nonché l’appartenenza allo Stato e al popolo (di cui all’articolo 1 della Costituzione) – si pongono in tensione con alcuni principi fondamentali dello Stato costituzionale contemporaneo, quali ad esempio il principio di uguaglianza (nei suoi molteplici profili, a cominciare da quello dell’uguaglianza di fronte alla legge), il principio democratico (inteso come diritto di ogni essere umano di poter prendere parte alla definizione delle leggi che disciplinano la società in cui stabilmente vive e lavora ed alle quali è dunque sottoposto), il principio dell’universalità dei diritti fondamentali (quale riflesso del diritto di ogni persona in quanto essere umano ad una vita dignitosa).
Passato e futuro. Da questi principi discende infatti, in tema di cittadinanza, un principio che potrebbe essere così sintetizzato: tutti coloro che stabilmente vivono e lavorano in Italia e sono dunque sottoposti alla sovranità della Costituzione e delle leggi devono essere (e/o poter diventare) cittadini italiani.
Ad una concezione di tipo “naturale” o “etnico” della cittadinanza, che tende a individuare l’elemento qualificante dell’appartenenza al “popolo” in fattori oggettivi, che trascendono la volontà e che attengono prevalentemente al passato, come la lingua, la discendenza, la religione, la storia, occorrerebbe perciò sostituire (o perlomeno affiancare) una concezione della cittadinanza di tipo “volontaristico” o “elettivo” che tende ad individuare l’elemento qualificante e unificante il popolo (al quale l’articolo 1 della Costituzione riconosce la sovranità), più che nel sangue e nella storia, nella comunanza di idee (intesa come adesione ai principi del pluralismo, dell’uguaglianza e della libertà), di speranze e quindi di futuro. Ciò non significa che si debba affermare un diritto di tutti gli individui ad entrare in Italia e a diventare
cittadini italiani, ma semplicemente che se si è stati ammessi nel nostro territorio – secondo quanto prescrivono le normecostituzionali e di legge sul diritto di asilo e sul diritto di immigrazione – e se la presenza sul territorio ha assunto i caratteri della stabilità e si proietta nel futuro, allora si è altresì titolari di un diritto a far parte della comunità politica e statuale in condizioni di piena uguaglianza.
Le proposte di legge. In questa direzione alcune proposte di legge sono state presentate fin dalla precedente legislatura, prevedendo, ad esempio (vedi la proposta di legge 457, Bressa e altri), che la cittadinanza possa essere acquisita da chi non è figlio di cittadini italiani anche per attribuzione (articolo 4) e per nascita (articolo 1) e non più solo per concessione (discrezionale). La riforma della cittadinanza è
una riforma strutturale e a costo zero, che può contribuire a rendere il nostro Paese non solo più giusto e più unito ma,comehanno osservato molti economisti, più dinamicoed economicamente più solido.

L’Unità 27.11.11

"Un'inquitante solidarietà", di Lorenzo Mondo

Si è appena svolta la giornata internazionale contro la violenza variamente esercitata sulle donne, una piaga dalla quale il nostro Paese non è immune. Basti dire che, secondo quanto riferito dal Censis, da noi una donna su tre è vittima di prevaricazione fisica o sessuale e che ogni anno un centinaio di esse vengono uccise da fidanzati, mariti, compagni, siano effettivi o ex. Quasi alla vigilia della celebrazione, si era concluso a Velletri un processo per molti versi esemplare. SI trattava di giudicare tre giovani, tutti maggiorenni, che avevano stuprato una ragazza di sedici anni dopo averla trascinata in un garage.

Nel tribunale si era radunata in attesa della sentenza una piccola folla di parenti e amici degli imputati.

L`udienza era a porte chiuse e fuori dall`aula la tensione palpabile.

Quando i tre sono usciti, manette ai polsi, è stato uno di loro a comunicare l`esito del processo gridando: «Mi hanno dato otto anni e mezzo». È successo il finimondo.

I presenti hanno manifestato la loro furia minacciando di morte i giudici terrorizzati e barricati, scontrandosi con i carabinieri di servizio, devastando gli arredi del tribunale. Sono occorsi rinforzi per contrastare gli energumeni, uomini e donne, e trasferirne in carcere una ventina.

Il fatto, inaudito, si presta a una serie di considerazioni. Non si tratta soltanto dell`esigenza di salvaguardare elementari misure di sicurezza per chi è chiamato a esercitare le delicate funzioni giudiziarie.

È scattata infatti nei confronti dei condannati un`inquietante solidarietà. Al di là del comprensibile dolore e_dell`eventuale severità della condanna, si è manifestata una morale del clan con- trapposta alle norme del diritto comune, come se il comportamento dei tre sciagurati si rispecchiasse nel branco dei familiari.

Che pretendevano una assoluzione, ignorando le sofferenze della povera ragazza, tacciata di connivenza e menzogna, perfino di turbe psichiche. E una storia che si ripete tristemente, con la vittima esposta a una ulteriore violenza, all`umiliazione di una verità negata.

La violenza contro le donne è una ferita profonda che attraversa la società e deve essere contrastata senza indulgenza, a partire da una capillare, dissuasiva opera di educazione e informazione.

Un Paese civile non può accettare un così brutale attentato alla libertà personale, aggravato dall`offesa all`integrità fisica. E aggiungiamoci la vigliaccheria nei confronti di creature portatrici di una naturale fragilità e inermità (sono per lo più le donne a pagare, nel contrastato rapporto con l`altro sesso). Urge, tra gli altri provvedimenti, coltivare, contro ogni supponenza, un maschile senso di vergogna.

La Stampa 27.11.11

"Bollette salatissime e le tredicesime toccano il minimo", di Marco Tedeschi

Nuvole scure si addensano sul futuro prossimo delle famiglie e dei consumatori. È vero sì che il governo ha annunciato equità per la manovra che sta studiando allo scopo di evitare il deragliamento del Paese, ma intanto arrivano notizie inquietanti sul fronte di tredicesime e bollette: le gratifiche di fine anno sono in brusco calo, mentre si sono impennati i costi energetici, con il risultato complessivo di alleggerire ulteriormente le giù magre tasche degli italiani.
A lanciare l’allarme è uno studio congiunto delle associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori, secondo il quale negli ultimi venti anni «diminuisce di 0,8 miliardi di euro, con un calo del 2,2%, il monte tredicesime 2011». Lo studio calcola che il complesso delle gratifiche di fine anno si attesterà a quota 35 miliardi di euro. «Quasi l’80 per cento delle tredicesime – sottolineano i presidenti di Adusbef, Elio Lannutti, e Federconsumatori, Rosario Trefiletti – verrà “mangiato” da tasse, mutui, bolli, canoni, rimborso di debiti pregressi». Solo il 20,2 per cento, dunque appena un quinto, sarà «destinato a risparmi, regali, viaggi, consumi alimentari». Le tredicesime andranno per 10,2 miliardi di euro ai pensionati (-1,92%); 9,2 miliardi ai lavoratori pubblici (-1,07per cento); 15,6 miliardi (-3,1%) ai dipendenti privati dei settori agricoltura, industria e terziario. Adusbef e Federconsumatori prevedono poi «un Natale durissimo sul fronte dei consumi, destinati a calare del 6,9% perché almeno tre famiglie su quattro taglieranno le spese per l’incerta situazione economica». Le due associazioni si appellano al governo affinché venga evitato un nuovo aumento dell’Iva o il ritorno dell’Ici sulla casa di abitazione «potendo reperire maggiori risorse nei capitali scudati che, con un prelievo straordinario del 20 per cento, darebbero un gettito immediato di 21 miliardi di euro, varando un urgente contestuale decreto per una tassa sui patrimoni oltre 1 milione di euro».
I COSTI DELL’ENERGIA
Brutte notizie anche su un altro fronte. La bolletta energetica sta pesando come un macigno sulle tasche degli italiani. La Confartigianato calcola che a settembre il caro-energia ha toccato la cifra-record di 61,9 miliardi, pari al 3,91% sul Pil. In pratica, dice la confederazione, ogni famiglia paga una bolletta di 2.458 euro all’anno. A far esplodere il costo energetico, aumentato del 26,5% negli ultimi dodici mesi, ha contribuito l’aumento del prezzo del petrolio attestato a settembre. E l’Italia – dice la Confartigianato – fa registrare aumenti ben superiori a quelli medi europei.
Infatti, tra ottobre2010 e ottobre 2011, in Italia il prezzo del gas è aumentato del 12,2%, mentre nell’area euro la crescita si è fermata al 10,1%. Ad allontanarci dai prezzi medi registrati in Europa è anche l’aumento del prezzo dei carburanti: tra ottobre 2010 e ottobre 2011 la variazione è stata del 17,4%, cioè 3,3 punti in più rispetto al 14,1% dell’area Euro. Rincara la dose la Coldiretti, secondo la quale «in un paese come l’Italia dove l’86 % dei trasporti commerciali avviene su gommal’aumento dei costi energetici ha un effetto valanga sul prezzo finale di vendita dei prodotti». A subire maggiormente l’effetto dei rincari, gli alimentari.

L’Unità 27.11.11

«Sì alla flex security ma con stipendi più alti», intervista a Chiara Saraceno di Vladimiro Fruletti

Gli stiamo costruendo un futuro da poveri». La sociologa Chiara Saraceno non è sorpresa dalle allarmate parole con cui il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’intervista a l’Unità ha descritto la situazione dei giovani in Italia. «Il suo grido d’allarme è condivisibile -dice -. Purtroppo, il tema non è nuovo». La diagnosi del governatore Visco è chiara, ma la terapia c’è? «È tanto che si sente questo grido di dolore, il problema è che si è fatto pochissimo. Visco centra la questione: i bassi salari di ingresso dei nostri giovani laureati. Qui la contraddizione è fortissima, perché non solo sono costretti a lavorare e a vivere in modo precario, non solo sono quelli su cui si scaricano le rigidità del nostro mercato del lavoro e a cui viene applicato il meccanismo contributivo per le pensioni, ma sono anche pagati meno. Subiscono tutti gli svantaggi,ma non hanno in cambio neppure un minimo vantaggio salariale. Se non ci fossero le famiglie a sostenerli non potrebbero certo reggere». Un presente da poveri e futuro peggiore. Il direttore dell’Inps disse che non rendeva noto il dato sulle pensioni dei precari perché altrimenti ci sarebbe stata una sommossa.«Oltre all’aliquota contributiva bassa c’è il salario che non solo è basso ma è anche instabile. Vengono colpiti da continue interruzioni, e ogni volta che finisce un contratto ripartono da zero, tornano sempre al via in un infinito gioco dell’oca. Insomma non hanno né un salario dignitoso, né una sicurezza per il domani». Il problema è come se ne esce. Si aumenta il costo orario del lavoro precario rendendolo più alto di quello a tempo indeterminato o si sceglie la flex security?«Io sono per la flex security ma decente. Non finta, non si può guardare solo alla possibilità di licenziare. È un approccio sbagliato al problema. Io ritengo che il posto fisso per tutta la vita come l’abbiamo conosciuto noi non ci sia più. Ma questo non significa non avere uno stipendio che sia in grado di far vivere le persone in maniera dignitosa e non avere una rete di protezione credibile. Invece oggi abbiamo la precarietà e un sistema di protezione sociale legato solo al posto fisso. Un sistema che protegge dall’emergenze, non dal fatto che una persona possa cambiare più di un lavoro nel corso della sua vita e che in questi passaggi possa avere dei momenti di vuoto». Ma io imprenditore perché dovrei assumere una persona se posso utilizzare, risparmiando un bel po’,una persona con finta partita Iva o un contratto precario? Mi costa meno e lo mando via quando voglio.«E evidente che c’è il problema di una imprenditoria italiana che non investe in ricerca e in capitale umano, che ritiene che tutto, anche il lavoratore, sia fungibile. Non a caso il problema delle nostre imprese è la competitività perché la scarsa innovazione nei prodotti deriva proprio dagli scarsi investimenti in ricerca e nelle persone. Ma questa è miopia. Perché è ovvio che se ad esempio un laureato in ingegneria lo pago poco, poi se ne andrà via. L’imprenditoria italiana dovrebbe fare mea culpa. Perché è vero che c’è il problema di collegare la formazione, scuola e università, al mondo del lavoro, ma è anche vero che spesso c’è il sospetto da parte delle imprese verso le persone colte e preparate». In Italia ci sono pochi laureati che però poi sono poco cercati dalle nostre imprese, che preferiscono manodopera non qualificata, e quei pochi assunti sono pure pagati poco. Ma perché succede? «Da una parte perché il nostro sistema imprenditoriale è fatto da tantissime piccole e micro aziende a gestione familiare e poi perché come sistema Paese abbiamo perso grandi imprese in settori, come la chimica, dove fare ricerca e formazione è fondamentale per andare avanti». Quindi non è solo colpa della rigidità del mercato del lavoro se oggi i giovani trovano quasi soltanto lavori precari e mal pagati?«Certo ogni faccia ha sempre due medaglie. Del famoso Libro Bianco del professor Biagi ad esempio è stato realizzato solo un pezzetto, quello della flessibilità, le parti che trattavano la rete di protezione diffusa e la formazione permanente se le sono dimenticate. E alle imprese che hanno ragione a lamentarsi dovrebbe essere chiesto che hanno fatto fin qui oltre a utilizzare al massimo ogni possibilità di flessibilità. Quanto alla politica se è mancato il Governo, anche la sinistra ha perso troppe occasioni». In che senso? «Che è rimasta statica, non ha più guardato alla realtà che cambiava, col risultato che non è riuscita neppure nell’intento di proteggere chi voleva tutelare. Abbiamo perso anni, almeno 15, e il problema è che il Paese nel frattempo ha perso treni che, temo, non passeranno più».

L’Unità 27.11.11