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Insieme possiamo dire basta

Il contributo delle Democratiche per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre. “Il nostro impegno è ogni giorno nelle istituzioni e nella società per il rispetto della dignità e del corpo delle donne, per sostenere i centri antiviolenza, per la lotta agli stereotipi. Per affermare i diritti di tutte”.

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Rosy Bindi*: “Le leggi da sole non bastano. Bisogna lavorare intensamente sulla prevenzione”
* Presidente dell’Assemblea Nazionale del PD

“La violenza contro le donne è uno dei tristi primati del nostro tempo. Una sconfitta per le societa’ democratiche e un’ipoteca fortissima alle possibilita’ di sviluppo e benessere di tutto il mondo. Lo dicono le cifre, raccapriccianti, delle aggressioni mortali, degli stupri, dei maltrattamenti, degli abusi e delle angherie, fisiche e psicologiche, che una donna su tre subisce ogni 15 secondi nel mondo. Anche per l’Italia le statistiche sono molto negative: nel 2010 sono stati denunciati oltre un milione di casi di violenza sulle donne. Una realtà in crescita, che inquieta e deve far riflettere, con attenzione e serietà, ben oltre le celebrazioni annuali. La violenza e’ anche un indicatore, forse il più sensibile, del ruolo che le donne rivestono in una comunita’: quanto è maggiore, tanto minori sono la libertà e l’autonomia della donna. E La societa’ è più povera e la democrazia più arretrata.

Le leggi sono importanti ma non bastano. Non basta la condanna dei violenti e la repressione dei crimini. Bisogna rafforzare le forme di aiuto alle vittime e la rete dei centri antiviolenza. Bisogna lavorare intensamente sulla prevenzione. Questo è il compito più urgente e impegnativo.

Richiede uno straordinario impegno civile e politico, per cambiare il paradigma culturale dominante, per affermare la dignità della donna e rendere intollerabile ogni forma di abuso, violenza e umiliazione, a cominciare dalla mercificazione dell’immagine e del corpo femminili. Non dobbiamo farci distrarre dall’emergenza economica. Al contrario la crisi, che colpisce i più deboli e tra questi le donne, deve renderci più attente e vigilanti. Come democratiche questo tema resta una priorita’ che ci vede al fianco di milioni di italiane di ogni eta’ e condizione sociale che rivendicano con forza la difesa della loro dignita’ e il diritto di vivere a testa alta e senza paura.

Anna Finocchiaro*: “Una battaglia culturale attuale anche in Italia”
*Presidente dei senatori PD

“Anche quest’anno il 25 novembre ricorre la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. E’ importante che non venga considerata una ricorrenza rituale, perché c’è ancora davvero molto da fare, anche nel nostro Paese, perché il rispetto profondo della dignità e del corpo delle donne entri a far parte della cultura stessa degli italiani. Non abbassiamo la guardia perché è ancora una battaglia culturale attuale e necessaria, anche in Italia”. Lo dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato.

“A differenza di quanto molti possono pensare – prosegue Anna Finocchiaro – la violenza ai danni delle donne ci riguarda da vicino, non è un fenomeno che interessa soltanto segmenti della società più svantaggiati e paesi meno sviluppati, ma continua ad essere un ostacolo reale al pieno godimento dei diritti umani da parte delle donne anche tra le classi abbienti e anche in un paese dell’occidente industrializzato come l’Italia. Soprattutto, è un fenomeno che riflette una visione del mondo femminile che continua ad essere di ostacolo per la piena parità tra uomo e donna e per il riconoscimento della ricchezza della differenza di genere in tutti i settori della vita. In Italia le donne, oltre a subire violenze, vengono ancora discriminate nel mondo del lavoro, non sono ancora rappresentate in modo adeguato nella politica, su di loro pesa gran parte del lavoro famigliare e di cura. Combattere la violenza sulle donne significa anche promuovere una cultura più favorevole al mondo femminile. Per questo il gruppo del Pd al Senato ha sostenuto negli anni tutte le battaglie per una legislazione adeguata e per i fondi ai centri antiviolenza. Ma, oltre a questo, ha presentato una serie di disegni di legge che promuovono una cultura di concreta e reale parità tra uomini e donne nella famiglia, nella società, nelle istituzioni”.

Stella Bianchi*: “Un mondo senza violenza è quello dove tutti vorremmo vivere”
Responsabile Ambiente PD

Un mondo senza violenza, senza discriminazioni, nel quale ogni essere umano sia pienamente rispettato e possa essere ciò che vuole diventare. E’ il mondo nel quale tutti vorremmo vivere e per quanto possa apparirci lontano è quello che proviamo a costruire giorno per giorno con piccole o grandi azioni. Una di queste è ricordare tutti insieme, uomini inclusi, le troppe donne vittime di violenza, di soprusi, di ineguaglianza, di poca considerazione a prescindere, di meno opportunità, di più fatica e meno riconoscimento, di offese e pregiudizi. Accettare per davvero la parità e realizzarla passa anche da qui. La vera parità, il pieno rispetto della dignità e del valore delle donne aiuta tutti, anche gli uomini.

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"La politica ha fatto un passo in avanti", Intervista a Pier Luigi Bersani di Massimiliano Di Giorgio e James Mackenzie

Il sostegno del Pd al governo di Mario Monti non serve soltanto a “tirare l’Italia fuori dai guai” ma è anche un “investimento politico” per il principale partito di centrosinistra, che non chiede una ricetta “dolce”, ma “ragionevole ed equa”. Lo ha detto oggi in un’intervista a Reuters il segretario democratico Pier Luigi Bersani, secondo cui il nuovo esecutivo in Parlamento non avrà bisogno di ricorrere spesso al voto di fiducia, perché il Parlamento sarà “responsabilizzato”.

Ieri il presidente del Consiglio è volato a Bruxelles per incontrare i vertici dell’Unione europea, domani sarà a Strasburgo per discutere col presidente francese Nicolas Sarkozy e col cancelliere tedesco Angela Merkel. “Credo sia evidente che con questo governo stiamo riprendendo, anche in queste ore, il nostro posto in Europa”, commenta Bersani, 60 anni, alla guida del Partito democratico dalla fine del 2009.

Nonostante l’atteso varo del nuovo governo, però, il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi ha continuato a segnare picchi – in sintonia del resto con quelli di altri Paesi – e la borsa ha chiuso spesso col segno negativo: “Mi aspetto che questa operazione di fiducia abbia un suo ‘progress’ che non dobbiamo misurare ad horas, ma su percorso che ragionevolmente intanto deve arrivare di qui a fine anno con anche una serie di misure e di interventi”, dice il leader democratico.
“Sappiamo che ci aspetta un lavoro, un impegno. Credo che la comunità internazionale debba leggere questo colpo di reni [la nascita del nuovo governo in otto giorni] come la volontà di mettersi al lavoro”.

“LA POLITICA HA FATTO UN PASSO AVANTI”
Per Bersani, che nell’ultimo anno ha ripetuto quasi tutti i giorni la richiesta all’ex premier Silvio Berlusconi di “fare un passo indietro”, il governo tecnico guidato dall’ex commissario europeo e presidente della Bocconi non è un ritirata della politica. Al contrario, “la politica ha fatto un passo avanti”, e la formula dell’esecutivo tecnico “serve a sostenere meglio quello che si fa”.
Del resto, aggiunge, “siamo a un anno e qualche mese dalle elezioni”, come a dire che tra non molto la guida del Paese tornerà direttamente ai partiti. Non a caso, dice, dopo governi tecnici come quello Ciampi o quello Dini, negli anni 90, “c’è stato un rilancio della politica”.

RIFORME CHE CHIEDE LA UE, “MA CON NOSTRE RICETTE”
Bersani non teme che l’Italia – terza economia della zona euro – sia sulla strada della Grecia, che, secondo la banca centrale ellenica è alla sua ultima chance per restare nell’area della moneta unica. E non crede che i partiti italiani potrebbero vedersi costretti, come quelli greci, ad assicurare per iscritto alla Ue che sosterranno le misure di austerity a cui si è impegnato il nuovo governo di coalizione.

“Noi, con tutto il rispetto, non siamo la Grecia sia su basi strutturali, sia sull’andamento corrente della finanza pubblica. Una personalità come Monti ci consentirà di dire: i compiti a casa li facciamo. Tante cose che ci hanno suggerite le sappiamo, le faremo anche con le nostre ricette”.

“Siamo assolutamente pronti ad assumere le condizioni fondamentali [del patto con la Ue]: il pareggio di bilancio, la crescita, ma credo che nelle prossime settimane si vedrà che l’Italia, come è successo altre volte, è in condizione di assolvere a quelle condizioni con un suo criterio”.

“Non serve mettere delle firme, si andrà in Parlamento e si vedrà”, dice Bersani.
E se il leader dei centrosinistra riconosce che per il momento il problema è quello di “togliere l’Italia fronte più esposto della crisi”, aggiunge che successivamente bisognerà intervenire sui problemi che ha la Ue, perché “lì vogliamo dire anche la nostra”.

“L’ESECUTIVO TECNICO E’ “UN INVESTIMENTO POLITICO”
Nei sondaggi elettorali, il Pd è considerato oggi come la prima forza politica del Paese, ma gli analisti si interrogano se il sostegno a un “governo dei sacrifici” non potrebbe fargli perdere troppi consensi.
Bersani ammette che “avremo problemi”, ma dice al tempo stesso che sostenere Monti “per noi è addirittura investimento politico”.

“Se la convinzione popolare [nel sostegno al governo Monti, secondo i sondaggi)] è stata così larga, non è perché la gente si aspetti dei regali. La gente si aspetta equità e verità. Da equità e verità viene fuori la fiducia”, dice l’ex ministro dello Sviluppo economico del secondo governo Prodi.

“Il meccanismo del consenso [in questa fase] non è legato a quanto sia dolce la ricetta, ma quanto sia ragionevole ed equa”, dice. “Vedo la durezza dei problemi, ma non dal lato del consenso. Sempre che i ‘pacchetti’ di cui parla Monti abbiano un carattere di equilibrio, diano l’idea di uno sforzo comune dove chi ha di più deve dare di più”.

BERSANI VEDE POCHI VOTI DI FIDUCIA IN PARLAMENTO PER MONTI
Pur potendo contare ufficialmente su una larghissima base in Parlamento, dove solo la Lega e alcuni esponenti politici del centrodestra gli hanno votato contro, il nuovo governo potrebbe correre però il rischio di confrontarsi con gruppi e sottogruppi dissidenti intenzionati a “trattare” sulle varie misure o a votare contro. Ma Bersani ritiene che non ci sia il rischio di un ricorso frequente alla fiducia, come avvenuto soprattutto nell’ultima fase del governo Berlusconi.

“Credo che questo sarà un governo dove i voti di fiducia – che non dico che non verranno usati, magari per ragioni tecniche – come tema scompariranno dall’orizzonte, perché il Parlamento si sentirà più protagonista, più responsabilizzato”.
Sulla partita dei sottosegretari del nuovo governo, che lo stesso Monti annuncerà nei prossimi giorni e che per il Pdl devono essere comunque “tecnici”, Bersani dice che il Pd “ha dei consigli, se richiesti”, e che vedrebbe bene per l’incarico “anche figure di esperienza politica, purché non siano parlamentari”.

E alla domanda se il Pd intenda fissare i tempi di una verifica per vedere se l’operato del governo risponda alle aspettative, il segretario dice che bisogna “subito consolidare sui conti pubblici l’approccio all’obiettivo del pareggio di bilancio” per vedere “eventuali debolezze” delle precedenti manovre, sia per considerare l’andamento economico.

da Reuters

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"Dimissioni in bianco, Ministro Fornero faccia qualcosa" da Unità

Scrivono al neo ministro del Lavoro, Elsa Fornero, per chiedere che venga ripristinata la legge (188 del 2007) contro le dimissioni in bianco: sono 14 donne che hanno preso carta e penna e inviato una lettera aperta alla nuova titolare del Welfare. Tra le firmatarie ci sono donne della politica e della cultura, sindacaliste, giornaliste e imprenditrici: tra loro, Titti Di Salvo e Marisa Nicchi, promotrici della legge nella scorsa legislatura, ma anche tre segretarie confederali di Cgil, Cisl e Uil, Serena Sorrentino, Liliana Ocmin, Anna Rea. La legge era stata fatta per impedire le dimissioni in bianco. L’obiettivo dell’abuso – scrivono – è quello di aggirare il divieto di licenziamento in assenza di giusta causa e giustificato motivo (di aggirare dunque l’art.18 dello Statuto dei lavoratori). E al momento dell’assunzione infatti che capita che venga richiesto di firmare una lettera di dimissioni volontarie, definite in bianco perchè senza data. La data, proseguono, verrà messa successivamente, quando quella ragazza sarà incinta o quel ragazzo avrà avuto un infortunio o una lunga malattia. La legge 188 del 2007, “semplice, efficace e priva di costi», aveva una funzione preventiva basata su un’autodichiarazione codificata: le dimissioni volontarie dovevano essere autodichiarate esclusivamente su moduli con numerazione progressiva che, avendo una scadenza di quindici giorni, non potevano essere compilati prima del loro utilizzo. “Noi donne del sindacato, del giornalismo, della società civile, della politica – concludono le firmatarie – noi che abbiamo promosso quella legge nel 2007, pensiamo che il futuro del Paese parta da questo atto concreto e simbolico, dal ripristino della dignità e civiltà del lavoro: dal ripristino della legge 188/2007”.

Roberta Agostini, Ritanna
Armeni, Giovanna Casadio, Titti
Di Salvo, Mariella Gramaglia,
Raffaella Lamberti, Liliana
Ocmin, Maria Pia Mannino,
Marisa Nicchi, Anna Rea, Serena
Sorrentino, Soana Tortora,
Laura Trezza, Sara Ventroni

L’Unità 24.11.11

"La caduta dell´ultimo boiardo che Letta ha sempre difeso", di Roberto Mania

Pier Francesco Guarguaglini non avrebbe mai pensato che proprio a Palazzo Chigi sarebbe finita la sua carriera di boiardo di Stato. Lì aveva trovato sempre alleati e protezione. Ma l´ultima sua difesa ieri pomeriggio, in quella stanza al primo piano, davanti al sottosegretario Antonio Catricalà e non più davanti a Gianni Letta, è stata inutile. Impacciata e cacofonica. Non sarà più lui l´uomo al vertice del più grande gruppo industriale pubblico italiano, con oltre 71 mila dipendenti in tutto il mondo, un fatturato che sfiora i 18 miliardi di euro, e i conti profondamente in rosso. Lo scandalo senza fine dei fondi neri lo ha travolto. Lui è indagato per false fatturazioni e frode fiscale. La moglie Marina Grossi (anche lei sotto indagine), è l´ad della Selex Sistemi Integrati. Ed è al centro di quella che appare sempre più la nuova Tangentopoli, il “caso Enav”. Lorenzo Borgogni, potente uomo delle relazioni esterne del gruppo e suo braccio destro da anni, si è autosospeso e ha cominciato a collaborare con i magistrati napoletani e ad ammettere un intreccio inquietante tra politici e faccendieri, intorno a un giro di appalti pilotati. Lui avrebbe fatto il “collettore”. Poi ci sono i consulenti: da Lorenzo Cola a Valter Lavitola. Per finire con Gianpi Tarantini da Bari. Tutti sotto inchiesta. Due teste sono già cadute: si sono dimessi il direttore generale della holding, Paolo Pozzessere, e Salvatore Metrangolo, consigliere di amministrazione della Seicos, una delle società controllate. Una ragnatela che ha avvolto l´impero di Finmeccanica.
Dunque, si volta pagina, si chiude l´epoca dell´ingegner Guarguaglini cominciata nel 2002 a piazza Monte Grappa. Ieri gli è stato dato il benservito, al temine di quattro giorni di fuoco, iniziati con gli arresti di sabato. Il governo ha deciso che se ne deve andare. Subito. «Noi andiamo avanti. Lui ormai è fuori», spiegavano con nettezza a Palazzo Chigi. Lì non c´è più Gianni Letta che di Guarguaglini è stato il grande protettore. Eppure il settantaquattrenne da Castagneto Carducci, uomo capace di lotte durissime senza esclusione di colpi, allenato sui terreni impervi degli scontri per la conquista delle commesse mondiali degli armamenti, ha provato a resistere. Pensava di farcela anche questa volta. «Sono innocente. Ho ricevuto un solo avviso di garanzia. Non c´è nulla di penalmente rilevante», diceva ieri. Lo diceva nonostante solo il giorno prima il presidente del Consiglio, Mario Monti, ministro ad interim dell´Economia (azionista di controllo con il 30,2 per cento di Finmeccanica), fosse stato chiaro: «Mi aspetto una rapida e responsabile soluzione». Lo diceva, Guarguaglini, convinto di potersi salvare. Come la consorte Marina Grossi che, nonostante la sfiducia pubblica dell´amministratore delegato del gruppo, Giuseppe Orsi, non si è dimessa, salvata, tre giorni fa, dal voto a maggioranza di un consiglio di amministrazione della Selex designato per metà proprio da Guarguaglini. Lei e lui hanno usato le stesse parole a propria difesa, i medesimi argomenti. Quelli espressi con impaccio e linguaggio decadente domenica scorsa davanti alla telecamera di Report di Marina Gabanelli. A tratti, però, è sembrato di rivedere il drammatico interrogatorio di Arnaldo Forlani davanti ai giudici milanesi di Mani Pulite. La fine, appunto, di un´epoca. Marina e Pier Francesco, una coppia d´affari e di potere. Ma ora lo smottamento dell´impero è iniziato. Dopo Guarguaglini dovrà andarsene anche lei. Entrambi senza più protezioni.
Perché è stato l´ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta a voler confermare Guarguaglini per la quarta volta alla presidenza della Finmeccanica. «Dobbiamo essere orgogliosi di avere Guarguaglini», disse in pubblico Letta così attento in altri casi a non esporsi troppo. Giulio Tremonti, che più volte si era scontrato con Guarguaglini (in particolare dopo la decisione del manager di acquistare a caro prezzo negli Stati Uniti la Drs Technologies) non lo voleva più. Emma Marcegaglia rinunciò ad avere Guarguaglini nella sua squadra di Confindustria quando capì che le inchieste giudiziarie non si sarebbero affatto fermate alla moglie. Così nell´ultima tornata di nomine pubbliche Guarguaglini è stato depotenziato, ma non fatto fuori: presidente con alcune deleghe, relazioni esterne, strategie e audit interno. Alla guida della holding, invece, ci andò Orsi proveniente dall´Agusta che ha il suo quartiere generale nel varesotto. E proprio per questo uomo sostenuto dalla Lega Nord nella spartizione delle poltrone pubbliche. Ma soprattutto uomo vicinissimo a Comunione e Liberazione. Da anni la sua è una presenza costante al Meeting estivo di Rimini. È nel mondo cattolico, nel nuovo Centro rinforzato e ringalluzzito dal governo dei tecnici al quale si oppone proprio solo il Carroccio, che Orsi si sta muovendo, cercando nuove (o rafforzando le vecchie) sponde per non rischiare di essere travolto anche lui.
Le dimissioni di Guarguaglini le vuole il governo, ma le vuole anche Orsi. Che dopo una iniziale pacifica convivenza ha deciso di andare allo scontro con il presidente. E ha detto basta alla diarchia imposta dal duello Letta-Tremonti. Tanto che alla riunione dell´ultimo consiglio di amministrazione (quello che ha approvato i conti disastrosi dei primi nove mesi dell´anno), Guarguaglini non ha partecipato per dissenso. Una battaglia sotterranea che ha eroso alcuni pezzi del potere di Guarguaglini all´interno del gruppo. Negli ultimi tempi sono già saltati due manager vicinissimi al presidente: Renzo Meschini amministratore delegato di Finmeccanica Group Services, e Mauro Tanzi, di Finmeccanica Group Real Estate. Ora tocca al pesce grosso, all´ultimo grande boiardo dello Stato imprenditore.

La Repubblica 24.11.11

"Ora ci vuole coerenza, Pd", di Marco Meloni

A pochi giorni dall’insediamento, i sondaggi di opinione confermano la percezione di un grande consenso nei confronti del governo Monti. Una fiducia che investe anche i partiti e i leader che lo sostengono maggiormente, e che tra i militanti del Pd è quasi unanime, sfiorando il 95%.
Liberare pacificamente l’Italia da Berlusconi, riportarla nel consesso internazionale, far ripartire la crescita e ricostruire un tessuto civile fatto di regole ed equità: risultati in parte già conseguiti, in gran parte auspici da mutare in realtà.
Parlamento, cittadini, attori politici e sociali, sono i protagonisti di un processo che solo chi ignora la democrazia parlamentare definisce sconfitta della politica. Le forze politiche e parlamentari possono autonomamente – come ha osservato Nadia Urbinati – sostenere e giudicare l’operato di un governo il quale, pur non composto da politici di professione, realizza un programma politico.
I prossimi mesi muteranno, oltre che il destino del paese, l’assetto politico futuro: ecco la sfida del Pd. L’alternativa è secca: crederci o non crederci. Incidere sulle scelte, ed essere così – per dirla con Bersani – «il partito del secolo», o limitarci alla logica del “governo amico”.
Bersani ha fatto chiarezza e ha unito il partito: il riflesso pavloviano di giocare in difesa è stato rapidamente archiviato. Quanti hanno coltivato questa tentazione – considerando il governo prima un pericolo per la democrazia, poi un esecutivo di emergenza a scadenza – hanno mutato opinione, mostrando flessibilità e realismo.
Ora dobbiamo essere coerenti. Salvare l’Italia significa entrare nel merito. L’Europa, prima di tutto: Monti ci ha ricordato che non è un’entità astratta, ma «siamo noi». Dobbiamo cambiarla, lo sappiamo: ma l’unione politica si basa sul consenso dei governi e dei cittadini, che dobbiamo ricercare con pazienza, riscoprendo la nostra migliore tradizione europeista.
Secondo, lo stato sociale: su welfare e mercato del lavoro servono coraggio, pragmatismo, apertura. Coraggio sulle pensioni, senza toccare i lavori usuranti e gli operai, puntando sul riequilibrio generazionale. Pragmatismo per un diritto unico del lavoro per i nuovi lavoratori, e partire dall’accordo del 28 giugno sulla contrattazione decentrata. Cerchiamo un accordo, anzitutto tra le parti sociali, per abbandonare le contrapposizioni che finora hanno avuto un unico esito: l’iniquità.
Nel Pd possiamo – basta leggere l’approccio e le proposte di Tiziano Treu – trovare un compromesso ragionevole che superi le caricature reciproche. Più in generale, dobbiamo aggiornare il metodo: seguiamo l’esempio di Bersani, e soprattutto chi tra noi ha responsabilità dirigenti abbandoni i protagonismi sterili e lavori per unire. Così faremmo per il Pd ciò che il Pd sta facendo per l’Italia: mettere in prima linea l’interesse generale. Non siamo più all’opposizione: diventiamo un cantiere di proposte di governo, e di raccordo tra esso, il parlamento e il partito, per parlare a tutti gli italiani.
Nel sostenere il governo dobbiamo essere l’interlocutore privilegiato dei fermenti sociali, sapendo che il dialogo è nella natura del Pd. L’Italia civile ha detto basta al potere satrapico di Berlusconi, dall’impegno del mondo cattolico, ai giovani, ai movimenti delle donne: il Pd, che ha chiesto le sue dimissioni in tempi non sospetti, non vuole dare la patente a chi è arrivato prima, ma dialogare con tutti e guardare avanti.
Ciò che faremo in questi mesi aggiornerà l’identità del partito e le alleanze. I dubbi di Di Pietro e di Vendola non sono buoni segnali, speriamo siano passeggeri.
Dobbiamo rappresentare, noi stessi e nel quadro delle alleanze, la grande forza dell’Italia operosa, interclassista, onesta, impoverita ma che ha fiducia. Così potremo diventare un partito del 40 per cento e relegare le destre all’isolamento populista. Così potremo consolidare le riforme profonde che il governo Monti avvierà, e che stanno nel nostro dna.
I nostri valori fondativi sono la nostra bussola: non siamo nati per essere un partito laburista, ma siamo democratici per la vocazione di rappresentare la sinistra di governo e il centro popolare. Crediamo anzitutto nella persona e nella sussidiarietà, nello sviluppo sostenibile, nel lavoro, nei diritti e nella responsabilità.
Crediamo in un’Italia sobria e competente, dove studio e onestà siano motori di mobilità sociale. Senza pretese astratte di autonomia, pensiamo che la politica abbia la vocazione della coesione. Il Pd nasce per dare rappresentanza soprattutto ai più deboli e a chi non ha voce, a partire dai giovani. Sappiamo che per farlo dobbiamo ricostruire lo stato, e dire ai cittadini la verità.

da Europa Quotidiano 24.11.11

"La crisi non aspetta", di Massimo Giannini

Dall´«uomo dei sogni» all´«uomo dei miracoli»? Nessuno si era illuso: il passaggio dal Venditore di Arcore al Professore della Bocconi non poteva bastare a risolvere i guai dell´Italia. Ma ora che la «dittatura dello spread» pesa sulla democrazia dei popoli, Monti non può esitare: serve una svolta immediata, per uscire da questa crisi. La tempesta finanziaria è globale. Squassa l´Europa. Non più solo i paesi lassisti del Club Med: ormai persino la virtuosa Germania paga dazio, come dimostra l´inaudito insuccesso dell´asta dei Bund disertata dagli investitori internazionali (e soprattutto asiatici) in fuga dai titoli dell´intera Eurozona. Ma l´Italia torna a pagare il prezzo più alto. Il differenziale sul Btp a due anni è salito a 700 punti, il più alto da quando esiste l´euro. È un segnale chiarissimo: i mercati cominciano a dubitare non più solo della sostenibilità del debito a lungo periodo, ma anche di quello a breve. È anche un costo elevatissimo: stavolta il Tesoro dovrà pagare agli investitori un premio di rischio del 7,2% a scadenza biennale, e non decennale.
C´è una destra, provinciale e irresponsabile, che ora si frega le mani. Il manipolo degli «irriducibili» della ex maggioranza, Mibtel e spread alla mano, sostiene che il problema «non era Berlusconi». È l´ennesimo tentativo di mistificare la verità. L´«effetto Monti», sui mercati, c´è stato eccome. Per una settimana, dal giorno dell´incarico al nuovo premier domenica 13 novembre fino a domenica scorsa, i tassi di interesse sui nostri titoli di Stato sono scesi stabilmente da circa 570 a poco meno di 480 punti base rispetto ai titoli tedeschi. Il solo cambio di governo, dunque, è stato salutato positivamente dalla business community. È la prova che il «teorema Roubini» non era affatto sbagliato: la semplice uscita di scena del Cavaliere comporta per l´Italia un risparmio secco di 100 punti base. La «Papi tax» è esistita, insomma. E noi l´abbiamo pagata.
Ma ora c´è un problema. Negli ultimi tre giorni si è insinuato il dubbio che il nuovo governo abbia scontato una partenza troppo lenta. Non solo rispetto alle attese dei mercati e dell´opinione pubblica, che erano e restano altissime. Ma anche rispetto alle urgenze dell´economia e della finanza, che erano e diventano sempre più drammatiche. Il presidente del Consiglio, nel suo discorso alle Camere sulla fiducia, è stato impeccabile nella sua sobria fermezza, che è bastata a trasformare il pollaio di Montecitorio nell´emiciclo di Westminster: «L´Europa vive i giorni più difficili dal secondo dopoguerra… L´Italia vive una situazione di seria emergenza… dobbiamo evitare che qualcuno ci consideri l´anello debole dell´Europa… Il mio è un tentativo difficilissimo: ma se sapremo superare i problemi, avremo l´occasione per riscattare il Paese».
Da allora sono passati dieci giorni. Monti ha fatto al meglio tutto quello che doveva. Prima di tutto la formazione del governo, con una squadra di ministri scelti in un´élite tecnocratica di alta qualità. E poi la «missione fiducia» nel consesso internazionale: l´altro ieri l´Eurogruppo e l´incontro con Barroso e Van Rompuy, oggi il vertice trilaterale con Merkel e Sarkozy. Una scelta felice, che in tre giorni ha miracolosamente riportato l´Italia nell´unico luogo fisico e politico nel quale deve stare e dal quale Berlusconi l´aveva inopinatamente sradicata: l´Europa dei costituenti, dei paesi fondatori e della moneta unica. I partner europei hanno apprezzato. Monti è stato accolto a Palazzo Justus Lipsius non come un «battutista» che racconta barzellette, ma come uno statista che torna a casa sua.
Ma i problemi italiani restano tutti, uguali se non più gravi di prima. Questo lo sa il governo di Bruxelles. Barroso premette: «Non ci aspettiamo miracoli», «il risanamento non è una corsa sprint, è una maratona». Ma poi avverte: «La situazione italiana rimane difficilissima», «il governo Monti ha di fronte a sé una responsabilità storica e una sfida immensa». Questo lo sa anche il governo di Roma. Giustamente il premier, anche se ripropone il tema della rivalutazione del disavanzo in funzione del ciclo e degli investimenti, conferma l´obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 Ma i giorni passano. E il dubbio è che ci sia uno scarto tra la comunicazione, giustamente allarmata, e l´azione, sorprendentemente misurata. Il primo Consiglio dei ministri «operativo», lunedì scorso, ha prodotto solo il via libera al decreto legislativo su Roma Capitale. Per quanto simbolico, un atto che non marchierà a fuoco questo pericoloso tornante della storia repubblicana. L´Agenda Monti, così come il premier l´ha illustrata nel suo discorso programmatico, è già chiara nelle sue grandi linee. Dalla reintroduzione di un´Ici progressiva in base al reddito alla correzione delle pensioni d´anzianità. Dalla lotta all´evasione fiscale alla riduzione del prelievo su famiglie e imprese. Dalla razionalizzazione del mercato del lavoro alla riforma degli ammortizzatori sociali. Le misure da varare sono sufficientemente note. Investono materie socialmente sensibili. Il premier, oltre all´imperativo della crescita, ha promesso rigore ed equità: stavolta «chi ha di più, dovrà dare di più». Sarà misurato anche sul rispetto di questa irrinunciabile promessa. È comprensibile che voglia calibrare gli interventi e comporli in un disegno organico, nel quale la somministrazione dei sacrifici sia accompagnata, per quanto possibile, dalla redistribuzione dei benefici.
La coesione politica impone prudenza. Il consenso sociale richiede pazienza. Ma anche per Monti il «fattore tempo» sta diventando cruciale. È il momento di accelerare, e di sfruttare la «luna di miele» che il nuovo governo sta ancora vivendo con il Paese. Il presidente del Consiglio ne è consapevole, come lo è il presidente della Repubblica. Anche questa volta, i tempi della transizione italiana rischiano di non coincidere con quelli della crisi internazionale. Sta a Monti colmare, con la politica, anche questo deficit. Il Professore ha in tasca un doppio, prezioso «dividendo»: la discontinuità e la credibilità. Non può sprecarlo. Prima ancora dei mercati, non glielo perdonerebbero gli italiani.

La repubblica 24.11.11

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Merkel, osso duro per Monti. E a Roma già si mugugna

Parlamento fermo, serve lo sblocco dei partiti. Sull’Irpef aiuto ai consumi Il vertice tra Merkel, Monti e Sarkozy di oggi a Strasburgo rischia di essere decisivo per la sopravvivenza dell’eurozona. Tanto più dopo che la tempesta che da mesi imperversa sull’Europa è ieri arrivata al cuore del vecchio continente.
Berlino non è riuscita a collocare il 35% dei propri titoli di stato e il risultato poteva essere peggiore se non fosse intervenuta la Bundesbank. Un segnale che sta aumentando la sfiducia e che ormai il mercato scommette apertamente contro la fine dell’euro. In un simile scenario, con la Commissione che ha presentato proposte per gli eurobond, la Merkel si è detta contraria sia agli eurobond che alla trasformazione della Bce in prestatore d’ultima istanza, come sollecitano in francesi: oggi Monti tenterà una mediazione molto difficile.
Mentre la Borsa di Milano ha perso ancora e lo spread non ha mostrato di voler scendere, il presidente del consiglio ieri ha stretto i bulloni dell’azione del governo. In un incontro con Fini e Schifani, si è convenuto di accelerare i lavori parlamentari soprattutto sui prossimi provvedimenti economici: un modo per rispondere alle velate critiche di lentezza che circolano negli ambienti politici.

da Europa Quotidiano 24.11.11

"Ora Berlino dovrà riflettere", di Stefano Lepri

Ora è il momento per agire. La crisi dell’area euro comincia a toccare la Germania; nessun Paese ne è più al riparo. Agire significa un salto in avanti nella costruzione dell’Europa. Molti politici nazionali recalcitrano davanti a una «cessione di sovranità» da parte degli Stati; si tratta in realtà di ampliare, non di ridurre gli spazi di democrazia. L’unico modo di ridare potere ai cittadini sulla sorte delle loro economie, strappandolo ai mercati finanziari, è di trasferire ad autorità europee elettive quelle competenze che i governi nazionali non hanno più la forza di esercitare.

Mario Monti saprà bene tutto questo, quando si siederà oggi al tavolo con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Saprà anche che è molto difficile riuscirci. Al punto in cui siamo arrivati, solo una politica economica centralmente concordata potrà salvare l’euro.

Dovrà essere democraticamente legittimata; non affidata alla legge del più forte del «metodo intergovernativo» di fatto ridottosi alla guida dell’ineguale duo franco-tedesco, responsabile di molte decisioni tardive e maldestre degli ultimi mesi.

Senza intaccare le sovranità nazionali, servirebbero a poco gli eurobond , i titoli di debito comuni ora riproposti anche da José Barroso e da Herman van Rompuy. Senza un imponente trasferimento di sovranità, inoltre, la Germania non li accetta; e ha ragione anche contro sé stessa, perché l’attuale assetto dei poteri non garantisce nessun Paese membro dell’euro contro l’eventuale irresponsabilità degli altri, Germania compresa.

C’è solo da sperare che l’esito negativo dell’asta dei titoli di Stato tedeschi ieri porti consiglio a Berlino. Vengono offerte spiegazioni tecniche complesse; ma restiamo all’evidenza. Paradossalmente, si tratta di una scelta assai sensata, da parte di mercati che tutto sono stati tranne che razionali negli ultimi mesi: perché mai si dovrebbero comprare titoli che rendono meno del 2%, se occorre il 2% solo per compensare l’aumento dei prezzi? Che ci si guadagna?

Finora, i Bund , ovvero i titoli tedeschi, avevano successo perché si sperava in un guadagno di capitale in caso di rottura dell’euro: sarebbero stati convertiti in un nuovo marco tedesco capace di rivalutarsi. Ora si è capito che una rottura dell’euro avrebbe conseguenze tanto devastanti, nell’Europa e nel mondo, da danneggiare anche la Germania. Proprio perché ragionevolmente oggi si dubita perfino del debito della Bundesrepublik, l’occasione è ottima per far riflettere la Bundesbank e l’ establishment tedesco, rimasti quasi soli nel mondo a credere che i mercati siano sempre razionali.

Solo con un salto in avanti politico si potrà superare l’ostacolo che impedisce alla Banca centrale europea di usare appieno tutti i suoi strumenti. La Germania e i Paesi nordici ricordano sempre che interventi massicci di acquisto dei titoli italiani e spagnoli violerebbero i Trattati europei: per dissuadere i governi dallo scialacquare, la Bce è vincolata a mantenere la «stabilità della moneta». Questo non va cambiato. Tuttavia lo stesso articolo 127 dei Trattati, in un altro comma, affida alla Bce il compito di tutelare anche la stabilità finanziaria.

Si tratta di intendersi. Se l’euro si rompe, sicuramente la stabilità finanziaria non sarà tutelata, con dissesti di grandi banche e altri orrori. Nel giro di poco tempo, verrebbe a mancare anche la stabilità monetaria, perché avremmo una recessione così pesante da ridurre i prezzi, esito pericolosissimo. Speriamo che i tedeschi lo capiscano, e non confermino quel luogo comune secondo cui, loro soli, ritengono che Fiat justitia, pereat mundus sia un motto di cui fregiarsi con orgoglio.

La Stampa 24.11.11

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“La deriva tedesca”, di BARBARA SPINELLI

Il modo in cui la Germania sta guidando la Ue ha una fisionomia sempre più inquietante, e anche molto singolare. È inquietante perché tutte le strategie per far fronte all´attacco contro i paesi più deboli dell´euro sono frutto di filosofie economiche che hanno Berlino come protagonista. La Banca centrale europea si conforma alle esigenze tedesche, e pur avendo capacità e risorse si rifiuta di calmare l´ansia dei mercati divenendo prestatrice di ultima istanza, non istituzione che innervosisce tutti con il suo imprevedibile dare-non dare. Gli Stati che sono sull´orlo della bancarotta adottano misure di austerità concordate innanzitutto con Angela Merkel. I vertici dell´Unione europea sono costretti a guardare oltre il Reno prima di discutere i propri piani con altri Stati membri. È una situazione che comincia a creare un vasto malessere – non solo in Italia, Grecia o Spagna ma anche nell´esecutivo guidato da Barroso – perché Berlino ha una condotta ferma e contemporaneamente inattiva: guida senza davvero guidare, pone veti e tentenna, mette fretta ed è lenta a muoversi. Questo è inquietante, e al tempo stesso estraniante.
È come se Berlino non vedesse che il rischio bancarotta incombe non solo sugli Stati ammalati del loro debito, ma sull´intera zona euro e anche su se stessa. Come se la propria salute economica, peraltro più fragile di quello che si pensi (ieri erano sotto attacco anche i titoli tedeschi) rendesse la Repubblica federale cieca a quel che accade in una casa comune di cui è pur sempre parte, dalla quale dipende in maniera esistenziale, senza la quale non potrebbe vantare gli odierni successi economici. Successi che i dirigenti tedeschi ascrivono giustamente alla propria saggezza economica, alla propria politica del lavoro, alle proprie abitudini risparmiatrici, ma che non esisterebbero se il Paese non fosse circondato da nazioni alleate che acquistano le sue merci, e le acquistano solo se il loro crescere e il loro consumare non vengono punitivamente strozzati. Una nazione che uscisse da Eurolandia e riafferrasse la mitica Deutsche Mark che ha sacrificato, si troverebbe con una moneta talmente rivalutata da strangolare le proprie esportazioni e il proprio benessere.
Quel che è perturbante, nella strategia del governo Merkel, è l´idea che è andata ossificandosi sulla crisi dell´euro e dei debiti sovrani nell´Unione. Più che un´idea è un´ideologia, che nella cultura economica nazionale ha radici lontane, risalenti al periodo fra le due guerre. È la cosiddetta dottrina della «casa in ordine» (Haus in Ordnung), secondo la quale ogni Stato deve prima raddrizzare le storture e far pulizia nel proprio recinto, e solo dopo può contare sulla cooperazione e la solidarietà internazionali. Secondo i più dogmatici sostenitori di tale dottrina, nelle sedi internazionali e perfino nell´unione sovranazionale europea non si decidono politiche comuni: ci si controlla a vicenda, perché ognuno a casa propria faccia bene i compiti. Non a caso, nel discorso tenuto un anno fa al Collegio europeo di Bruges, Angela Merkel ha fatto l´elogio dell´Europa intergovernativa, criticando velatamente il metodo comunitario: che è il metodo grazie al quale le consultazioni e i coordinamenti si trasformano in comuni decisioni prese a maggioranza, senza veti di singoli Stati.
È con armi puramente ideologiche che il governo tedesco, pur dominando un´Europa cui non vuole rinunciare, pur denunciando le forze centrifughe che la minacciano, sta contribuendo di fatto a renderla imbelle, ad accentuarne il disfacimento. Tutto quello che potrebbe salvare la zona euro (la messa in comune del debito, gli eurobond reclamati ieri da Barroso e Monti, i poteri maggiori dati alla Commissione, la trasformazione della Banca centrale di Francoforte in un organo che garantisca gli Stati in difficoltà e pur disciplinandoli li aiuti a crescere, come fa la Federal Reserve in America), Berlino sta ostacolandolo. Sono progetti che guarda con sospetto, come se davanti a sé vedesse un eretico che urla sguaiato.
Mario Monti sta tentando una difficile battaglia su questi temi, e fa bene a ricordare che il pericolo è di «mandare a fondo l´euro», non questo o quel Paese. Fa bene a battersi per un´Unione dotata di organi sovranazionali meno dipendenti dai singoli Stati, e a rammentare che i governi europei devono imparare a decidere insieme, oltre che consultarsi in configurazioni bilaterali o triangolari.
La Germania, lo sappiamo, vive di storia e di politica della memoria. Furono i due ingredienti della sua straordinaria rinascita democratica, nel dopoguerra, ma può accadere che una virtù si irrigidisca e diventi a tal punto straboccante da mutarsi in vizio. Troppa virtù distrugge la virtù, troppa memoria dei disastri dell´inflazione distrugge le economie che nell´immediato, oggi, sono minacciate da recessioni e disuguaglianze sociali più che dall´inflazione. Quel che il Paese sta dimenticando, è la rovina che gli cadde addosso fra le due guerre: la politica delle Riparazioni, che le potenze vincitrici del ´14-18 imposero alla stremata Repubblica di Weimar. In uno dei suoi libri più politici (Le conseguenze economiche della guerra), John Maynard Keynes pronunciò nel 1919 parole infuocate contro una logica castigatrice nei confronti del Paese vinto che avrebbe annientato – scrisse – le sue capacità di ripresa economica e dunque la sua democrazia nascente. Accadde esattamente quello che scrisse: la pace degenerò in «pace di Cartagine». Oggi è la Germania il paese vincitore. Sarebbe assurdo che proprio lei praticasse, verso i partner dell´Unione, la funesta politica delle Riparazioni e del Delenda Carthago. È uno scandalo che si torni all´epoca fra le due guerre e non al secondo dopoguerra, quando Keynes fu infine ascoltato e da una vera cooperazione internazionale nacquero gli accordi di Bretton Woods e il Piano Marshall.
La Germania non fu sempre com´è oggi. Fu tra i paesi più europeisti, grazie a figure visionarie come Adenauer, Brandt, Schmidt, Kohl. Grandioso fu Kohl quando rinunciò, contro il parere della Bundesbank, a quello che era stato, per decenni, l´unico simbolo di sovranità di un paese diviso e orfano di sovranità politica e militare: il marco. Il Cancelliere democristiano fece questo passo nella speranza non solo di far accettare l´unificazione nazionale ma di ottenere un´Europa politica più forte, che tuttavia non venne. Non venne neanche la messa in comune dell´atomica francese. Mitterrand si rivelò un alleato infido, se non traditore. L´inacidirsi dei governanti tedeschi ha inizio allora, e le responsabilità di Parigi – che oggi corre dietro a Berlino illudendosi di specchiarsi nella sua grandezza – sono enormi.
Nel frattempo l´inacidimento è cresciuto, man mano che le condotte economiche degli Stati dell´Unione hanno cominciato a divergere. A quel punto la forza della Germania è apparsa chiara, la sua leadership in Europa sempre più forte. Ma è una leadership singolare, appunto. È rifiutando di agire che agisce nel più confuso, lento, pernicioso dei modi. La sua forza è retrattile, ma è pur sempre una forza. Ci sono momenti nella storia in cui il peccato di omissione e di inerzia è più grave del peccato attivo, aggressivo. Proprio questo momento stiamo vivendo.

La Repubblica 24.11.11