Latest Posts

"Visco: Investire in conoscenza è una variabile chiave della crescita", da Tuttoscuola

Investire in conoscenza è “una delle variabili chiave” per rilanciare la crescita in Italia. L’esortazione arriva dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che, intervenendo al XX congresso dell’Aimmf sottolinea i ritardi italiani “rispetto ai principali paesi avanzati, sia nei tassi di scolarità e di istruzione universitaria, sia nel livello delle competenze, dei giovani come della popolazione adulta”.

Si tratta di “questione antica”, è vero, rileva Visco, ma i numeri sono impietosi. Secondo i dati Ocse nel 2009 il 54% degli italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni aveva conseguito un diploma di scuola secondaria superiore, contro il 73% della media Ocse. I laureati erano meno del 15%, la metà rispetto alla media Ocse. Un’indagine sulle competenze funzionali e alfabetiche condotta nel 2003 mostra come l’80% degli italiani di età compresa tra i 16 e i 65 anni non sia in grado “di compiere ragionamenti lineari e fare inferenze di media complessità estraendo e combinando le informazioni fornite in testi poco più che elementari. Sono, in pratica”, dice Visco, “analfabeti funzionali”.

Si tratta, rileva il governatore, di “ritardi gravosi, ancor più in un Paese che, come il nostro, registra da tempo un deficit di crescita. è per questo”, osserva ancora Visco, “che le politiche dell’istruzione non devono semplicemente mirare a colmare i divari con le economie più avanzate. Devono ambire a invertirne radicalmente il segno”.

Le risorse sono però scarse. Alla metà del decennio scorso l’investimento in conoscenza in Italia era pari al 2,4% del Pil, contro una media Ocse del 4,9%. I docenti sono vecchi. Nel 2009 appena il 9% degli insegnanti nella scuola secondaria superiore aveva meno di 40 anni contro il 25% in Germania, il 34% in Francia l’oltre 40% di Regno Unito e Stati Uniti. All’università i docenti più giovani erano il 16% contro il 30% in Francia, il 39% nel Regno Unito e il 47% in Germania.

Eppure le misure disponibili indicano che l’istruzione è un investimento redditizio anche in Italia. Ma soltanto poco più della metà dei giovani italiani considera vantaggioso conseguire un’istruzione avanzata. Si tratta della quota più bassa tra tutti i Paesi dell’Unione europea. Tutto ciò, avverte Visco, “aggrava il peso degli ostacoli, spesso finanziari all’investimento in istruzione”. E “la forte corrispondenza tra le origini familiari e le scelte scolastiche che ne discende comprime la mobilità sociale”.

Ma investire in conoscenza non è importante soltanto sotto il profilo dell’economia. “I benefici di una maggiore istruzione”, afferma il governatore, “si estendono a molte altre dimensioni della vita umana”. E “di particolare rilevanza sono gli effetti positivi sulla diffusione dell’illegalità”.

Insomma, si tratta di un investimento che “può contribuire in modo profondo all’innalzamento del senso civico e del capitale sociale: valori in sè, indipendentemente dai loro effetti positivi sulla crescita. In questo”, conclude Visco, “l’investimento in conoscenza è un fattore di coesione sociale e di benessere dei cittadini”.

da Tuttoscuola

******

Visco: I giovani esclusi dalla crescita. “Salari di ingresso fermi ai livelli di decenni fa. Serve investire nella conoscenza”, di LUCIO CILLIS

Giovani e crescita, salari d´ingresso nel mondo del lavoro, istruzione e riequilibrio duraturo dei conti pubblici. Il nuovo governatore della Banca d´Italia, Ignazio Visco, nel suo primo intervento pubblico dopo la nomina alla guida di Palazzo Koch, interviene sui nodi che reputa cruciali per ridare fiato all´economia e alla credibilità del Paese.
Il primo affondo di Visco va incontro alle aspettative tradite di milioni di giovani italiani, sempre più stretti tra contratti di breve durata e retribuzioni da fame che destabilizzano l´intero sistema: «I salari di ingresso nel mercato del lavoro oggi, in termini reali, sono su livelli pari a quelli di alcuni decenni fa», dice senza mezzi termini da Catania. «I giovani che si affacciano sul mercato del lavoro – aggiunge – sembrano esclusi dai benefici della crescita del reddito occorsa negli ultimi decenni» e i loro salari sono vicini a quelli degli anni Ottanta. Dai giovani alle necessarie riforme strutturali, il passo è breve e porta allo studio, all´istruzione, agli investimenti in conoscenza, «una delle variabili chiave» per rilanciare la crescita in Italia.
Inoltre, anche in presenza di interventi pesanti, come quelli adottati dal governo Berlusconi nel corso dell´estate, il conseguente miglioramento dei conti pubblici non è tale da allontanare da solo lo spettro della crisi: «Per ottenere un riequilibrio strutturale e duraturo, è necessario che il Paese torni a crescere». Il numero uno di via Nazionale individua anche i meccanismi della nostra economia da rivedere e mettere a punto: «Il difetto di crescita italiano è in buona parte riconducibile al ritardo e alle incertezze con cui il sistema produttivo ha risposto negli ultimi venti anni alle sfide dell´innovazione tecnologica, dell´affermarsi sulla scena mondiale di nuove economie, del deciso aumento dell´integrazione europea».
E «l´ingresso nell´Unione europea», rileva Visco, «ha fatto venir meno gli effimeri guadagni derivanti dalla svalutazione nominale del cambio, ci ha imposto un maggior rigore fiscale per rispettare i patti europei». Per questo l´Italia è chiamata a recuperare il terreno perduto. «Innalzare il potenziale di crescita» dice il governatore, «richiede interventi ad ampio spettro: tra questi una riforma degli istituti dell´economia per stimolare l´attività di impresa e l´inserimento durevole nel mondo del lavoro, soprattutto delle donne e dei giovani».
L´economia italiana va resa, quindi, «più inclusiva», devono essere eliminate «le barriere che si frappongono inutilmente all´attività produttiva, così come le barriere che legano i destini delle persone alla loro origine familiare». Bisogna agire, insiste il neo-governatore, «per la rimozione dei vincoli, delle rendite di posizione, delle restrizioni alla concorrenza e all´attività economica». Punti critici dove si gioca una delicatissima partita.
Ma c´è un´altra debolezza cronica dell´Italia. Ovvero «la scarsa concorrenza», che «contiene i livelli produttivi e occupazionali in molti settori, deprime la competitività e la capacità innovativa dell´intero sistema, frena il ricambio di un tessuto produttivo ancora troppo frammentato, impedisce ai talenti di esprimersi», cioè ai giovani di prendere il sopravvento entrando di diritto, e con retribuzioni correlate ai nostri tempi, nel mondo del lavoro.
Per cambiare registro, infine, Visco chiede «il superamento del dualismo del mercato del lavoro che può essere raggiunto attraverso una riforma organica della regolamentazione e della protezione sociale» e «assetti della contrattazione più decentrati e flessibili».

da repubblica.it

"L'urgenza di attendere", di Mario Calabresi

È urgente attendere», recita un motto della diplomazia inglese citato ieri su Twitter dal vignettista Massimo Bucchi.
La contraddizione tra due necessità, quella dell’urgenza e quella dell’attesa, può rappresentare perfettamente lo stato d’animo che anima oggi molti italiani.
Quando è caduto il governo Berlusconi abbiamo ripetuto tutti che non c’era tempo da perdere, perché l’Italia non poteva sopportare tassi di interesse superiori al 7 per cento, uno spread di oltre 500 punti e la mancanza di ricette chiare per uscire dalla crisi.

Gli italiani hanno capito, la percezione del senso del dramma è stata talmente avvertita che molti si aspettavano l’immediato varo di misure drastiche di taglio della spesa. Addirittura due domeniche fa si era arrivati a immaginare che la nomina di Monti e l’immediata formazione del governo potessero essere seguite da un decreto – da varare prima della riapertura dei mercati del lunedì – contenente, a scelta, la patrimoniale, la reintroduzione dell’Ici o perfino un prelievo forzoso sui conti correnti del tipo fatto da Giuliano Amato nel 1992.

D’altronde, era il ragionamento di molti, un governo formato da tecnici di questa levatura e guidato da una persona come Mario Monti ha ben chiare in testa le misure necessarie e può agire con grande celerità e precisione.

Sono passate due settimane e la situazione economica non è migliorata, anzi è decisamente peggiorata, perché si è aggravata l’Europa intera e ora la bufera investe tutto il Continente. Ieri le nostre aste di titoli pubblici sono state definite dal Financial Times «orribili»: per piazzare titoli semestrali siamo stati costretti a offrire un tasso del 6,5 per cento, quasi il doppio rispetto al collocamento precedente e il certificato a due anni punta verso l’otto per cento, siamo ai valori record dall’introduzione dell’euro.

Dal governo, che ha scelto l’apprezzabile strada del riserbo, non si sa quando verranno varati gli interventi attesi, tanto che le uniche indicazioni sui tempi arrivano da poche battute rilasciate al termine del Consiglio dei ministri, da cui si capisce che ci vorranno almeno altre due settimane, non prima quindi di metà dicembre. Il momento cruciale, la scadenza prevista sembra ora essere quella del Consiglio europeo che si terrà l’8 del prossimo mese.
Molti italiani, a cui è stato detto e ripetuto che in una situazione così difficile agire con urgenza è un valore, cominciano a avere una sensazione di smarrimento e a provare un’ansia crescente. Si sarebbe tentati di ripetere: «Fate in fretta».

Dall’altra parte, e qui ci torna utile il motto «è urgente attendere», abbiamo visto come le due manovre varate di corsa dal governo Berlusconi alla fine dell’estate e in autunno non abbiano portato nessun beneficio, perché non inserite in un piano di sviluppo credibile e perché prive di autorevolezza.

Si potrebbe allora pensare che lo studio e l’approfondimento a cui si sta dedicando il nuovo governo siano finalizzati a costruire un pacchetto di misure che sia forte e definitivo, che indichi con chiarezza una direzione e non imponga di essere corretto poco dopo. E che sia anche equo e riesca non solo a tagliare i costi ma anche a rilanciare la crescita.
Essere capaci di attendere per poter fare le cose per bene è una dote dei forti e dei coraggiosi, ma nella società dell’immagine e della comunicazione non possono essere sottovalutate le reazioni dell’opinione pubblica.

Il governo Monti oggi non solo gode della fiducia e della stima della maggioranza degli italiani, ma può anche far leva sulla consapevolezza del momento di crisi per far passare (e far digerire) misure altrimenti considerate impopolari. Questa finestra di opportunità non starà però aperta ancora per molto, tanto che si cominciano a sentire persone che si «tranquillizzano», pensando che forse l’urgenza era eccessiva e che alla fine non saranno richiesti grandi sacrifici.

Nello stesso tempo la politica e i partiti sono portati a ricominciare ad occupare gli spazi che gli erano propri, basti pensare che la nomina dei sottosegretari è stata ancora rinviata.
Le misure impopolari, per i cittadini ma anche per la «casta», non possono essere rinviate troppo a lungo, perché ogni giorno che passa troveranno sempre più avversari e freni.
Il governo prenda in mano il Paese e mandi segnali forti e soprattutto spieghi. Sacrosanto non prestarsi al pettegolezzo politico e alle risse televisive, ma pericoloso non parlare agli italiani, non ripetere loro con chiarezza la gravità della situazione e la necessità di cambiare.

PS: Mario Monti governa con un Parlamento eletto più di tre anni fa e con forze politiche non dipendenti da lui, è naturale che incontri i leader dei partiti, che debba discutere con loro i provvedimenti da prendere, non si capisce perché questo vada fatto in maniera talmente riservata da sembrare nascosta. Perché non incontrarsi a Palazzo Chigi alla luce del sole ma rifugiarsi a tarda sera a Palazzo Giustiniani, che i leader politici possono raggiungere passando da un corridoio sotterraneo del Senato? Qual è l’imbarazzo? E di chi? I partiti farebbero bene a far vedere che collaborano, che si muovono di concerto col governo e anche tra loro: in una situazione così drammatica agire d’intesa tra tutti è cosa nobile e non certo di cui vergognarsi.
L’Italia ha bisogno di velocità, credibilità ma anche di trasparenza e comunicazione, e tutti sperano che questa sia la volta buona.

La Stampa 26.11.11

"Palazzo Madama vara il piano austerity subito tagli alle spese, via i vitalizi dal 2013", di Carmelo Lopapa

Vitalizi azzerati. O meglio, trasformati in qualcosa che dovrebbe somigliare più alla pensione di un lavoratore. Ma solo per i futuri parlamentari. Per chi, cioè, varcherà la soglia di Palazzo Madama e Montecitorio dal 2013. Quelli in carica, e ancor meno gli “ex” già pensionati, non subiranno alcuna decurtazione. Ché i diritti acquisiti non si possono intaccare.
E poi, tagliati su carta e trasferiti sul web gli atti parlamentari, l´agendina in pelle ridotta all´osso, il ristorante che resta in piedi al Senato ma facendo pagare di più il senatore e che viene invece cancellato del tutto a Montecitorio (per adesso è solo un progetto). E poi risparmi sulla manutenzione e meno rotoli di carta igienica e meno benefit assicurativi. Fanno 3 milioni e 900 mila euro in meno per le spese del 2011 che sta per concludersi, a Palazzo Madama, su un bilancio complessivo da 592 milioni di euro. Non risolvono la crisi finanziaria, giusto un segnale lanciato alla vigilia di ben altra cura dimagrante che il governo Monti sta per somministrare agli italiani.
«Abbiamo iniziato col restyling, per trasformare Palazzo Madama da un albergo a cinque stelle in un hotel 3 stelle» per usare la metafora del senatore questore Benedetto Adragna (Pd). Ma completarlo ci vorrà del tempo. Il piatto forte per adesso è il vitalizio. Fini ne aveva annunciato sabato scorso la cancellazione alla Camera, per altro già avviata il 21 luglio dall´Ufficio di presidenza di Montecitorio. Schifani la fa approvare al suo Consiglio di presidenza. Dunque, viene superato dalla prossima legislatura il sistema attuale degli assegni vitalizi e trasformato in qualcosa di diverso che i questori, d´intesa coi loro colleghi della Camera, dovranno mettere a punto. Si parla del passaggio al sistema contributivo, oppure dell´introduzione di una sorta di rendita assicurativa. In ogni caso, per riportare a carico del parlamentare la spesa pensionistica, sgravando le casse pubbliche. Impossibile quantificare il risparmio, che comunque maturerà nelle prossime legislature. Ancora nei prossimi anni, i 1.464 ex deputati e gli 843 ex senatori che percepiscono il vitalizio, con l´aggiunta delle centinaia che nel 2013 non saranno rieletti pur avendo completato la sola legislazione in corso, beneficeranno del vitalizio. Non tutti sono soddisfatti. «Buon segnale ma non sufficiente, la Camera dovrà fare di più – secondo il capogruppo Idv Massimo Donadi – Il taglio deve partire dai parlamentari in carica e dagli ex non andati ancora in pensione». E se Monti porterà la soglia dei pensionandi a 67 anni, «anche noi dovremo fare altrettanto» promette il questore del Senato Adragna.
A giugno aveva fatto discutere l´abbattimento dei costi del Senato per lo 0,34% appena, ora il Consiglio lo porta all´1. E il piano da 4 milioni di tagli per il 2011 riguarda beni e servizi. A Palazzo Madama non si parla di trasformazione del ristorante in self service, come a Montecitorio, ma la spesa di ristorazione verrà decurtata di altri 150 mila euro per i senatori (100 mila per i dipendenti). Se finora un terzo del pranzo lo pagava il parlamentare e due l´amministrazione, adesso la proporzione si ribalta, viene spiegato. La diaria del senatore verrà decurtata in base alle assenze nelle commissioni, non solo in aula. Altri 3,8 milioni si risparmieranno (ma dal prossimo anno) dal prosciugamento dell´assicurazione infortunistica per senatori e dipendenti. Stretta sulla comunicazione (1,8 milioni), sui servizi informatici (700 mila euro), sulla stampa dei documenti (1,5 milioni), sull´acquisto di beni di consumo (247 mila euro) e sulla manutenzione (900 mila euro). La scure si abbatterà anche sulle agendine di Palazzo che i senatori regalano a fine anno, prosciugate della rubrica coi numeri utili, rinviata a un link del sito.

La Repubblica 25.11.11

"Dall'Ici alle pensioni: ecco come si muove il governo", da unita.it

Finito il tempo del rodaggio, con il Consiglio dei Ministri di oggi Monti comincia un tour de force tecnico-politico per approvare entro l’8 dicembre il suo piano anti-crisi. Mossa doppia sull’immobiliare: torna l’ Ici e aumentano le rendite catastali. Ma si studia come rendere il nuovo prelievo equo, progressivo. Per recuperare risorse si punta anche all’aumento dell’ Iva e in molti chiedono che si proceda ad un prelievo sui patrimoni (oltre un milione). E alle cessioni immobiliari (5 miliardi l’anno). Poi arriverebbero le misure per rendere più equo il sistema delle pensioni (contributivo per tutti) e per riformare il mercato del lavoro (flessibilità in uscita). Sarebbe questa la lista delle ‘entrate’ sulla quale il governo starebbe ragionando, a partire dal Consiglio dei ministri di oggi, per garantire, come ha detto Mario Monti ieri dopo l’incontro con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, il pareggio di bilancio nel 2013.

Ma la tenuta dei conti non è l’unico obiettivo dell’Italia. La crescita è il primo imperativo, anche per il risanemnto del bilancio. Il superministro, Corrado Passera, a Bruxelles per la prima uscita, ha annunciato che ci sarà «un bel piano energetico nazionale» perchè, «dopo il referendum sul nucleare, bisognerà rivedere i nostri piani». Al commissario europeo Tajani, poi, promette un intervento per sbloccare i pagamenti delle amministrazioni pubbliche ai propri fornitori: è un capitolo che vale 60 miliardi, per le imprese ossigeno importante, così come per i contribuenti la riduzione dell’acconto Irpef di novembre.

Degli interventi si è parlato anche a Strasburgo. Ma, nonostante lo «stupore» espresso dalla Merkel, non sarebbero state dettagliate le misure. Per il pareggio il Governo si appresta anche a modificare il testo all’esame della Camera per inserirlo in Costituzione facendo ricorso anche ad un organismo ad hoc di controllo sul modello del Cbo del Congresso Usa. E comunque – spiega Monti – l’Italia ha già fatto notevoli sforzi tanto che il Belpaese presenterà un «rilevante avanzo primario» nel 2014.

Intanto per ‘pareggiare’ entrate e uscite ci vorrebbe un intervento prossimo ai 15 miliardi che dovrebbe però essere accompagnato anche da misure per rilanciare la crescita. Quindi da nuove spese. Ma già a livello europeo si sta discutendo di come ‘alleggerire il contò facendo contabilizzare ai paesi gli effetti della minor crescita (aggiustamento per ciclo).
La nuova manovra potrebbe così essere più ‘light’. In ogni caso domani è in programma il Cdm per completare la squadra di governo con i sottosegretari ma certo l’appuntamento servirà per una ricognizione – fissanto tempi e strategia – sulle misure da adottare.

Il tempo non è una variabile di scarso rilievo anche perchè Monti ha già trovato un accordo con i presidenti delle due Camere per una corsia preferenziale dei provvedimenti economici. Sul fronte ‘crescità (senza creare inflazione o alimentare il disavanzo, precisa Monti) si punta anche a norme di semplificazione (ad esempio l’intervento sugli ordini professionali). Ma si parla con insistenza anche di un taglio al peso del fisco sul lavoro. Nuove risorse arriverebbero dalla lotta all’evasione (tracciabilità a 300-500 euro), novità in dichiarazione dei redditi (con indicazioni più puntuali).

Tutte nuove misure che oltretutto potranno contare su ulteriori risorse che arriveranno dal lancio del nuovo ‘redditometro’ che, ora in fase sperimentale, partirà in via definitiva nel 2012. E sempre per l’anno prossimo il Tesoro ha già virtualmente in cassa 3 miliardi che sono quelli che, grazie al decreto firmato ieri da MOnti, verranno ‘scalatì dall’acconto Irpef di novembre e torneranno in cassa a giugno prossimo.

Sul fronte pensioni, ad esempio, alcune indicazioni arrivano oggi dal ministro al Welfare, Elsa Fornero: la riforma «è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati». I temi sui quali il Governo lavorerebbe sono appunto l’estensione del contributivo pro-rata per tutti, l’anticipo dei tempi sull’aumento dell’età di vecchiaia delle donne nel settore privato (al momento l’adeguamento a quella degli uomini e delle donne nel settore pubblico è prevista tra il 2014 e il 2026) e l’anzianitè arrivando in tempi brevi a quota 100 (tra età anagrafica e anni di contribuzione). Non è inoltre escluso l’anticipo delle regole sull’aumento dell’età pensionabile legandola all’incremento dell’aspettativa di vita dal 2013 al 2012.

L’Unità 25.11.11

******

“La Fornero tocca le pensioni. Ma poco”, di Gianni Del Vecchio

Il responsabile del welfare rompe il silenzio (in video) e tranquillizza i dem
Pensioni e Fiat. Sono questi i due temi trattati al debutto pubblico dal nuovo ministro del welfare. Temi più che mai caldi, che giustificano le grandi aspettative che si sono generate attorno alle prime mosse di Elsa Fornero, che al pari del suo collega Corrado Passera è forse il ministro più “temuto” da lavoratori e imprese italiane.
Il primo intervento è però molto cauto, soprattutto sul capitolo della previdenza, e allo stesso tempo dialogante ma non subalterno con il Lingotto, tanto da incassare il placet di Pd e Cgil ovvero di quella constituency tradizionalmente più sensibile alle riforme su lavoro e previdenza.
Cominciamo dalle pensioni. La Fornero ieri, in un videomessaggio inviato a un convegno della Cna, ha escluso che questo governo userà i soldi dei pensionati per far cassa, ma si limiterà a velocizzare alcuni passaggi già previsti dalle leggi approvate in questi anni. «La riforma è stata largamente fatta – precisa il ministro –, ma necessita di tempi più accelerati di quelli previsti».
Cosa voglia significare concretamente è presto detto. Prima di tutto, ci sarà l’estensione del metodo contributivo pro-rata per tutti, a cui va aggiunto l’anticipo dei tempi sull’aumento dell’età di vecchiaia delle donne nel settore privato (al momento l’adeguamento a quella degli uomini e delle donne nel settore pubblico è prevista tra il 2014 e il 2026). Due misure che sono previste dalla riforma Dini del 1995 e dalle ultime Finanziarie approvate dal precedente esecutivo Berlusconi, sulle quali c’è una certa condivisione fra Pd e Pdl.
Per il senatore democratico Pietro Ichino «bisogna portare il regime contributivo anche sulla mia generazione e non solo sui giovani, questo è quello che faremo nei prossimi giorni». Cosa su cui è d’accordo anche il parlamentare pidiellino Giuliano Cazzola («assolutamente condivisibile»).
Resta da vedere se la Fornero intende alzare l’età anche per le pensioni d’anzianità, arrivando in tempi brevi a quota 100 (tra età anagrafica e anni di contribuzione). In ogni caso, le parole del ministro, che escludono qualsiasi rivoluzione copernicana, hanno fatto tirare un sospiro di sollievo sia a Bersani che alla Camusso, preoccupati per l’eventuale contraccolpo di un inasprimento della previdenza nella propria base.
Discorso diverso invece per quanto riguarda la Fiat. La Fornero non ha dimenticato le sue origini torinesi e i buoni rapporti coltivati sia con i vertici del Lingotto che con la Fiom sabauda nei suoi anni trascorsi nell’orbita bazoliana di IntesaSanpaolo. Così, nel suo intervento, da una parte si è detta disponibile a «offrire un contributivo costruttivo, se richiesto, nella composizione della vicenda Termini Imerese», lo storico stabilimento siciliano che da oggi chiude i battenti, e dall’altra ha lanciato un preciso monito a Marchionne, ricordando che «le medie e grandi imprese non possono abbandonare il paese».
Esplicito il riferimento alle ultime mosse del gruppo automobilistico torinese, che negli ultimi tempi sta sempre più spostando il suo baricentro verso Detroit e i mercati americani a discapito del capoluogo piemontese. La chiusura della fabbrica di Termini Imerese e la transizione dei lavoratori verso un nuovo impiego e un nuovo piano industriale tuttavia è una questione tutt’altro che risolta.
In campo c’è la proposta dell’imprenditore molisano Massimo Di Risio, fondatore della casa automobilistica Dr, sulla quale però pesano dubbi di carattere economico e finanziario, come riportato dal Sole-24Ore . Quindi, se per la Fornero è buona la prima, il ministro non si illuda: i grattacapi, quelli veri, sono appena cominciati.

da Europa Quotidiano 25.11.11

"Il Cavaliere assedia il Professore", di Francesco Bei

Palazzo Giustiniani, esterno notte. Il portone è serrato, qualche turista passeggia lì davanti, ignaro che al primo piano, nell´ufficio da senatore a vita di Mario Monti, da ore si sta svolgendo il primo vertice di maggioranza del nuovo governo. Passati di nascosto attraverso il tunnel che parte dal dirimpettaio palazzo Madama, Angelino Alfano, Pier Ferdinando Casini e Pier Luigi Bersani hanno eluso telecamere e giornalisti.E, davanti al premier, affrontano tutti insieme la questione dei sottosegretari. La grana infatti è lungi dall´essere risolta, soprattutto perché il Pdl non può permettersi l´ingresso di alcun politico o ex politico nel governo. Al contrario, il Pd e il terzo polo spingono perché qualche “tecnico d´area” entri fra i magnifici trenta. Monti vorrebbe invece che a scegliere fossero i suoi ministri e si riserva comunque l´ultima parola sulle rose ricevute dai partiti. Insomma, un caos dal quale non si riesce a venir fuori e che ha richiesto, appunto, un lungo screening collegiale delle liste con i nomi. Così le nomine slittano alla prossima settimana, con la conseguenza di bloccare ancora il lavoro delle commissioni parlamentari.
Ma tra il Professore e suoi “azionisti” quella dei sottosegretari non è l´unica frizione. Superato lo sbandamento dei primi giorni, provocato dalla caduta del Cavaliere, il Pdl infatti sta iniziando ad assumere un atteggiamento sempre più insofferente nei confronti del governo dei tecnici. Berlusconi, raccontano, è una pentola a pressione pronta ad esplodere. A farlo imbestialire è l´assoluta mancanza di comunicazioni con il governo, tanto che ieri ha dovuto spedire a palazzo Chigi il suo migliore ambasciatore, Gianni Letta, per farsi anticipare qualcosa da Monti sulla successione a Finmeccanica, sul vertice con Merkel e Sarkozy e, soprattutto, sulle misure economiche in gestazione. Berlusconi sembra che sia rimasto molto stupito riguardo all´esito della trilaterale a Strasburgo. «Monti – ha riferito ai suoi – si è limitato a discutere del programma che il mio governo ha portato avanti in Europa, nulla di nuovo».
Il Cavaliere è in fibrillazione. Chi lo ha incontrato l´ha trovato che si rigirava tra le mani l´ultimo sondaggio della fidata Alessandra Ghisleri. Con un dato cerchiato in rosso: il 45 per cento degli elettori del Pdl si pronuncia già oggi contro il governo Monti. «Cosa accadrà – si chiede un ex ministro del Pdl – quando Monti presenterà la purga con l´Ici, la patrimoniale e le pensioni?». Berlusconi sta a guardare, finché dura la luna di miele non può fare altro. Ma a questo punto torna ad affacciarsi l´ipotesi di un voto anticipato in primavera. L´innesco potrebbe essere un´eventuale decisione della Consulta di ammettere il referendum sulla legge elettorale. «Anche nel Pd – si ragiona a via dell´Umiltà – Bersani potrebbe trovare conveniente andare alle urne in primavera. Avrebbe la certezza di essere lui il candidato». Persino Casini, con la strada per palazzo Chigi insidiata da una futura candidatura di Corrado Passera, potrebbe considerare l´utilità di abbreviare la durata del governo. Sono scenari che, almeno ufficialmente, nel Pd e nel Terzo Polo vengono respinti con decisione. Walter Veltroni invita a «non inseguire lucciole, visto che sarebbe una follia andare alle urne con la tempesta che c´è sui mercati: la gente cercherebbe coi forconi chi si assumesse questa responsabilità». Ma nel Pdl il governo dei tecnici è sopportato a stento. E non è solo l´ala dura di Santanchè o Brunetta. «Abbiamo accettato il sacrificio di Berlusconi – osserva Ignazio La Russa – perché era diventato il capro espiatorio e, se fossimo andati al voto, la campagna elettorale sarebbe stata tutta contro di lui. Ma adesso è chiaro che Berlusconi con lo spread non c´entrava nulla». Inoltre il referendum è un fantasma che spaventa i partiti più dello spread. L´unica alternativa, per chi si oppone al ritorno del Mattarellum, sarebbe il varo di una legge elettorale per evitarlo. A meno che, come spiega il costituzionalista Pd Stefano Ceccanti, «il rimescolamento delle carte dovuto al governo Monti non spinga Casini ad aprire con Alfano il cantiere dei moderati. A quel punto anche il referendum avrebbe un effetto stabilizzante sulla legislatura visto che tutti diventerebbero bipolaristi».

La Repubblica 25.11.11

"Attenzione al Parlamento",di Stefano Folli

Se la prima missione di Mario Monti era quella di restaurare l’immagine e la credibilità dell’Italia in Europa, si deve dire che l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Anche sul piano mediatico. Quella foto che ritrae insieme i tre, Angela Merkel, Sarkozy e appunto Monti, ha un valore simbolico che nessuno può sottovalutare. Allo stesso modo, ascoltare il neo-premier mentre rimbrotta Francia e Germania per avere dato a suo tempo il cattivo esempio, violando il patto di stabilità («con la complicità del governo italiano che presiedeva l’Ecofin» aggiunge Monti e la data è il 2003), fa un certo effetto. Continua u pagina 24

È la prova evidente della personale autorevolezza del presidente del Consiglio, figlia della sua lunga storia in Europa.

Del resto, la fiducia di Berlino e Parigi verso il nuovo interlocutore che arriva da Roma (e verso la serietà degli impegni da lui ribaditi) è palese. L’attenzione con cui viene ascoltato il suo punto di vista è quasi ostentata. Tutto questo non significa che il vertice sia stato un successo. Da un lato, la Merkel non mitiga la sua intransigenza; dall’altro, Sarkozy lascia filtrare sul “Monde” una profonda irritazione. Se i mercati finanziari speravano in qualche risultato concreto, dovranno attendere tempi migliori.

Ma tutto questo per l’Italia è solo un aspetto del problema. Il punto cruciale, e oggi prioritario, è che l’isolamento è finito, la fiducia riconquistata. Qui però si affaccia un problema di cui il presidente del Consiglio dovrà tener conto perché rappresenta una non trascurabile insidia per il suo governo. È pericoloso che si apra una forbice fra Europa e Italia. Fra i temi di cui il premier discute negli incontri con i partner, ottenendo rispetto e incoraggiamento, e l’agenda del Parlamento a Roma: due momenti tra i quali non dovrebbe esistere una cesura, o un vistoso sfasamento temporale.

Non bisogna mai dimenticare, in altre parole, che le Camere, espressione della volontà politica, hanno accettato più o meno di buon grado l’anomalia del governo dei tecnici in nome dell’emergenza e dell’interesse generale. Ma guai a farle sentire marginali e magari un po’ superflue. Si dirà che questo Parlamento non ha mai avuto molto da fare durante il triennio di Berlusconi, né risulta che si sia troppo lamentato. Ma ora il quadro è totalmente mutato e la suscettibilità è dietro l’angolo. Tanto è vero che lo stesso Monti ha sentito il bisogno, appena tre giorni fa, di insistere sulla «centralità» della funzione parlamentare, definendo poi con Fini e Schifani una corsia veloce per i provvedimenti.

Ieri, quando la Merkel si è detta «impressionata» dal piano di riforme esposto dal premier italiano, qualcuno a Roma si è risentito. In serata la questione è stata ridimensionata. Monti ha fatto sapere di non aver detto niente a Strasburgo che non fosse già noto a Roma. E la cancelliera ha diffuso l’interpretazione esatta – e corretta – delle sue parole. In sostanza, niente di grave.

Tuttavia l’episodio dimostra che si cammina su una lastra di ghiaccio non solidissima. Nessuno nei palazzi romani, a cominciare da Berlusconi, ha voglia di creare difficoltà al governo finché la crisi europea resta drammatica e ci sono da collocare, entro pochi mesi, oltre cento miliardi di Bot su un mercato nervoso e recalcitrante. Tuttavia le forme vanno rispettate, come peraltro Monti ha fatto in questi giorni. Il Parlamento va al più presto coinvolto perché resta il crocevia dove l’esecutivo «tecnico» trova la sua legittimità ed è bene evitare anche solo l’impressione che si voglia procedere con la politica dei «fatti compiuti».

La stessa questione irrisolta dei sottosegretari va collocata su questo sfondo. Prima si faranno le nomine, scegliendo fra i tecnici di area, cioè graditi ai partiti, meglio sarà. Per la buona ragione che spetterà proprio ai sottosegretari quel ruolo di raccordo fra governo e Parlamento che appare ogni giorno più necessario.

Il Sole 24 ore 25.11.11

"Se una donna su tre è vittima di violenze", di Michela Marzano

Non sono in tanti a saperlo o a ricordarselo. Ma il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. È stata l´Assemblea Generale dell´Onu a istituirla nel 1999, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ong ad organizzare ogni anno incontri ed eventi per sensibilizzare l´opinione pubblica nei confronti di questo dramma.Perché è assurdo che, ancora oggi, tante donne siano il capro espiatorio dell´aggressività maschile. E che in molti non ci facciano nemmeno più caso, come se si trattasse di un problema minore, che concerne solo alcuni Paesi, determinati ambienti sociali, poche persone insomma. E invece no! Nonostante i progressi nel campo dell´uguaglianza di diritti dei due sessi, il rapporto che gli uomini intrattengono con il mondo femminile resta estremamente complesso. E la violenza che subiscono le donne continua ad essere uno dei più grandi flagelli contemporanei. Secondo il Consiglio d´Europa, sono proprio le violenze fisiche, sessuali e psicologiche che subiscono le donne una delle cause principali della mortalità femminile negli Stati membri. In Italia, secondo gli ultimi dati dell´Istat, una donna su tre è stata vittima della violenza di un uomo, almeno una volta nella propria vita. Chi sono allora questi uomini violenti? Perché non si riesce ancora a far prendere coscienza a molte persone della gravità del problema?
Grazie a numerosi studi sociologici, oggi sappiamo che “l´uomo violento” non è più solo un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un contesto sociale povero e incolto. L´uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Non conta il lavoro che si fa o la posizione sociale che si occupa, ma l´incapacità ad accettare l´alterità e l´autonomia femminile. Si tratta per lo più di uomini che diventano violenti per paura di perdere il controllo e il potere sulla donna. E che percepiscono il proprio atteggiamento come “normale”: fa parte del copione della virilità cui in genere aderiscono profondamente. Anche se la maggior parte delle volte sono uomini insicuri e che hanno poca fiducia in loro stessi. Uomini che, invece di cercare di capire cosa esattamente non funzioni nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Talvolta fino al punto di trasformare la vita delle donne che li circondano – mogli, madri, sorelle o figlie – in un incubo. Come racconta la filosofa americana Susan Brison in un bellissimo libro autobiografico, la violenza che una donna subisce dall´uomo distrugge l´essere stesso di chi le subisce, perché elimina ogni valore, distrugge ogni riferimento logico. È proprio questo il messaggio del 25 novembre: far capire che è estremamente difficile, per una donna che subisce violenze e umiliazioni, parlare di ciò che ha vissuto o continua a vivere. Le parole mancano, si balbetta, non si riesce a spiegare esattamente ciò che è successo. Ci vogliono anni per poter riuscire ad integrare questi “pezzi di vita” all´interno di un racconto coerente. Soprattutto quando l´autore è il padre o il marito. Per poterlo fare, c´è bisogno che qualcuno ascolti veramente, senza pregiudizi e senza diffidenza, anche quando i ricordi paiono incongrui e l´atteggiamento nei confronti dei carnefici sembra ambivalente. Certo, non si potrà mai definitivamente eliminare l´ambiguità profonda che ogni essere umano si porta dentro. Nessuno di noi è immune dall´odio, dall´invidia, dalla volontà di dominio. Ma il carisma e l´autorità non hanno mai bisogno di utilizzare la prevaricazione e la violenza. Al contrario. La vera autorità è sempre calma, senza per questo essere debole.

La Repubblica 25.11.11

******

“Donne uccise e umiliate. Una giornata di lotta per dire no alla violenza”, di Mariagrazia Gerina

Picchiate, spinte, tirate per i capelli, prese a calci, a morsi, a pugni, violentate, molestate. Non c’è verbo che le donne non debbano usare quotidianamente per raccontare le mille violenze subite. Quando trovano la forza di denunciare. Quando ce la fanno a reagire, prima che sia troppo tardi. Uccise. L’ultimo verbo. Va coniugato novantadue volte accanto al nome di altrettante donne, per calcolare quante, dall’inizio dell’anno sono state ammazzate nei primi mesi del 2011.
Un numero in tragico aumento: a settembre, i femminicidi erano il 6% in più rispetto all’anno precedente. Un anticipo di bilancio pessimo per il 2011. E già il 2010 si era chiuso con 8 femminicidi in più del 2009. Cifre e fatti che nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne impongono oltre alla memoria un pesante atto d’accusa. In Italia, le donne violentate sono più di quante soffrono di tumore o patiscono infortuni stradali. Nel 2006, l’ultima indagine commissionata all’Istat dal Ministero delle Pari Opportunità durante il governo Prodi, ne contava quasi 7 milioni. Donne che, a domanda avevano risposto di aver subito violenza fisica e sessuale. Dai loro uomini, per lo più. Il 69,7% di loro ha raccontato di essere stata stuprata dal proprio partner.
Cos’altro serviva per mettere mano a un piano nazionale? Solo
che poi arrivò il governo Berlusconi. E gli stanziamenti, parziali, 10 milioni dei 20 milioni previsti, per finanziare il nuovo piano nazionale, approvato solo nel 2011, il ministro Mara Carfagna li ha controfirmati, sabato 12 novembre, mentre
faceva gli scatoloni. Da dove ripartire adesso se non da lì? «Molti centri antiviolenza rischiano oggi la chiusura forzata, a
causa dei tagli imposti agli enti locali», avverte la responsabile delle politiche di genere della Cgil, Rosanna Rosi. «Le donne che subiscono violenza, spesso invisibili e sole, sono state lasciate ancora più sole dai provvedimenti del governo Berlusconi». Una denuncia che ha davvero molto poco di retorico. Perché quei centri, in questi anni, per le donne sono stati l’unico vero baluardo contro la violenza. E reintegrare i fondi «sottratti indebitamente mai centri antiviolenza», è anche uno dei primi punti su cui l’associazione
Zeroviolenzadonne chiama in causa il nuovo esecutivo.
«Perché il 25 novembre non sia solo una ricorrenza», recita l’appello che dal sito di Zeroviolenzadonne
Lea Melandri lancia alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza. Nonsi può– scrive Lea Melandri – confinare la violenza contro le donne, «dagli omicidi domestici agli stupri e maltrattamenti», nello spazio della cronaca nera, «come se non riguardasse le disuguaglianze di potere e la cultura che ha segnato per secoli il rapporto tra i sessi». «È necessario sollecitare una parola pubblica», scrive la filosofa, ovvero «l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, che non sia solo un intervento legislativo adeguato
alla gravità del fenomeno ma un programmadi educazione dei sentimenti che parta dai primi livelli di scuola contro gli stereotipi di genere, il reintegro dei fondi sottratti indebitamente ai centri antiviolenza, alla promozione di azioni positive per l’uguaglianza di genere in tutti i campi del vivere».Un vero e proprio programma di governo. Se il nuovo
esecutivo vorrà raccoglierlo, considerando che ciò che le donne subiscono non riguarda solo loro, ma il futuro del Paese, che cammina sulle loro gambe e su quelle dei loro figli. Dall’indagine Istat condotta nel 2006 risulta che quasi settecentomila donne, vittime dei loro partner, avevano già avuto figli al momento della violenza. E nel 62,4% dei casi i
figli hanno assistito a uno o più episodi e in questo modo vittime anche loro. Una nuova ricerca europea, Dafne III, presentata ieri a Roma Tre, spiega quale sia il “danno indiretto” provocato su quei bambini che hanno assistito alla violenza contro le loro madri. Più aggressivi e disattenti, hanno un’alta considerazione di sé ma non raccontano agli adulti i loro problemi e non chiedono aiuto nelle difficoltà.
A scuola, i bambini che sono stati spettatori di violenza domestica sono meno bravi e hanno un senso del fallimento più forte degli altri. E – spiega Sandra Chistolini, responsabile
del progetto Dafne III per l’ateneo romano – sono dei “potenziali bulli”. Da grandi «potrebbero anche essere violenti con le loro madri». Come Lea Melandri, anche la responsabile di questa indagine indica la scuola, se fornita di strumenti per aiutare i bambini a confrontarsi con il disagio,come la vera frontiera contro la violenza sulle donne. L’altra frontiera era stata individuata fin dagli anni del governo Prodi dall’allora ministro delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini. Sono gli
uomini che maltrattano le donne. A loro è dedicato il primo centro antiviolenza che aprirà oggi i battenti a Modena, dove, solo nell’ultimo anno sono cinque le donne morte ammazzate, in attesa di un sussulto che smuova l’intero paese.

L’Unità 25.11.11

******

Violenza, le donne denunciano solo quando sono coinvolti i figli
Ricerca europea ‘Daphne III’. In tutti i casi le madri sopportano per difendere la famiglia. Le conseguenze sui bambini: aggressività, fughe da casa. La pedagogista: “Anche alla scuola il compito di educare alla nonviolenza” Nel 2010 è stata avviata la ricerca europea ‘Daphne III’ che analizza il danno indiretto nello sviluppo psico-fisico dei minori che assistono alle violenze perpetrate nei confronti delle madri. Dai risultati, presentati ufficialmente oggi a Roma alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, emerge un dato fondamentale che merita di essere segnalato innanzitutto: nel 100% dei casi la donna-madre sopporta la violenza per i figli e per difendere l’unità del modello patriarcale di famiglia. Prevale l’occultamento della violenza per ragioni socio-culturali. Solo quando la violenza arriva ai figli la madre rompe l’omertà e esce allo scoperto. Il percorso di denuncia, separazione, divorzio in quel momento diviene obbligato. Dalla donna che parla emerge il danno indiretto sul figlio. La donna è divisa tra la richiesta di aiuto ai servizi socio-educativi e la speranza che i figli potranno dimenticare. Tuttavia – avverte il rapporto – il danno recato all’infanzia nell’arco dei primi 15 anni di vita è tale da indurre i figli a negare il desiderio di formare una famiglia e di avere una relazione di coppia per paura di ripetere il comportamento di cui sono stati testimoni.

La ricerca, coordinata dall’università di Cipro con partner l’università Roma Tre (Italia) e quelle di Oradea (Romania), di Presov (Slovacchia), ha preso in esame donne dai 16 ai 60 anni che hanno subito violenza. L’80% del campione italiano risulta essere coniugato e convivente, il 74% presenta denuncia e circa il 79% ha un referto del Pronto Soccorso o più referti medici. Il grado di consapevolezza del danno recato al figlio dipende da variabili come età, classe sociale, reddito, livello di istruzione, provenienza geografica, informazione e vicinanza del Centro antiviolenza. Le donne separate con affidamento condiviso vivono uno stato di paura costante per il figlio tenuto dal padre. Sempre per quanto riguarda il campione italiano, l’86,7% delle donne è di Roma il 13,3% è di fuori Roma. Hanno nel complesso 54 figli di cui il 59% è rappresentato dai maschi e il 41% è dalle femmine. L’età dei figli che hanno assistito alla violenza varia da 0 anni ad oltre 29 anni con una maggiore concentrazione del 48% entro gli 11 anni di età, il 30% ha 12-18 anni e il 22% ha un’età da 19 anni e oltre. La sola fascia di età di 10-11 anni rappresenta l’11% dei casi. Alcune donne parlano di violenza contro il feto durante la gravidanza con tentativi di interruzione della gravidanza.

Aggressività e pre-bullismo. “Si può dire che l’aggressività è una esperienza costante nel bambino che ha assistito alla violenza”, dicono i curatori della ricerca dell’università di Roma Tre. Alcuni bambini sono aggressivi a casa e a scuola, altri solo a casa, altri solo a scuola. In alcuni casi i bambini sono aggressivi verso se stessi e attaccano il proprio corpo con tagli e morsi e anche con tentativi di fuga e suicidi. Altre volte sono aggressivi verso gli altri bambini (morsi, spinte, prepotenze), verso la madre, verso il padre, verso ambedue i genitori. La non aggressività è parallela e unita in alcuni casi a mutismo e indifferenza del bambino. Vi è un periodo di latenza dell’aggressività nel senso che il bambino, soprattutto se maschio, può riprodurla lanciando ad esempio oggetti contro la madre. Il fenomeno di pre-bullismo si manifesta in bambini dell’asilo che aggrediscono i più piccoli e indifesi e imitano i più grandi e forti, fanno i protagonisti e si compiacciono di essere amati e baciati. Il fenomeno del bullismo si registra intorno ai 10 anni anche con accerchiamento dai compagni, con prepotenze e frasi denigratorie.

Abusi sessuali. L’abuso sessuale rilevato dall’indagine riguarda soprattutto le femmine in età compresa tra 0 e 17 anni. Le ragazze abusate possono considerare l’abuso dell’uomo un comportamento normale espressione di amore e cura. Quasi tutte le donne dicono di non essersi fermate a pensare quanto l’incidente di violenza abbia influito sul comportamento del figlio e della figlia, per una sorta di rimozione, e tendono a collegare l’eventuale aggressività del minore alla situazione generale di stress vissuta in casa. La prova della consapevolezza del danno sul figlio è data dalla fuga da casa.

Educare al rispetto tra i generi. La ricerca europea Daphne III nella sezione italiana invita alla sensibilizzazione sul tema e alla formazione degli insegnanti di ogni ordine e grado. Serve una vera e propria educazione alla nonviolenza. “Per la scuola dell’infanzia, elementare e di primo grado – dice Sandra Chistolini responsabile scientifico dell’indagine e docente di Pedagogia generale e sociale all’Università Roma Tre – c’è urgenza di attivare forme di sensibilizzazione per far comprendere ai docenti il fenomeno e aiutare i minori con una robusta educazione alla nonviolenza, in grado di contrastare i messaggi ricevuti sul fronte opposto e costruire una barriera di prevenzione e resistenza al danno e al bullismo”. Nella scuola secondaria si possono affrontare questi temi con “documenti scientifici e anche di carattere narrativo”, utili per dare un nome alla violenza, saperla riconoscere e sapervi reagire con modalità costruttive. “Educare al rifiuto della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti indirizza alla scelta di via alternative alla riproduzione del trauma”.

Dalla ricerca Daphne III si evince che “a livello comparativo l’Italia emerge come il Paese nel quale il senso di identificazione con il modello materno è particolarmente rilevante”. Per quanto riguarda la variabile di genere, nel gruppo di bambini esposti alla violenza, sono state rilevate differenze significative tra i bambini e le bambine circa l’immagine di sé. I bambini tendono ad avere una percezione di sé superiore a quella maturata dalle bambine, spiegano i curatori. . Il dato dell’Italia incide sulla valutazione comparativa generale soprattutto per le prestazioni scolastiche delle bambine: i risultati scolastici se sono eccellenti per le bambine scelte a caso, arrivano al massimo ad essere buoni nelle bambine esposte a violenza (Redattore Sociale)

www.partitodemocratico.it