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"Ma l'Italia migliore può riprendere la corsa", di Gianni Riotta

Le foto di vita quotidiana che La Stampa pubblica oggi in chiusura delle feste per i 150 anni del Paese, raccolte da Banca Intesa San Paolo, testimoniano, con l’obiettivo di artisti, che non siamo quella comunità isterica, arcigna, petulante che sembriamo su giornali, talk show, twitter e blog. Gli italiani, ciascuno con le sue convinzioni personali, politiche, religiose, non vivono in guerra civile e condividono voglia di crescere, cura per la famiglia, amore per l’onestà, disprezzo per la corruzione.

Se il nuovo governo guidato da Mario Monti, con il ministro Passera allo sviluppo, la Fornero al Welfare e il tandem Ornaghi-Profumo a Cultura e Istruzione, saprà parlare al meglio che ogni italiano sente dentro di sé, non al peggio come troppi han fatto fin qui, c’è speranza di ripresa nazionale.

Le immagini che vedete vengono dalle nostre antiche città, come pure dal paese che spera nel futuro europeo e globale. Senza viva, senza abbasso, insieme ragionando e lavorando, come auspica nel suo messaggio il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che per questo clima ha lavorato, con sagacia politica e istituzionale.

ora? Ora la prima cosa da dire al nuovo governo è di guardarsi, con vera diffidenza, dalla malinconica melassa degli elogi. I sicofanti più lesti a trovare paragoni storici esaltati, a elogiare curricula, abbigliamenti, eloqui, saranno i primi, se scontentati, a tornare alla calunnia. Affermare da ministri «Noi non parliamo con i giornalisti» non indica rigore, ma imbarazzo. I sicari dei media vanno ignorati certo, ma ai colleghi professionali e perbene, che sono tanti, vanno assicurati dialogo e confronto in trasparente serietà, accettandone le critiche non volgari con rispetto. Non è solo il dettato costituzionale a sancirlo, è interesse stesso del governo, perché senza dibattito la democrazia langue.

Se l’opinione pubblica italiana, la gente di queste foto per capirci, si illude che basti cambiare l’allenatore Italia, via Berlusconi dentro Monti, per vincere il campionato Euro 2012, finisce male. Bisognerebbe distribuire un grafico dell’Ocse, curato da Thomson Reuters Datastream, con l’andamento della crescita italiana dal 1960 a oggi, dall’anno in cui organizzammo a Roma le prime Olimpiadi in diretta tv al 2011 che ci vede bocciati in tecnologia. La nostra capacità di produrre ricchezza è un ottovolante mozzafiato: abbiamo toccato quota 10% a metà degli anni ‘60 e a metà dei ‘70, quando il Made in Italy era la Cina di oggi. Siamo precipitati a -4 nel 1976, a -2 a metà ‘90 fino al tragico -7 del 2009. Il 1981, quando Bearzot preparava la Nazionale mondiale, è l’ultimo anno in cui abbiamo lambito il 5% di crescita. Siamo fermi da un decennio e per recuperare la caduta 2009 servirà, a questi ritmi, un altro decennio.

Immaginiamo lo scenario migliore: Mario Draghi riesce, secondo l’auspicio di Daniel Gros nell’intervista a Tonia Mastrobuoni, a trasformare l’European Financial Stability Facility in àncora di sicurezza, senza snaturare la Banca centrale e senza che i tedeschi accusino la Merkel di colpo di Stato. Monti completa la potatura della spesa sognata da Padoa Schioppa, razionalizza le pensioni, stana gli evasori fiscali, reintroduce una tassa immobiliare come in Europa e in America, lima i costi della politica (non ceda qui però alla demagogia corrente, presidente Monti, l’esempio va dato e gli eccessi crassi cancellati, ma non è lasciando due auto blu in garage che l’Italia riparte: illudere la gente porta poi a contraccolpi risentiti), e magari riforma il mercato del lavoro, con Bersani a mediare nel Partito democratico tra liberali di Ichino e socialisti di Fassina. Bene, se e quando questo lavoro erculeo andasse in porto, saremmo a zero se nel frattempo dal ministro Passera non venissero segnali confortanti sulla crescita. Non dico un 10% acuto come quando Mina debuttava alla Bussola, ma almeno come il gruppo di testa europeo.

Perché razionalizzare il welfare e innovare l’economia non sarà a costo zero. Tanti cittadini si opporranno, perché non tutti saranno premiati dalla meritocrazia, non tutti promossi dalle riforme, e perché tanti, non solo i mandarini affaristi, vivono, pur a malincuore, di clientele, raccomandazioni, economia protetta, nera o corporativa. A chi lo accusa di favorire i poteri forti, Monti ricorda i duelli di Bruxelles con i titani dell’industria Gates e Welch. A chi lo accusa di non poter vincere lo status quo, Passera ricorda il lavoro fatto alle Poste. Vero, ma stavolta servirà di più.

Servirà convincere gli italiani di buona volontà – e sono la maggioranza – che un patto di rigore e crescita equa è il solo modo perché la nostra generazione, i nati negli anni del boom 1946-1964, non sia la prima, nei 150 anni che festeggiamo, a lasciare in eredità, nella staffetta tra genitori e figli, un Paese peggiore, povero, cupo, isolato dal mondo.

Il governo di Mario Monti ha cento giorni di luna di miele. Il partito dello status quo presto tornerà a farsi sentire (e, paradossalmente, il contributo di Gianni Letta e Giuliano Amato, esclusi in nome del «no» al passato, potrebbe essere rimpianto quando l’innovazione dovrà cercarsi i voti in questo Parlamento) e occorrerà rintuzzarlo. Se il «Partito del futuro», ciascuno nel suo ambito, politico, economico, tra i media, nella classe dirigente e nel Paese, comunicherà che cambiare per crescere è vitale, allora le forze populiste, trincerate nel rancore, saranno sconfitte. E la politica, Casini, Fini, Alfano, Bersani, la Lega di Maroni, Tremonti, Renzi e Vendola, potrà – se ne è capace – immaginare i partiti per la transizione alla III Repubblica italiana: Germania, Inghilterra, e anche Francia, provano che bipolarismo non significa spazio esclusivo per due formazioni politiche. Potremmo forse allora sperare che i nostri migliori 150 anni stiano cominciando adesso.

La Stampa 20.11.11

Conferenza nazionale PD per le politiche educative 0-6 anni: perché con l'educazione si può cambiare il futuro

Alla conferenza nazionale Pd sullo 0-6 anni arriva Francesco De Bartolomeis, il più grande pedagogista italiano della seconda metà del Novecento. Ci saranno alcuni fra i più importanti ideatori dell’educazione dell’infanzia alla Conferenza nazionale del PD sulle politiche educative 0-6 anni, che si aprirà domenica mattina a Torino con l’intervento del sindaco Piero Fassino e la relazione della responsabile Scuola della segreteria nazionale PD Francesca Puglisi, per proseguire con la tavola rotonda coordinata dal presidente Forum Istruzione del PD Giovanni Bachelet e cocludersi con l’intervento di Anna Serafini, presidente del Forum Infanzia e Adolescenza del PD.

Con i suoi 93 anni, arriverà al Lingotto Francesco De Bartolomeis, riconosciuto come il più grande pedagogista italiano della seconda metà del Novecento: sui suoi testi hanno studiato generazioni di studenti e fu lui che nei primissimi anni Sessanta, professore all’Università di Torino, aprì la strada con le sue riflessioni ai fondamentali “Orientamenti per la scuola materna statale” del 1969. De Bartolomeis continua a essere ancora oggi un punto di riferimento per le politiche per l’infanzia.

Ci sarà anche Adriana Lodi, unico assessore donna della giunta bolognese di Giuseppe Dozza e parlamentare fino al 1991, la quale fece nascere nel capoluogo emiliano i primi asilo nido a gestione comunale nel 1969, e poi firmò la legge 1044 che ancora oggi tutela i nidi, di cui ricorre il quarantesimo anniversario.

Con loro, Clotilde Pontecorvo, il cui contributo alla psicologia dell’educazione è riconosciuto a livello internazionale, Tullia Musatti, psicologa dello sviluppo e tra i fondatori del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia. A introdurre le sessioni di lavoro tematiche sulle buone prassi e sulla governance pubblica, Susanna Mantovani, pro-rettore dell’Università Bicocca di Milano e pedagogista che da 40 anni segue asili nidi e scuole della infanzia, e Claudia Giudici, presidente dell’Istituzione Scuole Nidi d’Infanzia del comune di Reggio Emilia.

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Programma

Domenica 20 novembre 2011

Torino
Centro Congressi Lingotto (Sala Londra- Sala Lisbona)

Ore 9,30: accredito partecipanti

Ore 10,00: PIERO FASSINO, Sindaco di Torino

Ore 10,30: FRANCESCA PUGLISI, Responsabile Scuola Segreteria Nazionale PD

Saluto di PAOLA BRAGANTINI , Segretaria provinciale PD Torino

Ore 10,45 Tavola rotonda “Investire in educazione di qualità: un’alleanza per il futuro dell’Italia”

presiede: GIOVANNI BACHELET, Presidente Forum Politiche dell’Istruzione PD

intervengono:
MARIANGELA BASTICO, Senatrice PD
MARCO GIOANNINI, Fondazione Giovanni Agnelli
CLOTILDE PONTECORVO, Psicologia dello sviluppo e dell’educazione
STELLA TARGETTI, Coordinatrice Istruzione e Ricerca, Conferenza delle Regioni
REDI SANTE DI POL , Presidente Fism- Federazione italiana scuole materne
MARIA GRAZIA PELLERINO, Comune di Torino, Assessore all’Istruzione e all’Edilizia Scolastica
ROBERTA AGOSTINI, Responsabile Donne, Segreteria Nazionale Pd
MARCO MORGANTI, Amministratore Delegato Banca Prossima

Ore 12,00 Gruppi di lavoro
Definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni e buone prassi
coordina: CECILIA CARMASSI, Responsabile Welfare Segreteria Nazionale PD
introduce: CLAUDIA GIUDICI, Presidente Istituzione Scuole Nidi d’Infanzia Comune di Reggio Emilia

La Governance pubblica del sistema integrato dei servizi educativi per l’infanzia
coordina: MANUELA GHIZZONI, Capogruppo PD VII Commissione Camera dei Deputati
introduce: SUSANNA MANTOVANI, Pro-Rettore e Professore ordinario di Pedagogia Generale e Sociale Università Bicocca Milano

Ore 13,30 – 14,15 Lunch

Ore 14,30 Gruppi di Lavoro

Ore 18,00 Conclusioni
ANNA SERAFINI, Presidente Forum Infanzia e Adolescenza PD

materiale e documenti

"Un'Italia diversa alla prova", di Stefano Folli

Non sarà una maggioranza politica. Non sarà nemmeno una maggioranza strutturata da un patto preliminare. Ma non c’è dubbio che 556 voti alla Camera per il governo Monti rappresentano un segnale chiaro e netto. La convergenza inedita fra Pdl, Pd, terzo polo e persino IdV costituisce una forma di unità nazionale ‘soft’, il massimo che ci si poteva attendere nell’Italia esausta in cui viviamo. Siamo fuori dalla tradizione? Senza dubbio sì, ma forse non c’era altra strada per approdare a un livello superiore di coscienza pubblica.

E poi, quale tradizione abbiamo abbandonato? La cosiddetta Seconda Repubblica è stata quasi soltanto rissa e confusione. Oggi non è la democrazia a essere sospesa, visto che il governo ha avuto il crisma parlamentare. E gli stessi dirigenti del partito berlusconiano, Alfano e Cicchitto, hanno fatto due discorsi aperti e costruttivi, ben compresi e apprezzati dal premier.

A essere bloccata ‘pro tempore’ è una forma di competizione politica tanto esasperata quanto insipiente. Quindi la tregua incarnata dall’esecutivo Monti si traduce in un’opportunità offerta ai partiti perché riflettano su se stessi e migliorino, se ne sono capaci, l’offerta politica da offrire agli elettori quando si tornerà a votare. Il che non significa considerarsi già in campagna elettorale, come vorrebbero alcuni; anzi, questo è proprio un errore perché il clima elettorale è il rovescio della cooperazione che in questo frangente serve al Paese e rischia di rendere ancora più dolorosi gli interventi ‘sgradevoli’ che Monti dovrà apprestare.

Però oggi occorre essere ottimisti, per l’ottima ragione che siamo in presenza di un passaggio storico. L’Italia politica sta cambiando volto e alla fine di questo periodo fuori dall’ordinario il volto politico del Paese non sarà più lo stesso. Lo ha intuito un navigatore astuto come Casini, quando ha adombrato, in un intervento efficace, che il sistema si sta avviando verso un profondo riassetto. E non è poco, anche se la storia è tutta da scrivere.

Quindici giorni fa eravamo dentro un’ingessatura politico-istituzionale senza speranza; ieri il ghiacciaio sembrava sulla via di scongelarsi. Nel prossimo futuro il centrodestra sarà differente da come lo abbiamo conosciuto negli ultimi anni e si presenterà alle elezioni con un leader diverso da Berlusconi. Allo stesso modo il centrosinistra bloccato sull’alleanza con Di Pietro e Vendola sembra all’improvviso costretto al risveglio: il domani potrebbe giocarsi su una nuova intesa fra il Pd e il centro, qualcosa che metterebbe fuori campo numerosi giocatori.

Vedremo. Quel che è certo, Monti ha rimesso l’Europa al centro del dibattito pubblico. Lo ha fatto senza nascondere le responsabilità degli ‘altri’ nella crisi finanziaria che colpisce la zona euro. Ma soprattutto ha sottolineato le nostre responsabilità e le nostre colpe. Che impongono, d’ora in avanti, di essere corretti e virtuosi, nonché disposti ai sacrifici. È una prospettiva spiacevole? Probabilmente sì, ma è l’unico modo per tornare a giocare una partita in campo largo, con un orizzonte ambizioso. I colloqui e poi gli incontri a tre fra Angela Merkel, Sarkozy e lo stesso Monti indicano che l’Italia è stata riammessa nel circuito ristretto delle nazioni che contano e il cui destino s’intreccia con quello degli altri partner.

È una novità piuttosto clamorosa e dimostra che il recupero di credibilità, punto prioritario del programma, è già in corso in forme sorprendenti. Uno degli obiettivi di Monti è quasi raggiunto, come dimostrano gli spread raffreddati e soprattutto divisi in modo più equanime fra i Paesi (Francia e Spagna) che non sono esenti dai problemi. L’alibi italiano sta venendo meno e questo significa che il premier bocconiano, con la sua sola presenza, ha già recuperato in parte il credito perduto. Il resto dovrà venire di conseguenza. ‘Impegno nazionale’, la formula coniata da Monti, definisce una missione che è insieme suggestiva e un po’ vaga. Come l’intero esecutivo, potremmo dire: fatto di persone competenti e impeccabili, di nobili principi e di atti conseguenti che dovranno essere giudicati al momento opportuno.

Tuttavia Monti è entrato in lizza senza sbagliare passo. È stato persino ruvido quando ha ricordato ai partiti che essi hanno il diritto di sfiduciarlo in ogni momento; ma che se lo faranno dovranno poi vedersela con l’opinione pubblica. In fondo è vero. L’opinione pubblica, piaccia o no, resta la vera alleata del ‘Governo del Presidente’. Almeno fin quando Monti deciderà di affrontare a viso aperto i trabocchetti del gioco partitico. Per ora si è aperta una ‘finestra d’opportunità’ in cui i partiti nulla possono contro il presidente del Consiglio imposto dalle circostanze (e dal fallimento della politica).

A sua volta Monti sa di dover essere molto rispettoso verso il Parlamento tutto. Ci vuole molto equilibrio: il suo non è un Governo ‘tecnico’ come mascheratura di uno slittamento verso il centrosinistra. No, è un esecutivo dall’anima liberaldemocratica che vuole fare un buon lavoro al centro degli schieramenti. I partiti, sfiancati, osservano e ringraziano. L’augurio a Monti è che sia in grado di sfruttare al meglio lo spazio temporale che si è aperto. Non durerà per sempre, ma abbastanza per permettere al premier di agire con il bisturi.

Il Sole 24 Ore 19.11.11

Bersani: sì senza paletti «Ma le nostre idee restano in campo», di Maria Zegarelli

Il segretario Pd: «Vi sosterremo lealmente», ma il Pd lo farà difendendo «con orgoglio» le proprie idee. Come la patrimoniale e la legge sulla cittadinanza. Insorge la Lega, applausi da Pd-Idv Terzo Polo. L’Aula semivuota ma sempre chiassosa durante le dichiarazioni di voto si ripopola quando è il turno di Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano, i segretari dei due partiti maggiori. Saranno i loro discorsi lo snodo politico di questa giornata di fiducia bulgara senza precedenti ad un governo che non conosce precedenti nella sua formulazione. Il segretario Pd parla a Monti, al suo elettorato, alla Lega e al Pdl: questa non è una grande coalizione, ci sono partiti distanti e differenti che appoggiano questo governo restando distanti e differenti. Sfida leghisti (che sperano dall’opposizione di risalire la china dei sondaggi) e piedillini sul terreno del confronto parlamentare in questa inedita stagione politica. Conferma il sostegno leale, «senza paletti» a Monti e senza rinunciare «alle nostre idee».
NESSUNA TIMIDEZZA
Il Pd gioca una partita delicatissima in uno scenario in continua evoluzione e Bersani chiarisce che non starà a bordo campo: «Anche oggi lei ha dimostrato dice rivolgendosi al “premier professore” di non avere timidezze e questo ci fa molto piacere e così come non ne ha avute nominando le pensioni, sono sicuro che, qualora venisse il caso, non ne avrebbe neanche per nominare, per esempio, i grandi patrimoni immobiliari». Sintomi di orticaria nel Pdl, rumors dalla Lega. Eppure è questo il terreno del confronto tra i due po-
li: patrimoniale, Ici, pensioni, riforme istituzionali. È su questi temi che si gioca la durata del governo e se il Pd ha condiviso «in larghissima parte» il discorso di Monti al Senato, ne ha apprezzato, «lo stile» e «senza giri di parole» oggi annuncia una fiducia «senza asticelle, senza paletti, senza termini temporali» è pur vero che non rinuncerà a «suggerire» le proprie ricette.
Bersani rivendica il suo ruolo e quello del suo partito: hanno lavorato affinché «la svolta ci fosse» e un nuovo governo potesse nascere, «lo abbiamo fatto con onestà» e ora l’impegno è quello di «tutelarlo» verso «chiunque volesse scaricare su di esso responsabilità che non ha». Si rivolge al capogruppo padano Reguzzoni (ma vale anche per il Pdl): «Mi auguro che non sia così, perché se così fosse sia chiaro che noi non stiamo zitti, perché loro sono lì da un giorno, noi siamo qui da tre anni, vi abbiamo visto all’opera negli ultimi otto anni su dieci e conosciamo la colla dei manifesti».
Governo di «impegno nazionale», come lo chiama il premier, non vuol dire grande coalizione e se qualcuno deciderà di far saltare il tavolo allora se ne dovrà assumere la responsabilità. Non sarà il Pd, dice il segretario: «Vi sosterremo lealmente e lo faremo però con l’orgoglio della nostre idee, con la bussola delle nostre idee». Nessuna richiesta di miracoli, quanto piuttosto di sobrietà, «verità e fiducia perché la fiducia nasce solo dalla verità», dice tra gli applausi dei suoi e i volti tirati dell’ex maggioranza. Ci vuole fiducia, ma la vera «ricostruzione democratica e sociale» ha una strada obbligata: «La spinta di una grande consultazione popolare». E ci si dovrà arrivare avendo fatto quelle riforme su impulso del governo e per iniziativa parlamentare» sui «temi elettorali, istituzionali, della sobrietà e della politica» in grado di riportare l’Italia al «suo posto in Europa con la dignità di un Paese fondatore».
Bersani ripercorre buona parte della piattaforma programmatica del Pd per dire cosa crescita: diseguaglianze sociali e territoriali, dequalificazione, declassamento del lavoro e della conoscenza, eccesso di precarizzazione, rendite amorfe, posizioni di rendite corporative, pletora della pubblica amministrazione, la sottovalutazione dei temi ambientali. Non è crescita l’egoismo sociale, la vergognosa infedeltà fiscale. «Basta con l’egoismo sociale», dice tra gli applausi del suo gruppo, del Terzo Polo e dell’Idv. «Il Pd non metterà condizioni, ma non ne accetterà» e stavolta «chi è stato disturbato di meno deve essere disturbato di più». Insofferenza nel Pdl, sollevazione tra i padani quando il leader Pd ricorda ai «cari leghisti» che c’è una legge che si potrebbe approvare subito. Quella sulla cittadinanza, che riguarda migliaia di figli di immigrati che pagano le tasse, parlano italiano ma non sono italiani. «Non possiamo parlare solo alle tasche degli italiani, dobbiamo parlare anche al cuore degli italiani e al nostro stesso cuore, che si è addormentato dopo la vostra cura». Urla leghiste e disorientamento quando Bersani cita la svolta degli ultimi dieci giorni: «Non so in quanti altri posti al mondo, in analoghe condizioni, compresi i paesi che ci fanno la lezione, sarebbe stato possibile tutto questo. Questo significa che alla fine siamo italiani e ancora in grado di stupire». La Lega fraintende, grida «elezioni, elezioni». Impassibile il premierprofessore. Non si stupisce. È abituato agli schiamazzi in aula.

L’Unità 19.11.11

Il razzismo raccontato dalla seconda generazione «Insultati e discriminati», di Mariagrazia Gerina

Sentinelle dell’integrazione, i giovani immigrati raccontano un razzismo all’italiana, che si manifesta a scuola come sul lavoro, al Nord come al Sud. Oggi in tutta Italia la raccolta firme per la legge di cittadinanza. «Appena ti avvicini sui mezzi ti guardano male, forse pensano che vuoi rubargli qualche cosa», racconta Luana, 21 anni, brasiliana di Milano. «Ad una fermata un vecchietto mi ha chiamata: “straniera di merda”», le fa eco Sonia, 21 anni anche lei, egiziana di Messina: «Però mi dà fastidio fino a un certo punto». «I bambini italiani a volte dicono che noi stranieri puzziamo», riferisce, dall’alto dei suoi 15 anni M., messinese venuto dalla Cina. Ragazzi di seconda generazione si raccontano. E le loro storie di discriminazione quotidiana, raccolte dall’indagine Arci-Unar Spunti di Vista, diventano uno specchio del paese che «non ha ancora pienamente accettato il suo ruolo di terra di immigrazione». E allora discrimina. Un razzismo all’italiana, che si manifesta a scuola come al lavoro. Sul treno, come alla fermata dell’autobus. Al Nord, come al Sud.
Il luogo dove più di ogni altro si manifesta la banalità della discriminazione sono proprio i mezzi pubblici. Le due città prese a campione, Milano e Messina, su questo concordano. La metà circa degli intervistati (quasi 500 ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, ma anche giovani immigrati) conferma che è soprattutto sui mezzi pubblici che gli italiani sfogano i peggiori istinti.
NEL LABIRINTO ITALIA
Subito dopo, però, viene la questura. Molti, in attesa che il paese in cui vivono o sono nati riconosca loro la cittadinanza, raccontano le «attese fuori dall’edificio» sotto la calura o al gelo, i rinvii da un appuntamento all’altro, la mancanza di spiegazioni. E poi i documenti, chiesti per strada «solo perché sei straniero». A Messina, dove la maggior parte dei ragazzi è arrivata per ricongiugersi alla famiglia, si fa sentire di più la precarietà lavorativa, a Milano, dove sono di più i ragazzi arrivati per lavorare, quella “giuridica” di chi fatica ad avere il permesso di soggiorno. Anche i luoghi di svago marcano una differenza: a Messina il 49% li indica come spazi di discriminazione, a Milano solo il 16%. Ma il dato più preoccupante riguarda la scuola. Il 29% degli intervistati, a Milano come a Messina, la indica come teatro di discriminazioni personalmente subite. «Alle medie ero trattato come un pirla del terzo mondo, che non poteva imparare un ca…», racconta A., 16 anni, nigeriano di Milano. «Non ti metto la sufficienza perché sei straniera», si è sentita dire dalla prof di storia Maria, di origine albanese: «Alla fine la preside l’ha cacciata».
Ragazzi che si sentono «guardati male». Insultati: «schiavo», «straniera di merda». Che si sono visti lanciare sassi, tirare dietro bottiglie. E che quando diventano un po’ più grandi si vedono discriminati anche sul lavoro. Mai pagato o pagato meno che ai colleghi italiani: «Tanto voi siete già poveri». Alcuni hanno interiorizzato lo schema . «Posso capire che si sentano minacciati e abbiano paura che prendiamo il loro lavoro», dice Sonia, 21 anni, messinese di origine egiziana. «Non è razzismo, forse è fare attenzione», si lancia in ipotesi Lux, che invece vive a Milano, raccontando di quelle signore che «quando ti vedono con la faccia scura, si tengono la borsa più stretta». Microstorie del paese visto dai ragazzi «G2», sentinelle dell’integrazione. Alcuni di loro hanno anche preso anche in mano la telecamera. Ne è nato un lungometraggio. Si intitola «Libera tutti». Prodotto dall’Arci che oggi organizza una nuova giornata di raccolta firme per il riconoscimento della cittadinanza ai giovani G2 e del voto amministrativo.

L’Unità 19.11.11

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“Il sogno delle «Meriche» che ha cambiato l’Italia
Trionfi e dolori degli emigranti in Argentina, Brasile e Usa”,
di Gian Antonio Stella

«Una notte la sentii gemere, sudava freddo, tremava; cercai di scaldarla e tenermela vicino, ma all’improvviso smise di tremare. Era morta. Morta. Forse perché non c’erano medicine, forse perché il medico non c’era; non so. Forse aveva preso una febbre mortale. Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono stretta stretta da capo a piedi e le legarono una grossa pietra al collo; di notte, alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù, in mare. Io urlavo, urlavo, non volevo staccarmi da lei, volevo annegare con la mia piccola… Quel tonfo in acqua, non posso dimenticarlo».
Amalia Pasin, che nel 1923 partì per il Brasile e avrebbe raccontato la sua tragedia a Francesca Massarotto Raouik, non poteva immaginare che tante altre donne avrebbero rivissuto il suo strazio sui barconi diretti verso l’Italia che lei aveva lasciato. Come la giovane liberiana che nel 2004 raccontò la sua storia alla «Mobile» di Siracusa: «Eravamo imbarcati da un paio di giorni. Alla partenza, in Libia, ci avevano fatto portare solo una bottiglia d’acqua a testa. La sete, la fame, il sole. Un inferno che si è portato via il mio unico figlio, un maschietto di un anno. È stato tra i primi a morire. Non c’è stato niente da fare. Io e mio marito lo abbiamo sollevato e adagiato in mare…».
I dolori dell’una e l’altra madre e di tanti uomini e donne partiti in cerca di fortuna e finiti a «campar d’angoscia in lidi ignoti», per dirla con Edmondo De Amicis, solo celebrati finalmente da un grande museo italiano.
Nella scia del successo della mostra «La Merica!» sui viaggi da Genova a New York dal 1892 al 1914, anni dell’emorragia migratoria italiana, il MuMa, il Museo del mare e della navigazione di Genova ha aperto il MeM, «Memorie e Migrazioni».
Un percorso straordinario, che si apre con la ricostruzione di una stamberga come quelle descritte dalla commissione parlamentare di Stefano Jacini: «Nelle valli delle Alpi e degli Appennini, ed anche nelle pianure, specialmente dell’Italia meridionale, e perfino in alcune province fra le meglio coltivate dell’Alta Italia, sorgono tuguri ove in un’unica camera affumicata e priva di aria e di luce vivono insieme uomini, capre, maiali e pollame».
Dalla «Merica», raccontano lettere che un affascinante gioco elettronico permette di aprire, leggere e ascoltare, arrivavano notizie di fortune stupefacenti, mangiate pantagrueliche… Le contrade, scrisse padre Pietro Maldotti, erano battute da ciarlatani che tuonavano «intorno alle ricchezze straordinarie, alle fortune colossali preparate a coloro che si fossero diretti in America». Come potevano non sognare di andarsene? Vendevano tutto, mettevano poche cose in un fagotto e partivano.
Prima tappa, per quanti sognavano le Americhe e venivano dal centro-nord: Genova. Dove andavano a ficcarsi, scrisse «Il Caffaro», in locande spesso «oscure e fetenti con letti di una sporcizia inaudita». Nella piazzetta Vittorio Emanuele ricostruita al MeM, rivive grazie a un attore Gerolamo Caselli, il padrone dell’Albergo del Nuovo Porto, chiuso nell’aprile del 1894 perché, dice il rapporto delle guardie sanitarie, aveva la licenza per tenere 29 ospiti ma ne aveva 134 «coricati per terra e in camere mancanti d’aria e latrine guaste piene d’escrementi umani».
«Gli emigranti fecero la fortuna di molti genovesi — spiega Pierangelo Campodonico, il curatore del museo — Dagli albergatori ai bottegai, dagli agenti di viaggio agli armatori, che sparagnini avevano continuato a insistere sui velieri quando già gli altri puntavano sul vapore e solo grazie al traffico di “tonnellate umane” ebbero la possibilità di riconvertire le loro flotte».
Superato il posto di controllo col «tuo» passaporto utile a ricostruire attraverso giochi multimediali le storie di una ventina di emigranti realmente vissuti (gente comune o celebre come Rodolfo Guglielmi alias Rodolfo Valentino), al MeM ci puoi salire su una di quelle navi, «La città di Torino». Sederti in una camerata di terza classe ricostruita in ogni dettaglio. Dare un’occhiata all’infermeria. Guardare il mare scorrere dagli oblò. E sbarcare infine in tre delle principali destinazioni degli italiani.
La prima è una capanna di una fazenda brasiliana, dove i nostri contadini («se proprio non è dotato di una grande sveglianza d’ingegno o se manca completamente d’istruzione», diceva una relazione consolare parlando del veneto, «è però laborioso, sobrio, onesto, tranquillo») furono importati a sostituire i neri dopo la fine della schiavitù. La seconda è un vicolo della Boca di Buenos Aires, dove i liguri di Varazze costruirono le prime casupole col legno delle barche dismesse dai colori sgargianti. La terza è Ellis Island, dove chi visita il museo può affrontare i famigerati test di intelligenza che costarono cari a tanti nostri nonni: il puzzle, il «Cubo di Knox», le prove di lettura dagli stampati originali che falciavano gli analfabeti. Metteva spavento, Ellis Island. Bastava poco per essere ributtati indietro. Come successe a Lorenzo di Renzo, che dopo essere stato respinto, scrive l’italiano Edoardo Corsi, negli anni Trenta direttore del centro di selezione, «disse ai compagni che avrebbe voluto morire piuttosto che ritornare in Italia dopo le promesse che avrebbe avuto successo in America. Dopo aver detto così premette il grilletto e pose fine alla sua vita».
La visita al MeM è un bellissimo viaggio multimediale attraverso i sogni, le angosce, i successi, i lutti dei nostri nonni. Rivissuti dai protagonisti dell’ultima sezione, gli immigrati che da una quarantina di anni (è solo nel 1976 che gli immigrati sono uno in più degli emigranti) vengono a cercare fortuna da noi. Un passaggio naturale e insieme scioccante, che non piacerà a chi cocciutamente rifiuta ogni parallelo ma del tutto naturale e obbligatorio. È una barca, il cuore di questa sezione. Una barca vera, vecchia e sgangherata, portata qui dopo un delirio burocratico («Ne siamo usciti solo grazie alla nostra testardaggine», dice Maria Paola Profumo, presidente del MuMa) da Lampedusa dove aveva deposto il suo carico di umanità ammaccata e sognante. Il giusto suggello per legare la «loro» migrazione alla nostra, unite dalle stesse speranze, le stesse fatiche, le stesse tragedie. Come ricorda il «gioco» più affascinante che chiude il percorso museale: la cabina di un piroscafo dove il visitatore può mettersi alla ruota del timone e pilotare la nave, grazie alla simulazione di enormi schermi digitali, rivivendo l’ingresso nel porto di New York, il passaggio di Gibilterra, lo scontro con l’iceberg del Titanic, il tragico affondamento del Sirio sugli scogli di capo Palos. Quello ricordato in una canzone struggente: «E da Genova il Sirio partivano / per l’America, varcare, varcare i confin / Ed a bordo cantar si sentivano / tutti allegri del suo, del suo destin / Urtò il Sirio un orribile scoglio / di tanta gente la misera fin…».

Il Corriere della Sera 19.11.11

"Un equo canone per la tv pubblica" di Giovanni Valentini

Sarà pure un “robot”, il nuovo presidente del Consiglio, come l´ha immediatamente battezzato Maurizio Crozza a “Ballarò” con la prontezza della satira fulminante. Perché il Professore parla e si muove – appunto – con il distacco, la freddezza e anche la monotonia di un automa. Ma in realtà – come si può leggere su Wikipedia, la libera enciclopedia della Rete che ha appena lanciato un´altra sottoscrizione per la propria sopravvivenza – il termine deriva dalla parola ceca “robota” che significa letteralmente “lavoro pesante” e al momento, in Italia e in Europa, forse non c´è persona che debba compiere un lavoro più pesante di quello a cui è chiamato Mario Monti.
Sono bastati pochi giorni per registrare (finalmente) un cambio di stile e di clima. Nel linguaggio, nella comunicazione, negli atti e nei comportamenti. Sembra già di vivere in un Paese diverso, più normale, più composto e civile. Si ha quasi l´impressione di respirare un´aria più leggera e più salubre.
Ora spetta in primo luogo al sistema politico avviare e alimentare, se sarà all´altezza del compito, una fase di riconciliazione nazionale. Ma un ruolo determinante tocca al sistema mediatico nel suo complesso, a cominciare dalla televisione e in particolare da quella pubblica. Qui il nuovo governo avrebbe la possibilità di intervenire subito sul vertice di viale Mazzini, cominciando a sostituire il rappresentante dell´Economia nel consiglio di amministrazione. Ed è dallo stesso ministero, in quanto titolare delle azioni e quindi della proprietà della Rai, che promana la nomina del direttore generale, “dominus” dell´azienda a tutti gli effetti.
In attesa di una riforma organica del servizio pubblico, imperniata su una governance che assicuri alla Rai piena autonomia dal potere politico e su una diversa ripartizione delle risorse pubblicitarie che l´affranchi dalla sudditanza all´audience, il “governo di impegno nazionale” ha tutta l´autorità per ripristinare le condizioni minime di funzionalità ai piani alti di viale Mazzini. Nonostante le iniziali aperture di credito, la direzione di Lorenza Lei ha rapidamente deluso le attese e dilapidato le aspettative. Quanto allo scandaloso “caso Minzolini”, sarà verosimilmente la magistratura a risolverlo presto con il probabile rinvio a giudizio del direttore del Tg1 per peculato: a quel punto, la Rai dovrà costituirsi parte civile contro il suo dipendente e almeno sospenderlo dalle sue funzioni o, ancora meglio, concordare le dimissioni.
Resta sul tavolo la questione finanziaria. Sul modello inglese della Bbc, sarebbe opportuno che un servizio pubblico all´altezza della sua missione funzionasse con i proventi del canone d´abbonamento, anche per favorire magari una redistribuzione delle risorse pubblicitarie fra gli altri media e quindi il pluralismo dell´informazione. Sta di fatto, però, che in Italia il canone è il più basso d´Europa (109 euro contro una media europea di 236). E, soprattutto, è il più evaso: rispetto ai 16,8 milioni di abbonati, si calcola che il 27% della popolazione (circa 6 milioni di famiglie) non lo paghi regolarmente, contro una media europea del 6,4%, per un mancato introito di circa 500 milioni di euro all´anno.
All´insegna del rigore, la lotta all´evasione fiscale dichiarata dal governo Monti potrebbe comprendere quindi anche il canone Rai che – come si sa – configura una tassa di possesso sul televisore, al pari del bollo di circolazione stradale per auto e moto. Gli strumenti non mancano: dalla proposta lanciata dal presidente Paolo Garimberti fin dal suo esordio, per includerlo nella bolletta elettrica, alla soluzione francese che lo aggancia alla “tassa di abitazione” (in pratica, la nostra Ici). Ma, all´insegna dell´equità sociale enunciata dal neo-presidente del Consiglio, sarebbe più giusto stabilire un canone differenziato per fasce di reddito, come per il bollo auto in rapporto alla potenza del motore: per il bilancio di un pensionato o di una pensionata, 109 euro sono certamente più pesanti che per un imprenditore o un professionista, mentre la televisione pubblica riveste per lui o per lei un´importanza senz´altro maggiore nella realtà della vita quotidiana.
Alla base di tutto c´è naturalmente un problema di cultura aziendale, di professionalità e di responsabilità. Non basta di tanto in tanto l´exploit di Fiorello, di Benigni o di chiunque altro a risollevare la Rai. La sfida della qualità deve andare oltre lo show e il talk show, per coinvolgere sia l´intrattenimento sia l´informazione. Né si può pensare di garantire il pluralismo con gli “opposti estremismi” o, per citare Sergio Zavoli, con la “somma delle parzialità”.
All´inizio degli anni Venti, il padre fondatore della Bbc, sir John Reith, indicò questi tre compiti del servizio pubblico: educare, informare e intrattenere. Sono ancora oggi i cardini intorno a cui deve ruotare la tv di Stato, per rispettare la propria funzione e la propria responsabilità istituzionale. E non si pecca certo di moralismo ad assegnare alla televisione pubblica anche un ruolo pedagogico nei confronti della società.

La Repubblica 19.11.11

"La legge di stabilità 2012: una difficile gestione per la scuola e l’università", di Osvaldo Roman

La legge di stabilità, approvata come precondizione per l’uscita di scena di Berlusconi e della sua squadra di ministri, e le conseguenti modifiche che questa apporta nel bilancio del MIUR per il 2012, comportano per la scuola e l’università oltre un miliardo di tagli nella struttura della spesa in questi fondamentali settori.

L’ultima riduzione della spesa per l’istruzione assomma a 1,07 miliardi rispetto all’assestamento 2011.

Il ministro uscente ha tentato con i suoi collaboratori di nascondere, soprattutto in questi ultimi mesi, che i provvedimenti governativi, partendo dal DL 78/2010 passando per il DL 70 del maggio 2011 per finire ai decreti D.L.98/11 e D.L. 138/11 dei mesi di luglio e agosto di questo anno, comportassero una riduzione di risorse per l’istruzione aggiuntiva rispetto a quella prevista, per gli organici, dall’art 64 del D.L.112/08.

In realtà con il Decreto 78, con il blocco della contrattazione e il congelamento degli stipendi, si è inciso radicalmente sulla dinamica delle retribuzioni e in particolare, solo con la soppressione delle anzianità di carriera per gli anni 2010-2011-2012, si sono ridotte le spese per Docenti e ATA rispettivamente di 320-640-e 960 milioni di euro.

Inoltre altre risorse si sono sottratte al sistema dell’istruzione con il drastica riduzione dei trasferimenti agli enti locali e alle Regioni che nel periodo compreso tra il 2010 e il 2014 raggiungerà la notevole somma complessiva di 14,6 miliardi di cui almeno il 20% riguarda tale settore.

La percentuale della spesa per l’istruzione sul PIL, scesa al 4,2% nel 2010, dovrà secondo le previsioni del DEF 2011 continuare a scendere giungendo al 3,7% del 2015. Rispetto al 4,8% che l’OCSE ci assegnava nel 2008 si tratta di più di un punto di percentuale, che fa circa 16 miliardi di euro!

La riduzione strutturale di tale spesa a regime nel 2012 doveva essere, per i soli organici, di 4.651 milioni, derivanti dai tagli previsti dalla finanziaria 2007 e dall’art.64 della legge 133/2008, e di questi nel 2010 erano stati conseguiti strutturalmente 2.809 milioni, i residui 1.752 si sono conseguiti nel 2011 e si conseguiranno nel 2012.

E’ quindi del tutto ovvio che una parte dei tagli del 2012 derivino dagli effetti della riduzione degli organici apportata per l’anno scolastico 2011-2012. Il problema però è che i tagli, per conseguire i suddetti traguardi berlusconiani, continuano e continueranno oltre le previsioni dell’art. 64 del D.L 112/08.

Si vuole nascondere tale circostanza quando, ad esempio stando alla relazione tecnica e alle tabelle che riassumono, nell’ambito del Dl 98/2011, le misure che concorrono al contenimento delle spese in materia di pubblico impiego, si sostiene che l’articolo 19 non vi concorre neppure per un euro!

Infatti per tutto l’art. 19 del Decreto legge 98/2011 la relazione tecnica, per nascondere la loro effettiva entità non quantifica le riduzioni di spesa.

Ulteriori riduzioni di spesa quali quelle indicate nell’art.19 avrebbero invece dovuto essere motivate e quantificate negli anni. Invece il blocco degli organici di cui al comma. 7 e seguenti è permanente. Non si comprende come al comma 9 si intenda adottare la norma di salvaguardia (il taglio lineare delle spese non obbligatorie) in assenza di una quantificazione nella legge dei risparmi da conseguire.

Inoltre si tratta di misure il cui carattere esclusivamente compensativo, rispetto a quelle adottate in attuazione dell’art. 64 dovrebbe in ogni caso essere esplicitamente indicato nell’articolato di legge. Invece il blocco degli organici di cui al comma 7 è permanente entrando in tal modo in contrasto sia con lo stesso Regolamento n. 89/09, sia anche rispetto allo stesso articolo 64, come integrato dalla legge 137/09, in materia di generalizzazione del maestro unico e di soppressione totale dei TEAM nella scuola primaria.

Tale impostazione comporta la possibilità di una soppressione di un numero di posti nell’organico docente superiore a quegli 87.000 necessari per aumentare da 8,9 a 9,9 il rapporto studenti docenti. Era questo ”l’unico principio pedagogico” posto alla base della riforma epocale. E la legge non consentiva e non consente al governo di superarlo. Il blocco permanente degli organici ovviamente può essere imposto per legge ma solo quantificandone i possibili risparmi di spesa e non può essere fatto derivare, come fa Tremonti con il comma 7 dell’art. 19, dalla semplice attuazione dell’art-.64 della legge 133/2009.

Analoga situazione si determina ai commi 4, 5 e 6 dell’art.19 di quel decreto per l’aggregazione della scuola di base in istituti comprensivi; per l’obbligo di assegnare a reggenze le scuole autonome con meno di 500 studenti e per l’obbligo di ridurre il numero di casi in cui è previsto il semiesonero o l’’esonero dall’insegnamento del docente collaboratore del Dirigente. Così pure al comma 11 per l’organico di sostegno e ai commi 12,13,14 e al comma 15 per il personale docente inidoneo.

Anche in tutti questi casi la relazione tecnica non quantifica i tagli e li considera strumentali al pieno conseguimento degli obiettivi finanziari previsti dall’art. 64 della legge 133/2008.

Per i commi 1,2 e 3 che riguardano l’INVALSI e l’INDIRE invece si fa riferimento alle economie che avrebbe previsto l’art 2 della legge 244/2007.

Se esaminiamo con qualche attenzione i commi dell’articolo 19 emerge che i tagli per la scuola negli anni 2013 e seguenti ci sono e che, se si sommano con quelli previsti dall’art. 16, sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, e dall’art. 20 sugli Enti locali, sono anche consistenti.

Come è evidente siamo stati in presenza di un governo di rubagalline e di contraffattori di ogni tipo di regole istituzionali.

Dal nuovo governo, pur nel rispetto dei famigerati saldi di finanza pubblica, ci si deve aspettare, quantomeno un pieno ritorno alla legalità istituzionale.

Le violazioni e gli strappi procedurali e regolamentari che, con l’ausilio della P4, hanno costellato la vicenda governativa dei vari Tremonti, Gelmini e Brunetta dovranno essere banditi per sempre.

Questo paese, ha visto le Circolari sostituirsi alle Leggi, i conti dello Stato continuamente manipolati e l’assoggettazione della dirigenza scolastica e amministrativa alle pretese dell’esecutivo, senza che (forse riusciremo a capire perché) gli organi della magistratura amministrativa e contabile abbiano dato un segnale di reale comprensione della gravità delle violazioni commesse.

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da ScuolaOggi 19.11.11