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"Visco: bene interventi su ICI e contanti. La patrimoniale? non risolve i problemi", di Alessandro Trocino

L`ex ministro delle Finanze: meglio i tecnici al fianco dei ministri, l`esecutivo deve garantirsi la collaborazione della burocrazia. «Un governo capace, che arriverà alla fine del suo mandato. E un presidente del Consiglio, Mario Monti, che dovrà far ragionare Angela Merkel e Nicolas Sarkozy». Vincenzo Visco, ex ministro del Tesoro e delle Finanze ed esponente del Partito democratico, è ottimista sulle sorti del nuovo esecutivo.
Monti ha davanti una strada difficile.
«È una persona capace, sobria, seria Non dimentichiamo che ha una grande esperienza politica, come commissario a Bruxelles. Anche se lì il Parlamento contava poco».

Anche qui, dicono i critici, il Parlamento conta sempre meno e hanno preso in mano il potere i tecnici.

«I parlamenti contano sempre, perché i tecnici devono prendere i voti da questi. Però è chiaro che siamo in una situazione drammatica, di emergenza, e quindi i tecnici sono indispensabili».

Anche i sottosegretari dovranno essere tecnici?
«Credo di sì, ragionevolmente. Nel senso che servirà comunque gente che abbia esperienza della macchina. Il governo deve riuscire a garantirsi la collaborazione della burocrazia».

La situazione economica è drammatica, diceva.. Tutta colpa di Berlusconi e di Tremonti o anche di fattori esterni?
«È chiaro che l`Italia ha brillato per totale assenza. È ridicolo che Berlusconi abbia scoperto il problema poco tempo fa. Ma non c`è dubbio che la gestione della politica economica europea da parte di Merkel e di Sarkozv sia stata disastrosa».

Perché?
«Hanno creato un problema greco che era inesistente e hanno portato avanti un`idea dogmatica della banca centrale che sta conducendo il Continente nella recessione. La Bce doveva fare una politica monetaria più accomodante e ci si doveva porre il problema della crescita Tutte cose chieste, peraltro, anche da Obama e Cameron».

Monti ora incontrerà i due leader europei.

«E dovrà cercare di farli ragionare su questi punti, anche perché tra i tre, Monti è certamente la persona più competente».

Nel concreto il governo che cosa dovrebbe fare?
«Prima di tutto, sistemare la manovra di luglio-agosto: mancano ancora venti miliardi».
Si comincia con l`Ici?
«Si può intervenire sull`Ici, operando in modo da adeguare la tassazione a livello europeo, ma lasciando un`agevolazione o persino l`esclusione delle prime case di basso valore, differenziate Comune per Comune».

La patrimoniale sulle grandi fortune divide i partiti.

«È una proposta avanzata dal Pd e dai sindacati, ma ha un significato più politico che di gettito. In Francia, dopo le modifiche fatte da Sarkozy, il gettito si è addirittura ridotto. Non risolve i problemi di bilancio».

Dove si dovrebbe intervenire invece? «Sui privilegi e sulle corporazioni. Sulla questione previdenziale, che pure non porterà grandi risparmi. E sull`uso dei contanti».
La soglia sopra la quale non si potranno usare contanti potrebbe scendere dai 2.5oo euro fissati da Tremonti a 300.

«Io l`avevo fissata a 1oo. Si può arrivare fino a questo limite o anche azzerarlo: ovviamente, si devono abolire le commissioni bancarie. E poi bisogna attivare il borsellino elettronico e i micropagamenti con il cellulare».

Complessivamente, si tratterà di provvedimenti da «lacrime e sangue»?.

«Non direi, ne abbiamo già versate molte sia di lacrime sia di sangue. C`è stata una raffica di aumenti di tasse spaventosa in questi due anni».

Si parla anche di aumentare l`Iva.

«Lo eviterei. È un`imposta molto regressiva, che fa aumentare i prezzi. Ed è anche l`imposta più evasa».

Sulla riforma del lavoro convivono due anime nel Pd. Pietro Ichino non è amato dalla sinistra del partito e dalla Cgii.

«Credo che Bersani e Casini debbano proseguire sulla strada dell`accordo di luglio. Il governo Ciampi riuscì a fare l`accordo sulla scala mobile: quando vengono responsabilizzate, le forze sociali ragionano».

E sulle alleanze? L`intesa di Vasto è già stata accantonata? «L`alleanza di Vasto non è mai esistita formalmente. Come impone anche l`attuale legge elettorale, le alleanze dovrebbero essere le più ampie possibili. Ora c`è questa collaborazione con il centro, che sta andando avanti. Senza dimenticare la sinistra, che è importante per la tenuta della democrazia».

Il Corriere della Sera 21.11.11

"Il regalo del buon ritorno", di Piero Graglia

Partire è un po’ morire, si sa. E mentre la ministra Gelmini lascia il suo solido posto all’Istruzione e Università, non ci pensa due volte e spera di essere ben ricordata. E quale miglior modo per essere ricordata che lasciare un regalino di addio?
Grazie alle risorse europee del Piano Operativo Nazionale Ricerca & Competività, decise nel 2007 dalla Commissione europea, incrementate di 250 milioni di euro di soldi italiani, il ministro uscente può elargire ben 650 milioni di euro a università e enti di ricerca nonché ONLUS delle quattro regioni inserite nell’obiettivo convergenza dell’Unione europea (Puglia, Calabria, Sicilia, Campania) (il documento è scaricabile qui).

Intendiamoci, alcuni progetti sono sicuramente degni di considerazione. Non ci si può pronunciare senza avere visto i progetti relativi ma colpisce l’entità delle risorse distribuite in alcuni casi, come ad esempio la Fondazione Mediterranea Terina, guidata dall’avvocato Giancarlo Nicotera (UDC), destinataria di ben 14.650.000 euro. Lo stesso dicasi per il progetto “Polo di innovazione Cyber Brain” – promosso da due fondazioni che si occupano a vario titolo di studi su malattie degenerative del cervello, la Fondazione Neuromed (presieduta dall’ex prefetto di Campobasso Marcello Palmieri, commissario di governo per la Regione Molise dal ’92 al ’96 e le cui competenze mediche sono ignote) e la Fondazione Neurone (un’impresa della famiglia Elena Costa e Niccolò Meldolesi, fondata e diretta dai due coniugi) – che si porta a casa ben 12 milioni e 400mila euro. Sorprende, peraltro, vedere in quello stesso progetto, accanto a due istituti di ricerca medica, anche l’Istituto euro-mediterraneo di Scienza e Tecnologia che ha una vocazione politico-sociale più che clinica, presieduto da Bartolomeo Sammartino, laureato in Scienze Politiche, già membro dell’Assemblea regionale siciliana, esponente della ex Alleanza Nazionale.

Insomma, mentre alcuni progetti sembrano “veri” (come ad esempio il generatore eolico dal conturbante nome GELMInCal), altri sembrano solo il classico modo per fare cassa (e il condizionale è d’obbligo).

Per carità, si dirà, tutti i progetti sono stati vagliati, valutati, verificati, ma un dubbio ci tormenta: nell’era Gelmini, quella proclamata come votata al merito e alla valutazione, c’era proprio bisogno di dare 8 milioni e 550mila euro alla Provincia Italiana Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione per un progetto che porta solo il nome della Casa farmaceutica IDI, fondata dalla stessa Congregazione?

E’ forse un modo per accumulare meriti sperando in un prossimo ritorno oppure per distribuire risorse in articulo mortis?

Ma, soprattutto, non ha nulla da dire a riguardo il nuovo ministro Profumo, membro del nuovo governo rigorista di Mario Monti che promette di avanzare lungo la strada del merito e della valutazione?

Ai posteri…

www.pierograglia.eu

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“Gelmini, scampoli di fine stagione fondi a pioggia, spesso agli amici”, di Corrado Zunino

Attivati in tutta fretta 650 milioni di fondi. Vanno a Istituti di ricerca, ma anche a fondazioni in Calabria o Sicilia passati a fedelissimi alleati del Pdl. E poi il colpo finale al Cnr: la nomina a consigliere all’ultimo minuto del discusso rettore di una università napoletana. Ecco i lasciti di Mariastella Gelmini, che quando era in pieno governo premiava con l’eccellenza gli istituti dietro casa (in provincia di Brescia, sì) e nelle ultime ore da ministro dell’Istruzione uscente ha prodotto una sventaglia di finanziamenti pubblici agli amici. Amici di centrodestra, ma non solo.

L’11 novembre scorso il direttore generale dell’Istruzione ha licenziato sotto dettatura politica un decreto ministeriale che sbloccava un finanziamento da 650 milioni – i mitici Pon, i programmi operativi nazionali – per la ricerca al Sud: in Campania, in Puglia, in Calabria e in Sicilia. Con questo budget pubblico (250 milioni è denaro di Stato, il resto arriva dall’Unione europea) oggi si possono finanziare 47 centri di ricerca pubblici, privati e confessionali (molti). Nell’elenco dei premiati ci sono atenei importanti e bisognosi, centri di ricerca avanzati e una pletora di “Congregazioni dei Figli dell’Immacolata”, “Università degli studi Suor Orsola Benincasa”. Infine, nell’elenco dei beneficiati ci sono tre amici della politica: hanno ricevuto finanziamenti che sembrano elargizioni, ottenuto consistenti assegni dopo aver servito la causa del centrodestra in sede locale.

Ecco, 14 milioni e 650 mila euro la Gelmini li ha consegnati alla Fondazione Mediterranea Terina, “costola operativa della Regione Calabria”. E’ un’autodefinizione. Sui suoi 40 ettari di terreno all’aperto la Fondazione controlla da vicino il progetto per la salvaguardia del miele calabro e della cipolla rossa di Tropea. Sulle mille poltroncine in velluto rosso, invece, allarga il più grande centro convegni della Calabria, pronto ad ospitare serrati dibattiti agroalimentari. Dopo una battaglia infuocata, il governatore Giuseppe Scopelliti, desideroso di estirpare gli uomini di Agazio Loiero nei subgoverni della Regione Calabria, era riuscito a piazzare alla presidenza della Fondazione Mediterranea Terina l’alleato Giancarlo Nicotera, avvocato di 41 anni, segretario di Lamezia Terme dell’Udc, soprattutto fautore di un accordo locale con il Pdl (che non è però riuscito a produrre l’ultimo sindaco della città). L’alleanza Pdl-Udc in Regione e quindi a Lamezia oggi produce i suoi frutti. Dal ministero è partito, sotto il controllo di Scopelliti e la regia del presidente del Consiglio regionale Franco Talarico, il bonifico da oltre 14 milioni per l’ente di ricerca che di suo produce utili al minimo ma possiede il dono di essere passato in mano al centrodestra.

Dodici milioni e quattro dalla Gelmini se li è presi, poi, il neonato Polo di innovazione Cyber Brain di Catania. E’ sostenuto da due istituzioni interessanti. Una è l’Istituto Euro-Mediterraneo di Scienza e Tecnologia, Iemest per gli addetti. Fondato nel 2009 a Palermo per “condividere e divulgare la conoscenza tecnologica”, oggi lo presiede l’ex graduato della finanza Bartolo Sammartino. Ha 43 anni, Sammartino, e ha assommato la carica di consigliere del Pdl alla Regione Sicilia (all’assemblea siciliana li chiamano deputati) nonché quella di vicesindaco di Palermo (dal 2001 al 2003). La sua militanza nell’agguerrita destra post-fascista Sammartino ama ricordarla istruendo corsi di studio intestati al maestro Vincenzo Fragalà attraverso la sua Accademia nazionale politica. Già ordinovista iscritto al Fuan, vicino a Pino Romualdi, l’avvocato Fragalà è stato ucciso a bastonate nel febbraio 2010 all’uscita del suo studio professionale. Per Sammartino, a cui non sono bastate la conoscenza fluente di tre lingue tra cui l’arabo e diverse docenze per essere nominato all’Antitrust, ora arrivano i dodici milioni abbondanti. I primi due anni di attività dell’istituto di ricerca li aveva sostenuti per intero la sua Accademia nazionale politica: può liberarsi di un peso, ai soldi adesso ci pensa la Gelmini.

L’altro bastione societario del Polo di innovazione Cyber Brain, quello che appunto si è beccato i dodici milioni di fine governo, è la Fondazione Neuromed di Isernia. La guida l’ex prefetto di Campobasso (e di Cosenza e di Modena) Marcello Palmieri, già commissario di governo per la Regione Molise, amico di Di Pietro ma anche dell’ala tardo dc del Partito democratico. Non si conoscono, fin qui, le competenze scientifiche del prefetto in pensione, pronto a fondersi con i post-fascisti del Pdl per garantirsi i finanziamenti pubblici.

Infine, al prestigioso Cnr, la ricerca nazionale del paese, Mariastella Gelmini è riuscita a piazzare in zona Cesarini un altro consigliere amico. Gennaro Ferrara, capogruppo Udc al Comune di Napoli, rettore dell’Università Parthenope. In quell’ateneo il rettore Ferrara era riuscito a sottoscrivere con la Uil un accordo per regalare sconti fino a 60 crediti agli iscritti del sindacato.

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"Pavia, tasse troppo alte l'ateneo costretto al rimborso", di Salvo Intravaia

Tasse universitarie eccessivamente alte e l’ateneo deve restituire il “maltolto” agli studenti. E’ accaduto a Pavia per effetto del ricorso al Tar presentato dall’Unione degli universitari. La sentenza definitiva condanna l’università degli studi di Pavia al pagamento di 1,7 milioni di euro. Per gli studenti si tratta di una “storica vittoria contro l’innalzamento spregiudicato delle tasse universitarie che apre la concreta possibilità di ricorsi a catena in ogni università italiana”. In almeno una ventina di atenei italiani le tasse sforano il tetto imposto dalla legge attuale.

A spiegare la mezza rivoluzione che potrebbe creare il pronunciamento dei giudici amministrativi di Milano è l’avvocato Francesco Giambelluca, che ha patrocinato l’Udu. “Con la sentenza, definitiva, il Tar di Milano ha dichiarato fondato e ha pertanto accolto il primo motivo di ricorso stabilendo che è stata illegalmente violata la soglia non superabile del 20 per cento che pertanto tutta l’eccedenza, pari a circa 1,7 milioni di euro, deve essere restituita sia ai ricorrenti, attivandosi d’ufficio verso tutti gli altri studenti”.

Di che si tratta? Una legge del 1997 stabilisce che il contributo posto carico degli studenti (le cosiddette tasse universitarie) non possono superare la soglia del 20 per cento del finanziamento pubblico ricevuto dallo Stato: il cosiddetto Fondo di finanziamento ordinario degli atenei. E siccome dal 2008 a oggi il Ffo è stato progressivamente assottigliato per fare fronte ai colpi della crisi economica per fare quadrare i conti pubblici, tutti si aspettavano un calo anche delle tasse universitarie. Ma le cose sono andate in maniera diversa.

“Con due diverse verificazioni eseguite dalla Ragioneria generale dello Stato – spiega Giambelluca – è stato accertato uno sforamento pari all’1,331 per cento”. E il Tar ha condannato l’università di Pavia a restituire gli importi non dovuti agli interessati. “E’ una sentenza storica e rivoluzionaria per l’università italiana – commenta Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Udu – il Tar Milano ha sancito quello che noi ripetiamo da tempo: quel 20 per cento non è un parametro indicativo bensì vincolante, perché tutela il diritto allo studio”.

Ma non solo. “Questa sentenza – prosegue Orezzi – è un enorme argine verso l’innalzamento selvaggio delle tasse universitarie che sta diventando il peggiore ostacolo sociale per accedere al mondo accademico e rappresenta inoltre la risposta migliore a quanto scritto nella lettera di Berlusconi inviata all’Unione Europea, che ipotizzava un aumento selvaggio delle tasse per accedere all’Università”. E’ uno dei 39 punti di domanda rivolti dalla Commissione al governo italiano prima che cadesse sotto i colpi inferti dai mercati.

L’Europa ha chiesto di sapere “in pratica, che cosa implica la frase “maggior spazio di manovra nello stabilire le tasse di iscrizione?”. Secondo gli studenti, che hanno manifestato in piazza per mesi, “è un chiaro messaggio al nuovo governo Monti e al neo ministro Francesco Profumo: le tasse non solo non si possono più alzare, ma sono già ora troppo alte, tra le più alte d’Europa”. Chi ha orecchie per intendere intenda.

www.repubblica.it

"La strage del clima impazzito", di Pietro Greco

Ogni anno si contano migliaia di morti a causa delle mutazioni climatiche. Ma intervenire si può. Ecco le ricette di scienziati ed economisti. Ogni anno, ormai, si contano decine di migliaia di morti causati da eventi meteorologici estremi, il 95% dei quali nei paesi in via di sviluppo. Mentre ogni 12 mesi i danni economici causati da picchi di temperature, onde di calore, piogge torrenziali, cicloni e inondazioni ammontano a 200miliardi di dollari. Un conto che è di due ordini di grandezza più grande rispetto a quello che l’umanità pagava solo una ventina di anni fa.
L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), il gruppo di scienziati ed economisti che studia i cambiamenti climatici per conto delle Nazioni Unite, ha pubblicato nei giorni scorsi un nuovo rapporto sulla gestione del rischio generato da eventi meteorologici estremi e da disastri ambientali e ha preso atto di questi due dati di fatto. In molte regioni del mondo dal 1950 a oggi si è già verificato un aumento dei fenomeni meteorologici estremi. In particolare sono aumentati i picchi di temperature, mentre le onde di calore sono diventate più lunghe e frequenti. D’altro canto è aumentata la velocità media dei venti dei cicloni, anche se non ci sono evidenze che sia aumentata la loro frequenza. Questi eventi estremi sono collegati ai cambiamenti climatici. E c’è un’elevatissima probabilità – la quasi certezza – che nel prossimo futuro saremo tutti chiamati a fronteggiarli più spesso e più a lungo. Aumenterà, in particolare, la frequenza delle precipitazioni intense, con conseguente rischio di inondazioni e frane. Nel medesimo tempo molte regioni del mondo sperimenteranno siccità e desertificazione, mentre l’aumento del livello dei mari determinerà un’erosione sempre più massiva delle coste.
L’Ipcc non ci dice esattamente quanti siano stati in passato i morti a causa di questi fenomeni. Ma una recente valutazione del Wwf parla di circa 650.000 morti negli ultimi 20 anni a causa di 14.000 eventi meteorologici estremi. In Italia, si calcola, sono stati almeno 2.000. L’Ipcc ci dice, tuttavia, che solo il 5% delle vittime appartiene ai paesi ricchi. La gran parte appartiene ai paesi più poveri. Inoltre sostiene che misureremo questi danno in decimi se non in unità di Pil.
Le perdite umane e i danni economici possono essere minimizzati, attraverso una saggia gestione del rischio. Che, secondo i tecnici dell’Ipcc, deve essere fondata su politiche
di adattamento, oltre che di mitigazione dei cambiamenti climatici. Adattamento significa: monitoraggio, ricerca scientifica, innovazione. Comporta politiche di intervento «no regret», il che significa a costo zero o con investimenti ampiamente ripagati. Si fondano sul miglioramento delle condizioni di vita delle persone (povere) più esposte o sulla conservazione della biodiversità. Altre misure sono «low regret», che costano poco in termini economici e organizzativi: come allestire sistemi di allarme più veloci ed efficaci, programmare una migliore gestione del territorio (e dei fiumi), organizzare un migliore sistema sanitario, una più saggia politica edilizia, una maggiore educazione. Naturalmente le politiche di adattamento devono essere molto più articolate e tener conto delle circostanze locali. Non sono le stessi in Svezia, in Italia o in Bangladesh. Ma sono assolutamente necessarie. Il messaggio è, dunque, chiaro. Ogni anno ci sono migliaia di morti evitabili e miliardi di dollari di danni che potremmo risparmiare. Possiamo intervenire con azioni a costo nullo o molto basso. Dobbiamo solo vincere la cultura dell’inerzia e del fatalismo e affermare la cultura della gestione del rischio. La ricetta che l’Ipcc indica per il mondo è più che mai valida per l’Italia.

L’Unità 21.11.11

"Emergenza carceri. Una fabbrica di suicidi", di Francesco Moscatelli

59 detenuti si sono tolti la vita nel 2011. Secondo le statistiche nelle carceri italiane avviene un suicidio ogni cinque giorni, uno ogni mille detenuti. I tentati suicidi, invece, (i dati fanno riferimento al 2010) sono stati quasi il triplo: 167. La situazione è drammatica Ci sono 67.510 carcerati ma i posti-letto sono 45.572 Il ministro Severino ha detto che i problemi delle prigioni sono una delle sue priorità

L’ ultima vittima, P.C. A., un cittadino colombiano di 48 anni, si è impiccato venerdì 18 novembre nel carcere bolognese della Dozza. Ha rifiutato di uscire dalla sua cella durante l’ora d’aria, ha lasciato sopra il materasso alcune lettere per i suoi familiari e si è impiccato con il lenzuolo, «legandosi le mani con un calzino per evitare ripensamenti». Una settimana prima, sabato 12 novembre, due tragedie identiche si sono consumate nel Reparto di osservazione di Poggioreale, a Napoli, e nell’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia. E questi sono solamente gli ultimi tre dei cinquantanove suicidi avvenuti quest’anno nei penitenziari italiani. Uno ogni cinque giorni, uno ogni mille detenuti dicono le statistiche. E i tentati suicidi (i dati fanno riferimento al 2010) sono stati quasi il triplo: 167.
Il numero impressionante di «auto soppressioni», come vengono definiti i suicidi nelle relazioni delle guardie penitenziarie che ci devono convivere tutti i giorni, è l’aspetto più evidente di un sistema carcerario che si avvicina sempre di più a un inferno. Il primo male, però, da cui discendono tutti gli altri, è il sovraffollamento. Ad oggi nelle 206 prigioni italiane ci sono 67.510 detenuti (43.253 italiani e 24.257 stranieri) per 45.572 postiletto. Fra questi ci sono 37.395 persone condannate in modo definitivo (il 55,4%) e 28.457 imputati (14.445 – il 21,4% – in attesa del giudizio di primo grado, 7.698 l’11,4% – in attesa del giudizio d’appello e 4696 -il 7% – in attesa della sentenza definitiva della Cassazione). Il totale dei detenuti era di circa 40.000 unità nel 2006, subito dopo l’indulto, ma in questi cinque anni è tornato a crescere ben oltre la soglia di guardia. Per comprendere il livello di emergenza basta confrontare l’indice di sovraffollamento (quanti sono i carcerati ogni cento posti disponibili) dei principali Paesi europei: in Italia è 148,2 (peggio di noi c’è solo la Spagna con 153) mentre la media europea è 104 e nei paesi virtuosi (Svizzera, Danimarca, Norvegia, Germania e Portogallo) l’indice si aggira intorno al 90.
«Nove regioni (Calabria, Emilia Romagna, Friuli, Liguria, Lombardia, Marche, Puglia, Valle d’Aosta e Veneto) – scrive Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp (l’Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria) – hanno superato persino le capienze massime consentite, con 6.000 poliziotti penitenziari in meno su un organico di 45.109, 2.236 unità dei profili tecnici e amministrativi in meno su un organico di 8.737 e circa 150 milioni di debiti su forniture e utenze per il 2011. E per il 2012 c’è l’urgente necessità di reperirne altri 250».
Il 13 gennaio del 2010 l’ex ministro della Giustizia Angelino Alfano ha cercato d’intervenire varando il cosiddetto «Piano carceri». Il progetto di Alfano si fondava su tre pilastri: la costruzione di 11 nuovi penitenziari, la realizzazione di 20 padiglioni extra all’interno di strutture già esistenti e l’assunzione di 2.000 nuovi agenti penitenziari. Dieci mesi dopo, però, come ha ricordato pochi giorni fa Marco Pannella dai microfoni di Radio Radicale – «Il 28 luglio il Presidente della Repubblica ci disse, direi, ci ordinò, di affrontare la prepotente urgenza rappresentata dalla situazione delle carceri e della giustizia. Dov’è finita questa emergenza? », siamo ancora al punto di partenza. Anche ammesso che il «Piano carceri» venga completato in tempi ragionevoli, infatti, all’appello mancherebbero comunque 12.788 posti. Le situazioni più allarmanti sono in Lombardia (mancano 4.114 posti, ma a piano ultimato ne mancherebbero comunque 3.314), Campania (mancano 2.182 posti e a piano ultimato ne mancherebbero 1.332) e Lazio (mancano 1.754 posti e a piano ultimato ne mancherebbero 1.354).
Il nuovo governo è consapevole che bisogna intervenire il prima possibile. Tant’è vero che le uniche parole pronunciate dal Guardasigilli Paola Severino, intercettata dai cronisti mentre usciva dal Quirinale dopo il giuramento sono state: «Diamoci tutti una mano. Il carcere è un problema grave». Sul piatto, oltre agli interventi sulle strutture e sugli organici della polizia penitenziaria, potrebbe esserci anche altro: dalla revisione delle norme sulla custodia cautelare all’introduzione di misure alternative alla detenzione per i reati meno gravi. In tempi di tagli alle spese dello Stato, infatti, a preoccupare sono anche i numeri dei bilanci. Secondo i dati del dipartimento di Polizia penitenziaria ogni giorno spendiamo 7.615.803 euro. In pratica 113 euro per ogni detenuto. Di questi 98,95 euro vengono spesi per il personale, 4,03 per il funzionamento delle strutture, 3,35 per le spese d’investimento (edilizia penitenziaria, acquisto di mezzi di trasporto) e 6,48 per il mantenimento dei detenuti. «Ma di questi spiega Riccardo Polidoro, presidente della onlus “Il carcere possibile” -3,95 euro vengono spesi per il cibo e solamente 11 centesimi per il trattamento di riabilitazione».

La Stampa 21.11.11

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Viaggio nell’orrore degli ergastoli bianchi. Centinaia di detenuti come bestie negli ospedali giudiziari
di Flavia Amabile

Il buco nero Sono trascorsi più di trent’anni dalla legge Basaglia che ha chiuso i manicomi ma in Italia ci sono ancora almeno 1.404 internati distribuiti in sei ospedali psichiatrici giudiziari. È l’11 giugno del 2010 quando i senatori della Commissione d’Inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale entrano nell’Ospedale Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. Nessuno aspetta la loro visita ma soprattutto forse nemmeno loro sanno a che cosa stanno andando davvero incontro. Un uomo è disteso su un letto. È da solo nella stanza per le contenzioni, dove vengono tenuti legati i detenuti considerati pericolosi o violenti. È nudo, braccia e gambe tenuti fermi con garze fissate alla rete, e ha un ematoma sulla fronte. Al centro del letto, all’altezza del bacino, un buco per i suoi escrementi collegato ad un altro buco nel pavimento arrugginito dall’uso prolungato negli anni. È la stanza di contenzione inaugurata dal ministro Rocco nel 1925, e più o meno gli stessi anni ha la norma che prevede che quell’uomo debba restare in un posto del genere a vita in quello che è stato definito un ergastolo bianco anche se si è semplicemente rubato un panino o bevuto un po’ troppo e si è finiti coinvolti in una rissa. Donatella Poretti, volata da Roma insieme agli altri commissari per scoprire questo scandalo italiano, guarda il registro delle contenzioni per cercare di capire che cosa avesse combinato quest’uomo. Non c’è scritto nulla.
È l’inizio di un viaggio nell’inferno, un buco nero scoperchiato dai altri senatori della commissione che ha dato vita a una relazione da leggere solo se si ha lo stomaco forte e che Ignazio Marino, presidente della commissione, presenterà questa settimana al terzo ministro della Giustizia in un anno portando un video di oltre mezz’ora di scene girate in giro per l’Italia. Perché sono trascorsi più di trent’anni dalla legge Basaglia che ha chiuso i manicomi ma nonostante questo in Italia ci sono ancora almeno 1.404 internati distribuiti in sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani. La legge prevede che debbano restare lì soltanto se sono socialmente pericolosi. Dall’indagine della commissione in 368 sono stati considerati in grado di poter uscire ma soltanto 101 hanno effettivamente lasciato le strutture: non ci sono né Asl né comunità disposti ad assisterli. A questo punto il Senato ha votato sì alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari con una risoluzione, che ha visto maggioranza e opposizione votare in modo compatto, il primo passo verso la chiusura definitiva.
Difficile infatti tollerare luoghi come l’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto dove le pareti hanno intonaci sporchi e cadenti, porte e finestre hanno i vetri incrinati, ovunque vi sono macchie di muffa e umidità, sporcizia, vernice scrostata e ruggine, un lezzo nauseabondo di urine. Sui letti le lenzuola e le coperte sono strappate, sporche ed insufficienti e le celle garantiscono 3 metri di spazio per persona con un bagno comune aperto, tutti vedono tutti. Non esistono frigoriferi: chi vuole bere dell’acqua fresca infila la bottiglia nel buco del bagno turco dove la temperatura è un po’ più bassa di quella delle celle.
Non è così ovunque ma quasi. E le persone che finiscono lì perdono ogni dignità. A volte anche senza motivo. E così i senatori della commissione incontrano nell’ospedale di Reggio Emilia un uomo dal fisico robusto e muscoloso. Da cinque giorni è legato anche lui al letto di contenzione. Chiedono informazioni, scoprono che l’uomo è stato arrestato 22 anni prima per una rissa a Firenze. Viene giudicato incapace di intendere e di volere e chiuso nel primo ospedale giudiziario. Da allora si scatena in lui una tale violenza da rendere impossibile occuparsene senza legarlo. Quasi come per un accordo non scritto gli ospedali lo ospitano per un po’ poi lo trasferiscono. È questa da 22 anni al vita di un uomo condannato per rissa.
Nell’ospedale di Secondigliano, vicino Napoli, i senatori incontrano un uomo con bende sporche intorno alle gambe e ai piedi. Ha evidenti segni di cancrena e da settimane nessuno gli cambia le medicazioni. L’unico tipo di assistenza sono 30 minuti ciascuno di terapia psichiatrica al mese per loro che sono malati psichiatrici. Come si potrebbe pensare di curare il diabete?

La Stampa 21.11.11

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«La soluzione c`è. Distribuire queste strutture sul territorio» 3 domande a Ignazio Marino di Flavia Amabile

Ignazio Marino, presidente della Commissione sul Servizio Sanitario Nazionale, già sei mesi fa avete lanciato il primo allarme sugli orrori commessi negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Che cos`è cambiato da allora?
«È cambiata la sensibilità nel Paese e anche negli ospedali.Prima venivamo accolti con diffidenza, ora anche loro si rendono conto della necessità di andare oltre questo tipo di strutture. C`è stato anche un voto unanime in commissione in questo senso. Purtroppo nessuna forza politica si è mossa per superare quello che è uno scandalo intollerabile per un Paese civile, come ha sostenuto anche il presidente Napolitano».

Superare gli ospedali giudiziari per arrivare a quale soluzione?
«Vanno trasformati in strutture distribuite meglio sul territorio: ogni Regione deve avere la responsabilità dei propri pazienti e devono essere previste misure cautelari solo in caso di provato pericolo».

Questa settimana ne parlerà con il ministro della Giustizia. È fiducioso?
«Non posso non esserlo. Noi membri della commissione siamo talmente nauseati dopo due anni di visite negli ospedali giudiziari da essere pronti ad incatenarci pur di ottenere quello che chiediamo. Un giorno uno dei detenuti mi ha detto: lo sa che chi tiene dei cavalli in uno spazio di 3 metri viene arrestato? E noi che siamo umani?»

La Stampa 21.11.11

"La Costituzione, unica bussola", di Stefano Rodotà

Avevano un suono diverso le parole pronunciate dal presidente del Consiglio e dai ministri del nuovo governo nel momento in cui giuravano di osservare “lealmente” Costituzione e leggi e di esercitare le loro funzioni nell´interesse “esclusivo” della Nazione. La formula apparentemente burocratica del giuramento rivelava un´assenza: la mancanza negli ultimi anni d´ogni lealtà governativa verso una Costituzione continuamente dileggiata e aggredita, l´abbandono dall´interesse esclusivo della Nazione a vantaggio di una folla di interessi privati e persino inconfessabili. Quelle parole scomparse e tradite sono ritornate nel momento in cui davanti al nuovo governo non è soltanto il compito assai difficile di affrontare i temi dell´economia riprendendo pure il cammino dell´equità e dell´eguaglianza, senza le quali la coesione sociale è perduta. L´insistita sottolineatura del nuovo stile di Mario Monti all´insegna di “sobrietà” e “serietà” non riguarda, infatti, segni esteriori. Ricorda un altro compito, forse persino più difficile e certamente bisognoso di molto impegno e di molto tempo, quello di far uscire il nostro Paese dalla regressione culturale e civile nella quale è sprofondato.
È questione che non si affida tanto a provvedimenti formali. Accontentiamoci, per il momento, d´una prima, non indifferente certezza. Il sapere che non vi saranno ministri della Repubblica che, di fronte alla domanda di un giornalista o di un cittadino, leveranno in alto il dito medio o risponderanno con una pernacchia (non il nobile e difficile “pernacchio” di Eduardo). Rispetto e lealtà non sono dovuti soltanto a Costituzione e leggi, ma a tutti coloro che nel mondo reale incarnano valori e principi che lì sono iscritti. In questi anni abbiamo assistito proprio al rifiuto dell´”altro”, l´avversario politico o l´immigrato, lo zingaro o la persona omosessuale. L´indegna gazzarra scatenata alla Camera dai deputati della Lega contro la civilissima richiesta di avviare il riconoscimento degli immigrati come cittadini, e non come merce usa e getta, è stata la conferma evidente della difficoltà di invertire una tendenza che, mai contrastata efficacemente per convenienza politica e debolezza culturale, ha terribilmente inquinato l´ambiente civile.
Sarà la minuta sequenza degli atti concreti a dare sostanza all´abbandono di un perverso costume. Al governo spettano nomine importanti, sottosegretari e Rai per cominciare. Il rispetto della Costituzione, inoltre, muove dal rispetto degli istituti che la innervano, a cominciare dal referendum che ha ridato ai cittadini la possibilità di far sentire la loro voce, spenta da una legge elettorale indegna e venata da incostituzionalità. Proprio dal voto sui referendum di giugno vengono tre indicazioni che il governo non può in alcun modo eludere: il no al nucleare (lo ricordi qualche ministro che non deve avere bene appreso la lezione di sobrietà e umiltà invocata dal presidente del Consiglio); il rifiuto di ogni legislazione attributiva di privilegi; il nuovo ruolo attribuito ai beni comuni, all´acqua direttamente (non si segua il cattivo esempio delle furbizie nelle quali il governo precedente si stava esercitando). Se il governo vuole conservare la fiducia manifestata da una larga parte dell´opinione pubblica, e cercar di recuperare critici e scettici, deve essere consapevole che proprio questi sono i casi in cui massima dev´essere la sua lealtà verso la Costituzione. È bene aggiungere che, considerando i vari movimenti e indignati che occupano le piazze del mondo, in Italia il risveglio civile non solo si era manifestato prima che in altri Paesi, ma aveva trovato un fiducioso incontro con le istituzioni tramite i referendum. Sarebbe un grave errore politico mettere questa vicenda tra parentesi, poiché proprio da lì è cominciato quel rinnovamento che ha trovato nel governo Monti un suo approdo, sia pure controverso.
Come tutto questo incrocerà i sentieri parlamentari è questione tra le più aperte. A proposito della quale, tuttavia, è bene insistere su una banale verità, del tutto travisata da chi, gridando alla fine della democrazia, ha lamentato un ruolo marginale del Parlamento in una crisi tutta gestita tra presidente della Repubblica e presidente del Consiglio incaricato. Ma abbiamo già dimenticato o cancellato il fatto istituzionale più clamoroso di questi ultimi anni, appunto la scomparsa del Parlamento, dileggiato da Silvio Berlusconi come luogo di inutili e incomprensibili lungaggini, espropriato d´ogni potere dai voti di fiducia e dai maxiemendamenti blindati, ridotto a mercato quando v´erano da reclutare truppe mercenarie, rattrappito nei suoi lavori in un paio di giorni a settimana, addirittura chiuso per mancanza di questioni rilevanti da mettere all´ordine del giorno? Uno degli esiti, o paradossi, di questa crisi sta proprio nell´aver rimesso al centro dell´attenzione pubblica e della politica proprio il Parlamento, ricordando così, come molte volte aveva già fatto il presidente della Repubblica, che la nostra rimane una Repubblica parlamentare ed è lì che i governi ricevono investitura e legittimità.
Sul rapporto tra governo e Parlamento si è insistito molto in questi giorni, discutendo soprattutto della possibilità che qualcuno voglia prima o poi “staccare la spina”, di possibili maggioranze variabili nell´approvare singoli provvedimenti. Ma vi è un altro aspetto del problema, particolarmente rilevante nella prospettiva ricordata all´inizio della “bonifica” politica e civile del nostro sistema istituzionale e della nostra società. Qualcuno, nel dibattito parlamentare, ha avuto l´impudenza di invocare la ripresa del cammino parlamentare del disegno di legge sulle intercettazioni. Qualcun altro ha adombrato i temi della difesa della vita, con un trasparente richiamo al disegno di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (testamento biologico) attualmente in discussione al Senato, e dopo che s´era verificato il grave episodio di un governo che, in articulo mortis, aveva diffuso le nuove linee guida in materia di procreazione assistita. L´insistenza su questi temi rivela un intento strumentale, volto anche a creare frizioni parlamentari che possono insidiare la tenuta del governo. Ma, se appare davvero improbabile un rinnovato assalto a favore di una legge bavaglio, più serie preoccupazioni destano i temi legati alla bioetica e al biodiritto.
Per proteggere il governo, non si tratta di invocare una “tregua etica” o rivendicare l´autonomia del Parlamento in materie non comprese nel programma governativo, magari facendosi forti di qualche improvvida dichiarazione che ha associato la costituzione di questo governo con il “ritorno” dei cattolici in politica. Se alla lealtà verso la Costituzione dobbiamo continuare a rifarci, è appunto il percorso costituzionale che deve essere rigorosamente seguito tanto dal governo che dal Parlamento. E questo significa mettere da parte il testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, grondante di incostituzionalità, sgrammaticature e difficoltà applicative in ogni suo articolo. Significa riprendere il cammino verso una seria disciplina delle unioni di fatto, comprese quelle tra persone omosessuali, alle quali la Corte costituzionale ha riconosciuto un “diritto fondamentale” al riconoscimento giuridico della loro condizione, indicazione finora del tutto disattesa dal Parlamento. Significa riportare a ragione e Costituzione la materia della procreazione assistita.
Per non rimanere prigionieri dell´emergenza che ha segnato la nascita di questo governo, e per sfuggire alle perversioni che questa può produrre, bisogna imboccare senza esitazioni la via di una politica che sia tutta politica “costituzionale”.

La Repubblica 21.11.11

Cento piazze in tutta Italia «Partigiani della Costituzione», di Jolanda Bufalini

Cento piazze, a Palermo c’è lo striscione «Partigiani della Costituzione», la frase di Antonio Ingroia che ha provocato una surreale tempesta (e l’apertura di un procedimento al Csm) sul capo magistrato palermitano. A Pescara un’intera giornata di iniziative, a Milano la visita del sindaco Pisapia. Ieri si è svolta la giornata del tesseramento all’Anpi, l’associazione dei partigiani che da alcuni anni ha aperto le iscrizioni ai giovani. Un nuovo corso che ha avuto particolare impulso al sud, dove il richiamo ai valori della Costituzione si intreccia con quelli per la legalità e la lotta alle mafie.
Palermo. Ottavio Terranova, 75 anni, era operaio ai cantieri navali, saldatore elettrico, quando ai Cantieri di Palermo lavorano 7000 persone. Ieri, a piazza Massimo, vicino al gazebo partigiano c’erano le tende degli indignados e, racconta Ottavio, «questi ragazzi diffidano della politica ma hanno un vero entusiasmo per il nostro lavoro». Un lavoro con le scuole per far scoprire il contributo del Sud alla Liberazione, tanto più importante quando nelle amministrazioni esponenti di destra mostrano indifferenza per la «Resistenza che ha unificato l’Italia». Racconta Terranova: «Il 20 per cento dei partigiani era siciliano, il 40 proveniva dal Sud, in un percorso inverso a quello dei Mille quando i lombardi vennero a liberarci». In Sicilia si intrecciano due Resistenze perché c’è «quella combattuta contro la mafia e il latifondo in cui persero la vita tanti sindacalisti». Simboleggiata, nel 2010, dalla manifestazione fatta insieme da Anpi e Cgil a Portella delle Ginestre. A Primavera l’Anpi farà un convegno storico sulle lotte di Liberazione «guardando al bacino del Mediterraneo e all’impegno di Pio La Torre per la pace». A partire dai Fasci siciliani fondati da Nicola Barbato, sindacalista socialista, di cui Pompeo Colajanni prese il nome in clandestinità.
L’idea è quella di una toponomastica della Resistenza, perché, spiega Mario Vallone (Anpi di Catanzaro) «i ragazzi passano per via Ugo Barbaro, Saverio Papandrea ma non sanno chi sono». «Non sanno nulla di Costantino Mortati, deputato alla Costituente». L’Anpi ha organizzato un sit in perché un ristoratore ha coperto con le sue strutture la lapide che ricorda Saverio Papandrea, un tenente dell’esercito italiano ucciso dai fascisti. I calabresi, allora come ora, emigravano al Nord e, con il contributo delle ricerche negli istituti della Resistenza in Piemonte e Toscana, si sono trovati 1100 nomi di combattenti per la libertà.
LOTTA PER LA LEGALITÀ
Catanzaro non è una terra facile per la memoria, tanto più che il centro-destra adesso al governo della città viene dal vecchio Msi. «Il nostro spiega Vallone -non è un lavoro politico ma di risveglio delle coscienze, che si intreccia con la battaglia per la legalità, contro il voto di scambio che qui è molto diffuso».
Antonio Amoretti partecipò alle Quattro giornate di Napoli, è uno di coloro che ispirarono il film di Nanni Loy sulla resistenza napoletana. Continua a testimoniare nelle scuole e anche ad arrabbiarsi. Per la manifestazione nazionale di Casa Pound a Napoli, il 26 novembre: «Una provocazione e il comitato per la sicurezza ha sbagliato a concedere la piazza per il raduno. Lì vicino c’è la sede storica fascista di via Foria da cui partì la bottiglia incendiaria che uccise la studentessa Jolanda Palladinio nel 1975».
La speranza di Antonio Amoretti è avere una sede per sistemare il museo delle «Quattro giornate». La vecchia amministrazione aveva assegnato all’Anpi una sede prestigiosa, nel complesso monumentale di San Severo al Pendino. «La nuova ha cancellato la decisione ma si è impegnata su una sede di fronte al museo archeologico. Speriamo di concludere questa storia infinita». Ad Aielli in Abruzzo l’Anpi prepara, il 3 dicembre, un convegno su fascismo e leggi razziali. È la risposta all’incredibile decisione del sindaco Benedetto Di Censo di rispolverare il busto di Guido Letta, zio di Gianni, e di dedicargli una piazza. Guido Letta era un prefetto fascista, tanto ligio da meritarsi un’onoreficienza nazista per l’applicazione delle leggi razziali, da aderire alla Rsi. La piaggeria del sindaco e della amministrazione provinciale è arrivata al punto da utilizzare, per la celebrazione del prefetto fascista, 20.000 euro dei fondi per il terremoto. Le proteste dell’Anpi hanno strappato l’impegno che quei soldi saranno restituiti.

L’Unità 21.11.11