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"Test confermano: neutrini più veloci della luce", di Pietro Greco

I neutrini continuano ad andare più veloci della luce. Un nuovo set di misure, condotte dal gruppo internazionale Opera su fasci delle minuscole particelle che partono dal Cern di Ginevra e sono rilevate a 730 chilometri di distanza nei Laboratori Nazionali che l’Infn (l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) ha allestito sotto il Gran Sasso, ha confermato quella che Antonio Ereditato ha definito, la settimana scorsa a Napoli, «l’anomalia del secolo». Registrata, come i lettori dell’Unità ricorderanno, lo scorso mese di settembre.
Due indizi non sono ancora una prova. Ma iniziano a corroborare la tesi che ci troviamo di fronte a un dato reale e non a un banale errore. Per effettuare le nuove misure, riferiscono le fonti ufficiali della collaborazione Opera, sono stati utilizzati dei fasci particolari di neutrini, dei pacchetti di particelle più «compatti» (formati da particelle che partono da Ginevra in un intervallo di tempo di 3 nanosecondi) inserite in un treno più distanziato (ogni pacchetto parte ogni 524 secondi). In pratica significa che il segnale è stato reso «più pulito» e la misura più affidabile. In questo modo si possono ragionevolmente escludere tutta una serie di possibili errori sistematici che, sostiene una nota dell’Infn, avrebbero potuto inficiare la misura precedente. In questa fase Opera ha analizzato 20 eventi indipendenti.
Insomma, la misura costituisce una conferma più robusta di quella dello scorso mese di settembre. I nuovi dati sono stati resi pubblici stanotte sul sito ArXiv. Nel medesimo tempo un articolo scientifico è stato sottoposto alla rivista scientifica on line con peer review (revisione critica da parte di colleghi anonimi) Journal of High Energy Physics (Jhep). Si tratta di una delle più importanti riviste di settore al mondo ed è pubblicata dalla Sissa di Trieste.
In realtà è l’intero esperimento che ha una forte connotazione italiana. Il responsabile della collaborazione internazionale Opera, Antonio Ereditato, è italiano. Al Cern di Ginevra la componente italiana è fortissima. Ed è italiano il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso, diretto da Lucia Votano, dove i neutrini vengono rilevati. Nuove misure saranno condotte dalla collaborazione Opera nel corso dell’intero anno 2012. Altre, del tutto indipendenti, sono previste sia negli Stati Uniti che in Giappone. Se il dato verrà confermato, ovvero se davvero i neutrini viaggiano a una velocità superiore a quella della luce, occorrerà spiegare perché.
La prudenza è d’obbligo. Perché, come sostiene Fernando Ferroni, il nuovo presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare: «Una misura così delicata che ha profonde implicazioni per la fisica, richiede un eccezionale livello di approfondimento. L’esperimento Opera, grazie al particolare adattamento dei fasci di neutrini del Cern, ha realizzato un test importante per la consistenza dei suoi risultati che ci rendono più fiduciosi sulle misure, anche se la parola decisiva può essere detta solo dalla realizzazione di esperimenti analoghi in qualche altra parte del mondo».
I FOTONI
Se venisse confermata, quella realizzata da Antonio Ereditato sarebbe una delle più importanti scoperte fisiche degli ultimi decenni. I fotoni che trasportano l’energia elettromagnetica, compresi i fotoni luminosi, hanno massa zero e la loro velocità nel vuoto – circa 300.000 chilometri al secondo – è stata considerata la massima possibile nell’universo. Ora i neutrini, attraversando la roccia, sembrano superano questa velocità. Perché?
Le risposte possibili sono tre. Potrebbe trattarsi di un errore di misura. Ma dopo i nuovi test abbiamo ragione di credere che non si tratta in ogni caso di un errore banale. E scoprirne la causa sarebbe già una bella sfida. Potrebbe darsi che i neutrini superano la luce in velocità solo in un mezzo particolare, come la roccia: e bisognerebbe spiegare perché. Potrebbe essere che i neutrini viaggiano sempre a velocità superiore a quella della luce. In questo caso la cascata di domande è imponente. Perché proprio i neutrini. Sarebbe la loro velocità il nuovo limite invalicabile o vi sono oggetti che superano anche i neutrini? Occorrerà trovare una nuova legge più generale della relatività di Einstein per avere una «spiegazione economica» di questi fatti anomali? In quest’ultimo caso, l’«anomalia del secolo» in cui si sono imbattuti Ereditato e gli altri 160 colleghi di Opera avrebbe davvero implicazioni profonde nella fisica. Ma non sarebbe una rivoluzione. Non bisognerebbe riscrivere le leggi della fisica. Perché, come diceva saggiamente Isaac Newton, gli scienziati moderni sono come nani che salgono sulle spalle robuste di giganti. Guardano più in là di chiunque altro, scoprono cose mai viste prima, ma solo perché possono poggiano i loro piedi sulle conquiste del passato.

L’Unità 18.11.11

"Fisco, nidi, part-time: l'agenda per le donne", di Maurizio Ferrera

Nessun presidente del Consiglio l’aveva mai riconosciuto così chiaramente: l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro è una questione indifferibile. Il capitale umano femminile è una grande risorsa sprecata nell’economia italiana, un potenziale fattore di crescita che non possiamo più permetterci di ignorare. Maggiore conciliazione fra responsabilità lavorative e familiari, più condivisione fra uomini e donne nello svolgimento delle mansioni domestiche e di cura, più attenta valorizzazione dei talenti femminili a ogni livello professionale e «tassazione preferenziale» per il lavoro femminile: il discorso programmatico di Mario Monti ha richiamato i punti essenziali di quell’«agenda-D» rimasta finora lettera (quasi) morta nell’azione di governo.
L’esordio è promettente, ma occorre far presto e bene. Non solo perché nel mercato del lavoro le riforme impiegano molto tempo a produrre gli effetti desiderati, ma anche perché quando il gioco politico si farà duro (ad esempio sulle pensioni o sul nuovo diritto del lavoro) l’agenda-D rischia di finire su un binario morto. Come fare presto e bene? La sfida è quella di individuare le «scintille» giuste per i due punti cardine dell’agenda: conciliazione e Fisco. Solo vincendo questa sfida il motore dell’occupazione femminile potrà accendersi e generare i suoi benefici moltiplicatori.
Sul terreno della conciliazione, il fronte d’attacco potrebbe essere quello dei tempi e dell’organizzazione del lavoro (cominciando dal part time). Fra le donne inattive più della metà dichiara che la scarsa flessibilità di orari e modalità lavorative è un forte motivo di scoraggiamento. Da tempo la strategia europea dell’occupazione raccomanda di procedere in questa direzione: flexi-time, banche del tempo, settimana corta o supercorta, telelavoro e così via.
Secondo suggerimento, scontato: asili nido. Per le donne sotto i 40 anni, questa è la priorità assoluta, lo dicono tutti i sondaggi. L’Italia è messa abbastanza bene per quel che riguarda le cosiddette scuole per l’infanzia per i bambini dai 3 ai 6 anni. Ma prima dei 3 anni c’è un buco grosso come una casa. In media nazionale solo undici bambini su cento vanno al nido, ventuno in meno di quelli raccomandati dalla Ue (che a volte dice la sua anche sui temi sociali). La situazione è ovviamente migliore al Centro-Nord, dove la copertura è di circa 15%. Nel Sud la disponibilità di nidi è quasi inesistente, con tassi di copertura medi inferiori al 3%. Un piano credibile per potenziare i servizi per l’infanzia consentirebbe di prendere tre piccioni con una fava: maggiori possibilità di conciliazione, nuovi posti di lavoro, promozione delle capacità e delle opportunità per i bambini che nascono in famiglie svantaggiate. Attenzione, però, non è solo una questione di soldi pubblici. È anche una questione di norme e burocrazia, soprattutto a livello regionale e locale.
Il terzo suggerimento è infine una riforma dei congedi parentali, volta anche a incentivare un maggiore coinvolgimento dei padri (e dunque una maggiore condivisione dei compiti di cura all’interno della famiglia). L’introduzione di un breve congedo di paternità alla nascita di un figlio oppure la possibilità di fruire dei congedi parentali a tempo parziale potrebbero essere opzioni promettenti. In Olanda il varo di misure simili ha fatto balzare la percentuale di padri che sfruttano il congedo dal 15% al 40%.
Sul terreno del Fisco le cose sono un po’ più complicate, ma la via da seguire è abbastanza chiara. Le norme vigenti in Italia non incentivano l’occupazione femminile e funzionano per certi aspetti in modo perverso. Molte donne restano intrappolate nel circolo vizioso dell’inattività: avere un lavoro regolare (ammesso di trovarlo) non conviene perché il coniuge perderebbe agevolazioni e trasferimenti e per giunta ci sarebbero nuove spese per l’asilo e i trasporti. Il combinato disposto del Fisco e del welfare produce un adattamento al ribasso delle preferenze lavorative delle donne, con conseguenze negative per lo Stato (che spende di più per i trasferimenti e incassa meno imposte) e per le famiglie (quelle in cui c’è un solo percettore di reddito sono molto più vulnerabili).
L’esperienza di altri Paesi ci fornisce almeno due preziose indicazioni su come spezzare il circolo: ricalibrare Fisco e welfare in modo da premiare le lavoratrici madri e sostenere i bassi salari. L’esempio per noi più interessante è probabilmente quello inglese, basato su un mix di assegni universali per i figli (child benefits, senza requisiti di reddito) e crediti di imposta per le basse retribuzioni, che aumentano in presenza di figli a carico (child tax credit e working tax credit). Non si tratta di un sistema esplicito di tassazione preferenziale (come sarebbe per esempio l’introduzione di aliquote differenziate fra uomini e donne), ma di un mix integrato di trasferimenti e sussidi fiscali congegnato in modo da favorire il secondo percettore di reddito nella famiglia, tipicamente la moglie/madre.
Uno dei lasciti del governo Berlusconi è la cosiddetta doppia delega (fiscale e assistenziale) che impegna il governo a riordinare entro il 2012 il coacervo di agevolazioni fiscali e di prestazioni monetarie non contributive. L’attuazione della delega (magari riformulandola) può fornire una preziosa occasione all’agenda-D: invece di servire solo come strumento di risparmio e pulizia distributiva, la riforma potrebbe generare preziosi incentivi per favorire, insieme, il lavoro delle donne e sostenere le famiglie a basso reddito. Secondo stime recenti di Boeri e Figari (disponibili su www.lavoce.info), una riforma all’inglese, finanziata dall’abolizione di tutte le detrazioni per familiari a carico, potrebbe far crescere l’occupazione femminile fino a cinque punti percentuali, portandola dall’attuale 47% al 53%.
Nella squadra di governo formata da Monti ci sono tutte le competenze tecniche per approfondire in tempi relativamente veloci i costi e i benefici di ciascuna possibile scintilla, nel quadro della più ampia strategia di crescita, rigore ed equità indicata dal presidente del Consiglio. Per evitare il rischio del binario morto, è però indispensabile tener viva l’attenzione pubblica sul tema e insistere sul fatto che promuovere l’occupazione femminile è condizione necessaria per imboccare di nuovo il cammino della crescita. Una crescita «buona», perché in linea con aspirazioni e bisogni delle donne (ma anche di un numero crescente di uomini); perché capace di riconoscere e valorizzare capacità e talenti oggi trascurati, ignorati, discriminati; perché basata su relazioni di genere più eque, su rapporti più efficaci e armoniosi tra le varie sfere di attività, fra vita personale e lavoro. E, soprattutto, una crescita intelligente, perché volta a trasformare l’anomalia forse più vistosa del nostro modello economico e sociale — l’enorme capitale umano femminile inattivo — in un grande atout da giocare nella partita dello sviluppo, del riposizionamento italiano sui terreni della competitività economica e della qualità sociale.

Il Corriere della Sera 18.11.11

"Monti non si unisce al partito dei carini", di di Michele Prospero

Il compito che ieri attendeva Monti non era agevole. Poteva cavarsela con le civetterie di un novizio che finge estraneità ai riti della politica. O accentuare il distacco del tecnico che rimarca l’emergenza snocciolando sconfortanti cifre. E invece, a parte qualche inglesismo di troppo, nei toni, nelle citazioni (di chiara impronta cattolico-liberale: De Gasperi,
Adenauer, Schuman) quello di Palazzo Madama è apparso un intervento con un severo senso dello Stato e pervaso persino da una dimestichezza con la politica che sembra una acquisizione antica.
Monti non ha portato la cassetta degli attrezzi pronta per
l’uso, a dispetto di ogni realtà recalcitrante. E questa immersione nella politica con il realismo di chi è consapevole delle resistenze è senz’altro un buon segnale. Vuol dire che egli saprà mediare se necessario, imporsi o adattarsi, se lo richiedono le circostanze. Per il momento, si mette sotto l’ombrello protettivo del capo dello Stato, riconosciuto come la fonte essenziale del suo mandato di governo. Non tarderanno le occasioni per navigare in mare
aperto. Senza per questo limentare le fantasie maniacali dei retroscenisti che sanno solo chiedersi se il professore coltivi o meno in cuor suo sogni di leadership futura.
Le parole di Monti sono consce della politicità intrinseca a un passaggio tecnico-storico che egli intende gestire con uno spirito di servizio. Per questo nulla sembra più distante dalle sue corde del chiacchiericcio del partito dei carini, come l’ha chiamato Crozza, che cavalca vani sogni di grandezza e spara a zero sulla politica.
Monti non contrappone affatto il governo tecnico o, come preferisce chiamarlo, «il governo di impegno nazionale», alle forze politiche, verso cui lancia anzi segnali di rispetto.
Accanto ai partiti chiamati a costruire le reti di «una coesione sociale e territoriale», Monti reclama la funzione del parlamento descritto come «lo snodo decisivo» per una
riattivazione dei canali della mediazione tra società e Stato. Invertendo la rotta, il parlamento deve essere il «cuore pulsante» di una democrazia che restituisca alle camere «dignità, credibilità, autorevolezza». Pur auspicando
riforme istituzionali necessarie (chi lo nega?) per «contenere i costi di funzionamento degli organi elettivi», Monti non si è accodato ai tanti rampolli dei poteri forti che scaricano munizioni contro i partiti.
Sa bene che la riuscita del suo tentativo di combattere l’emergenza dipende dalla salute dei partiti. Per questo è necessario che la politica venga «riconosciuta come il motore del progresso del Paese». Monti respinge il conformismo dell’antipolitica che ha portato nel baratro. Un grande partito non teme certo un governo tecnico quando riflette sui pensieri lunghi e contribuisce così a ridare dignità alla politica.

L’unità 18.11.11

«Allarme per i Comuni: bilanci a rischio», di Marco Cremonesi

Comuni che non potranno chiudere il bilancio, non sapendo quanto potrà loro arrivare dal fondo di solidarietà. Il migliaio di municipi grandi e piccoli che andranno al voto nella prossima primavera, non in grado di pubblicare i loro bilanci sui siti web, la rivoluzionaria opera di trasparenza prevista dalla nuova legge. Il Grande Incompiuto, il federalismo fiscale, è ormai definito nei contorni normativi, ma resta privo di molti dei provvedimenti attuativi in grado di trasformarlo in cosa viva.
Di qui, l’appello del costituzionalista Luca Antonini è il presidente della Copaff, la Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale. In sostanza, l’ingegnere del federalismo fiscale: «Il nostro lavoro è stato soprattutto quello di superare il criterio della spesa storica: fin qui, chi più spendeva, e spesso più sprecava, più riceveva dallo Stato». L’architettura si regge sulla definizione dei fabbisogni standard: quanto può costare legittimamente un determinato servizio? In questi giorni sono arrivati i primi risultati dei questionari per standardizzare la spesa comunale: «Le disfunzioni che emergono — racconta Antonini — sono evidenti. Per esempio: nella fascia dei Comuni con 50 mila abitanti la spesa per la polizia locale varia tra i 10 e i 120 euro pro capite. Un divario ingiustificato. Più in generale, ci sono Comuni che ricevono pro capite 120 euro, altri che ne ricevono 800. Senza che esista nessuna analisi sull’effettivo fabbisogno. Sono gli sprechi derivanti da quarant’anni di sistema della spesa storica. Peraltro gli standard serviranno ai sindaci — ma anche alle opposizioni — per misurare l’efficienza della propria amministrazione, e alla stampa per commisurare in modo omogeneo amministrazioni diverse». L’altro portato del federalismo fiscale, infatti, è l’armonizzazione dei bilanci. «Il problema è stato ricordato ieri da Mario Monti. Il decreto approvato coinvolge 9700 enti: Comuni, ma anche società partecipate e Asl. Per rimediare — prosegue Antonini — a paradossi sorprendenti: nel 2011, Catania è stata premiata per il rispetto del patto di stabilità, in base al bilancio 2008. Peccato che nel 2009, la stessa città è stata ripianata con 140 milioni di euro, per evitarne il dissesto. È evidente che il bilancio presentato era inattendibile».
Ma fondamentale è anche il tema, oggi in mezzo al guado, del fondo di perequazione: «Vanno ancora definiti i criteri di ripartizione del fondo per il 2012. Molti comuni, dunque, non sanno cosa potranno aspettarsi». La legge, inoltre, prevede che in vista del voto i Comuni pubblichino sul loro sito un bilancio certificato: «Serve a sanare un’altra anomalia italiana: i neoeletti scoprono i buchi di bilancio lasciati dai predecessori. Caldoro che non era riuscito a capire il deficit della sanità campana, Pisapia che dice di aver trovato 150 milioni in meno dell’atteso. Tutte cose che, se vere, si apprendono soltanto dopo le elezioni. In base a cosa votano gli elettori?». Il problema è che «occorre predisporre subito lo schema per le elezioni 2012». Tra l’altro, prosegue Antonini, tutto questo lavoro potrà dare sostanza anche al «fallimento politico», «con la ineleggibilità di dieci anni per il responsabile del dissesto». Resta anche il problema dell’Ici sulla prima casa: «Già da mesi è chiaro che il sistema va riequilibrato: se si esclude la prima casa e il prelievo va solo sulle seconde case le distorsioni sono forti. È già stato approvato lo schema di un decreto correttivo che riduce l’Imu e introduce una nuova imposta su Rifiuti e Servizi che grava anche sulle prime case. La scelta politica è sul come e sul quanto».

Il Corriere della Sera 18.11.11

"La promessa di un’Italia più mobile e più rosa", di Valeria Fedeli

Tre ministre in tre posizioni chiave e la dichiarazione della questione femminile come «indifferibile». In altre parole: se non ora, quando? Non si possono non cogliere, nella totale novità della fase politica e culturale che si è aperta, segnali di chiarezza sulle scelte necessarie di cambiamento. Mario Monti ha parlato di riorganizzazione dell’intero sistema Italia. L’ha fatto mostrando estremo equilibrio tra esigenze di rigore, crescita ed equità, svelando, dietro l’aplomb da professore, un’idea di futuro non da libro dei sogni, ma come spazio di reali opportunità e desideri realizzabili giorno per giorno.
È un’idea di Italia di donne e uomini, di giovani donne e giovani uomini. Aperta, meritocratica, anticorporativa, dinamica e solidale. Capace di tornare a giocare un ruolo centrale in Europa e nel suo necessario nuovo rilancio e costruzione. Di farci riscoprire quel sentimento di orgoglio che negli ultimi tempi aveva lasciato il passo a imbarazzi e indignazione. Di farci sperare che partecipare e contribuire al cambiamento può davvero farci intravvedere un Paese più giusto per donne e uomini, per la politica, per le istituzioni.
Monti, ancor più dopo aver ascoltato il suo discorso programmatico, si dimostra una grande occasione per tutti. Non ci si potrà più nascondere dietro veti ideologici, vecchie resistenze o identità difensive. Ciascun soggetto sociale, economico e di rappresentanza dovrà fare la propria parte, dimostrando di saper giocare in squadra. Non significa ovviamente accettare qualsiasi cosa e regalare al governo un’unanime e indiscussa approvazione, ma cambiare tutti atteggiamento, riscoprendo il dialogo costruttivo, la proposta, la consapevolezza che la sfida è di tutti come di tutti è l’Italia che costruiremo e vivremo da domani. Molte delle riforme che il governo dovrà affrontare interrogano in modo esplicito la cultura e l’identità valoriale della sinistra. Pensioni, mercato del lavoro, sviluppo, fisco, ma anche scuola, immigrazione, assetti istituzionali e coesione nazionale: chi ha fatto parte della sinistra storica dovrà scegliere se restare agganciato ai ricordi di un mondo passato o se voltarsi con convinzione in avanti, senza dimenticare nulla di quello che siamo stati ma trovando, anche dal confronto leale con i tecnici preparati che oggi siedono al governo, il coraggio del cambiamento e dell’innovazione.
Perché ancor più che un governo del rigore, quello che serve è uno slancio di futuro, di mobilità e crescita, innovazione e di convivenza civile. Quelle doti che Monti stesso ha dichiarato appartenere ai giovani, indicati come destinatari principali dell’azione del governo. Senza conflitti generazionali, anzi con un nuovo spirito collaborativo, lo stesso che deve fondare il nuovo patto di cittadinanza tra donne e uomini. Le buone prospettive per questo fondamentale patto sono confermate anche dalle parole inedite e per nulla scontate rispetto alle donne come risorsa per la nazione, quindi per tutti. Tre ministre in tre posizioni chiave, a fare da guida per le riforme strutturali che servirà immettere nel sistema per trasformarlo e la dichiarazione della questione femminile come questione «indifferibile»,detta in altri termini: se non ora, quando? Se il governo, insieme alla reazione alla crisi, saprà
dare priorità al lavoro delle donne, al welfare delle opportunità per far condividere scelte di vita privata e lavoro, il diritto e la responsabilità di maternità e paternità, sono sicura troverà nelle italiane un grande protagonismo positivo e costruttivo e forse a tutti il futuro apparirà più rosa.

L’Unità 18.11.11

"La competenza batte i calendari", di Cinzia Romano

Mai era accaduto nella storia della Repubblica che in un unico governo fossero le donne a ricoprire ministeri importanti e di peso come la Giustizia, gli Interni, il Lavoro e il Welfare. Poco importa la percentuale numerica, comunque di tutto rispetto, all’incirca il 30%. Ben più importante è che in un governo delle competenze le donne ci sono. E vanno a guidare quei ministeri che sono il simbolo delle lacerazioni del Paese, come la Giustizia, e delle ripercussioni della crisi come il Lavoro e il Welfare. Tre donne scelte non per l’appartenenza o la fedeltà a un partito o a una corrente ma per un curriculum di sapere, di fatica, di lavoro, nutrito di capacità e competenza e non di calendari o comparsate televisive in auge nella seconda Repubblica!

Il prefetto Anna Maria Cancellieri guiderà gli Interni (prima di lei era toccato sola ad una donna, Rosa Russo Iervolino, nel ’98 col governo D’Alema) con la fermezza di cui ha dato prova nel ruolo di Commissario straordinario prima a Bologna e poi a Parma. La professoressa Paola Severino sarà la prima a varcare da ministra il portone di Via Arenula, simbolo con gli Interni delle battaglie di legalità e soprattutto di una lotta aspra tra i poteri dello Stato. La professoressa Elsa Fornero guiderà il Lavoro (un tuffo indietro di 35 anni quando nel ’76 toccò a Tina Anselmi nel governo Andreotti), il Welfare insieme alle Pari Opportunità.

Insieme Lavoro e Welfare, i due ministeri emblema del troppo poco delle donne, in termini di occupazione, salario e carriera, e il troppo sole, per servizi sociali e di assistenza sempre più ridotti dai tagli, il cui peso è ormai solo sulle spalle femminili. Quanto alle Pari Opportunità, che dire: quelle non si erano mai negate a nessuna, perché nessuno le voleva.

A loro tre e a tutto il governo le donne potranno da oggi guardare con maggior fiducia e inaugurare una nuova stagione di reciproco ascolto.

Perché la nascita del governo Monti ha mostrato agli occhi anche dei più distratti i difetti antichi della classe politica, quando a sfilare davanti ai microfoni per le consultazioni dei leader e capi gruppo sono stati tutti uomini con l’unica eccezione della capo gruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, e un nuovo protagonismo delle donne che dal web e dai media si sono rivolte al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al premier incaricato Mario Monti, per ricordare che nel campo delle competenze le donne sono moltissime, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Un primo passo in avanti è stato fatto. Un passo non da poco, che segna un nuovo cammino non solo per le donne, ma per tutti.

Il Riformista 17.11.11

"La normalità della politica", di Curzio Maltese

In meno di un´ora Mario Monti ha chiuso per sempre una stagione lunga diciassette anni, la seconda Repubblica. Morta e sepolta, fra gli applausi timidi dei congiunti, con un discorso che ha illustrato agli italiani come, rispetto al teatrino televisivo di quasi un ventennio, la politica sia un´altra cosa: questa. La forza delle cose, i soliti problemi di vent´anni fa, intonsi e anzi lasciati marcire dallo show di Berlusconi. L´evasione fiscale, l´esclusione di donne e giovani dal mondo del lavoro, gli sprechi di stato, i feudi del privilegio corporativo, il ruolo dell´Italia in Europa.
È stato un bel funerale. Chi se ne andava si è lamentato soltanto un poco. Il canto del cigno del regime era ridotto ai ragli somari di qualche nostalgico. L´interruzione super cafona di Castelli, mai registrata a un discorso d´insediamento. Il pollice verso di Calderoli. L´ironia ignorante del capo dei deputati Pdl, Osvaldo Napoli, che per criticare il discorso di Monti, troppo proiettato al futuro, cita una celebre frase di Keynes («nel lungo termine saremo tutti morti») e la attribuisce a Galbraith.
Qualcuno doveva pur tenere alta la bandiera cialtrona della seconda Repubblica. Ma è consolante pensare che almeno, nella valle di lacrime e sacrifici dietro l´angolo, non dovremo più farci rappresentare nel mondo da comitive di cialtroni specialisti in inglese e anche italiano maccheronico, ministre uscite dai calendari, macchiette da varietà e dobermann da rissa televisiva.
E stavolta con serenità che si assiste ai comizi da bar all´uscita dall´aula del Senato, con i capannelli di leghisti in uniforme verde e berluscones disperati che ripetono le ultime parole d´ordine del capo. «È la sospensione della democrazia!». «È la sconfitta della politica!». Il senatore Beppe Pisanu li guarda con un misto di preoccupazione e cristiana pietas: «Che dire? Io sono felice, lavoro da due anni a questo obiettivo. Ma capisco che altri non lo siano. Vediamo cosa dirà Berlusconi, come appoggerà il governo Monti. Ma non sottovalutiamo la forza delle cose». Lo scrittore Gianrico Carofiglio, senatore del Pd, prova a rovesciare la questione: «Magari è la vittoria della politica».
Perché chi ha stabilito che quella carnevalata fosse la politica? Chi ha detto che il berlusconismo rappresentasse il solo paese reale? A guardare i volti, le storie, i gesti dei ministri seduti intorno a Mario Monti ognuno può giudicare se si tratti di marziani sbarcati nella capitale o non piuttosto di italiani che conosciamo tutti bene.
Se donne come Anna Maria Cancellieri, Elsa Fornero o Paola Severino siano più o meno improbabili, familiari, rappresentative di Mara Carfagna o Michela Brambilla. Qualcuno dovrebbe spiegarci per quale ragione è strano vedere all´istruzione Francesco Profumo, un rettore che ha trasformato il Politecnico di Torino in un vanto italiano nel mondo, conosciuto a Shangai come in California. Mentre era invece normale avere Mariastella Gelmini, con la sua laurea presa in qualche modo e la seria convinzione che i neutrini viaggino nei tunnel sotto terra.
Era politica quella? Forse, ma soltanto in Italia. In Francia, Germania, Gran Bretagna la maggior parte dei ministri sono tecnici e vengono dalle migliori università del paese. Era quello il paese reale? Ma c´era nel paese reale anche questa Italia che non si vedeva, ma lavorava, studiava, viaggiava e mentre gli altri impazzavano in tv, manteneva in vita le istituzioni, le imprese, le università, la residua grandezza di un paese in declino.
È un´Italia che non fa ridere il resto del mondo e ieri non ha fatto ridere neppure il parlamento. Con voce monotona, come leggesse la lista della spesa, Mario Monti ha elencato una serie di provvedimenti per i quali in Italia servono le rivoluzioni. La lotta vera all´evasione fiscale, a partire dalla tracciabilità del contante e del redditometro. La riforma del fisco e quella della burocrazia, l´accorpamento dei comuni e l´abolizione delle province. Lo smantellamento dei privilegi corporativi, il ritorno dell´Ici e così via. E siccome Monti ha l´aria di chi non si limita agli annunci, sulla schiena dei parlamentari, che di clientele campano, ogni volta era un brivido.
È un programma di classica destra liberale, a metà fra il moderno conservatorismo europeo e la destra storica di Cavour e Minghetti, tanto per chiudere in bellezza l´anno delle celebrazioni unitarie. Come tale è un programma discutibile. Ma è significativo che in Italia non lo discuta tanto la sinistra, quanto la destra populista.
Riuscirà il berlusconismo a sopportare a lungo il peso di tanta serietà? Già ieri tornava a invocare la piazza. Ma gli slogan populisti di colpo sembrano invecchiati, inservibili, perfino patetici. Dall´alto del Quirinale e di un consenso enorme, il presidente Napolitano guarda agli ultimi sussulti eversivi della seconda Repubblica come alla comiche finali. Monti può durare tre mesi o dieci anni, ma non sarà Berlusconi a deciderlo. Saranno i cittadini, l´opinione pubblica, la maggioranza di italiani che la fiducia al governo Monti l´ha già votata.

La Repubblica 18.11.11

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“La ricetta che serve al Paese”, di LUCA RICOLFI
Sì, le parole pronunciate ieri da Mario Monti al Senato sono quelle che, da anni, aspettavamo di sentir pronunciare da un presidente del Consiglio. E questo non tanto per i temi che ha toccato, per gli obiettivi che ha indicato, per i principi che ha enunciato. Molte delle cose sentite ieri, negli ultimi dodici anni le avevamo già ascoltate da Berlusconi e da Prodi: la promessa di abbassare le aliquote, ad esempio, è stata la parola d’ordine di tutti i governi di centro-destra, mentre la formula trinitaria «rigore-crescita-equità» è stata il leit motiv dell’ultimo governo di centro-sinistra.

No, la novità del discorso di Monti è un’altra. La novità sta nell’assemblaggio, ben più che negli ingredienti. Quel che Monti ci ha offerto ieri è una visione dei problemi della società italiana al tempo stesso scontata e nuovissima. Scontata perché, come ha sottolineato egli stesso in un passaggio del suo discorso, le misure per uscire dalla crisi sono le stesse che «gli studi dei migliori centri di ricerca italiani» invocano da anni. Nuovissima perché mai, in nessun discorso dei precedenti presidenti del Consiglio, le priorità del Paese sono state enunciate con altrettanta forza, e in un ordine così preciso.

In questo senso la discontinuità c’è stata davvero, ed è stata una discontinuità con tutti i governi dell’ultimo decennio, non solo con l’ultimo governo Berlusconi.

Qual è il nucleo di tale discontinuità? Qual è l’idea forte, non ovvia, del governo cui il Parlamento si appresta ad accordare la fiducia?

Ognuno di noi, è chiaro, non può che aver provato un moto di gioia, per non dire di felicità, al solo sentir enunciare credibilmente, alcune idee-chiave: responsabilità, promozione del merito, lotta contro i privilegi, riduzione dei costi della politica, valorizzazione del talento dei giovani e delle donne. Però il punto cruciale, il punto che segna una vera svolta rispetto al passato, è la priorità assegnata alle misure per la crescita. Una priorità basata su una amara, per non dire spietata, constatazione riguardo al passato: «l’assenza di crescita ha annullato i sacrifici fatti». E al tempo stesso un messaggio di speranza, perché non si limita ad annunciare nuovi sacrifici, ma ci chiama tutti a raccolta, per far sì che i sacrifici servano a migliorare la nostra vita e quella dei nostri figli. Non a caso, cercando di definire il nuovo esecutivo, Mario Monti ha scelto l’espressione «Governo di impegno nazionale», a sottolineare il contributo attivo che spetterà ad ognuno di noi.

Nel suo discorso di insediamento Monti ha detto in modo piuttosto chiaro che il problema del nostro enorme debito pubblico non lo risolveremo né con una gigantesca imposta patrimoniale, né con lo smantellamento dello Stato sociale, né con la lotta all’evasione fiscale, ma adottando tutte le misure necessarie per modernizzare finalmente l’Italia e consentirle così di tornare a crescere. E fra tali misure ha indicato non solo quelle che producono effetti nel periodo mediolungo, come le liberalizzazioni, ma anche l’unica misura che ha qualche possibilità di produrre effetti significativi nel breve periodo: un significativo abbassamento delle aliquote che gravano sui produttori di ricchezza, ossia lavoratori e imprese.

L’idea centrale di Monti, in altre parole, pare essere quella di utilizzare sia i proventi della lotta all’evasione, sia i margini di manovra impliciti nella delega fiscale, per cambiare radicalmente la composizione del gettito: aliquote più basse su lavoratori e imprese, finanziate contrastando il sommerso e aumentando il prelievo su consumi e patrimoni. Sottostante a tale idea vi è la convinzione che la montagna del debito pubblico italiano – quasi 2000 miliardi di euro – non possa essere seriamente intaccata imponendo anni e anni di lacrime e sangue ai contribuenti, ma solo chiamando le migliori energie del Paese a far crescere un’altra montagna, quella della ricchezza prodotta. Tanto più che di tale ricchezza vi sarà sempre più necessità, visto che il nostro Stato sociale è largamente incompleto, privo com’è di ammortizzatori sociali universali e di politiche contro la povertà e la non autosufficienza.

«Vasto programma», avrebbe forse detto il generale De Gaulle. Ma è precisamente quello di cui l’Italia ha bisogno.

La Stampa 17.11.11