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Sottosegretari, Meloni: "Indiscrezioni su Università e Ricerca prive di fondamento"

“È naturale che in queste ore sulla stampa si avanzino le illazioni più varie circa i profili dei sottosegretari che il governo si accinge a nominare. Ritengo però corretto, per un dovere di trasparenza, precisare che, con riferimento al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, le indiscrezioni comparse negli ultimi giorni sui principali quotidiani nazionali, che alludono a presunti sostegni o supporti a candidature da parte dal Pd, non corrispondono in alcun modo al vero.

La nostra preoccupazione adesso è rivolta piuttosto all’avvio del confronto politico e parlamentare, in modo che nell’attuazione della legge 240/2010 siano individuati tutti i possibili spazi di interventi migliorativi nei decreti delegati, compresi quelli già approvati dal precedente governo, tra cui quello sul dritto allo studio”.

Così Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca del Partito Democratico.

www.partitodemocratico.it

"La scuola ha voglia di cambiare", di Roberto Carnero*

Da insegnante, sto svolgendo in questo periodo un’attività un po’ speciale. Mi è stato chiesto di partecipare come relatore, in diverse città, ad alcune giornate di aggiornamento dei docenti di materie umanistiche nella scuola superiore. È un progetto ambizioso, che tocca 35 capoluoghi di provincia. Si intitola La forza delle idee ed è organizzato da Pearson Italia (uno dei gruppi più presenti nell’editoria scolastica, con marchi storici come Paravia e Bruno Mondadori) con il supporto del Ministero dell’Istruzione.
Così nelle ultime settimane, da Udine a Latina, da Alessandria a Foggia, da Firenze a Palermo, mi è stato offerto uno sguardo privilegiato sugli insegnanti italiani (a ogni giornata ne partecipano circa un centinaio). Agli incontri, una cosa colpisce al primo sguardo: l’età media piuttosto alta dei professori (anzi, più che altro delle professoresse: su 100, gli uomini sono sempre meno di 10). Docenti per lo più quarantenni e cinquantenni. Mancano del tutto i trentenni e i ventenni. L’ultimo concorso ordinario è stato bandito 11 anni fa. Poi è stata la volta delle Sis (i corsi post lauream biennali per l’accesso all’insegnamento), ma le immissioni in ruolo sono state fatte con il contagocce. Il taglio delle ore di insegnamento (soprattutto nelle discipline letterarie) e l’aumento del numero di alunni per classe (la cosiddetta “riforma Gelmini”) hanno impedito il ricambio o almeno l’affiancamento generazionale. Consola però vedere l’alto grado di motivazione. Sono in gran parte professionisti molto preparati e desiderosi di migliorarsi. Ad esempio all’uso delle nuove tecnologie. Uno dei momenti più seguiti è quello dedicato alla LIM (lavagna interattiva multimediale), una straordinaria risorsa per una didattica più coinvolgente, capace di far leva sull’attitudine degli studenti per i nuovi media. Peccato però che le cose meravigliose che si potrebbero fare in classe con la LIM siano per molti istituti un
miraggio, mancando quasi completamente le risorse finanziarie per l’acquisto dell’hardware.
Eppure questi bravi professori vanno avanti, tra mille difficoltà. Nonostante il contratto scaduto da più di un anno, che, se va bene, verrà rinnovato nel 2014. Si continua a maltrattare la categoria dei docenti, facendo leva sulla passione per l’insegnamento, che spesso è un’autentica vocazione: per capirlo, basta sentir parlare certi insegnanti due minuti del loro lavoro. Dobbiamo ribadire con forza che
è proprio nei tempi di crisi economica che bisogna investire nell’istruzione. Francia e Germania l’hanno fatto. Speriamo che dopo i guasti prodotti, anche in questo ambito, dai governi Berlusconi, il nuovo esecutivo comprenda che è arrivato il momento di cambiare rotta

* giornalista e insegnante

L’Unità 23.11.11

"I bambini del futuro", di Giuseppe Calieti

Chiedo ai miei alunni di otto anni se considerano il loro compagno di classe Hassan e gli altri alunni di origine straniera presenti in classe – nati in Italia ma con i genitori di origine straniera – dei bambini italiani o stranieri. Tutti rispondono che sono italiani. Tranne due, che specificano: «Per me Hassan, per esempio, è italo-marocchino». Ecco risolto il problema della cittadinanza per i bambini. Con semplicità, lucidità, fermezza.
Forse perché i bambini vengono dal futuro, come ha scritto il poeta Andrea Zanzotto. Ascoltando le loro parole, noi adulti abbiamo la possibilità di parlare con chi sarà adulto domani. Di vedere come sarà domani il nostro mondo, quando noi saremo vecchi o non ci saremo più.
L’intervento deciso di Giorgio Napolitano riapre con forza un tema centrale per l’Italia. Negare la cittadinanza italiana ai bambini che nascono nelle nostre città è sicuramente «un’autentica follia, un’assurdità». Nessuno più dei docenti italiani sa quanto sia vera e appassionata questa aspirazione. Un’altra mia alunna di qualche anno fa, Vera, undici anni disse in classe con semplicità: «Io sono nata in Italia, però mia mamma e mio papà sono albanesi. Io ho fatto l’asilo qui, la scuola qui. Vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana o albanese o tutti e due? La seconda: ma io, se non mi sono mai spostata da qui, sono immigrata?».
A queste domande noi adulti italiani, per troppo tempo, non abbiamo saputo rispondere. Perché la nostra legge al riguardo è vecchia, fa riferimento a una concezione ottocentesca che immagina l’identità legata al sangue, più che al luogo in cui noi nasciamo, viviamo e cresciamo. A differenza di quanto accade negli Stati Uniti e in tanti altri Paesi europei, per esempio, che sono certamente, almeno su questo problema specifico, molto più evoluti dal punto di vista legislativo. Napolitano ieri ha parlato della necessità di «acquisire nuove energie in una società per molti versi invecchiata se non sclerotizzata». Ad ascoltarle bene, le sue parole assomigliavano quasi a un appello al governo italiano. In particolare ad Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio e nuovissimo ministro della Cooperazione e dell’integrazione sociali, per «riprendere politiche di integrazione che hanno uno sviluppo ormai lontano» e arrivare al più presto a una nuova legge sul diritto di cittadinanza. Quasi ci fosse la volontà di girare finalmente pagina rispetto ai recenti governi di centrodestra che, di fatto, in questi anni hanno sdoganato contro i migranti parole come “razzismo” – che non sentivamo dalla fine della Seconda Guerra mondiale. E lo hanno fatto senza alcun pudore, quasi che “razzismo” fosse diventato sinonimo di una nuova identità nazionale. Ora il clima politico in Italia è cambiato e ci sono le condizioni per cambiare. E per rilanciare con convinzione la campagna per i diritti di cittadinanza “L’Italia sono anch’io” cui aderiscono Acli, Arci, Caritas Italiana, Cgil, Emmaus Italia, Fondazione Migrantes, Ugl, Rete G2 – Seconde Generazioni e tante altre associazioni della società civile. Come sostiene Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente del comitato promotore, ormai si fa strada la consapevolezza che «una riforma non è più rinviabile». Per questo la mobilitazione prosegue in tutto il Paese per due leggi di iniziativa popolare affinché questi italiani di fatto, ma non di diritto, che nascono, crescono e vivono in Italia, siano anch’essi le risorse morali e intellettuali del nostro futuro.
La Lega Nord, che si è già buttata in una disperata campagna elettorale in cui si ripetonoparole a vanvera, si è dichiarata ovviamente pronta «a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze». Che dire? Vorrei rispondere con le parole di Damian, un alunno di 10 anni con i genitori di origine albanese: «Secondo me i bambini, se non sapevano che erano nati tutti in paesi diversi, era più facile andare d’accordo. Anche da grandi».
Di fronte alla diversità, qualsiasi diversità, il sentimento prevalente nei bambini e nei ragazzi che nascono e crescono oggi in Italia è la curiosità e la solidarietà. Per tanti, troppi adulti, invece, è stata la paura: c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che forse possiamo imparare: dai bambini e dal nostro Capo dello Stato. Ascoltiamoli attentamente. E muoviamoci.

L’Unità 23.11.11

"Gli interessi personali e quelli del Paese", di Sergio Rizzo

La prima imprevedibile emergenza di Mario Monti si chiama Finmeccanica. I fatti che stanno emergendo in queste ore ci offrono un quadro sconcertante nel quale le aziende pubbliche sono state utilizzate alla stregua di un bancomat da politici, faccendieri e affaristi senza scrupoli, grazie alla complicità di amministratori che definire spregiudicati sarebbe assai riduttivo. Prova ulteriore che l’epoca di Tangentopoli non si è mai chiusa e che il cancro della corruzione continua a corrodere le fondamenta morali del Paese, i conti pubblici e la nostra credibilità internazionale.
Le grandi imprese italiane con un ruolo e un peso sullo scenario mondiale si contano sulle dita di una mano. Finmeccanica è una di queste. Azionisti del gruppo ancora controllato al 30% dal Tesoro sono alcune fra le principali istituzioni finanziarie planetarie, i fondi d’investimento inglesi e americani, alcuni governi. Il suo capo storico Fabiano Fabiani ne rivendicava già quindici anni fa il primato fra le imprese manifatturiere nazionali. Ma oggi la Finmeccanica è anche qualcosa di più: per l’industria italiana rappresenta un patrimonio tecnologico unico. Guai a perderla. Purtroppo la sua situazione, ben al di là dei presunti fondi neri e delle vicende che dovranno chiarire i magistrati, oggi non è facile. La Finmeccanica ha un indebitamento elevatissimo, causato da alcuni investimenti pagati carissimi. È il caso dell’acquisizione della Drs tech, gruppo statunitense dell’elettronica. Il suo costo, quasi 4 miliardi di euro: cifra che comprende anche una provvigione stratosferica per il «mediatore» Lorenzo Cola. L’ex consulente della Finmeccanica, che sta ora vuotando il sacco sui fondi neri e le tangenti ai politici, intascò per quell’affare concluso nel 2008 qualcosa come 11 milioni di euro. Un affare, si capì subito, che presentava molti problemi, al di là del prezzo astronomico pagato, con un premio del 32% sulle quotazioni di borsa.
Dettaglio non trascurabile, alcune divisioni della Drs lavorano per l’intelligence americana. E il contratto d’acquisto prevede che quelle parti dell’azienda restino «secretate» perfino all’azionista italiano. Che ci deve mettere i soldi ma non può metterci la bocca. Ragion per cui il nuovo amministratore delegato Giuseppe Orsi è volato negli Stati Uniti nel tentativo di convincere gli americani ad accettare un divorzio parziale.
Le condizioni finanziarie della Finmeccanica sono rese ancora più pesanti dallo stato di cose in cui versano altre parti del gruppo. Da anni le perdite dell’Ansaldo Breda viaggiano al ritmo di un centinaio di milioni l’anno: nonostante questo la presidenza del Consiglio avrebbe voluto far acquistare alla Finmeccanica la Firema, azienda privata produttrice di componenti ferroviarie. Un tentativo comunque fallito. Orsi vorrebbe cedere l’Ansaldo Breda: impresa però difficile, a patto di non mettere sul piatto anche qualche pezzo buono, come l’Ansaldo Sts.
Poi c’è il caso dell’Alenia aeronautica. Basta dire che è stato necessario accantonare nei bilanci 783 milioni di euro in seguito a una «conciliazione» con la Boeing, che aveva contestato la qualità di alcune forniture provenienti dagli stabilimenti italiani e destinate a equipaggiare gli aerei civili della casa americana.A questo si aggiungano i problemi di liquidità della Grecia, impossibilitata a far fronte ai pagamenti degli aerei C27J già ordinati all’Alenia, nonché alcune questioni sorte con la Turchia a proposito di alcuni pattugliatori marini, e il quadro è completo. A quanto ammonta il buco? Difficile dire, ma c’è chi ipotizza una cifra non inferiore al miliardo 200 milioni. Pure per ragioni politiche e «sociali», la struttura produttiva dell’Alenia è troppo frammentata e disordinata, il che ha reso necessario un piano di riorganizzazione destinato a lasciare molti segni. Piano nel quale, tuttavia, ha trovato spazio anche l’incomprensibile trasferimento della sede legale (dovuto a ragioni politiche), da Napoli a Venegono Superiore in provincia di Varese: quartier generale della Lega Nord, partito che ha fortemente sostenuto la nomina di Orsi.
Altrettanto disordinato è il comparto dell’elettronica. E veniamo alle vicende che più direttamente riguardano la famiglia Guarguaglini. Il gruppo Selex è composto da tre diverse aziende, con produzioni in qualche caso simili e che talvolta si fanno perfino concorrenza fra loro sui mercati internazionali. Da tempo circola l’idea di fonderle, operazione che avrebbe forse il vantaggio di razionalizzare il tutto ma contemporaneamente lo svantaggio di far sparire la Selex Sistemi integrati, azienda ora al centro delle indagini giudiziarie, e della quale è amministratore delegato Marina Grossi, la moglie di Guarguaglini. Il quale si è sempre opposto all’accorpamento.
Non è quindi un caso che la fusione delle tre Selex sia la ragione dei contrasti fra lo stesso Guarguaglini e Orsi. All’ultimo consiglio, con all’ordine del giorno quella integrazione proposta dall’ostinato Orsi, Guarguaglini non si è nemmeno presentato. E il progetto è passato all’unanimità. Decretando, forse, la fine di un’epoca.
La Finmeccanica è troppo importante perché interessi personali possano bloccare una svolta radicale. Si deve fare pulizia e subito, illuminando fino in fondo gli angoli ancora bui ed eliminando tutte le scorie della politica. Questo è compito del governo, che deve agire senza indugi: nell’interesse della società e del Paese. A Guarguaglini va dato atto che se la Finmeccanica è diventata, con tutti i suoi difetti, un gruppo di eccellenza tecnologica, questo è anche merito suo. Ma ciò non può cancellare responsabilità oggettive e pesanti. E il braccio di ferro privato che ha ingaggiato con il governo, annunciando di voler resistere, a questo punto non può che danneggiare l’azienda.
Dai partiti, invece, ci aspettiamo un sussulto di dignità. Adesso tirino fuori il disegno di legge anticorruzione dai cassetti nei quali giace. Il governo di Silvio Berlusconi l’aveva annunciato in pompa magna il primo marzo del 2010 subito dopo lo scoppio di uno dei vari scandali, quello degli appalti dei Grandi eventi della Protezione civile. Dopo la prima lettura si è incagliato in Parlamento, mentre le Camere sfornavano leggi per regolamentare la commercializzazione dell’insalata in busta o per cambiare il nome al parco del Cilento. Va approvato in fretta, introducendo norme severissime per gli amministratori infedeli e i politici corrotti, prevedendo, oltre a sanzioni penali durissime senza il beneficio della condizionale, anche la loro radiazione dalla vita pubblica.
Insieme al taglio dei costi insensati della politica è la cosa più urgente da fare se si vuole restituire un minimo di credibilità a un sistema che la sta perdendo del tutto.

Il Corriere della Sera 23.11.11

"Le vere radici della coesione italiana", di Giorgio Napolitano

Il ciclo delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità non può considerarsi ancora esaurito: lo dicono notizie e annunci che continuano ad affluire. Ma un bilancio sostanziale è certamente possibile, e vorrei sottolinearne alcuni aspetti. Innanzitutto l’eccezionale diffusione e varietà di iniziative, e il carattere spontaneo che molte di esse hanno presentato: non sollecitate e coordinate dall’alto, da nessun luogo “centrale”, presidenza della Repubblica o Governo. Si è davvero trattato di un gran fiume di soggetti.
Tutti si sono messi in movimento, in special modo al livello locale, fin nei Comuni più piccoli – istituzioni, associazioni di ogni genere, gruppi e persone. È stato un gran fervore di richiami di antiche memorie, anche famigliari, e di impegni di studio, di discussione, di comunicazione. Quel che si è mosso, poi, nelle scuole è stato straordinario: quanti insegnanti, per loro conto, e quanti studenti, a ogni livello del sistema d’istruzione, si sono messi d’impegno e hanno dato in tutte le forme il loro contributo!

E anche in termini quantitativi che cosa è stata la partecipazione dei cittadini anche alle manifestazioni nelle piazze e nelle strade e dai balconi delle case, in un’esplosione mai vista di bandiere tricolori e di canti dell’Inno di Mameli!
Ce lo aspettavamo? In questa misura e in questi toni, no: nemmeno quelli tra noi, nelle massime istituzioni nazionali, che ci hanno creduto di più e hanno deciso di dedicarvisi più intensamente. È stata una lezione secca per gli scettici, e ancor più per coloro che prevedevano un esito meschino, o un fallimento, dell’appello a celebrare i centocinquant’anni dell’unificazione nazionale.

Soprattutto, è stata una grande conferma della profondità delle radici del nostro stare insieme come Italia unita. Si può dire che le parole scolpite nella Costituzione – «la Repubblica, una e indivisibile» – hanno trovato un riscontro autentico nell’animo di milioni di italiani in ogni parte del Paese. E non in contrapposizione ma in stretta associazione – come nell’articolo 5 della Carta – all’impegno volto a riconoscere e promuovere le autonomie locali.
Nello stesso tempo, si può ritenere che il così ampio successo registratosi vada messo in relazione col bisogno oggi diffuso nei più diversi strati sociali di ritrovare – in una fase difficile, carica di incognite e di sfide per il nostro Paese – motivi di dignità e di orgoglio nazionale, reagendo a rischi di mortificazione e di arretramento dell’Italia nel contesto europeo e mondiale.

L’aver fatto leva sull’occasione del Centocinquantenario, l’aver puntato su celebrazioni condivise, è stato dunque giusto e ha pagato. Non bastava però lanciare un appello generico: occorreva richiamare in modo argomentato fatti storici ed esperienze, fare i conti con interrogativi e anche con luoghi comuni, favorire quella che non esito a chiamare una riappropriazione diffusa, da parte degli italiani, del filo conduttore del loro divenire storico, del loro avanzare – tra ostacoli e difficoltà, cadute e riabilitazioni, battute d’arresto e balzi in avanti – come società e come Stato nei secoli XIX e XX. Gli interventi che ho svolto, nel succedersi delle iniziative per il Centocinquantenario, hanno segnato i momenti e i contenuti dello sforzo compiuto: spero che il leggerli, raccolti in volume, ne renda il senso complessivo, lo sviluppo coerente.

Qual è la conclusione che oggi ne traggo? Che non si è trattato di un fuoco fortuito, di un’accensione passeggera che già sta per spegnersi, di una parentesi che forse si è già chiusa. No, si è trattato di un risveglio di coscienza unitaria e nazionale, le cui tracce restano e i cui frutti sono ancora largamente da cogliere. Non ci porti fuori strada l’impressione che appena dopo aver finito di celebrare il Centocinquantenario in un clima festoso e riflessivo, aperto e solidale, si sia ritornati alle abituali contrapposizioni, alle incomunicabilità, alle estreme partigianerie della politica quotidiana. Quel lievito di nuova consapevolezza e responsabilità condivisa che ha fatto crescere le celebrazioni del Centocinquantenario continuerà a operare sotto la superficie delle chiusure e rissosità distruttive, e non favorirà i seminatori di divisione, gli avversari di quel cambiamento di cui l’Italia e gli italiani hanno bisogno per superare le ardue prove di oggi e di domani.
Questo contributo è la prefazione del libro Una e indivisibile di Giorgio Napolitano

Il Sole 24 Ore 23.11.11

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“È tricolore la riscossa morale”, di Stefano Folli

Resterà nella memoria collettiva il discorso del presidente della Repubblica, lo scorso 17 marzo, davanti alle Camere riunite. Quel giorno non era ancora sicuro che le celebrazioni del Centocinquantenario si sarebbero risolte in un grande successo di popolo.

Un certo pessimismo era legittimo, considerando che un partito di governo, la Lega, boicottava di fatto l’anniversario e il presidente del Consiglio in carica si guardava bene dall’evocare temi patriottici nei suoi molteplici interventi pubblici.
Berlusconi si mostrava preoccupato unicamente di non indispettire l’alleato Bossi, ma s’intuiva che egli stesso credeva poco nella ricorrenza. Aveva l’atteggiamento scettico e un po’ cinico di chi la considera più o meno una perdita di tempo, per di più foriera di fastidi politici. Nella sostanza il capo dello Stato, già alla fine del 2010, era di fronte a un bivio metaforico. Prima ipotesi, lasciar scorrere l’anno senza un vero coinvolgimento delle istituzioni, limitandosi ad alcuni interventi convenzionali. Seconda ipotesi, prendere in mano con coraggio il tema dell’Unità e farne un’occasione di riscossa morale. Uno strumento per risvegliare negli italiani il senso di appartenenza nazionale, come un potente tonico. A costo di far storcere la bocca a qualcuno, al di sopra o al di sotto del Po.

Napolitano ha scelto la seconda via e all’inizio si è trovato, se non proprio solo, certo in una compagnia scarsa. I due presidenti delle Camere, Schifani e Fini; il Comitato dei garanti per le celebrazioni, presieduto da Giuliano Amato e prima di lui da Carlo Azeglio Ciampi; qualche politico e un segmento di opinione pubblica.
Ecco, l’opinione pubblica… Quanto era grande l’interesse e il sentimento popolare per i 150 anni dell’Italia unita? Proprio Ciampi, il predecessore di Napolitano, aveva battuto un sentiero sconosciuto, seguendo un’intuizione, con l’obiettivo di riaccendere negli italiani del nuovo millennio l’emozione per il Tricolore e la passione corale per l’Inno di Mameli. Aveva ottenuto risultati straordinari, testimoniati dalla folla che seguiva, ogni 2 giugno, la sfilata militare di via dei Fori Imperiali, recuperata dall’oblìo. Oppure dallo slancio con cui, nelle cerimonie pubbliche, tra le scolaresche, sui campi di gioco, l’inno nazionale era cantato a tutta gola, quasi con il senso mazziniano della patria italiana all’interno della più grande patria europea.

Tuttavia i rischi delle manifestazioni per i 150 anni non potevano essere sottovalutati. Dopo anni di elucubrazioni sulla Padania, o nella migliore delle ipotesi di indifferenza verso la storia nazionale, in un paese che sembrava voler vivere in una sorta di eterno presente, senza ricordo del passato e senza consapevolezza del futuro; ecco, in questo paese gli italiani avevano quasi il diritto di essere diffidenti, o almeno distratti.È in questo clima che il 17 marzo Giorgio Napolitano prende la parola a Montecitorio e il suo discorso segna un punto di svolta. È un intervento ampio, complesso, ricco di senso della storia. Un intervento volto a riunire la nazione, a riconciliarla nel profondo e a superare il piccolo cabotaggio quotidiano delle polemiche sterili.

Al tempo stesso le parole del presidente della Repubblica rimettono al centro il Risorgimento e così si riallacciano alle vere radici dell’identità nazionale. Un’identità che Napolitano descrive come forte e salda (più forte anche di certi revisionismi), capace di superare in un secolo e mezzo le prove più aspre proprio perché il processo unitario fu un evento storico di eccezionale rilevanza, non solo per l’Italia, ma per l’intera Europa del tempo.
Più di una volta, quel giorno, Napolitano cita Rosario Romeo, il grande storico liberale, biografo di Cavour. Fa sua palesemente l’interpretazione del Risorgimento come moto di riscatto nazionale che permise all’Italia, prima della fine dell’Ottocento, di avviarsi al decollo industriale e di collocarsi a pieno titolo nel novero delle nazioni europee più evolute. Romeo difese questo punto contro le celebri tesi della storiografia gramsciana secondo cui il Risorgimento fu invece «una rivoluzione agraria mancata».

Lo fece aprendo la polemica con due famosi saggi pubblicati a Napoli da «Nord e Sud», la rivista di Francesco Compagna. Ed è significativo che nel discorso presidenziale del 17 marzo ci sia questo esplicito riconoscimento al valore storico degli studi risorgimentali di Romeo.
Da oggi quel testo si ritrova, insieme agli interventi più importanti pronunciati dal capo dello Stato nel corso del 2011, nel volume in libreria «Una e indivisibile. Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia», edito da Rizzoli. La prefazione di Napolitano, pubblicata qui a fianco, è già un bilancio dell’anno cruciale che si sta per concludere. Ed emerge l’aspetto più rilevante: il successo delle celebrazioni non era scontato. Invece c’è stato, al di là di ogni previsione. Di dimensioni tali che nessuno, nemmeno i più ottimisti, lo aveva immaginato. E in questa soddisfazione espressa dal presidente della Repubblica si coglie il vero consuntivo dell’anniversario.

L’Italia sfibrata dalle risse politiche, quasi invitata da una parte del mondo politico a chiudere gli occhi sulle celebrazioni, ha seguito il capo dello Stato. Ha creduto nell’Unità, si è riconosciuta in un destino comune. In più di un’occasione, durante il 2011, gli italiani hanno avvertito un senso di sollievo nel potersi ritrovare dietro il Tricolore, rispecchiandosi nell’invito di Napolitano ad affrontare le incognite del futuro con la piena coscienza di quello che l’Italia è stata nel corso della sua storia.
Forse non è un caso che il nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti, abbia definito «impegno nazionale» la missione e l’orizzonte del suo governo, che poggia su una maggioranza molto larga. È rimasta fuori la Lega di Bossi, il partito che ha commesso un errore fatale non riuscendo a intuire che gli italiani, nonostante tutto, si sentono tali, credono nell’Unità e hanno solo bisogno di riunirsi dietro una bandiera credibile e una degna memoria storica.

Il Sole 24 Ore 23.11.11

"Ragioneria dello Stato, i tagli più pesanti sono a carico della scuola", da Tuttoscuola

Il resoconto, contenuto nel conto annuale 2008-2009-2010, rivela che l’anno scorso in generale la consistenza del personale a tempo indeterminato si è contratta di circa 44.800 unità e, considerando anche il tempo determinato della scuola, la flessione si è accentuata notevolmente arrivando a sfiorare le 58.700 unità. Nell’era del risparmio e dei tagli al pubblico impiego, la parte della ‘cenerentola’ spetta alla scuola. Lo confermano i dati ufficiali della Ragioneria dello Stato.

Il resoconto, contenuto nel conto annuale 2008-2009-2010, rivela che l’anno scorso in generale la consistenza del personale a tempo indeterminato si è contratta di circa 44.800 unità e, considerando anche il tempo determinato della scuola, la flessione si è accentuata notevolmente arrivando a sfiorare le 58.700 unità.

In particolare, sul fronte del personale a tempo indeterminato, le tabelle rivelano che al 31 dicembre 2010 nella scuola era in servizio il 7,7% in meno del personale e nelle università il -7,4%. Solo le forze armate registrano una crescita del personale in servizio permanente effettivo (+1.200 unità); i

soli altri comparti ad aumentare sono l’Afam (+400 unità) e la Presidenza del Consiglio dei Ministri (+170 unità).

Tutti gli altri comparti sono in calo più o meno accentuato. Di circa 5.000 unità ciascuno si riducono il Servizio Sanitario, gli Enti locali con il contratto nazionale, i Ministeri, le Università e i corpi di Polizia. Gli Enti pubblici non economici perdono poco meno di 2.000 dipendenti, mentre le Agenzie fiscali ne cedono oltre 700. I restanti comparti registrano riduzioni assolute inferiori, sebbene possano essere di peso rilevante rispetto alla consistenza del comparto. La contrazione del personale a tempo indeterminato nella scuola (-2,0%, corrispondente a -17.250 unità) è comunque la principale determinante della riduzione registrata in tutto il pubblico impiego. Continuando la tendenza dello scorso anno, si è fatto un minor ricorso anche al personale a tempo determinato (-7,3%, pari a -14.200 unità). Il livello assoluto di tale personale (180.908 unità) è il più basso registrato nel decennio.

Infine, le immissioni in ruolo effettuate dal ministero dell’Istruzione sono state circa 16.500, pari a quelle dell’anno precedente e circa la metà di quelle del 2008, mentre le cessazioni del personale a tempo indeterminato (circa 33.300) si sono ridotte del 25% rispetto all’anno precedente

Tuttoscuola 23.11.11

"I vantaggi di una risorsa trascurata", di Irene Tinagli

Nel momento in cui molti sono in tensione, aspettando di vedere se e quanto le prossime manovre toccheranno stipendi, case o pensioni, il Presidente Napolitano ci stimola ad alzare lo sguardo. Ci invita, finalmente, a pensare anche agli «altri». Alle minoranze religiose, culturali, e, in particolare, a tutti quei bambini nati in Italia da stranieri che l’Italia si ostina a non voler considerare suoi cittadini. E così facendo Napolitano ci fa riflettere su cosa significa essere comunità inclusiva, che accoglie, che cresce senza discriminazioni e senza chiusure. Una riflessione importante non solo per il suo lato profondamente umano e valoriale, ma anche per il suo aspetto sociale ed economico.

Da sempre chiusura e protezionismo, tanto nelle società quanto in economia, portano isolamento e regressione. L’apertura non solo porta al proprio interno nuove energie, nuove idee e più dinamismo, ma proietta all’esterno l’immagine di una comunità forte, attrattiva, che non teme il confronto e le influenze esterne, ma che le integra e si alimenta di esse. E’ stata questa, per esempio, la grandissima forza degli Stati Uniti nei due secoli passati. Un Paese che ha accolto milioni di immigrati, spesso senza che nemmeno conoscessero la lingua inglese. E questo contributo ha reso gli Stati Uniti non solo un’economia più forte, ma un riferimento per milioni di persone nel resto del mondo. E oggi, anche se molti dei vecchi immigrati parlano ancora i loro dialetti di origine, l’inglese è diventato la lingua passepartout di tutto il mondo. Una sorta di divertente contrappasso, non avvenuto per caso.

Ma per capire il valore che gli immigrati possono portare in una società non c’è bisogno di guardare alla storia e al passato degli Stati Uniti: basta aprire gli occhi e saper vedere l’Italia di oggi. Gli immigrati rappresentano ormai una componente fondamentale della nostra economia e della nostra società, molti settori crollerebbero senza di loro. Come ci dicono i dati dell’Istituto Tagliacarne, che assieme a Unioncamere monitora il contributo degli stranieri alla nostra economia, ci sono settori, come quello delle costruzioni, in cui addirittura un quarto del valore aggiunto prodotto è dovuto agli stranieri. Sempre secondo le stime del Tagliacarne, il contributo complessivo degli stranieri al valore aggiunto prodotto in Italia è stato, nel 2009, di oltre 165 miliardi di euro, il 12,1% del totale.

Non solo, ma attraverso il loro lavoro gli immigrati contribuiscono anche ai nostri servizi e alle nostre pensioni. Pochi sanno che i contributi versati dagli immigrati all’Inps ammontano a sette miliardi e mezzo di euro, ovvero il 4% di tutte le entrate dell’Inps, una cifra altissima soprattutto se si considera che sono pochissimi gli immigrati che, invece, beneficiano di pensione dallo Stato italiano. E sono pochi non solo perché molti devono ancora maturarla, ma perché sono tanti quelli che dopo alcuni anni tornano poi nel loro Paese di origine lasciandoci in dote i loro contributi. Questo significa, come ben documenta l’ultimo libro di Walter Passerini e Ignazio Marino («Senza Pensioni», Chiarelettere), che gli immigrati stanno supportando in modo sostanzioso anche il nostro sistema di welfare sociale oltre che economico. E possiamo immaginare quanto maggiore potrebbe essere tale contributo se riuscissimo finalmente ad affrontare questo tema con meno foga ideologica e meno paure, aiutando molti stranieri ad integrarsi, cominciando dal rendere i loro figli, che di fatto sono italiani, cittadini a tutti gli effetti.

Le conseguenze di un’apertura di questo genere sarebbero molto importanti, e non solo in termini economici. Pensiamo a cosa possa significare per una famiglia, e soprattutto per dei bambini e dei giovani, sentirsi parte integrante della società in cui vivono e lavorano, sentirsi portatori degli stessi diritti e doveri di chi gli sta intorno. L’emarginazione genera rancore, odio, rende inevitabilmente arrabbiati contro chi ti esclude. L’integrazione, quella piena e sincera, dà e genera fiducia, coesione, identità collettiva. E questo aiuta a prevenire malesseri sociali, conflitti, criminalità. E aiuta a fare fronte comune contro i problemi e le crisi, in nome di un Paese che non è soltanto di quelli che in qualche modo se lo sentono nel sangue, ma di tutti quelli che lo hanno scelto con passione, determinazione e amore.

La Stampa 23.11.11

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“Oltre mezzo milione i bimbi venuti alla luce in Italia”, Karima Moual

«Quella bambina mi ha chiesto di dov’ero. Italiana le ho detto. Eppoi gli ho chiesto di dov’era lei. Italiana, mi ha detto». Fa sorridere e spiazza la naturalezza con la quale Amira, figlia di padre algerino e madre marocchina, si dice italiana, nel conoscersi al parco con Chiara. Età 5 anni entrambe. Fa sorridere ma ci fa anche scoprire dal vero quello che sta nascendo e crescendo nel nostro paese: i nuovi italiani.
Peccato che la consapevolezza orgogliosa di Amira, nel tempo, come oggi denunciano le seconde generazioni che hanno 18, 20 e 30 anni, andrà ad affievolirsi, nell’insofferenza giorno per giorno nel non essere riconosciuti come italiani. Fa ben sperare in questo senso la presa di posizione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha sdoganato la parola “follia” in merito alle attuali leggi sull’immigrazione e della cittadinanza in particolare. Leggi anacronistiche, perché l’Italia ormai da più di 30 anni è un Paese di immigrazione con i suoi nuovi figli.
Fino a oggi, le proposte per dare subito la cittadinanza alle seconde generazioni, almeno una quindicina solo nell’ultima legislatura, non hanno fatto strada in Parlamento. Non c’è riuscito nemmeno il progetto di legge Sarubbi-Granata, una delle rare proposte trasversali di questi anni, firmata da esponenti di tutte le maggiori forze politiche, ovviamente Lega Nord esclusa.
Il salto è appunto tra lo jus soli e lo jus sanguinis. La legge in Italia non prevede il diritto di cittadinanza acquisito per il semplice fatto di essere nati in Italia. La condizione giuridica dei bambini di origine straniera nati in Italia è da un lato strettamente legato alla condizione dei genitori: se i padri ottengono la cittadinanza – dopo 10 anni di residenza legale – questa si trasmette anche ai figli. Dall’altro, la legge prevede che i minori di origine straniera nati in Italia possano fare richiesta di cittadinanza al compimento del 18° anno di età (ed entro il compimento del 19°) a condizione che siano in grado di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente sul territorio italiano. In questo quadro la condizione di questi bambini è esposta a una serie di fragilità di natura burocratica, che di fatto ne rendono difficile l’acquisizione dei requisti previsti dalla legge.
Stiamo parlando di 1 milione di figli di immigrati. Più della metà sono nati qui, ma sono considerati stranieri/immigrati pur se mai sono emigrati. Di fatto a loro viene impedito di sentirsi pienamente italiani. Sono schiavi del permesso di soggiorno, non possono andare in gita se lo stanno rinnovando, non vestono la maglia azzurra nelle competizioni sportive. Di loro ne abbiamo parlato sul Sole attraverso la serie It/alieni. Storie incredibili di chi come per esempio Donia, per un errore di registrazione della sua nascita all’anagrafe (dove risultava fatto un mese dopo) si è vista al 18° anno con la presentazione della domanda di cittadinanza rifiutata. Il suo caso è stato poi risolto. Ma molti altri non hanno la sua fortuna.

Il Sole 24 Ore 23.11.11