Latest Posts

"Quanto sono politici i tecnici", di Nadia Urbinati

Si continua a definirlo “tecnico” eppure questo guidato dal senatore Mario Monti è un governo a tutto tondo politico; molto più del governo Berlusconi che lo ha preceduto. Politico nel senso più pregnante del termine: perché ha riportato le questioni che interessano il nostro destino – nostro come società e come Paese – al primo posto, come dovrebbe essere (ed è sperabile che ciò restituisca all´Italia una forza di negoziazione con i partner europei che aveva perso e di cui ha bisogno). Per anni ci eravamo dimenticati che il governo deve occuparsi delle cose che riguardano la nostra vita, non la vita di chi governa. Per anni abbiamo assistito impotenti a uno spettacolo preconfezionato a Palazzo Grazioli su come Palazzo Chigi doveva operare e per chi: per tre anni le questioni di sesso e di corruttela hanno inondato le nostre giornate, quelle degli interessi del premier tenuto l´agenda politica del Parlamento. E lo si chiamava governo politico. Di politico aveva due cose: era stato l´espressione diretta della maggioranza dei consensi usciti dalle urne e l´esito di un accordo tra alcuni partiti politici. Ma questo non è sufficiente a fare di un governo un governo politico. Questo è il preambolo, la condizione determinante ma non sufficiente.
Il governo Berlusconi, nato politico, si è astenuto dal governare per noi e quando lo ha fatto ha generato problemi invece di risolverli. Per esempio, le norme sulla criminalizzazione dell´emigrazione hanno gettato petrolio sulle fobie razziste senza risolvere i problemi legati al controllo degli ingressi e all´integrazione degli immigrati; per esempio, gli interventi sulla scuola pubblica sono stati proditoriamente fatti per umiliarla e depauperarla avvantaggiando con i soldi dei contribuenti le scuole private. Questi sono i pochi esempi di agire politico del precedente governo, e sono entrambi esempi di cattiva politica, funzionale alle esigenze propagandistiche della coalizione, ovvero nel primo caso per imbonire i fedeli leghisti e nel secondo per tenere l´appoggio delle gerarchie vaticane. Queste scelte “politiche” sono state fatte all´interno di un´agenda di governo che non aveva alcun interesse a fare i nostri interessi. Il governo Berlusconi ha negato l´esistenza della crisi economica e finanziaria per anni, proprio dai primi mesi del suo insediamento, quando ironizzava sullo stato dell´economica degli altri partner europei per mandare agli italiani il messaggio voluto: il suo era il migliore dei governi possibili. Un´agenda politica senza politica.
Il governo del Presidente, com´è stato chiamato questo esecutivo guidato dal professor Monti, non è fatto di politici eletti, e quindi non è politico-partitico. Ma è fatto di cittadini italiani con competenze professionali specifiche. Non è inutile ricordare che chi è cittadino di un Paese democratico è naturalmente politico, perché non può che interessarsi delle questioni che riguardano la vita della società. Non solo chi milita in un partito è politico; e inoltre gli stessi partiti si organizzano grazie a cittadini che sono non politici di professione. La democrazia non ha politici di professione, anche se ha bisogno di stipendiare chi nella divisione del lavoro sociale si occupa degli affari pubblici. Nessuno ha la patente di “politicità” in democrazia, e nessuno può accaparrare per sé la politica e dire che è lui a sapere che cosa sia e come la si faccia (questo è proprio di una mentalità patrimonialistica). Il governo Monti è politicissimo, dunque. E lo è in primo luogo perché ha ricevuto il sostegno del Parlamento che lo ha reso a tutti gli effetti politico. Ma lo è per una ragione ancora più sostanziale, e davvero forte: perché i temi all´ordine del giorno nella sua agenda sono squisitamente politici, solo politici. L´interesse personale è uscito da Palazzo Chigi, che ha ospitato il governo meno politico che l´Italia repubblicana abbia conosciuto, anche se forte dell´alleanza di ferro e famelica tra partiti. Che sia stato incapace di affrontare i problemi politici del Paese è un´ulteriore dimostrazione del fatto che era incapace di essere politico. Dei governi come quello guidato dal professor Monti c´è bisogno perché quelli politico-partitici falliscono.
Il governo Monti è un governo politico, e va giudicato per le scelte politiche che farà. Giudicato per come vuole risolvere i problemi che riguardano la nostra economia, dalle pensioni, alla disoccupazione, al lavoro senza diritti e precario, alla lotta all´evasione fiscale (che è il problema più grave del nostro Paese). Questi obiettivi, che sono per opinione quasi unanime, urgenti e necessari, saranno giudicati per il modo e le strategie con cui il governo proporrà di realizzarli. E i ministri saranno chiamati non solo a rendere conto del loro operato. Nato come non-politico-partitico, questo governo non potrà che essere politico. Per un´altra ragione ancora. Poiché la politica che lo ispira non è per nulla neutrale o tecnica, ma pronunciata moderata, non indifferentista ma con un´evidente simpatia cattolica. Si tratta di qualità o caratteristiche politiche che andranno giudicate dal punto di vista degli interessi generali di tutti gli italiani, non di una parte soltanto, anche se maggioritaria.
In un´intervista di qualche mese fa la ministra, professoressa Elsa Fornero diceva due cose importanti. La prima: se lei fosse nata negli Stati Uniti non avrebbe avuto la possibilità di accedere a un´eccellente formazione universitaria. Leggo questa osservazione importante così: senza una buona scuola pubblica, la selezione dei competenti sarebbe in effetti una selezione di classe. È importante che nel governo ci siano ministri che riconoscono il valore della scuola pubblica. Una prospettiva che il governo che ha appena chiuso i battenti non ha mai avuto. Ridare vigore alla scuola è un obiettivo politico primario per la nostra società, lo è per ragioni economiche e politiche, poiché una democrazia di ignoranti è pericolosa. La seconda osservazione che faceva la ministra Fornero era che lei cestinava gli inviti ai convegni nei quali gli speaker erano solo uomini. L´osservazione è coerente a quella precedente. E riguarda l´eguale dignità: è umiliante dover sempre ricordare a chi tiene i fili delle carriere (che sono in maggioranza maschi) che ci sono donne competenti. I criteri delle eguali opportunità di formazione e del giusto riconoscimento dovrebbero essere la stella polare a guidare le scelte di ogni governo politico. Ed è su queste scelte e in base a questi criteri che l´operato di questo governo dovrebbe essere giudicato da chi in Parlamento decide e controlla, a nome di tutti noi.

La Repubblica 22.11.11

"Il primo test per la Fornero", di Paolo Griseri

Il tempo stringe. Mancano quaranta giorni per disinnescare la bomba Fiat. Per evitare che dal primo gennaio il gruppo di Torino diventi un luogo di scontro esclusivamente ideologico.
Uno scontro «in grado di far scoppiare le contraddizioni di tutti: del governo perché non partirebbe bene, e di Cisl e Uil». Sono parole di Vincenzo Scudiere, segretario nazionale della Cgil, una lunga militanza in quella che fu la componente socialista del sindacato di corso d´Italia. Non certo un barricadero. Scudiere avverte un pericolo che, con il suo linguaggio, segnala anche il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Airaudo: «Dobbiamo evitare che nella Fiat prevalga l´estremismo». Si potrebbe osservare che il consiglio sarebbe utile anche all´interno della Fiom, dove ieri il presidente del Comitato centrale, Giorgio Cremaschi, accusava la Fiat di «fascismo aziendalistico». Ma è ormai evidente che il Lingotto e il sindacato di Landini hanno ambedue diverse anime al loro interno.
L´effetto dell´estensione a tutto il gruppo Fiat (sia Fiat spa che Fiat industrial) dell´accordo di Pomigliano (o similari) è che 70 mila lavoratori italiani, non potranno essere rappresentati in fabbrica dal sindacato che hanno votato di più nei 112 anni di vita della Fiat. Un vulnus democratico evidente che non si può giustificare con interpretazioni da azzeccagarbugli sull´articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Articolo modificato da un referendum per ampliare la rappresentanza in fabbrica e non per ridurla. Il nodo che ha segnalato ieri Scudiere e con lui l´intera Cgil, è quello di un articolo di legge che, dopo la modifica referendaria, è diventato un mostro giuridico perché finisce per legare la rappresentanza in fabbrica alla linea politica di un sindacato e non alla sua capacità di rappresentare i lavoratori. Un vulnus che è difficile superare con la scusa che quei lavoratori hanno approvato gli accordi in referendum in cui l´alternativa era tra il sì e il licenziamento.
Si può uscire da questa impasse? E´ la scommessa da vincere per disinnescare la bomba Fiat. Il primo nodo importante da sciogliere per il nuovo ministro del welfare, la torinese Elsa Fornero. Trovare una strada per distinguere due diverse questioni: l´obbligo per un sindacato (in questo caso la Fiom) di rispettare anche gli accordi che non ha firmato e l´obbligo per un´azienda di avere in fabbrica i sindacati rappresentativi del voto dei lavoratori, a prescindere dalla loro linea politica. Il primo obbligo va a favore dell´impresa, il secondo a favore dei lavoratori. Si tratta in sostanza di affiancare alla clausola di responsabilità sindacale, che tutela la certezza degli investimenti, una clausola di democrazia, che tutela il diritto dei lavoratori al pluralismo sindacale in azienda. Il ministro Fornero ha ottimi rapporti sia con la Fiat che con la Fiom (ha partecipato da esperto esterno al congresso torinese del sindacato di Landini un anno e mezzo fa). Dunque ha l´autorevolezza e la competenza giuste per cercare di disinnescare la bomba. Se non ci riuscirà, la trama del film in programma da gennaio è già scritta, anticipata dall´annuncio di Landini ieri: «Stiamo preparando un libro bianco sulle discriminazioni subite dalla Fiom alla Fiat». Seguirà una valanga di ricorsi legali contro gli accordi che mettono la Cgil fuori dalle fabbriche in ciascuno dei 180 luoghi di lavoro del gruppo di Torino. In quel caso gli unici ad aumentare le commesse e gli stipendi sarebbero gli avvocati.

La Repubblica 22.11.11

******

“Chi cerca la rottura”, di Rinaldo Gianola

Il governo di impegno nazionale di Mario Monti è appena partito, ma Sergio Marchionne ha già nostalgia dell’ex ministro Maurizio Sacconi e della sua linea di rottura sociale e di divisione sindacale. Non ci sono tregue in casa Fiat, nessuno si ferma nemmeno davanti al momento drammatico che vive l’Italia. La disdetta dei contratti e degli accordi sindacali da parte della Fiat, annunciata ieri, era una notizia attesa dopo le condizioni imposte alle fabbriche italiane e il divorzio dalla Confindustria, ma si poteva sperare che in una circostanza tanto difficile, come quella che oggi vive il Paese, anche i “falchi” del Lingotto mostrassero un maggior senso di responsabilità evitando di provocare con gesti di rottura ulteriori tensioni e polemiche. Invece Marchionne ha buttato un paio di petardi tra i piedi del governo Monti che muove i primi passi, cancellando qualsiasi illusione relativa alla possibilità che la Fiat contribuisca agli sforzi per favorire la coesione sociale. Peraltro ciò avviene in un passaggio delicatissimo dell’Europa, divisa e incapace di prendere le decisioni necessarie ad arginare gli effetti più duri della crisi, come dimostra il crollo dei mercati e il braccio di ferro tra la cancelliera Merkel e la stessa Commissione di Bruxelles. Dal primo gennaio 2012 dunque in tutti gli stabilimenti della Fiat si applicherà il modello Pomigliano: più flessibilità, turni più duri, pause tagliate, controlli e sanzioni più stringenti sulle assenze per malattia, rappresentanze di fabbrica non più elette dai lavoratori ma scelte dai soli sindacati firmatari delle intese aziendali. Ben lontano dall’essere un’eccezione, come molti anche a sinistra s’illudevano nell’estate 2010 quando si svolse il contrastato referendum nella fabbrica campana, il “porcellum” di Pomigliano fa scuola e diventa, nei fatti, il nuovo contratto dell’auto. Un modello che dalle fabbriche della Fiat si allargherà alle altre imprese del gruppo e alle aziende dell’indotto. Marchionne, bontà sua, è disponibile a incontrare i sindacati per definire un nuovo quadro per regolare i rapporti. Ma manca poco più di un mese alla scadenza, molti lavoratori sono in cassa integrazione, Mirafiori e Pomigliano balbettano, Grugliasco è ferma, Termini Imerese chiude. Come possono i lavoratori sostenere, vigilare, eventualmente mobilitarsi? La Fiat il suo nuovo contratto l’ha già scritto, i sindacati devono solo apporre la firma. Questa è la filosofia di Marchionne, lo svizzero. Ora il problema non è solo dei sindacati e dei lavoratori. Il caso Fiat è una priorità del governo chiamato a mostrare subito una discontinuità col passato. Il governo Monti nasce con l’obiettivo di fronteggiare l’emergenza economica chiamando il Paese a cooperare, a fare sacrifici, a impegnarsi. Questo progetto può essere realizzato solo se Monti e i suoi ministri riusciranno a difendere la coesione sociale e ad opporsi a piani di divisione, di destabilizzazione. Monti ha già detto nelle aule parlamentari che intende richiamarsi nella sua azione all’accordo interconfederale del 28 giugno scorso: solo da qui si può partire per costruire un nuovo progetto di risanamento e di sviluppo. Se, invece, qualcuno pensa come ha già detto l’ex ministro Sacconi che il nuovo esecutivo si muoverà nel solco dell’articolo 8, cioè introducendo artificiosamente novità per agevolare i licenziamenti o per abbassare la soglia di protezione dei lavoratori, allora sarà certamente più arduo tenere unite le forze sociali responsabili, senza le quali non sarà possibile portare l’Italia fuori dall’emergenza. La vicenda Fiat, inoltre, offre a Monti e al suo governo l’opportunità di rintuzzare coi fatti i sospetti di essere vicini o troppo sensibili ai “poteri forti”. Il presidente del Consiglio si è molto risentito per queste accuse. Bene, c’è l’occasione per spazzare via ogni dubbio. Il superministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, che conosce assai bene uomini, conti e strategie del Lingotto per il suo passato ruolo in Banca Intesa San Paolo, potrebbe chiamare l’amministratore delegato della Fiat per chiedere finalmente di illustrare il piano di investimenti, gli obiettivi di produzione e di vendita, i livelli di occupazione del piano “Fabbrica Italia” perchè gli scenari e gli obiettivi annunciati da Marchionne nell’aprile del 2010 al Lingotto restano incerti e avvolti nelle nebbia. Il governo Berlusconi non l’ha mai fatto, basta poco al nuovo governo per far meglio

L’Unità 22.11.11

******

“Fiat cancella tutti gli accordi”, di Massimo Franchi

Una decisione scontata ed attesa, ma non per questo meno storica e carica di conseguenze. Come per l’addio a Confindustria del 3 ottobre, Fiat annuncia la disdetta «da tutti i contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti» con una letterina stringata (questa volta15righe firmate dal Responsabile delle relazioni industriali Giorgio Giva) inviata ai sindacati. Si tratta dunque della volontà del Lingotto di estendere alle altre fabbriche italiane il cosiddetto modello Pomigliano. Unica differenza: non servirà come in Campania la nascita di una Newco: con l’uscita da Confindustria, nelle altre fabbriche la Fiat non avrà bisogno di questo stratagemma, manterrà le stesse denominazioni e gli operai non dovranno dunque essere licenziati e riassunti. In questo modo tutti i 70mila lavoratori Fiat del nostro Paese (gli stabilimenti auto di Cassino, Melfi e Atessa, quelli dei camion Iveco, quelli dei trattori e movimentazione terra Cnh, quelli che producono motori come Serra Pratola e la componentistica come Magneti Marelli) avranno un contratto a parte, al di fuori di quello nazionale, con pause ridotte (10 minuti in meno), più turni (18), straordinario aumentato (120 ore obbligatorie, 40in più dell’attuale) e, soprattutto, una diversa rappresentanza sindacale. Si passa dalle Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) alle Rsa (rappresentanza sindacali aziendali). I lavoratori non voteranno più i loro rappresentanti che saranno invece scelti dai sindacati. Ma qua entra in gioco la controversia con la Fiom che non ha firmato i contratti di Pomigliano e Mirafiori e che quindi non avrebbe diritto a rappresentanti e alle trattenute sindacali degli iscritti, che finanziano direttamente i sindacati. I metallurgici della Cgil presentarono ricorso sul caso di Pomigliano al tribunale di Torino che ad agosto ha dato ragione a Fiat sulla legittimità della Newco di Pomigliano, ma ha dato torto alla Fiat sanzionando il suo comportamento come antisindacale. Il problema ora è quello di stabilire se e come la Fiom potrà rimanere nelle fabbriche. AZIONE DI CONTRASTO Sul punto il segretario generale Maurizio Landini ha già anticipato che in caso di esclusione, la decisione verrà contrastata in ogni modo con ricorsi legali ad ogni livello. Oggi spiegherà la strategia in una conferenza stampa, ieri è toccato a Giorgio Airaudo rispondere e tirare in ballo il nuovo governo: «La decisione di Fiat non ci stupisce ed è coerente con ciò che Marchionne sta portando avanti. È una scelta politica e tocca alla politica chiederne conto. Il governo Berlusconi non l’ha mai fatto e allora noi chiediamo al governo Monti di fare alla Fiat le stesse domande che ha fatto la Consob e, diversamente da questa, esigere delle risposte. Noi ci auguriamo ancora che Marchionne faccia come Berlusconi: si faccia da parte», chiude Airaudo. I sindacati “firmatari” Fim, Uilm, Ugl e Fismic ieri hanno chiesto in coro la rapida convocazione diuntavolo per mettere a punto un contratto di gruppo. Ieri Marchionne era a Londra alla conferenza degli industriali britannici. Nessun riferimento diretto alla “lettera”,ma una frase spiega bene il suo pensiero al proposito: «L’alleanza con Chrysler – ha detto – ci offre la straordinaria opportunità per affrontare la situazione nei nostri stabilimenti italiani, dove i livelli di produttività sono stati per anni troppo bassi per essere competitivi », «abbiamo agito in maniera autonoma per eliminare le inefficienze nelle nostre linee di produzione in Italia e assicurare loro un futuro». Tantissime le reazioni nel mondo politico. Nel Pd Cesare Damiano parla di una «scelta destabilizzante e contraddittoria», simile il giudizio di Stefano Fassina che la definisce «preoccupante» e auspica «che il governo convochi quanto prima l’azienda e i sindacati per riaprire un confronto costruttivo». Pierferdinando Casini invece vede un segnale «del fatto che Marchionne pensa di più all’estero che all’Italia», mentre per Di Pietro «la Fiat chiude il cerchio, annunciando di fatto l’abbandono del nostro Paese, individuando nei lavoratori il capro espiatorio».

L’Unità 22.11.11

"Ricerca, la scommessa dei fondi Ue", di Giovanni Scancarello

L’economia da sola non ce la fa. L’uscita dalla crisi è possibile solo se si imbocca la strada della conoscenza, della ricerca e dell’innovazione. Nessun dubbio tra i protagonisti, il 14 novembre scorso, del convegno «Europa 2020: rendere l’Italia protagonista», svoltosi a Roma all’accademia dei Lincei.

Tra questi c’era anche quello che sarebbe da lì a poco diventato il nuovo ministro dell’istruzione, università e ricerca, Francesco Profumo. Allora ancora presidente del Cnr. «Reingegnerizzare il sistema» è stato il leitmotiv del nuovo ministro, che ha indicato nella ricerca il motore per innalzare non solo i livelli di conoscenza ma anche per migliorare i livelli di appeal del sistema Italia sul mercato internazionale, in termini di prodotti e servizi. La ricerca ha bisogno innanzitutto di soldi: l’Europa è il nostro maggiore finanziatore. Ma per la prossima tornata di finanziamento. «niente sarà più dato gratis», ha avvertito Profumo, che anche precedentemente ha ricordato come dei 15 mld di euro che l’Italia paga all’Europa per la ricerca, ne riusciamo a recuperare soltanto 10. «Se si considera che la spesa dello Stato per l’università è di circa 7 mld, ben si comprende come l’entità dei fondi che non rientrano sia cospicua».

Niente intermediazione delle regioni per il nuovo programma quadro, la selezione sarà feroce, progetto su progetto. Con il 2013 si conclude il programma di finanziamento della ricerca europea, il 7° programma quadro, e dal 2014 fino al 2020 l’Europa metterà in campo gli 80 mln di euro dell’8° programma quadro. «Le regioni faranno bene a organzzarsi da ora», avverte Profumo. La nostra ricerca, in fatto di qualità è buona. Secondo Marco Mancini, presidente della conferenza dei rettori delle università italiane, gli indicatori di qualità della nostra ricerca sono positivi: «Il 12,1% delle pubblicazioni riguardano ricerche italiane, contro una media europea dell’11,6%. Anche l’indice di citazione dei ricercatori italiani è vivacissimo». Siamo il terzo paese in fatto di ricercatori finanziati e il 50% dei ricercatori è costituito da donne. Ma se è vero che siamo fra i paesi più prolifici in fatto di brevetti, siamo anche quello che poi se li vede trasformare in prodotto solo all’estero. Delle 49 borse di studio per i ricercatori italiani, solo 21 restano nel Paese. In Italia è ricercatore un cittadino ogni mille abitanti. Toppo pochi. Le donne di cervello, quando bussano alle porte del mercato del lavoro, trovano la porta chiusa o devono passare da quella di servizio. Insomma, partiamo alla grande, poi ci perdiamo lungo la strada e il sistema si deprime. Si ricorderà che l’obiettivo di Europa 2020 per la ricerca è quello di arrivare al 3% di investimento sul Pil in ricerca. Oggi l’Italia è ferma all’1,53%. Il problema è soprattutto organizzativo. «Siamo il Paese dei mille comuni», ha affermato Profumo, «dobbiamo imparare a fare sistema». Ed è immaginabile che, su questo fronte, sarà decisivo il rapporto con il ministro della Coesione territoriale, Fabrizio Barca, a cui probabilmente andrà anche la gestione dei fondi del Cipe e l’interlocuzione con le regioni in conferenza unificata «È necessario tornare a ragionare di politiche della domanda», sostiene Profumo, aprendo la strada a una maggiore attenzione alle imprese, come già fatto sul fronte della scuola, e scommettendo sull’innovazione della pa: 340 mld di euro ricavabili dalla sola applicazione del procurement pubblico per l’innovazione. «Dobbiamo ricordare che proprio grazie all’innovazione della pubblica amministrazione, noi italiani siamo risorti nel secondo dopoguerra». Insomma, all’accademia dei Lincei, in cui alla fine è intervenuto anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a sostegno della road map della conoscenza e della ricerca, Profumo ha convinto l’intellighentia italiana. Ma il banco di prova, pare di capire, sarà anche quello con gli studenti: bisognerà trovare il modo di comunicare con loro su temi di respiro così complesso.

da ItaliaOggi 22.11.11

Villa S. Fermo Lonigo (VI) – Tumori eredo-familiari: dalla ricerca alla pratica clinica

Ore 9.15
Saluto delle Autorità

Ore 9.20
Apertura dei lavori (C. Oliani, A. Amadori)

Moderatore: E. D’Andrea, A. Scarpa
Ore 9.40
Il percorso diagnostico terapeutico condiviso: la consulenza oncogenetica (I. Mammi)
Ore 10.00
Il valore del test genetico (M. Montagna)
Ore 10.20
L’importanza dei programmi di sorveglianza nella Sindrome di Lynch (C. Oliani)
Ore 10.40
L’importanza dei programmi di sorveglianza nelle portatrici di mutazione nei geni BRCA (S. Zovato)
Ore 11.00
E la persona ? (A. Marcon, S. Castagna)
Ore 11.20
Discussione

Ore 11.50
Moderatore: S. Pucciarelli, G Meneghini
Come cambia la terapia chirurgica (E. D’Urso)
Ore 12.10
Coma cambia la terapia medica (MG. Artioli )
Ore 12.30
Discussione

Ore 13.00 Pranzo

Ore 14.30
Moderatore: M Venturini, R Labianca
LEA e tumori eredo-familiari (E. Ghizzoni)
Ore 15.00
Esempi di attuazione: il modello dell’Emilia Romagna (F. Artioli)
Ore 15.30
L’esperienza Veneta: Rete Tumori Ereditari del Veneto (G. Opocher)
Ore 16.00
Discussione

Ore 16.30 Questionario ECM

Ore 17.00 Chiusura lavori

Segreteria Scientifica
Daniela Barana
Camilla Giabardo
UOC Oncologia ULSS5 Ovest Vicentino

"Tornano pubbliche le statistiche sulla scuola la prima mossa di Profumo è metterle online", di Corrado Zunino

L´ex portavoce della Gelmini aveva bloccato ogni informazione per anni, dai tagli ai numeri dei bocciati e promossi. La documentazione contiene in cifre tutta l´istruzione italiana, con i suoi sette milioni e ottocentomila studenti. Parla poco anche il ministro dell´Istruzione, ma inizia a intervenire sulla macchina più depressa dell´intero arco ministeriale. Oggi il professor Francesco Profumo, al sesto giorno dall´insediamento nella stanza di viale Trastevere, sulla scrivania che fu di Benedetto Croce ha firmato il primo atto amministrativo: torneranno online, e saranno spediti agli uffici scolastici provinciali in duemila copie, le due pubblicazioni che fotografano i numeri dell´istruzione italiana: “La scuola in cifre” e “L´università in cifre”. Un atto semplice e trasparente, caldamente raccomandato dai dirigenti dell´Ufficio statistico che venerdì scorso, per primi, hanno raggiunto le stanze del portavoce per segnalare l´incomprensibile anomalia: «La Gelmini non ha mai fatto girare questi documenti, ma per gli uffici provinciali e i presidi sono testi necessari». Dentro i due tomi c´è la summa statistica della scuola italiana con i suoi 7 milioni e 830 mila studenti in classe e gli 8 miliardi di tagli fin qui realizzati.
Con un atto d´imperio suggerito dallo stratega Massimo Zennaro – il portavoce di Mariastella Gelmini che dal Miur si dimise dopo il licenziamento del comunicato capolavoro sulla corsa in tunnel dei neutrini dal Cern di Ginevra ai laboratori del Gran Sasso – , nel 2008 la ministra bloccò ogni pubblicazione, interrompendo la scelta fatta da Giuseppe Fioroni. Niente “Cifre” online, innanzitutto. E le duemila copie stampate ogni stagione restarono per due anni bloccate, incellophanate, negli uffici statistici di viale Trastevere. Nel periodo del suo regno (resta tutt´oggi primo dirigente al ministero) Zennaro bloccò ogni informazione sui bocciati e promossi di fine anno riducendo le notizie sulla scuola a riassunti d´inizio anno corredati da una valanga di comunicati stampa carichi di ottimismo.
Con un provvedimento affidato agli uffici, il Miur di Profumo ha confermato la validità del contestato pre-concorso per presidi indicando nel 14 e 15 dicembre le date delle due prove scritte. Sul fronte comunicati, ancora, il ministro ingegnere ha firmato due note nei primi sei giorni. Giovedì scorso ha ribadito la sua volontà di essere «il ministro dell´ascolto e del dialogo» nei confronti degli studenti sollevando in contemporanea un´aperta condanna «ad ogni forma di violenza». Nel secondo comunicato le strade dell´ex rettore del Politecnico di Torino si sono incrociate con quelle del predecessore sul tema-tabù dei neutrini. Se la Gelmini aveva messo la sua firma sulla prima notizia dei “neutrini più veloci della luce” certificando l´esistenza di un tunnel da 700 chilometri tra il Cern di Ginevra e i laboratori del Gran Sasso, il ministro-ingegnere ha fatto conoscere, arrivata la conferma della bontà dell´esperimento, l´apporto italiano «all´esperimento internazionale Opera» e il ruolo del laboratorio del Gran Sasso, «esempio unico al mondo nella fisica delle astroparticelle».

da repubblica.it

"Il patto sociale che serve al professore", di Daniele Marini*

La nuova fase è definitivamente cominciata. Ora il governo Monti è nel pieno dei suoi poteri e il suo abbrivio è accompagnato da un livello di legittimazione altissimo. A livello europeo e internazionale sono giunti subito attestati di stima e di fiducia. L’asse istituzionale con il Presidente Napolitano è determinante e da tempo non si assisteva a una così forte reciprocità fra le più alte cariche dello Stato.

L’appoggio ottenuto dalle votazioni parlamentari alla sua fiducia è stato ampio, al limite dell’unanimità di bulgara memoria. Il consenso presso la popolazione rilevato dai sondaggi è crescente e largamente maggioritario. Non è ancora chiaro quali sono le misure effettive che saranno messe in atto per cercare la ripartenza dell’economia, ma il solo fatto che si sia attenuata la bufera finanziaria sull’Italia appare già un primo risultato importante. Dopo un lungo periodo di malessere e di rissosità, più che nella sospensione della democrazia (come qualche esponente politico a «responsabilità limitata» ha scritto), siamo entrati in una fase di moratoria, una sorta di tregua. Una coesione reciprocamente guardinga, ma necessaria a placare gli animi e a ritrovare quel minimo di coesione necessario per varare alcune riforme fondamentali per ridare propellente al motore dell’economia. Ma durerà questa pax montiana? E fino a quando? Una risposta a tale quesito non è dato sapere, forse giusto il tempo di arrivare nelle aule parlamentari con i primi provvedimenti. Seguendo i dibattiti televisivi, le asperità non sono del tutto placate e ciò non a ben sperare. Quello che appare evidente è che già prima venisse varato il nuovo esecutivo, gli schieramenti politici avevano avviato le congetture elettorali. Perché l’esecutivo tecnico consentirà ai partiti di predisporsi alle prossime scadenze (elezioni politiche e del Presidente della Repubblica) con una relativa calma, lasciando al governo Monti l’onere di proporre e realizzare le riforme.

Il problema vero non è tanto legato alla durata di questo esecutivo, quanto a fino a quando gli schieramenti che oggi sostengono l’esecutivo saranno in grado di serrare i ranghi sui provvedimenti che giungeranno al vaglio del Parlamento. Perché l’avvento del nuovo esecutivo ha provocato uno smottamento e una ricomposizione all’interno degli schieramenti. Con il Pdl alle prese con una propria ricostruzione, con esponenti scontenti emigrati verso lidi centristi. Con la Lega momentaneamente ritirata sopra il Po, ma dibattuta e divisa al suo interno sulle strategie da seguire e alla ricerca di una ricomposizione con il suo elettorato deluso. Con un polo centrista che ha trovato nell’Udc di Casini un player strategico, ma che rischia di rompere gli equilibri con Fini e Rutelli. Senza contare l’ipotetico ingresso di Montezemolo nell’agone politico. Ma anche a centrosinistra le acque non sono meno agitate (ma non è una novità) al suo interno, ma anche con i presunti alleati. Le virate dell’Italia dei valori, piuttosto che le prese di distanza di Vendola sul governo Monti, fanno presagire di qui alla scadenza elettorale un percorso irto di insidie per il Pd di Bersani.

Lo scenario politico si è nuovamente rimesso in moto, dopo una lunga ingessatura. E costituirà un’insidia in più per Monti, che potrà sicuramente contare sull’opera di moral suasion del Presidente Napolitano e delle istituzioni europee, ma dovrà costruire un asse privilegiato e di forte coesione con gli attori economici e sociali se vorrà disporre di un’azione di lobby e di pressione sulla politica affinché le riforme possano essere realizzate.

*Università di Padova

La Stampa 22.11.11

"Della valutazione di sistema: come e perché. Lettera aperta al ministro Francesco Profumo", di Maurizio Tirittico

Gentile Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, parlare di valutazione di sistema oggi non è affatto una cosa facile, non solo perché alcuni luoghi comuni in negativo agitati da alcune parti ne snaturano le finalità, ma anche perché il concetto stesso si è venuto maturando con difficoltà nel corso degli ultimi decenni e, a mio giudizio, non è ancora giunto a un suo definitivo ubi consistam.
Una storia non priva di difficoltà

Cominciammo a parlare di valutazione di sistema un po’ timidamente in occasione della Conferenza della scuola del 1990 (ministro Mattarella), consapevoli che il miglioramento degli apprendimenti non è direttamente dipendente solo da un progressivo aumento degli investimenti. Poi nel ’94, con il varo del Testo unico dell’istruzione, con l’articolo 603, giungemmo a una prima definizione di “parametri di valutazione della produttività del sistema scolastico” e avvertimmo la necessità di allertare gli allora Cede, Bdp e Irrsae per un’attività di questo tipo (l’articolo 603 venne poi abrogato dall’articolo 17 del dpr 275/99). In seguito, con la legge 59 del ‘97 all’articolo 21, commi 9 e 10, ravvisammo ulteriormente la necessità di procedere alla verifica e alla valutazione della produttività scolastica. Nello stesso anno con la Direttiva 307 demmo vita presso il Cede al Sistema Nazionale di Valutazione per la Qualità dell’Istruzione. Infine, nel 1999, nell’articolo 10 del dpr 275 scrivemmo: “Per la verifica del raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e degli standard di qualità del servizio, il Mpi fissa metodi e scadenze per rilevazioni periodiche. Fino all’istituzione di un apposito organismo autonomo le verifiche sono effettuate dal Cede, riformato a norma dell’articolo 21, comma 10 della legge 59/97”. Nello stesso anno, con il dlgs 258/99 il Cede venne trasformato in Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione e la Bdp in Indire. L’Invalsi venne poi organizzato con il dpr 313 del 2000 come “ente di diritto pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero della pubblica istruzione”, L’Invalsi quindi nacque come una costola del Mpi e non come un’agenzia autonoma, come invece auspicavano i primi sostenitori della necessità che anche nel nostro Paese si delegasse a un’agenzia autonoma il compito di valutare la produttività del sistema scolastico (era il pensiero di Aldo Visalberghi).

La valutazione di sistema trovò infine una sua corretta definizione con la legge 53/03, dove, all’articolo 3, comma b leggiamo: “Ai fini del progressivo miglioramento e dell’armonizzazione della qualità del sistema di istruzione e di formazione (professionale, n.d.a.), l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative (professionali, n.d.a.); in funzione dei predetti compiti vengono rideterminate le funzioni e la struttura del predetto Istituto”. L’anno successivo, con il dlgs 286 viene istituito il Servizio nazionale di valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione e viene riordinato l’Invalsi: alla parola finale “istruzione” viene aggiunta l’espressione “e formazione” (professionale).

L’avvio delle attività e le conseguenti implicazioni

In anni più recenti seguono una serie di direttive. Con la 74/08, a carattere triennale, si calendarizzano le concrete attività dell’istituto per la rilevazione degli apprendimenti: si decide che nell’anno scolastico 2008/09 si parte con la scuola primaria; con il 2009/10 con la scuola media, con il 2010/11 con la scuola secondaria di secondo grado. Con la direttiva 75/08, a carattere annuale, vengono individuati gli obiettivi generali delle politiche educative nazionali cui l’Invalsi dovrà attenersi per lo svolgimento della propria attività istituzionale per l’anno scolastico 2008/2009. Ai fini di una completa informazione, è opportuno ricordare anche i seguenti dispositivi: la Direttiva 67/10; la Nota 3813 del 30/12/10; la Lettera del Presidente Piero Cipollone alle scuole del 10 gennaio 2011; la Cm del Direttore Carmela Palumbo del 24 aprile 2011.

Le esperienze valutative che si sono avvicendate negli ultimi anni nelle scuole non sono state scevre da difficoltà: a) nessuna chiarezza alle scuole sui compiti loro assegnati e sulle concrete finalità delle rilevazioni; b) appesantimento non retribuito del lavoro degli insegnanti; c) prove Invalsi non sempre corrette sia in ordine alle concrete competenze da testare (data l’estrema incertezza normativa circa gli standard terminali dei singoli percorsi di studio) che sotto il profilo docimologico. Va aggiunto che le prove si sono “abbattute” sulle scuole in un momento di grave crisi succeduta ai tagli indiscriminati operati dai ministri Tremonti e Gelmini; per cui sembrava anche improponibile valutare la qualità delle prestazioni degli studenti mentre in contemporanea si tagliavano le risorse. Va anche considerato che nessuna disposizione chiara proponeva alle scuole l’obbligatorietà delle prove, la quale, pur se si desume dal citato articolo 3 della legge 53/03, non è mai diventata operativa a seguito di una trattativa che si sarebbe dovuta attivare in sede di normativa e di contrattazione.

Pertanto, nella tornata del 2011 l’amministrazione delle prove Invalsi ha provocato enormi difficoltà soprattutto nella scuola secondaria di secondo grado, giunta assolutamente impreparata e non sufficientemente informata dell’importanza e della necessità di una valutazione di sistema. Va aggiunto che, per insufficienza della norma e di una cultura docimologica a monte, si sono create pericolose confusioni tra la valutazione di sistema, relativa agli apprendimenti degli alunni, e la valutazione degli insegnamenti, che è tutt’altra cosa e che riguarda la distribuzione delle discipline e dei relativi monti orari, nonché la stessa valutazione degli insegnanti, che è altra cosa ancora. Il fatto è che in parallelo nel 2011 si è avviata in alcune scuole in via sperimentale un’attività concernente la premialità e il merito individuale degli insegnanti: ciò in ordine al titolo III, “merito e premi”, del dlgs 150/09 (decreto Brunetta). Va chiarito che la valutazione degli operatori pubblici, a qualsiasi amministrazione appartengano, pur se conforme con lo sviluppo del processo autonomistico e ad esso funzionale, non solo è tutt’ora in fieri, ma è assolutamente altra cosa rispetto alla valutazione del sistema di istruzione e di formazione. Se non c’è chiarezza su questi punti, anzi, se si alimenta la confusione, risulta estremamente facile che si elevino vigorose proteste: e così è stato in molti istituti secondari nello scorso mese di maggio, anche se Miur e Invalsi hanno preferito nascondere la testa sotto la sabbia e minimizzare la cosa.

Insomma, le autorità competenti devono ribadire con forza che un conto sono le iniziative di valutazione del merito dei singoli operatori, a qualunque amministrazione appartengano, altro conto è la valutazione di un intero sistema: può darsi infatti il caso di un operatore ottimo e di un sistema fallimentare, se non addirittura viceversa! Se poi il ministro Gelmini dichiara a ‘la Repubblica’ del 9 ottobre che “non riusciremo ad aumentare gli stipendi, ma vareremo un sistema di incentivi basato sui test Invalsi”,ciò dimostra con estrema chiarezza che non solo un ministro non sa quel che dice ma neanche quel che fa, o dovrebbe, con il suo stesso ministero! Si tratta, comunque, di un’ammissione estremamente pericolosa non solo per gli effetti che ha prodotto e produce, ma anche per l’errore che la sottende. O meglio, potremmo dire che le norme che si sono susseguite negli ultimi anni sono così impasticciate e confuse che neanche la loro depositaria e curatrice sembra capace di venirne a capo! Occorre ancora ribadire che si tratta di tre concetti diversi: a) le prove Invalsi – quando ben fatte, ovviamente – servono a valutare il sistema; b) gli incentivi agli insegnanti “bravi” sono un’altra cosa e rientrano nella premialità di cui al decreto Brunetta; c) andranno sostenute – con criteri da definire – quelle scuole che, grazie alle prove Invalsi, si dimostreranno più deboli: anche in forza di quei livelli essenziali delle prestazioni, di cui lo Stato ha legislazione esclusiva, come recita, tra l’altro, l’articolo 117 della Costituzione.

La situazione oggi

Ora il governo Berlusconi non c’è più e la Gelmini è tornata alle sue personali faccende: il che sarebbe un’ottima cosa purché la nuova amministrazione sia in grado di prendere atto della confusa situazione esistente e di assumere le iniziative del caso. Veniamo ai dettagli.

Partiamo dalla lettera che l’allora presidente dl Consiglio, Silvio Berlusconi, ha inviata il 26 ottobre 2011 alla Commissione e al Consiglio europei circa la difficile situazione italiana e ai provvedimenti che il nostro governo avrebbe dovuto assumere. Al punto Promozione e valorizzazione del capitale umano leggiamo testualmente: “L’accountability delle singole scuole verrà accresciuta (sulla base delle prove Invalsi), definendo per l’anno scolastico 2012-13 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti; si valorizzerà il ruolo dei docenti (elevandone, nell’arco d’un quinquennio, impegno didattico e livello stipendiale relativo); si introdurrà un nuovo sistema di selezione e reclutamento”.

L’espressione è estremamente generica e, per certi versi, può dar luogo ad equivoci: Che effettivo rapporto corre tra l’accountability delle scuole e le prove Invalsi, tra l’altro citate in parentesi? E con quali iniziative saranno “ristrutturate” – in quanto sostenute? – le scuole più deboli? E non è un caso che a tale lettera Olli Rehn, Commissario europeo per gli affari economici e monetari, risponde il 4 novembre con una serie di quesiti posti a Giulio Tremonti chiedendogli una serie di approfondimenti in ordine ad alcune materie.

I punti 13 e 14 riguardano l’istruzione. Leggiamoli: “Capitale umano 13) Come verranno ristrutturate le singole scuole con risultati insoddisfacenti nelle prove Invalsi? 14) Come intende il governo italiano valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Che tipo di incentivi saranno utilizzati a tal scopo?” E Tremonti ha così risposto: “Promozione e ottimizzazione del capitale umano. La rendicontazione (accountability) delle singole scuole sarà incrementata (sulla base dei test Invalsi), introducendo un programma di ristrutturazione nell’anno scolastico 2012-13 per quelle con risultati insoddisfacenti; il ruolo degli insegnanti verrà valorizzato (incrementando il loro carico di insegnamento e il corrispondente livello salariale nel corso di un periodo di cinque anni); sarà introdotto un nuovo sistema di selezione e reclutamento”. A domande precise, risposte non certo pertinenti e chiare! Comunque, sembrerebbe che per le scuole risultate più deboli venga avviato un programma di “ristrutturazione”: e ciò significherebbe che per tali scuole verranno dati maggiori finanziamenti? Mah! Attualmente la normativa non prevede opzioni di questo tipo: o forse Tremonti sembra addirittura recedere dalla sua politica di tagli lineari? Mah!

Il da farsi subito

Ma ora abbiamo un nuovo governo e un nuovo Ministro Miur, e la parola e l’azione passano direttamente a loro. E’opportuno sottolineare quanto ha detto in proposito delle suddette questioni il nuovo Presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti nel suo discorso del 17 novembre al Senato: “La valorizzazione del capitale umano deve essere un aspetto centrale. Sarà necessario mirare all’accrescimento dei livelli di istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alla media europea, anche tra i più giovani. Vi contribuiranno interventi mirati sulle scuole e sulle aree in ritardo – identificando i fabbisogni anche mediante i test elaborati dall’Invalsi – e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti”. Insomma, si insiste sul continuum scuole/invalsi/insegnanti, di cui, però, occorre ritrovare e definire precise competenze.

Occorre sciogliere, e presto più nodi: a) che la valutazione di sistema superi al più presto l’impasse in cui si trova e diventi una pratica “normale”; b) che il Miur definisca gli standard di competenze da testare nelle rilevazioni da effettuare anno dopo anno; c) che l’Invalsi proponga prove che siano l’esito della più avanzata ricerca docimologica; d) che le scuole e gli insegnanti avvertano che la rilevazione Invalsi è di aiuto concreto per le loro programmazioni e attività; e) che tutta la macchina operativa, pur nella sua complessità, sia trasparente, efficiente ed efficace; f) che il nodo dell’obbligatorietà della rilevazione sia assunto come dato ineludibile da parte delle scuole e degli insegnanti. A tale proposito è bene citare la nota ministeriale del 18 ottobre u. s., firmata da Carmela Palumbo, in cui si afferma che “gli impegni connessi allo svolgimento delle rilevazioni dovranno trovare adeguato spazio di programmazione nell’ambito del piano annuale delle attività, predisposto dal dirigente scolastico e deliberato dal collegio dei docenti ai sensi dell’art 28, comma 4, del vigente Ccnl. Inoltre il riconoscimento economico per tali attività potrà essere individuato, in sede di contrattazione integrativa di istituto, ai sensi degli artt. 6 e 88 del vigente Ccnl”. Però, è bene ricordare che le scuole devono essere messe in condizione di individuare e definire tale riconoscimento economico, altrimenti il contenzioso già in atto non avrà mai fine.

Gentile Ministro! Lo spazio operativo in tale delicata materia della valutazione di sistema è ampio e per certi versi difficile. Ciò che dovrebbe fare, prima di sciogliere i nodi sopra esposti, Lei che è ingegnare e che si intende di sistemi ben più complessi e sofisticati di quello dell’istruzione e della formazione professionale, è restituire chiarezza ad una materia che da anni ha visto solamente un sommarsi di norme e dispositivi che hanno reso complicata una “cosa” che più semplicemente è soltanto… complessa! E Lei capisce ciò che intendo dire. Lei deve essere in grado di dare fiducia agli insegnanti che si accingono ad un lavoro che in effetti non hanno mai fatto e che ancora vedono con diffidenza. E, se vuole un consiglio, faccia assoluta chiarezza sulle finalità e sul da farsi e… cominci ad aprire la borsa. Se uno dei compiti di questo governo è quello di restituire credibilità alle istituzioni, lanci un segnale di discontinuità: l’istruzione è la speranza del domani e di un Paese migliore. Da troppi anni è stata l’ultima ruota del carro della compagine governativa. Abbia la forza e l’intelligenza di restituirle il posto che merita!

Grazie per quanto potrà fare! Con viva cordialità!

www.scuolaoggi.org