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Il governatore Visco: «Il vero cambiamento è investire sui giovani», di Bianca Di Giovanni

“Non facciamo gli indovini”. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco misura le parole sulla durata della crisi e sulle turbolenze dei mercati. Anzi, preferirebbe proprio non pronunciarle. Vorrebbe parlare solo di quello che ormai da tempo lo appassiona: il capitale umano e l’economia della conoscenza. La sua prima uscita pubblica da governatore – in un convegno dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia – l’ha dedicata a questo, quasi a sottolineare quanto il fattore umano conti anche nel mezzo della «tempesta perfetta della finanza». Ma lo scenario impone altri temi, urgono risposte. «Non c’è unaricetta per uscire dalla crisi – avverte – bisogna solo lavorare molto, ascoltare e riflettere. Ascoltare i giovani, che sbagliano quando chiedono di uscire dall’euro (sarebbe un disastro), ma hanno istanze corrette.
Nel suo studio al piano nobile di Palazzo Koch, Visco resta abbottonatissimo sui prossimi impegni del governo italiano («aspettiamo») e, riflettendo sul futuro dei giovani, lancia un invito ai più vecchi: «Federico Caffè diceva sempre: bisogna avere il coraggio di riformare, non quello di difendere posizioni preesistenti». La fotografia che Visco scatta sul sistema dell’istruzione è tristemente nota agli addetti ai lavori: abbiamo meno laureati (e spesso meno preparati) dei nostri partner occidentali, e paradossalmente i laureati guadagnano meno dei loro colleghi degli altri Paesi e poco di più dei diplomati. Insomma, studiare «non conviene». Tra le cause ce n’è una che ha a che fare con la flessibilità: «Questa può aver indotto le imprese, specie quelle meno efficienti, a rinviare investimenti in ricerca e l’adozione di tecnologie avanzate». Flessibilità del lavoro, poca innovazione, nessun bisogno di nuove conoscenze.
Questo ha prodotto la flessibilità?
«Aspetti, aspetti, ho detto anche altre due cose. La qualità dell’investimento in istruzione può non essere buona, le imprese non riescono a distinguere tra bravi e meno bravi e tendono a pagare poco. Insomma, non ci sono interpretazioni univoche: c’è uninsieme di fattori. Tra questi la struttura produttiva, la qualità della formazione e il modoin cui alcuni interventi sul mercato del lavoro, molto utili per ridurre la disoccupazione, sono stati utilizzati dalle imprese meno innovative».
Ma così si smentisce la vulgata secondo cui la flessibilità servirebbe a premiare il merito.
«No, assolutamente, bisogna capire come si organizza questa flessibilità».
Qui arriviamo al cosiddetto mercato duale. Perché si chiede di togliere tutele: lei non vorrebbe tutti tutelati?
«Io voglio tutelare i lavoratori, non il posto di lavoro fino alla fine, altrimenti non si riesce a cambiare. Oggi non è più possibile fare un solo lavoro per tutta la vita. Il mondo cambia, le tecnologie cambiano, i giovani oggi dovranno prepararsi a fare diversi lavori, per la mia generazione non è stato così. Allora bisogna pensare a una flessibilità in grado di proteggerli, anziché colpirli. Quello che è successo finora abbiamo capito che li ha più colpiti che protetti. Va ripensato il modo in cui i ragazzi entrano nelle imprese, e contemporaneamente per quelli che sono dentro, gli insider, serve trovare nuovi ruoli, aggiornarli. Nonserve a nessuno utilizzare lavoratori anziani, pagati tanto grazie alla loro forza contrattuale, a fare cose vecchie, come spingere sempre lo stesso bottone, e poi magari mandarli via per prendere un giovane stagista – che costa meno – e costringerlo a spingere lo stesso bottone. La disoccupazione spesso è causata non dalla globalizzazione, ma dalla tecnologia che è cambiata. Allora, bisogna innovare per includere tutti. Ma questo costa molto. Bisogna affrontare una transizione difficile, e trovare dei meccanismi di tutela, non con risorse pubbliche che non ci sono, ma con istituti mutualistici (com’era la Cassa integrazione guadagni quando è nata), come ad esempio hanno fatto in Germania».
Tornando all’istruzione, a lei piace la riforma Gelmini?
«Non sono un esperto di riforme, ma sostengo che negli ultimi anni si è andati nella direzione necessaria. L’Invalsi può servire: più che protestare contro i test, proviamo a fare e a rielaborare i test, così le cose migliorano. Lo stesso vale per gli indicatori: certo, vanno letti con intelligenza. Se si usano per aiutare (non punire) le scuole che nonfunzionano, vanno bene. Oltre tutto si può notare che alcune scuole vanno bene e altre vanno male: allora bisogna studiare quelle migliori. Aggiungo però che questo tipo di riforme va accompagnato dai
fatti: dove sono i concorsi per le scuole? Dove sono i concorsi per le università? Ci vogliono investimenti, servono risorse. Quanto all’università, sono favorevole all’autonomia gestionale: bisogna capire che anche l’istruzione è un’impresa. Non mi piace che chi entra nell’università come ricercatore, lo rimanga a vita anche se smette di lavorare.Non mi piace che chi fa il docente spende il 99% del suo tempo a fare la professione libera». Questo non piace a nessuno. Magari bisognerebbe controllarlo. «Allora gli interventi servono. Sicuramente oltre a buone scuole ci sono anche molti studenti preparati. È importante capire dove il sistema funziona meglio». Di fronte a questa crisi finanziaria che
sembralontanadallagentecomune,alla fine l’istruzione conterà?
«Moltissimo, perché è una crisi che produrrà un cambiamento dei modi di produrre. E bisogna che siano i giovani quelli che dirigono l’uscita».

L’Unità 26.11.11

Bersani: Per noi eguaglianza è sinonimo di sviluppo

Il Segretario del Partito Democratico chiude la Conferenza nazionale per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa. “Bisogna fare presto, ma lasciatelo dire a noi! Sono tre anni che ne parliamo. Sembra che qualcuno abbia vissuto in un sonno totale dove non è mai suonata la sveglia”. “Con oggi ci mettiamo alla pari del mondo delle Pmi: questa manifestazione è una risposta a quelli che pensano che il PD si ponga in una posizione al di sopra. Invece è proprio da qui a Monza che parte una ricerca comune per vedere cosa si può fare per il bene di questo Paese”. Così il segretario Pier Luigi Bersani ha introdotto il suo intervento alla Conferenza nazionale del PD per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa.

“Non c’è nessuna stagione di scambio politico, nessun favore alle imprese in cambio di qualche voto. Anzi rispondiamo a quelli che dicono che abbiamo rinunciato alla vittoria elettorale: lo abbiamo fatto per il bene del Paese, perché per noi l’Italia è al primo posto” ha continuato il leader democratico. “Noi non ci giocheremo il destino del Paese per un punto in più o in meno. Fare diversamente è da criminali e non avremmo nessuna prospettiva. Certo forse come partito rischiamo più di altri ma il senso di responsabilità è parte di noi”.

Cosa unisce il PD al senso comune delle Pmi? 1) Noi abbiamo passione verso l’economia reale, siamo un partito del territorio, che vive dove vive la gente. Abbiamo la giusta sensibilità perché viviamo nel territorio a contatto con i problemi quotidiani. 2) Sappiamo che questa è l’Italia vera con i suoi difetti e i suoi pregi. 3) Perché siamo il partito che da sempre pensa che eguaglianza è sinonimo di sviluppo. Siamo convinti che cresceremo se tutti crescono e che per fare questo il sistema Pmi rappresenta un asset di equilibrio fondamentale”.

“Molte delle cose che abbiamo sentito oggi nei precedenti interventi erano valide anche nel 2006 e sicuramente uno dei problemi maggiori è stato quello di non aver dato un filo logico di continuità nel tempo che ci ha portato alla crisi”.

“Sono settimane storiche quelle che stiamo vivendo. In questi ultimi due/tre anni abbiamo assistito ad una grande miopia delle classi dirigenti dell’occidente, incapaci di vedere come la finanza sia stata un moltiplicatore squilibrato dell’economia reale. In Europa siamo arrivati alla moneta unica con squilibri micidiali del economia, senza elementi di garanzia collettiva. Il caso della Grecia è sotto gli occhi di tutti: il Pil greco è pari al 3%. L’Europa avrebbe dovuto pagare i debiti e poi risolvere il problema direttamente con la Grecia e invece non lo ha fatto. In questo sistema economico ci sarà sempre un paese al margine, un paese a cui far pagare la crisi. Finché non crollerà la casa comune a forza di prendersela con l’euro. Oggi i problemi si sentono anche in Germania”.

“Nella crisi l’Italia sta sul fronte più esposto. Certo non potevamo evitare la crisi ma potevamo essere più al riparo. Già tre anni fa avevamo perso più del doppio del Pil degli altri Paesi europei e che crescevamo meno della metà. Ma tutto questo è un dato che è stato oscurato, rimosso, addirittura tolto dal dibattito e annegato nel conformismo dal governo Berlusconi. Sono due anni che andiamo dicendo queste cose. Molti pensavano va via Berlusconi e si risolvono i problemi ma non hanno capito che mandare via Berlusconi significa cominciare a lavorare e ad affrontare la situazione. Avevamo un governo fermo da mesi, andare a votare e aspettare tempo significava far venire giù il condominio. Per noi un governo di forte profilo tecnico, sorretto con responsabilità dalle forze politiche è stata l’unica soluzione che non avrebbe creato ulteriori problemi. Un governo di impegno nazionale come lo ha definito Monti, dove ciascuno si prende la propria quota di responsabilità”.

“Certo, bisogna fare presto, ma lasciatelo dire a noi! Sono tre anni che lo diciamo. Sembra che qualcuno abbia vissuto per tre anni in un sonno totale dove non è mai suonata la sveglia”.

“Bisogna fare i compiti a casa. Ma se li facciamo i compiti a casa, allora possiamo dire la nostra anche in ambito europeo. Le politiche di aggiustamento della finanza pubblica e le politiche delle banche stanno convivendo con sintomi recessivi. È inutile negare le cose. Bisogna tenere conto che occorrono manovre stringenti e che queste vanno analizzate in momenti di recessione. Sono necessarie garanzie e il ruolo della banca centrale è determinante”.

“Il meccanismo democratico è capace di prendere delle scelte? Io penso che la politica conti ancora qualcosa. Le larghe vittorie della destra nella fase di affermazione della globalizzazione, le politiche di chiusura e di paura hanno coltivato idee di cui oggi paghiamo il conto. Ci hanno detto che ci si salva da soli e così facendo si arriva al disastro comune. Tocca alle forze progressiste europee rilanciare una piattaforma che abbia la solidarietà e l’integrazione alla base del sistema economico perché è chiaro che non ci si salva da soli”.

“In un governo di impegno nazionale sorretto con responsabilità dalle forze politiche e sociali, non esiste una maggioranza o un tavolo della maggioranza. Io vado quando Monti mi chiama, per esprimere un’opinione o dare un consiglio. Qui, oggi parliamo di impresa, non stiamo parlando di sottosegretari. Abbiamo consegnato in Parlamento le nostre proposte, il nostro patrimonio di proposte che non sono da buttare via se si vuole equità e crescita. Parliamo di evasione fiscale, di deroghe al patto di stabilità e di un pacchetto di piccole opere per ridare movimento all’economia, rimettere in moto la macchina e favorire la crescita. Piccoli interventi per dare fiducia a partire dalle liberalizzazioni”.

“Tra noi è un bene discutere ma senza che ci siano fraintendimenti. Quanto detto da Fassina su economia e lavoro, non può essere definito un’affermazione di sinistra o di estrema sinistra. Sono le stesse posizioni liberali prese in molti Paesi al mondo. Se dico che non va bene la politica europea non significa che non voglio fare i compiti a casa! Non cadiamo in trappole ideologiche. Quello che diciamo noi sul lavoro è la stessa opinione di Obama”.

“Non pretendiamo che il nuovo governo faccia il 100% di quello che faremo noi. Lo sosteniamo con le nostre idee per una ricostruzione democratica e sociale”.

“Il PD deve diventare un partito nuovo capace di suggerire una legge sui partiti opposta al populismo e risposta efficiente al sistema democratico in cui i partiti conoscono il proprio limite. Parlare di civismo in un Paese non è la stessa cosa che dirlo in una città. Noi dobbiamo essere un partito civico e nazionale; un partito che rifiuta la demagogia in radice perché ha fatto troppi guai; un partito che sappia creare fiducia dicendo la verità. Non c’è altra strada. C’è una crescita lenta ma solida. Per i sbruffoni demagogici non c’è più spazio”.

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Fassina: «Italia ha grande capacità di recupero, e ce la farà»

E’ stato Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, ad aprire stamattina la Conferenza nazionale per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa organizzata dal Partito Democratico a Monza, presso la Villa Reale. «Una manovra aggiuntiva ora per compensare la recessione della finanza pubblica aggraverebbe il circolo vizioso, la sofferenza del sistema bancario con una contrazione del credito alle imprese», ha spiegato Fassina rilanciando le proposte del partito per l’economia, a partire dalla patrimoniale.

Per Fassina ulteriori manovre correttive sono da «valutare bene»: l’Italia ha «problemi di liquidità, non di solvibilità del debito» e le manovre fatte finora porteranno al pareggio di bilancio nel 2013 ed avere nel 2014 un avanzo strutturale del 6%. Per il rilancio, secondo il responsabile economico del Pd, bisogna pensare ad una riduzione «selettiva e mirata» delle agevolazioni fiscali, lavorare sulla patrimoniale pensare a un progetto straordinario per i giovani. Certo bisogna lavorare anche sulla spesa riorganizzando le macchine amministrative. «La priorità – ha sottolineato – è uno sviluppo sostenibile».

La situazione di Fiat che ha annunciato di voler recedere i contratti del settore auto è «molto preoccupante», dice Fassina, che spiega di avere «molto apprezzato» le posizioni del ministro Elsa Fornero e la convocazione oggi da parte del ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera. «La vicenda – ha detto – va affrontata e risolta garantendo il successo di Fabbrica Italia e i diritti dei lavoratori». Si Tratta di due elementi che, secondo Fassina, non sono in contrasto. Il suo auspicio è che «dall’incontro al ministero, oltre al punto sugli ammortizzatori sociali, escano indicazioni sulla politica industriale per trovare prospettive concrete per lo sviluppo».

Il vicesegretario Enrico Letta trarrà le conclusioni della sessione mattutina del convegno. Alle 17.00 sono previste le conclusioni del segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Nel corso della giornata, studiosi, amministratori, rappresentanti del mondo produttivo e gli esponenti del Pd si confronteranno sul futuro delle piccole imprese per definire un ventaglio di proposte a sostegno degli imprenditori meno tutelati. «Si tratta di rilanciare l’Italia – ha sottolineato Fassina – per questo dedichiamo la nostra conferenza al lavoro autonomo e alla micro e piccola impresa. L’obiettivo è quello di definire un ventaglio di proposte per sostenere l’avventura imprenditoriale dei ‘piccolì. Le nostre proposte puntano in particolar modo su fisco, credito e rapporto con la Pubblica Amministrazione: tre elementi fondamentali per ridare fiato e fiducia al nostro sistema produttivo». Ai lavori partecipano Vasco Errani Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Ivan Malavasi Presidente CNA, Marco Venturi Presidente Confesercenti, Luigi Taranto Segretario Generale Confcommercio, Cesare Fumagalli Segretario Generale Confartigianato, Maria Cristina Bertellini Vice Presidente Piccola Industria Confindustria, Maurizio Ottolini, Vice Presidente Confcooperative, Alberto Giombetti Coordinatore Giunta Nazionale CNA, Sergio Marini Presidente Coldiretti, Luca Bernareggi Presidenza Nazionale Legacoop.

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qui il testo integrale della relazione di Fassina

"Il passaggio obbligato degli eurobond", di Marco Causi*

Il Commissario europeo Olli Rehn ha confermato ieri a Montecitorio che la nuova governance economica dell’Unione non arretra di un millimetro sul fronte del rigore di bilancio nei paesi più vulnerabili agli elevati debiti pubblici. Ha annunciato il tempestivo utilizzo delle procedure di allarme
preventivo (early warning) findal primo giorno in cui entreranno in vigore le nuove regole, il 13 dicembre, con il Belgio nel mirino. Ha confermato lo stretto monitoraggio sui conti pubblici italiani. Ma l’Europa non può non interrogarsi: quale credibilità ha un’area monetaria incapace di influenzare i tassi di interesse di primarie attività finanziarie denominate nella sua valuta, e lascia fare alla speculazione più o meno quellon che vuole? Questo è un problema per tutti, non solo per i paesi ad alto debito.
Olli Rehn ha esposto il pensiero della Commissione europea sulle modifiche dei trattati, proponendo un doppio binario: poche e chirurgiche innovazioni da fare presto e un cantiere più ampio di riforme che necessita di più tempo. Ha ricordato che la Bce può utilizzare, anche a trattati invariati, margini di azione che ricadono sotto la sua indipendente decisione, come ha già fatto Trichet. Ha affermato che nella fase di “braccio preventivo” delle nuove regole di coordinamento la Commissione deve raccomandare ai paesi in avanzo di bilancia dei pagamenti e con debito pubblico non troppo elevato politiche espansive della domanda interna.
Ha riconosciuto che nella discussione pubblica europea si ricorre troppo spesso a semplificazioni, come ad esempio nel caso degli eventi storici della Germania negli anni ’20 e ’30. La crisi sociale che favorì l’ascesa di Hitler non discende dall’iperinflazione dei primi anni ‘20, ma piuttosto dal drammatico aumento della disoccupazione a partire dalla crisi del ’29, sommato con le riparazioni di guerra e l’inesistenza di politiche di contrasto monetario. Ha convenuto cioè sul fatto che la Germania ha sofferto più per l’inefficace funzionamento del sistema monetario dell’epoca, il gold standard (a cui l’attuale eurozona assomiglia, purtroppo, molto) che per l’iperinflazione. Ne segue, ma questa è una mia aggiunta, che un ruolo importante deve essere giocato, nella presente fase storica, dalla buona cultura e dalla buona politica tedesca, in modo da orientare con rigore gli umori dell’opinione pubblica di quel paese. Direi anzi che questo vale per tutti, compresi i francesi e noi italiani: un frutto avvelenato della superficiale gestione della crisi negli ultimi quindici mesi da parte dei governi di centro-destra dei grandi paesi europei è un crescente rimpallo nazionalistico che va al più presto fermato.
Jaques Delors ha affermato che gli Stati dell’euro devono pensare al rigore, ma che l’Unione deve pensare alla crescita. È questa la gamba più debole della nuova governance europea decisa fra marzo e ottobre. Gli eurobond hanno una funzione non solo in termini di stabilità, ma anche di crescita. Vedremo fra pochi giorni le proposte della Commissione, che si è fatta comunque apprezzare per l’iniziativa sull’imposta sulle transazioni finanziarie, a sostegno della quale hanno
lavorato in prima linea gli europarlamentari italiani del PD. Insomma: qualcosa si sta muovendo in Europa. Qualche spazio si apre nel monolite cultural-politico che ha impedito da molti mesi una discussione vera sui problemi dell’euro. Spazi su cui inserire l’iniziativa di un’Italia tornata a partecipare al processo europeo con il ruolo che le spetta e con una ritrovata autorevolezza. Ma l’appello finale non può che essere: il tempo è ormai poco, le decisioni necessarie per salvare l’euro sono urgenti.

*parlamentare pd

L’Unità 26.11.11

"Leghisti di governo", di Paolo Natale

Un piccolo ma importante segnale. Un paio di giorni fa, come faccio usualmente per provare a comprendere l’aria che tira nel Carroccio, ascoltavo l’organo radiofonico della Lega, Radio Padania libera. In uno dei consueti microfoni aperti, telefona un radioascoltatore che, intervenendo sul tema delle riforme su cui si stava dibattendo, sottolinea il fatto che in fondo, nei quasi dieci anni di governo, il partito di Bossi non è mai riuscito a far passare leggi essenziali per il risanamento economico del paese. Un intervento certo un po’ polemico, ma piuttosto tranquillo nei toni e nelle modalità utilizzate. Il conduttore, in preda ad una specie di raptus, inizia da quel momento, e per quasi un minuto, ad insultare l’ascoltatore tacciandolo di comunismo, di imbecillità, di provocazioni gratuite.
Invitandolo infine ad evitare di richiamare la radio nei mesi e negli anni a venire. Perché (sua frase testuale) «in questa emittente non c’è libertà di parola». Un po’ allibito ripenso a quello che accadeva fino a poche settimane fa: allora a Radio Padania si intrecciavano elogi e appoggi all’azione leghista con interventi più o meno polemici contro Berlusconi, a volte contro un comportamento troppo permissivo del partito nei suoi confronti, spesso per richiamare il movimento padano a misure maggiormente in linea con i desideri federalisti della base. Il simbolo evidente di un certo dibattito tra gli ascoltatori e tra gli elettori sulla linea governativa e di opposizione da seguire.
Oggi qualcosa è cambiato. E la radio si è trasformata in una specie di organo politico, quasi fossimo nell’ex Unione Sovietica, dove sono ammesse unicamente telefonate favorevoli al nuovo ruolo che la Lega si sta ritagliando nell’attuale panorama politico. Un ruolo che, però, non pare essere facilmente digerito dalla base. Nei più recenti sondaggi, infatti, il partito di Bossi ha continuato quella china discendente nella quota di orientamenti di voto a lui favorevoli.
Già negli ultimi mesi di governo, molti simpatizzanti leghisti si erano distaccati, delusi dai comportamenti troppo distanti da quell’azione politica e di comunicazione che, nei due anni precedenti, avevano convinto a volte anche l’elettorato più distante. Un’emorragia di voti sia virtuali che reali, nelle amministrative di primavera, che avevano ridotto il livello di consensi sotto la quota del 10 per cento. Oggi la Lega è stimata ancora più in basso, vicina all’8 per cento, quanto il movimento padano aveva ottenuto nel 2008. E con possibili ulteriori smottamenti, se l’azione di opposizione perdurasse e si inasprisse.
Sì, perché anche se i vertici leghisti e i loro organi di stampa non si stancano di vituperare la (futura) azione del nuovo governo, gli stessi elettori non paiono essere dello stesso avviso. La metà circa di coloro che ancor oggi voterebbe Lega esprime infatti un giudizio positivo, almeno preventivo, sull’esecutivo presieduto da Monti. Le aspettative sono che il suo intervento di risanamento riesca a risollevare l’Italia in generale, ed il nord in particolare, da quell’incubo economico che si sta diffondendo nel paese. E lo stesso livello di fiducia in Monti è molto simile, coinvolgendo più della metà di chi si professa leghista.
Le conseguenze della posizione dell’attuale dirigenza della Lega, che si scontra in maniera per ora sotterranea con alcuni dei suoi esponenti (come Roberto Maroni o Flavio Tosi), potrebbe far tornare l’appeal del partito a numeri vicini a quelli di un tempo, il 4-5 per cento. Rimarrà attaccato solo il nocciolo duro (quello alla Borghezio, per intenderci); ma tutti gli altri simpatizzanti, conquistati dalla capacità leghista di comprendere gli umori e i desideri della popolazione, stanno già invertendo la propria rotta, abbandonando la nave. E i primi ad andarsene sono proprio quelli che apprezzano lo sforzo di Monti per scongiurare la crisi, quote significative di piccoli imprenditori e commercianti che sanno che il risanamento personale non può che essere collegato a quello del paese.

da Europa Quotidiano 26.11.11

"Zagrebelsky: politica sotto tutela tecnocratica", di Dino Martirano

«Gustavo, non essere così pessimista. Non perdiamoci d’animo…». Con queste parole di caldo incoraggiamento, Giuliano Amato conclude il suo intervento dopo aver ascoltato il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, che ha parlato di società votate all’autodistruzione, di politica egoista con le prossime generazioni, di miopia davanti alle catastrofi tecnologiche, ambientali e finanziarie. Dunque, argomenta il professore Zagrebelsky, quasi per dare una base giuridica a ciò che sta accadendo in Italia e in Europa, «la prospettiva che si apre è quella di una tutela tecnocratica del potere e della politica». Un passo necessario, questo, anche se la svolta tecnocratica dovrà per forza essere una parentesi: altrimenti, avverte l’ex presidente della Consulta, c’è il rischio che la sospensione della democrazia costituzionalmente intesa «possa alimentare ideologie illiberali».
Davanti al capo dello Stato — che ha partecipato, assieme al presidente del Senato Renato Schifani e alla vicepresidente della Camera Rosy Bindi, al seminario annuale della Consulta dedicato al tema «Dallo Statuto Albertino alla Costituzione repubblicana» — Zagrebelsky rompe gli schemi. E con una relazione che scava nel profondo dell’anima del pensiero occidentale gela l’uditorio: «Pensate alla storia dell’isola di Pasqua, situata a 3.700 chilometri dalle coste del Cile che nei secoli fu sempre rigogliosa, con ananas che pendevano a volontà dagli alberi e animali in grande quantità. Insomma, un posto magnifico dove bastava alzare la mano per cogliere un frutto. Un luogo ricco. Che però, agli inizi del ‘700, quando fu scoperta dagli europei, si rivelò desertificato perché ogni generazione lì si comportò come fosse l’ultima. Nell’isola di Pasqua l’uomo ha agito libero da ogni debito nei confronti della generazione successiva. E alla fine ha autodistrutto la sua stessa società».
Ecco qual è il punto di questo mondo globalizzato, insiste Zagrebelsky, pensando forse a uno Stato che si dovrebbe comportare come il buon padre di famiglia che riceve in eredità beni per custodirli temporaneamente e mantenerli in buone condizioni per trasmetterli ai suoi figli: «La vita dei viventi oggi non può essere onesta se non guarda alle generazioni future, se non si comporta come la madre fa con il figlio… E ora il costituzionalismo, che forse è impreparato a questa prova, deve riscoprire i doveri oltre i diritti che possono essere pure ridotti nel tempo presente per poi poterli estendere nei tempi futuri». Questa, conclude il professore, «è l’ultima sfida cui è chiamato il costituzionalismo» che deve affrontare il tema «anche se tecnocrazia e doveri fanno paura».
Concorda il presidente della Corte, Alfonso Quaranta: «Forse dovremmo iniziare a pensare a una carta dei doveri». E in qualche modo Giuliano Amato — che prima dell’inizio dei lavori ha avuto un fitto colloquio con Gianni Letta — prova a risollevare l’umore nei presenti citando Sabino Cassese che lo ascolta in terza fila: «Lo Stato è particolarmente debole perché troppi si sentono forti. Bisogna ridare forza allo Stato debole… Ma oltre alla tecnocrazia ci vuole una dimensione etica: ci vuole il rispetto degli altri, presenti e futuri». Che poi si traduce, per chiunque governi, nell’applicare il principio di precauzione quando si assumono le decisioni.

Il Corriere della Sera 26.11.11

"La moneta unica e i suoi paradossi", di Tito Boeri

Lo sta già facendo da mesi senza poterlo dire. Se avesse annunciato apertamente le sue intenzioni, non avrebbe avuto bisogno di fare tanto. È questo il paradosso in cui si dibatte la Banca Centrale Europea. Un paradosso attorno al quale si gioca il futuro dell´euro. La Bce sta svolgendo da più di un anno un ruolo di prestatore di ultima istanza per i governi dei Paesi contagiati dalla crisi del debito pubblico. Compra i loro titoli di stato sul mercato secondario. In altre parole, non li compra direttamente dai governi, come invece ha fatto la Bundesbank all´asta dei Bund di mercoledì scorso, ma li acquista da banche e investitori stranieri che vogliono disfarsi dei titoli di stato di paesi in difficoltà. Con questi interventi, la Bce evita che ci sia un mercato senza compratori e che, dunque, i rendimenti dei titoli di stato schizzino ulteriormente verso l´alto trasformando quelle che dovrebbero essere temporanee crisi di liquidità, difficoltà nell´emettere titoli di stato a rendimenti sostenibili, in crisi di insolvenza. Ma questi continui interventi sono solo un palliativo e come tutti i palliativi a lungo andare si rivelano inutili. Da quando l´Italia è stata investita direttamente dalla crisi del debito e non ha saputo reagire con la tempestività che ci veniva richiesta, i pur continui interventi della Bce sono solo la premessa di nuovi interventi, immancabilmente al di sotto di quanto verrebbe richiesto per convincere gli investitori a tornare a comprare i nostri titoli di stato.
La crisi è diventata sistemica, non più solo circoscritta ad alcuni paesi. Bisogna in Italia passare dalle parole ai fatti dimostrando davvero di saper fare le cose che i mercati da tempo ci chiedono, come ridurre la spesa pensionistica e aggredire l´evasione fiscale. Dobbiamo al più presto anche adottare misure per rilanciare la crescita, come una svalutazione fiscale, che riduca le tasse sul lavoro, dunque i prezzi cui i nostri prodotti possono essere venduti all´estero, finanziando questa riduzione con un inasprimento delle tasse sui consumi, l´Iva, che renderebbe più costose le nostre importazioni.
Sono tutte misure fondamentali per migliorare strutturalmente i nostri conti pubblici, ridurre i nostri squilibri verso l´estero e convincere l´opinione pubblica tedesca che questa volta stiamo facendo sul serio. Ma dobbiamo sapere sin d´ora che non basteranno senza un´azione forte a livello europeo. Il contagio ormai è troppo esteso. Si scommette non più sul ripudio del debito in singoli Paesi, ma sulla crisi dell´euro nel suo complesso. Questo spiega anche perché i rendimenti dei titoli di stato di paesi sino a ieri ritenuti sicuri, come Finlandia e Germania, stiano da due giorni salendo rapidamente, ci danno la ragione per cui l´asta dei Bund di mercoledì sia andata deserta forzando la Bundesbank a intervenire in prima persona violando le stesse regole che vorrebbe imporre alle altre banche centrali. Dopo aver imparato cosa sono gli spread, gli italiani faranno bene d´ora in poi a guardare oltre, perché ora che i rendimenti salgono anche in Germania una riduzione dello spread con i bund non implica affatto una riduzione del costo del nostro debito.
Per ridurre i rendimenti dei titoli di stato in tutta l´area dell´euro ci vorrebbe l´annuncio da parte della Bce di un programma massiccio di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Dovrebbe coinvolgere una frazione significativa del debito pubblico dell´area (almeno 1.000 miliardi di euro, poco più della metà del debito pubblico italiano) e venire programmato per un periodo di tempo sufficientemente lungo da permettere alla politica europea di definire le forme più stringenti di coordinamento annunciate al vertice di giovedì.
Il solo annuncio di un programma di questo tipo lo renderebbe in gran parte non necessario. Così funziona con le aspettative dei mercati: si avvitano su se stesse, finendo per autorealizzarsi, per plasmare ciò che hanno di fronte. Una crisi di sfiducia alla lunga legittima questa sfiducia, nel senso che porta al fallimento di interi stati o addirittura di un sistema monetario. Per questo oggi ci vogliono metodi forti e convincenti, anziché acquisti svogliati di titoli pubblici. Una Bce che continua a intervenire senza dirlo, malvolentieri, finisce solo per imbottirsi di titoli di stato, tossici perché destinati immancabilmente a perdere valore, riducendo il capitale dell´istituto di Francoforte. Una garanzia diventa tanto più costosa quanto meno è credibile.
Sin qui la Bce non poteva impegnarsi in un programma di questo tipo. Non ne aveva le basi legali e poi c´erano i vincoli politici imposti dall´opinione pubblica tedesca, ancora memore dell´iperinflazione tra le due guerre, terrorizzata ad ogni monetizzazione del debito altrui. Ma ormai è la Bundesbank in prima persona a monetizzare il debito e i limiti legali agli interventi della Bce sono stati superati dall´escalation della crisi. Il Trattato impedisce alla Banca Centrale Europea di intervenire a sostegno di stati insolventi, ma la Bce deve per statuto garantire la stabilità dei mercati finanziari. Quando anche paesi come la Finlandia e la Germania incontrano crescenti difficoltà a finanziarsi, è evidente che un intervento sistematico su tutti i paesi avrebbe principalmente la funzione di evitare il tracollo dell´intero sistema. Si può impedire alla Bce di lottare per la propria stessa sopravvivenza? Il tracollo dell´euro porterebbe inevitabilmente ad una profonda recessione in tutti i paesi e, con essa, a una deflazione. Sarebbe come il 1933 dopo il 1929. E quindi è un esito che va evitato a tutti i costi anche in nome della stabilità dei prezzi. Al vertice di giovedì Angela Merkel si è impegnata a non commentare le decisioni e le prese di posizione della Bce. Non basta. Deve essere a fianco anche dell´altro Mario quando questi parlerà forte e chiaro. Parafrasando una canzone di James Brown, potrebbe sussurrargli “Just say it”.

La Repubblica 26.11.11