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"Piccoli razzismi crescono E l’Unicef lancia l’allarme", di Sara Ricotta Voza

In qualche centinaio di case italiane, nell’ottobre scorso, dev’essere andato in scena il seguente quadretto: genitori che arrancano «a mano» sulle pagine del censimento e figli che rispondono via web all’indagine Unicef «sulla percezione del razzismo tra gli adolescenti italiani e di origine straniera».
Diligenti entrambi, ci permettono di saperne di più sugli italiani che siamo e che abbiamo intenzione di essere, oltre che su quei «nuovi italiani» che il presidente Napolitano ha definito – facendo commuovere il campione Balotelli – «la linfa vitale di cui il Paese ha bisogno».

Oggi infatti è la «Giornata dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza» e l’Unicef ha pensato (già un anno fa), che fosse il caso di dedicarla a una grande campagna di sensibilizzazione (Titolo: «Io come Tu») contro il razzismo tra i giovani. Così ha incaricato un istituto di ricerche di mercato (Lorien) che ha deciso di interrogare i giovani – italiani e di origine straniera – esclusivamente via web.

I risultati, specie se raffrontati coi dati usciti da un’analoga indagine del 2010, sono per un verso rassicuranti e per l’altro sorprendenti. Rassicuranti perché certificano che adolescenti italiani e di origine straniera si frequentano (70%), lo fanno principalmente nel tempo libero (43,9) a scuola (42,2%) e a prescindere dal luogo, l’incontro avviene in una clima e per ragioni di amicizia (50%).

Ma sono anche sorprendenti (e un po’ inquietanti) perché se nel 2010 il giudizio su questo rapporto era positivo per il 60,3% degli adolescenti interrogati, oggi questi sono scesi al 55%; mentre chi valuta in maniera negativa la presenza di stranieri in Italia è salito dal 10,1 al 35,6%.

Non particolarmente rassicuranti sono pure i risultati che vengono dalle domande che citano apertamente la parola «razzismo». Quando ai ragazzi si chiede se hanno vissuto «esperienze di razzismo», la risposta di maggioranza è «sì». Con un 31,9 per cento che dice di averlo vissuto «indirettamente» e un bel 22,2% che lo ha «subito» in prima persona.

Ma che cosa intendono, i ragazzi, per «razzismo»? Per loro non è soltanto «manifestazione violenta» (15,3%), ma soprattutto «rifiuto o emarginazione» (44,4%).

Interessante, a questo proposito, confrontare queste risposte con quelle del campione di adulti inserito per completare il quadro, visto che è da loro che provengono gli esempi (positivi o no) più significativi per i ragazzi. Quanto agli adulti, dunque, viene fuori che si stanno facendo sempre più sensibili al problema, definendo come razzista «qualsiasi distinzione verso persone di altra etnia religione cultura ideologia (53,7%); gli stessi adulti, però, per la maggioranza (56,1%) non hanno mai assistito a episodi di razzismo o, se sì, ne sono venuti a conoscenza attraverso i media (29%).

Qualche sorpresa e qualche sorriso (con una punta di amarezza) vengono anche dalle risposte sulla percezione che dell’Italia hanno gli adolescenti di origine straniera. Domanda che più diretta non si può: «Qual è la prima parola che ti viene in mente pensando all’Italia?». Risposte: «pizza!»; e poi (per fortuna) «salute», «casa», «crisi». Quando però si chiede loro, complessivamente, come vivono in Italia, la risposta è «Bene» per il 66,7%.

Altre «scoperte» che si fanno leggendo questi dati? Che i ragazzi percepiscono che a combattere il razzismo in Italia «sono» soprattutto le associazioni di volontariato (48%), mentre «dovrebbero» farlo le «istituzioni nazionali» (50%).

Tutta questa indagine, come detto all’inizio, riguarda «il percepito» sul razzismo in Italia. Quello che non è percepito ma è invece un dato tout court è la (non) conoscenza della legge italiana sulla cittadinanza, proprio quella che il Capo dello Stato ha invitato a rivedere una settimana fa. A oggi, infatti, se sei nato in Italia da genitori stranieri non puoi avere la cittadinanza fino a i 18 anni, e poi hai un solo anno di tempo per farne richiesta, altrimenti toccherà aspettarne altri tre. Domanda finale: «Lo sapevi?». Risposta corale: «No». Sfiora il 70% tra adolescenti italiani, stranieri e adulti.
«È ora di dare la cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia»
domande a Vincenzo Spadafora presidente Unicef Italia

Presidente Spadafora, quale dato l’ha colpita di più dell’indagine?

«Quello relativo alla legislazione sulla cittadinanza: 7 adolescenti su 10 non ne erano a conoscenza, percentuale che non sale se la domanda viene posta al target adulto. La maggior parte degli adolescenti e degli adulti sarebbero però d’accordo nel concederla per diritto a chiunque nasca in Italia. Dimostra che il nostro è un Paese pronto e che non bisogna attendere oltre».

La ricerca rileva il razzismo «percepito». Stando ai dati oggettivi in vostro possesso, quanto questo percepito rispecchia la realtà?

«C’è una buona probabilità che tale percezione non si allontani troppo dalla realtà. I dati devono far riflettere sulla responsabilità che le istituzioni, le agenzie educative e i media hanno nel dare il “buon esempio”. Non si può non notare che più della metà del campione degli adolescenti di origine straniera ha assistito a fenomeni di razzismo (54.1%) e vi è un 22.2% che li ha subiti, principalmente a scuola (61.5%)».

È appena nato un ministero tutto nuovo per la cooperazione e l’integrazione. Collaborerete?

«La Campagna “Io come Tu” va proprio in questa direzione, l’accesso alla cittadinanza dei bambini nati e/o cresciuti nel Paese in cui i genitori sono emigrati è cruciale per la loro integrazione. L’esperienza, l’autorevolezza e la capacità di Andrea Riccardi saranno fondamentali per il successo dell’azione di Governo».

La Stampa 20.11.11

«Società e posti di lavoro ai figli: così pagavano i politici», di Fiorenza Sarzanini

Le accuse: con la valigetta nell’ufficio dei centristi. Matteoli, Brancher e Tremonti referenti dell’ad. Posti di lavoro e consulenze affidate ai figli e ad altri familiari di politici. Quote di società private intestate a parlamentari oppure a loro parenti che ottengono appalti dalle aziende pubbliche. Eccolo il «sistema di illegalità» illustrato dal giudice Anna Maria Fattori che porta all’Enav e ad aziende del Gruppo Finmeccanica. Ecco come «il potere politico, distratto dalla cura della res pubblica, esige di trarre dall’esercizio del potere economico di cui individua i detentori, utilità per i singoli e per i partiti che li sostengono». Sono le rivelazioni del consulente Lorenzo Cola, dell’imprenditore Tommaso Di Lernia, del commercialista Marco Ianilli a delineare «con dichiarazioni ripetute e concordanti la serie di rapporti, relazioni, cointeressenze e conflitti di interessi personali e imprenditoriali». E così a descrivere il meccanismo delle «frodi fiscali da cui generano risorse extracontabili utilizzate per erogare somme non dovute a infedeli apparati e uomini dello Stato e delle imprese per ottenere appalti e nomine».

I politici di riferimento
Nell’ordinanza vengono citati come politici di riferimento di Guido Pugliesi, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il senatore Giulio Andreotti, l’ex ministro dei Trasporti Altero Matteoli. Ma la lettura delle carte processuali fa ben comprendere come gli «omissis» nei verbali dello stesso Cola, apposti dal pubblico ministero Paolo Ielo, nascondano un quadro ben più ampio nel quale sono inserite personalità tuttora al centro di verifiche e accertamenti. Una ricerca che, dice il giudice, è invece già terminata in maniera positiva per ricostruire quanto accadde il 2 febbraio 2010 nella sede dell’Udc in via Due Macelli a Roma.

È Di Lernia a raccontare di aver versato 200 mila euro al tesoriere Giuseppe Naro alla presenza di Pugliesi. Scrive il giudice: «Nell’interrogatorio del 25 maggio 2011 l’imprenditore afferma che Pugliesi aveva sempre rifiutato le offerte di denaro, tuttavia “nell’ultimo periodo” gli aveva sollecitato un’offerta di denaro presso l’ufficio dell’onorevole Casini; che a tale richiesta aveva aderito prelevando 200 mila euro da un conto acceso presso un istituto della Repubblica di San Marino dove si era recato accompagnato dalla segretaria Marta Fincato; che la consegna era avvenuta negli uffici dell’Udc dove era potuto accedere solo dopo che il Pugliesi, che ivi già si trovava, era sceso e lo aveva con sé sopra condotto; che a ricevere il denaro era stata una persona che gli veniva presentata come tesoriere dell’Udc, “forse un parlamentare”; che a questi Di Lernia era stato presentato dal Pugliese come “uno che lavora con Selex”. Tali dichiarazioni sono state ribadite e circostanziate nel corso dell’interrogatorio del 13 luglio 2011 durante il quale Di Lernia riconosceva nell’effige fotografica di Naro Giuseppe la persona alla quale aveva consegnato il denaro e che non lo fece accedere nello studio personale in quanto vi era in corso una “bonifica”».

Date e incontri nell’agenda di Pugliesi
Questa versione viene confermata da Cola, che aggiunge un dettaglio: della tangente si parlò durante un incontro avvenuto a casa sua proprio con Pugliesi e Di Lernia. La segretaria di quest’ultimo conferma di averlo accompagnato in via Due Macelli «e in quell’occasione aveva con sé la valigetta solitamente utilizzata per il trasporto di documenti e denaro». Secondo le verifiche effettuate dai carabinieri del Ros «il 29 gennaio 2010 Di Lernia ha effettuato un prelievo per 206 mila euro dal conto corrente “Ciclamino” acceso in San Marino presso la banca commerciale Sammarinese».

Ma l’ultimo e più importante riscontro, secondo il giudice, è arrivato dall’agenda di Pugliesi perché «le annotazioni danno contezza sia di un pregresso appuntamento del 19 gennaio 2010 con Naro e altri due soggetti l’uno dei quali Di Lernia (come può agevolmente dedursi dal nominativo Naro collegato con due barre l’una al nome Di Lernia l’altro a nominativo che sembra indicare “Optimatica”), sia di un appuntamento il giorno 2 febbraio 2010 alle ore 9.30 con Naro, e alle 12.30 dello stesso giorno ancora con il Di Lernia e il Cola presso l’abitazione di quest’ultimo».

Nella «rete» Matteoli e Tremonti
Per misurare «il grado di potere di Pugliesi» il giudice evidenzia «il numero di appuntamenti riportati sulla sua agenda, nonché lo spessore dei politici di riferimento dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti al senatore Andreotti nel cui studio effettua incontri, oltre che da annotate frequentazioni con i deputati Brancher e Naro». Poi si sofferma sul ruolo dell’ex ministro dei Trasporti Altero Matteoli: «Giova osservare, sebbene potrà essere oggetto di approfondimento investigativo, che secondo quanto dichiarato da Di Lernia nel corso dell’interrogatorio del 26 luglio 2010 nella vicenda “Optimatica” vi era l’interesse del ministro Matteoli in quanto tale società avrebbe finanziato una fondazione che a quello faceva capo, così come di interesse investigativo potranno essere gli altri emersi riferimenti sui rapporti tra società collegate a Enav da elargizioni a partiti attraverso rapporti personali dei quali Pugliesi si rendeva promotore».

In questo quadro Di Lernia e Cola, in due diversi interrogatori, indicano «i vantaggiosi incarichi a parenti di uomini politici, nonché la titolarità di quote». E che altri nomi altisonanti possano essere contenuti negli atti ancora segreti si capisce quando il giudice afferma: «Se è vero che i rapporti, gli incontri, gli appuntamenti tra Pugliesi e Naro sono di per sé privi di valenza indiziaria, tuttavia proprio in considerazione delle modalità di influenza politica delle quali Pugliesi deriva la propria nomina, tali rapporti – calati come si deve in un contesto ambientale che denuncia continui interessi privati nelle scelte imprenditoriali dell’Enav e delle società da essa controllate, perdono siffatta neutralità significando piuttosto atti preparatori di concrete forme di “ringraziamento” di Pugliesi a coloro i quali, a ragione del ruolo politico parlamentare ricoperto, doveva il permanere del suo potere in Enav».

«Borgogni è un ladro di polli»
Altre tangenti, dunque, un fiume di denaro. Un meccanismo che, dice l’accusa, aveva tra i suoi snodi la Selex Sistemi Integrati amministrata dall’ingegner Marina Grossi. «Braccio operativo» per il sistema di false fatturazioni che avrebbero consentito di creare “fondi neri” sarebbe stato Manlio Fiore, direttore commerciale di Selex. È stato Cola, durante l’interrogatorio del primo settembre scorso, a indicare in Lorenzo Borgogni, responsabile delle relazioni istituzionali di Finmeccanica, «colui che conferì a Manlio Fiore il sistema delle sovrafatturazioni». E al termine delle verifiche effettuate dal pubblico ministero il giudice sottolinea come «Fiore costituisse lo snodo operativo in Selex per la costituzione del “sistema Enav” inteso come meccanismo di attribuzione di commesse che attraverso sottesi illeciti rapporti personali con sviamento dei poteri pubblici e privati garantiva illecite contribuzioni di denaro a singoli e a partiti». E quando motiva la scelta di detenzione in carcere sottolinea come fosse proprio lui «a indicare i soggetti a cui corrispondere utilità senza giusta causa».

Un sistema che anche Borgogni avrebbe gestito. In questo filone gli viene contestato di aver convinto gli imprenditori Di Lernia e De Cesare a pagare le rate della barca del parlamentare Pdl Marco Milanese, allora stretto collaboratore del ministro Tremonti. Si tratta di 224 mila euro per cui Milanese sarà processato con rito immediato a febbraio per illecito finanziamento. Il giudice non crede che Borgogni sia coinvolto nell’affare illecito e per questo ha negato il suo arresto. Tra gli elementi a discarico cita un verbale di Cola durante il quale il consulente indagato «riferisce, sia pure incidentalmente, della disistima di Milanese verso Borgogni, definito dal primo “un ladro di polli”». Del resto già le intercettazioni allegate al fascicolo processuale sull’operazione Digint avevano rivelato i contrasti tra i due con lo stesso Borgogni, che dopo aver accusato il ministro Tremonti di essere l’ispiratore delle inchieste contro Finmeccanica, citava Milanese tra «i suoi scagnozzi».

Il Corriere della Sera 20.11.11

"Escludere la scuola dal patto di stabilità”, di Andrea Rossi

Chissà se è vero, come dice il nuovo ministro all’Istruzione Francesco Profumo, che «la crisi è una benedizione» perché favorisce l’emergere «delle grandi strategie». Di sicuro costringe a ripensare, cercare nuove strade, se non altro perché impone di lavorare con risorse sempre minori. Ci voleva la crisi più dura dal dopoguerra per vedere seduti intorno allo stesso tavolo gli assessori alla scuola di Torino, Milano, Bologna e Napoli, un quartetto di donne impegnate nel cercare soluzioni comuni.

Ieri hanno elaborato una piattaforma, riassunta in un documento che sarà inviato al ministro Profumo. Un grido di dolore che si può riassumere in uno slogan: si chiuda l’epoca dei tagli, si apra l’era degli investimenti.

Non reclamano soltanto soldi, per non vedere affondare la qualità dei servizi. Chiedono, più che altro, una nuova fase, un recupero della centralità della scuola. E un rapporto solidale tra Stato ed enti locali. A cominciare dal patto di stabilità. «I Comuni gestiscono una serie di servizi che sarebbero di competenza statale, come le scuole materne», spiega il vicesindaco di Milano Maria Grazia Guida. «A Milano, l’85 per cento delle materne è comunale, a Bologna l’83, a Torino il 60, a Napoli il 50. Per farle funzionare investiamo risorse che vengono conteggiate nel patto di stabilità. Non è logico». E non è tutto. Il patto di stabilità imbriglia anche le assunzioni di personale, gli interventi edilizi, le manutenzioni, gli investimenti. «Le regole sul turnover sono ferree», racconta l’assessore torinese Maria Grazia Pellerino. «Solo il 20% di chi va in pensione può essere sostituito: una regola che mette in difficoltà le scuole, dove l’età media degli insegnanti è alta».

I tagli lineari stanno creando gravi problemi anche in una regione come l’Emilia Romagna, da sempre capofila nel sistema educativo. «È diventato difficilissimo restare all’altezza delle nostre tradizioni: ci sono sempre meno risorse e sempre più vincoli», dice Marilena Pillati, assessore a Bologna. «Le carenze nelle scuole comunali, di organico e strutturali – aggiunge Pellerino sono causate da norme dello Stato che vincolano gli enti locali, ma ricadono sui Comuni cui i cittadini imputano il peggioramento dei servizi». Senza contare le disparità di trattamento tra scuole dello stesso tipo gestite dallo Stato o dagli enti locali: nel maxiemendamento approvato una settimana fa, ad esempio, si prevede che per i contratti a tempo determinato gli enti locali possano spendere nel 2012 il 50 per cento di quanto sborsato nel 2009. Per il comparto scuola c’è una deroga, ma vale solo per gli istituti gestiti dallo Stato. «Ci dettano le regole, ma poi non ci mettono in condizione di poterle rispettare», dice Anna Maria Palmieri, assessore a Napoli. «La scuola invece è la principale forma in cui si realizza il Welfare: è un servizio alle famiglie, un diritto e un luogo di aggregazione sociale. Il risparmio non può essere il fine della politica; lo Stato deve sostenere gli enti locali nei comparti in cui offrono servizi essenziali».

La Stampa 20.11.11

La «fiducia» dei precari a Monti: «Più diritti per uscire dalla crisi», di Maria Grazia Gerina

Chiara, trent’anni la prossima settimana, lo dice tutto d’un fiato: «Sono una psicologa precaria, lavoro da sei anni nei centri d’igiene mentale, sempre con contratti di sei mesi, due mesi, un mese. A volte anche senza contratto. Mi pagano ogni quattro mesi, quando va bene. Non ho diritto a ferie retribuite ma ho il dovere di pianificarle, non ho diritto alla malattia eppure mi ammalo, non ho diritto alla gravidanza, eppure a trent’anni, un figlio lo vorrei avere, non ho diritto alla pensione, eppure un giorno invecchieremo anche noi precari…». Antonio viene da Torre del Greco, è uno dei fondatori di “Giovani in movimento”: «Eravamo tutti studenti, dieci anni dopo ci siamo guardati in faccia e ci siamo resi conto che eravamo tutti quanti precari». Giulia, 32 anni, e Rita, 34, sono rispettivamente ingegnere e architetto. A partita Iva. Le società per cui lavorano le pagano come se fossero lavoratrici autonome. E però: «Abbiamo orari di lavoro da rispettare – a molte di noi spesso viene chiesto anche di timbrare il cartellino – come qualunque lavoratore dipendente, solo che i contributi ce li paghiamo da sole», raccontano. I datori di lavoro risparmiano il 50% sui costi. Loro, invece, ci perdono, soldi e diritti. «Io sono “fortunata” perché vengono pagata 12 mesi, anche le tre settimane estive in cui lo studio chiude, per molte di noi non è così», racconta Rita. Ferie non pagate, stipendi da fame. «Anche 8euro lorde quando va male». E il peggio viene quando resti incinta. «Il contributo di maternità, che ci siamo pagate, è una miseria: l’80 per cento dei 5 dodicesimi del nostro reddito di due anni prima ». Quantificato:«Una amica ha appena avuto un figlio: prende 500 euro al mese». Storie di ordinaria precarietà. Basterebbe fermarsi un minuto ad ascoltarle per capire che questo paese non può andare avanti così. E però quello messo insieme, durante la prima assemblea nazionale dei precari che il 9 aprile scorso sono scesi in piazza per dire «Non più» e ieri si sono ritrovati a Roma per dare forma stabile alla loro protesta, non è solo il racconto autobiografico di una generazione.
L’USCITA DALLA PRECARIETÀ Il filo rosso che, sotto l’insegna «Il nostro tempo è adesso», unisce le storie di vita di una generazione precaria, non è il bisogno di trovare sfogo. Èmolto di più. Il tentativo di comporre un discorso pubblico sulla precarietà. Fatto di proposte concrete, su cui aprire, da subito, il confronto con il nuovo esecutivo. «La precarietà fa parte del sistema che ci ha portato dentro la crisi, per uscirne occorre redistribuire i diritti, non scatenare guerre tra garantiti e non», spiega Ilaria Lani, portavoce della campagna Cgil «Giovani non più disposti a tutto». Il secondo tempo della mobilitazione costruita nella primavera scorsa, è la nuova campagna d’autunno lanciata, ieri, all’indomani dell’insediamento del nuovo esecutivo. Con l’obiettivo di aprire subito un confronto con il governo. «Ci aspettiamo che Monti che parla tanto di giovani sia interessato a confrontarsi concretamente con i giovani e i precari di questo paese ».Chehanno messo nero su bianco le loro proposte anti-crisi.Undecalogo per far ripartire il paese. Primo: a un lavoro subordinato deve corrispondere un contratto subordinato e il lavoro autonomo va pagato di più. Poi: a chi cerca lavoro va garantito un «reddito minimo d’inserimento» e a chi lo perde «continuità di reddito». Anche per quanto riguarda i contributi ai precari va garantita continuità. Maternità e paternità devono essere considerati diritti universali. Così comel’idennità di malattia.Epoi: formazione continua, diritto di voto e di sciopero e, infine, canoni agevolati per non restare senza casa. Il governo Monti starà a sentirli? «Questo governo ha riaperto la dialettica dentro al parlamento e io penso che voglia riaprire il dialogo anche fuori dal parlamento», ragiona Fausto Raciti, segretario dei Giovani democratici, presenti in buon numero all’assemblea dei «Non più»: «L’esecutivo Monti dovrà affrontare per forza certi temi, se vuole tenere unito il paese davanti alla crisi».

L’UNità 20.11.11

"L´ira di Bossi e i due summit carbonari i dieci giorni che sconvolsero l´Italia", di Claudio Tito

Due settimane fa Mario Monti di buon mattino è andato a messa nella chiesa di San Pietro in Sala a Milano. Oggi ci andrà a Roma. Come ha fatto domenica scorsa probabilmente a Sant´Ivo alla Sapienza, a pochi passi dal Senato. Stesse abitudini, medesimi appuntamenti. Ma in queste due settimane tutto è cambiato. Per il presidente del consiglio e per la politica italiana. «Questa crisi – ammette il leghista Roberto Maroni – è come quel meteorite che ha provocato l´estinzione dei dinosauri. Da questo momento in poi ogni cosa sarà diversa. Il governo Monti non solo archivierà il berlusconismo. Ma il suo obiettivo è pensionare questo bipolarismo e una classe dirigente». Come dice Dario Franceschini citando il giornalista americano John Reed che raccontò la Rivoluzione d´Ottobre, questo sono stati «I dieci giorni che sconvolsero il mondo».
Ma cosa è accaduto in questa settimana e mezza? Ripercorrendo l´agenda di chi ha vissuto da vicino il crollo del governo e la formazione del nuovo esecutivo, si scorgono episodi e incontri rimasti segreti fino ad oggi. Come i due summit al Senato tra Monti, Bersani, Casini e Alfano. O la telefonata di Ennio Doris che ha fatto infuriare Bossi e provocato di fatto la rottura tra il Pdl e la Lega. Passaggi consumati nel quadrilatero istituzionale Quirinale-Palazzo Chigi-Montecitorio-Palazzo Madama e che hanno determinato la caduta del «meteorite» sulla Seconda Repubblica.
Lunedì 7 novembre
I cancelli di Arcore si aprono all´ora di pranzo. Come accade nei momenti più difficili, Silvio Berlusconi convoca un pranzo con i figli e l´amico di sempre, Fedele Confalonieri. I dissidenti del Pdl hanno già spedito la loro lettera in cui chiedono al premier un passo indietro. Ai commensali si presenta stanco, sfiduciato. «Sono stato fino a stamattina a Roma per risolvere la situazione, ma questa volta non so se sarà possibile». Intorno al tavolo parlano soprattutto Marina e il presidente di Mediaset. La primogenita lo invita a «resistere», “Fedele” preferisce usare toni più distensivi. Pier Silvio arriva in ritardo. Tra una portata e l´altra una telefonata. E´ Umberto Bossi. Che gli ripete: «Noi stiamo con te. Ma se ti dimetti, non posso più assicurarti niente». Il presidente del consiglio saluta ma la frase del Senatur è quella che pesa più di tutto.
Martedì 8 novembre
E´ il giorno del voto decisivo sul Rendiconto generale dello Stato. Berlusconi riceve a Palazzo Grazioli alcuni dei “malpancisti”. Contemporaneamente i capigruppo d´opposizione concordano di non partecipare al voto. Nella sala Berlinguer al secondo piano della palazzina dei gruppi, Dario Franceschini riceve Casini, il dipietrista Donadi, il finiano Della Vedova, i liberaldemocratici di La Malfa e i radicali. Chiamano al telefono il leader dei ribelli Pdl Antonione. Con loro ha trattato per giorni il leader centrista. Sa che non possono arrivare a votare contro l´esecutivo. «Se non ve la sentite – gli dice allora Casini – possiamo non votare tutti. L´importante è che la maggioranza non superi quota 311». L´accordo è fatto. Intanto la pressione dello spread con i bund tedeschi supera la terribile quota 500. Il risultato dell´aula di Montecitorio è chiaro: sono 308 i voti favorevoli. La tensione sale. Berlusconi vede Bossi e Tremonti. Il premier va su tutte le furie e se la prende con il ministro dell´Economia. Ma soprattutto cresce il nervosismo del presidente della Repubblica. Il Colle si aspetta una telefonata. Che non arriva. Alle 17 Napolitano chiama Gianni Letta: «O venite di vostra spontanea volontà o faccio un comunicato e vi convoco io». Il capo dello Stato prima avverte che senza dimissioni rispedirà l´esecutivo alla Camera per un voto di fiducia. Poi impone a Berlusconi e Letta di leggere il comunicato vergato dal presidente della Repubblica in cui si annunciano le dimissioni del governo dopo l´approvazione della legge di stabilità.
Mercoledì 9 novembre
Sul tavolo del Quirinale e di Palazzo Chigi arriva la prima pagina del Financial Times: «Berlusconi promette le dimissioni». Un titolo che sconquassa i palazzi della politica e mette a soqquadro le borse. L´idea che non fossero dimissioni operative ma solo annunciate, scombina tutto. Anche perché il calendario parlamentare prevede il voto finale sulla legge di Stabilità solo a fine novembre. Lo spread schizza a quota 575, il Mib crolla e per il titolo Mediaset è una debacle: meno 12 per cento. La Bce interviene. Gianni Letta corre a Palazzo Grazioli. Il confronto tra il sottosegretario e il premier è per la prima volta teso. Lo raggiunge nello studio e non nel salotto dove solitamente si tengono le riunioni. «Silvio, ora basta. Così il Paese non regge altri tre mesi». Il Quirinale deve intervenire con due comunicati e garantire che Berlusconi se ne andrà. Poi, sotto la pressione dei mercati e per rispondere alle frenate del Cavaliere, il capo dello Stato gioca la carta decisiva e nomina senatore a vita Mario Monti nella sorpresa generale. Una mossa che si rivelerà decisiva e che farà precipitare la crisi verso l´incarico al Professore.
I maggiorenti del Pd si incontrano a Largo del Nazareno e su pressione del Colle chiedono di varare in due giorni la legge di Stabilità. Contemporaneamente il Cavaliere vede gli alleati ed ecco uno dei veri punti di svolta della crisi. Bossi continua a chiedere un governo dentro i confini della maggioranza. A fatica si fa uscire una frase per tranquillizzare i leghisti: «Facciamo Alfano o Letta». In quel momento arriva la telefonata di Ennio Doris, il “capitano” di Mediolanum e intimo amico del capo del governo. Il Cavaliere prova a scherzare e aziona il vivavoce. Doris non lo capisce e esplode il dramma: «Silvio, ti supplico. Devi andartene, lascia. Se continua così perdiamo tutte le nostre aziende». L´interlocutore non sorride più. Balbetta e poi tenta una difesa: «Ma la Lega non vuole, se lascio si rompe l´alleanza con Bossi». «Ma che ti importa della Lega – gli risponde Doris – pensa alle aziende». Il Senatur si alza e se ne va.
Giovedì 10 novembre
Monti arriva a Roma da Berlino. Prima di salire al Colle parla al telefono con il democratico Enrico Letta. Subito dopo, nello studio alla Vetrata del Quirinale, il Professore comincia subito a delineare la sua squadra di governo. E chiede esplicitamente di inserire nell´esecutivo tre nomi: Gianni Letta, Giuliano Amato, Enrico Letta. Opzione che Napolitano condivide. Poi tocca a Pier Ferdinando Casini parlare con il capo dello Stato lanciando l´allarme: «Stiamo a un passo dal baratro». Si riunisce di nuovo il vertice del Pdl.
Venerdì 11 novembre
Mentre il Senato vota la Legge di Stabilità, il capo dello Stato deve correre ai ripari con i leader internazionali. Il giorno prima aveva parlato con Barak Obama, poi parla con tutte le Cancellerie europee. Nello studio che Ciampi utilizzò per le consultazioni del suo governo, Monti riceve il Governatore della banca d´Italia Visco. E Berlusconi richiama a Palazzo Grazioli tutta la sua coalizione. Si è già convinto della soluzione Monti, però vuole garanzie: «Non vorrei che questi intervenissero sulle concessioni televisive con una nuova legge Gentiloni. Diteglielo voi, o faccio saltare tutto».
Sabato 12 novembre
E´ la giornata del voto finale sulla legge di stabilità e delle dimissioni formali di Berlusconi. Il centrosinistra vuole evitare che il governo abbia più di 308 voti. Casini chiama Bersani. E´ allarmatissimo: «Se arriva a 310, quello torna da Napolitano e gli dice che ha ancora i voti». La soluzione? «Io – dice il leader Udc – voto a favore. Così nessuno può fare calcoli strani». Ma la giornata è convulsa. Monti incontra prima Bersani e Enrico Letta, poi il presidente centrista. Quindi Mario Draghi.
Ma c´è ancora un colpo di coda. Berlusconi avverte che vuole “Gianni” nell´esecutivo. Si riunisce lo stato maggiore del Pd. Il clima è pesantissimo. Bersani circondato da una nuvola di fumo del suo sigaro toscano: «Che facciamo? Se insistono su Letta possiamo davvero dire no? Facciamo cadere nel baratro il Paese?». I democratici non se la sentono. E infatti tirano fuori dal cilindro un´ultima offerta: un vicepremier di partito. Chi? Scartato Enrico Letta (sarebbe stato il governo “Letta-Letta”), arrivano al capogruppo Dario Franceschini. Ma il tutto cade per l´ennesima telefonata che ha cambiato la crisi. Gianni Letta chiama Bersani e annuncia: «Mi tiro indietro, state tranquilli».
Domenica 13 novembre
Monti riceve l´incarico. Ma anche questa giornata è attraversata da un filo di terrore. Il giorno prima molti in piazza avevano esultato per l´addio del Cavaliere. Episodi che hanno turbato il premier dimissionario. Che in preda all´ira chiama gli alleati e spedisce un messaggio al Quirinale: «Non posso tollerare di uscire nell´ignominia. Tutti si scusino, o io non ci sto». Ormai, però, la macchina del nuovo governo era stata messa in moto.
Lunedì 14 novembre
Iniziano le consultazioni. E scoppia di nuovo la “grana” dei ministri politici. Monti insiste e anche il Pdl. I democratici entrano in crisi. Gianfranco Fini telefona al premier incaricato e tenta una mediazione. Ma soprattutto si organizza una vertice supersegreto, in piena notte. Bersani, Casini e Alfano raggiungono Monti al Senato. Il primo summit di maggioranza tenuto segreto fino ad ora. «Queste sono le mie scelte – spiega Monti con pacatezza nella luce soffusa di Palazzo Madama – . Ma vorrei che ci fosse corresponsabilità, condivisione. Vorrei che anche Berlusconi accettasse questa strada». Insiste sui ministri «politici», su Gianni Letta e Giuliano Amato. L´accordo non si raggiunge. Ma i toni si abbassano.
Martedì 15 novembre
Finiscono le consultazioni. Il nodo della squadra di governo resta. Il presidente del consiglio in pectore ripete a Bersani e Alfano di volere Amato per gli Esteri. Il segretario Pdl risponde: «Allora ci deve essere pure Gianni». Bersani sale al Quirinale.
L´incontro non è dei più cordiali. Napolitano vuole stringere i tempi e non apprezza le frenate del Pd sui «politici». Il capo dei democratici non si arrende: «Mi dispiace, ma per noi è impossibile». Lo dice anche allo stesso Letta. Ancora stallo. E ancora un altro vertice supersegreto, ancora al Senato. Si vedono di nuovo Monti, Alfano, Bersani e Casini. Scintille tra “Pierluigi e Angelino”. Alla fine – dopo tre ore – si trova la quadra. La compagine del primo governo Monti è definita. Il premier incaricato: «Capisco le vostre ragioni, però il vostro sostegno deve essere pieno». Nella notte un altro piccolo giallo. Berlusconi torna all´attacco sul ministero della Giustizia: chiede il giudice costituzionale Mazzella. Ma l´accordo ormai è fatto.
Mercoledì 16 novembre
E´ il momento di presentare la lista dei ministri. Il patto della notte tiene. Ma a «romperlo» ci pensa Corrado Passera. Il ministero dello Sviluppo Economico non gli basta. Vuole anche le Infrastrutture. Monti è già al Quirinale. La trattativa cogestita con Napolitano va avanti per oltre due ore. Alle Infrastrutture era previsto Gnudi. Lo voleva Casini. «Io entro solo se ho tutte quelle deleghe», obiettava l´Ad di Intesa. La soluzione si trova alla fine togliendo la delega dell´Ambiente al superministero di Passera.
A quel punto il «mondo era davvero sconvolto». E il «meteorite» aveva colpito il «pianeta della Seconda Repubblica».

La Repubblica 20.11.11

"Nel segno dell'equità", di Maria Cecilia Guerra

Spostare l’onere del prelievo fiscale dal lavoro e dall’impresa,
nel nostro Paese, è un obiettivo non più eludibile. La strategia per perseguire questo risultato deve seguire più strade. Il recupero dell’evasione, che sposterebbe l’onere fiscale sui redditi non da lavoro dipendente e sui consumi. La razionalizzazione delle agevolazioni fiscali, che non significa intervenire con tagli lineari su istituti come le detrazioni per lavoro dipendente o per carichi familiari, ma disboscare le
centinaia di regimi speciali e incentivi di dubbia efficacia esistenti, molto spesso regressivi. Lo spostamento di parte dell’onere fiscale sui patrimoni e sui redditi finanziari.
Il problema del prelievo patrimoniale va affrontato in termini rigorosi, ricorrendo non a un prelievo straordinario, finalizzato ad abbattere una tantum il debito pubblico, che è tanto minaccioso quanto non risolutivo, ma a un prelievo ordinario, con aliquote contenute, coordinato con gli altri aspetti del sistema fiscale, in linea con quanto avviene in tanti paesi avanzati.
Un prelievo patrimoniale, che si sostituisca ad altri prelievi (o, in una situazione grave come quella delle finanze pubbliche italiane, ne eviti l’aumento), ha infatti tanti pregi.
Accresce l’equità del sistema: la disuguaglianza nella distribuzione dei patrimoni è infatti maggiore di quella dei
redditi, che pure è, nel nostro paese, molto elevata. È efficiente, in quanto non interferisce in modo rilevante con l’attività di produzione e consumo: lo spostamento del prelievo dai redditi di impresa e lavoro al patrimonio avrebbe quindi effetti potenzialmente positivi sulla crescita.
Potrebbe produrre un gettito significativo, senza il ricorso ad aliquote elevate: uno studio del Fondo monetario internazionale del 2010 mostra come, accettando di portare il prelievo sul patrimonio a livelli analoghi a quello medio vigente in Usa, Uk e Canada, l’Italia potrebbe ottenere un gettito aggiuntivo pari a circa un punto di Pil (15 miliardi). Potrebbe favorire il contrasto all’evasione fiscale, non solo attraverso il monitoraggio della ricchezza, ma perché permetterebbe di raggiungere anche contribuenti che sfuggano al prelievo sul reddito. Il prelievo patrimoniale può ovviamente essere articolato in vario modo. Si potrebbe
pensare a due prelievi: uno locale e uno nazionale, coordinati fra di loro in modo da calibrarne il peso complessivo. Il prelievo locale, con aliquote modulabili dai Comuni, dovrebbe riguardare, come in tutti i paesi avanzati, il patrimonio immobiliare, comprese le prime case. Il valore delle case risente infatti positivamente degli interventi a favore del territorio (opere di urbanizzazione, parchi pubblici,rete dei trasporti, illuminazione stradale, sicurezza, ecc.) messi a punto dalle amministrazioni locali. Si stabilirebbe quindi quella relazione fra costo richiesto al contribuente e benefici offerti dalla spesa pubblica locale che favorisce la responsabilizzazione degli amministratori e che deve essere alla base del federalismo fiscale.
Il prelievo nazionale, commisurato al valore complessivo del patrimonio del contribuente, potrebbe prevedere un’esenzione per patrimoni di minore entità. In entrambi i casi occorrerebbe
approntare una corretta valutazione del patrimonio immobiliare. Il valore catastale degli immobili è infatti oggi
non solo molto sottovalutato, ma, soprattutto, molto sperequato. Il patrimonio finanziario, mobile a livello internazionale, è difficilmente assoggettabile ad una imposta patrimoniale. Sarebbe allora importante chiamarlo a contribuire, non solo attraverso un’imposta sulle transazioni finanziarie, che non può che essere coordinata almeno a livello
europeo, ma anche, indirettamente, attraverso una più adeguata tassazione dei redditi finanziari a livello nazionale.
Qualcosa è stato fatto, con l’unificazione delle aliquote al 20%. Ma ci sono ancora molti spazi di intervento per eliminare regimi di ingiustificato favore che ancora vengono riservati a prodotti specifici, quali le polizze assicurative e i fondi comuni di investimento. Questi interventi potrebbero
essere accompagnati da un ridimensionamento dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo sui depositi titoli che, dopo il
decreto di luglio, rappresenta un chiaro esempio di prelievo patrimoniale iniquo, in quanto progressivo su una sola componente del patrimonio personale. In conclusione, in
un regime fiscale ispirato a principi di equità ed
efficienza, reso finalmente comprensibile ai contribuenti,
non c’è ragione perché il disegno di un prelievo patrimoniale sia oggetto di veti.

L’Unità 20.11.11

"Il governo tecnico e la destra storica", di Eugenio Scalfari

La domanda ancora in parte inevasa riguarda Mario Monti: chi è veramente? Qual è la sua formazione culturale e la sua concezione politica? E che cosa rappresenta il suo governo di tecnici nella storia italiana? Le risposte finora fornite da chi lo conosce e da chi ne ha seguito il percorso di studioso, di rettore della Bocconi, di commissario alla Commissione dell´Unione europea e infine di neo-premier, lo definiscono un liberale cattolico; forse – azzardano alcuni – un liberale radical-moderato, dove la parola radicale sta a significare che la sua moderazione non inclina tanto al compromesso ma piuttosto all´intransigenza. Un moderato intransigente, coi tempi che corrono, rappresenta una felice anomalia quanto mai necessaria per raddrizzare l´Italia del post-berlusconismo.
Raddrizzare mi sembra un termine più adatto di ricucire perché non c´è molto da ricucire, non ci sono due lembi di stoffa da mettere insieme: ne verrebbe fuori un mantello da Arlecchino. Da raddrizzare invece c´è un Paese intero, da rimettere in piedi, da ricollocare nel rango che gli spetta, da ridargli fiducia nelle istituzioni ripulendole dalle brutture che ne hanno deformato il funzionamento.
Queste risposte sono appropriate al personaggio, ma non ci dicono ancora come si collochino, lui e il suo governo, nella storia d´Italia, chi siano i punti di riferimento e i personaggi che possono esser considerati i predecessori ed è su questo aspetto che desidero ora soffermarmi. Credo che il primo riferimento risalga a quella che fu chiamata la Destra storica, che guidò la costruzione dello Stato unitario dopo Cavour governandolo dal 1861 al 1876 e avendo come primi obiettivi il sistema fiscale, il pareggio del bilancio e l´unità monetaria di cinque diversi Stati.
I personaggi che illustrarono quei primi quindici anni della nostra storia nazionale furono Marco Minghetti, Quintino Sella, Silvio Spaventa, Francesco De Sanctis.
Alcuni di loro erano cattolici, altri no, ma tutti erano laici perché costruivano uno Stato laico, orgogliosi difensori della sua autonomia di fronte ad una Chiesa che ne contestava la legalità e durò per mezzo secolo in quell´atteggiamento.
Quest´aspetto sembra ormai superato e noi ci auguriamo che lo sia, ma è anche vero che la Chiesa è tuttora tentata da un temporalismo non più territoriale ma politico, non meno pericoloso del precedente.
Su questa questione dovremo tornare. Per ora limitiamoci a constatare che i temi della costruzione fiscale, del pareggio del bilancio e della moneta sono attuali oggi quanto allora e sono in parte nazionali, in parte europei.
Monti lo sa perfettamente e, proprio per questo, ha rivendicato che il direttorio franco-tedesco sull´Europa abbia come terzo partecipante anche l´Italia con l´obiettivo d´un governo federale europeo, una Banca centrale a pieno titolo, un fisco comune e un debito sovrano europeo.
Da questo punto di vista – a distanza di 150 anni – la Destra di Minghetti, Sella e Spaventa rappresenta un perfetto riferimento all´opera che si propongono Mario Monti e il suo governo. De Sanctis no: fu di fatto l´artefice della cultura italiana ed ho qualche dubbio che gli ottimi professori Ornaghi e Profumo possono fare altrettanto. Anche se è vero che De Sanctis fu per breve tempo ministro dell´Istruzione, la cultura italiana la formò scrivendone la Storia della letteratura, i Saggi critici e le monografie su Manzoni, Leopardi, Mazzini, Machiavelli. Erano altri tempi. Allora non c´erano i giornali a grande tiratura, la radio, la televisione e Internet; l´80 per cento della popolazione era analfabeta e il popolo sovrano, selezionato per grado di istruzione, si limitava agli uomini e rappresentava il 2 per cento della popolazione.
* * *
Un altro precedente storico, assai più recente e di minore rilievo ma anch´esso molto appropriato alla situazione politica attuale, è quello del terzo governo Fanfani che si formò nel 1960 sulle ceneri del governo Tambroni, sconfitto dalla piazza dopo la repressione sanguinosa dei moti di Genova e di Reggio Emilia. La Dc, di cui Tambroni era uno degli esponenti di origine gronchiana, dopo la sua virata repressiva ne chiese le dimissioni. Il segretario della Dc era allora Aldo Moro, che promosse un governo monocolore democristiano, con dentro i maggiori esponenti del partito: Andreotti, Taviani, Scelba, Colombo, Piccioni, Segni, Sullo. E negoziò con i socialisti e con i cosiddetti partiti minori (socialdemocratici, repubblicani, liberali) l´appoggio parlamentare al monocolore dc.
Era la prima volta, dopo la rottura degasperiana con la sinistra nel 1947, che i socialisti entravano a far parte della maggioranza. Avevano rotto il patto d´unità d´azione con il Pci ma i legami d´amicizia politica erano ancora in piedi. «Non ci saranno nemici a sinistra» aveva detto Nenni, ma la novità del suo ingresso aprendo la strada al centrosinistra e a riforme organiche che gran parte della Dc e dei partitini non volevano affatto, avevano aperto un acceso dibattito. Moro si era speso come non mai per tranquillizzare il suo partito ed aprire ai socialisti, ma anche Nenni aveva molto faticato per tenere insieme i suoi.
Il risultato fu il governo delle “convergenze parallele”, come Moro stesso lo definì con una felice innovazione lessicale oltreché geometrica. Un governo di tregua e di decantazione, cui seguì dopo due anni un governo da lui stesso presieduto che inaugurò con la nazionalizzazione dell´industria elettrica la lunga (e non sempre proficua) stagione del centrosinistra.
Mario Monti ha definito il suo come il governo dell´impegno nazionale. Ben detto per indicare la natura dell´esecutivo, ma per descrivere l´attuale situazione parlamentare mi sembra che il modo più appropriato sia quello che usò Moro per il monocolore fanfaniano: convergenze parallele. Le parallele non si incontrano per definizione, ma possono otticamente convergere e questo è quanto per ora, con buona pace di Bossi, Scilipoti, Santanché e Alessandra Mussolini.
* * *
Ma esiste un terzo precedente, ancor più recente (1980) e ancora più appropriato rispetto al governo attuale. Porta il nome di Bruno Visentini e merita un´attenta analisi.
Penso sia inutile illustrare qui la figura culturale e politica di Visentini. Ricordo soltanto che militò nel Partito d´Azione e poi nel Partito repubblicano del quale fu uno dei principali esponenti accanto a Ugo La Malfa.
Allievo di Ezio Vanoni, fu per due volte al ministero delle Finanze rinnovandone la struttura amministrativa e riformando profondamente il sistema fiscale.
Contemporaneamente si batteva per la riforma delle società per azioni e per una legge antitrust che allora in Italia non esisteva.
Nel 1980 – e questo è il punto – sollevò il problema del governo istituzionale, non già come un´ipotesi da attuare in tempi di emergenza, ma come la soluzione permanente in linea con la Costituzione. Un governo nominato dal presidente della Repubblica e non negoziato con le segreterie dei partiti, come la cosiddetta Costituzione materiale della Prima Repubblica praticava, ma nominato dal capo dello Stato e ovviamente fiduciato dal Parlamento.
I partiti, nell´idea di Visentini, dovevano essere lo strumento di raccolta del consenso popolare sulla base delle loro rispettive concezioni del bene comune. Il governo istituzionale doveva trasformare la concezione del bene comune della maggioranza parlamentare in provvedimenti legislativi e amministrativi sotto il controllo del Parlamento. Questa fu la proposta di Visentini, che sosteneva anche lo Stato di diritto come la premessa necessaria della democrazia parlamentare.
Il nostro giornale appoggiò pienamente la proposta di Visentini e aprì un ampio dibattito che naturalmente vide quasi tutti i partiti – compreso quello repubblicano – contrari a quel ritorno alla Costituzione auspicato da Visentini. Il solo “sì” – con alcuni “ma” – venne dal Partito comunista allora guidato da Longo e da Berlinguer.
Quello che desidero segnalare è che il governo Monti, voluto e seguito passo passo da Giorgio Napolitano, realizza a distanza di trent´anni l´idea-guida di Bruno Visentini che – lo ripeto – lo vedeva non come una situazione emergenziale ma come l´organizzazione ottimale dello Stato di diritto e della democrazia parlamentare.
Dedico queste riflessioni a quanti continuano a piangere sulla sospensione anzi sulla confisca della democrazia effettuata dal governo dei tecnici.
* * *
Riprendo la questione dei cattolici impegnati, che fu già ampiamente discussa dopo il convegno di Todi promosso dal cardinal Bagnasco, presidente dei Vescovi italiani. Ricordo in proposito che almeno tre degli attuali ministri (Passera, Ornaghi e Riccardi) furono relatori di quel convegno.
Noi laici vediamo con molto favore l´impegno civile e politico dei cattolici, così come siamo favorevoli – proprio perché laici – allo spazio pubblico a disposizione della Chiesa come di qualsiasi altra associazione o individuo per diffondere le proprie idee.
La Chiesa predichi la sua fede. Offra la sua visione etica, censuri quanti a suo giudizio si rendano colpevoli di riprovevoli comportamenti. I cattolici impegnati tengano conto degli indirizzi dottrinali e dei valori predicati dalla Chiesa e cerchino di trasfonderli in politica nella misura giudicata opportuna ma senza mai dimenticare che le leggi hanno valore erga omnes e non possono dunque obbligare i non cattolici di obbedire a norme che riposano su dogmi non vincolanti per chi non li condivide.
Tutto questo è chiaro e accettato sia dalla Chiesa, sia dai cattolici “adulti”, sia dai laici non credenti o di altre religioni. Esiste però un punto di scontro e lo pone la Chiesa quando parla di valori non negoziabili.
Anche i laici hanno valori non negoziabili e sono per l´appunto quelli che ho qui indicato come la concezione della laicità dello Stato. Spetta dunque alla Chiesa spiegare che cosa intenda quando parla di valori non negoziabili.
I suoi valori sono noti e nessuno di noi li discute. Il punto da chiarire dunque non è quello ma è la loro negoziabilità.
Personalmente penso che la discussione non possa vertere sui singoli valori ma sul loro complesso, cioè sull´esistenza d´una coscienza nazionale.
Esiste la coscienza individuale e anche quella collettiva, un valore egemone che rispetta tutti gli altri purché si esprimano senza mettere a rischio la laicità dello Stato e quindi senza imporre a nessuno valori agganciati al dogma, monopolio interpretativo della gerarchia cattolica.
La gerarchia è un potere esterno rispetto allo Stato laico e democratico.
Non può dettare norme erga omnes. Ma in realtà non può dettare norme neppure nei confronti dei credenti.
Ho sottolineato, commentando alcuni discorsi del Papa nel suo recente viaggio in Germania, una sua affermazione che mi è apparsa rivoluzionaria, quando ha detto che «Lutero aveva più fede in Dio di quanta ne abbiamo noi».
Affermazione che richiama quella fatta più volte dal cardinale Carlo Maria Martini: «Lutero è stato il più grande riformatore della Chiesa cristiana».
Vedo qui un´apertura verso il contatto diretto tra il credente e la divinità trascendente, senza l´intermediazione della Chiesa che la gerarchia ritiene invece indispensabile. Vedo il riconoscimento implicito del relativismo sulle pretese di assolutezza della gerarchia.
Da questo punto di vista il cattolico adulto è una figura della modernità che recupera il ruolo fondante del laicato cattolico e il ruolo importante ma sussidiario dell´ordine sacerdotale.
Mi direte che tutto questo ha poco da vedere con il governo di Monti ed è vero. Ma ha da vedere con i ministri cattolici presenti in quel governo in posizioni di grande responsabilità. Mi piacerebbe sapere da loro se sono cattolici adulti, come si definì Romano Prodi, che non accettano deleghe da parte della gerarchia. Anche questo è un conflitto di interessi, ideali e per questo ancor più importanti. Quanto ai conflitti materiali, che pure ci sono, il Parlamento e la pubblica opinione vigileranno affinché siano risolti al più presto, cosa della quale non vogliamo dubitare.

La Repubblica 20.11.11