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"Un patto per la giustizia civile", di Vladimiro Zagrebelsky

Il clamore delle discussioni e dei contrasti attorno alla giustizia penale, e a un certo numero di processi in particolare, ha oscurato, ormai da molti anni, l’attenzione che merita l’altro ramo della giustizia ordinaria, quello della giustizia civile. Eppure è soprattutto questa che più soffre e che maggiormente espone l’Italia alle critiche e alle condanne provenienti dall’Europa e dagli organismi internazionali. Nell’amministrazione della giustizia penale sono certo in gioco interessi e diritti fondamentali: la libertà, il patrimonio, l’onore delle persone che vi sono implicate. Ma le controversie civili riguardano tutti i cittadini nella loro vita ordinaria, quella privata e quella familiare, il lavoro, le attività commerciali. Si tratta di campi in cui vengono in discussione diritti fondamentali delle persone: diritti che sono offesi o addirittura negati se non è assicurato un efficiente servizio giustizia.
Sono ormai trent’anni che la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per non aver assicurato la conclusione di procedimenti in tempi ragionevoli. E la Corte ha dovuto constatare che non si tratta solo di numerose violazioni singole, ma di una pratica sistematica. È il sistema nel suo complesso che non è in grado di produrre sentenze in tempi ragionevoli. Si tratta di una carenza strutturale che incide sui diritti, che sono oggetto delle controversie civili. Ed è, per l’Italia, insieme alle condizioni delle carceri e al trattamento degli immigrati, il tema che più la espone sul fronte della protezione dei diritti fondamentali.
Le denunzie e le richieste di riforme capaci di risolvere questo problema, non hanno fino ad ora avuto risposte efficaci. Da qualche tempo però si sono levate altre voci critiche, mosse da considerazioni di natura economica. È possibile che in questo, come in altri campi, l’urgenza economica spinga ad affrontare problemi che questioni di principio non sono riuscite a smuovere? Cerchiamo di non perdere anche l’occasione che si presenta con il nuovo governo. Il presidente Monti ne ha fatto menzione nel discorso programmatico al Senato.
Il governatore della Banca d’Italia Draghi, nelle sue Considerazioni finali dello scorso 31 maggio, ha indicato in un punto percentuale del Pil annuo la possibile incidenza negativa della disfunzione della giustizia civile. Una quantificazione frutto di calcoli difficili e presuntivi, che indica comunque un ordine di grandezza allarmante e tale da rendere interessante, anche solo dal punto di vista economico, un incisivo impegno di riforma.
Pendono in Italia oltre cinque milioni e mezzo di processi civili. La loro distribuzione sul territorio, tra i diversi uffici giudiziari, è molto diseguale e apparentemente senza rapporto con il traffico economico e con l’entità e composizione sociale della popolazione. Così ad esempio nel territorio della Corte d’Appello di Torino pendono circa 175.000 procedimenti, mentre nel territorio di quella di Bari ne sono pendenti quasi 500.000. Nella Corte d’Appello di Milano pendono circa 330.000 procedimenti, mentre in quella di Napoli ve ne sono oltre un milione (il 20% del totale nazionale) e a Roma oltre 800.000. Numeri che non sembrano riflettere differenze oggettive dei vari territori. Solo differenze legate alla maggiore o minore litigiosità locale? Difficile crederlo. C’è da chiedersi, ad esempio se sempre e dappertutto le cause civili da cancellare dal ruolo scompaiano effettivamente dalle statistiche o invece continuino a mettere in mostra un carico di lavoro maggiore del reale (e quindi meritevole di maggiori organici di personale e maggiori risorse). Oppure se le cause seriali, che andrebbero riunite e rapidamente definite, sono invece separatamente introdotte dagli avvocati e tali mantenute dai magistrati. Domande cui occorre dare risposta per poter apprestare rimedi. Perché le differenze di produttività degli uffici sono davvero impressionanti, certo legate a problemi di organizzazione degli uffici giudiziari e di modo d’essere e di agire dell’avvocatura locale. La giacenza media delle cause civili risulta di 280 giorni al Tribunale di Torino, di 304 a Milano, di 365 a Roma, di 449 a Napoli e di 776 Bari.
Come ha recentemente ricordato il vicepresidente del Csm Vietti, riprendendo dati del Consiglio d’Europa in un suo agile e utile libro sull’amministrazione della giustizia, non v’è un problema generale di produttività dei magistrati italiani. Ma occorre assicurare che tutti gli uffici giudiziari lavorino allineandosi sui migliori standard di produttività già presenti in Italia (e lo strumento del processo telematico va generalizzato). Il ministro della Giustizia, responsabile per l’organizzazione e il funzionamento dei servizi, ha la possibilità di avvalersi di esperti di scienza dell’organizzazione e di analisi economica, da mettere accanto a magistrati ed avvocati per identificare le pratiche virtuose e diffonderle (con opportuno uso di sollecitazione e autorità). Il Csm, pur in un ambito di competenza diverso, ha accumulato una notevole esperienza in proposito e potrebbe svolgere un’utile opera in coordinamento con quella del ministero. È però chiaro che è necessario intervenire in modo integrato su tutti i lati dell’universo giudiziario, non esclusi gli avvocati. Non si può infatti ignorare che vi è una componente patologica della domanda di giustizia civile, che pone l’Italia ai primissimi posti tra i Paesi del Consiglio d’Europa per numero di cause iniziate, e che l’avvocatura può esercitare una funzione di filtro delle cause ingiustificate oppure di moltiplicazione di esse. In proposito, ad esempio, Daniela Marchesi, esperta di analisi economica del diritto, ha sottolineato l’incidenza del metodo di calcolo delle tariffe professionali, come incentivo alla moltiplicazione delle cause civili. La lotta alla «componente patologica» deve accompagnarsi ad iniziative di riduzione di quella «fisiologica». Se in altri Paesi europei la quantità di cause introdotte presso i giudici è minore, è anche perché sono disponibili e funzionano mezzi alternativi di risoluzione delle controversie. La recente legge che ha previsto l’obbligo di esperire un tentativo di mediazione tra le parti, prima di investire il giudice, sta cominciando a dare i primi risultati positivi. I centri di mediazione delle Camere di commercio danno in genere buoni risultati. Ma anche qui vi sono grandi diversità sul territorio. Il ministero potrebbe forse operare per far sì che tutti gli Ordini degli avvocati aprano i centri per la mediazione. Al nuovo ministro si presenta un lavoro complesso e difficile. Le condizioni di urgenza nazionale potrebbero però darle la forza che è mancata ai ministri che l’hanno preceduta.

La Stampa 18.11.11

"Nostalgia canaglia", di Massimo Gramellini

Silvio, mi manchi. L’ho sempre temuto, ma ne ho avuto la certezza ieri pomeriggio. Quando, in piena sonnolenza post-spaghetto e post-discorso programmatico del nuovo premier, mi sono imbattuto in una tua dichiarazione roboante. Te la prendevi con Napolitano «maestrino» e con la stampa «terrorista». Come ai vecchi tempi. Per un attimo ho creduto che tu fossi tornato, che le tue parole riattizzassero polemiche e scavassero indignazioni. Invece niente. Non ti ha filato nessuno. Tutti dietro a quell’altro che parla di «iato» e di «spending review». Persino gli studenti in piazza ti hanno già dimenticato: i loro cartelli sfottevano solo i banchieri. Guarda, non dovrei dirtelo, ma persino i tuoi tg hanno fiutato l’aria sobria e anziché sostenere le tue battaglie contro i mulini forti preferiscono darsi alla cronaca nera. Taccio sulla Rai, per non farti soffrire. Comunque sappi che davanti alla porta di Casini c’è una tale fila di tuoi ex raccomandati che fra un po’ dovranno dargli il numeretto come alle Poste.

Siamo rimasti soli, Silvio. Hai spaccato un Paese, abbassato l’asticella del buongusto al livello dell’elastico degli slip, desertificato i cervelli di due generazioni di telespettatori, abolito il senso di autorità e quello dello Stato (già scarsi anche prima di te), sdoganato un esercito di fascisti, razzisti, squinzie e buzzurri. Soprattutto hai sparato una quantità inverosimile di panzane. Eppure eri la mia musa. Ora basta però, ti devo lasciare. Per il bene della Nazione e mio personale, da domani scriverò solo dei Buongiorno tecnici.

La Stampa 18.11.11

"Monti alla Camera, la diretta Sms", di Mattia Feltri

La giornata a Montecitorio: Berlusconi rinuncia al discorso convinto da Alfano e Cicchitto

Post scriptum – 15.22 – Una precisazione via sms da Franceschini: “Le riforme istituzionali non ho detto che le farà Monti ma il Parlamento”.

15.12 – Continuano le operazioni di voto. Monti avrà una fiducia quasi totale, non ci sarà nessuna sorpresa. Alla prossima.

15.02 – Antonio Martino non ha votato la fiducia perché non la dà per principio ai governi tecnici. Lo ha comunicato a Monti che pareva seccato.

14.52 – Berlusconi alla buvette ha brindato coi suoi a crodino.

14.37 – In questo momento Veltroni parla ai Rainews e nell’altro angolo del cortile D’Alema parla a Skynews…

14.35 – Si segnala che Tremonti si è abusivamente seduto nello scranno davanti a Berlusconi. Il suo posto è quello di Papa…

14.32 – Stefania Craxi: “Se da tutta questa storia mi tolgono un po’ di putt… dal davanti…”.

14.26 – Scilipoti con l’aiuto dei commessi raggiunge Berlusconi alla buvette.

14.17 -Berlusconi e Casini si sono calorosamente salutati.

14.16 – Si comincia a votare, si comincia da Giulietti.

14.14 – Berlusconi ha salutato uno a uno tutti i membri del governo.

14.11 – Scilipoti accolto da un boato. Sta dicendo che è in governo abusivo. Porta il lutto al braccio

.14.08 – Si conferma la contrarietà del Pdl alla patrimoniale e soprattutto alla reintroduzione dell’Ici.

14.06 – Questo non è un governo delle larghe intese, dice Alfano. Non vuole implicazioni politiche

14.05 – Alfano difende il governo di Berlusconi con orgoglio. E’ l’unico discorso possibile.

14.02 – “L’euro sta fallendo la sua prima grande prova”.

14.00 – Ora Alfano. La crisi, dice, è di tutti. Chi ha stappato champagne per le dimissioni di Berlusconi deve riaversi dalla sbronza.

13.59- Bersani chiude in pieno orgasmo oratorio: “siamo italiani, sappiamo ancora stupire”. Poi butta i fogli sul leggìo. Evidente disagio ai banchi di governo.

13.56 – Incomprensibile Bersani. Urla, batte i pugni, “è una vergogna!”. Piena campagna elettorale.

13.55 – -L’imbarazzo è profondo davanti all’uscita di Bersani: se le avanza un euro, lo usi per i disabili…

13.54 – Di fronte ai comizietti, i ministri dimostrano qualche imbarazzo.

13.53 – In tribuna stampa si dibatte attorno alle orecchie di Berlusconi e del ministro Giarda. Chi le avrà più grosse?

13.50 – Bersani rivolto ai leghisti: “Conosciamo la colla dei manifesti”. Si ignora il significato (ma Bersani parla così: non siamo mica qui a schiacciare i punti neri alle coccinelle…).

13.48 – Circola un pettegolezzo stupendo. Salutando i membri del suo governo, Berlusconi ha detto: “Invidio Monti che ha una squadra stupenda, mentre io ho avuto solo quello che mi avete dato voi”.

13.47 – Reguzzoni della Lega spiritosissimo: il nostro nemico sono i palazzi romani. Vasta ilarità. Comincia Bersani.

13.46 – Berlusconi accolto da un applauso, ma non da un applausone

13.42 – Da qualche minuto è arrivato Silvio Berlusconi. Si è seduto fra Cicchitto e Alfano

13.39 – Stracquadanio sostiene che Monti è l’unico uomo al mondo che, quando parla, inserisce la funzione elenco punti numerati. “E’ MicroMont”

13.29 – Altro segnale del cambio di regime: Barbato dell’Idv si è tagliato i rami frondosi che spacciava per capelli

13.26 – Parla Casini dopo Bocchino. Non sarà colpa di nessuno, ma sono momenti di inutilità infinita.

13.23 – Giuseppe Moles del Pdl si chiede se il biglietto di E.Letta a Monti fosse un biglietto tecnico o politico.

13.19 – La lite pietosa è stata fra Nizzi e Cicu perché Nizzi e altri due hanno portato a Monti un dossier sulla Sardegna escludendo gli altri sardi…

13.14 – Antonio Russo e Settimo Nizzi, entrambi del Pdl, si sono messi a discutere e quasi si mettono le mani addosso.

13.09 – Nel biglietto a Monti un Enrico Letta entusiasta: “Allora i miracoli esistono”.

13.02 – L’argomento qui è il biglietto che Enrico Letta ha mandato a Monti (e intercettato dai fotografi) in cui il primo, su sollecitazione di Bersani, offre aiuto al secondo per la nomina dei sottosegretari.

13.00 – Quando Di Pietro fa il buono, non si può ascoltare

12.58 – Fitto conciliabolo da almeno un quarto d’ora fra Alfano, Cicchitto, Landolfi, Meloni, Bergamini

12.55 – Di Pietro: “Anticipo subito: diamo la nostra fiducia. Non lo facciamo né per noi né per voi, ma per il Paese”. ? Vabbè, non proprio da pelle d’oca.

12.53 – Di Pietro: “Benvenuti! Perché è meglio che ci siete voi di quelli che c’erano prima”. Blande proteste a destra

12.50 – Momento di grande stanca. Molti inutili interventi verso una fiducia che si sa già straordinariamente ampia.

12.44 – Monti manda un biglietto a Di Pietro che lo legge, non alza nemmeno la testa e si ributta nella revisione del suo intervento.

12.39 – Si nota con sollievo che il premier ha abbandonato il rigore cattedratico. In aula si susseguono dichiarazioni di voto personali o di minigruppi, e lui chiacchiera coi ministri e i deputati che vanno a salutarlo (uno degli ultimi è Veltroni).

12.32 – Cominciate le dichiarazioni di voto. Ma tutti vanno a complimentarsi con Monti. Fra gli altri, Antonio Martino.

12.29 – La Melchiorre interviene e, clamoroso, Monti non la ascolta. Non era mai successo in un giorno e mezzo! Evviva la Melchiorre! La sapevamo ornamentale, ma non fino a questo punto.

12.28 – Tutto il Parlamento (tranne la Lega e buona parte degli Idv) in piedi ad applaudire Monti.

12.27 – Settimana prossima, continua Monti, avrò un incontro a tre con Merkel e Sarkozy

12.24 – Forse alcuni di voi sono giovani e non si ricordano quei poteri forti, i quali invece si ricordano di me. E l’Economist mi definì il Saddan Hussein del business. Ecco perché davanti a certi paragoni siamo leggermente disturbati. Ma tocca a noi dimostrare che avete torto

12.23 – “Poteri forti? Di poteri forti in Italia non ne conosco”.

12.21 – Troppo spesso, dice, la società civile inveisce contro la classe politica. La cosa lo indigna

12.20 – Berlusconi arriverà: la conferma la danno i suoi

12.18 – Dice che trova offensivo essere indicato come premier dei poteri forti.

12.16 – Monti chiede di non indicare la dipendenza dell’esecutivo dal Parlamento con la frase “staccare la spina”. Dice che se no rischiano di credersi un rasoio o un polmone d’acciaio. Umorismo di stampo cucciano.

12.14 – “Chiamatemi pure professore perché l’altro mio titolo, presidente, durerà poco. Come diceva Spadolini, i presidenti passano, i professori restano”.

12.13 – Vuole rassicurare i leghisti sul federalismo, si farà, dice, bisogna vedere le modalità. La Lega non applaude.

12.12 – “Ho avuto soprassalti identitari dentro di me – dice Monti – Ma io non sono settentrionale? Non sono varesino?”.

12.11 – Alcune omissioni del piano programmatico, dice Monti, sono volute

12.10 – Monti ringrazia Gianni Letta che è in tribuna. Ovazione della Camera, anche dai banchi del Pd

12.09 – Però Berlusconi non c’è

12.08 – Monti ringrazia Berlusconi per il senso di responsabilità e l’aiuto offerto.

12.05 – Ora parla Monti in replica

12.04 – Dopo le dichiarazioni di voto, a titolo personale parleranno Miccichè, Rita Bernardini e soprattutto di Scilipoti.

12.02 – Mancava D’Alema: anche lui è andato a salutare Passera

11.59 – L’arrivo di Berlusconi alla Camera sta diventando un mistero

11.57 – Giancarlo Lehner: “Una volta uno di noi disse: abbiamo una banca. Ora possiamo dire: una banca ha noi”.

11.56 – Uno del Pdl: “Sapete che vi dico? Sono sollevato, non ne potevo più di guerra quotidiana”.

11.49 – Fabio Granata su Scilipoti: “E’ morta la democrazia? E’ morta solo la capacità di ricatto di Scilipoti”.

11.46 – Berlusconi non parla ma viene in segno di rispetto per il nuovo governo

11.24 – La Camera è come al solito più confusa e dispersiva del Senato. C’è un gran vociare. Monti neanche a dirlo è attentissimo.

11.20 – Scoramento fra i giornalisti: Berlusconi non parla più, politicamente la giornata è chiusa

11.08 – Cicchitto mostra i pettorali: si augura che il governo sia al di sopra di interessi di cui è portatore

10.56 – Scilipoti col lutto al braccio. Urgono approfondimenti

10.44 – Tre ex ministri in aula: Gelmini, Romani (che siedono vicini) e Brunetta.

10.42 – Donadi: “Ci aiuti, signor presidente, a mettere mano ai nostri vitalizi”.

10.39 – Amedeo Laboccetta indossa una stola o forse una sciarpa. Assomiglia sempre più a padre Amorth

10.37 – Manuela Di Centa sui banchi del Pdl legge la Gazzetta dello Sport mentre parla Donadi dell’Idv

10.30 – Grimaldi (“Noi come Grande Sud…”) ha detto a Monti che “gli esami non finiscono mai”

10.28 – Bisognerebbe avvertire Monti che Mario Pepe dei Responsabili può anche non ascoltarlo

10.25 – Ancora non si vedono moglie e figli di Monti.

10.22 – Berlusconi non parla per non “uccidere Alfano nella culla”.

10.17 – Tutti vanno a salutare Passera: Bersani, Veltroni, Fioroni…

10.13 – Franceschini chiede cambio della legge elettorale, Senato federale, cambio dei regolamenti parlamentari. Ma perché queste cose dovrebbe farla Monti?

10.08 – La crisi si è aggravata: le riforme, dice Franceschini, ce le chiede il mondo (non più solo l’Europa).

10.07 – La discussione andrà avanti fin verso le 13.30, poi dichiarazioni di voto, infine la lunga chiamata nominale

10.05 – La seduta è cominciata. Parla Franceschini. Banchi di destra deserti: del resto non venivano neanche per il loro, di governo…

9.58 – Fuochi d’artificio nel Pdl: oltre a Cicchitto parla anche Alfano

9.53 – Intoppo nel cambio di regime: seduta sospesa per mancanza di materia prima, i ministri

9.49 – Irrompe Rosi Bindi con uno splendido sorriso tecnico

9.45 – Per il Pdl parlerà Cicchitto, così dopo Monti rimane inalterato il livello di adrenalina

9.42 – Bacio a quote diverse fra Passera e Brunetta

9.35 – Il cambio di regime si nota anche da Walter Veltroni che è passato dai mocassini testa di moro ai mocassini neri

9.33 – A dieci minuti dall’inizio, desertificazione e torpore.

9.27 – L’ex presidente del Consiglio voleva replicare oggi a Monti. Era anche pronto il discorso, molto ecumenico. Ma in serata Alfano e Cicchitto lo hanno convinto a lasciar perdere.

9.26 – Berlusconi non parla, è praticamente ufficiale.

9.12 – Fra poco più di mezzora, Mario Monti parla alla Camera dei deputati. La fiducia nel primo pomeriggio. Ieri al Senato è stata molto molto ampia.

www.lastampa.it

Camera dei Deputati: fiducia al governo Monti, dichiarazioni di voto di Pier Luigi Bersani e intervento di Dario Franceschini

Signor Presidente, voglio rivolgere al Presidente del Consiglio, alle signore e ai signori Ministri gli auguri di buon lavoro. Noi abbiamo apprezzato, ed in larghissima parte condiviso, il discorso del Presidente del Consiglio; ne abbiamo veramente apprezzato lo stile; voteremo la fiducia al Governo senza giri di parole, senza asticelle, senza paletti, senza termini temporali. Abbiamo lavorato perché la svolta ci fosse, abbiamo lavorato perché un nuovo Governo potesse nascere, lo abbiamo fatto con onestà, con unità fra di noi, con disinteresse: prima di tutto l’Italia è stato il nostro slogan (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati del gruppo Unione di Centro per il Terzo Polo). Lo abbiamo fatto con rispettoso riguardo alle indicazioni del Capo dello Stato, che da italiani vogliamo ancora una volta ringraziare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Rivendichiamo di avere visto, da tempo e per tempo, la crisi; rivendichiamo di aver visto, da tempo e per tempo, l’esigenza di un cambio di rotta; ed è per questo, signor Presidente del Consiglio, che nessuno come noi conosce i compiti pesanti e drammatici che ha di fronte questo Governo. Sia dunque chiaro come ci comporteremo, e voglio dirlo con semplicità, davanti agli italiani. Signor Presidente del Consiglio, in primo luogo noi tuteleremo il suo Governo verso chiunque volesse scaricare su di esso responsabilità che non ha (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Mi auguro, caro Reguzzoni, che non sia così, perché se così fosse, sia chiaro che noi non stiamo zitti, perché loro sono lì da un giorno, noi siamo qui da tre anni, vi abbiamo visto all’opera negli ultimi otto anni su dieci e conosciamo la colla dei manifesti; sia chiaro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
In secondo luogo, noi non pretenderemo mai di dettarvi i compiti e neanche ci aspettiamo che voi facciate, su tutto, quello che faremmo noi; vi sosterremo lealmente e lo faremo però con l’orgoglio delle nostre idee, con la bussola delle nostre idee. Ecco alcune delle nostre idee, vi chiediamo semplicemente di tenerne conto, sto alla sostanza naturalmente, i particolari si vedranno: noi non chiediamo miracoli, ci fa piacere che non ne promettiate; chiediamo sobrietà, ci fa piacere che la stiate dimostrando; desideriamo verità e fiducia, perché la fiducia nasce solo dalla verità, e ci fa piacere aver ascoltato finalmente parole di verità sulla crisi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Noi non pensiamo che la fase finale di una legislatura, senza la spinta di una grande consultazione popolare, elettorale, possa dare vita a quella ricostruzione democratica e sociale che mettiamo nel nostro orizzonte, nel nostro impegno, che continua e rimane quello, e tuttavia confidiamo che una traccia del percorso da fare possa essere posta subito, che l’emergenza possa essere affrontata con vigore, che possano mettersi in cammino processi di riforma, sia su impulso del Governo sia per iniziative parlamentari sui temi elettorali, istituzionali, della sobrietà, del rigore della vita pubblica, della politica. Quella traccia a cui mi riferisco noi desideriamo vederla sui grandi assi, nella prospettiva di ricostruzione e di riscossa che immaginiamo per l’Italia. Noi desideriamo che l’Italia torni al suo posto in Europa con la dignità di un Paese fondatore. Bene, molto bene, Presidente del Consiglio, che noi riprendiamo il nostro posto tra le prime tre realtà di questa Europa; molto bene (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori)!

E desideriamo che l’Italia aiuti l’Europa ad essere Europa, perché il problema non è l’euro, ma l’Europa che non c’è e se noi dobbiamo togliere l’Italia dal luogo più esposto della crisi, dove non dovremmo essere, dove siamo stati portati drammaticamente e pericolosamente questo non basta. Infatti se non si correggono alcuni fondamentali delle politiche europee che abbiamo visto fin qui nessuno può davvero salvarsi, nessuno. E desideriamo che l’Europa volga finalmente lo sguardo al Mediterraneo, a proposito del nostro sud, con le enormi novità che stanno avvenendo lì, purtroppo nel nostro assordante silenzio.
Lei ha puntato sulla crescita, bene le dico cosa pensiamo noi. Noi pensiamo che le disuguaglianze sociali e territoriali siano contro la crescita (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) che la dequalificazione, il declassamento del lavoro e della conoscenza, che l’eccesso di precarizzazione siano contro la crescita, che le rendite amorfe, le posizioni di rendite corporative siano contro la crescita (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) che la pletora della pubblica amministrazione sia contro la crescita, che la sottovalutazione dei temi ambientali dell’innovazione tecnologica, dell’efficienza energetica sia contro la crescita. E che in particolare l’egoismo sociale, la vergognosa infedeltà fiscale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) l’idea di salvarsi da soli sia contro la crescita e contro il Paese. Presidente, basta con l’egoismo sociale! Se le rimanesse un solo euro in cassa, per cortesia lo spenda per un servizio per i disabili, perché senza solidarietà non c’è senso di comunità (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati dei gruppi Unione di Centro per il Terzo Polo e Italia dei Valori) e senza senso di comunità non possiamo salvarci (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati dei gruppi Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori).
Basta con l’egoismo sociale, ci vuole uno sforzo collettivo, collettivo, dove chi ha di più deve dare di più e dove chi è stato disturbato meno deve esser disturbato di più. E le chiediamo dentro questa ispirazione – lo diceva anche l’onorevole Casini – riprenda il filo del dialogo sociale, partendo dal 28 giugno, da quella base, perché quella base dia nuovi frutti, una vera assunzione di responsabilità. Su ogni singolo tema i nostri parlamentari sono a disposizione e saranno costruttivi per sostenere quello che lei ha definito un Governo di impegno nazionale. Benissimo, un Governo di impegno nazionale: ciascuno si prenda la sua responsabilità, noi non metteremo condizioni e non accetteremo che ve ne siano. Certo, anche oggi lei ha dimostrato di non avere timidezze e questo ci fa molto piacere e così come non ne ha avute, per esempio, nominando le pensioni, sono sicuro che, qualora venisse il caso, non ne avrebbe neanche per nominare, per esempio, i grandi patrimoni immobiliari (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Infine, e concludo su questo, noi desideriamo essere presenti in Europa non solo per gli spread, che sono rilevantissimi anche se vedo già qualche segnale positivo. Ci interessa esserci per i diritti di cittadinanza e di civiltà e riprendo quel che ha detto l’onorevole Franceschini (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Noi, cari leghisti, vi dico dove ci avete portato con un esempio solo: noi abbiamo centinaia di migliaia di figli di immigrati che pagano le tasse e lavorano, che stanno andando a scuola, che parlano l’italiano (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori e di deputati del gruppo Popolo della Libertà – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania) e che non sono né immigrati né italiani, non sanno chi sono! È una vergogna!
In Europa ci si va con delle misure di civiltà. Non possiamo solo parlare alle tasche degli italiani, dobbiamo parlare anche al cuore degli italiani e al nostro stesso cuore, che si è addormentato dopo la vostra cura. Basta! Basta (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori e di deputati del gruppo Popolo della Libertà – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)! Ho finito. Concludo con questo. Solo dieci giorni fa – dicasi dieci giorni fa – si è chiusa qui in Parlamento una fase. Dopo solo dieci giorni siamo in un altro universo. Lo dico per tutti, guardate, per tutti, sentendomi solidale con tutto questo Parlamento.
Voglio dire questo: non so in quanti altri posti al mondo, in analoghe condizioni, compresi i Paesi che ci fanno la lezione, sarebbe stato possibile, in dieci giorni, un fatto di questo genere.
Questo significa che alla fine siamo italiani e siamo ancora in condizione di stupire, solo che abbiamo fiducia in noi stessi (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori – Congratulazioni. Dai banchi del gruppo della Lega Nord Padania si scandisce: Elezioni! Elezioni!).

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DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, grazie davvero, a nome dei deputati del Partito Democratico, per aver messo le sue competenze, la sua credibilità internazionale al servizio del Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Italia dei Valori). Questo, ci ricorda tanto un momento in cui un grande italiano, allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, si assunse l’onere, di fronte al mondo e di fronte al Paese, di mettere la sua credibilità personale per far uscire l’Italia da un altro momento di crisi.
Grazie anche per il modo rispettoso e attento con cui si è rivolto al Parlamento, di cui da pochi giorni lei fa parte come senatore a vita, e grazie davvero, anche dal punto di vista personale, me lo consenta, per le parole con cui ha dichiarato l’emozione vera e autentica, lo si è capito, che ha provato entrando in quest’Aula. La stessa che probabilmente hanno sentito questa mattina alcuni ministri; è la stessa emozione che sente, sempre, chi entra qui per la prima volta se crede nella laica sacralità delle istituzioni repubblicane.
L’Aula è il luogo del confronto, il luogo dello scontro politico, anche duro, lo è stata in questi centocinquant’anni di storia italiana, lo è stata anche, con molte distorsioni, in questi tre anni e mezzo di legislatura, caratterizzati da un rapporto difficile tra maggioranza e opposizione, figlio di un bipolarismo incompleto, pieno di anomalie, dentro un Paese spaccato, dilaniato, che è sembrato, purtroppo, incapace di individuare un terreno comune tra avversari. Eppure la storia italiana, quando il mondo era più difficile, diviso in blocchi, portava qui dentro partiti che si contrastavano con durezza, ma che condividevano un sistema di regole e di valori comuni.
Oggi siamo nell’emergenza, siamo dentro la durezza della crisi e siamo qui, tutti, perché vogliamo salvare il Paese e questa missione ci impone di voltare pagina. Ci impone di voltare pagina nei comportamenti individuali e politici di noi singoli parlamentari e di noi gruppi parlamentari, lasciando alle spalle i toni di rissa, i toni molte volte troppo duri e troppo violenti e ci impone anche di non girarci a guardarli e a ricordarli, ma di trovare invece la via di una collaborazione.
Proviamo a trasformare l’anno e mezzo che abbiamo davanti, da usare fino all’ultimo giorno, per far diventare quest’Aula il luogo del dialogo, del confronto e anche della collaborazione. Questa è una situazione inedita, è una situazione difficile, fuori c’è il mondo, ci sono i mercati, l’Europa, che aspettano misure immediate, coraggiose, concrete; lei, signor Presidente del Consiglio, ne ha annunciate molte ieri. Nella dichiarazione di voto del segretario Bersani noi riprenderemo i temi che ci stanno più a cuore: il risanamento deve stare insieme all’equità sociale; i sacrifici vanno chiesti in base alle disponibilità di ogni persona; serve un piano immediato di lavoro straordinario per i giovani e la lotta contro l’evasione è una priorità che può essere affrontata non soltanto con l’accertamento ma anche con una misura molto semplice, basta un articolo relativo alla tracciabilità dei pagamenti sopra un importo molto basso.
Quindi fuori il mondo aspetta queste riforme, queste scelte coraggiose e qui dentro ci troviamo invece con un Governo che per la prima volta dal 1946 non è espressione di una maggioranza politica, ma soltanto di una maggioranza parlamentare, un Governo che è pieno di personalità scelte per le loro competenze e un Governo sostenuto da forze che sono state, che sono, e che saranno, avversarie alle prossime elezioni e che scelgono di collaborare per salvare il proprio Paese.
Lo stesso modo in cui noi oggi, per la prima volta, non presentiamo una mozione di fiducia firmata da tutti i capigruppo parlamentari, ma singole identiche mozioni di fiducia, una per ciascun gruppo, è la prova di come nasce in modo inedito questa maggioranza.
Qualcuno ha temuto che il Governo tecnico avrebbe finito per sottrarre centralità al Parlamento. Noi invece pensiamo l’opposto per diverse ragioni. Il primo motivo è la centralità perché l’assenza di una maggioranza politica toglie quei luoghi legittimi – incontri tra i partiti, i vertici propri appunto delle coalizioni – e porta tutto il confronto di merito sulle singole scelte in Parlamento, nel confronto tra i gruppi parlamentari, nel confronto tra i gruppi, le Commissioni parlamentari e il Governo. Tutto qua, tutto in Parlamento, e dovremo trovare, signor Presidente, le forme perché il coinvolgimento sulle scelte del Parlamento non sia soltanto nel momento dell’approvazione o delle modifiche delle misure proposte dal Governo, ma sia nella preparazione delle misure del Governo, in un rapporto molto stretto tra le Commissioni parlamentari e i Ministeri.
Il secondo motivo per cui potremmo trovarci e vogliamo trovarci in una situazione di nuova centralità del Parlamento, è che l’assenza fisiologica, normale, dello scontro politico tra maggioranza e opposizione, almeno come l’abbiamo conosciuta, e i tempi che questo comporta, i percorsi parlamentari che questo sempre ha comportato, può invece metterci davanti ad un periodo fecondo in cui approvare molte leggi che il Paese aspetta, anche molte leggi che magari non richiedono la copertura e non richiedono un impegno di spesa, ma che sono ugualmente urgenti. Molte sono pronte, ne cito soltanto una a cui noi teniamo particolarmente. Si tratta di una legge composta da un solo articolo rivolta a quei bambini nati nella nostra terra, vissuti sulla nostra terra, innamorati della nostra terra, ma che hanno l’unica colpa di essere figli di cittadini stranieri, cosa che li condanna a farli sentire ospiti e non possono dirsi italiani soltanto per una norma ingiusta che noi vogliamo, insieme a tutti gli altri, modificare (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori).
Il terzo motivo di una nuova centralità del Parlamento, è che mentre il Governo sarà naturalmente concentrato, insieme a noi, sulla missione di risanamento finanziario e di ricostruzione della crescita, noi possiamo approvare le riforme istituzionali che è possibile approvare in diciotto mesi. È l’altra faccia, per l’Italia, dell’uscita dalla crisi: il risanamento deve essere accompagnato dalla modernizzazione del sistema istituzionale, per reggere i tempi accelerati del mondo globale e per non essere impantanati nelle lentezze.
Noi non parliamo di una «mega riforma» della seconda parte della Costituzione – ci si è provato già altre volte senza mai riuscirci – parliamo di tre obiettivi possibili.
In primo luogo una nuova legge elettorale che restituisca agli elettori il diritto di scegliersi gli eletti e che faccia uscire dallo schema delle alleanze imposte, forzate dalle norme, anziché scelte in base ai programmi.
In secondo luogo un Senato federale delle autonomie – ci sono proposte convergenti di tutti gruppi su questo – che porti al monocameralismo, e quindi alla riduzione del numero dei parlamentari come scelta derivante dal monocameralismo, non quella proposta, che non sta in piedi, di dimezzare i parlamentari lasciando intatti tutti i difetti del bicameralismo e della sua lentezza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
In terzo luogo la modifica dei regolamenti parlamentari. Sono trent’anni che se ne parla ed è tutto rallentato da norme barocche e assurde. Non ci si è mai riusciti perché la maggioranza o l’opposizione del momento, o la vicinanza delle elezioni, impedivano un atto di generosità. Alla fine di quest’anno e mezzo noi non sappiamo come sarà il sistema politico italiano con una nuova legge elettorale e non Pag. 6sappiamo chi vincerà le elezioni. Ci sono quindi le condizioni per fare insieme queste tre riforme. Insomma è una grande occasione.

Insomma è una grande occasione per il Governo e il Parlamento insieme: fare ripartire l’economia, risanare, cercare la via della crescita e, contemporaneamente, dimostrare che la democrazia parlamentare non è uno strumento antico, superato, del passato, ma è viva, è capace di rinnovarsi ed è irrinunciabile.
L’Italia ha sempre mostrato il meglio di sé dopo le prove più dure a cui la storia l’ha chiamata: penso alla ricostruzione sulle macerie della guerra. Noi vogliamo fare per i nostri figli quello che le nostre madri e i nostri padri hanno fatto per noi: ricostruire l’Italia. Oggi sembra un Paese stremato, impaurito. E invece, se si guarda sotto l’apparenza, è straordinariamente pieno di talenti, di intelligenze, di donne e di giovani incredibili che si fanno apprezzare nel mondo, che sono pieni di volontà, sono pieni di entusiasmo, dal profondo nord fino al profondo sud.
Quegli italiani guardano a lei, signor Presidente del Consiglio, ma guardano anche a noi parlamentari: vogliono capire se possono tornare a credere e a fidarsi della politica; se possono tornare a credere nella nostra capacità di ridare un futuro all’Italia, nella nostra volontà di farlo.
Per riuscirci serve una guida, serve sempre a un Paese, ma, a maggior ragione, serve dentro ad una bufera. Servono una guida e un Governo solidi. Il Partito Democratico è qui a fare semplicemente il proprio dovere di grande e responsabile partito nazionale. Noi non diremo mai che il Governo resta finché vogliamo noi, invece vogliamo che resti fino all’ultimo giorno della legislatura (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Futuro e Libertà per il Terzo Polo).
Ciò perché tutti noi parlamentari del Partito Democratico ci sentiamo parte di quell’impegno nazionale di cui lei, ieri, ha parlato. Per queste ragioni voteremo convintamente la fiducia al suo Governo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Futuro e Libertà per il Terzo Polo).

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"Gli orfanelli di Berlusconi e noi", di Stefano Menichini

Non si dica che la democrazia è sospesa e che il governo Monti nasce senza opposizione. Perché, quanto a questo necessario ingrediente democratico, si può opinare sulla qualità ma la quantità è garantita. Di opposizione ce ne sarà sia in parlamento – tra leghisti che leggono come macelleria sociale ciò che facevano fino all’altroieri da ministri, e frattaglie di destra animate da una inquietudine che esploderà – che nelle piazze. Addirittura ieri il governo ha avuto il battesimo delle uova spiaccicate sui muri del senato da parte di lucidi Cobas e studenti in confusione: prima ancora di essersi insediato, neanche fosse davvero una giunta golpista. Sia nella scelta dell’arma che nella motivazione, chiaramente lettori di Giuliano Ferrara.
Ciò che soprattutto è sicuro è che Monti potrà vantarsi di avere una sua personale stampa d’opposizione. Il sostegno da parte dei grandi gruppi editoriali è forte, ma il circuito mediatico è una strana bestia dove spesso le copie vendute, più che contarsi, si pesano. E dove magari ci sono giornali leggeri che pesano più dei grandi giornaloni.
Ecco allora schierato, fin dal primo giorno anzi fin dalla vigilia, il fronte trasversale di quelli che chiamerei gli orfani di Berlusconi: sinistra e destra unite dall’obbrobrio per il governo di transizione, in realtà alleate nel riempire con l’avversione a Monti il vuoto lasciato dal Cavaliere come tabù da difendere o come totem da abbattere.
Una svolta interessante, che ci aiuta anche a definire, per differenza, il ruolo che Europa nel suo piccolo cercherà per sé nella stagione che si apre.
Quel che colpisce maggiormente dell’accoglienza negativa riservata a Monti dai nostalgici a vario titolo sono gli argomenti. Che illuminano retrospettivamente il ruolo che certi giornali hanno ricoperto fino a pochi giorni fa, nel regime politico precedente.
Per esempio basta confrontare i giornali della destra non famigliare (Il Tempo, Libero) con quelli affidati alle cure editoriali di Paolo Berlusconi, cioè Giornale e Foglio. Si scoprirà che, per questi ultimi, l’asserita vocazione liberale doveva essere davvero leggera, se non ha resistito al cambio della guardia a palazzo Chigi. Tutto ciò che chiedevano al loro editore di fare in economia (perfino col tono della fronda, quando il premier soccombeva davanti a Tremonti), nel momento stesso in cui viene enunciato come programma da Mario Monti diventa «nulla», sono «ovvietà politicamente inadeguate all’emergenza» (Ferrara), presto potrebbe diventare macelleria sociale dovesse accendersi una rivalità col noto liberale Calderoli.
In chiave anti-tecnocratica l’agile Foglio arruola di corsa intellettuali, commentatori e testimonial internazionali. Alcuni, come Piero Sansonetti, s’erano già distinti nel soccorso azzurro; di altri (dal Nyt al Guardian fino addirittura a Barbara Spinelli) si soprassiede sulla circostanza di averli fino all’altroieri considerati l’anima della cospirazione mondialista contro l’Italia di Berlusconi.
Il massimo si raggiunge però nella lode speciale dedicata all’arcinemico Marco Travaglio, ripreso e ammirato da Ferrara per il ruvido trattamento che sa riservare al professor Monti. Qui gli estremi si toccano e forse si specchiano, speriamo non fino al punto di dover leggere sul Foglio anche l’elogio dell’editoriale travagliesco sul Fatto di ieri. «Da Patonza a Passera» è infatti il manifesto di un antiberlusconismo che, per stupirci, vuole dimostrare di sapersi benissimo ricollocare nell’universo postberlusconiano.
Solo che, anche in questo caso, la manovra è rivelatrice. Perché il gioco di parole volgare, finalmente, non parla più dell’oggetto della satira, il vecchio sporcaccione di Arcore, bensì di colui che la satira la scrive. È come se, accantonato Berlusconi, l’istinto spinga Travaglio a rilanciare la vocazione oppositrice rifugiandosi comunque in qualche recesso delle parti intime femminili.
La promessa che fa Antonio Padellaro di voler vigilare sul nuovo potere politico è degna di rispetto, anzi da condividere. Contro il governo Monti però l’attacco è preventivo, prescinde da programmi e scelte, si infiamma quando trova possibili conflitti d’interesse laddove – com’è sempre stato da quando esiste la politica – ci sono competenze che dal privato si riversano sul pubblico. Condotta alle sue estreme conseguenze, l’intransigenza contro chiunque abbia combinato qualcosa nella propria professione avrebbe una sola conseguenza: che la politica possono farla solo i funzionari di partito.
Dice molto di come siamo ridotti male quanto a cultura politica che a sinistra, e in genere nel panorama della stampa politica, il Fatto sia l’unico indiscutibile (e invidiabile) caso editoriale di successo. Naturalmente il fronte trasversale dell’opposizione a Monti è più ricco e attinge anche ad altri argomenti oltre che a Patonza-Passera.
Per esempio il manifesto ha deciso subito, giorni fa, che dal berlusconismo si stava uscendo in favore di nemici più antichi e conosciuti: i banchieri cattolici. Al momento dell’insediamento di Monti, però, c’è un sussulto, anche qui un impulso che viene dal passato: il giornale allora di Luigi Pintor nel 1994 decise, soffrendo, che baciare il rospo del governo Dini sarebbe stato meglio che tenersi Berlusconi. In un veloce flash-back Marco Revelli torna a calarsi in quel contesto e decide (coraggiosamente, vista l’aria che tira dalle sue parti) di ripetere oggi l’atto metaforico, condendolo con tanti dubbi sulla rottura della consuetudine democratica operata da Napolitano, ma anche con una dichiarazione estetica: quella dell’intellettuale torinese che in qualche modo si riconosce nello stile dei suoi colleghi neoministri.
Veniamo a noi, però.
Come i lettori di Europa sanno, la nascita di un governo di transizione è un obiettivo che ci convinceva da mesi e per il quale, per il pochissimo che contiamo, ci siamo battuti.
Il Partito democratico ha avuto per un certo periodo un’altra linea, che era logica ed è stata a tratti anche convincente: davvero l’attuale parlamento non sembrava un luogo che meritasse di essere difeso, dove si potessero compiere scelte adeguate alla gravità della crisi. Della linea delle inevitabili elezioni anticipate, che abbiamo rispettato perché realistica, erano alfieri coerenti, fino a pochissimi giorni fa, i cugini de l’Unità.
Non stiamo in parlamento, non facciamo scelte politiche. Ma il fatto che le cose stiano andando in un modo diverso (avendo Bersani saputo compiere col suo gruppo dirigente scelte lucide e generose al momento giusto), carica in un certo senso anche noi di una responsabilità maggiore.
Al lavoro, tutto sommato facile, di stiracchiare sul bordo riformista la foto di Vasto, si sostituisce un impegno più rischioso ma che in caso di successo riserva un premio più alto.
Che cosa significa lavorare (criticamente) dentro l’avventura del governo Monti, perché oltre a salvare l’Italia dal baratro raggiunga almeno una frazione degli obiettivi di modernizzazione che si è prefisso ieri? Significa scommettere che, quando la fase dell’emergenza sarà conclusa, il Pd si ripresenti più di ogni altro come l’interprete credibile della stessa esigenza di cambiamento enunciata da Monti (che noi chiamiamo rivoluzione sociale e liberale). E come il partito depositario naturale della speranza che in questi giorni torna a percorrere il paese senza più argini, finalmente, fra elettori dell’una e dell’altra parte.

da Europa Quotidiano 18.11.11

"Ponti più solidi contro gli egoismi", di Alberto Orioli

È la coesione solidale il filo comune tra l’idea di nazione e l’idea di Europa che si legge nel discorso di insediamento del presidente Mario Monti al Senato. Non a caso anche il disegno del nuovo Esecutivo prevede, a questo scopo, ministeri mai esistiti prima come è quello della Coesione territoriale il cui titolare è Fabrizio Barca, ma anche ‐ seppure più indirettamente ‐ quello della Cooperazione interna e internazionale governato da Andrea Riccardi.

Si archivia, come ideologia – forse l’ultima – la difesa degli interessi locali, diventata troppo a lungo deriva «localista», e quella degli interessi nazionali declinati in Europa secondo un’idea darwiniana del ‘mors tua vita mea’ risultata il vero, drammatico tradimento rispetto all’Europa dei padri (citati non a caso ieri da Monti) e anche delle ragioni stesse della nascita dell’euro.

I piccoli o grandi egoismi, mossi in questi anni da mani invisibili che, unite, non sono state in grado di generare quell’interesse comune che invece preconizzava Adam Smith, hanno mostrato tutta la loro carica di devastazione. In questi anni, ad esempio, oscurare il capitolo sul Mezzogiorno o gestirlo solo in termini folkloristici (la Banca del Sud, ad esempio) ha anche rischiato di vanificare i grandi successi che l’azione del ministro Roberto Maroni ha avuto nella lotta alla criminalità organizzata.

In Italia e in Europa è ormai chiaro che la lotta tra piccoli egoismi non crea mai un vincitore ma solo tanti sconfitti.

Con il discorso di ieri è emersa con chiarezza la discontinuità nell’idea di interesse comune, laddove adesso si allarga fino a diventare orgogliosamente quel «l’Europa siamo noi» rivendicato dal premier. L’interesse comune troppo spesso è stato l’interesse delle comunità più o meno piccole: alla prova dei fatti e della storia quella somma di micro interessi non ha creato un benessere più grande. Anzi, ha contribuito decisamente al decadimento nazionale, all’impoverimento civile ed economico, dunque al calo della fiducia. Il Paese è stato percepito come dilaniato da corporazioni e da campanili e valutato quindi come inaffidabile perché guidato da visioni corte, non in grado di includere, in quegli orizzonti così limitati, un’idea solidale di Paese e tantomeno un’idea comune di Europa. Non che il duo Merkel-Sarkozy abbia profuso grandi sforzi per indurre l’Italia a fare la parte che merita da sempre nello scenario europeo, ma tant’è. Hanno avuto gioco facile.

Sul fronte interno e sul fronte europeo ora il Governo Monti dovrà ricostruire ponti solidi, a gittata lunga, infrastrutture immateriali che danno nerbo alla credibilità interna e internazionale. Alla voce coesione solidale va ascritto anche lo sforzo di ridare peso al senso dello Stato, rinsaldando le relazioni civili e istituzionali per uscire ‐ come ha detto Monti ‐ dalla trappola della degenerazione del senso della famiglia che diventa familismo, del senso della comunità che diventa localismo, del senso del partito che diventa settarismo.

Un’Italia così ridisegnata consentirebbe di usare al meglio le risorse pubbliche, incentiverebbe la mobilità sociale e riattiverebbe l’ascensore del talento e del merito a tutto vantaggio dei giovani, finalmente cuore dell’azione governativa (ed è stato assurdo vedere sfilare ieri cortei pregiudizlamente contrari al Governo, senza che avessero nemmeno sentito il discorso programmatico del nuovo premier).

Da oggi c’è un’Italia che sa quanto conti puntare anche sul soft power, il potere leggero (ma fortissimo) della tradizione di un Paese pieno di valori civili, intelligenze, storia e cultura, per recuperare quella moneta della credibilità che tanto manca oggi. Insieme a quella del rilancio dello sviluppo, è forse questa la scommessa più difficile del presidente Monti. E a volerla chiamare con il suo vero nome si chiama ritorno della politica.

Il Sole 24 Ore 18.11.11

"Fnsi e cdr a Monti: salvi il pluralismo", di R.M.

Allarme rosso per l’editoria e in particolare per quella non profit e di idee. Il pluralismo è in pericolo. Se ne faccia carico il governo Monti. Lo ha ribadito la conferenza nazionale dei comitati e fiduciari di redazione che si è riunita a Roma lo scorso 16 novembre 2011. Nel documento finale si esprime, infatti, «la più profonda preoccupazione per la situazione che, nell’ambito della più generale crisi del paese, caratterizza il settore dell’editoria dal punto di vista imprenditoriale e del lavoro professionale dei giornalisti». «Vicende come quella dell’incertezza sul finanziamento pubblico dell’editoria si sottolinea dimostrano a quali disastri porti l’assenza di una seria politica di governo del settore».
Al centro dei lavori, aperti dal segretario Fnsi Franco Siddi e dalle relazioni del giuslavorista Gianni Loy e del direttore della Fnsi, Giancarlo Tartaglia, vi è stata la denuncia per la stabilità dell’occupazione rappresentata dall’articolo 8 del la legge 148/2011, la «manovra bis» recentemente approvata dal Parlamento, con il quale attraverso la «contrattazione di prossimità» sono state introdotte deroghe alle tutele assicurate dai contratti nazionali e dalle stesse leggi. Su questo provvedimento i Cdr hanno espresso un giudizio «fortemente negativo» e hanno chiesto al nuovo governo Monti di elaborare, «con il contributo e la partecipazione del sindacato e della categoria tutta, una politica di sostegno e sviluppo dell’editoria anche attraverso provvedimenti di riforma reale, che ne affronti le distorsioni e ne avvii il risanamento, mettendo al centro i diritti del lavoro».
I comitati di redazione e i fiduciari hanno preso un doppio impegno: non daranno corso alla contrattazione di prossimita prevista dall’articolo 8 e promuoveranno «tutte le iniziative utili al superamento di questa normativa, fino a sostenere un referendum abrogativo». Un altro terreno di iniziativa sindacale sarà a tutela del lavoro autonomo e dei «collaboratori», che negli ultimi anni ha visto crescere fortemente la presenza nel giornalismo italiano» e subire i colpi pesanti delle crisi redazionali.

L’Unità 18.11.11