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"Quei ragazzi nel limbo", di Chiara Saraceno

Instancabilmente il presidente Giorgio Napolitano richiama la classe politica al dovere della responsabilità in tutti i settori cruciali per il futuro del Paese, quindi necessariamente anche per le condizioni in cui si trovano a crescere e operare le nuove generazioni, inclusi i bambini e adolescenti legalmente stranieri. Stranieri ma di fatto italianissimi per autoidentificazione ed esperienza quotidiana. A due riprese nel giro di pochi giorni, il Presidente ne ha denunciato con nettezza lo status di cittadini dimezzati, che li colloca in una sorta di limbo del diritto, di persone senza territorio e senza appartenenza. I minori nati in Italia da genitori entrambi stranieri e residenti nel nostro Paese sono oltre mezzo milione. Il loro numero è raddoppiato dal 2000, quando erano 277 mila. Costituiscono ormai quasi il 14% dei bambini che nascono ogni anno in Italia. In un Paese che invecchia rapidamente a causa della bassissima fecondità, si tratta di numeri importanti e di una risorsa umana preziosa. Tuttavia il nostro ordinamento continua a considerarli con indifferenza, quando non ostilità. Insieme ai bambini e ragazzi che sono nati altrove, ma stanno vivendo tutta la loro infanzia e adolescenza nel nostro Paese, condividendo lingua e abitudini con i loro coetanei autoctoni, i minori “stranieri” nati in Italia, infatti, vivono in una sorta di condizione sospesa per quanto riguarda la cittadinanza e i diritti ad essa connessi. La legge italiana li costringe in uno statuto di apolidi di fatto, se non di principio, con tutte le restrizioni che questo comporta. Se per qualche motivo i loro genitori perdono il diritto di soggiorno, ne seguono il destino, anche se l´Italia è l´unico paese che conoscono e in cui sono cresciuti. Ed è meglio che non passino lunghi periodi fuori Italia, per uno stage formativo o per stare con parenti rimasti nel paese d´origine, se non vogliono rischiare di perdere il diritto a chiedere la cittadinanza. Mentre a un giovane nato e cresciuto all´estero da genitori italiani che magari non hanno mai vissuto in Italia bastano due anni di soggiorno ininterrotto in Italia per ottenere la cittadinanza, ne occorrono diciotto ad uno figlio di stranieri nato e vissuto nel nostro paese, di cui ha frequentato le scuole, conosce la lingua e acquisito lo stile di vita e le norme di convivenza sociale.
Sono i paradossi dello jus sanguinis, che concepisce la nazionalità come una sorta di gene che si trasmette per via ereditaria e non per partecipazione quotidiana ad una società.
Sospesi tra due mondi, i bambini e adolescenti stranieri che nascono e crescono nel nostro Paese non appartengono a nessuno dei due: uno non lo conoscono, l´altro non li riconosce. L´esperienza di essere straniero nel loro caso è estrema; perché non c´è patria cui si possano sentire pienamente appartenenti. Si tratta di un´esperienza difficile anche per un adulto, ma che per una persona impegnata nella definizione della propria identità e nella individuazione del proprio posto nel mondo costituisce un handicap inutilmente gravoso. Può anche innescare processi di rifiuto, di estremizzazione difensiva della propria non appartenenza, con grave danno per tutti.
Sono ormai anni che si discute di una riforma della legge del 1992 sulla cittadinanza, in particolare, anche se non esclusivamente, per quanto riguarda chi è nato in Italia o comunque vi ha frequentato le scuole. Chissà se il Parlamento, liberato dalla necessità di discutere di provvedimenti di legge ad personam, troverà il tempo e il senso di responsabilità per approvare finalmente norme più civili e lungimiranti nei confronti dei ragazzi che crescono tra noi e con noi e che, con i nostri, sono il presente e il futuro del Paese. Solo se smettiamo di considerarli stranieri di passaggio, e anzi investiamo su di loro e sul loro desiderio di appartenenza, possiamo aspettarci da loro, come da tutti, che si impegnino lealmente per il nostro comune Paese. A differenza di quanto fanno i leghisti, per i quali l´appartenenza nazionale è solo un´arma da giocare contro gli immigrati, ma da rifiutare per tutto il resto.

La Repubblica 23.11.11

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Immigrati, l´affondo di Napolitano “Cittadinanza a chi nasce in Italia”, di Umberto Rosso

La Lega: pronti alle barricate. Il Pdl: governo a rischio. Il presidente: è una follia negare questo diritto. Sì dal Pd: se ne discuta in Parlamento. «Non so come definirla, un´autentica follia, un´assurdità. Questo è il non concedere la cittadinanza ai bambini figli di immigrati che sono nati in Italia ma che non diventano italiani». Per la seconda volta, nel giro di pochi giorni, Giorgio Napolitano torna a invocare la nuova legge sul diritto di cittadinanza. E al Quirinale, incontrando le chiese evangeliche, ha tirato fuori stavolta toni decisi e fuori ordinanza proprio per «inchiodare» i partiti alla necessità urgente di una riforma che introduca lo «ius soli», il diritto acquisito in base al luogo di nascita e non al paese di origine dei genitori. Obiettivo centrato, perché la sollecitazione ha rimesso all´ordine del giorno la questione, ma con la neo maggioranza di governo che si spacca sul da farsi. Tanto che arrivano perfino minacce di rappresaglia sulle sorti del governo Monti da parte del centrodestra. Il Pd invece accoglie in pieno il richiamo di Napolitano, «un´esigenza di civiltà che noi siamo pronti ad approvare entro Natale» garantisce il capogruppo Franceschini. Già depositato dai democratici un disegno di legge firmato da 113 parlamentari. Così come totalmente d´accordo con il capo dello Stato si dicono Terzo Polo e Idv. «Lasciamo da parte le contingenze elettorali su questioni come queste», propone Casini. Sì dal ministro Riccardi: «I nuovi nati sono cittadini italiani».
Al contrario, reazioni rabbiose contro il capo dello Stato della Lega, pronta «alle barricate» per non far passare una legge che «stravolgerebbe la Costituzione», sostiene l´ex ministro Maroni. «Napolitano sta esagerando», accusa l´eurodeputato Salvini. E l´altro ex ministro del Carroccio, Calderoli, replica che vera follia sarebbe non applicare più lo «ius sanguinis», e legge perfino nelle parole di Napolitano un mero espediente per dare la caccia ai voti degli immigrati: «Non vorrei che questa idea altro non sia che il cavallo di Troia che, utilizzando l´immagine dei «poveri bambini», punti invece ad arrivare a dare il voto agli immigrati prima del tempo previsto dalla legge».
Ma, al di là delle battutacce leghiste, resta il Pdl il nodo sensibile per la tenuta delle larghe intese. E qui echeggiano, pur fra differenti posizioni (l´ex ministro Carfagna per esempio è possibilista) e altolà perentori, e si agita il fantasma della crisi di governo se la riforma della cittadinanza non dovesse restare fuori dal programma. «Se qualcuno vuol fare cadere il governo e andare alle elezioni anticipate – minaccia La Russa, coordinatore del Pdl – ha trovato la strada giusta». E Gasparri, capogruppo al Senato: «Questa è una spallata. Il governo Monti è nato solo per occuparsi dell´emergenza economica, Lasci stare il resto». La replica arriva dal presidente della Camera Fini («Mi pare un modo originale di porre la questione»), che chiede invece di affrontare l´argomento alle Camere: «Sono temi che stanno nell´agenda politica e del Parlamento, spero che il mutato clima che si sta vivendo renda possibile lavorare su questo». Ma con la richiesta del presidente Napolitano si schierano anche molte associazioni, dalla Caritas all´Anci, da Telefono azzurro alle Acli, e i sindacati. Concedere la cittadinanza ai nati nel nostro paese, ha spiegato il capo dello Stato, «dovrebbe corrispondere ad una visione della nostra nazione di acquisire nuove energie per una società invecchiata, se non sclerotizzata». E per Napolitano la nomina di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant´Egidio, a ministro per la Cooperazione e l´Integrazione, segnala «la possibilità di riprendere le politiche di integrazione che hanno uno sviluppo ormai lontano». Ovvero, quella riforma del ‘98 che porta proprio, insieme a Livia Turco, la firma dell´attuale presidente della Repubblica.

La Repubblica 23.11.11

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“Il presidente ha ragione bisogna ripensare la legge o siamo destinati al declino”, di Marco Ansaldo

Riccardi: superiamo la logica dell´emergenza. Già prima di ricevere l´incarico avevo deciso di parlare di questo tema. Ora lo farò a maggior ragione. Parlano la nostra lingua, vedono gli stessi paesaggi, sono legati a noi. Come possiamo considerarli stranieri?
«Sì, il presidente Giorgio Napolitano ha ragione: c´è la possibilità di riprendere in mano le politiche sull´immigrazione. E dunque occorre ripensare la legge sulla cittadinanza. Perché l´integrazione è un tema centrale di quest´epoca. Lo faremo, allora, nell´interesse del Paese, della generazione dei bambini immigrati e delle loro famiglie».
Per Andrea Riccardi è un periodo davvero intenso. Citato pubblicamente ieri dal capo dello Stato per l´importanza del nuovo ministero che gli è stato affidato, ma anche elogiato da un ministro del passato governo (Gianfranco Rotondi, il quale ha detto che lo storico della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant´Egidio «ha una bella storia personale»), sa di avere dietro di sé anche l´attenzione del Vaticano e dello stesso Pontefice, che lo conosce bene e lo stima. Riccardi allora si schernisce, e si dice ancora «scombussolato» per la chiamata del premier Mario Monti a partecipare al nuovo esecutivo in un ruolo chiave, benché senza portafoglio. E tuttavia «felice» per la nuova avventura. Lo incontriamo mentre esce dal suo ministero, a Roma, a Largo Chigi.
Il presidente della Repubblica ha parlato di «assurdità e follia» per il fatto che i figli degli immigrati nati in Italia non siano cittadini italiani. È uno dei temi centrali del suo ministero. Che cosa ne pensa?
«Mi sembra che il capo dello Stato abbia dato – per la seconda volta nel giro di pochi giorni – un contributo al ripensamento dell´identità italiana. Ponendo l´accento sull´importanza di sapere chi siamo e dove andiamo. Un argomento decisivo».
Perché?
«Intanto perché giunge nell´anniversario dei 150 anni dell´unità d´Italia. Proprio quest´anno i giovani hanno potuto riscoprire le loro radici, direi con un orgoglio maturo».
E poi?
«Perché ha posto il problema dei nuovi italiani e fatto cenno alla legge che porta il suo nome, la Turco-Napolitano del 1998, che segnala un percorso per stabilizzare gli stranieri, seguendo una logica che va dal momento dell´emergenza a quello della stabilizzazione del fenomeno».
Però oggi le prospettive sono diverse.
«Sì, lo sono perché ora abbiamo un popolo di bambini che sono figli di immigrati. I nati in Italia giuridicamente stranieri superano il mezzo milione. E i minori residenti sono quasi un milione. Insomma, parlano l´identica lingua, vedono i medesimi paesaggi, vivono la stessa storia, sono legati al nostro mondo. Senza di loro l´Italia sarebbe più vecchia e con minori capacità di sviluppo».
Qual è la sua intenzione allora?
«Occorre ripensare la legge sulla cittadinanza. Questo proprio perché abbiamo fiducia nella nostra identità. Che è forte e al tempo stesso flessibile. Capace di integrare».
Un obiettivo ambizioso. Ma non vede dei rischi?
«Io piuttosto vedo convergere in questo progetto, come nelle grandi scelte della politica, l´identità nazionale con l´interesse nazionale. E anche con l´interesse dei soggetti in questione, cioè i bambini e le loro famiglie».
In quanto fondatore di Sant´Egidio è un argomento a lei caro. Non si attirerà però delle critiche?
«Veramente, e lo dico in modo assolutamente modesto, sono anni che auspico che questo tema sia trattato in modo ragionevole, legale, e soprattutto umano. Prima di ricevere questo incarico avevo già deciso di parlare di integrazione. Lo faccio ora a maggior ragione».
E dal punto di vista storico come lo considera?
«Credo che il tema dell´immigrazione sia importante tanto quanto la questione dei confini nell´Otto-Nocevento. E andrebbe affrontato perciò in modo preveggente, freddo e ragionevole».
Si dice che l´Italia abbia una società invecchiata, se non addirittura sclerotizzata. Ma è davvero così?
«Beh, sul tema dell´immigrazione ci si gioca sul serio il futuro, e la possibilità di acquisire nuove energie. L´integrazione è un passaggio importante. Gli stranieri ringiovaniscono il Paese. È una grande possibilità per il domani. E per tutti i cittadini italiani».
Napolitano ieri ha ricordato il significato della sua nomina a ministro, citando «l´integrazione nella società e nello Stato italiano». Un invito chiaro a puntare su questo aspetto?
«Io sono grato che Napolitano abbia fatto cenno al mio ministero. Anzi confesso che non sono ancora abituato a pronunciare questa parola, sono ancora fresco di nomina. Ma credo che rappresenti un segnale per affrontare la questione in modo non partigiano».

La Repubblica 23.11.11

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“Rappresento il Paese ai mondiali scacchi ma quando compirò 16 anni sarò esclusa”

Campionessa italiana under 16, e forse campionessa mondiale. Eppure per Daniela Roxana Movileanu, 14 anni, figlia di immigrati romeni, la passione per gli scacchi è nata così, quasi per caso. «Avevo 8 anni – racconta – e nella mia scuola avevano organizzato un corso di scacchi. Mi sono iscritta senza nemmeno sapere di che cosa si trattasse. Adesso giocare, ma soprattutto dare il meglio di me, è diventato fondamentale». È una storia di determinazione quella di Daniela, un fratellino più piccolo, papà elettricista e mamma infermiera arrivati da Focsani in Romania, in questi giorni in Brasile per disputare il titolo mondiale under 16. Daniela però non ha la cittadinanza, e compiuti i 16 anni se non arriveranno i documenti non potrà più rappresentare l´Italia nei tornei internazionali.

La Repubblica 23.11.11

"La doppia scommessa del Professore", di Andrea Bonanni

Mario Monti è tornato a Bruxelles, là dove si è coniata l´immagine di statista super partes che gli vale la guida del governo, con due obiettivi. Il primo è misurare, in tempo e denaro, quanto vale per il Paese l´apertura di credito personale delle autorità europee.
La seconda è di togliere l´Italia dalla gabbia degli imputati in cui l´avevano relegata le anomalie berlusconiane, e allo stesso tempo di trovare un supporto comunitario per il ruolo propulsore che egli intende riconquistare sulla scena europea.
La prima scommessa appare più difficile della seconda. è vero che non si ricorda un governo, non solo italiano ma di qualsiasi altro stato membro dell´Unione, che sia stato accolto alla sua nascita da espressioni così aperte e unanimi di entusiasmo e di sollievo da parte dell´Europa. Ma è anche vero che a Bruxelles vige una netta e pragmatica distinzione tra sentimenti e giudizi. I primi possono essere soggettivi; i secondi devono e vogliono essere oggettivi.
Per godere di credito in Europa, il Professore deve quindi offrire garanzie precise. E infatti, al di là dell´ammirazione personale per le qualità umane e politiche del nuovo premier, al di là della soddisfazione per l´uscita di scena di una personalità imbarazzante e inaffidabile come Silvio Berlusconi, il vero valore aggiunto del nuovo governo italiano, agli occhi di Bruxelles, è proprio la larghissima maggioranza di cui gode in Parlamento e il vasto consenso che gli attribuisce l´opinione pubblica. Segno, si immaginano in Europa, che esiste un convinto sostegno bipartisan nel Paese alle riforme profonde e in parte dolorose che Monti ha promesso di fare.
La partita che il nuovo capo del governo è venuto a giocarsi a Bruxelles è stata proprio questa: spiegare ai suoi interlocutori quanto delicato, se non fragile, sia questo sostegno. E come egli intenda mantenerlo e rafforzarlo varando “pacchetti” di riforme che premino e colpiscano in egual misura gli interessi politici ed economici della destra e della sinistra. Per farlo, però, non potrà spingere troppo l´acceleratore sul risanamento dei conti pubblici senza compensare i tagli e le tasse con misure espansive che ridiano fiato a un´economia stagnante.
È un discorso che l´Europa capisce bene, tanto è vero che per tutti i tre anni di governo Berlusconi ha insistito inutilmente sulle liberalizzazioni e le riforme necessarie per la crescita. Ma questo vuole anche dire che Bruxelles dovrà aprire una linea di credito politico al Professore, accettando che il risanamento dei conti non vada oltre i parametri promessi (ma non mantenuti) da Berlusconi-Tremonti in cambio di un impegno onesto a profonde riforme strutturali che svecchino il Paese e lo riportino a crescere.
La seconda scommessa appariva più facile, ieri, vista da Bruxelles. Ma risulterà più difficile, domani, al vertice italo-franco-tedesco di Strasburgo. L´uscita di scena di Berlusconi e dei suoi ministri, spesso assenti, spesso imbarazzanti, ha di per sé riportato l´Italia in Europa ponendo fine a una lunga e silenziosa quarantena. Ma Monti sa benissimo che questo non è sufficiente. Negli ultimi anni l´architettura europea è cambiata profondamente. Anche a causa dell´emarginazione dell´Italia, e del crescente allontanamento britannico, è emerso un duopolio franco-tedesco che maschera a stento una totale egemonia germanica.
Se l´Italia vuole ritornare a sedersi tra i grandi d´Europa, deve dunque ritagliarsi un ruolo politico. E quale sia questo ruolo, Monti lo ha detto ieri con chiarezza: tornare a farsi campione di una maggiore integrazione comunitaria ritrovando un equilibrio tra le tentazioni egemoniche della Germania e le deviazioni intergovernative della Francia. Su questo fronte, ieri, il Professore ha trovato un alleato entusiasta nel presidente della Commissione, Barroso, umiliato da anni di duopolio franco-tedesco. E troverà sostegni altrettanto convinti nel Parlamento europeo e nella Banca centrale di Francoforte. Ma superare il muro delle diffidenze franco-tedesche non sarà facile. Fare accettare l´Italia come terzo interlocutore stabile nel duetto ineguale tra Parigi e Berlino sarebbe un vero miracolo politico. Eppure in questo miracolo Mario Monti crede fermamente.
In questa missione impossibile, due fattori interni alla coppia franco-tedesca giocano a suo favore. Da una parte Sarkozy, alla guida di una Francia sempre più in difficoltà, si rende conto che da solo non è in grado di smuovere la Merkel dalle sue barricate di principio che rischiano di affondare Parigi, l´euro e l´Europa. Dall´altro la Cancelliera sta prendendo coscienza che due anni di veti e di resistenze ostinate rischiano di saldarsi in un bilancio disastroso per lei stessa e per la Germania. Se il contagio finanziario dovesse travolgere anche la Francia, Angela Merkel passerebbe alla storia come la donna che ha affossato l´Europa sull´altare dei sondaggi d´opinione tedeschi. Entrambi, dunque, hanno bisogno di una via di uscita che permetta di rompere uno stallo durato troppo a lungo. Se Mario Monti saprà indicargliela, sarà interesse di entrambi allargare all´Italia un duopolio ormai insostenibile. E così “Supermario”, dopo aver posto termine al lungo letargo italiano, potrebbe suonare la sveglia anche per un´Europa che, peraltro, la attende da tempo.

La Repubblica 23.11.11

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“Quattro ingredienti per la stabilità”, di Franco Bruni

Gli incontri europei di Monti riprendono, dopo il cambio di governo, il dialogo con gli organi comunitari sull’aggiustamento dell’economia italiana. L’Europa considera credibile che il nuovo clima politico del nostro Paese renda l’aggiustamento più incisivo. Ma l’opportunità di Monti è anche quella di contribuire a disincagliare il governo economico comunitario da una leadership franco-tedesca che non è efficace, perché Merkel e Sarkozy vanno poco d’accordo e puntellano con la visibilità europea le rispettive debolezze politiche nei loro Paesi.

Il duplice fine di questi giorni europei si adatta alla duplice veste del primo ministro di uno dei Paesi membri che deve fare un maggior sforzo di aggiustamento, il quale è anche una persona che da tempo ha la reputazione e l’esperienza di un protagonista delle istituzioni comunitarie e della loro evoluzione. Ed è duplice anche lo sforzo perché l’Europa riprenda stabilità e crescita: quello dei singoli Paesi membri «per riordinare la propria casa» e l’azione dell’Ue che li stimola e li aiuta.

Sul riordino della casa italiana il governo farà presto sapere le sue prime mosse. Su quello che deve fare l’Ue il dibattito è intenso e controverso. Ma ora è tempo di concluderlo: non si può più improvvisare per tamponare le urgenze della crisi. Lo si è fatto troppo, bisticciando e ottenendo risultati opachi e precari, puniti dai mercati. Ora la guerra all’ emergenza va combattuta facendo convergere l’Unione su buone decisioni di lungo periodo. Vanno distribuiti con chiarezza compiti e responsabilità per mantenere la stabilità finanziaria in Europa. In presenza di decisioni politiche nitide e credibili i mercati sono disposti a una tregua, sono disposti a concedere il tempo perché esse vengano realizzate, compreso il tempo necessario per eventuali modifiche dei Trattati.

Passi importanti sono già stati fatti: abbiamo nuove autorità di vigilanza finanziaria comunitarie, ma vanno potenziate; abbiamo nuove regole per disciplinare le finanze pubbliche e altri aspetti delle macroeconomie dei Paesi membri, ma per applicarle davvero occorre prima domare l’emergenza. E’ il momento di concentrarsi su decisioni durature per ottenere la stabilità finanziaria in un’ area dove ci sono rischi di illiquidità e insolvenza anche per i titoli di Stato.

Credo che la ricetta abbia quattro ingredienti, tutti indispensabili in certe dosi. Il primo è l’autodisciplina e l’aggiustamento finanziario delle singole economie nazionali, coordinate con forza dal centro dell’ Ue. Ma occorre tempo per aggiustare gli squilibri in modo duraturo, strutturale, socialmente e politicamente sopportabile. Poiché i mercati sono spesso impazienti, ci vuole allora il secondo ingrediente: va dato tempo agli aggiustamenti fornendo finanziamenti comunitari. Che devono essere di due tipi, ben distinti: supporto di breve termine da parte della Bce e di medio-lungo termine da parte di un meccanismo comunitario che veda l’impegno congiunto e solidale di un ammontare adeguato di fondi da parte dei governi nazionali. Chi vuole che sia la sola Bce ad assicurare supporti illimitati, anche oltre il breve termine, sta proponendo di sconvolgere la costituzione monetaria dell’eurozona. E’ sperabile che l’intervento di Monti possa indebolire queste posizioni.

Finanziare gli squilibri, a breve e a medio termine, non significa abolire la disciplina con cui i mercati speculano contro i Paesi squilibrati. Significa anzi esaltare la funzione dei mercati, evitando che si esprimano in modi violenti e controproducenti. Quanto all’impegno solidale di fondi governativi a medio-lungo termine, esso può assumere forme tecniche diverse, comprese le varie possibili versioni dei cosiddetti eurobond. Ma quel che conta è la sostanza politica dell’impegno solidale a finanziare, in misura limitata ma sopportando i rischi che ne derivano, gli aggiustamenti graduali dei Paesi in difficoltà, per la semplice ragione che il loro buon fine è interesse collettivo dell’Europa. L’introduzione esplicita del principio di una pur limitata solidarietà finanziaria europea è quindi il terzo ingrediente della ricetta: vanno convinti soprattutto i tedeschi e Monti può aiutare.

Il quarto ingrediente è la disponibilità, in caso di insufficienza dei tre ingredienti precedenti, di una procedura per gestire il «fallimento» dei governi indebitati in modo insostenibile e incorreggibile, cioè per ristrutturare il loro debito pubblico mettendo una parte del costo dell’aggiustamento dei Paesi in difficoltà a carico di chi ha investito nei loro titoli. L’ammettere che ci possano essere dei fallimenti governativi, ben gestiti e controllati, stimola la disciplina finanziaria e crea meno panico che l’insistere nel negarlo di fronte alla diffusissima convinzione che il parziale fallimento è a volte inevitabile. Questo ingrediente è già stato, in linea di principio, approvato dal Consiglio europeo in luglio. Ciononostante, è difficile da introdurre nella ricetta, perché porta con sé anche la necessità di rivedere le procedure di insolvenza delle banche, che detengono molti titoli governativi, e perché fra i nemici di questo ingrediente c’è stata a lungo la Bce. Ma dobbiamo augurarci che i prossimi colloqui europei riprendano il tema. Le regole per il «default controllato» dei debitori sovrani servono anche a difendere l’indipendenza della Bce evitando che, per escludere del tutto il rischio di insolvenza dei governi, essa venga obbligata a sostituirsi a loro come debitore di ultima istanza.

La Stampa 23.11.11

Napolitano: Italiani i figli di immigrati "Una follia negare la cittadinanza", da lastampa.it

«Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricevendo oggi al Quirinale i rappresentanti delle chiese Valdesi e di altre comunità di fede italiane. Per Napolitano «Forse ora è possibile affrontare temi» come quelli di una legge quadro sui rapporti fra le minoranze religiose e lo Stato e il diritto di cittadinanza di chi vive in Italia ed è nato da immigrati.

«Ora si apre un campo di iniziative anche maggiore che nel passato», ha detto Napolitano riferendosi anche alla «differenziazione fra il governo e il parlamento». Una situazione in cui le Camere hanno «campi a sé riservati» per agire. Inoltre «dev’essere sottolineata» una serie di fattori come la presenza di Andrea Riccardi al ministero per la Cooperazione e l’integrazione. «Ora credo che si apra un campo di iniziative più ampie che in passato. Ci sono maggiori distinzioni tra i compiti del governo e del Parlamento il quale ha campi in cui intervenire con sue proposte».

Intanto oggi Ignazio Marino ha depositato un disegno legge per l’attribuzione della cittadinanza ad ogni bambino nato sul territorio italiano. «Esiste una discriminazione incomprensibile ai danni dei figli degli immigrati nati in Italia, lo ha ribadito oggi anche il presidente Napolitano. Un bambino senza cittadinanza sarà sempre uno straniero in un Paese che invece vive e sente come proprio. Con il disegno di legge che ho presentato, si afferma un principio semplice: un bambino che nasce in Italia è italiano, punto. Lo hanno firmato 113 senatori, quindi un terzo dell’aula del Senato, e spero che avrà un esame e una approvazione rapida», dice il senatore del Partito Democratico, che oggi ha depositato il disegno legge firmato da 113 senatori (e a seconda firma della capogruppo Anna Finocchiaro) che modifica la legge n. 91 del 5 febbraio 1992 e prevede l’attribuzione della cittadinanza ad ogni nato sul territorio italiano indipendentemente da quella dei genitori.

«Il multiculturalismo e il confronto fra diverse identità culturali sono risorse sulle quali investire – aggiunge Marino – discriminare l’infanzia, compromettere la crescita equilibrata dei bambini che nascono in Italia da genitori immigrati è incivile: il nostro Paese non può più permettersi vivere nell’intolleranza e nell’arretratezza culturale. Con buona pace di quella parte del mondo politico che rifiuta la modernità, facciamo un passo avanti».

www.lastampa.it

Oggi siamo al tavolo con i primi paesi d'Europa

Il PD ha posizioni già dichiarate sulla riforma del fisco, delle pensioni e sul mercato del lavoro. Sul nuovo governo non mettiamo condizioni ma non accettiamo che altri le mettano. Sintesi dell’intervento del segretario Pier Luigi Bersani durante la trasmissione radiofonica di Radio1 “Baobab”. I mercati restano in difficoltà, lo spread che cammina anche dopo l’insediamento del nuovo governo Monti. Insomma nessuno ha la bacchetta magica?

“Siamo in un’altra situazione, perché sarà possibile affrontare problema a fianco dei grandi Paesi europei cercando di correggere la linea della politica economica europea che fin qui si è dimostrata insufficiente e cercando, per quello che riguarda noi, di toglierci dal fronte più scoperto della crisi. Quel che cambia oggi è che siamo al tavolo con i primi paesi d’Europa”.

Alcune misure per il governo. Sarà la patrimoniale terreno di scontro tra PD e Pdl, visto che Berlusconi ha detto di essere contrario?

Non esistono linee controverse all’interno del PD. Siamo un partito che discute e al momento giusto decide. Noi abbiamo già posizioni dichiarate: abbiamo presentato un emendamento alla manovra di Tremonti che parlava di imposizioni sui grandi patrimoni immobiliari e abbiamo presentato, quando si parlava di federalismo fiscale, un meccanismo di imposizione fiscale sui servizi erogati a livello locale con grande attenzione per le fasce più deboli. Tutto questo in alternativa alle soluzioni proposte dal governo Berlusconi di taglio lineare alle detrazioni fiscali. Noi abbiamo le nostre proposte e queste sono state presentate in bilanciamento del sistema fiscale che grava troppo sul lavoro e su famiglie e poco sui patrimoni, gli immobili e sull’evasione fiscale.

La riforma delle pensioni. Su questo si registrano posizioni differenti tra il responsabile economico del PD, Fassina che dice no e il vicesegretario Enrico Letta che sembra molto più disponibile

Queste domande non si farebbero mai al Partito Democratico americano. Non è che Kerry, Clinton e Obama la pensano sempre nella stessa maniera. Si discute e dopo si stabilisce una linea politica. È molto agevole trovare la posizione del PD sulle pensioni. Noi consideriamo un’area flessibile di uscita dal lavoro tra i 62 e i 70 anni con meccanismi di incentivazione e disincentivazione. Tutto quello che si ricava da questa flessibilità deve essere portato a sostegno della previdenza dei giovani. Questa è la posizione del PD. Siamo in attesa di capire come potrà essere definito l’intervento del governo e siamo pronti a discutere secondo questo criterio in Parlamento. Non pretendiamo che questo governo faccia il 100% di quello che faremmo noi, però le nostre idee saranno al confronto nella sede parlamentare. È questa la nostra impostazione: accettiamo di discutere del tema delle pensioni ma pensiamo che questo tema possa essere affrontato con una logica di flessibilità attraverso meccanismi di convenienza in uscita. Ho apprezzato che il Presidente del Consiglio Monti abbia inteso riaprire un confronto con le forze sociali sulla base dell’accordo del 28 giugno dopo anni nei quali si è puntato sulla divisione. Io mi aspetto che questioni come queste vengano affrontate e impostate nel dialogo sociale.

C’è da parte dei sindacati una disponibilità dichiarata verso quanto farà questo governo. Ma resta spinoso l’argomento del mercato del lavoro. Monti vuole incontrare le parti sociali e questo ben dispone.

Quello è il punto. Tutto deve essere affrontato con il dialogo sociale. Quanto alla discussione parlamentare, anche in questo caso abbiamo posizioni e documenti approvati sul tema del mercato del lavoro. Noi operiamo sostanzialmente perché ci sia una progressiva unificazione dei diritti di base dei lavoratori. Non drammatizziamo il tema dell’Articolo 18 perché il 95% delle imprese italiane non è sottoposto all’Articolo 18. Andando alla sostanza e non alle ideologie, se si vuole incominciare ad unificare il mercato del lavoro bisogna che un’ora di lavoro stabile costi un po’ meno e un’ora di lavoro precario costi un po’ di più. Questa è la nostra idea. L’eccesso di precarietà finisce per rovinare le esistenze e per dequalificare il mercato del lavoro. Questo si ovvia sia con delle norme, sia con elementi di convenienza e di costo. Noi abbiamo elaborato idee perché questo sistema dei costi sia più favorevole alla stabilità dell’impiego. Io ti do la flessibilità, ti do una quota di precarietà, però almeno tu mi paghi un po’ di più. È impensabile di aggiustare con interventi di natura fiscale la prospettiva pensionistica se questa non parte da un salario decente quando si è giovani.

Il governo è composto da tecnici e Monti ha preso tempo per nominare viceministri e sottosegretari rigorosamente tecnici.

Riconsideriamo quanto è successo: in dieci giorni abbiamo cambiato l’universo della situazione italiana e lo abbiamo fatto nelle condizioni che tutti conoscono di un lungo scontro politico. Definimmo e abbiamo tenuto ferma la posizione del PD che puntava ad un’autorevole presenza tecnica perché la tensione politica non imbarazzasse questa soluzione. Ora è chiaro che siamo di fronte ad una transizione e la grande partita sarà giocata con le elezioni. Il presidente del Consiglio è una persona saggia e accorta, farà le sue scelte e, se riterrà, ascolterà la nostra opinione. Certamente c’è un problema di raccordo con il Parlamento: se le figure tecniche e autorevoli che si possono trovare a livello di viceministri e sottosegretari avranno una certa attitudine, magari maturate in precedenti esperienze di dialogo con il Parlamento, tutto risulterà più facile. Noi siamo intenzionati a favorire questa prospettiva.

È difficile essere collaborativi con persone con cui fino al giorno prima si discuteva anche in modo aspro?

Per noi l’Italia viene prima di tutto. Per l’Italia si può mandare giù anche qualche rospo. Siamo in una situazione atipica: non c’è una larga maggioranza, non c’è una larga coalizione, non c’è un governo d’Unità nazionale. C’è un governo di impegno nazionale rispetto al quale ognuno si prende le proprie responsabilità. Noi non mettiamo condizioni ma non accettiamo che altri le mettano. Si discute in Parlamento su quello che dobbiamo fare per salvare il Paese. Se si dice NO al fatto che chi ha di più deve dare di più, io non sono d’accordo. Stavolta lo sforzo deve essere fatto da tutti ma , ripeto, chi ha di più deve dare di più e non solo per equità ma perché altrimenti il Paese non ce la fa. Non mettiamo pregiudizi, blocchi e condizioni.

Torniamo in Europa. Domani inizia il tour di Monti. Nel Pdl dicono che nonostante le dimissioni di Berlusconi, lo spread rimane alto. Secondo lei ci sono anche delle responsabilità di Germania e Francia?

Abbiamo due problemi: uno è legato al venir via dal fronte più esposto della crisi e questo incomincia a vedersi; l’altro, quello principale, è legato alla politiche delle destre in Europa che negli ultimi anni sono state completamente sbagliate. Ci troviamo davanti ad un’Europa azzoppata che non riesce a fare una politica comune seria per affrontare il problema del debito pubblico e degli spread. È cominciato con la Grecia. Per non aver voluto dire va bene paghiamo noi, garantiamo noi e poi facciamo i conti, per egoismi nazionali e chiusure politiche e culturali, si è lasciato che l’inflazione propagasse. E la Grecia che fa il 3% del Pil europeo è diventata un problema che ha contagiato tutti. Ora bisogna assolutamente invertire questa logica: l’Europa deve essere l’Europa. L’Euro va benissimo, è l’Europa che non va bene. Mi auguro che con il nuovo profilo del governo italiano si sia in condizione di porre anche questo problema mentre facciamo i compiti a casa senza che nessuno ci manda le letterine. E dobbiamo anche dire in sede europea che cosa va cambiato nelle politiche dell’Unione, far fronte comune sul serio se no non si salva nessuno.

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"Non svendere il patrimonio pubblico", di Ugo Mattei

Caro direttore, per incassare 6 miliardi, circa l’8% di quanto paghiamo di interessi sul debito pubblico ogni anno, pare andranno in vendita 338.000 ettari di terreni agricoli che oggi sono proprietà pubblica. Se non si farà attenzione, le conseguenze di una tale scelta, che in Africa è nota come land grab (appropriazione di terra) operata da grandi gruppi multinazionali, potrebbero essere serie, e portarci verso la dipendenza alimentare dall’agrobusiness. Potrebbero derivarne danni sociali ingenti subiti in primis dai nostri piccoli agricoltori che non potendo competere con quei colossi nell’acquistare, finirebbero per vendere anche i loro appezzamenti (come già avvenne quando i latifondisti comprarono le proprietà comuni messe in vendita da Quintino Sella).
La scelta di vendere è definitiva e ci riguarda tutti, presenti e futuri. Andrebbe fatta con grande cautela soprattutto quando ci si trova sotto pressione internazionale. Il processo di elaborazione teorica e pratica della categoria giuridico-costituzionale dei beni comuni discende da questa considerazione. Il cambiamento dei rapporti di forza fra settore privato azionario e settore pubblico a favore del primo rende i governi così deboli da non poter operare nell’interesse del popolo sovrano. La necessità urgente di forte tutela giuridica dei beni comuni come proprietà di tutti che i governi devono amministrare fiduciariamente nasce da questo squilibrio di potere prodotto dalla globalizzazione. Lo Stato italiano è proprietario, direttamente o tramite enti pubblici, di ingenti beni che fanno gola a molti. Gran parte di questi, che forniscono utilità indispensabili per garantire la sovranità dello Stato o la sua capacità di offrire servizi pubblici, non possono essere trattati come fossero proprietà privata del governo in carica. Alcuni dei beni dello Stato sono costituiti da edifici, acquedotti e terreni agricoli che soccorrono direttamente bisogni fondamentali della persona come coprirsi, bere o nutrirsi. Altri sono infrastrutture, come strade, autostrade, aeroporti, e porti che richiedono un assiduo investimento in manutenzione. Altri sono beni che i giuristi classificano come immateriali come le frequenze radiotelevisive, gli slot aeronautici (per esempio la tratta aerea Milano-Roma), i brevetti ottenuti con la ricerca pubblica, le partecipazioni pubbliche nell’industria produttrice di beni o servizi. Ancora, importanti beni servono allo Stato per erogare i suoi servizi alla collettività: scuole, ospedali, caserme, università, cimiteri, discariche, ambasciate. Ci sono poi i beni culturali: statue, monumenti, dipinti, reperti archeologici, lasciti del passato che dobbiamo trasmettere ai nostri successori. Per farlo occorre mantenerli accessibili a tutti godendone in comune, al di fuori dal modello del «divieto di accesso» che è tipico della proprietà (sia essa pubblica o privata). Beni comuni, governati dalla stessa logica di accesso sono poi i parchi, le foreste, i ghiacciai, le spiagge, il mare territoriale, l’aria da respirare o l’acqua da bere, a loro volta beni di grande valore collettivo il cui ingente valore d’uso non è tradizionalmente patrimonializzato.
Sebbene dotato di un patrimonio ingentissimo (fra cui ingenti riserve auree), il nostro settore pubblico è impoverito. I Comuni sono sul lastrico; gli edifici pubblici cadono spesso a pezzi e il territorio non riceve manutenzione. L’Italia è come un nobile decaduto che non sa gestire le sue ingenti proprietà, viene truffato dal maggiordomo e continua a indebitarsi per poter mantenere il proprio dispendioso stile di vita. Proprio come la nobiltà francese finì per svendere i propri palazzi, anche l’Italia, oberata dai debiti, sta vendendo (spesso svendendo) il suo patrimonio pubblico per «far cassa» e tirare avanti. Eppure se il patrimonio pubblico rimasto fosse amministrato davvero nell’interesse comune si potrebbero ottenere parecchi quattrini: molte concessioni (acque sorgive, autostrade, stabilimenti balneari, frequenze radiotelevisive, cave) sono rilasciate molto al di sotto del valore di mercato. La Gran Bretagna dando in affitto il suo etere ottiene circa 5 miliardi di sterline l’anno (grosso modo quanto si incasserebbe vendendo una tantum i terreni agricoli) contro i poco più di 50 milioni di euro che ottiene l’Italia.
Una buona amministrazione del patrimonio pubblico richiede sopratutto ordine, chiarezza nelle regole del gioco e democrazia nel decidere sulle cose di tutti. Le regole attualmente vigenti sono obsolete, oscure e quindi agevolmente eludibili. È importante farne di nuove e dotarle di innovativi strumenti applicativi. Una legge delega sulla riforma di beni pubblici predisposta dalla Commissione Rodotà contenente chiarezza su quali beni siano comuni e come vadano amministrati non è mai stata neppure discussa. Proprio nei momenti di maggior crisi sarebbe bene che alla logica della svendita subentrasse quella del buon padre di famiglia.

*Professore di Diritto internazionale comparato all’Università
della California di San Francisco

Il Corriere della Sera 22.11.11

"La cultura come motore di sviluppo", di Andrea Carandini*

Caro direttore, se il nuovo governo fondasse, in mezzo alla crisi, una politica della cultura? Poco si ricava dal passato: alle ideologie scadute è succeduta la gestione dell’emergenza tappando i buchi e quella degli eventi gratificando i politici. Né è possibile tornare alla spesa di un tempo: vi è stato un calo continuo dei finanziamenti (salvo il Lotto escogitato da Veltroni), fino ai tagli finali.
Dobbiamo tornare alla Costituzione, stiracchiata in questi anni da letture distorte, che invece va rispettata secondo le interpretazioni della Corte Costituzionale e le formulazioni del Codice dei beni culturali. Per esse la tutela è riservata allo Stato, ma questa supremazia è mal digerita, tanto che nessun piano paesaggistico è stato ancora approvato dallo Stato e dalle Regioni, come il Codice esige. Si è preferito sparpagliare cemento con «piani casa», piuttosto che riprogettare e ricostruire brutture e degradi. E si è anche approfittato dei «piani casa» per sforzare il Codice, come si è tentato nel Lazio; per non dire dei tentativi ripetuti, per fortuna respinti, di diminuire in materia i poteri dei soprintendenti.
Il nostro ministero è stato tra i due più colpiti dai tagli di Tremonti: mai si era vista tanta avversione alla cultura. L’organico del ministero è ridotto ai minimi termini: troppi interim, funzionari costretti a esaminare pratiche delicate in cinque minuti, saperi tradizionali che si perdono, nuove saperi che non si affacciano… Non è quindi sopportabile il taglio del 20 per cento all’organico che si prospetta: perderemmo oltre 30 funzionari e avremmo un esubero di oltre 3000 dipendenti su 21000. Saremo costretti, per salvare le soprintendenze, a mandare in trincea direttori regionali, direttori generali? Ben vengano dunque le 168 nuove assunzioni, ormai certe.
Per gli investimenti abbiamo un poco più un terzo di quanto il ministero, pur tanto ridotto, riesce a spendere. Tutelare presuppone non soltanto dire «no» ma mantenere il patrimonio, e ciò implica investimenti. Siamo molto al di sotto di quel che potremmo definire il limite minimo di funzionalità che la Costituzione impone. Se la condizione dovesse perdurare, i beni verrebbero danneggiati in modo irreparabile. I fondi di investimento devono pertanto risalire — si sono aggiunti recentemente un’ottantina di milioni di euro e 105 per Pompei — fino ad arrivare ad almeno ai 500 milioni annui (ne abbiamo circa 180).
Per avviare un progetto della cultura organico, servirebbe un ministero con competenze allargate alla produzione culturale, sia artistica sia imprenditoriale, e al turismo culturale. Cultura viene da colere: coltivare, abitare, quindi non soltanto l’alta cultura. Per dare al ministero la importanza che gli spetta, bisogna ricordare che il nostro patrimonio e la nostra creatività sono le fonti della nostra identità e della stessa capacità di essere cittadini pensanti e sono anche le fonti necessarie per consentire agli asiatici di capire radici e ragioni della civiltà occidentale. Ma siamo preparati al Global Tour? Bisogna poi avere fiducia nell’amministrazione. È vero che andrebbe ringiovanita e dotata di nuove competenze gestionali, informatiche e comunicative, ma essa rappresenta comunque il meglio di cui disponiamo per la tutela. Altro discorso è l’aiuto sistematico che le università potrebbero dare alla conoscenza del patrimonio, ancora da inventare.
Sono stati sperimentati di recente manager e commissari, con risultato indiscutibile soltanto per l’archeologia di Roma, perché il Commissario era Roberto Cecchi, il funzionario più competente di rischio sismico e di manutenzione programmata. L’esperienza fa concludere che serve una managerialità intrisa di conoscenza specifica, perché se nel campo delle merci è facile saltare da un campo all’altro, entrare da fuori nella cultura è arduo. Bisogna insomma motivare la squadra amministrativa, rendendola ad un tempo coesa e aperta verso le competenze esterne. Per ottenere ciò servono riunioni periodiche tra un ministro assiduo e regista e i vertici del ministero, finora mai avvenute.
In tempi di vacche magre non vi sono risorse per la cultura, pensano i più; come se la cultura servisse ancora soltanto ai piani alti della società, come avveniva nel mondo industriale, quando primeggiavano i borghesi. Ma nel mondo post-industriale e del terziario, il sapere è collegato strettamente al fare, per cui la cultura serve anche ai piani intermedi della società, all’intero ceto medio. È oggi immaginabile uno sviluppo che non sia anche crescita della ricerca e della cultura? Ecco il rivolgimento che è chiamato a compiere questo governo di meritevoli: integrare beni e produzioni culturali nella strategia principale del Paese. Invece di vantare l’assurdo 75 per cento dei beni culturali mondiali e di discettare della cultura come «volano» dell’economia, delineiamo un grande progetto di sviluppo che includa la cultura e attuiamo qualche impresa, esemplare e concreta. Occorre spiegare agli italiani come il ministero, più che un ostacolo, sia un mezzo per progettare uno sviluppo compatibile della patria, che non dissipi i beni pubblici e li trasmetta ai figli. Se la valorizzazione del patrimonio deve essere innanzitutto storica e artistica, non servono cifre enormi: per didascalie che raccontino i contesti delle opere mobili e che facciano apprezzare quelle immobili; per portali informatici che raccontino città, campagne, la patria tutta, che ancora mancano. Mostrare singoli feticci o cumuli di capolavori, senza ricerca e racconto alcuno, significa intrattenere diseducando. In tempi di penuria tutto deve essere finalizzato a un progetto, unendo i mezzi dello Stato, degli enti locali e dei privati, condividendo progettazioni, iniziative e gestioni. Bisogna imparare a valutare il piccolo ma utile, come aggiustare una gronda a Ercolano, che notizia non fa ed evita un disastro. Alcuni problemi da affrontare? L’Aquila: dove bisogna tornare a una gestione normale; Pompei: troppe api intorno al miele europeo e tra queste la costosa Invitalia, per cui barra dritta seguendo il progetto varato dal ministero; la grande Brera, che è senza un euro e ne servono 150 milioni, per non dire della ristrutturazione e dei debiti degli archivi, del museo di Reggio da finir di pagare…
Signor ministro Ornaghi, le auguro buona fortuna. Il Consiglio superiore è un grande deposito di esperienze e pareri e da esso può attingere prima di prendere decisioni. Generalmente è stato negletto.

*Presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali

Il Corriere della Sera 22.11.11

"Pensioni, recuperare il principio della flessibilità", di Cesare Damiano e Pier Paolo Baretta

Abbiamo appoggiato con convinzione la formazione del governo presieduto da Mario Monti. Nel fare questa scelta abbiamo anteposto gli interessi del paese a qualsiasi altra considerazione, anche alle convenienze di partito. In una situazione di eccezionale gravità la politica non può tirarsi indietro, anche adottando soluzioni straordinarie. Adesso viene il momento delle scelte, perché l’esecutivo deve assolvere al compito primario di portare l’Italia al riparo e restituirle autorevolezza e dignità in campo internazionale. Abbiamo apprezzato il discorso di insediamento del neo presidente al Senato perché in esso abbiamo ravvisato una vera discontinuità politica. Abbinare alla parola rigore quelle di crescita ed equità non è soltanto un fatto lessicale: si tratta invece di una scelta politica ben precisa alla quale bisognerà che seguano i fatti. Noi non siamo fra coloro che pensano che le proposte spettino esclusivamente al governo e che il compito della larga base parlamentare che lo sostiene sia semplicemente quello della ratifica. Vorremmo sfuggire alla logica del Si o del No acritici perché pensiamo che si debba portare un contributo autonomo e pretendere una discussione preventiva che porti alle necessarie soluzioni di compromesso. In primo luogo una discussione all’interno del nostro partito sugli argomenti cruciali che consenta di avere una sola posizione di sintesi e poi un confronto con le altre forze politiche che sostengono il governo e con il governo stesso. I compromessi migliori, anche quando sono difficili, sono quelli che nascono da un confronto chiaro delle idee e che sono vissuti in prima persona dai diversi protagonisti. Sul tema delle pensioni abbiamo depositato la scorsa settimana un disegno di legge (a prima firma Damiano-Baretta) con l’obiettivo di avviare una tempestiva discussione di merito su un argomento di estrema delicatezza sociale. Vorremmo che, prima di procedere a nuovi interventi sullo stato sociale, si facesse un’operazione – verità: contabilizzare i risparmi ottenuti dalle misure del governo Berlusconi che hanno colpito già duramente le pensioni, con la complicità della Lega. Quanto valgono in termini di risorse l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni, l’introduzione di una finestra mobile per tutti di un anno, la decurtazione della rivalutazione dell’assegno pensionistico a partire dagli assegni cinque volte il minimo e l’aggancio del pensionamento all’aspettativa di vita? I diagrammi del Ministero dell’economia mettono in luce che la famosa “gobba” che rappresenta la percentuale di spesa pensionistica rispetto al Pil si è abbassata di quasi due punti percentuali. Vorremmo che, nel segno dell’equità, analoghi risparmi si realizzassero con una patrimoniale o con l’Ici (modello Prodi), prima di parlare nuovamente di interventi sullo stato sociale.
La nostra proposta di legge sulle pensioni si basa fondamentalmente sul recupero del principio di flessibilità contenuto nella riforma Dini del ’95. Noi proponiamo, dal luglio del 2012 per tutti, un’età minima di pensione pari a 62 anni e una sua proiezione, a scelta del lavoratore, fino all’età di 70 anni.
Questo sistema è facilmente applicabile a tutti coloro che, avendo iniziato a lavorare dal 1 gennaio del ’96, adottano esclusivamente il sistema contributivo. Per coloro che hanno iniziato prima di quella data e che hanno il sistema retributivo o misto (retributivo-contributivo) offriamo l’opportunità di aderire alla nuova metodologia di calcolo flessibile. In quel caso, il lavoratore che dovesse trarre un vantaggio da questa scelta con un’uscita verso la pensione anticipata rispetto a quanto consentito dal sistema retributivo o misto (ad esempio 62 anziché i 65 della tradizionale pensione di vecchiaia), dovrebbe accettare per ogni anno una decurtazione dell’assegno pensionistico pari al 3%. Nel caso in cui un lavoratore dovesse scegliere di prolungare la sua permanenza al lavoro nell’età compresa tra i 66 e 70 anni, ne trarrebbe un beneficio che va da un minimo del 2% ad un massimo del 10%. In questo schema rimangono confermate le normative per i lavori usuranti e sono esclusi coloro che hanno maturato i 40 anni di contributi. Per questi ultimi proponiamo che ogni anno in più di permanenza volontaria al lavoro abbia una rivalutazione del 2%. Infine prevediamo per i giovani una piena totalizzazione di tutti i contributi: ogni giorno di lavoro regolare deve concorrere alla formazione di un unico assegno pensionistico. A questa misura occorrerà far seguire la piena armonizzazione dei diversi contributi. Le proposte ci sono e diventa urgente aprire un dibattito per arrivare ad una sintesi. Chiediamo al governo di continuare sulla strada già intrapresa della concertazione per alimentare il bene prezioso della coesione sociale, indispensabile risorsa nei momenti di crisi.

L’Unità 22.11.11