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"Scuole private, dove arriva la libertà", di Vladimiro Zagrebelsky

Il caso dell’insegnante che si è vista, negare il rinnovo di un contratto di insegnamento da parte di una scuola privata cattolica sulla base di un preteso suo orientamento sessuale che la scuola disapprova, offre occasione di un inquadramento del problema della discriminazione quando questa si confronti con esigenze fondate su legittimi orientamenti religiosi, ideologici o culturali. Si tratta di un terreno molto specifico, ove è necessaria un’attenta opera di distinzione e contemperamento delle esigenze diverse e opposte di rispetto della eguaglianza e di riconoscimento delle specificità. Il caso che attira ora l’attenzione riguarda il mondo dell’istruzione, ma anche altri ambiti, come potrebbe essere quello della sanità, espongono problemi analoghi. La libertà d’insegnamento assicurata dalla nostra Costituzione, accanto all’obbligo-per la Repubblica di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi, implica anche la libertà di istituire scuole da parte di privati. La legge, che fissa i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, come stabilisce ancora la Costituzione, deve assicurare ad esse piena libertà. Se sull’impostazione culturale della scuola pubblica incide in modo fondamentale il carattere di laicità, principio supremo della Repubblica, garanzia di pluralismo, equidistanza, non schieramento in favore di questa o quella religione o ideologia, da quel carattere per definizione si distacca una scuola privata, che si presenti come ideologicamente, religiosamente, culturalmente caratterizzata. Il riconoscimento costituzionale della libertà di istituire scuole diverse da quella statale, presuppone l’esistenza e la valorizzazione di differenti impostazioni di con tenuto .e metodo: diversità capaci di causare divisione e opposizione nella società e tuttavia essenziali per nutrire il pluralismo senza il quale non c’è società democratica. Nell’ispirazione della Costituzione la pluralità di istituzioni di istruzione è apprezzata, non solo tollerata. Essa si esprime di fatto in Italia e in Europa, insieme ad istituti privati laici, principalmente attraverso le scuole di ispirazione religiosa. Accanto a scuole cattoliche, ne esistono che sono espressione di Chiese riformate, altre sono legate alle comunità ebraiche, altre ancora sono scuole islamiche. Alla libertà di istituire scuole diverse corrisponde quella di scegliere a quale di esse far riferimento per l’istruzione e l’educazione propria o dei propri figli. L’esercizio di questa libertà presuppone la conoscenza dell’orientamento delle varie istituzioni scolastiche e l’affidamento che l’orientamento dichiarato sia effettivamente seguito. Non solo in Italia si à posto il problema di come la specificità di scuole «di tendenza» possa essere salvaguardata, rispetto al principio generale che afferma l’eguaglianza e il divieto di discriminazione tra i lavoratori, che sono in questo caso chiamati quotidianamente a dispensare un servizio per definizione culturalmente orientato. Nel diritto dell’Unione europea e in quello nazionale, la parità di trattamento in materia di lavoro, vieta ogni discriminazione legata «alla religione, alle convinzioni personali, agli handicap, all’età e all’orientamento sessuale». Tuttavia, nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, non costituiscono atti di discriminazione le differenze di trattamento praticate quando siano necessarie per realizzare gli scopi istituzionali nelle «istituzioni di tendenza», come sono gli enti religiosi o le altre organizzazioni pubbliche o private caratterizzate dalla professione di determinate’ religioni o convinzioni. Questa eccezione fornisce l’indicazione necessaria per sciogliere il conflitto esistente tra la libertà di insegnamento e la libertà religiosa fatta valere dalla scuola, e il diritto al lavoro, il diritto di espressione, la libertà di pensiero e di religione, il diritto al rispetto della propria vita privata rivendicati dall’insegnante. Risolutivi nei singoli casi sono i criteri di proporzione e ragionevolezza. Così vari casi portati all’esame della Corte europea dei diritti umani hanno avuto esito diverso. La Corte ha per esempio ritenuto giustificata l’esclusione dall’insegnamento della religione di un prete cattolico spagnolo che si era nel frattempo sposato civilmente ed era divenuto esponente di un movimento per l’abolizione dell’obbligo di celibato dei preti cattolici, mentre ha affermato che, con il licenziamento dall’impiego di organista e direttore del coro di una chiesa cattolica, era stato violato il diritto al rispetto della vita privata di una persona che aveva divorziato dalla moglie e conviveva con altra donna. Nel primo caso i giudici spagnoli e nel secondo i giudici tedeschi avevano avallato le decisioni prese dalle istituzioni ecclesiastiche, che avevano fatto valere il contrasto tra la dottrina cattolica e la condotta privata (ma notoria) dei dipendenti. La diversa natura dell’attività loro affidata ha finito con l’essere decisiva per condurre a decisioni opposte della Corte europea. Il tenore della disciplina legislativa in materia non deve far pensare che le «istituzioni di tendenza» abbiano mano libera rispetto ai loro dipendenti. I diritti fondamentali sopra richiamati delle persone non sono annullati. Il giudice, secondo quanto stabilisce la giurisprudenza europea, deve valutare l’esistenza dei fatti contestati al dipendente, l’incidenza di essi sulla attività che gli è affidata in rapporto al carattere proprio della organizzazione, e finalmente la proporzione e ragionevolezza della misura presa. Lo schema entro il quale si inseriscono i rapporti tra il diritto alla specificità delle scuole religiosamente caratterizzate e i diritti e libertà fondamentali di coloro che operano nel loro ambito, lascia aperto un problema ulteriore. Fino a che punto lo Stato può riconoscere la parità (ed anche finanziare) scuole private, quando emergano contrasti profondi con principi fondamentali dell’ordinamento della Costituzione repubblicana? Fino a dove il pluralismo culturale e il conseguente rispetto dell’autonomia delle organizzazioni religiose rappresentano un valore positivo da tutelare? Vi sono limiti oltre i quali vengono messe in discussione le fondamenta stesse della Costituzione? La deferenza rispetto a orientamenti religiosi tradizionalmen: te presenti in Italia ha lasciato sopito il problema. Ma da un lato la nuova reattività sociale rispetto ai diritti e le libertà delle persone, e dall’altro la nuova realtà di religioni non tradizionali, come quella islamica, impediranno di eludere un problema che è politico e giuridico insieme e che, quindi, richiede scelte politiche e, nei casi specifici, renderà inevitabili decisioni giudiziarie.

La Stampa 22.07.14

"Istruzione a basso rendimento", di Giovanni Scancarello

Il report dell’Ocse sul Bli, il nuovo indice del benessere: Italia sest’ultima su 36 paesi. E così anche la ripresa economica si fa più difficile

L’istruzione rende poco in Italia. Restiamo ancora sottopagati nonostante l’aumento dei livelli di istruzione. Anche se non mancano segnali positivi, sono soprattutto le differenze territoriali nella prestazione di apprenidmento degli studenti ad abbassare la media. È quanto emerge dalla lettura dell’indice di qualità della vita elaborato dall’Ocse. Alternativo al Pil, che misura soltanto la ricchezza prodotta in un Paese in un anno, l’indice di qualità della vita o better life index (BLI) misura il benessere non solo sul piano strettamente economico.

Messo a punto dall’Ocse, basato su undici categorie di parametri (lavoro, abitazione, reddito, educazione, relazioni sociali, ambiente, sanità, soddisfazione personale, governance, sicurezza, rapporto vita/lavoro), grande rilievo viene riservato all’istruzione, considerata non solo come variabile significativa del livello di qualità della vita di un Paese, ma anche come predittore di ulteriore benessere, anche sul piano economico. L’Italia è in coda al BLI in fatto di istruzione, siamo sest’ultimi su 36 Paesi. Il problema da noi è che il sistema di istruzione, misurato soprattutto sulla base dei risultati di apprendimento degli studenti nei test dell’Ocse Pisa, ci vede allungati più di altri Paesi, con gli studenti delle regioni del nord in testa nelle classifiche mondiali dell’apprendimento e quelli del sud in coda. In Italia la media del reddito pro capite è di 24.724 dollari l’anno, superiore alla media Ocse di 23.938 dollari. Ma qui si registra anche il divario più alto fra ricchi e poveri, con il 20% della popolazione più abbiente che guadagna sei volte di più del 20% dei meno abbienti. I primi guadagnano in media 48.444 dollari l’anno contro gli 8.616 dei secondi. Nonostante l’incremento di standard di qualità della vita registrato negli ultimi 15 anni, questo non è avvenuto per tutti. Il 58% degli italiani fra i 15 e i 64 anni sono occupati contro una media Ocse del 65%. Nella fascia 15 – 24 anni risultano disoccupati il 35.3% contro una media Ocse del 16.3%.

Un buon livello di apprendimento è un requisito importante per trovare lavoro. In Italia il 56% degli adulti di età compresa fra i 25 e i 64 anni guadagna l’equivalente della retribuzione prevista per un diplomato, mentre ciò accade in media a livello Ocse per il 75% dei casi. Altro primato è quello della retribuzione legata alle differenze di genere, per cui le donne guadagnano meno di quanto non avvenga nel resto dei Paesi Ocse, ma sono soprattutto i giovani i più bistrattati. Il 71% degli italiani di 25 – 34 anni guadagnano il corrispoettivo previsto per un diplamto contro la media Ocse dell’81%. Ma il dato sulle retribuzioni in relazione al titolo di studio non ci dice tutto sulla qualità del sisterma di istruzione. Questo indicatore serve poco come predittore della condizione economica delle nuove generazioni, che invece va messo in relazione ai risultati dei test in matematica, lettura e scienze dell’Ocse Pisa.

Nel 2012 l’Ocse ha misurato con i test di matematica, scienze e lettura le competenze degli studenti di 65 Paesi. La ricerca mostra che l’acquisizione di competenze è indice del benessere economico di una società più del numero degli anni passati a scuola. Giappone e Corea sono i Paesi con le prestazione più alta degli studenti ai test Ocse Pisa, rispettivamente con 538 e 537 punti di media. Altri Paesi top performer includono Finlandia (529), Estonia (523), Olanda (522) e Canada (522). La prestazione più bassa è quella del Messico con 417 punti di media. La media di punteggio degli studenti italiani è di 489 punti in lettura, scienze e matematica, inferiore alla media Ocse che è di 497 punti. A onor del vero l’Italia si è distinta nel gruppo dei paesi con il più alto tasso di recupero in matematica rispetto alle edizioni precedenti. In media le ragazze staccano di 7 punti i maschi, ma comunque meno di quanto non avvenga in media nel resto dei Paesi Ocse, dove i punti di scarto sono 10. Nonostante la prestazione comunque ancora sotto media dell’Italia, l’Ocse annovera il nostro fra i sistemi educativi migliori in fatto di accesso ad un’istruzione di qualità a prescindere dalle condizioni socioeconomiche di provenienza. In questo l’Italia, con il suo differenziale di punteggio medio di 83 punti fra gli studenti che hanno preso parte alla somministrazione, se la cava molto meglio di altri Paesi Ocse dove il differeziale medio è di 96 punti.

da Italia Oggi

"L'Italia abusa delle supplenze", di Antimo Di Geronimo

La normativa italiana sulle supplenze viola la normativa comunitaria. La violazione consiste nella facoltà, concessa dalla legge 124/99 all’amministrazione scolastica, di reiterare i contratti a tempo determinato. Senza limite. E senza che il legislatore interno abbia previsto alcuna sanzione in caso di abuso.

Questa, in sintesi, la posizione espressa dall’avvocato generale presso la Corte di giustizia europea, Maciej Szpunar, nelle conclusioni presentate il 17 luglio scorso in un giudizio promosso dalla Corte costituzionale e dal Tribunale di Napoli davanti ai giudici comunitari.

È giunto alle battute finali, dunque, il braccio di ferro che si sta disputando ormai da anni tra precari della scuola e amministrazione scolastica. E che sembrava essersi definitivamente risolto in favore del ministero, dopo la sentenza 10127/2012 del Corte di cassazione. Sentenza con la quale i giudici di legittimità avevano giustificato l’operato del ministero dell’istruzione. Che attraverso la reiterazione dei contratti non avrebbe abusato del ricorso alle supplenze, ma avrebbe delineato un vero e proprio criterio di reclutamento, finalizzato all’immissione in ruolo a seguito dell’accumulo del punteggio di servizio. Di qui la legittimità della normativa sul reclutamento che, peraltro, in quanto normativa speciale, per sua natura, risulterebbe indenne dalle limitazioni contenute nel decreto legislativo 368/2001, che recepisce la normativa europea sui contratti a termine, e nel decreto legislativo 165/2001, che, prevede sanzioni a carico della PA in caso di abuso del ricorso dei contratti a termine, ma non troverebbe applicazione nella scuola.

Dopo questa sentenza, la partita è stata riaperta a seguito di una questione di legittimità costituzionale sollevata da un Tribunale, incentrata sulla compatibilità tra la normativa interna (la legge 124/99) e l’ordinamento comunitario. Incompatibilità che, se accertata, determinerebbe una sorta di effetto collaterale. E cioè, l’incostituzionalità della legge 124/99 per contrasto con l’articolo 117 della Costituzione. Che ingloba l’ordinamento comunitario all’interno della Costituzione per effetto di una sorta di osmosi. I giuristi, a questo proposito, parlano di norma interposta. Un po’ come dire che l’ordinamento comunitario si inserisce a pettine nella Costituzione italiana.

E quindi, se una norma interna viola la normativa comunitaria, già solo per questo è da considerarsi incostituzionale. Prima di pronunciarsi, però, la Corte costituzionale ha chiesto lumi alla Corte di giustizia europea, che è il giudice preposto a dirimere questo genere di controversie. E adesso i nodi stanno venendo al pettine. L’avvocato generale, infatti, è una specie di pubblico ministero. E siccome si è pronunciato a favore della tesi dei ricorrenti, ciò depone a favore di una pronuncia in tal senso da parte della Corte di giustizia.

Va detto subito che il responso di Bruxelles non è vincolato dalla posizione dell’avvocato generale. Ma si tratta comunque di una posizione autorevole che la Corte terrà nel debito conto. Qualora i giudici comunitari dovessero bacchettare l’Italia, censurando la legge 124/99, la palla ritornerebbe alla Corte costituzionale. Che dovrebbe pronunciarsi sulla legittimità costituzionale di questa norma.

Il giudizio, quindi, potrebbe concludersi o con una sentenza di espunzione. Vale dire, con una sentenza con la quale la Consulta farebbe tabula rasa del sistema di reclutamento dei supplenti.

Oppure, come è probabile, con una sentenza additiva, per effetto della quale il legislatore italiano dovrebbe introdurre un sistema di sanzioni a carico dell’amministrazione scolastica in caso di abuso di reiterazione dei contratti a termine. Ad esito della sentenza della Consulta, l’ultima parola sull’esito del giudizio principale spetterebbe al giudice rimettente. E cioè al giudice di merito dal quale proviene la domanda originaria. E tutto ciò non mancherebbe di avere effetti anche sul contenzioso seriale già in atto.

da ItaliaOggi 22.07.14

"L’industria continua a soffrire", di Andrea Bonzi

Si dirà che era difficile sperare in qual- cosa di meglio, viste le ultime previsioni sul Pil. A dar la mazzata finale all’ottimismo sulla crescita italiana è stato ieri l’Istat, che ha certificato il calo (-1%) del fatturato dell’industria a maggio rispetto ad aprile, registrando flessioni sia sul mercato estero che su quello interno (rispettivamente -1,9% e -0,6%) e il calo degli ordinativi, con una diminuzione del -2,1% (-4,5% di quelli provenienti dall’estero e -0,2% di quelli interni).

E se corretto per gli effetti di calendario – i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 22 di maggio 2013 -, il fatturato totale cresce in termini tendenziali del +0,1%. Le cose peggiorano allargando il periodo considerato: nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo diminuisce dello 0,7% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,8% per il fatturato estero e -0,7% per quello interno).

SINDACATI PREOCCUPATI

Numeri che non passano inosservati al- le parti sociali. Susanna Camusso, numero uno della Cgil, ribadisce che il ca- lo della produzione industriale «è la nostra preoccupazione, anche nei giorni scorsi abbiamo lanciato l’allarme». La china che si intravede non piace alla leader sindacale. «Noi abbiamo un livello di processi annunciati di ridimensionamento dell’attività produttiva in set- tori strategici che ci fanno temere per la tenuta del nostro sistema industria- le», osserva Camusso, precisando: «Gli andamenti hanno come sempre degli elementi congiunturali, ma sono in realtà un segno di un progressivo ridimensionamento del nostro sistema industriale. Vediamo una totale disattenzione sui temi del lavoro, dell’industria, su quali scelte di investimento fa- re. E di come creare lavoro non si parla mai non solo nell’agenda politica». Il pensiero va agli allarmi lanciati nei giorni scorsi dai dipendenti della raffineria Eni di Gela e alle Ast di Terni (gruppo Thyssenkrupp).

«Se rinunciamo ad investire nella chimica, nella siderurgia facciamo due danni giganteschi – ammonisce Camusso – uno che ci saranno licenziamenti, due: quel po’ di industria che rimane dovrà alimentarsi dall’esterno e quindi diventeremo importatori delle materie prime che oggi produciamo per la manifattura in Europa».

Sulla stessa linea Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, che parla della conferma «che l’intero sistema produttivo italiano è ancora in crisi e non si intravede la fine della difficile fase economica». «Di fronte a questi da- ti – si legge nella nota di Foccillo – il governo deve intervenire immediata- mente con un vero piano di rilancio del- lo sviluppo e dell’occupazione, per dare un po’ di ossigeno alle imprese, sostenendole con la possibilità di un accesso al credito più facile e con investi- menti di risorse per finanziare infrastrutture, ricerca e innovazione e garantire occupazione».

È il calo dei consumi interni a preoccupare più Federconsumatori, che rilancia anche i dati del biennio 2012-13 (-8,1% pari ad oltre 58 miliardi di euro), e sprona il governo, sottolinenando lo scarso effetto degli 80 euro in busta paga, che potrebbero portare a un lievissimo aumento dello 0,4%.

I dati Istat, infine, fotografano la di- scesa degli alimentari, che segnano nel mese di maggio un -1,7%: «Cifre che – dichiara in una nota il presidente nazio- nale Confeuro, Rocco Tiso – gettano una pesante ombra sull’intero mondo agricolo. L’uscita dalla crisi sembra essere oggi più lontana e il primario, che negli ultimi tempi aveva fatto registra- re qualche dato positivo, ricade nel burrone».

L’Unità 22.07.14

"La diplomazia di Babele", di Luigi Bonanate

Il vuoto politico crea dei mostri, avrebbe potuto dire Goya. Una specie di ombra nera sta coprendo il mondo: è fatta di violenza, per un verso, e di assoluta inettitudine politica, dall’altra. Sotto questa cappa nessuno sa più che cosa fare. Non Putin che è incapace di controllare le frange estreme dei suoi accoliti o sta ingannando il mondo intero; non l’Unione Europea che non sa che pesci pigliare nello stabilire chi (tra le tante degne persone – nessuno ne dubita – che sono in lizza) possa diventare il suo rappresentante internazionale; non gli Stati Uniti, che per voler andare d’accordo con tutti non vanno più d’accordo con nessuno.

Ma siamo ancora abituati a guardare agli Stati Uniti come al primo e più importante protagonista della vita politica internazionale, e non riusciamo a capacitarci delle prove di inettitudine che da quel paese vengono in continuazione. Sia ben chiaro: non sono in discussione le gaffes del Segretario di Stato Kerry, ma l’incapacità politica statunitense ad affrontare le novità e, più ancora, le sorprese. Ma chiediamoci, con almeno un pizzico di finta ingenuità, perché ci giriamo sempre verso gli Usa? In un mondo che, dopo la fine del bipolarismo avrebbe dovuto essere formato soltanto più da Stati uguali tra uguali, e tra i quali soltanto più qualche differenza economica avrebbe potuto complicare i loro rapporti, in questo mondo ci accorgiamo tutti i giorni che la capacità statunitense di incidere sulla realtà, di far pesare la saggezza che deriva dalla loro esperienza e dalla forza (anche militare) di cui dispongono, non si incontra mai con le difficoltà che appaiono all’orizzonte. E nessuno dice nulla. Se la diplomazia è la modalità con la quale gli stati “si parlano”, ebbene sembra oggi giorno che nessuna diplomazia sia in grado di esprimersi in modo comprensibile. Due gravi crisi sono in corso e non se ne capisce più nulla. Non sappiamo che cosa succeda in Russia: se l’abbattimento dell’aereo di linea malese è stato voluto o autorizzato da Putin o se la cosa sia successa contro la sua volontà ci è non soltanto ignoto ma ormai irrilevante, mentre rivela che Putin non è in alcun modo affidabile. Israele effettua quelli che sono stati improvvidamente definiti dei raid “mirati” sulle installazioni militari di Gaza, ma la mortalità che risulta sembra poco coerente con quel tipo di azioni. La gente muore e quasi non se ne capisce il perché: nessuno dei due riuscirà mai a sterminare l’altro. Nello stesso tempo, abbiamo appena assistito al nuovo, terzo, insediamento di Assad alla presidenza della Siria, dopo delle elezioni assolutamente inaffidabili, dove probabilmente hanno votato più morti che vivi: ma non abbiamo detto nulla! Adesso la Turchia litiga con Israele ma anche con l’Egitto…
Come possiamo interpretare questo ingorgo politico-internazionale? La politica è troppo difficile per lasciare che se ne occupino i politici. O meglio: forse i politici non si occupano a sufficienza di ciò che succede lontano da casa e pensano che non li interessi se non limitatamente. Le cose stanno nell’esatto contrario: è il modo in cui gli Stati si mettono in rapporto l’uno con l’altro che decide che cosa poi succederà all’interno di ciascuno di loro. Le guerre, tanto per capirci, scoppiano nei rapporti internazionali e sono le loro esigenze che determinano i le azioni degli stati. Ciò significa, ovviamente, che la massima attenzione debba essere sempre rivolta al piano internazionale anche nell’ambito della politica interna che ha determinato. Bisogna che i politici sappiano fare politica: purtroppo, ce lo si lasci dire, sembra il contrario! La diplomazia deve servire prima delle crisi, non dopo, per curarle. Che oggi nessuno riesca a immaginare una soluzione positiva e pacifica per il conflitto arabo-israeliano non è perché una soluzione non esista, ma perché nessuno ha voluto seriamente cercarla.
Non dimenticando mai che la violenza non è la fine della politica ma un suo strumento e che la politica necessita di una profondissima riforma, ora, per poter ragionare, dobbiamo imporre una tregua alle parti, evitando sproloqui, malintesi, strafalcioni e metterci tutti insieme al lavoro. Sapendo che nulla si ottiene, al mondo, se non lo si paga: ma quello delle vite umane è un prezzo inaccettabile.

L’Unità 22.07.14

"Quella via possibile di uscita dal conflitto", di Ugo Tramballi

Immaginatevi un israeliano e un palestinese che discutono degli avvenimenti di Gaza. Per capire perché dopo tante guerre e processi di pace falliti, la tauromachia sembra essere senza fine non serve analizzare il ruolo dell’America, valutare la scomparsa di un vecchio ordine internazionale né l’efficacia di uno nuovo. Il petrolio ha scarsa presa e il dominio del mondo non conta perché Israele e Palestina insieme sono più piccoli dell’Emilia-Romagna.
Immaginatevi dunque un israeliano e un palestinese che discutono: non uno della destra nazional-religiosa ebraica e uno di Hamas. Due nella media che desiderano una soluzione del conflitto purché, comprensibilmente, non sia troppo di danno alla propria parte. Cioè la maggioranza quanto meno relativa dei due popoli.
«Avete già ucciso più di cento bambini», dice il palestinese. «Sono i terroristi che si fanno scudo di loro», risponde l’israeliano. «La nostra è una lotta di popolo, dobbiamo liberare la nostra terra», ribatte il primo. «Da Gaza ce ne siamo andati nove anni fa», insiste il secondo. Il palestinese: «Dalla Cisgiordania no, e continuate ad allargare gli insediamenti». L’israeliano: «Se cessa il terrorismo ce ne andremo anche da lì». «Ma quando abbiamo incominciato a parlare di pace, voi avete raddoppiato gli insediamenti», protesta il palestinese. «Non avremmo mai occupato quei territori se nel 1967 non fossimo stati attaccati, e quando abbiamo offerto di restituirli in cambio della pace, avete rifiutato», insiste l’israeliano. «Abbiamo rifiutato perché nel 1948 voi israeliani avevate occupato più terre di quelle che vi spettavano». «Dovevamo creare uno Stato per accogliere i sopravvissuti dell’Olocausto». «Cosa c’entriamo noi arabi con l’Olocausto? E comunque avete incominciato a venire qui molto prima». «Una presenza ebraica c’è sempre stata in Palestina». «Noi palestinesi siamo qui da centinaia di anni». «Arabi, non palestinesi. I palestinesi non sono mai esistiti».

A questo punto la disputa iniziata su Gaza 2014, sprofonda nei millenni, a Davide e Golia, fra le righe della Bibbia e del Corano. Il dialogo, se continua, è fra sordi. Nel 1996, dopo la morte di Yitzhak Rabin, quando inaspettatamente fu sconfitto da Bibi Netanyahu, Shimon Peres disse che «avevano vinto gli ebrei e perso Israele»: intendendo che il peso del passato aveva schiacciato il presente e il futuro. Tutti i conflitti affondano le loro radici nella storia ma non così in profondità come questo. E se isolate ogni battuta del colloquio – poi non così immaginario – troverete che ognuno afferma una ragione condivisibile. Ricomposte, quelle affermazioni formano un affresco comune di torti e di diritti difficilmente discernibili, a meno che non si scelga un campo per motivi ideologici o non si sia parte in causa della tragedia. In realtà è quasi impossibile cercare l’imparzialità, riconoscendo un insieme di verità comuni, perché i due contendenti pretendono dagli altri un’adesione assoluta. È per questo che il conflitto appare inalterabile e senza via d’uscita. Il confronto fra ebrei e arabi non è solo sopravvissuto al terremoto della fine della Guerra fredda e del bipolarismo. Non c’è mutamento geopolitico che lo abbia condizionato: ogni volta che attorno le cose cambiavano, il conflitto si evolveva anziché trovare una soluzione. Era iniziato alla fine del XIX secolo, quando dominava l’impero ottomano; è continuato nel XX durante il mandato coloniale britannico della Palestina; prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Quando nacque Israele erano i sovietici che pensavano di sostenere il giovane Paese socialista, e gli occidentali le monarchie arabe. Invece è successo il contrario. In questi ultimi due mesi di caos le startup israeliane hanno raccolto investimenti esteri per circa un miliardo di dollari: come se esistessero due Israele, Atene e Sparta contemporaneamente. E negli anni ’90, nella fase migliore del processo di pace, la Palestina aveva avuto una crescita economica mai conosciuta prima: questo non ha impedito che dal 2000 l’Intifada ricominciasse, vanificando il miglioramento della qualità della vita dei palestinesi. La razionalità dell’economia non è mai riuscita a scalfire l’irrazionalità del conflitto, col tempo trasformatosi in una faida più che in un confronto fra risorgimenti nazionali. Gli israeliani sembrano crogiolarsi nella loro incapacità di uscire dall’occupazione e i palestinesi in quella di liberarsene. È ingenuo pensare che la coraggiosa iniziativa di papa Francesco potesse offrire una soluzione a un’avversione così profonda fra i due popoli. Tuttavia l’aspetto più irragionevole del perdurare del conflitto è che una soluzione c’è. Esiste, costruita fra alti e bassi durante il processo di pace fra il 1991 e il 2000. Spartizione di Gerusalemme, confini, diritto al ritorno dei profughi palestinesi e colonie ebraiche, sicurezza di Israele e Stato di Palestina, risorse idriche, collaborazione economica. C’è tutto, frutto di una breve fase di pragmatismo e logica diplomatica. Manca solo la volontà di ammettere che la politica è l’arte del compromesso.

Il SOle 24 Ore 22.07.14

"Eterologa, i Nas in clinica. Annunciate 4 gravidanze", di Adriana Comaschi

Dopo dieci anni di divieti i figli dell’eterologa tornano a nascere in Italia. Tre e Roma, uno a Milano, secondo quanto riferito dall’associazione Luca Coscioni e dal ginecologo Severino Antinori, uno dei pioneri della fecondazione da donatori esterni alle coppie nel Belpaese e protagonista ieri di un duro attacco al ministro della Salute Beatrice Lorenzin per l’arrivo dei Nas nella sua clinica milanese. Per tre ore infatti i Carabinieri hanno scartabellato la documentazione sulla prima coppia, che ha deciso di tentare alla Matris di Antinori l’eterologa già all’indomani della sentenza della Consulta che ne ha bocciato il divieto contenuto nella legge 40: «È un atto intimidatorio, il ministro si dovrebbe di- mettere», la reazione a caldo del medi- co. Né basta a calmare le acque la precisazione di Lorenzin sul fatto che l’ispezione sarebbe stata decisa in modo autonomo dal nucleo dei Carabinieri a tutela della Salute, deputato a verificare che non vi siano irregolarità amministrati- ve o sotto il profilo sanitario. Il ministero non esclude comunque eventuali provvedimenti, una volta ricevuta l’informativa sugli accertamenti, anche sui casi romani.

Lo scontro riaccende comunque i riflettori sulla possibilità di procedere in assenza di nuove indicazioni ministeriali sulle procedure: «Aspettiamo le linee guida del ministero da tre mesi, questo è un modo per ritardare sine die il ritorno dell’eterologa in Italia», accusa senza mezzi termini Antinori, «le coppie invece devono sapere che già oggi si può farla anche nel nostro paese», che dunque il pronunciamento della Corte Costituzionale non rimane lettera morta.

IL PARERE DEI GIURISTI

«Queste nuove fecondazioni sono tutte legittime», rincarano giuristi come il segretario dell’Associazione Luca Coscio- ni Filomena Gallo e Gianni Baldini, docente dell’ateneo fiorentino. A partire anzitutto dal cuore della sentenza della Consulta che tre mesi fa ha affossato il punto più odioso e dolente della legge 40 per migliaia di coppie italiane: «Nessun vuoto normativo» una volta eliminato il divieto di fecondazione eterologa. Se il princìpio affermato è quello che non vi devono essere discriminazioni tra le coppie (quelle costrette a rivolger- si a centri stranieri per tentare un’eterologa affrontano costi molto maggiori) e che il diritto a un figlio è «incoercibile», diventa chiaro – ribadiscono i due avvocati – come la mancanza di linee guida non possa in alcun modo diventare un ostacolo di fatto alla fruizione della fecondazione eterologa in Italia.

In particolare, a chi come la deputata Ncd Eugenia Roccella sostiene che le procedure non si sarebbero potute effettuare senza nuove linee guida, i legali ricordano che tutti i soggetti coinvolti sono comunque tutelati, «coppie, nati e donatori anonimi», e citano un passaggio della sentenza 162 della Consulta: «In relazione al numero delle donazioni è, poi, possibile un aggiornamento delle Linee guida, anche alla luce delle discipline stabilite in altri Paesi europei (qua- li ad esempio Francia e Regno Unito), ma tenendo conto dell’esigenza di consentirle entro un limite ragionevolmente ridotto».

Le notizie dei primi test positivi di gravidanza in seguito a fecondazione eterologa arrivano quasi in contemporanea da Milano e da Roma. All’ombra della Madonnina proprio ieri una coppia pugliese ha visto realizzato il sogno inseguito con dolore e fatica per anni, per problemi di infertilità. Dopo tre viaggi all’estero senza successo, un me- se fa i due hanno potuto ricorrere al seme fornito da un donatore anonimo alla Matris dopo la sentenza della Consulta: ieri appunto l’ecografia che ha confermato la gravidanza. Risale a una settimana fa poi la notizia «bella e importante» di una coppia «che grazie a una do- nazione di gameti ha ottenuto una gravidanza nella propria città, Roma – racconta Gallo -: ha voluto condividere con noi questo momento di grande emozione e gioia dopo aver portato avanti insieme per dieci anni una lunga battaglia contro i divieti della legge 40». Anche in questo caso alle spalle c’è un problema di infertilità, dovuta in particolare a una cura chemioterapica, la coppia ave- va già programmato un viaggio in Spagna ma dopo la sentenza della Consulta ha deciso di rimanere. Ancora Gallo rende noto che pochi giorni fa altre due coppie hanno potuto accedere alla fecondazione eterologa, sempre nella ca- pitale. «Queste sono notizie che danno fiducia nel futuro – sottolinea poi Gallo – e non devono essere strumentalizzate da parte di nessuno. Nei prossimi mesi saremo di nuovo alla Consulta per gli ultimi divieti della legge 40, che interes- sano ad esempio coppie fertili portatrici di patologie genetiche. Ci auguriamo che anche il Governo e il Parlamento si adoperino in questo senso».

L’Unità 22.07.14