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"Non c'è Europa senza una politica estera", di Adriana Cerretelli

L’Europa ha lanciato ieri il secondo ultimatum alla Russia di Putin in meno di un mese. Il primo è andato a vuoto, dimenticato. Il secondo forse non farà la stessa fine perché, se di fatto si può provare a chiudere un occhio sull’annessione della Crimea e sui torbidi della crisi ucraina in bilico tra guerra civile aperta e scissione, perfino per la cinica Europa diventa difficile ignorare il crash di un aereo di linea.

L’aereo abbattuto da un missile partito dall’Ucraina separatista e i suoi 298 morti, quasi 200 olandesi. Forse, se la Russia continuerà a non cooperare per fermare i secessionisti da Kiev, le sanzioni europee, finora poco più che simboliche, faranno dunque un salto di qualità per colpire settori-chiave come mercato dei capitali, difesa, high-tech, energia. Forse, perché ancora non sono state messe a punto, perché tra i 28 non c’è ancora l’accordo, escluse ieri le dovute parole forti di condanna dei ministri degli Esteri Ue sull’onda di un’unanime e unitaria reazione emotiva. Forse, infine, perché ci vorrà un vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo dell’Unione per vararle, forse entro il 1° agosto.
Gli Usa premono pesantemente e al tempo stesso ironizzano sull’Europa imbelle e spaccata, chiedendosi se l’abbattimento di un aereo civile «potrà bastare a darle la sveglia». In realtà per ora Francia e Gran Bretagna, le uniche due potenze militari europee il cui accordo è ineludibile se davvero si vuole cominciare a immaginare la creazione di una politica estera e di difesa comune, non solo hanno riposto nel cassetto le vecchie ambizioni integrazioniste ma in queste ore giocano addirittura a rinfacciarsi accuse di collaborazionismo con la Russia: Londra ritiene «impensabile» che François Hollande rispetti il contratto da 1,2 miliardi firmato nel 2011 per la vendita a Mosca di due navi da guerra. Parigi ritorce ricordando che David Cameron ospita a Londra «comari e oligarchi» vicini al presidente russo.
Del resto nei rapporti con Mosca tutti in Europa hanno più di uno scheletro nell’armadio: se sull’ipotesi di un embargo sulla vendita di armi è la Francia il Paese più riluttante (ma non il solo), Gran Bretagna e Austria frenano sulle sanzioni finanziarie, mentre quelle energetiche mettono alla prova i paesi dell’Est, Germania e anche l’Italia.
A questo punto però il problema è ben altro. E per tutti, nessun Paese escluso. Il problema è sapere fino a quando l’Europa può illudersi di poter continuare ad anteporre i suoi interessi economici a breve a qualsiasi altra considerazione, etica e strategica, senza poi pagarne lo scotto. Il modello del gigante economico che riposa sul suo mercato unico e sulla sua moneta unica, senza pensare quasi a niente altro, non funziona più: non solo perché l’Europa invecchia e cresce sempre meno e deve fare i conti con l’interdipendenza globale che non cessa di morderla ai fianchi ma anche perché la Nato sta cambiando pelle e la garanzia dello scudo americano resta ma non più nella versione illimitata e incondizionata dei bei tempi andati. Sono anni ormai che gli Stati Uniti pretendono un impegno sempre più concreto degli europei sulla difesa, in termini di maggiore spesa e non solo. Finora senza esito.
Ma fino a quando l’Europa potrà continuare a far finta di non sentire? E addirittura di non vedere di essere diventato un continente letteralmente sotto assedio?
Non c’è solo la crisi ucraina con il suo ignoto portato di destabilizzazione a ribollire alle frontiere, all’ombra di una Russia dai progetti di potenza forti e insieme ambigui. C’è la Siria, la sua sanguinosa guerra civile e lo spettro di un’altra spartizione, c’è l’Iraq che barcolla sotto i colpi di nuovi estremisti islamici, c’è lo scontro in atto tra sunniti e sciiti, c’è la Libia divisa in due, ci sono l’Iran e gli emiri del Golfo che mestano nella regione, il Medio Oriente in fiamme, il Nordafrica che non smette di scaricare profughi e disperati su confini e coste europee.
Oggi una politica estera e di difesa comuni, come un ripensamento della cultura europea del pacifismo cieco e acritico inseguendo un mondo che non c’è, come una politica di immigrazione e di integrazione degli immigrati a livello europeo sono urgenze, o meglio emergenze, che non si possono più ignorare. Senza rischiare alla lunga di farsi male. Molto male. Purtroppo l’Europa per ora si limita a baloccarsi, peraltro con fatica, con il pallottoliere delle sanzioni: una a te, un’altra a me, anzi no. Se non cambia, di questo passo non riuscirà ad andare molto lontano.

da Il Sole 24 Ore

"Il labirinto delle garanzie", di Michele Ainis

Il Titanic delle riforme rischia d’affondare sbattendo contro un doppio iceberg. L’elezione diretta del Senato, in primo luogo: respinta dal governo, però caldeggiata da Grillo, auspicata da Alfano, bramata da un fronte eterogeneo del dissenso tra le file del Pd e di Forza Italia. E in secondo luogo le preferenze per eleggere i nuovi deputati, negate anch’esse dall’ Italicum , ma agognate anch’esse come il primo amore. Errore: non è su questi ostacoli che può interrompersi la navigazione. Dopotutto, «Batman» Fiorito ottenne 26 mila voti di preferenza. E un Senato non elettivo costituisce la regola in Europa: funziona così in Francia, Germania, Austria, Olanda, Regno Unito, e almeno parzialmente in Belgio e in Spagna.
Dov’è allora lo scoglio? Sott’acqua: c’è, ma non si vede. Come la trama impercettibile di relazioni e di reciproche influenze tra i poteri dello Stato, come il gioco di pesi e contrappesi che garantiscono la tenuta del sistema. Ecco, le garanzie. Il bicameralismo paritario rispondeva a quest’ultima funzione, nel bene e nel male. Se ce ne sbarazziamo, se al contempo iniettiamo vitamine nelle vene del governo, dobbiamo giocoforza individuare altri presidi della legalità costituzionale. Perché vale pur sempre l’antidoto del vecchio Montesquieu contro ogni deriva autoritaria: «Il potere arresti il potere». E quale potere dovrà armarsi d’un fischietto? Non il nuovo Senato: per come si va configurando, diventerà un raccordo fra lo Stato e gli enti decentrati, non un organo di garanzia. Nemmeno un’altra authority , come se le 14 esistenti non fossero abbastanza. Ma è sufficiente rafforzare i garanti già indicati dalla Costituzione, a partire dal capo dello Stato.
Qui però sbuca l’inghippo. Con un Senato di 100 componenti, e senza più il concorso dei delegati regionali, il presidente verrà eletto da un collegio di 730 parlamentari. Ergo , al partito che incassa il premio di maggioranza nell’aula di Montecitorio basteranno 26 senatori per spedire un proprio fiduciario al Quirinale. E il fiduciario nominerà a sua volta 5 persone di fiducia alla Consulta, dispenserà grazie e medaglie ai fedeli del partito, ne eseguirà ogni ordine da uomo fidato. E no, non ci fidiamo. Ma il rimedio è già nero su bianco: l’emendamento Gotor-Casini, che allarga la platea dei grandi elettori ai 73 europarlamentari, votati con il proporzionale. D’altronde, non è forse vero che l’Italia è ormai una cellula dell’Unione Europea? E non è vero che il presidente assorbe varie competenze in questo campo, sia in politica estera che in materia di difesa?
Dopo di che c’è ancora qualche pezza da cucire. Per esempio attribuendogli il potere di rinviare le leggi una seconda volta, con un veto superabile soltanto a maggioranza assoluta. Innalzando il quorum per eleggere il presidente della Camera, in modo da affiancare all’arbitro un guardalinee più autorevole. Permettendo l’accesso delle minoranze parlamentari alla Consulta. Disinnescando i conflitti d’interesse, e quindi sottraendo ai deputati il potere di decidere sulla validità della propria elezione, sulle immunità, sulla paga di Stato. Potenziando gli istituti di democrazia diretta, l’unica pistola che hanno in tasca i cittadini. Rendendo obbligatorio il referendum confermativo su ogni riforma costituzionale, compresa quella in cantiere. Del resto, proposte analoghe possono già leggersi fra i 7.850 emendamenti depositati in Senato, anche se è un po’ come cercare l’ago nel pagliaio. Ma basta dotarsi d’una lente, e avere voglia di guardare.

da Il Corriere della Sera

"Da invenduto a social housing, piani di riconversione", di Mauro Salerno

Potrebbe arrivare già oggi in Consiglio dei ministri il disegno di legge delega per la riscrittura del Codice degli appalti. Lo ha confermato ieri parlando all’assemblea dell’Ance Riccardo Nencini, il viceministro alle Infrastrutture che segue in prima persona la partita della riforma. Ma a Porta Pia si lavora a un altro tema caldo sul fronte sociale e sensibile per i costruttori: trasformare le abitazioni rimaste invendute a causa della crisi, in un bacino di nuovi alloggi popolari, utile a stemperare la tensione abitativa nelle grandi città e a ridurre il «magazzino» rimasto in pancia ai costruttori.
«Stiamo studiando una soluzione a un tavolo cui partecipano anche l’Abi, Cdp e sono presenti anche i costruttori – ha spiegato il viceministro -. Dobbiamo trovare una soluzione a un problema paradossale: da una parte abbiamo l’emergenza casa in alcune grandi città, dall’altra abbiamo uno enorme stock di case rimaste invendute». La soluzione cui si sta pensando ai piani alti di Porta Pia è quella di istituire un fondo capace di trasformare un parte degli immobili che non hanno trovato sbocco sul mercato (da 200mila a circa 400mila unità in base alle stime) in housing sociale. Trovando così anche una soluzione alla cronica mancanza di fondi che di fatto ha bloccato le nuove iniziative di edilizia popolare.
Più vicina la riforma del codice. Il disegno di legge delega potrebbe entrare già al Consiglio dei ministri di oggi, per poi essere assegnata in fretta all’esame parlamentare. «È questione di giorni», ha confermato ieri Nencini che ha anche ricordato i principi guida cui si atterrà la riforma. Il codice sarà riscritto, asciugato a circa un terzo dei 600 articoli che attualmente compongono codice e regolamento attuativo. «Semplicità, trasparenza e accelerazione delle procedure» sono gli obiettivi elencati da Nencini che ha anche ricordato come «secondo l’ultimo rapporto della Guardia di Finanza il 68% delle gare bandite nel primo trimestre dell’anno presenta irregolarità varie». Questo, ha aggiunto, «dimostra che è necessario un intervento: ma accanto alla trasparenza dobbiamo garantire la crescita, altrimenti falliamo l’obiettivo. Le gare devono portare alla realizzazione delle opera, devono essere “teleologicamente” certe». Con la semplificazione arriverà la riscrittura della legge obiettivo sulle grandi opere affiancata da una nuova normativa sulle lobby con l’istituzione di un registro dei «portatori di interessi» e soprattutto di una disciplina organica del débat public sulle grandi opere. Un modo per tenere conto delle istanze del territorio sulle infrastrutture garantendo però che, svolte la procedure, la decisione finale spetta sempre all’organo di rappresentanza di riferimento. Una riforma che in qualche modo viaggia a braccetto con la modifica del Titolo V della Costituzione, ora in Parlamento. «Se un’opera è di carattere nazionale, deve essere il governo nazionale a decidere. Non ci può essere un palleggio di responsabilità tra governo centrale e Regioni», ha sottolineato Nencini.
Novità anche sul fronte dell’edilizia scolastica, dopo il via la piano «Scuole belle» con 20.845 interventi di piccola manutenzione tra il 2014 e il 2015. «Dal primo gennaio – ha annunciato il sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi – avvieremo anche un programma di interventi per la costruzione di nuovi istituti finanziato con un miliardo e improntato a criteri di progettazione innovativa».

da Il Sole 24 Ore

"Le «piccole» che battono la crisi", di Andrea Biondi

Proiettate oltreconfine, con una crescita media annua 3 volte superiore ai settori

La Nuceria Adesivi (55 milioni di euro ), nata a metà degli anni 80 con sede a Nocera Superiore e attiva nel settore delle etichette e dei nastri adesivi è una delle aziende (che si contano sulle dita di una mano) autorizzate a produrre i bollini ottici farmaceutici. «Abbiamo creato un software che ci permette di dialogare in real time con i programmi dei clienti, che in genere sono multinazionali della cosmesi e della detergenza», spiega il direttore generale Guido Iannone, 30 anni.
Ma fra chi ha legato il suo core business a innovazione e digitale un testimonial d’eccellenza è anche la Sigma, attiva nell’automazione industriale, 44 milioni di ricavi, con sede ad Altidona (Fermo), di cui tutti hanno inconsapevolmente contezza quando si avvicinano a bancomat o biglietterie self service (che produce). Altro caso è quello di EidosMedia, numero uno mondiale nel settore dei sistemi editoriali, con sede a Milano che ha fra i maggiori clienti «anche Newscorp », dice Gabriella Franzini, amministratore delegato di questa azienda da 40 milioni di euro di fatturato e 220 dipendenti «a oggi».
Sono solo tre dei casi di cui si è parlato ieri a Milano durante la presentazione dei risultati dell’Osservatorio Pmi di Global Strategy. “Pmi italiane fra tradizione e innovazione” era il titolo del convegno – organizzato a Milano in collaborazione con Borsa italiana, con il supporto di Schroeders Wealth management e dello studio Negri-Clementi e cui hanno partecipato anche Fabio Vaccarono (Google Italia) e Alberto Baban (Piccola industria di Confindustria) – durante il quale sono stati presentati i dati. «Siamo onorati – dichiara Ugo Formenton, Head of Business Development di Schroders Wealth Management–- di sostenere questa iniziativa che mettere in luce le storie di imprenditori che, nonostante le difficoltà, hanno saputo dimostrare di eccellere». La ricerca , spiega Antonella Negri Clementi, presidente e ad di Global Strategy «evidenzia come in Italia esista un gruppo di aziende che, nonostante operi in settori maturi, ha scelto di puntare su innovazione e internazionalizzazione».
A questa passerella di positività hanno contribuito anche i casi di Elemaster (apparati elettronici), Foscarini (apparecchiature per illuminazione di design), Fabiana Filippi (tessile), per quelle che lo studio ha catalogato come Pmi “eccellenti”: aziende che crescono a un ritmo 3 volte superiore alla media del settore e a dispetto della crisi hanno raddoppiato il loro reddito operativo negli ultimi 5 anni, rafforzando la propria solidità solidità finanziaria, all’interno di un universo di 8mila aziende con fatturaro fra 20 e 250 milioni di euro.
Nel dettaglio, si tratta di 327 Pmi “eroiche” con tassi di crescita medi annui del fatturato tre volte superiori rispetto all’universo di riferimento (+10% contro +3%) e un reddito operativo che è cresciuto nel periodo 2008-2012 del 19% medio annuo (contro una diminuzione media del 3% da parte delle Pmi “normali”). Si tratta di imprese che operano in settori maturi (oltre il 30% appartiene alla meccanica e alla metallurgia), anche se si assiste a una progressiva affermazione di quelle di servizi principalmente attive nello sviluppo software. In secondo luogo, tre su quattro sono situate nel Nord Italia (73%); solo il 7% in Sud e Isole. E ancora, si tratta di aziende dalla forte vocazione globale: realizzano infatti quasi il 40% del loro fatturato all’estero, e prevedono di incrementare tale quota nei prossimi tre anni mediamente del 9 per cento
L’ospite d’onore ieri è stata però soprattutto l’innovazione digitale. In effetti, le Pmi eccellenti sono fortemente orientate all’innovazione: investono ben il 5% del loro fatturato in ricerca e sviluppo. In particolare, è interessante notare che la maggior parte di questo budget (53%) è ancora destinato al miglioramento del prodotto, mentre gli investimenti in digitalizzazione sono pari al 15 per cento. Il 73% degli imprenditori ritiene poi che l’uso e lo sviluppo di piattaforme digitali potrebbe rappresentare un valido sviluppo alla crescita internazionale.
Se queste sono opportunità da cogliere, ancora ieri da Bruxelles, con un report della commissione Ue, arrivava un richiamo “sulla terra”. Solo per dare un numero: la copertura della banda larga fissa da 144 Kbps in Italia è del 98,5% (media Ue: 97,1%), ma la copertura Nga è del 20,8% (pur se in crescita del 48%), contro una media Ue del 61,8 per cento.

Il Sole 24 Ore

"Investimenti per 1,4 mld e 25mila posti di lavoro", di Luigina Venturelli

La politica industriale, o meglio, l’assenza di una politica industriale degna di questo nome, è stata in questi anni una costante fonte di conflitto tra i sindacati e Palazzo Chigi, chiunque ne fosse l’inquilino. E certo non ha fatto eccezione l’esecutivo guidato da Matteo Renzi, a cui le organizzazioni confederali non hanno risparmiato critiche per la scarsa incisività degli interventi finora adottati in tema di lavoro. Ma i ventiquattro contratti di sviluppo firmati ieri dal presidente del Consiglio – per un valore complessivo di 1,4 miliardi di investimenti, di cui 700 milioni provenienti dalle casse pubbliche attraverso fondi Ue, in grado di salvaguardare o creare 25mila posti di lavoro, l’80% dei quali al Sud – hanno modalità e finalità concrete e ben definite, che raramente si riscontrano in provvedi- menti politici.

I PROGETTI CO-FINANZIATI
Nei contratti di sviluppo finora siglati, 12 già stipulati nei mesi scorsi e 24 autorizzati ieri, ci sono infatti interventi di sostegno a progetti strategici nei settori industriale, agro-alimentare, turistico e della tutela ambientale. Con nome e cognome. Ci sono 71 milioni di euro di investimenti più 22 milioni di agevolazioni per Telecom Italia, al fine di realizzare un’infrastruttura in fibra ottica in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Sempre nel settore delle telecomunicazioni, ci sono i 65 milioni del contratto Vodafone per il potenziamento della rete mobile e fissa al Sud. Euralenergy, l’ex Eurallumina, impegnata nella produzione energetica, ha messo sul piatto 100 milioni, a cui se ne aggiungeranno 74 di provenienza pubblica in agevolazioni, per la costruzione di un impianto di cogenerazione di elettricità a vapore nell’area del Sulcis in Sardegna, sufficiente a garantire un posto di lavoro a 357 addetti, tra dipendenti tutelati e nuova occupazione. A quasi 4mila addetti, invece, si rivolge il programma di investimenti per 75 milioni in St Microelectronics, finalizzati al potenziamento dell’impianto di Catania che produce semiconduttori.

Nell’elenco figurano poi il gruppo di elettrodomestici Whirlpool, che ha appena acquisito Indesit ed è coinvolto per l’incremento della capacità produttiva dello stabilimento di lavatrici di Napoli, ma anche Mbda Italia, Prysmian, Seda Italy, Denso Manifacturing, e due aziende del farmaceutico come Sanofi Aventis e Dompè, per l’introduzione di nuovi prodotti e la creazione di un centro di sviluppo a L’Aquila. Ben nutrito è poi il gruppo dei progetti nel comparto agro-alimentare, che comprende strutture di stoccaggio per l’aceto della Ponti, l’ampliamento degli stabilimenti di conserve Regina San Marzano, quelli del caffè campano Kimbo ed ancora l’acqua Ferrarelle, la pasta Molino e De Cecco, i vini spumanti Giovanni Bosca Tosti, i salumi Siciliani, il gruppo Oleario Portaro e la passata di po- modoro Benincasa. Sono invece le strutture alberghiere a dominare nel comparto del turismo, soprattutto nei comuni vesuviani e sulla costa ionica.

Progetti con cui «il governo prova a dare un messaggio concreto di investimento sul paese a partire dalla politica industriale» ha spiegato il premier Renzi, sottolineando anche «l’elemento molto significativo di apertura» verso i mercati internazionali e le risorse che possono immettere nel nostro tessuto produttivo, visto che il 44% dei contratti di sviluppo del provvedimento appena varato – le cui procedure saranno interamente gestite da Invitalia – si riferisce ad aziende controllate da gruppi esteri. Sul lavoro e sul rilancio dell’occupazione, del resto, «la politica si gioca la sua credibilità». E se l’obiettivo ultimo individuato dal presidente del Consiglio è di lungo periodo – «alla fine dei mille giorni l’Italia sarà nelle condizioni di guidare la ripresa economica e non di essere il fanalino di coda» in Europa – la salvaguardia della produzione e dell’occupazione dei singoli progetti industriali sarà presto verificabile.

Si capisce, dunque, la soddisfazione delle organizzazioni sindacali. In particolare della Cgil, che «ritiene positiva questa boccata di ossigeno per gli investimenti, vista la perdurante crisi e il costante calo dell’occupazione». Pur ricordando i lunghi «anni di attesa» necessari per vedere firmati i primi contratti di sviluppo della programmazione 2007-2013, le cui risorse Ue a fine mese avrebbero visto una decurtazione in ragione dei ritardi di spesa.

da L’Unità

“Crac comunali colpa dei tagli 17 miliardi nel giro di sei anni”, di Federico Fubini

Forse nemmeno lui aveva mai fatto esattamente i conti. Ma Piero Fassino, sindaco di Torino (eletto per il Pd) e presidente dell’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni, non è sorpreso dalla constatazione che le città paralizzate dai debiti in Italia sono circa 180. «Per molte amministrazioni la situazione finanziaria è estremamente precaria — concede — ma pochi si rendono conto che i Comuni in questi anni hanno affrontato sacrifici maggiori dello Stato centrale o delle Regioni».
Insomma i dissesti sono dovuti ai tagli, non all’eccesso di spesa o alla contabilità creativa dei sindaci?
«Basta guardare alle cifre. Tra il 2008 e il 2013 i comuni hanno avuto una riduzione di risorse per 17 miliardi di euro. Una metà dovuti a minori trasferimenti dello Stato centrale, un’altra metà come contributi al patto di stabilità interno sotto forma di versamenti o di tagli. Mi pare una somma rilevante e questo ha messo in difficoltà tutti i Comuni».
Vuole dire che i Comuni contribuiscono alla riduzione di spesa più degli altri rami dell’amministrazione?
«I dati Istat dimostrano che nel periodo 2008-2013 la spesa pubblica dei Comuni è scesa, mentre la spesa dello Stato è aumentata. Negli anni non tutte le giunte hanno dimostrato la stessa capacità e efficienza di gestione, ma il peso caricato su di noi è stato molto maggiore. Il debito pubblico dei Comuni è il 2,5% del debito pubblico totale e la spesa è il 7,6% della spesa dello Stato. Il problema dei conti pubblici non siamo noi».
Per finanziare il bonus di 80 euro, Matteo Renzi vi ha chiesto 700 milioni di nuovi tagli. Li avete fatti?
«Abbiamo tagliato, certo. Nella nostra amministrazione abbiamo ridotto del 5% tutti i contratti di servizio e la spesa per il personale. La realtà è che si è gravato molto più sui Comuni che sullo Stato centrale. Torino, Milano o Firenze hanno fatto delle spending review durissime; queste città contribuiscono proporzionalmente alla stabilità di bilancio dell’Italia più dei ministeri o delle Regioni. L’aumento dei Comuni in sofferenza è una spia di questa realtà».
I sindaci possono sempre alzare le aliquote sulle tasse locali, prima di dichiarare dissesto…
«La fiscalità locale è salita per un ammontare pari a metà degli tagli subiti, in resto incide sul vivo».
Molte giunte mettono all’attivo multe di 20 anni fa mai riscosse o danno stime fantomatiche sui patrimoni cedibili. Contabilità creativa?
«Questo riguarda il passato. Adesso è stato introdotto un vincolo stringente: siamo obbligati a radiare tutti i crediti — dalle multe alle bollette — più vecchi di cinque anni. Se una giunta copre le spese somme inesigibili, da ora in poi rischiano poi di incidere sui loro fondi di riserva. Non ci sono più margini per far sembrare il bilancio meglio di quello che è, ed è giusto che sia così».
Peraltro ora i cittadini sono incoraggiati a pagare le multe subito, perché hanno lo sconto del 30%…
«E i Comuni incassano di meno! Anche questo è un provvedimento figlio dei governi».
I Comuni in dissesto accusano Roma e Napoli: dicono che hanno avuto un trattamento di favore, malgrado i buchi di bilancio, mentre le città più piccole fanno sacrifici. È così?
«Non si possono far fallire città come Roma o Napoli, credo che su questo tutti concordino. È giustificato che ci siano trattamenti ad hoc, con prestiti del governo e misure per evitare di forzarle a dichiarare dissesto. È comprensibile, ma a una condizione: devono esserci anche dei vincoli finanziari che garantiscano che tra uno o due anni Roma o Napoli non si trovino di nuovo nella situazione di prima, obbligate a chiedere un altro aiuto straordinario».
Invece è esattamente ciò che è successo negli ultimi anni, non trova?
«Per questo dico che è stato giusto aiutare il Comune di Roma, ma dobbiamo anche dotarci di criteri di bilancio rigorosi. Vogliamo essere certi che ciò che è accaduto in questi anni non si ripeta in futuro. Sarebbe difficile spiegare un altro salvataggio della capitale agli abitanti di città di provincia che pagano le aliquote comunali più alte».

da La Repubblica

"L’agenda del Colle", di Caludio Tito

Sicuramente nel rapporto che si è instaurato tra Giorgio Napolitano e Matteo Renzi prende forma un elemento preminente: la cooperazione. Negli obiettivi e — se così si può dire — nel timing. Nei tempi in cui le cose possono o debbono accadere .
MA NELL’INTERVENTO svolto ieri dal presidente della Repubblica a sostegno del percorso riformatore individuato dal governo e da una larga maggioranza parlamentare, c’è anche qualcosa di più. L’idea che la stabilità e la credibilità dell’intero sistema politico siano appese proprio al risultato che il Senato produrrà in queste settimane sul disegno di legge costituzionale.
Il suo secondo mandato presidenziale, del resto, trova fondamento proprio su questa esigenza. Sulla necessità di offrire al Paese un nuovo impianto istituzionale e una nuova legge elettorale in grado di dare solidità a un sistema che è andato via via sbullonandosi e impoverendosi. Dopo diversi tentativi questa si presenta allora agli occhi degli italiani — e del Quirinale — come l’ultima chance. Del resto, la “staffetta” di febbraio scorso tra Enrico Letta e Matteo Renzi in una certa misura si è incardinata su questa direttrice. E il capo dello Stato l’ha avallata e timbrata proprio in questa chiave. Considerando la nascita di un governo presieduto dal segretario del maggior partito italiano, il Pd, come l’ultima occasione di cambiamento.
I giudizi sulla “deriva autoritaria” di queste riforme non potevano dunque che essere respinti. Napolitano ha più volte rimarcato che, tra i paesi a democrazia avanzata, il nostro bicameralismo perfetto rappresenta un’eccezione. E si è ripetutamente speso per una sua correzione. Ma in qualità di “garante” delle istituzioni e della Costituzione ha voluto — e forse dovuto — smentire chi parla, come Beppe Grillo, di svolta “fascista”.
La cooperazione tra Napolitano e il premier si basa quindi su questo presupposto. La moral suasion che il Colle ha ieri praticato nei confronti di Palazzo Madama ne è l’espressione. Si potrebbe parlare di un semplice asse tra le due cariche. Ma non è solo questo.
C’è una coincidenza di tempi e contenuti che ha a che fare anche con la natura del secondo settennato accettato da Napolitano
poco più di un anno fa. Il bis fu sottoposto a un’unica e imprescindibile condizione: fare le riforme per poi lasciare. Esiste allora una convergenza sulla necessità di mettere in sicurezza il sistema politico e di farlo entro vincoli temporali adeguati. Il presidente della Repubblica vuole interrompere il suo mandato con la certezza di un nuovo quadro costituzionale e soprattutto quando un nuovo sistema elettorale ha sostituito quello imposto dalla Consulta con la sentenza che ha spazzato via il vecchio e incostituzionale “Porcellum”.
La coincidenza tra Quirinale e Palazzo Chigi riguarda quindi merito e timing. I rimproveri a chi frena le riforme invocando più tempo e le sollecitazioni a chi si impegna nell’ostruzionismo con l’obiettivo di far saltare tutto ne sono la logica conseguenza. Basti pensare che proprio mentre il presidente della Repubblica svolgeva il suo affondo, il Pd al Senato reclamava una conferenza dei capigruppo per sveltire il calendario dei lavori dell’aula.
Anche grazie al sostegno di Napolitano, Renzi può permettersi di alzare il livello della sfida. Vuole tirare dritto senza mediazioni. Mette sul tavolo della trattativa solo due carte: o si approvano le riforme o si va a elezioni anticipate. Pensa di poter contare sulla impazienza degli italiani che seguono con disagio e forse anche con un eccesso di antipolitica la difesa del Senato. E con il voto di ieri a Palazzo Madama sul programma dei lavori ritiene anche di aver dimostrato di avere i numeri per andare avanti anche senza la Lega e soprattutto senza Forza Italia.
Ma la giornata di ieri e le parole di Napolitano hanno offerto pure una conferma. È finita la stagione dei “governi del presidente”. L’appoggio dato dal Colle a Palazzo Chigi — e non viceversa — è il segno che nel sistema duale tipico della nostra Costituzione, la politica sta riconquistando un ruolo. «Nulla è semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze», scriveva nel ‘61 Pier Paolo Pasolini. In effetti cambiare la Carta elaborata dai costituenti del 1948 non è per niente semplice. Ma è si è ormai trasformato nel momento della verità. Se la politica fallirà anche questa ennesima prova, la legislatura probabilmente finirà. E il sistema rischierà il collasso.

da La Repubblica