Latest Posts

"Violenza sulle donne, prevenire per fermarla", di Michelle Bachelet*

Ricordo un detto di quando ero ragazza in Cile, quien te quiere te aporrea, chi ti ama ti picchia. E il commento di una donna: «E’ così che vanno le cose». Oggi che le società sono divenute più giuste, democratiche ed egualitarie, cresce la consapevolezza che la violenza contro le donne non sia accettabile né inevitabile. Una violenza che è sempre più considerata e condannata per quello che è: una violazione dei diritti umani, una minaccia a democrazia, pace e sicurezza, un fardello pesante per le economie nazionali.

Oggi celebriamo la Giornata internazionale per porre fine alla violenza contro le donne. Traiamo orgoglio dal progresso fatto nel corso degli ultimi decenni. Centoventicinque Stati hanno oggi leggi specifiche che penalizzano la violenza domestica, un considerevole passo avanti rispetto a solamente un decennio fa. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adesso riconosce la violenza sessuale come una deliberata tattica di guerra. E significativi passi avanti nel diritto internazionale hanno reso possibile, per la prima volta, perseguire crimini di violenza sessuale durante e dopo un conflitto.

Ma non dimentichiamolo: le speranze di una vita libera da discriminazione e violenza sono ben lungi dall’essere realizzate. Complessivamente, seicentotré milioni di donne vivono in paesi nei quali la violenza domestica non è ancora considerata un crimine. La violenza sessuale continua a dilagare in tempo di pace e di guerra ed esige un pedaggio di vite femminili troppo elevato. Al mondo, fino a sei donne su dieci hanno sofferto violenza fisica e/o sessuale nel corso della loro vita. Oltre sessanta milioni di ragazze sono spose bambine, e tra 100 e 140 milioni di ragazze e donne hanno sperimentato la mutilazione genitale femminile. Ancora: più di cento milioni di ragazze risultano «mancanti» a causa delle selezione di genere prenatale e della preferenza per i figli maschi. E oltre seicentomila donne e ragazze sono oggetto di traffico interfrontaliero ogni anno, la maggior parte delle quali per sfruttamento sessuale.

La violenza contro le donne rimane una delle violazioni dei diritti umani maggiormente diffuse ma al tempo stesso uno dei crimini meno perseguiti. Sebbene l’uguaglianza tra donne e uomini sia garantita dalle Costituzioni di 139 Paesi e territori, troppo spesso alle donne vengono negate giustizia e protezione dalla violenza. E’ un fallimento che non deriva da mancanza di conoscenza; si tratta piuttosto di un vuoto di investimenti e volontà politica per venire incontro ai bisogni delle donne e tutelarne i diritti fondamentali. E’ ora che i governi si assumano le proprie responsabilità.

Guardiamo dunque avanti. Ho proposto un’agenda in sedici punti concreti per un’azione decisiva volta a prevenire, proteggere e fornire servizi essenziali per porre fine alla violenza contro le donne. Tutelare le nostre madri, sorelle e figlie richiede capacità di comando e risorse sufficienti, leggi efficaci e azione giudiziaria nei confronti degli autori di tali crimini per mettere fine alla loro impunità. Decisivo per il successo di tale azione è il forte impegno di uomini e ragazzi come partner a eguale titolo, che prendano una posizione di tolleranza zero nei confronti della violenza contro le donne. Violenza che si può prevenire cambiando le norme attraverso educazione e campagne di sensibilizzazione pubblica, coinvolgendo adolescenti e giovani come agenti di cambiamento e promuovendo l’accrescimento di prerogative e ruoli guida di donne e ragazze. Occorre inoltre con urgenza fornire a donne e ragazze superstiti il sostegno e i servizi che meritano e richiedono.

UN Women si è posta alla testa di un’iniziativa globale che dia a donne e ragazze accesso universale al sostegno che si rivela critico in situazioni di violenza. Come condizione minima, le loro emergenze, i loro bisogni immediati dovrebbero trovare risposta in servizi di supporto in linea accessibili ventiquattro ore al giorno; interventi tempestivi per garantirne sicurezza e tutela; consulenza e sostegno psicologico e sociale; aiuto legale gratuito per spiegare loro diritti, opzioni e accesso alla giustizia.

Insieme a partner in tutto il mondo, UN Women è al lavoro per dare attuazione alla promessa contenuta nello Statuto delle Nazioni Unite di uguali diritti di uomini e donne. In un’opera che aggrega l’intero sistema Onu, la campagna del Segretario Generale «UNiTE to End Violence Against Women» accresce la consapevolezza generale e mobilita Stati, comunità e individui per un’azione che sia volta a terminare questa massiccia e sistematica violazione dei diritti umani.

Il Fondo fiduciario delle Nazioni Unite per porre fine alla violenza contro le donne supporta gruppi locali e sostiene strategie innovative, salvando vite e aiutando a mettere fine a indifferenza, disuguaglianza e impunità, che permettono alla violenza di continuare.

Per celebrare il 15˚ anniversario, quest’anno, del Fondo fiduciario, invito dunque i partner a contribuire al Fondo per far fronte a bisogni non ancora soddisfatti in tutto il mondo.

La violenza contro le donne non è solamente una questione per donne. Essa svilisce ognuno di noi. Occorre così essere uniti per porle fine. Una volta insieme, prendendo posizione contro questa violenza, faremo un passo decisivo verso pace, giustizia e uguaglianza.

*Direttore Esecutivo di UN Women

La Stampa 25.11.11

******

“Violenza alle donne. Fermiamola ora!”, di Stefano Vecchia

​Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana, sicari mandati dall’allora dittatore Rafaél Trujillo tendevano un agguato alle quattro sorelle Mirabal, attiviste politiche, uccidendone tre. Per ricordare questo evento – dal significato simbolico perché prima azione del genere ad essere portata all’attenzione internazionale e a provocare una reazione di opposizione alla dittatura, che doveva culminare l’anno successivo con l’assassinio di Trujillo – il 17 dicembre 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dichiarava il 25 novembre di ogni anno «Giornata internazionale per fermare la violenza contro la donna».

La ricorrenza, ovviamente, guarda ben oltre le difficoltà delle donne impegnate a combattere contro violazioni dei diritti umani e civili, dittature o regimi liberticidi. La “galassia” della violenza verso le donne è vasta e diversificata, e sovente continua a “sfumare” in tristi tradizioni, abitudini, leggi opportunamente incentivate per fini di controllo, economici o religiosi.

Quella che nelle sue varie forme interessa la donna è una delle maggiori violazioni dei diritti umani e include abusi di carattere fisico, sessuale, psicologico ed economico e risulta trasversale a razza, cultura, benessere, collocazione geografica ed età. Può essere localizzata nelle case, per le strade, nelle scuole, sul luogo di lavoro, nelle campagne come nelle città, in campi profughi, in situazioni di pace, conflitto o crisi. Ha aspetti pubblici: stupri etnici, persecuzione religiosa, repressione politica; ma anche privati: violenza domestica, abusi sessuali, controllo forzato delle nascite e selezione sessuale, omicidi d’onore…

Strumento primo di garanzia internazionale è la Dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro la donna del 1993, che ha portato molti Paesi ad adeguare le legislazioni nazionali. Dallo scorso maggio è aperto alla firma dei Paesi aderenti al Consiglio d’Europa la Convenzione sulla prevenzione e lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, che finora ha raccolto 17 adesioni. Ovviamente, lo strumento legislativo o le libere adesioni a trattati e convenzioni non garantiscono di per sé una tutela, soprattutto nelle aree meno favorite del pianeta, ma anche in ambiti insospettati dei Paesi ricchi.

A livello planetario, sei donne su dieci sperimentano nella loro vita una forma di violenza fisica o sessuale. Per evidenziare casi estremi, uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato come la violenza sessuale da parte del partner sia ancora presente nel 71 per cento delle famiglie della campagna etiope contro il 15 per cento del Giappone urbano. Nella maggior parte del mondo globalizzato, la violenza rappresenta per le donne dai 16 ai 44 anni la prima causa di morte o disabilità, con costi altissimi e non solo nei Paesi in via di sviluppo.

Un rapporto del 2003 del Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie mostrava che nei soli Stati Uniti il costo della violenza domestica superava 5,8 miliardi di dollari l’anno, di cui 1 miliardo per cure mediche e 1,8 come conseguenza dall’assenza forzata dal posto di lavoro.
Non mancano però i progressi.

Nel mondo, sono un centinaio i Paesi che riconoscono e sanzionano la violenza domestica, meno quelli che adottano provvedimenti conseguenti. Lo stupro da parte del coniuge è riconosciuto come reato in 104 Stati e una novantina hanno leggi che colpiscono le molestie sessuali. Complessivamente, però, poco oltre la metà del mondo riconosce oggi la discriminazione della popolazione femminile come un problema da denunciare e perseguire.

La recessione mondiale ha ridotto reddito e opportunità nei Paesi più poveri, con un conseguente aumento dello sfruttamento e della violenza sulla componente femminile, ma anche esponendo a ulteriori abusi quante lavorano o risiedono all’estero, inclusi Europa e Medio Oriente.

Avvenire 25.11.11

"Il giorno più lungo di Termini Imerese. L'ultimo targato FIAT", di Manuela Modica

L’ultima sveglia, da oggi non servirà più. Perché ieri si sono alzati per andare a svolgere un lavoro che si sa terminato. Perché dopo 40anni, dopo gli ultimi 9 di lotta, dopoquel 2008 in cui si faceva addirittura formazione. Perché è finita. Perché è finita ma non così: «Presidieremo l’entrata e impediremo l’uscita di altre macchine, fino a mercoledì. Non ce ne andremo finché non raggiungeremo un accordo che garantisca tutti», spiega Maurizio Landini, segretario della Fiom. Alla Fiat di Termini Imerese è arrivato il giorno più lungo: l’ultimo. Vincenzo La Barbera ogni mattina degli ultimi 23 anni s’è svegliato per andare a montare ammortizzatori, mozzi ai motori delle macchine fiat. Ieri è entrato in fabbrica per fare la stessa identica cosa «ma con il cuore a pezzi», sapendo di tornare a casa dalla moglie e i 4 figli (dai 10 ai 23 anni) senza riuscire più a scorgere il domani. Non lo sa neanche Giovanni Giudice che di figli ne ha 2 e un mutuo di 700 euro sulle spalle. A non saperlo, a non avere orizzonte sono in 2200, tra Fiat e indotto. Graziano Paolino alla Fiat ci lavora da 34 anni, fa discorsi lucidi, formali, inizia così: «L’unica risorsa importante in questo territorio». Ma appena gli si chiede dei figli spinge lo sguardo di traverso, trattiene il silenzio in gola. Così si assiste a una lotta lunga, raccontata dalle venature rosse degli occhi per non mostrare tutto. E vince: «Mia figlia ha 26 anni, mio figlio 24. Sono disoccupati ». Erano lì, ieri, incastrati dalla fine di un turno e l’inizio di un altro, riuniti davanti l’entrata della fabbrica siciliana degli Agnelli. Quando si entra nella mischiauna donna impazzisce davanti alle telecamere, sputa fuoco contro i giornalisti, contro tutti: «Perché non gliene importa niente a nessuno». Avvicinarla sembra pericoloso, e lo è: «Se ne vada, nonmi fido dimio marito si figuri di lei: poi dite solo quello che pare a voi». Ma si ha pazienza a sufficienza per aspettare che la rabbia cessi di trasfigurare la persona. Giusi Bastillo si chiama la signora bionda che s’è vista gridare in tv, ora a fuoco rallentato prova a spiegare calma, a contenere. E contiene tanto che mentre parla trema, stringe i pugni: «Io sono nonna, quando torno a casa trovo mia figlia separata e con la bambina di 6 anni, poi ho un altro figlio di 28. Abbiamo tutto sulle spalle io e mio marito e ora come facciamo?». Si scioglie in lacrime: «Sono 28 anni che lavoro qua, cosa faccio adesso? Lo sfogo di prima è disperazione perché avevamo aspettato di sapere che fine avremmo fatto noi dell’indotto (lavora per la Ssa, società che ha gestito fino a ieri il subappalto dei servizi di pulizia), ora che è finita la riunione a Palermo, ci hanno dato la sentenza: non avremo niente di niente». E risale le ottave, trascinata dalla cecità, perché l’orizzonte è perso E sono tanti, troppi, a raccontare la loro storia e piangere alle domande. Nonl’avranno, forse, è così. Perché le società in origine appaltatrici li hanno liquidati già e ricontrattualizzati solo da un anno, per questo nessuna garanzia. Per questo le grida, per questo è dura contenere le miccia di rissa che qui e lì sembrano esplodere. Perché gli ultimi 40anni sono morti ieri. Da quel 1970 in cui la Regione siciliana spinta dall’allora presidente degli industriali Mimì La Cavera, volle accontentare l’allora presidente fiat Vittorio Valletta che «venne in Sicilia – racconta Alberto Tulumello, Professore associato di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Palermo – dove a Carini si produceva la jeep della Willis, poi acquistata da Chrysler. Valletta venne a dirci: perché fare macchine americane? E fu accontentato. Con queste premesse nacque la Fiat di Termini Imerese, che oggi chiude, e questo è il paradosso, e farà la jeep a Torino». Ma i paradossi si snocciolano in questa giornata di battenti da chiudere: «Nel 2008 a luglio, la Fiat ha fatto fare a tutti i suoi dipendenti un corso di formazione di 3settimane, con la prospettiva persino di 250 assunzioni per produrre la nuova lancia Y», ricorda il Landini siciliano, Roberto Mastrosimone. Ma c’è anche lui, Maurizio Landini a declinare paradossi: «L’azienda non vuole garantire quegli incentivi che pure ha sottoscritto, che sono stati garantiti altrove, ma qui no e non vuol sentirne. Perché proprio qui? Maio non ho una risposta a questo. In linea con quanto sta facendo la Fiat, disdetta di contratto nazionale, modello gestione di fabbrica in cui non c’è più da contrattare niente con nessuno. E il governo ha accompagnato questo procedere». Ma arrivano parole nuove dal ministro del Welfare, Elsa Fornero. «La chiusura dell’impianto siciliano è figlia dell’assurda politica industriale decisa da Marchionne – prosegue Landini – a scapito della Sicilia e dell’Italia, avallata dal governo Berlusconi che, al contrario degli altri governi europei, non ha saputo far valere il proprio peso. La Fiat, infatti, è stata l’unica casa automobilistica a chiudere uno stabilimento nel proprio Paese».

L’Unità 25.11.11

******

L´ultimo giorno di Termini ai cancelli operai disperati “Hanno ucciso il futuro”, di Emanuele Lauria

Un presidio blocca l´uscita delle auto 800 Lancia Ypsilon prodotte negli ultimi giorni
Politici, all´ultima manifestazione davanti l´ingresso dello stabilimento, non se ne sono visti

termini imerese – È arrivato anche un parroco a celebrare il funerale di quella che un tempo, quando c´era anche la Regione a pompare soldi pubblici, si chiamava Sicilfiat. Don Ciccio Anfuso si è fatto largo fra le tute blu riunite in assemblea, è salito sul palco di fortuna trainato da un´auto Nissan – l´ultimo sfregio dei dipendenti – e ha pronunciato il suo requiem guardando il colle che degrada sullo stabilimento: «Quando Agnelli si affacciava da lì, dalla Tunnaredda, rimaneva incantato da questa terra bellissima. Sfruttata per 41 anni e adesso abbandonata dalla Fiat». Dice «buon lavoro», il sacerdote, ai lavoratori rimasti senza impiego, nell´ultimo giorno di attività della fabbrica. Un incoraggiamento che cade nel vuoto, che si spegne in una rassegnazione più forte della rabbia in questa mattinata di umori tristi come il cielo sopra Termini. È Roberto Mastrosimone, delegato della Fiom e uno dei volti più noti della battaglia (perduta) per non far chiudere la Fiat a Termini, ad annunciare la linea della resistenza a oltranza. La strategia è quella del picchettaggio: da ieri sera un presidio di operai blocca l´uscita delle ultime 800 Lancia Ypsilon prodotte nella fabbrica. «Non ci muoveremo finché non sarà firmato un accordo con Dr Motor che garantisca tutti i lavoratori», dice Mastrosimone. Dando corpo alle incertezze che i leader nazionali di Fiom, Fim e Uilm non nascondono, arringando la folla: l´ultimo vertice di mercoledì al ministero ha prodotto un nulla di fatto che tiene in bilico il futuro di oltre duemila dipendenti (indotto compreso). Dr Motor è pronta a reimpiegarne 1.312. Altri settecento, i più anziani, dovrebbe essere accompagnati alla pensione con incentivi che costerebbero 17 milioni. Ma il Lingotto non ha intenzione di accollarsi questa spesa, se non in parte. E senza un´intesa sugli incentivi, spiega dal palco Bruno Vitali della Fim, «salta tutto l´accordo». E allora giù contro «l´arroganza di Fiat, che non vuole applicare per Termini – afferma il leader della Fiom Maurizio Landini – le tabelle utilizzate per Pomigliano e Cassino». Via con le accuse di discrimazione: «In Sicilia siamo figli di nessuno», afferma il sindaco Salvatore Buffafato che giudica la via di un boicottaggio dei prodotti Fiat come «una libera risposta alle provocazioni subite».
Ma politici, nell´ultima manifestazione davanti ai cancelli Fiat, non se ne vedono. Eppure vengono evocati come principale bersaglio dalle tute blu: Filippo Battaglia, 35 anni di servizio alle spalle, se la prende senza distinzione con l´ex ministro Scajola, con Berlusconi, Fini e Di Pietro, per concludere «con i 60 parlamentari siciliani che abbiamo mandato a Roma e non hanno fatto nulla per evitare questo disastro». Poco distante Calogero Volante, 64 anni di cui trenta trascorsi in catena di montaggio, ha gli occhi lucidi: «Volevamo lasciare un segno del nostro lavoro, qui invece presto sparirà tutto». La preoccupazione è della generazione di mezzo. Vincenzo Pasquale, 48 anni, due figli e una moglie insegnante precaria «vittima della Gelmini», dice di essere «troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per affacciarsi con successo al mercato del lavoro. Ma i dubbi sul futuro – afferma – sono leciti: Dr attualmente produce poco più di tremila auto l´anno, quanto noi produciamo in una settimana». Ma sono i giovani operai i più spaesati. Francesco ha 27 anni, era entrato in Fiat da poco come «carrellista»: «Finalmente un posto fisso dopo occupazioni saltuarie da barista. Ora tutto mi crolla addosso. E oggi, a differenza di 30 anni fa, la crisi elimina pure la via d´uscita dell´emigrazione».
Si affacciano sul palco i rappresentanti di un indotto che conta quattrocento operai, ai quali non basta l´impegno dei vertici Dr di prorogare i contratti di fornitura in essere con la Fiat. «Hanno ucciso la speranza», grida Marco Costantino, uno dei 50 addetti della società di pulizie che da gennaio non avranno neppure la cassa integrazione. Voci da un pezzo di Sicilia che – prima del commiato di Fiat – ha visto declinare la produzione di yacht, la lavorazione degli agrumi, persino gli studios televisivi di “Agrodolce”. Svanito il sogno dell´industrializzazione, è difficile anche il ritorno fra i campi: lontani i tempi in cui gli operai Fiat svolgevano il doppio lavoro e venivano chiamati «metalmezzadri»: «Il territorio è stato devastato dal cemento e oggi la fanno da padroni gli extracomunitari che raccolgono le arance per 20 euro a giornata», dice Francesco Conte, operaio della Lear, azienda che produce sedili: «Mi auguro che Marchionne – conclude – provi il dolore nel cuore che stiamo vivendo in questo momento».

La Repubblica 25.11.11

"Il triangolo europeo", di Andrea Bonanni

Messa in archivio l´italietta di Berlusconi, l´Italia di Mario Monti e Mario Draghi può rivelarsi quasi tedesca come la tedeschissima signora Merkel. Con grande sollievo di quest´ultima. Se ne è accorto ieri il presidente francese Sarkozy che, di fronte al doppio no di Merkel e Monti, ha dovuto rinunciare all´idea di modificare la natura e la missione della Bce per far diventare la Banca centrale europea prestatore di ultima istanza, e dunque garante dei debiti accumulati dai Paesi della zona euro.Una tesi che trova contrarissimo il nuovo presidente dell´Istituto di Francoforte, Mario Draghi, ma che era diventata invece il cavallo di battaglia degli ultimi giorni di Berlusconi.
Chi si attendeva dal vertice franco-tedesco-italiano di Strasburgo la ricetta miracolo per salvare l´Europa dalla crisi dei debiti sovrani è certamente rimasto deluso. La Cancelliera non si è spostata di un millimetro dalla serie di veti, primo fra tutti quello sugli eurobond, con cui negli ultimi due anni ha lasciato che l´infezione della piccola Grecia mandasse in cancrena tutta l´Unione monetaria. Ma sarebbe sbagliato pensare che a Strasburgo non sia successo nulla, al di là del plateale ritorno dell´Italia sulla scena europea, con un capo del governo italiano accolto da espressioni di stima, fiducia e rispetto di cui avevamo perso la memoria nella lunga notte berlusconiana, tanto da convincerci, quasi, di non averne mai avuto diritto.
L´inserimento di Mario Monti nel “ménage” franco-tedesco, ha in effetti modificato la dinamica del processo decisionale europeo.
È bastato che il premier italiano si schierasse a fianco della Merkel sulla questione della Bce per porre fine ad un braccio di ferro tra Parigi e Berlino che paralizzava da mesi il duopolio renano. È bastato che l´Italia si dicesse pronta a condividere la necessità di modificare i Trattati al fine di creare una «unione di bilancio» europea, per consentire a Sarkozy di aggirare il veto britannico minacciando di arrivare al governo economico attraverso accordi intergovernativi. È bastato che Monti ricordasse, in termini anche duramente critici verso Francia e Germania, l´importanza del metodo comunitario per dissipare le ombre e i sospetti che un direttorio a tre si voglia sostituire al duopolio franco-tedesco. Ma è bastato anche che la Merkel ricordasse come, insieme, Germania, Francia e Italia rappresentano più del settanta per cento dell´economia dell´eurozona per far capire, in primo luogo ai mercati, quanto un´intesa tra i tre grandi debba essere presa sul serio.
A vederli davanti ai microfoni nella prefettura di Strasburgo, così diversi ma così consapevoli della gravità del momento e della responsabilità che loro incombe, si può forse sperare che l´era della grande sfiducia europea stia finalmente volgendo al termine.
Lo stesso duopolio franco-tedesco era governato da una profonda diffidenza reciproca. Francia e Germania erano tenute insieme dalla consapevolezza di avere interessi spesso divergenti e di essere in grado di neutralizzarsi a vicenda sul piano decisionale comunitario. Ogni accordo tra loro era, in definitiva, il risultato di una complessa operazione di sottrazione di tutti i motivi di dissenso e di diffidenza reciproci. Non stupisce che in due anni di esercizio abbiano prodotto una leadership così opaca.
Si può sperare che l´ingresso dell´Italia in questa dialettica bloccata non serva ad aggiungere altri veti, ma a tagliare alcuni nodi e a scioglierne altri. Il primo risultato è la fine del pressing francese sulla Bce, cui corrisponde una promessa di non ingerenza dei governi nella gestione della Banca centrale europea. Il che forse consentirà a Mario Draghi di allungare i termini del finanziamento di liquidità al sistema bancario senza incorrere nei fulmini tedeschi. Sarebbe già un passo avanti di rilievo.
Il secondo risultato è che, forse, da ieri Angela Merkel si sente un po´ meno assediata. Non è detto che basti per convincere la Cancelliera ad abbandonare la politica del «nein!». Ma la comparsa di Monti (e di Draghi) sulla scena europea potrebbe aiutarla a capire che questa crisi non è un gioco a somma zero, in cui tutto ciò che fa bene all´Europa deve, necessariamente, fare male alla Germania. E questa sarebbe, a dir poco, una rivoluzione.

La Repubblica 25.11.11

"Il gigante dai piedi di argilla", di Mario Deaglio

Essendo figlia di un pastore luterano, e probabilmente buona conoscitrice della Bibbia, Angela Merkel farebbe bene a riflettere sul sogno raccontato dal re Nabucodonosor nel «libro di Daniele»: una grande e magnifica statua con la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di bronzo e i piedi in parte d’argilla e in parte in ferro viene colpita proprio nei piedi da un masso che rotola giù dalla montagna. E la statua si sgretola subito in piccolissimi frammenti che vengono spazzati via dal vento.

Molti operatori economici stanno vivendo le lunghe e angosciose giornate finanziarie di questa settimana nella paura che l’Europa, e in particolare l’euro, che ne costituisce forse la migliore realizzazione, possa far la fine della statua di Nabucodonosor, ossia franare in poco tempo e quasi senza preavviso. Sempre più frequentemente li sfiora il sospetto che i piedi d’argilla non siano necessariamente rappresentati dalla Grecia e dagli altri inaffidabili Paesi «meridionali» ma si possano trovare invece nella stessa Germania e possano costituire la debolezza nascosta di quel gigante dalla testa d’oro che è l’Europa.

Si tratta di un gigante con poche forze, come si può constatare dagli sviluppi finanziari degli ultimi mesi.

Anche ieri, attorno al tavolo delle consultazioni di Strasburgo, si sono confrontate solo debolezze diverse. La debolezza francese derivante da una crescita, apparentemente inarrestabile, del debito pubblico che l’ha portato ad aumentare di circa un terzo (dal 60 all’80 per cento del prodotto interno) durante i quattro anni della crisi finanziaria; la debolezza di un’Italia soffocata da meccanismi inefficienti di decisione politica e di redistribuzione del reddito che, nell’ultimo decennio, hanno tarpato le ali a quasi tutte le iniziative di crescita; e infine la debolezza tedesca apparsa improvvisamente con aste finanziarie in cui non si riescono a collocare tutti i titoli pubblici.

Appena sei mesi fa, la Germania veniva gratificata del titolo di «locomotiva d’Europa» e sembrava aver trovato la ricetta per uscire dalla crisi. Ci si accorge ora che la locomotiva era in realtà un vagone, che era stata essa stessa trainata dalla ripresa mondiale. La Germania è infatti vissuta sulle esportazioni e non su un aumento ordinato e consistente dei consumi interni. E dopo avere all’incirca raggiunto il livello produttivo precedente la crisi, la locomotiva si è fermata con una frenata brusca e inattesa, con la disoccupazione che torna a crescere dopo due anni e gli ordini all’industria, specialmente dall’estero che tornano a diminuire.

Insieme con la disoccupazione, in Germania cresce da tempo l’inquietudine, come testimonia la lunga fila degli insuccessi nelle elezioni locali del partito del cancelliere o dei suoi alleati. E questo spiega il persistente rifiuto del cittadino medio – che ha ancora un ricordo lontano, ma vivido di un nonno o un prozio che è stato rovinato dall’inflazione degli Anni Trenta – di pensare in grande. Dopo aver sostenuto a lungo l’Unione Europea, con contributi finanziari superiori ai benefici immediati, assicurando così il proprio e l’altrui sviluppo, dopo avere incassato la riunificazione al prezzo di sostituire il marco con l’euro, la Germania ha smesso di avere progetti di respiro veramente ampio.

Si è ripiegata su se stessa, si sente probabilmente più tedesca e meno europea. Il tedesco è una delle poche lingue in cui la stessa parola («Schuld») significa indifferentemente «debito» e «colpa». Dietro al ricordo della grande inflazione affiora forse questa memoria ancora più profonda, per cui il debitore è un colpevole e un debitore a rischio di insolvenza è come un appestato. Forse così si contribuisce a spiegare l’atteggiamento non lineare della Germania nei confronti della Grecia, un Paese la cui insolvenza danneggerebbe fortemente le banche tedesche, e che pure la Germania esita a salvare, negando il suo assenso ad azioni incisive della Banca Centrale Europea.

Si potrà anche sostenere che Angela Merkel sia abile quanto il suo predecessore, Helmut Kohl, che riuscì a riunificare il paese. Non le mancano, infatti, decisione e capacità argomentativa ma non sembra esser dotata delle grandi visioni del futuro di Kohl e, prima di lui, di Adenauer, Ehrhard e altri cancellieri tedeschi. Preferisce rivedere, in maniera taccagna, i conti della spesa piuttosto che domandarsi perché si fa la spesa. Non le importa di pronunciare una raffica di «no», come ha fatto ieri sugli Eurobond, apparentemente senza una visione complessiva dei circuiti finanziari, senza rendersi conto che un leader europeo, come aspira a essere, deve tenere in serbo qualche sì. Deve indicare una strada percorribile e non predicare principi inflessibili.

C’è forse qualcosa di simbolico nel fatto che l’attuale presidente del Consiglio italiano sia arrivato ieri all’incontro di Strasburgo con cronometrica puntualità, mentre il suo predecessore aveva abituato i colleghi internazionali a mal sopportati ritardi. In ritardo, invece, è arrivato il cancelliere tedesco. Colpa, ahimè, di un guasto all’aereo: nemmeno l’efficientissima Germania è perfetta. Se Angela Merkel riuscirà a prendere coscienza delle imperfezioni tedesche, che i mercati in questi giorni le hanno pesantemente ricordato, forse c’è speranza per l’Europa.

La Stampa 25.11.11

Violenza, a Modena cinque donne uccise in un anno

Manuela Ghizzoni: “Un bollettino di guerra, che nella crudezza dei soli dati anagrafici illumina un fenomeno non circoscrivibile a precisi e ristretti ambiti culturali e religiosi”. Una riflessione dell’on. Manuela Ghizzoni in occasione della Giornata internazionale contro la violenza contro le donne che si celebra domani. «Dannato il mondo nel quale occorre dedicare una giornata “contro la violenza alle donne”. E’ il mondo nel quale viviamo, nel quale ogni giorno le donne subiscono maltrattamenti fisici e psicologici da uomini per il solo fatto di rappresentare l’altro sesso, il diverso da sé, e in quanto tali non portatrici di uguali diritti e dignità.

Anche nella nostra civilissima provincia il fenomeno è drammaticamente diffuso. Nel corso di un solo anno sono avvenuti 5 femminicidi, che hanno avuto come vittime 5 donne dalle storie diversissime ma dall’identico epilogo: Novi 3 ottobre 2010, Shahnaz Begum (46 anni, pakistana) ammazzata di botte dal marito mentre la figlia Nosheen Butt (20 anni) è condotta al coma per i colpi inferti dal fratello; Carpi 22 marzo 2011, Giuseppa Caruso (45 anni) ammazzata a coltellate dal marito; Modena 26 aprile 2011, Maria de Assis Johnson (50 anni, brasiliana) uccisa con un colpo di pistola dal fidanzato italiano; Vignola 28 aprile 2011, Anna Teresa Urbaiak (48 anni ucraina) stuprata e poi accoltellata da un suo conoscente brasiliano; Serramazzoni 19 giugno 2011, Barbara Cuppini (36 anni) di Carpi è accoltellata dall’ex convivente italiano.

Un bollettino di guerra, che nella crudezza dei soli dati anagrafici illumina un fenomeno non circoscrivibile – come vorrebbero alcuni – a precisi e ristretti ambiti culturali e religiosi (le dichiarazioni di questi giorni in occasione del processo all’assassino di Shahnaz Begum sono emblematiche). Sbaglieremmo profondamente la diagnosi del male se ci illudessimo che gli italiani ne sono immuni perché quando uccidono una donna lo fanno per “troppo amore”, e per questo il loro gesto non va temuto e prevenuto, ma in qualche modo giustificato dall’irrazionalità del sentimento amoroso. L’amore non è sinonimo, mai, di violenza e tantomeno della negazione di diritti inalienalibili quali la sicurezza e la vita. Quel presunto “amore” è un impulso violento e troppo spesso omicida, che si nutre del disprezzo – sociale e culturale – nei confronti della donna.

Il femminicidio e le violenze alle donne sono un fenomeno che ci riguarda da vicino, riguarda tutte le donne come possibili vittime e tutti gli uomini come possibili carnefici. Ecco perché tutti insieme dobbiamo aderire alla giornata internazione contro la violenza con partecipata convinzione: per estirpare alla radice un male profondo che infetta la dignità della persona e la convivenza civile di questo mondo».

«Patrimoniale? Sì ma sugli immobili È la scelta più equa», intervista a Vincenzo Visco di Bianca Di Giovanni

E’ davvero stravagante che ci sia un sindacato che dice di no all`Ici invocando una patrimoniale (com`è appunto l`Ici) e un altro che chiede l`Iva, che è quanto di meno progressivo esista. Robe mai viste».
Secondo Vincenzo Visco nel dibattito fiscale italiano regna la confusione più assoluta: si va avanti per slogan (il più amato è proprio quello sulla patrimoniale) senza conoscere né la struttura delle tasse proposte, né i loro effetti economici. Solo una cosa è sicura: dovremo pagare tutti. Alla manovra non si sfugge. «Perché ci siamo impegnati al pareggio e tirarsi indietro in una fase come questa sarebbe da irresponsabili, ci porterebbe al disastro». L`ex ministro è certo che l`Italia può e deve farcela, ma non può salvarsi da sola. Senza una politica europea comune sarà difficile uscire da questo «panico collettivo che sta contagiando tutti i mercati, anche quello americano – osserva – Si sta rischiando il collasso, proprio come nella Grande depressione del `29. Servono al più presto soluzioni concordate e condivise a livello globale».

Ma torniamo al fisco. Lei ha dichiarato che la patrimoniale non serve?
«Assolutamente no, non ho detto questo. Per prima cosa voglio spiegare di cosa si parla quando si dice patrimoniale, perché c`è davvero bisogno di fare chiarezza».

Spieghi.

«Per capire bisogna partire dalla definizione di patrimonio, che è costituito essenzialmente da tre cose: immobili (edifici e terreni), partecipazioni azionarie e imprese, e infine titoli finanziari. Una patrimoniale può essere più o meno ampia a seconde delle parti di patrimonio che colpisce. La più diffusa è quella sugli immobili, come la property tax negli Usa o l`Ici in Italia. In tutti i paesi questa tassa serve a finanziare gli enti locali, grava su ciascun immobile, può prevedere delle esenzioni o altre forme di articolazione».

E le altre patrimoniali?
«Un altro tipo è quello che colpisce tutto il patrimonio: immobili, imprese e capitale finanziario: questa è personale e progressiva. Di questo tipo è l`imposta sulle grandi fortune della Francia, che scatta oltre la soglia degli 800mi1a miro. La differenza tra questa e la precedente sta nel gettito. Quella sulle grandi fortune produrrebbe poco più di un miliardo. Da quella ordinaria sugli immobili si possono ricavare parecchie entrate, in Italia se venisse calcolata sui valori di mercato potrebbe dare anche un punto di Pil (circa 15 miliardi)».

Ma per le famiglie sarebbe una stangata.

«Perché, se invece non si fa e si lascia la delega di Tremonti non arriva la stangata? Qui bisogna decidersi: i soldi servono o non servono? Se servono, meglio prenderli da un`imposta sugli immobili che con il taglio lineare delle detrazioni fiscali e dell`assistenza. La gente ora protesta contro l`Ici, solo perché non ha ancora visto le tasse che ha messo Tremonti. E io spero che non le veda mai».

Ma un`imposta sulla casa rischia di colpire anche famiglie povere.

«Ragioniamo: una patrimoniale la paga chi ha un patrimonio, quindi tendenzialmente i più ricchi. I poveri hanno case che valgono meno, dunque pagheranno meno se il prelievo è commisurato ai valori di mercato. Si può prevedere un`esenzione parziale sulla prima casa differenziata per Comune, fino al 30-40% del valore medio degli immobili di quella città. Infine, fattore per nulla secondario nel nostro Paese, un`imposta sul patrimonio la pagano più i vecchi che i giovani, i quali difficilmente detengono patrimoni».

Lei dunque è favorevole all`Ici con correttivi?
«Certo: un`imposta ordinaria proporzionale come l`Ici risulta progressiva rispetto al reddito, incide più sui ricchi che sui poveri. Io personalmente sono favorevole all`Ici: la patrimoniale sulle grandi fortune può essere aggiuntiva, ha più un valore simbolico che un effettivo valore in fatto di gettito. C`è da aggiungere che se si tocca il capitale finanziario si hanno effetti sulla produzione, cosa che non accade nel caso degli immobili».

C`è anche la proposta Amato di un esproprio una tantum di 2 o 300 miliardi per abbattere il debito in un solo colpo.

«Non mi piace molto perché costringerebbe a indebitarsi».

Sarebbe anche possibile imporre una patrimoniale sulle società e non sulle persone fisiche.

«Sarebbe bene non farlo, perché spinge le imprese a non capitalizzarsi e a non investire».

La patrimoniale ha effetti recessivi? «Tutte le tasse hanno effetti recessivi. Quella sugli immobili ne ha meno di altre. In ogni caso, ripeto, un`Ici con esenzioni sarebbe sicura- mente più equa di quello che ha proposto Tremonti nella delega. E sarebbe anche più progressiva dell`aumento dell`Iva».

Le imprese chiedono sia una patrimoniale, anche se una tantum, che l’iva, per ottenere meno Irap.

«Mi pare chiaro che in questo modo si sposta il prelievo dalle imprese alle famiglie. Comunque, per me la patrimoniale non dev`essere una tantum ma ordinaria e sugli immobili».

L’Unità 24.11.11

"Riforme invece dell'antipolitica: ecco come tagliare" di Maria Zegarelli

Rigore, sobrietà, efficienza della spesa pubblica, costi della politica, enti da eliminare, razionalizzazione dell’apparato pubblico: da quanti anni se ne parla? Troppi. Eppure, malgrado i buoni propositi e i molti disegni di legge depositati in Parlamento – e mai calendarizzati – nulla è cambiato. Quello che è cambiato negli ultimi mesi, però, davanti all’acuirsi della crisi, è l’umore degli italiani, che ora in vista dei «sacrifici» annunciati da Mario Monti chiedono conto alla politica. Compito non facile nel Paese degli oltre 8mila comuni, delle 235 Comunità montane, delle migliaia di società a partecipazione pubblica con relativi cda, di un esercito di parlamentari. Tanto meno facile nell’Italia dove ormai la demagogia e il populismo sono moneta corrente e dove, nella babele della politica-spettacolo, spesso si invocano tagli che rischiano di produrre aumenti di costi anziché riforme incisive e risparmi duraturi. Abbiamo così provato a tracciare un insieme di misure che potrebbero da subito permettere un migliore utilizzo delle risorse e restituire alle istituzioni la credibilità perduta.

Oltre il bicameralismo
Dimezzare il numero dei parlamentari, come propongono alcuni sull’onda dell’antipolitica, lasciando intatto il bicameralismo sarebbe una soluzione conservatrice. Dopo anni di federalismo incompiuto, è arrivato il momento di superare il bicameralismo perfetto attraverso l’istituzione del Senato delle Autonomie locali, con rappresentanti (eletti in secondo grado) di Comuni, Province e Regioni, e una Camera legiferante (con eletti in primo grado) composta da un ridotto numero di onorevoli – intorno a 500, rispetto agli attuali 630 – attestandosi sulla media europea e rafforzando il legame tra deputato e territorio. Su questa ipotesi di riforma nei mesi scorsi ha lanciato una petizione Legautonomie.

Doppio stipendio
Altro fronte su cui si può intervenire subito dando un segnale concreto di dignità della politica è quello dell’incompatibilità: no ai doppi incarichi e alle doppie retribuzioni per i parlamentari. In commissione Affari costituzionali al Senato è depositata una proposta di legge bipartisan presentata Follini, Augello, D’Alia e Sanna sulle incompatibilità parlamentari. Prevede, tra l’altro, l’impossibilità di «ricoprire le cariche di sindaco di Comune con popolazione superiore a 20.000 abitanti e di presidente di giunta provinciale, ove assunte durante il mandato parlamentare». Con una proposta di legge costituzionale (a firma Follini e Agostini, entrambi Pd) si stabilisce, invece, che non si può svolgere durante l’attività parlamentare nessuna prestazione remunerata, né pubblica né privata. Luciano Violante propone anche l’istituzione di un’Autority che regoli questa delicata materia che potrebbe provocare squilibri privilegiando chi, tra i parlamentari, ha redditi provenienti da rendite rispetto a coloro che ne hanno solo dal lavoro.

Riordino degli enti locali
Comuni, Province, Regioni, Comunità montane: chi va tagliato? Secondo alcuni le Province, secondo altri sarebbe un danno eliminarle tout cour. In ogni caso bisogna ridurre e razionalizzare i livelli intermedi. Lo facciano le Regioni in sei mesi. Riducano al massimo a due i livelli loro sottostanti. Secondo uno dei grandi esperti del tema, il professor Vincenzo Cerulli Irelli, nelle zone rurali, le Province svolgono un ruolo che sarebbe difficilmente sostituibile, mentre andrebbero eliminate nelle cosiddette “città metropolitane” (circa dodici quelle individuate) che interessano complessivamente circa il 50% della popolazione. Istituire la città metropolitana vorrebbe dire eliminare tutti i livelli intermedi e creare un unico ente di governo. E arriviamo ai piccoli Comuni. Parlare di soppressione in Italia, dove rappresentano la fetta maggiore, è praticamente impossibile. Ma si potrebbe, mantenendo intatti identità e vessilli, istituire le Unioni di Comuni per la gestione dei servizi. Idem per le Comunità montane: oggi ce ne sono 235 (alcune nate dove le montagne neppure ci sono): eliminando quelle fasulle, le altre potrebbero essere amministrate dai sindaci dei Comuni che le compongono, superando così l’attuale livello intermedio di poteri, poltrone e costi.

Società miste
Benché la polemica pubblica troppo spesso le risparmi, ecco dove la politica “costa” di più: le società a partecipazione pubblica. Secondo una ricerca dell’Assonime, più di 5000, 400 delle quali a partecipazione diretta o indiretta dello Stato (con circa 2000 consiglieri): alla fine degli anni Ottanta erano 1000. Le società a partecipazione locale, invece, sono proliferate a tal punto che la Corte dei conti ne ha fatto oggetto di una specifica indagine (anni 2005-2008). Ecco i risultati: 5928 gli enti locali interessati; 5860 organismi partecipati da 5928 tra Comuni e Province, il 34,67% dei quali si occupa di servizi pubblici locali, mentre il 65,33 di altri servizi. La Corte conferma che molto spesso la partecipazione in società da parte di enti locali viene utilizzata «quale strumento per forzare le regole poste a tutela della concorrenza» e per «eludere i vincoli di finanza pubblica». Il fenomeno della proliferazione delle partecipate nei piccoli Comuni ha portato al divieto, dal 2010, di costituirne di nuove, ma il tema resta attuale. Come quello di snellire all’essenziale i relativi consigli di amministrazione.

Uffici territoriali del governo
Attualmente in ogni capoluogo di Provincia ci sono sei uffici territoriali delle Amministrazioni centrali. Il governo Berlusconi entro il 20 novembre avrebbe dovuto presentare in Parlamento un piano di riassetto, così come previsto dalla manovra di agosto (in seguito al recepimento di un emendamento a firma Morando, Pd). La palla adesso è passata al governo Monti che dovrà presentare le linee guida per «l’integrazione operativa delle agenzie fiscali, la razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato e la loro tendenziale concentrazione in un ufficio unitario a livello provinciale, il coordinamento delle attività delle forze dell’ordine, l’accorpamento degli enti della previdenza pubblica, la razionalizzazione dell’organizzazione giudiziaria civile, penale, amministrativa, militare e tributaria a rete, la riorganizzazione della rete consolare e diplomatica».

Vitalizi dei parlamentari
Altro giusto segnale di sobrietà della politica: la sostituzione dei vitalizi dei parlamentari con forme previdenziali sulla scia delle norme previste per gli altri lavoratori. A promettere impegno in tal senso è stato il presidente della Camera, Gianfranco Fini. L’Emilia Romagna ha già adottato la riforma per i propri consiglieri: facciano altrettanto tutte le Regioni italiane.

L’Unità 24.11.11