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"Tasse troppo alte, studenti risarciti", di Lorenzo Salvia

Ne ha viste di cose l’università di Pavia nei suoi 650 anni di onorato servizio, dalla fondatore Carlo IV al rettore Alessandro Volta, dal professor Ugo Foscolo al Nobel Carlo Rubbia. Ma anche la sentenza di ieri, nel suo piccolo, potrebbe diventare storica. L’ateneo è stato condannato dal Tar della Lombardia a risarcire i propri studenti per aver alzato le tasse d’iscrizione al di sopra dei limiti di legge. Una decisione che adesso potrebbe innescare un effetto a catena. E svuotare le casse (già messe male) di buona parte delle università italiane.
Dice la legge che il totale dei soldi incassati dalle università con le tasse d’iscrizione non può superare il 20% dei fondi che lo stesso ateneo riceve ogni anno dallo Stato. Una regola fissata proprio per calmierare i contributi studenteschi, che però nel 2009-2010 molti rettori hanno finito per aggirare. Secondo il Tar lombardo, l’università di Pavia ha sforato dell’1,33% chiedendo ai propri studenti un milione e 700 mila euro in più del dovuto. Soldi che dovrà restituire ai ragazzi se perderà anche l’appello già annunciato davanti al Consiglio di Stato. «È una sentenza storica e rivoluzionaria» dice Michele Orezzi, coordinatore dell’Udu, l’Unione degli universitari che aveva promosso il ricorso. In realtà è anche una sorpresa. Poche settimane fa il Tar della Toscana aveva detto l’esatto contrario respingendo l’esposto di un gruppo di studenti fiorentini. E anche il Consiglio di Stato aveva firmato un parere dello stesso segno. Tar della Toscana e Consiglio di Stato, in sostanza, avevano detto che quel 20% va considerato con una certa elasticità. Ma la sentenza di ieri rovescia la situazione: non c’è spazio all’interpretazione, anche un solo euro in più va restituito. L’università di Pavia — spiega il pro rettore Lorenzo Rampa — aveva chiesto una valutazione complessiva del caso. Sostenendo che il fatidico 20% è stato sì sfondato ma non per l’aumento delle tasse bensì per il taglio dei soldi trasferiti dallo Stato. Il 2009—2010, in effetti, è stato l’anno della grande sforbiciata Gelmini-Tremonti, con un calo del 3,87% al cosiddetto fondo di finanziamento ordinario, la torta pubblica che i singoli rettori si devono dividere. A quel punto tutte le università border line hanno sforato il limite. Adesso sono una buona metà.
Al di là dei ricorsi, la questione è delicata davvero. Ed è stata toccata anche nella prima lettera inviata all’Unione europea del governo Berlusconi. Quel documento di impegni ereditati adesso da Mario Monti dice che «si accresceranno i margini di manovra nella fissazione delle rette d’iscrizione». Il tetto del 20% potrebbe salire, dunque, ma con «l’obbligo di destinare una parte dei maggiori fondi a beneficio degli studenti meno abbienti». Anche l’ultimo governo Prodi ci provò con il Patto per l’università firmato da Fabio Mussi e Tommaso Padoa- Schioppa che proponeva di alzare la soglia al 25%. Non se ne fece nulla. Adesso la palla passa al nuovo ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo.

Il Corriere della Sera 19.11.11

"Un nuovo Profumo sulla riforma Gelmini", di Fabrizia Bagozzi

La foto del neoministro dell’istruzione Francesco Profumo affiancato al logo Unicredit (che rimanda al suo omonimo Alessandro, ex amministratore delegato). Il sincretismo di uno dei cartelli che si sono visti giovedì nelle proteste degli studenti dice tutto sul mood che anima le piazze: i due pari sono, stesso orientamento, stesso brodo di cultura.
La mai sopportata Gelmini viene sostituita senza colpo ferire dal governo delle élite tecno-finanziarie a cui si ascrive a pieno titolo l’ex rettore del Politecnico di Torino e poi presidente del Cnr. Per non parlare del neopremier Mario Monti, su cui grava il peccato originale di aver sostenuto e di continuare a sostenere – anche nel suo discorso programmatico – la riforma Gelmini.
«Ha detto che continuerà l’iter dei decreti attuativi della riforma. Ma come? Non aveva appena detto che bisognava partire dai giovani? E allora perché ostinarsi con una riforma contestata in maniera praticamente unanime da studenti e ricercatori? Perché non fermare quell’iter e ricominciare da capo, chiedendo magari a chi vive l’università di dire la sua?», si legge sul sito dell’Unione degli studenti, rilanciato dalla rete Link.
Monti come Draghi, più di Draghi. Quando qualche settimana fa il presidente della Bce ribadì che le prime vittime della crisi erano i giovani, nelle piazze si battezzarono i Draghiribelli.
E nel giorno in cui Monti mette in testa alle priorità del suo governo proprio i ragazzi – «minori sono le opportunità per i giovani», ha detto il presidente del consiglio, «più basse sono le possibilità di crescita di un paese» – negli slogan delle manifestazioni risuonava tutta la sfiducia in ciò che viene letto come continuità. Ieri il neopremier ha spiegato di confidare che i giovani sapranno riconoscere gli atti concreti che il governo farà per loro.
Ma rimane tutto, insieme al pregiudizio sui tecnocrati, il peccato originale del far propria la riforma di un ministro dell’istruzione, Maria Stella Gelmini, che è diventata un simbolo: ideologia molta, competenza traballante (a tratti incompetenza deflagrante come nell’incidente sui neutrini), titolare di una legge sull’università che ha finito per diventare più un adeguamento del sistema ai tagli di Tremonti che l’annunciata rivoluzione copernicana anti-baroni e anti-clientele.
Alla sua piena applicazione mancano ancora oltre 30 decreti attuativi su 47. Monti ha già annunciato che si dovrà proseguire nell’iter, «dando rigorosa attuazione ai meccanismi di incentivazione basati sulla valutazione». Linea condivisa dal titolare del Miur Profumo, che si è però detto aperto all’ascolto: «Parlerò a studenti e ricercatori e a chi lavora nell’istruzione per capirne desideri, incertezze, difficoltà».
Ma Profumo non è Gelmini. Per sei anni rettore del Politecnico di Torino, ne ha fatto una delle migliori università italiane. Potenziando il melting pot fra studenti, rendendo strutturale il rapporto – importante ma non invadente per l’autonomia dell’istituto – con le imprese per lo sviluppo della ricerca e la crescita delle start up e dei brevetti.
Un modello che, prima di incappare nella telefonata di Monti che lo chiamava in servizio, intendeva applicare al Cnr alla cui presidenza proprio Gelmini l’ha nominato in estate. Le risorse sono poche, ma si possono trovare, dice. Il punto è «ridisegnare la relazione tra ricerca, formazione e sistema delle imprese».
Ovunque sia stato ha fatto la differenza, può farla anche per l’università italiana. Magari anche con più consenso da parte degli studenti, se decidesse di inaugurare, in discontinuità con Maria Stella, una stagione di dialogo autentico con chi per ora lo contesta a prescindere.

da Europa Quotidiano 19.11.11

"Settembre nero nell’industria: a picco fatturato e ordini", di Luciano Costantini

Un settembre nero se è vero che i numeri sulla produzione industriale vanificano quasi interamente, comunque penalizzano molto, i buoni risultati ottenuti nell’arco dei primi nove mesi dell’anno che tuttavia restano positivi. In calo netto sia il fatturato che gli ordinativi. Secondo i rilevamenti Istat, a settembre il fatturato dell’industria è sceso del 5,4% rispetto ad agosto che vuol dire il peggior dato congiunturale dal novembre del 2008. Su base annua è salito però dell’1,9%, trainato dal mercato estero.
Ancora più negative le cifre riguardanti gli ordini che a settembre sono arretrati dell’8,3% rispetto ad agosto. Il dato più basso dall’agosto del 2009. Ed in questo caso a pesare tantissimo è stato lo scarso tiraggio del mercato interno. Anche su base annua il risultato è negativo con una riduzione del 3,6%. Questi i numeri nudi e crudi di una evidente retromarcia rispetto alla performance registrata ad agosto e che aveva fatto immaginare una possibile inversione del trend critico del settore industriale.
Analizzando le cifre relative al fatturato, il nostro istituto di statistica rileva che il dato negativo è un mix del mercato nazionale (-5,4%) e di quello estero (-5,3%) mentre su base annuo la variazione resta positiva grazie solo alla spinta arrivata da fuori confine (+6,2%). Gli aumenti più rilevanti della produzione riguardano i settori della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+12,9%), della metallurgia e prodotti in metallo (+6,1%) e delle industrie alimentari, bevande e tabacco (+3,8%). In calo la produzione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (-16,2%). Cioè hanno continuato a tirare i prodotti energetici, molto meno quelli elettronici.
Sotto la voce «ordini» settembre ha sfornato numeri ancor più pesanti anche perché alle già deficitarie richieste di forniture provenienti dall’estero (-5,5%) si è aggiunta la forte riduzione della domanda interna (-10,1%). L’aumento degli ordini, che pure ci sono stati, riguarda la fabbricazione dei prodotti chimici (+3,0%), dei prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+0,8%) e della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+0,1%). Le contrazioni più forti nella richiesta di computer, di prodotti di elettronica e ottica (-28,5%).
Nonostante il risultato negativo di settembre, il fatturato e gli ordini restano positivi se si prende in considerazione l’arco dei primi nove mesi dell’anno. Per il fatturato la crescita è dell’8,1% grazie all’effetto export. Gli ordini tra gennaio e settembre sono cresciuti del 9,1%, spinti anche in questo caso dalla domanda estera. Secondo il leader della Cgil, Susanna Camusso «siamo in una disperata congiunzione tra problemi di credibilità internazionale, tenuta economica dell’euro e dati strutturali di una crisi negata per tre anni». Per Luigi Sbarra della Cisl «la flessione di settembre era attesa ed è in linea con l’andamento della produzione industriale e del pil. Ora dal ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture Passera ci aspettiamo una rapida ed energica azione di stimolo».

Il Messaggero 19.11.11

"Dieci anni ai margini. Ora si torna nel mondo" Giovanni Faleg e Giulia Serio

Dalla Russia all’Africa tutti gli errori della politica estera di Silvio. In due articoli pubblicati su Affari Internazionali nel giugno scorso, gli ambasciatori Antonio Puri Purini e Silvio Fagiolo si soffermano sulla regressione della politica estera italiana nell’ultimo decennio (2001-2011). «Lungo è il lessico del degrado», scrive Fagiolo per descrivere i fallimenti di un paese che è «declinato illudendosi di salire».
«Dopo le elezioni politiche del 2001, la nuova maggioranza ha voluto marcare una discontinuità rispetto al passato», osserva Puri Purini, secondo cui quello «fu l’inizio di una sequenza di errori alla base di cui vi erano inesperienza, indifferenza, presunzione, fastidio per le regole europee».
Perché la politica estera nell’era Berlusconi è arrivata al punto di rottura? In una congiuntura caratterizzata dallo strapotere dei mercati finanziari, una politica estera coerente è elemento chiave per la credibilità politica di un paese. L’incerta collocazione internazionale dell’Italia e il disorientamento regnante alla Farnesina e a Palazzo Chigi, poi, hanno aggravato la fragilità della nostra economia.
È possibile un “new deal” della politica estera italiana? Al centro dell’azione diplomatica non può che esserci l’uomo e le sue capacità di cambiare il mondo in cui viviamo attraverso il merito, l’expertise, le idee. La “diplomazia del capitale umano” si propone di tutelare creatività e innovazione, risorse che il nostro paese non sfrutta a dovere.
A dieci anni dal 2001 è tempo di bilanci e di proposte per la diplomazia che verrà.

Riscoprire l’Europa
Il distacco dalla linea tradizionale di politica estera operato dal secondo governo Berlusconi ha trasformato la visione europea dell’Italia. La capacità dell’Italia di esercitare influenza nelle sedi istituzionali dell’Unione Europea si è fortemente ridimensionata, anche per il flop della presidenza del Consiglio Ue (secondo semestre 2003) e per il supporto dato alla guerra in Iraq.
Il personalismo di Berlusconi ha immobilizzato le istituzioni. L’amicizia con Vladimir Putin e la special relationship con George W. Bush hanno allontanato l’Italia dall’Europa. I pessimi rapporti con la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno impedito un riavvicinamento all’asse franco-tedesco, diventato isolamento col deteriorarsi dei rapporti con la Francia di Nicolas Sarkozy.
Da fondatrice delle Comunità europee e culla del federalismo, l’Italia è diventata il ventre molle di un continente in crisi di identità, come dimostrato dalla guerra in Libia e dalla crisi finanziaria. Nel primo caso, l’Italia ha osservato passivamente l’interventismo franco-britannico in un’area del Maghreb di interesse strategico nazionale e crocevia per il futuro della politica estera e di sicurezza europea. La crisi ha prodotto conseguenze ancora più imbarazzanti, basti pensare alle risatine di Merkel e Sarkozy al vertice di Bruxelles o all’ultimatum imposto dall’Unione europea per la realizzazione di urgenti riforme attese da anni.
Nel linguaggio politico l’Europa è diventata un problema, più che una risorsa. Ma l’Italia può sopravvivere ai cambiamenti geopolitici e finanziari solo se si costituisce un’Europa politica. Si deve promuovere il dibattito interno e investire su una migliore comunicazione ai cittadini delle potenzialità dell’Europa unita. Occorre favorire l’inserimento di candidati qualificati all’interno delle istituzioni, a cominciare dal parlamento europeo, e promuovere il rafforzamento delle agenzie Ue nei settori di interesse strategico per l’Italia.

La primavera del Mediterraneo
La svolta filo-israeliana del governo ha influito sulle relazioni con i paesi arabi, soprattutto in considerazione della linea dura di Netanyahu verso la questione palestinese. In generale, la politica mediterranea dell’Italia si è fatta notare per la sua assenza. Si possono citare l’inazione riguardo alla proposta francese di creazione di un’Unione del Mediterraneo; la quasi totale assenza di dibattito sulle conseguenze di mediolungo termine della primavera araba nei paesi interessati da un cambio di regime (Tunisia ed Egitto) o da violente repressioni (Libia e Siria); la marginalizzazione nella gestione della crisi libica a dispetto dei legami culturali, storici e geografici.
Particolarmente complesso il problema dell’immigrazione clandestina: è risultata palese l’incapacità di far fronte all’arrivo in massa dei profughi nell’isola di Lampedusa, conseguenza delle rivolte in Nord Africa, soprattutto a livello di diplomazia multilaterale – leggi mancato rafforzamento dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere.
È necessario cominciare a investire su ricerca e formazione. L’Italia deve riaffermarsi come hub economico e culturale del Mediterraneo e sostenere i processi di transizione nel mondo arabo. Deve essere un paese attrattivo per le nuove generazioni tunisine, egiziane e marocchine tramite incentivi e borse di studio (il modello “Master and back”). Intensificare i legami culturali con la sponda sud del Mediterraneo è una priorità.
La cultura crea sinergie, che a loro volta aumentano le possibilità di dialogare e commerciare con paesi strategici per la nostra economia e sicurezza. Il Mezzogiorno può fare da ponte fra l’Europa e il Nord Africa e diventare il fulcro di questa azione.

Una strategia energetica
In un paese nel quale l’unica risorsa strategica è la posizione geografica, l’assenza di un piano energetico nazionale è un serio motivo di preoccupazione. L’Italia importa più del novanta per cento del suo fabbisogno energetico dall’estero in forma di combustibili fossili, e nel 2025 importerà la quasi totalità delle fonti primarie di energia qualora non venissero intraprese riforme strutturali. Inoltre, non è stata ancora identificata una strategia alternativa per sopperire al 25 per cento del fabbisogno che doveva provenire dalle centrali nucleari.
Negli ultimi anni i paesi Ocse hanno intrapreso grandi trasformazioni volte al progressivo abbandono delle fonti tradizionali, quali carbone, petrolio e nucleare. L’Ue ha presentato una nuova strategia per la sicurezza energetica che integra gli obbiettivi di riduzione della dipendenza dagli approvvigionamenti dall’estero e di abbattimento delle emissioni di gas serra.
Nonostante l’introduzione della “Strategia Energetica Nazionale” (2009) come strumento legislativo preferenziale, il governo italiano si è lanciato in opere d’improvvisazione legislativa, risultate – nei casi migliori – in maldestre applicazioni delle Direttive europee (come per la liberalizzazione del mercato elettrico).
L’Italia deve passare da importatore a esportatore di energia e diminuire il livello di dipendenza energetica. È necessaria l’elaborazione di una nuova strategia che faccia delle fonti di energia rinnovabile lo strumento principale di approvvigionamento. Allo stesso tempo deve essere garantita una maggiore presenza della diplomazia italiana nelle strategie di cooperazione energetica europee, in particolare in Asia Centrale e nel Mediterraneo.

Aiuti internazionali, come spenderli meglio
La cooperazione allo sviluppo è stata oggetto di continui ridimensionamenti. Dai 732 milioni di euro del 2008 si è passati agli 86 milioni previsti dalla legge di stabilità 2012 e la legge di bilancio. Questo ha implicato la riduzione delle iniziative e della lista dei paesi d’intervento prioritari (da 35 nel 2010 a 15 nel 2012), la chiusura di uffici territoriali di cooperazione e pesanti tagli ai finanziamenti alle organizzazioni internazionali.
Ma il problema dell’efficacia della cooperazione non ha solo cause quantitative. Gli aiuti allo sviluppo sono oggetto di forti critiche in virtù del loro limitato impatto sulle economie locali e sulla crescita economica, come evidenziato da Dambisa Moyo in Dead Aid (2009). Il ridimensionamento della cooperazione, sommato al fallimento del paradigma degli “aiuti”, solleva serie domande sul futuro delle politiche di sviluppo quale componente della politica estera.
Se l’austerity non permette di fare di più, è doveroso cercare di fare meglio. Serve un nuovo paradigma dello sviluppo che ambisca alla creazione di una “scuola italiana” della cooperazione, basata su: 1. maggiore integrazione di politiche volte a garantire la sicurezza della popolazione civile (ovvero la “sicurezza umana”), lo sviluppo economico e la buona governance; 2. promozione della responsabilità sociale d’impresa nelle politiche di sviluppo; 3. incentivi allo sviluppo del territorio e del business locale.

Diplomazia “aperta”
La riforma del ministero degli esteri del 2010 ha introdotto diverse novità. Nello specifico: la riorganizzazione delle direzioni generali (passate da 13 a 8 e divise in base alle competenze e non più su criteri geografici); l’introduzione degli “ambasciatori manager”, dotati di responsabilità di bilancio; e il nuovo approccio della diplomazia economica volto a rendere l’Italia più competitiva a fronte dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Il nuovo assetto istituzionale della diplomazia costituisce una chance per dare maggiore dinamismo alla politica estera, ma anche un’occasione mancata per attuare una revisione più radicale che tenga in maggiore considerazione criteri meritocratici e influenze esterne.
La diplomazia dovrebbe diventare più permeabile agli stimoli e conoscenze esterne, passando dal concetto di “corpo” diplomatico a quello di “rete” (network aperto alle expertise provenienti da vari background).
Introdurre indicatori meritocratici quale elemento chiave per gli sviluppi di carriera, selezionare alcuni ambasciatori fra le eccellenze italiane e migliorare le reti e i contatti con gli italiani all’estero potrebbero essere ulteriori passi avanti.
In un mondo sempre più interconnesso, l’Italia deve scoprirsi “social network” e, parafrasando Steve Jobs, deve cominciare ad unire i punti di questo network alla ricerca del proprio destino.

da Europa Quotidiano 19.11.11

"Nel giorno dei convenevoli l´humour del premier e il silenzio del Cavaliere", di Concita De Gregorio

Non si ricorda a memoria d´uomo, a Montecitorio, un cortile affollato da tanta cordialità trasversale, Verdini e Ghedini sorridenti almeno quanto Fioroni e Franceschini, non si ricordano applausi e risate da destra e da sinistra alle battute british del neopresidente (“preferisco che mi chiamiate professore. Come diceva Spadolini i presidenti passano, i professori restano”).non si ricorda una maggioranza di 556 voti né tanto fair play istituzionale, con Berlusconi che si alza e va a stringere la mano ai tutti i neo ministri, uno per uno, ai banchi del governo e Monti che fa passare un quarto d´ora e restituisce la cortesia. Si inerpica tra i banchi della destra e si ferma da Tremonti, a lungo, da Gelmini, parla fitto, sale fino a Giorgia Meloni, torna in basso verso Prestigiacomo, poi di nuovo da Berlusconi seduto nel suo banchetto accanto ad Alfano. Gianni Letta vigila dall´alto, seduto tra nella tribuna degli ospiti proprio accanto a una scolaresca. Monti gli riserva un lungo omaggio in apertura di discorso. Berlusconi ancora non è arrivato, a quell´ora.
Quando l´ex presidente entra in aula – è da poco passata l´una e mezza, siamo alle dichiarazioni di voto, sta parlando Casini ossequiosissimo – entra scortato da Cicchitto, sale fino alla terza fila di banchi, scivola verso il posto al fianco di Alfano: è proprio l´ex Guardasigilli ad indicare a Berlusconi con l´indice teso verso l´alto Gianni Letta lassù. E allora si salutano di lontano, Monti li segue con lo sguardo e sorride, Fini dal banco della presidenza alza la testa e saluta, anche Maroni dai banchi della Lega oggi all´opposizione si volta e saluta. Una nuova geografia dell´aula, triangolazioni fino all´altro giorno impensabili, scambi di convenevoli inauditi. Posti in piedi, soprattutto, stamani.
L´arrivo di 18 ministri tecnici, non eletti in Parlamento e dunque privi di posto a sedere nell´emiciclo, costringe altri diciotto parlamentari a sedersi uno in braccio all´altro, Tremonti e La Loggia dividono lo sgabello in due, uno spettacolo, Gelmini per un poco resta in piedi, Guido Crosetto trova posto nei banchi di An e Giorgia Meloni resta senza, in piedi in ultima fila a mandare sms. È la rappresentazione plastica della politica che lascia posto ai professori, si ritira un poco, quel tanto che basta e però resta lì a riempire tutti i vuoti.
Resta lì con la mano sulla spina, aveva detto giusto l´altro ieri Berlusconi ed è anche per questo che oggi gli hanno consigliato di non parlare, in aula, non farsi prendere la mano, non metterci la faccia, sedare, sopire. Monti non ha gradito la battuta sullo staccare la spina («Sarebbe arduo decidere se questo governo deve considerarsi un rasoio o un polmone artificiale», è la freddura applauditissima dall´intero emiciclo, salvo Lega. Il rasoio taglia, il polmone artificiale serve a un malato molto grave…) e allora Berlusconi, che a mezzogiorno aveva pronto un discorso con accenno a elezioni eventuali, viene caldamente consigliato dai Ghedini dai Verdini e da Gianni Letta, soprattutto. Lascia perdere, fai parlare Alfano, tra l´altro non è niente male se nella diretta tv il sostegno a Monti lo lasci dare a qualcun altro, non ci mettere la faccia ché perdi forza, sembra una sconfitta. Convinto in mezz´ora, Berlusconi legge distrattamente i fogli che Alfano gli passa per una supervisione rapida e poi, mentre quello parla, un poco si appisola.
Fuori, in cortile, fervono trattative e previsioni. Il tema del giorno è mantenere l´equilibrio, assegnare le poltrone ‘forti´ in modo bilanciato, dunque se D´Alema lascia il Copasir per andare agli Esteri sarà Maroni a presiedere l´organismo di controllo sui servizi segreti, che in quanto ex ministro dell´Interno darà continuità a quel mondo di riferimento, non si può proprio scompaginare tutto.
I sottosegretari tutti tecnici, questo è ovvio, e allora sono le commissioni a fare da camera di compensazione degli equilibri politici. Denis Verdini fa la parte del gran tessitore, oggi. Scherza persino, «non dovendo più convincere gli incerti a passare con noi, ho molto tempo libero», si dedica a ricordare la sua antica consuetudine con Monti ai tempi di Spadolini, «viene da quel mondo lì, un mondo molto alto, un gruppo coeso». I fiorentini colgono il retrogusto della frase. Poi immagina scenari fatti di patrimoniale e di amnistia, avverte che bisognerà stare attenti alle piazze, accenna appena alla decisione della Cassazione sulla sentenza De Benedetti, ché magari la somma dovuta da Berlusconi di qualcosa potrebbe anche calare.
Casini è raggiante. Bocchino omaggia le donne al governo e sorride al prefetto Cancellieri, la nostra Merkel – già la chiamano da destra con l´affetto che Berlusconi ha riservato a quella vera.
Tutti si affannano a dire che di compromesso storico non c´è traccia, imparagonabile. Per i posti da sottosegretario fervono le trattative, quotatissimi gli ex democristiani in pensione oggi buoni come tecnici, in almeno due casi i nomi evocati corrispondono a defunti – che peccato, si rammarica Crosetto.
Il compito è arduo. «Difficilissimo – aveva detto Monti in Senato – altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui». Ma oggi, di fronte a questi 556 voti e a tutti questi rallegramenti e sorrisi è il giorno del “ce la faremo”. Arriveremo a fine legislatura. Abbiamo molto da fare e dobbiamo farlo. «È un´occasione irripetibile», ha appena detto in aula Casini. Tremonti, seduto davanti a Berlusconi, si volta brevemente per un´occhiata. Silvio tace. Non parlerà, per l´uscita di scena da capo del governo, per il suo primo giorno in aula seduti sui banchi ha in serbo il gran gesto delle strette di mano. I ministri sono colti alla sprovvista. Un paio si alzano in piedi. Alla chiama del voto sfilano uno dopo l´altro, in quest´ordine, Casini Berlusconi Bersani D´Alema e Chicchitto. Votano tutti sì. Quando Berlusconi esce è Monti a restare. Al centro dell´emiciclo saluta i deputati finchè l´aula non si svuota. In piazza, fuori, dei caroselli della settimana scorsa non è rimasto nessuno.

La Repubblica 19.11.11

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“Insulti, risse sfiorate. E Scilipoti mette il lutto”, di MOnica Guerzoni

Mussolini vota no. Alfano accerchiato Meloni: «La parola torni agli elettori». Alessandra Mussolini l’avrebbe pure votata, la fiducia a Mario Monti. Ma poi ha sentito parlare Di Pietro, Casini e Bersani, poi ha saputo che l’idv Franco Barbato si era fatto tagliare i capelli all’aperto sulla piazza Montecitorio, per festeggiare la caduta di Berlusconi. Ha visto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, «che rideva dal suo pulpito lassù»… E ha cambiato idea: «È stata una questione emotiva, proprio non ce l’ho fatta».
Due soli voti contrari oltre ai 59 della Lega: la Mussolini, deputata del Pdl, e Domenico Scilipoti. Il «re dei peones» si è presentato alla Camera con il lutto al braccio, distribuendo manifestini mortuari con una gran croce nera e la scritta «Oggi è morta la democrazia parlamentare/Il Popolo sovrano ne dà il triste annuncio al Paese». E quando ha preso la parola per annunciare il suo voto contrario, il deputato di Popolo e territorio ha consegnato ai posteri la sua viscerale avversità a un governo «criptopresidenziale». Ma quel che i tabulati non raccontano è la febbre che contagia trasversalmente il Pdl, è la tensione che mette uno contro l’altro i berlusconiani della prima ora e gli ex An vicini alle posizioni di Matteoli e La Russa. Forze contrapposte che in futuro, teme chi lavora per l’unità del partito, potrebbero diventare forze centrifughe.
Nervosismo, rivendicazioni incrociate, parole grosse. Succede quando sta per prendere la parola Antonio Di Pietro e quando, tra i banchi del Pdl, attorno al segretario Angelino Alfano si chiude a testuggine un capannello di scontenti. Ecco Giorgia Meloni, da giorni tristissima per il governo di emergenza. Ecco Fabio Rampelli, Marco Marsilio e Mario Landolfi, altri ex An che tifavano per il voto anticipato. E poi Deborah Bergamini, Manuela Di Centa, Micaela Biancofiore, Ignazio Abrignani, Giuseppina Castiello… Tra le mani dei deputati gira un sondaggio riservato, che racconta come più di un terzo degli elettori del Pdl — fra il 35 e il 45 per cento — non comprenda la scelta di sostenere Monti.
La Meloni è la più scatenata, alza la voce, chiede al leader di piantare ben saldi i paletti per contenere il nuovo esecutivo: «Dobbiamo batterci perché la parola torni agli italiani nel minor tempo possibile». Anche Rampelli non crede nel «potere taumaturgico» di Monti, invoca «mani libere» sui provvedimenti economici e insiste nel dire che «almeno la metà del gruppo non condivide il sostegno» al successore di Berlusconi. Alfano è pressato, fisicamente accerchiato. Vogliono che mostri i muscoli, che respinga la «minaccia» di Monti di far sfiduciare i partiti dagli elettori, se non lo sosterranno. Ma il segretario non si schioda dalla linea di Berlusconi e richiama all’ordine, chiede ai suoi di non differenziarsi e di restare uniti, perché «non è il momento di cedere ai frazionismi».
Altero Matteoli ha smentito di aver mai paventato una scissione, eppure il fantasma di una futuribile rottura tra le due anime del Pdl resta nell’aria. «Maldipancia forti ci sono — spiegherà Osvaldo Napoli —. Ma spero prevalga il buon senso. Uniti abbiamo un potenziale forte, rompendoci corriamo il rischio di essere cancellati…». Ma è pochi metri più in là che la discussione si accende e tra i banchi roventi del Pdl si sfiora la rissa. Colpa di un dossier sulla Sardegna che alcuni deputati dell’isola, che guardano con simpatia al nuovo inquilino di Palazzo Chigi, consegnano a Monti senza averne informato i corregionali. Settimo Nizzi, ex sindaco di Olbia e amico di Berlusconi, prende di petto lo scajoliano Salvatore Cicu. «Pezzo di m!», lo sentono gridare. Nizzi smentirà insulti, ma intanto volano spintoni, si mettono in mezzo anche Mario Landolfi e Paolo Russo e, per evitare il peggio, arrivano i commessi.
Facce segnate, strappi annunciati e qualche sorpresa. Viviana Beccalossi (vicina a La Russa) non voleva votare, ma all’ultimo si è rassegnata e ha detto sì. Altri invece, come Gianfranco Rotondi, hanno scelto il non voto per marcare il dissenso. Antonio Martino è andato di persona ad annunciare all’«amico Monti» che non lo avrebbe votato. E il premier? Ha allargato le braccia. Alla fine sui tabulati gli assenti sono 12, tra cui Pippo Gianni (Pid) e i pidiellini Maurizio Del Tenno, Francesco Colucci, Marcello De Angelis. Assente anche la portavoce di Prodi, Sandra Zampa del Pd: «Ho avuto un malore». Alfonso Papa, arrestato per l’inchiesta P4, non ha ottenuto il permesso di lasciare i domiciliari. E così, vista la scarsità di posti a causa del ritorno degli ex ministri, la sua poltrona è andata a Giulio Tremonti. Succede anche che il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, non riconosca Anna Maria Bernini, costretta a lasciare le Politiche europee dopo soli tre mesi. Qualcuno fa le presentazioni, il professore sorride affabile ma chiede lumi sull’identità della signora. Attimi di comprensibile imbarazzo e, finalmente, una vigorosa stretta di mano.

Il Corriere della Sera 19.11.11

Lega allergica alla "coesione territoriale", di Claudio Martini

Il nuovo governo ci dice che i problemi della crescita e del risanamento dei conti non si affrontano con i soli tagli alla spesa o con la forte competizione tra territori. Non è novità da poco la valorizzazione, voluta da Mario Monti, del ministero per la coesione territoriale affidato alle competenze riconosciute di Fabrizio Barca. Lo dice la reazione scomposta della Lega che parla di «schiaffo al Nord» scordando persino che Fitto aveva anche quelle deleghe.
È invece una buona idea, un’innovazione che coglie un`esigenza reale. Quella di prepararsi al meglio la prossima stagione di fondi strutturali europei, le uniche risorse consistenti che avremo nei prossimi anni per gli investimenti; e di farlo avendo in mente le necessità e le potenzialità di tutta l`Italia, non di una sola sua parte.
Il segnale è positivo ed importante, speriamo sia seguito da convincenti fatti concreti. In primo luogo il nuovo governo ci dice che i problemi della crescita e del risanamento dei conti non si affrontano con i soli tagli alla spesa o con la forte competizione tra territori. Serviranno certo rigore, dimagrimento della macchina pubblica e liberalizzazioni che liberino le energie migliori, dove ci sono. Ma occorre anche una visione unitaria, solidale del Paese. Un’idea dell’Italia tutta, di una ricostruzione che si avrà se tutti i territori vi nuove speranze.

Va poi rimarcata la grande attualità di questa scelta, alla vigilia di decisioni cruciali sul bilancio comunitario, sulle risorse per le politiche regionali e, appunto, di coesione. Qui l’Italia rischia molto: un taglio forte a queste politiche penalizzerebbe proprio le nostre regioni, del Sud come del Nord. Il governo precedente ha purtroppo ignorato la questione, giungendo a firmare una lettera con altri Stati (dagli interessi opposti ai nostri in materia) che chiede una riduzione dei fondi per le politiche europee.
Oggi possiamo correggere queste scelte e presentarci in Europa con politiche che guardano all’interesse generale e che evocano un`Europa che non è solo austerità e privatizzazioni ma anche collaborazione e partenariati tra territori.
La nozione di «coesione territoriale», che si aggiunge a quella di «coesione economica e sociale», è una delle acquisizioni positive del nuovo Trattato di Lisbona. Fabrizio Barca è stato, nel dibattito europeo sul tema, uno dei più convinti sostenitori d`una politica di coesione ambiziosa, efficace, capace di mobilitare tutti i territori. Con lui l`Italia può tornare a dire la sua su questa questione cruciale. Per se stessa e per l`Europa tutta.

L’Unità 18.11.11

"Conflitti d´interesse e poteri forti", di Tito Boeri

Un primo risultato il governo Monti lo ha già ottenuto: lo spread fra i titoli decennali italiani e spagnoli si è ridotto al solo cambiamento di governo. Guardare al divario fra il rendimento dei Btp e i Bonos serve per tener conto della dimensione europea della crisi e degli interventi della Bce, comuni ai due paesi. Da quando Monti è stato nominato senatore a vita, la percezione del rischio dell´Italia sui mercati è migliorata. il divario tra Italia e Spagna che aveva raggiunto 142 punti base, è diventato ieri negativo. Questo significa che i mercati adesso ritengono la Spagna più a rischio dell´Italia. Il miglioramento complessivamente è stato di più di 150 punti, come dire che senza cambiamento di governo avremmo dovuto vendere i titoli di Stato a tassi superiori all´8 per cento, ben oltre la soglia di guardia. Queste dinamiche degli spread (e dei Cds, le assicurazioni contro il ripudio del debito) ci dicono anche che le valutazioni dei mercati rimangono selettive, continuano a tenere conto degli sviluppi nei singoli Paesi, anche se il rischio di crisi dell´intera area dell´Euro è aumentato ora che la crisi ha coinvolto paesi della dimensione di Italia e Spagna e sta lambendo la Francia. È un effetto legato alla credibilità personale del nuovo presidente del Consiglio, in forte contrasto con quella del suo predecessore a Palazzo Chigi. D´ora in poi non basterà comunque “metterci la faccia”. Il nuovo governo dovrà rapidamente approvare riforme di grande impatto per convincere i mercati che in Italia c´è stato un vero cambiamento di regime e che il nostro Paese è in grado davvero di attuare quelle misure che avremmo dovuto prendere molto tempo fa. Servirà non solo a noi, ma anche agli altri paesi dell´area dell´Euro.
Il nuovo esecutivo ha bisogno di tempo per attuare anche solo una minima parte del programma tracciato da Mario Monti nei suoi discorsi al Senato e alla Camera. Sarà decisiva, in questo senso, la capacità di distinguersi nettamente nello stile di governo dall´esecutivo precedente, ricostruendo quel rapporto di fiducia che si è progressivamente eroso fra i cittadini e le istituzioni. È questo il miglior antidoto contro gli sgambetti parlamentari. Per muoversi in questa direzione il governo potrebbe inaugurare la sua stagione proprio intervenendo sui costi della politica. In principio potrebbe farlo anche senza dover far votare una legge specifica al Parlamento, ma semplicemente riducendo gli stanziamenti per la Camera e il Senato. Solo le indennità parlamentari sono, infatti, determinate a norma di legge.
È altrettanto fondamentale che il governo risolva al più presto i potenziali conflitti di interesse che riguardano alcuni dei nuovi ministri. Quello più evidente attiene al nuovo ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti. Corrado Passera non è più amministratore delegato di Banca Intesa, ma deteneva fino a qualche giorno fa una quota significativa di azioni e di stock options dell´istituto di credito. Banca Intesa ha partecipazioni rilevanti nell´editoria, nelle telecomunicazioni, nel settore energetico e nei trasporti, insomma un po´ in tutte le aree di competenza del superministro. Se non lo ha già fatto negli ultimi giorni, Passera dovrebbe allora vendere immediatamente queste azioni o affidarle a un blind trust.
Questo non basterà a fugare il sospetto che il ministro abbia intenzione di portare avanti progetti che favoriscono le lobby di cui ha fatto parte, distogliendolo dal perseguimento dell´interesse generale. I sospetti riguardo a questo suo più sottile conflitto di interessi potranno essere fugati soltanto dimostrando sul campo di essere indipendente da questi “poteri forti”. Per fortuna i prossimi mesi offriranno diverse occasioni a Passera per dare prova di questa indipendenza. Vediamone le principali.
Sembra troppo tardi per modificare i termini delle gare per l´assegnazione delle frequenze del digitale terrestre che hanno sin qui visto una forte asimmetria di trattamento fra operatori telefonici (che hanno versato complessivamente 4 miliardi) e operatori televisivi, che si vedranno assegnate le frequenze gratuitamente, con beauty contest. Passera potrebbe rimediare a questa asimmetria, che non ha alcun fondamento economico, tassando tutti gli operatori televisivi che operano sul digitale in base all´utilizzo delle frequenze. La tassa andrebbe messa su ogni frequenza utilizzata, non sul fatturato: se poi gli operatori non vogliono pagare, dovrebbero restituire le frequenze allo Stato che potrà rimetterle a gara, come avviene nel Regno Unito.
Un altro passo importante sarebbe la costituzione di un´Authority nei Trasporti, un progetto di cui si parla da almeno 15 anni e che servirebbe fortemente per migliorare le condizioni competitive in cui operano le nostre imprese, si pensi ai costi esorbitanti della tratta aerea Roma-Milano. Ma forse il lavoro più importante (e più in rottura col suo passato) che il nuovo ministro dovrà svolgere riguardo l´accesso al credito da parte delle piccole imprese. È questo il canale principale attraverso cui la crisi del debito pubblico si sta trasferendo all´economia reale. Le piccole imprese incontrano crescenti difficoltà a finanziarsi e, quando ci riescono, lo fanno a costi crescenti. Nel ridurre gli impieghi le grandi banche italiane stanno infatti diventando ancora più strabiche nel trattamento di grandi e piccole aziende, che pure rappresentano il cuore pulsante dell´economia italiana.
La cosa più importante che si può oggi fare per evitare una nuova pesante recessione in Italia è intervenire sui fattori che sono alla base di queste asimmetrie di trattamento. È l´intervento più di “sviluppo” che si possa concepire in questo momento. L´esperienza di Passera può essere molto importante nel rilanciare i Confidi, istituti che garantendo i prestiti delle piccole imprese, dovrebbero ampliarne l´accesso al credito. Passera sa anche molto bene quanto l´accesso al credito sia oggi viziato da conflitti di interessi nella governance delle nostre imprese, per via di quella ragnatela di partecipazioni incrociate tra banche, assicurazioni e banche d´affari che spinge le prime a concedere prestiti a condizioni stracciate alle società partecipate per non sommare al rischio di credito anche quello di non percepire dividendi in quanto azionista.
Per rimuovere l´anomalia delle partecipazioni incrociate – che di fatto sottrae linfa vitale alle imprese fuori dalla ragnatela – bisognerebbe vietare agli istituti di credito di avere partecipazioni superiori a una soglia in imprese quotate che operano in settori diversi dal sistema creditizio, come le società di assicurazioni quotate, le grandi imprese che forniscono servizi di pubblica utilità e nel mondo dell´editoria. Oltre a privare di una grande quantità di credito le nostre imprese e impedire alle banche di diversificare maggiormente il loro portafoglio, questo sistema ha creato una grave forma di disinformazione sul vero stato del nostro sistema bancario. Doveva fino a qualche giorno fa essere il migliore del mondo. Stiamo invece scoprendo che le nostre banche hanno problemi strutturali di redditività, con un volume di sofferenze in forte aumento e percentualmente superiore che in altri paesi, alti costi fissi e una forte concentrazione del rischio su poche imprese e sui nostri titoli di stato.

La Repubblica 19.11.11