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"Prima di bombe crolli e incuria Ecco la Pompei mai vista", di Francesco Erbani

Pompei anni Venti, Trenta. Alcuni visitatori infagottati nei lunghi cappotti si aggirano per il Foro, entrano ed escono dalle domus, calpestano con prudenza il basolato antico. Sono figure nere, ieratiche, vagamente misteriose. Oltre a loro raggiungono gli scavi della città vesuviana turisti sorridenti, radunati su un treno come in una gita scolastica — nonostante l’età più matura. La scena in cui si muovono, documentata in una serie di preziosi video custoditi dall’Istituto Luce e da oggi visibili su Repubblica. it, è una Pompei muta, ordinata, incomparabile con quella rumorosa e pericolante di oggi, eppure affabilmente consapevole della suggestione che i suoi muri e le sue colonne comunicano.
Sullo sfondo del Vesuvio, dal quale si alza un pennacchio di fumo, sfilano nei filmati gli ambienti solenni e quelli domestici della città antica. Fra le immagini dei video, ecco comparire la Schola Armaturarum, l’edificio adibito a luogo di riunione militare, palestra di arti gladiatorie. Queste immagini, della durata di pochi secondi, sono importanti. Sono le uniche a documentare il manufatto prima del bombardamento che nel 1943, investendo parte di Pompei, colpì la Schola, distruggendo i suoi affreschi (ben visibili in quella manciata di secondi). Ma le immagini sono rilevanti anche per un altro motivo: la Schola Armaturarum viene giù nel novembre del 2010, primo dei crolli che hanno flagellato Pompei negli ultimi tempi, uno stillicidio di episodi di degrado che hanno raccontato al mondo la precarietà in cui la città antica sembra precipitata. E che in questi filmati sembra inimmaginabile.
Gli anni Venti e Trenta sono molto importanti nella storia moderna della Pompei antica. La parte di città scavata non supera i due terzi dei 44 ettari attualmente visitabili (sul totale dei 66 compresi nell’area archeologica). Ma sono assai attive le indagini per portare alla luce quanto più possibile di quel che è rimasto sepolto dalla cenere nel 79 dopo Cristo. Alla testa della soprintendenza delle Antichità in Campania c’è, dal 1924, un archeologo di grandi qualità, Amedeo Maiuri, il quale resterà per quasi un quarantennio, fino al 1961, il dominus assoluto di Pompei.
Maiuri si pone l’obiettivo, illustrato in una video-intervista da Fabrizio Pesando, archeologo dell’Istituto universitario orientale di Napoli, di riunificare le parti della città fino ad allora scavate, quella del Foro e quella dell’Anfiteatro, e separate da un terrapieno sotto il quale giace la via dell’Abbondanza. Lo scavo attribuirà a Pompei la sua vera dimensione: un organismo urbano che lentamente riemerge da un sonno secolare. Non solo, quindi, un insieme di pregevoli domus dove sono conservati oggetti da musealizzare. Lo stesso atteggiamento culturale Maiuri elabora per Ercolano, considerata solo per le statue, i bronzi o i papiri che si potevano estrarre dalle domus nelle quali si penetrava attraverso cunicoli. Dal 1927 Maiuri avvia lo scavo sistematico della città antica, nel frattempo sovrastata dalla moderna Resina.
Nei filmati del Luce questa fase è avvolta dalla patina retorica del regime, che distorce l’attività di conoscenza e di valorizzazione del patrimonio archeologico a fini di propaganda. La mitologia della romanità incrocia un’idea dell’antico fatta di monumenti isolati dal contesto del mondo classico e della sua cultura, premonitori solo di una gloria che andava compiendosi con il fascismo.
Oltre la retorica, brillano però le immagini. E Pompei continua a conquistare gli intellettuali. Dopo le fascinazioni settecentesche e ottocentesche all’insegna del Grand Tour, la città vesuviana è meta di un turismo culturale diverso, meno orientato al culto di una civiltà incorrotta, originaria e più sensibile alla dimensione quotidiana, alla socialità che lì si era sviluppata. Di essa parlano Sigmund Freud e Walter Benjamin («il più grande labirinto, il più grande dedalo della terra», la definisce
quest’ultimo). Nel 1911, alcuni anni prima dei nostri filmati, arriva a Pompei Le Corbusier che qui chiude il suo viaggio in Oriente. Agli occhi del grande architetto, Pompei appare un luogo assolutamente contemporaneo, del quale è possibile rintracciare e descrivere i modi dell’abitare. Le Corbusier riempie il suo quaderno di appunti, disegna la Casa del poeta tragico, la Casa delle nozze d’argento. Nel catalogo della mostra che si è svolta al Maxxi di Roma nell’ottobre 2012 («Le Corbusier e l’Italia», a cura di Marida Talamona), Josep Quetglas racconta che all’architetto restano impressi elementi come un lavabo, un tavolo o le finestre della Casa dei Ceii, che diventeranno fonti di ispirazione (nelle finestre della Cappella di Ronchamp, per esempio, o nei lavandini di Villa Savoye). È una Pompei che parla di sé a chi è immerso nella modernità. E sembra che i linguaggi, anche a distanza di secoli, si mescolino. È a noi che osserviamo la Pompei di oggi che quei linguaggi sembrano lontani.

La Repubblica 22.07.14

"Il contagio", di Gad Lerner

Arabo contro ebreo. Non c’è scudo protettivo che impedisca la deflagrazione della guerra di Gaza ben oltre il teatro delle operazioni militari, fino a riversare nelle metropoli cosmopolite della sponda nord del Mediterraneo la logica feroce delle appartenenze etniche e religiose.
Il governo francese ha vietato le manifestazioni filopalestinesi nella regione parigina, senza riuscire a evitare che domenica a Sarcelles manipoli di violenti si avvicinassero nuovamente alla sinagoga già circondata il 13 luglio scorso, mentre vi si svolgeva una funzione. Una drogheria kasher è stata incendiata. Il giorno prima in un quartiere della capitale altre centinaia di giovani si sono scontrati con la polizia. Fra i diciannove arrestati, quattro sono minorenni. Ieri a Lione una mano sconosciuta ha scritto “Israele assassino” sul muro della sinagoga. Per la verità era già accaduto pure in Italia, sul tempio ebraico di Vercelli.
Giustamente il primo ministro Manuel Valls denuncia le “intollerabili manifestazioni di antisemitismo”, anche se la politica francese si divide sull’opportunità di sospendere il diritto costituzionale di manifestare in piazza. Pesa il ricordo di Ilan Salimi, il giovane ebreo sequestrato, torturato e ucciso nel 2006 da suoi coetanei arabi della banlieue. E poi le stragi nella scuola ebraica di Tolosa e nel museo ebraico di Bruxelles, perpetrate da militanti jihadisti. È umiliante constatare che luoghi di culto, di educazione e di cultura europei siano divenuti bersagli di un odio che pretende di giustificarsi con le vittime civili e con gli ospedali colpiti dall’esercito israeliano a Gaza. L’abbrutimento delle coscienze infrange perfino i codici usuali della vendetta; calpestare la fede altrui diviene tecnica di deterrenza.
È bene sottolineare che tale incivile pratica terroristica si è manifestata a senso unico: mai in Europa si è verificata una minaccia diretta a una moschea o a una scuola islamica rivendicata da mano ebraica. Ma per la prima volta il contagio della guerra fra popoli, degenerata in Medio Oriente sotto forma di odio generalizzato, sprigiona pericolose scintille fra comunità europee; abituate finora a convivere nel reciproco rispetto dentro la cornice della democrazia pluralista delle nostre città.
Troppe volte è già bastato il passaggio di una kippah o di una kefiah per scatenare la caccia all’uomo. Manifestazioni politiche (come quelle del 25 aprile scorso) sono state pretesto di accese contrapposizioni, dando luogo a prove di forza e a esibizioni squadristiche. In una triste parodia della guerra in corso a migliaia di chilometri di distanza, le parti esaltano le opposte virtù militari e, neanche troppo sottovoce, pretendono un’estensione illegale del diritto all’autodifesa che, sempre più spesso, degenera in offesa.
In Francia, di fronte all’ondata antisemita di matrice islamista che ha reclutato miliziani fra i giovanissimi delle banlieue, ora è sorta una Ligue de Défense Juive (Lega di Difesa Ebraica), condannata dagli organismi comunitari, ma attiva nei disordini di questi giorni. Sul suo sito internet questa Ldj si presenta con una fotografia di energumeni mascherati come ultràs da stadio, e lancia proclami bellicosi: “Di fronte alla feccia islamista i difensori ebrei della sinagoga di Sarcelles cantano la Marsigliese”. E ancora: “La sinagoga protetta da 200 eroi della Comunità ebraica”.
Si tratta di una minoranza votata alla provocazione, ma esprime uno stato d’animo più esteso: abbiamo un nemico anche qui in terra europea e anche qui lo combatteremo. Quasi che Tsahal e i servizi di sicurezza israeliani dovessero trovare la loro propaggine di combattimento in una guerra che ha sconfinato. Una guerra asimmetrica che renderebbe necessaria una deroga al monopolio statale dell’ordine pubblico, perché si estende ovunque capiti di dover convivere.
Mi auguro che i responsabili delle Comunità ebraiche italiane stronchino sul nascere questa degenerazione militarista, fomentata anche fra noi da poche teste calde, irresponsabili cultori di arti marziali, non sempre giovani. Sono gli stessi che in mancanza di meglio se la prendono col “nemico interno” e additano come traditori gli ebrei in dissenso con le scelte del governo israeliano. Ora cominciano a essere tenuti d’occhio discretamente dalle nostre forze di polizia, come se non ne avessero abbastanza di dover vigilare contro i jihadisti e gli antisemiti violenti travestiti da antisionisti.
La sensazione è che la guerra di Gaza non sia solo tragicamente inutile ai fini della sicurezza degli israeliani e della dignità dei palestinesi, ma che sia diventata anche contagiosa. La nozione di nemico si è estesa a tal punto da divenire extraterritoriale, alimentata da un fanatismo che di nuovo universalizza la colpa di essere ebrei. Oppure il destino di essere palestinesi, arabi, musulmani. Rintracciare il nemico in ogni arabo e in ogni ebreo, spaventarlo ovunque si trovi, è l’ultima arma impropria di una guerra senza sbocchi.
Preziosa sarebbe un’iniziativa congiunta delle autorità religiose che finora sono rimaste schiacciate dall’istinto di appartenenza. In Francia come in Italia servirebbero rabbini invitati il venerdì nelle moschee, e imam invitati il sabato nelle sinagoghe a ripristinare il senso del sacro calpestato nella guerra di tutti contro tutti. Ma chi ce l’ha questo coraggio? Chi farà la prima mossa?

La Repubblica 22.07.14

"Il Bollettino di Banca d’Italia e i margini dell’ottimismo", di Angelo De Mattia

Il rafforzamento della domanda interna è cruciale. A esso, e al sotegno della fiducia delle famiglie e delle imprese, dovrebbe mirare, innanzitutto, l’azione della politica economica, utilizzando le leve interne ed europee.
Laconferma viene dal Bollettino economico della Banca d’Italia relativo al 2° trimestre 2014 secondo cui, rivedendo le precedenti previsioni di crescita, il Pil aumenterà, nell’anno in corso, dello 0,2% con in più rischi al ribasso (1,3 nel 2015), mentre l’inflazione sarebbe pari allo 0,4% (0,8 l’anno prossimo).
A dimostrazione della pesantezza della crisi, si rileva che il Pil, alla fine del primo trimestre, è di 9 punti inferiore a quello del 2007. È vero: non tutto è negativo. I consumi delle famiglie sono cresciuti per la prima volta dal 2011; sono aumentati anche gli investimenti in macchinari e attrezzature e migliorano i relativi piani, in particolare nell’industria; crescono le esportazioni e proseguono gli afflussi di capitali verso l’Italia (tra gennaio e maggiosono stati effettuati,dainvestitori esteri, acquisti netti di titoli di Stato per 75 miliardi, a fronte dei 13 miliardi registrati in tutto il 2013); si prevede che le vendite all’estero si espandano a ritmi elevati; l’occupazione si è stabilizzata, ma il tasso di disoccupazione è aumentato per l’incremento della partecipazione al mercato del lavoro.
Quanto al credito, il miglioramento è lento, mentre il suo costo resta superiore a quello dell’area dell’euro di 70 punti base circa. Gi incerti segnali di risveglio non possono di certo soddisfarci. Una crescita asfittica o nulla, ora confermata, bilancia tutto in negativo. Essenziale è, dunque, il ritorno ad essa, sia pure in maniera graduale, fondato, insieme con l’accennato rafforzamento della domanda interna, sul favorevole andamento degli scambi internazionali. I fattori che dovrebbero agevolare questo quadro migliore sono l’ulteriore attenuazione delle tensioni finanziarie, il ridursi dell’incertezza, l’affievolirsi degli effetti restrittivi dell’aggiustamento di bilancio, l’orientamento espansivo della politica monetaria.
Ma vi sono anche fattori che possono operare in senso opposto – va qui rilevato – quali i rischi geopolitictici, divenuti in questi giorni più consistenti, e una crescitamenorobusta delle economie dei Paesi emergenti, nonché eventuali turbolenze monetarie internazionali in conseguenza delle suddette vicende geopolitiche. In questo contesto con non poche ombre e alcune luci, ci si prepara a una valutazione conclusiva per il prossimo sei agosto, quando l’Istat rilascerà i dati sul Pil, nonché, a settembre, allorché occorrerà aggiornare il Documento di economia e finanza e puntualizzare le azioni in riscontro alle Raccomandazioni della Commissione Ue per gli obiettivi di medio termine e, infine, alla metà di ottobre, quandodovrà essere presentata la proposta di Leggedi Stabilità 2015. I dati del Bollettino in questione parlano da soli. Per rendere strutturale i bonus anti-cuneo fiscale (ed eventualmente per estenderne l’assegnazione alle partite Iva e ai pensionati), per far fronte alle spese obbligatorie e indifferibili e all’assolvimento degli impegni assunti dal precedente governo evitando che scattino le previste clausole di salvaguardia potrebbero essere necessarie risorse all’ingrosso calcolate tra i20e i23miliardi.Afronte di queste esigenze si dovrebbero recuperi dalla spending review (ma le somme che circolano appaiono chiaramente eccessive) e altri introiti dalla lotta all’evasione, dal riordino delle agevolazioni (cosiddette tax expenditures), eventualmente dalla voluntarydisclosuredei capitali illegittimamente esportati e di quelli nascosti in Italia. Sono, queste, operazioni non facili. Andrà considerata altresì la minore spesa per interessi dovuta all’andamento favorevole degli spread Btp-Bund, che alcuni calcolano in 2/3 miliardi.
Comunque, siamo ancora all’indicazione generica delle fonti di entrata e di spesa. Vatenuto presente, poi, che una «crescita zero», o quasi, porrebbe il problema del rapporto deficit/Pil, che finora il governo ha calcolato al 2,6% sulla base di una previsione di aumento del prodotto dello 0,8%, ormai non più realistico. Il pareggio del bilancio è stato rinviato al 2016 (quello strutturale al 2015), ma sempre nel 2016 dovremo osservare la regola europea del bilancio che richiederebbe, per evitare una manovra pesante di alcune decine di miliardi, una crescita del Pil nominale del 3%: un altro dato irraggiungibile, stando alle valutazioni e alle proiezioni dell’oggi.
Ecco, allora, che è fondamentale un’azione di politica economica che si caratterizzi per la discontinuità nel terzo pilastro indicato dal ministro Padoan, quello cioè degli investimenti. Equi torna tutto il peso dellanonaffatto chiarita flessibilità nell’interpretazione-applicazione delle regole europee e del troppo rapido accantonamento della richiesta di introduzione della goldenrule (con il ripegamento, sembra, sul minore cofinanziamento dei fondi strutturali), nonché di altre specifiche richieste. Le riforme strutturali sono importanti, ma queste si debbono accompagnare non solo con qualche deroga rispetto all’osservanza dei parametri, ma con una politica di impulso alla crescita nazionale ed europea che sia consistente e non certo sostituibile con l’indeterminato piano Juncker dei300 miliardi che non distingue quanto sia formato da somme aggiuntive e quanto da una diversa allocazione di fondi già stanziati. La svolta dell’intevento nell’economia ancora si attende. La mobilitazione delle risorse dovrebbe essere straordinaria, se veramente si vuole corrispondere certo, nella stabilità a quanto il Bollettino, pur nel suo taglio solo congiunturale, ci segnala, implicitamente ammonendo.

da L’Unità

"Come paghiamo cara la politica dell’austerità", di Carlo Buttaroni

Due anni fa (proprio da queste colonne) iniziammo a denunciare le politiche del rigore evidenziandone gli effetti negativi sull’economia nazionale: prolungamento della fase recessiva, disoccupazione, povertà, aumento del debito, crescita delle disuguaglianze.
Era l’epoca dei «professori», dei «sacrifici necessari », dell’«austerità espansiva». In Italia, la nostra fu una voce a lungo quasi solitaria, mentre il mantra prevalente era quello dei due tempi: prima i sacrifici, poi la crescita. Il tutto sostenuto da previsioni economiche dei governi e degli organismi «ufficiali» che definire «bizzarre» è persino un eufemismo. Secondo queste «previsioni», la ripresa, vista comela «luce in fondo al tunnel» avrebbe dovuto iniziare già da qualche tempo, rivelandosi invece un’illusione economica e uno strabismo politico culminato nel «pareggio di bilancio» in costituzione.Nonunadelle previsioni dei fautori del rigore si è realizzata: non la crescita del Pil,non la diminuzione del debito,non la ripresa dell’occupazione, mentre grandi masse di ricchezza sono passate dalle fasce medie e medio-basse a quelle più ricche.
Quello che si annunciava come il sogno di un nuovo eldorado si sta rivelando un disastro per l’Italia (e non solo), un incubo per le famiglie, in particolire quelle appartenenti al ceto medio e medio-basso, chiamate a pagare il prezzo più elevato alla crisi e alla cura dell’austerity messa a punto nei laboratori di Bruxelles.
La buona notizia è che quello che è stato, a lungo, un«dibattito proibito»sembrafinalmente uscito dalla semi-clandestinità. Un dibattito, altrove, iniziato da tempo.Agiugno 2012, il FinancialTimes pubblicava il manifesto di Paul Krugman e Richard Layard sul «buonsenso economico», una critica durissima alla visione del rigore e dell’austerità . «Molti responsabili politici – scrivevano i due economisti – insistono sul fatto che la crisi è stata causata dalla gestione irresponsabile del debito pubblico. Con pochissime eccezioni, come la Grecia, questo è falso. Le condizioni per la crisi sono state create da un eccessivo indebitamento del settore privato (…). I disavanzi pubblici di grandi dimensioni che vediamo oggi sono una conseguenza della crisi, non la sua causa. (…) Quando le bolle immobiliari su entrambi i lati dell’Atlantico sono scoppiate, molte parti del settore privato hanno tagliato la spesa nel tentativo di ripagare i debiti contratti nel passato. Questa è stata una risposta razionale da parte degli individui, ma si è dimostrata collettivamente autolesionista. Il risultato del crollo della spesa è stato una depressione economica che ha peggiorato il debito pubblico. (…) La politica pubblica dovrebbe agirre come una forza stabilizzatrice, nel tentativo di sostenere la spesa.
Per lo meno, non dovremmo peggiorare le cose tramite grandi tagli della spesa pubblica o grandi aumenti delle aliquote fiscali sulle persone comuni. Purtroppo, questo è esattamente ciòche molti governi stanno facendo (…) concentrandosi sui deficit pubblici, che sono principalmente il risultato di una crisi indotta dal crollo delle entrate, e sostenendo che il settore pubblico dovrebbe cercare di ridurre i suoi debiti in tandem con il settore privato. Come risultato, invece di giocare un ruolo di stabilizzazione, la politica fiscale ha finito per rafforzare gli effetti frenanti dei tagli alla spesa del settore privato. (…)
L’esperienza passata non coontiene nessun caso in cui i tagli di bilancio hanno effettivamente generato un aumento dell’attività economica».
Un anno dopo, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in una lunga intervista alNewYorkTimes, quasi irrideva alle politiche del rigore adottate in Europa:«Una delle cose interessanti di cui non parliamo abbastanza è il contrasto tra quanto avvenuto negli Stati Uniti e quanto avvenuto in molti altri Paesi in via di sviluppo, in Europa in particolare».
Secondo Obama, «i Paesi che hanno seguito le prescrizioni che i repubblicani della Camera stanno chiedendo ora (cioè il rigore del bilancio pubblico per far crescere la prosperità, ndr) non solo stanno ben più indietro di noi in termini di crescita, ma in molti casi i loro debiti e deficit sono aumentati». E rivendicava le politiche economiche della sua amministrazione: «Noi sappiamo cosa è necessario per far crescere la nostra economia ora e subito. Se le famiglie della classe media stanno meglio, se crescono i prezzi delle case, se i giovani avviano famiglie e se ci sono lavori a salari buoni, ecco cosa abbatte i deficit nel modo più veloce possibile».
Negli Usa la risposta politica alla crisi è stata un aumento della spesa pubblica, accompagnata da massicce immissioni di liquidità da parte della Fed (la banca centrale statunitense), col risultato che oggi gli americani contabilizzano quasi otto punti in più di Pil reale rispetto all’inizio al 2007 e i disoccupati sono scesi ai livelli pre-crisi.
Molti studiosi che in passato avevano sostenuto la dottrina dell’«austerità espansiva» sono giunti a ricredersi. La più clamorosa conversione è stata quella di Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, che nel World Economic Outlook due anni fa, ammise candidamente che gli errori scaturivano da una sottostima degli effetti negativi dell’austerità.
L’evidenza della nocività delle teorie rigoriste, incentrate sulla rincorsa al pareggio di bilancio attraverso massicci tagli alla spesa pubblica,sembra però non bastare. Nonostante gli organismi internazionali abbiano rivisto al ribasso le stime per il 2014 e il 2015, e per l’Italia si prospetti per il 2014 un cupo «orizzonte zero» (zero crescita del Pil, zero crescita dell’occupazione) si continua a pensare – e in termini peraltro piuttosto vaghi – di un’austerità flessibile e di una politica dei «piccoli passi», quando occorrono interventi ben più incisivi, immediati e robusti per far ripartire l’Italia, viste le condizioni in cui versa l’economia del Belpaese.
Tra la crescita del Pil dello 0,8%prevista dal governo per il 2014 e lo 0,2% stimato da Bankitalia, non c’è spazio per politiche economichedaitempi lunghi, nelmomento in cui l’«orizzonte zero» del Paese è a pochi mesi di distanza e lo spazio fino all’auspicata ripresa è inunaterra dimezzoconaltri disoccupati, altre imprese che chiudono, altri negozi che abbassano la serranda per l’ultima volta e milioni di famiglie stremate che hanno scoperto il fondo scala della piramide sociale.

da L’Unità

"I Comuni verso la bancarotta più di 180 a rischio chiusura", di Federico Fubini

Nel 2010 solo otto municipi avevano i bilanci in dissesto. E sale la protesta per le agevolazioni concesse a Roma e Napoli

Renato Natale, sindaco di Casal di Principe da un mese, sa che la sua è una città unica in Europa a causa dei camorristi. Ma da quando è entrato in ufficio ha subito trovato qualcosa che lo accomuna a centinaia di primi cittadini in ogni parte d’Italia. Ha il bilancio in dissesto. Gli enti in crisi, circa 180, sono ormai una nuova categoria sociale del Paese: hanno persino le proprie proteste e rivendicazioni, perché si sentono trattati peggio dei grandi debitori seriali come le amministrazioni di Roma o di Napoli.
In gioco non c’è solo la contabilità, perché a Casal di Principe il dissesto è un problema pratico. Debiti per 16 milioni in una città di 20 mila abitanti costringono l’amministrazione a comportarsi come un’impresa in procedura fallimentare. Deve tagliare le spese all’osso, alzare le entrate e vendere i beni in fretta per liquidare i creditori a una frazione del valore teorico dei debiti. Ma un’impresa fallita di solito smette di esistere, mentre un Comune deve continuare a garantire la sicurezza nelle strade, il servizio idrico o gli aiuti alle famiglie in difficoltà.
Non è facile, quando i bilanci sono già stati portati al ministero dell’Interno come si fa con i libri d’impresa in tribunale. A Casal di Principe 700 domande di assegni familiari restano in un cassetto perché in Comune non ci sono più assistenti sociali in grado di leggerle, e il sindaco non può assumerne altri. A oltre metà della popolazione non arriva l’acqua corrente e nessuna scuola ottiene il certificato di agibilità sanitaria, ma mancano i soldi e gli uomini per fare le bonifiche. Presto il solo geometra comunale andrà in pensione e i vigili urbani sono sei, di cui due spesso in malattia. Nel frattempo, un commissario del ministero dell’Interno paga i creditori e aiuta a fare chiarezza in un bilancio in cui figuravano come poste all’attivo delle bollette dell’acqua neppure mai emesse.
Casal di Principe è un punto estremo, non un’aberrazione dell’Italia all’ottavo anno dall’inizio della crisi. Nel 2009 i Comuni ufficialmente in dissesto erano due, l’anno dopo erano otto, a metà di quest’anno erano saliti a 63. Fra questi si contano casi di parziali, pilotati e concordati default verso i creditori per molte centinaia di milioni di euro. Al suo arrivo come primo cittadino di Alessandria, 93 mila abitanti, Maria Rita Rossa (Pd) ha trovato debiti per 200 milioni di euro su un bilancio di 90: la Corte dei Conti l’ha costretta a dichiarare il dissesto. Anche a Caserta, 77 mila abitanti, il sindaco di destra Pio Del Gaudio ha trovato 200 milioni di debiti e un deficit annuale di altri 24. Questi e altri Comuni come Terracina, Latina, Velletri e decine di altri stanno liquidando i fornitori con somme fra il 40% e il 60% di quanto scritto nelle fatture.
C’è poi una seconda categoria di enti costretti a rivedere le loro promesse ai creditori. Sono quelli in “pre-dissesto”, soggetti a quello che la legge chiama un piano di riequilibrio. Quando è così la ristrutturazione è meno dura, spesso limitata a un lungo rinvio delle scadenze di pagamento e alla cancellazione degli interessi di mora. In questa categoria rientrano circa 120 città, a volte con miliardi di debiti e milioni di elettori: fra queste Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria, Frosinone.
Non che fare default sui creditori degli enti locali sia sempre un’ingiustizia: i dati del Tesoro mostrano che le forniture di beni e servizi in molti casi si sono fatte a prezzi più che doppi rispetto alla norma. Ma Maria Rita Rossa di Alessandria, che da sindaco di capoluogo in dissesto guadagna meno di quando insegnava Italiano e Latino alle superiori, pensa che la crisi non sua uguale per tutti. «È una questione di equità fra cittadini di città diverse – accusa – non possiamo fare due pesi e due misure fra chi abita a Roma o a Napoli e chi sta ad Alessandria». I debiti del comune di Roma sono stati spostati in quella che Rossa chiama «una bad company» e Roma Capitale è potuta ripartire senza dissesto. Nel frattempo Alessandria, Caserta, Casal di Principe e decine di altri enti più piccoli sono stati costretti ad alzare le tariffe e le tasse comunali al massimo, consolidare i debiti delle società partecipate, mettere in cassa integrazione molti dipendenti, bloccare gli investimenti. Nuovi prestiti della Cassa depositi e prestiti vengono concessi solo a breve termine e per liquidare
i creditori privati, mai per chiudere le buche nell’asfalto. Non è un dettaglio da poco: fare causa ai Comuni per la condizione delle strade in caso d’incidente ormai è così diffuso fra gli italiani che certi enti sono finiti in dissesto per i danni e altri usano le riprese da satellite per difendersi dai tentativi di truffa dei cittadini.
Intanto a Napoli e soprattutto a Roma, grandi fonti di debiti e di voti, non vengono richiesti pari sacrifici. Il piano per Roma non prevede gli stessi interventi drastici sulle partecipate del Comune, come l’Ama o l’Acea. Di qui la rivolta degli enti in dissesto conclamato. Del Gaudio a Caserta nota che il ministero dell’Interno gli impone di alzare tutte le tasse, ma è moroso di un anno sul pagamento dell’affitto per i palazzi della Questura e della Prefettura. Rossa da Alessandria vorrebbe allontanare i dirigenti che hanno creato il buco di bilancio, usando il nuovo decreto sulla mobilità dei funzionari, ma non lo fa perché non potrebbe sostituirli. «Vorrei che i miei cittadini avessero le stesse opportunità degli altri», osserva.
A Casal di Principe Renato Natale questa settimana spera di riaprire il campo sportivo. Per le pulizie delle strade, per adesso, conta su qualche volontario che si presenti.

da La Repubblica

«Ideal Standard, così può rinascere una fabbrica», di Andrea Bonzi

«Metteremo Ideal Standard davanti alle proprie responsabilità. Siamo determinati e abbiamo le professionalità perpartire».A parlare è Gian Mario Petozzi, presidente della neonata cooperativa «Ceramiche Ideal Scala». Da questa società – a cui hanno aderito 18 soci – i lavoratori dello stabilimento di Orcenico (in provincia di Pordenone) intendono ripartire, rilevando un ramo d’azienda del colosso ceramico che, pochi giorni fa, ha confermato la chiusura e la relativa messa in mobilità di 399 dipendenti.
MARTEDÌ INCONTRO DECISIVO
Il progetto è ambizioso, e non sarà facile portarlo a termine: il primo passo, infatti, è che domani mattina, quando si terrà l’incontro alMinistero dello Sviluppo Economico sulla vertenza, ci sia la concessione della cassa integrazione speciale fino a fine anno e Ideal Standard non metta il bastone fra le ruote ai lavoratori. «A quel punto, la responsabilità del mancato accordo sarà tutta sua – osserva Petozzi -, credo che abbia l’obbligo morale di accettare l’allungamento degli ammortizzatori». Questa la cronaca finora. Ma vale la pena raccontare come sia nato questo nuovo tentativo di workers’ buyout, ovvero quelle cooperative tra lavoratori rinascono da stati di crisi di aziende o da fallimenti, che in Italia si stanno diffondendo con alcune decine di esempi, anche riusciti.
«È da cinque anni che all’Ideal Standard ci sono problemi, i lavoratori sono sfiniti – spiega Petozzi – l’incontro al Ministero dello Sviluppo, a maggio, ha sancito la fine delle produzioni, ma anche l’impegno chiaro a un rilancio sotto nuove forme, come può essere quella cooperativa». Secondo il dipendente, però, le successive manifestazioni di interesse al rilevamento di un ramo di azienda, in particolare quello della Bpi, non sono state facilitate dal colosso ceramico, e le trattative sono presto naufragate.
Per mantenere il lavoro, dunque, gli operai hanno dovuto fare affidamento solo su loro stessi. «Dieci giorni fa abbiamo preso l’iniziativa e venerdì scorso, davanti al notaio, è nata la cooperativa Ceramiche Ideal Scala», precisa Petozzi. I soci sono 18, «ma è solo l’inizio, se la cosa andrà avanti come speriamo l’adesione è aperta a tutti i lavoratori». Enon solo, perché ci si augura che, magari, anche qualche imprenditore possa entrare, per rafforzare le gambe del progetto, che attualmente può contare sull’anticipo dei due anni di mobilità che i lavoratori sono disposti a versare nel capitale della neonata società ed eventualmente del Tfr. «Noi crediamo che questo strumento abbia potenzialità – aggiunge Petozzi -. Le competenze le abbiamo, il coraggio non ci manca». Anche perché «fino a cinque o sei anni fa uscivi da una azienda e trovavi subito posto in quella vicina, adesso non è più così. Credo ci vorrebbero regole più stringenti per chi decide di smantellare uno stabilimento, dovrebbe quanto meno restituire gli eventuali benefici ricevuti negli anni scorsi».
LA COOPERAZIONE
Dietro al progetto c’è il supporto del mondo cooperativo, tassello essenziale in questi progetti. «Il nostro obiettivo è tenere sul territorio la capacità produttiva, l’istituzione della Ceramiche Ideal Scala punta a questo – spiega Marco Bagnariol, direttore di Confcooperative Pordenone -,macontiamo di coinvolgere altre realtà piccole e medie per rafforzare il progetto». Non si nasconde, Bagnariol: «È un tentativo molto difficile, la strada è in salita. L’Ideal Standard, al momento, non ha dato segnali particolarmente incoraggianti,ma contiamo che martedì (domani per chi legge, ndr) ci sia un’apertura, e ilMinistero continui a fare la propria parte». «Un workers’ buyout nella piastrellistica pesante non è stato ancora tentato – conferma Arturo Pellizzon, segretario Cisl di Pordenone -. Noi abbiamo fatto in 36 ore quello per cui di solito servono 15 giorni, contiamo di proseguire, anche perché il nostro territorio ha già subito la chiusura di troppe fabbriche».

da L’Unità

"Lavoro, rinvii e distrazioni", di Maurizio Ferrara

L’Italia sta chiedendo più flessibilità all’Europa sulle regole di bilancio e in cambio promette incisive riforme economiche. La partita è delicata, ma non potrà iniziare sul serio se il governo Renzi non dà prima qualche segnale immediato sulle riforme. Il fronte su cui, giustamente, vi sono le maggiori aspettative è il mercato del lavoro, che funziona malissimo e ostacola la crescita.
I dati parlano chiaro. Su cento italiani fra 20 e 64 anni, meno di 60 hanno un’occupazione. In Germania sono 77, nel Regno Unito 75, in Francia 70. Anche negli altri Paesi c’è stata la crisi, perciò non si può dar la colpa solo a questo. La distanza rispetto ai valori dell’area euro era già molto alta prima del 2008. Nello scorso maggio si sono creati 50 mila nuovi posti di lavoro. È una buona notizia, ma nello stesso mese la Germania ne ha creati (fatte le debite proporzioni) quattro volte di più. Dobbiamo cambiare passo, e alla svelta.
I problemi «strutturali» del mercato del lavoro italiano sono noti. I servizi per l’impiego sono inefficienti e molte imprese non trovano persone con le qualifiche richieste. La cassa integrazione tiene artificialmente in vita aziende e posti di lavoro decotti, mentre gli ammortizzatori sociali non proteggono adeguatamente i veri disoccupati. Fisco e burocrazia scoraggiano gli investimenti, in particolare dall’estero. E, soprattutto, i rapporti di lavoro sono disciplinati da una giungla di norme e di fattispecie contrattuali, peraltro soggette a continui conflitti interpretativi. Oggi in Italia assumere è un vero e proprio terno al lotto.
Dal 1996 ad oggi sono state fatte tre grandi riforme (Treu, Biagi e Fornero). Il bilancio? Grandi ambizioni, misure non all’altezza degli obiettivi, applicazioni incomplete, niente valutazione. E nessuna modifica (o quasi) alla disciplina del lavoro a tempo indeterminato, risalente ai primi anni 70.
Il credito che Matteo Renzi si è guadagnato a Bruxelles è in buona parte dovuto agli impegni presi sul fronte dell’occupazione. Il Jobs Act è stato presentato come un provvedimento capace di aggredire, questa volta davvero, i problemi strutturali, inclusa la rigidità in uscita. Sono finora seguite due iniziative concrete: il decreto Poletti sui contratti a termine e il disegno di legge delega sul mercato del lavoro.
È proprio su quest’ultimo che il governo deve giocare bene le sue carte. Il testo contiene novità promettenti sugli ammortizzatori e sulle politiche attive. Ma il vero nodo è l’articolo 4 della delega, dove si prevede una drastica semplificazione del codice del lavoro, rendendolo finalmente certo e comprensibile. Verrebbe inoltre introdotto un contratto di lavoro a tempo indeterminato «a tutele crescenti» in sostituzione dell’attuale disciplina e un «contratto di ricollocazione» per accompagnare i lavoratori nella transizione da un posto ad un altro. Queste innovazioni cambierebbero in modo virtuoso gli incentivi per imprese e lavoratori e segnerebbero una inequivocabile svolta rispetto al passato.
Riuscirà Matteo Renzi a far passare la riforma, superando le resistenze del sindacato e di una parte del Pd? La delega è ferma in Commissione al Senato e si rischia il voto finale a settembre. Un brutto segnale, che certo non depone a favore della serietà e fermezza d’intenti. È chiaro che l’articolo 4 è una forca caudina sul piano politico. Ma se Renzi non sarà capace di attraversarla, la sua credibilità riformatrice ne uscirà indebolita. Forse irrimediabilmente.

da Il Corriere della Sera