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"Cara Lega, stai morendo", di Fabio Chiusi

«Riaprono il Parlamento padano per cercare di riprendersi la base, ma gli elettori non sono mica scemi. E sanno benissimo che in questi anni il Carroccio non ha ottenuto niente, se non poltrone per i suoi dirigenti». Parla l’ex ministro Giancarlo Pagliarini. Mentre il ministero per il Federalismo scompare, lasciando il posto a quello per la ‘Coesione territoriale’, la Lega torna all’opposizione. E, almeno in parte, alle origini: rispolverando la retorica dell’autodeterminazione, ma anche riaprendo il Parlamento della Padania. Giancarlo Pagliarini, ex ministro del primo governo Berlusconi e leghista di lungo corso, ne è stato il primo presidente. Ora che da qualche anno ha abbandonato il Carroccio, all’Espresso fa un’analisi impietosa degli anni della Lega di governo, anni in cui a suo dire ha tradito totalmente la promessa federalista. E, augurandosi la successione a Umberto Bossi nel 2013, giudica «sbagliatissima» la scelta di non dare l’appoggio al governo di Mario Monti. Tanto, «peggio di Silvio Berlusconi non può fare».

Pagliarini, perché rispolverare il Parlamento della Padania?
Ci sono due possibilità. La prima è che i vertici della Lega si siano accorti che stanno perdendo un sacco di voti. Nelle valli bergamasche, per esempio, è nata l’Unione Padana che sembra stia tesserando tutti gli ex leghisti della zona. L’altra possibilità è che abbiano capito che avevo ragione: metterci insieme a Berlusconi è stata una cosa contro natura e non è servita proprio a niente. Ma non credo sia così.

Ma a che serve un Parlamento padano?
Se il Parlamento del Nord servisse a fare un governo ombra non sarebbe male: almeno si saprebbe che cosa vuol fare la Lega. Perché in questi cinque anni non si è mica saputo. E gli elettori leghisti si sono resi conto che la Lega li ha fragorosamente presi per i fondelli.

E il federalismo?
Sbaglia Bossi quando dice «abbiamo realizzato il federalismo». Non c’è nemmeno una virgola di federalismo nella legge di cui si vanta Bossi, c’è soltanto nel nome. Anzi, c’è il contrario del federalismo. Nella legge delega c’è scritto che lo Stato centrale premia gli enti locali che si comportano bene e ‘tira le orecchie’ a quelli che non si comportano bene. Questo è l’opposto del federalismo. In un sistema federale lo Stato centrale non premia e non ‘tira le orecchie’ a nessuno. Lo stesso con i costi standard. La base della Lega invece vorrebbe una vera riforma federale. E si sente presa in giro.

Quindi siamo alla rottura definitiva con Berlusconi?
Temo di no. All’inizio la Lega era un movimento, poi quando è diventata un partito politico non ha avuto più sogni, ma solo l’obiettivo di sopravvivere e gestire il potere. Avere i voti e gestire il potere: questa è la ragione della svolta leghista.

Ha fatto male la Lega a non appoggiare il governo Monti?
E’ stata un’operazione politica sbagliatissima. Caso mai avrebbe dovuto suggerirgli cosa fare, ma questo attaccarsi al voto… Se hai una procedura concorsuale per bancarotta non stai mica a sentire l’assemblea degli azionisti, no? E noi siamo in bancarotta. Fraudolenta, tra l’altro.

Tanto più che a gridare al «colpo di Stato» è un partito che al primo articolo dello Statuto reca l’indipendenza della Padania.
Queste sono cose irragionevoli, non ha senso. La Lega avrebbe dovuto dire: speriamo che il governo Monti faccia qualcosa di giusto. Peggio di Berlusconi non può fare sicuramente. Vediamo cosa fa: se le sbaglia tutte fa come Berlusconi. Se fa qualcosa di giusto, meglio.

Ma una parte della Lega vorrebbe il governo Monti. Gentilini, per esempio.
Ripeto, la logica è che non è possibile fare peggio di Berlusconi. E’ riuscito addirittura a fare peggio di Prodi. Quindi un elettore leghista tipico dice: siccome peggio di così non possono fare, vediamo cosa combina questo Monti.

Invece la Lega va all’opposizione. Per fare altre promesse?
Non è neanche un problema di promesse, ma di fatti da toccare con mano. Questi sono andati avanti per anni dicendo ‘va tutto bene’, quando io già nella relazione di minoranza della Finanziaria del 1997, quando la Lega era la Lega, scrivevo: se andiamo avanti di questo passo lo Stato non sarà in grado di pagare gli interessi passivi e le pensioni. Quando hai Tremonti e Berlusconi che dicono che va tutto bene, si vede da dove vengono: dalla Luna. D’altro canto Prodi, sulla spinta di Rifondazione, aveva accorciato i tempi per andare in pensione. Quelli della Lega che conosco, e sono tanti, dicono che peggio di così non può andare. E che magari Monti farà qualcosa di meglio.

L’Espresso 17.11.11

"Profumo di esuberi", di Pippo Frisone

Uno dei tanti nodi che il neo ministro dell’istruzione Profumo è chiamato a sciogliere è quello degli esuberi del personale della scuola. In parte frutto della denatalità delle regioni meridionali ma soprattutto dei tagli e delle pseudo riforme volute dall’ex ministra Gelmini. Sono oltre 10mila gli esuberi della scuola, dopo le operazioni di trasferimento e passaggio per il 2011/12.

Sono tutti docenti, privi di una titolarità di scuola e senza una cattedra d’insegnamento in organico di diritto.

Tutti son diventati titolari nella rispettiva dotazione organica provinciale.

Il grosso di questi esuberi si colloca nella secondaria di secondo grado con quasi 7mila unità, di cui quasi tremila sono insegnanti tecnico-pratici senza laboratorio.

Circa 1.200 sono gli esuberi della scuola media mentre quasi duemila sono i maestri esuberi della primaria, collocati per lo più nelle regioni meridionali, con in testa Napoli e la Campania.

Al neo ministro Profumo toccherà gestire un funerale che in passato, pur se previsto dalle norme del dlgs 165/01, né destra né sinistra avevano mai avuto il coraggio di celebrare.

Ad imporglielo, oltre a Bruxelles, è la perentorietà dell’art.4-terdecies del maxiemendamento sulla stabilità (ex finanziaria), approvato definitivamente dalle Camere, un giorno prima dell’incarico al neo sen. Monti.

Con tale norma, data l’informazione alle OO.SS., l’Amm.ne verifica la possibilità di ricollocazione totale o parziale al proprio interno o in altre amministrazioni, prima nella stessa provincia, poi in altre province della stessa regione ed infine in altre regioni.

Dopo 90gg. dalla comunicazione data alle OO.SS., i docenti in esubero che non trovano posto saranno collocati in disponibilità fino ad un massimo di 24 mesi, con una indennità pari all’80% dello stipendio in godimento. Dopo di che ci sarà il licenziamento.

Come gatta da pelare per il neo ministro Profumo direi non c’è male.

Come farà il governo Monti a coniugare rigore ed equità in una situazione del genere ?

Gli esuberi resteranno un problema aperto fin quando nella secondaria la riforma Gelmini non andrà completamente a regime nel 2015.

Quali politiche saranno messe in campo? Gli esuberi saranno abbandonati definitivamente al loro destino o si cercherà quantomeno di trattenere buona parte di loro, riqualificandoli in altre classi di concorso o posti? In passato, negli anni ’80, politiche di riqualificazione degli esuberi furono messe in campo con successo e anche le risorse necessarie.

Sarà ancora così o il debito pubblico non lo consentirà più?

Agli esuberi senza speranza di rimanere nella scuola , non resterà che ricollocarsi magari in altra amministrazione o in altra regione.

Chi rifiuterà anche tale ipotesi, dopo due anni a disposizione all’80% dello stipendio, andrà incontro al licenziamento.

Riuscirà il neo ministro Profumo a neutralizzare l’art. 4-terdecies del maxiemendamento?

Se considera gli esuberi una risorsa da utilizzare farà di tutto per ricollocarli dentro o fuori dalla scuola, se li considera invece un peso inutilizzabile, li abbandonerà al loro destino.

Noi ci auguriamo che prevalga , sempre e comunque, l’ipotesi più razionale ed economicamente più vantaggiosa per tutti , cioè, la riqualificazione degli esuberi.

Per quanto riguarda il governo , quello degli esuberi della scuola sarà un banco di prova importante per misurare la medicina (riformismo o neoliberismo) più adatta a curare la crisi del nostro Paese.

da ScuolaOggi 18.11.11

"Segnale da ascoltare", di Gad Lerner

La realtà dell´eurodisastro offre supporti insperati a chi voglia riconoscervi il sopravvenuto dominio dell´oligarchia finanziaria sulla democrazia: basti pensare alla simultanea rimozione per impotenza manifesta dei primi ministri in Italia e in Grecia.
I due premier sono stati sostituiti da personalità organiche all´establishment sovranazionale, molto simili per fisionomia al “podestà forestiero” evocato l´agosto scorso da Mario Monti. Tale “stato d´eccezione” si rivela humus ideale per la germinazione delle più fantasiose teorie cospirative. Chi si nasconde dietro all´uso intimidatorio della parola “mercati”? È impressionante la disinvoltura con cui il populismo di destra, non appena disarcionato il suo governo che pure s´era ridotto a comitato d´affari privati, rispolvera la propaganda in auge nei periodi più bui del secolo scorso: i banchieri venduti alle centrali straniere, i circoli anglofoni, la patria in ostaggio di agenti infiltrati, l´internazionale massonica…
I giovani senza futuro che nel corso del 2011 hanno dato vita a una rivolta mondiale contro l´ingiustizia di questo disordine economico, all´improvviso si ritrovano così di fianco imitatori spregiudicati d´opposta sponda. Per quanto ciò risulti paradossale, berlusconiani e leghisti indossano la maschera dell´anticapitalismo indignado. E loro, gli studenti in lotta? A quanto pare non sembrano preoccuparsene.
“Né Monti, né Tremonti”, giocano con la rima. Dirigono il corteo contro l´università Bocconi da cui proviene il nuovo presidente del Consiglio e, se interviene la polizia a fermarli, lo dirottano sulla Cattolica, il cui rettore è divenuto ministro della Cultura. Quanto al nuovo responsabile dell´Istruzione, Francesco Profumo, la sua autorevolezza lo rende ai loro occhi addirittura peggiore della Gelmini. Poco gli importa se il giorno prima a picchettare la sede della Goldman Sachs ci sono andati niente meno che i giovani del Pdl (ignari degli affari intrattenuti dall´azienda del loro leader con tale istituzione finanziaria). Le dimostrazioni scaricano a casaccio la protesta contro “il governo dei banchieri” imbrattando filiali di Unicredit e Intesa Sanpaolo a Palermo, circondando l´Abi a Milano o la sede della Banca d´Italia a Firenze.
C´è qualcosa di funesto nel manifestare contro luoghi del sapere come le università “colpevoli” solo di essere private, contrapponendo studenti a studenti. Così come è sintomo di disperazione prendere di mira gli sportelli Bancomat, simbolo di un reddito da cui si sentono preclusi.
Ma una volta condannati con nettezza gli episodi di violenza e le caricature insulse del “nemico”, sarà bene che il nuovo governo, e prima ancora la sinistra democratica che lo sostiene, evitino di prendere sottogamba le ragioni di tanta furia indistinta. Un conto sono le strumentalizzazioni della destra oligarchica e populista, ben altra le motivazioni imprescindibili della rabbia giovanile.
Appare evidente che nell´Italia del 2011 non è più replicabile la stagione dei governi tecnici che realizzarono vent´anni fa il risanamento finanziario e l´ingresso dell´Italia nell´euro con il decisivo sostegno dei sindacati e dei partiti di sinistra. Nonostante il prestigio degli artefici di quella stagione, troppo diffusa rimane la consapevolezza del prezzo pagato all´epoca dai ceti popolari, in termini di decurtazioni nel reddito e perdita di posti di lavoro, senza che ne derivassero le promesse contropartite di investimenti da parte della classe imprenditoriale.
Il collasso del capitalismo finanziario e l´attacco speculativo ai debiti sovrani mutano completamente lo scenario. Chi ha patito la crisi, mentre vedeva gonfiarsi a dismisura i guadagni di una ristretta minoranza, invano ha atteso una correzione di tale stortura. E ora manifesta la sua ostilità non solo contro la classe politica, ma più ancora contro i potenti dell´economia.
La nomina di un “banchiere di sistema”, Corrado Passera, a responsabile delle politiche industriali del governo Monti, a prescindere dalle capacità personali dell´interessato, non favorisce certo la necessaria sintonia fra nuova classe dirigente e sentimenti popolari. Qualcuno dovrà pur dare rappresentanza politica alla diffusa richiesta di giustizia sociale se non si vuole che essa cada preda della demagogia scatenata a destra e delle suggestioni cospirative trasversali. Rifiutare l´ineluttabilità dei diktat che piovono sull´Italia da un altrove lontano, e fare i conti con lo strapotere della finanza, diventano per la sinistra priorità non rinviabili a una “seconda fase” del risanamento. Pena il ripudio della sua missione storica, già incrinatasi allorquando – nelle emergenze del passato – prevalse la teoria dei nobili sacrifici intesi come un “farsi carico” da parte della classe operaia dei destini della nazione. Col risultato che sappiamo.
Ormai è chiaro a tutti che la depressione in cui precipita l´Occidente non è frutto degli “eccessi” del capitalismo finanziario fondato sul debito, ma della sua stessa natura strutturale. Per questo i tecnici chiamati oggi a cimentarsi con un difficilissimo tentativo di salvataggio, non hanno altra scelta che trasformarsi in politici coraggiosi, tutt´altro che neutrali. Tocca loro delineare un´incisiva riforma del sistema di cui essi stessi hanno in taluni casi personalmente beneficiato; se non vogliono entrare in una disastrosa rotta di collisione con la gioventù precaria che oggi, a torto o a ragione, non li beneficia di alcuna distinzione rispetto a chi li ha preceduti.

La Repubblica 18.11.11

Senato: fiducia al governo Monti, dichiarazioni di voto di Anna Finocchiaro

ll governo Monti ha ottenuto la fiducia del Senato con 281 sì, 25 voti contrari (quelli dei senatori leghisti) e nessun astenuto. I votanti erano 306. Quindici i senatori assenti.
Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, siamo oggi protagonisti di un evento politico e istituzionale il cui solo precedente nella storia repubblicana è il Governo Dini del 95. Governo del presidente, interamente composto da personalità non politiche e non parlamentari.

MONTI Cesarino (LNP). C’è anche il Governo Badoglio.

FINOCCHIARO (PD). Anche il Governo Badoglio. Quello che ha assistito alla nascita della Repubblica e della democrazia italiana (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai), con un grande gesto di responsabilità dell’allora capo del Partito Comunista, Palmiro Togliatti. Questo, tanto per ricordarcelo.(Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini).

Un evento che da oltre un anno auspicavamo, alla cui produzione abbiamo da tempo lavorato nelle sedi politiche e in quelle istituzionali. Ma se oggi siamo tutti impegnati per questo fine, il primo ringraziamento va al presidente della Repubblica Napolitano, alla sua saggezza paziente, alla sua determinazione lucida, alla sua lungimiranza (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e del senatore Molinari).

Come ampiamente riportato, la composizione tecnica del Governo è stata una richiesta pressante del Partito Democratico e dei suoi Gruppi parlamentari. Lei ne ha, nel corso del nostro incontro, pienamente colto le ragioni.

Voglio qui solo sinteticamente ribadire che la nostra richiesta era strettamente connessa all’impegno e alla convinzione con i quali sosterremo il suo Governo e lavoreremo per assicurare che questo sostegno si mantenga così ampio.

Non si poteva consentire, infatti, che pesassero le conseguenze di una vicenda politica – quella trascorsa con le dimissioni del presidente Berlusconi – segnata da forti tensioni tra le forze politica.

Non si poteva consentire che i riflessi di quelle tensioni, il loro perdurare e il loro ridestarsi, inquinassero lo sforzo autentico che tutti stiamo facendo, assumendo una comune responsabilità nell’interesse dell’Italia; una necessità politica dunque, ma penso anche una chiave metodologica, e voglio soffermarmi solo un momento su questo punto.

Ora è indubitabile che sia estranea all’esperienza politica italiana, e in particolare modo a quella ormai quasi ventennale del nostro bipolarismo, sia pure nelle approssimazioni diverse che abbiamo conosciuto, una chiave sperimentata per affrontare il tempo che ci attende, che è quello del suo lavoro per avviare a soluzione la crisi italiana e quello del nostro sostegno a quest’opera.

È altrettanto indubitabile che non sia facile per partiti, che sino a qualche giorno fa si sfidavano sul terreno politico e parlamentare, sostenere la medesima esperienza di Governo e collaborare per la migliore riuscita ed efficacia delle sue azioni e delle sue politiche. Ma noi tutti qui, ad eccezione dei colleghi della Lega, a questo ci siamo impegnati per il bene dell’Italia. Così abbiamo detto e così si dovrà fare.

Come? Certamente approvando oggi la sua relazione programmatica e le sue conclusioni: decisione questa che abbiamo già assunto e che trova nella stessa composizione del Governo, nella qualità, autorevolezza, competenza e responsabilità civica di ciascuno dei Ministri nominati, un’ulteriore forte ragione di consenso.

Per questo a lei, presidente Monti, e ai Ministri del suo Governo va il ringraziamo delle senatrici e dei senatori del mio Gruppo e quello mio personale. (Applausi dal Gruppo PD).

Ma il voto di oggi è appunto solo un inizio e da qui in poi potrebbe sembrare terra ignota, ma così non è per forze politiche intelligenti e responsabili. Occorrerà innanzitutto guardare avanti – guardare avanti – e cercare ogni volta, con una ricerca testarda, di stringere sull’oggettività di ciascuna questione le ragioni della decisione, di esercitare – mi verrebbe da dire con le parole del mio lessico politico – il massimo di laicità riformista.

Io non solo tra coloro che esultano sentendo inneggiare alla fine delle ideologie, perché temo sempre che un funerale frettoloso rischi di seppellire insieme ideologie talvolta funeste ma anche ideali. Mi pare che, se un ideale in un tempo dato ha mosso il cuore e la testa di moltitudini di esseri umani, in esso non poteva che esserci un che di morale.

Se riflettiamo bene, è proprio questa l’opera maieutica che fecero i nostri costituenti quando scelsero, nel vasto patrimonio di culture politiche differenti, il tessuto di valori, impegni e di fini che è la nostra Costituzione, appunto la Costituzione che noi tutti riconosciamo. Essa è il luogo entro i cui limiti dobbiamo iscrivere le nostre decisioni e quindi – per esempio – non ci potrà essere riforma fiscale senza principio redistributivo e progressivo, né sviluppo del Paese fuori da una idea di coesione nazionale.

Permettetemi un inciso. Presidente Bricolo, la prossima volta che vota un Governo stia attento, perché il ministro Fitto era ministro per gli affari regionali e la coesione territoriale, appunto. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini). Non ci potrà essere ridisegno del meccanismo di accesso alle opportunità economiche che produca diseguaglianze, né ci potrà essere lavoro senza dignità.

Oggi, peraltro, quel quadro di riferimento costituzionale viene completato e tante volte – devo dire – esaltato dall’appartenenza all’Europa dei contenuti dei trattati e delle altre fonti comunitarie, dagli impegni che in quella sede abbiamo collaborato a costruire e che dobbiamo onorare.

Noi siamo l’Europa: lei ha detto questa mattina. È tanto più espressivo di «noi siamo europei», che è l’espressione che avevo usato solo qualche giorno fa in questa Aula. Noi siamo l’Europa e dall’Europa ci sono venuti forza e soccorso. Se ne soffriamo i limiti, dobbiamo rintracciare innanzitutto in noi stessi la responsabilità e con il suo Governo – abbiamo inteso bene – riprenderemo la strada dell’integrazione e del nostro impegno, senza esitazioni e senza complessi. (Applausi dal Gruppo PD). Noi condividiamo completamente quella scelta.

Dunque, non guardare indietro, partire dall’oggettività di ciascuna questione, muoversi nel recinto dei valori e dei fini costituzionali, onorare gli impegni europei. Ma c’è anche altro.

I commentatori politici in questi giorni hanno puntato l’obiettivo sui protagonisti del percorso che ci ha portato fin qui. Lei, signor Presidente del Consiglio, con il suo Governo, e i partiti politici. Ora entra in campo il Parlamento. Abbiamo molto apprezzato il suo riferimento, che non è affatto sembrato rituale. Il senatore Zanda ha svolto in quest’Aula, su questo punto, considerazioni compiute che io condivido assolutamente. Questa è una Repubblica parlamentare, che ha subìto negli ultimi anni un oltraggio che oggi tutti avvertiamo e che trova nella legge elettorale vigente le sue ragioni, non solo perché ciascuno di noi è parlamentare per la volontà di chi ha compilato le liste elettorali e non per volontà diretta degli elettori, ma anche perché questo ha minato la centralità stessa dal Parlamento, la sua autorevolezza e il suo stesso ruolo. La politica ha sopravanzato la Costituzione; la prassi ha tramutato la forma. Ma il senso del parlamentarismo, la consapevolezza profonda del dovere di rappresentanza, la forza del Parlamento resistono e possiamo ritrovarli intatti in ciascuno dei colleghi che siedono in quest’Aula, perché è il momento, certo, ma anche perché è il nostro dovere.

Questo Parlamento le darà la fiducia, presidente Monti. Io credo che questo Parlamento debba chiederle un impegno; io glielo chiedo da parte del mio Gruppo. In questo passaggio, noi non abbiamo tra di noi, senatori di diverso schieramento, altro vincolo che quello della responsabilità nei confronti dell’Italia. Non abbiamo vincoli politici di uguale appartenenza e non abbiamo rappresentanti nel suo Governo tecnico. Le chiediamo di rispettare il Parlamento, ma soprattutto di considerarlo il suo primo potente alleato e di restaurare la forza e l’autorevolezza delle Camere e il contributo consistente che daremo alla forza delle sue decisioni e alla forza dell’Italia.

Le considerazioni che ho fatto fanno anche giustizia di molte superficialità, che hanno voluto identificare il suo Governo come un algido Esecutivo di aristoi, che ha fatto fuori la politica e sospeso la democrazia. Noi francamente pensiamo il contrario. E pensiamo anche che dopo niente sarà più come prima, nei partiti, nelle relazioni politiche, nel Parlamento, nell’Italia. È una sfida entusiasmante, di quelle che solo un grande Paese e vere classi dirigenti sanno cogliere. Questo per nostra parte, come PD, offriamo agli italiani. Per dirlo con le sue parole: questo è il nostro impegno nazionale. A lei, presidente Monti, e al suo Governo il consenso, la lealtà e la collaborazione del mio Gruppo. (Applausi dai Gruppi PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

www.senato.it

Bersani parla di svolta «Il Pd ci ha lavorato e l’ha ottenuta», di Simone Collini

Bersani soddisfatto: «Abbiamo lavorato per la svolta, e c’è stata». Bindi: «Governo sostenuto non da una coalizione ma da forze che lavorano in autonomia». Di Pietro: «L’Idv vota la fiducia ma non entra in maggioranza». Il Pd sosterrà questo governo, ben sapendo dall’inizio che non tutte le misure che varerà saranno pienamente condivisibili, ma mettendo fin d’ora in chiaro che l’attuale situazione non consente una politica “dei due tempi”. Pier Luigi Bersani scorre con soddisfazione la lista dei nuovi ministri uscita dopo due ore di colloqui tra Giorgio Napolitano e Mario Monti. Non solo perché ha incassato la «discontinuità» (assenza di Gianni Letta compresa) richiesta. O per la scelta «da dieci e lode» della «dirimente presenza femminile». Il leader del Pd dà un giudizio positivo del nuovo governo in tutti i colloqui che ha dalla mattina alla sera, con Pier Ferdinando Casini («questo è un governo ottimo», dice il leader Udc), con Antonio Di Pietro (che fa sapere che «l’Idv darà la fiducia ma non farà parte della maggioranza» e deciderà di volta in volta come votare), con Massimo D’Alema, Walter Veltroni e poi con tutti gli altri membri del coordinamento del Pd che si riuniscono fino a tarda notte nella sede del partito.
Bersani è «soddisfatto» perché, dice dopo il giuramento al Quirinale del nuovo esecutivo, «abbiamo lavorato per la svolta e la svolta c’è stata», perché sa per conoscenza diretta quanto valgano diversi ministri (da Francesco Profumo, col quale il Pd aveva discusso della candidatura a sindaco di Torino, a Corrado Passera a Elsa Fornero, ospite abituale ai convegni del partito dedicati al tema del welfare) e perché, nella gestione della crisi il Pd si è mosso «compattissimo» («sono orgoglioso del mio partito e ringrazio tutti i dirigenti»).
Per questo Bersani vuole dare una forte legittimazione politica da parte del Pd al governo Monti, intervenendo in Aula prima del voto di fiducia definitivo, domani alla Camera. «Siamo pronti a dare tutta la nostra collaborazione e il sostegno attivo a questo governo», assicura il leader dei Democratici. Dal nuovo governo non si aspetta «macelleria sociale», ma fa sapere di voler discutere con la stessa «generosità» mostrata fin «portando le nostre proposte». Bersani sa bene che quello insediato «non è certo un governo del Pd ma un governo che il Pd vuole sostenere», che «non tutto sarà collimante con quello che pensiamo noi» e che però per uscire dalla crisi può essere necessario votare misure condivise solo in parte: «Se ognuno ragionasse che vota solo se è al 100% d’accordo, non saremmo qui a fare tanta fatica. Dobbiamo dare un segnale all’Italia e al mondo che è una cosa seria».
MAGGIORANZE VARIABILI
Di Pietro, che in alcune nomine vede il «rischio di conflitti di interesse», la pensa diversamente e annuncia che l’Idv oggi al Senato e domani alla Camera darà la fiducia al governo ma poi deciderà volta per volta come vo-
tare (anche Nichi Vendola vede «segni di continuità con il passato). Questo vuol dire che in Parlamento ci saranno maggioranze variabili. Nel Pd però nessuno drammatizza, e anzi la situazione può consentire di far emergere meglio è un governo non di larghe intese ma «di emergenza e di transizione», come insiste Bersani. Non a caso Rosy Bindi, a Casini che dice che «è finita la diaspora della Dc», risponde che «oggi non è che ci siamo riunificati»: «Questo governo non è sostenuto da una coalizione ma da forze politiche che lavorano ciascuna nella propria autonomia». Un’impostazione che consente al Pd di continuare a lavorare al Nuovo Ulivo.
NO ALLA POLITICA DEI DUE TEMPI
La partita entrerà nel vivo quando si inizierà a discutere di questioni programmatiche. E Bersani, pur assicurando che il Pd potrebbe votare anche misure con cui sarà d’accordo «al 50 o 60%», mette subito in chiaro che giudica sbagliata una politica dei “due tempi”, che «senza redistribuzione non si esce dai guai», che pur nei necessari sacrifici sarà indispensabile «uno sforzo in chiave di equità», che se si vorrà mettere mano alle pensioni andrà fatto all’interno di una più complessiva riforma del welfare. Sono queste le questioni che interessano a Bersani. Come si raccorderanno Parlamento e governo (assumeranno maggior peso i capigruppo, anche quelli in commissione) e chi saranno i sottosegretari (l’ipotesi prevalente è che si cercherà tra gli ex parlamentari ma Bersani lascia la scelta a Monti e dice «no al bilancino»), sono questioni che interessano meno.

L’Unità 17.11.11

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«Noi fondamentali Ora il confronto sarà in Parlamento, intervista a Dario Franceschini di Maria Zegarelli

Capita raramente nella vita individuale e di un partito di tracciare un percorso e una strategia tanto tempo prima e di vedere che tutto si realizza così come si era immaginato». Dario Franceschini, capogruppo in una Camera dove la maggioranza era fortissima e si è assottigliata fino allo sgretolamento, non intende affatto nascondere la sua soddisfazione. «È andata come volevamo che andasse», dice poco prima di raggiungere il Nazareno per il coordinamento
del partito.
È andata proprio come volevate voi del Pd?
«Noi abbiamo lavorato affinché Berlusconi non avesse più una maggioranza in Parlamento, per dare vita ad un governo di emergenza guidato da una personalità internazionale autorevole, in completa discontinuità rispetto al passato. Oggi rivendichiamo questo risultato e in questo schema ha avuto un ruolo fondamentale il ruolo unitario del Partito democratico. Questa è stata la prova del fuoco di tenuta del Pd, perché un partito così giovane in un terremoto di queste proporzioni, è riuscito a mantenere una linea unitaria dimostrando una grande maturità che ci
consente di affrontare tutte le sfide future e saranno tante. Oggi possiamo dire che qualunque sarà la legge elettorale, qualunque sarà lo schema di alleanze il nostro è un partito
solido, impossibile da mettere in discussione e centrale».
E questa unità non sarà messa a dura prova neanche di fronte a misure che il governo Monti potrebbe decidere e voi non condividere?
«Il governo è guidato da una grande personalità ed è formato da competenze e qualità fondamentali. Ma l’esecutivo è dentrounsistema parlamentare. È evidente che noi saremo pronti a fare la nostra parte, anche sulle scelte più difficili da spiegare al nostro elettorato,ma il confronto avviene in Parlamento».
Voi avete chiesto, tra le misure, la patrimoniale, per il Pdl è una parola impronunciabile…
«Non mi sembra corretto parlare di questo prima ancora di aver sentito le linee programmatiche che il presidente del Consiglio illustrerà alle Camere per ottenere la fiducia. Quello che so per certo è che Monti potrà contare su di noi anche sulle scelte più difficili».
E su quelle scelte difficili non teme che il Pd possa perdere i consensi che ora sembrano in crescita? «Ci sono dei momenti in cui sei fortunato e l’interesse del partito coincide con quello del Paese, in altri momenti gli interessi del partito possono non coincidere con quelli del Paese e allora bisogna fare delle scelte. Noi in momenti così scegliamo per il bene del Paese».
Eppure c’è chi sostiene che in questo momento neanche al Pd sarebbe convenuto andare al voto.
«Questa è la tesi di alcuni autorevoli commentatori che tanto si appassionano alle nostre spaccature, divisioni
e difficoltà. I sondaggi da mesi, invece, dicono che con qualunque schema di alleanza il Pd oggi avrebbe vinto le elezioni. Noi, di fronte ad un Paese, esposto alla bufera dei mercati e degli speculatori, abbiamo scelto l’unica cosa di cui c’era bisogno: un governo di emergenza guidato da un uomo come Mario Monti».
Una scelta che sembra premiarvi in termini di consenso.
«I nostri elettori sono cittadini prima di tutto: si preoccupano dei loro risparmi, del lavoro perduto, del precariato. Ed è evidente che ci aiuta il fatto di sostenere un governo come questo, autorevole, ma c’è un altro elemento alla base di questi consensi: è chiaro a tutti che non è nata una nuova maggioranza politica ma c’è un governo che ha il sostegno parlamentare di forze politiche che sono avversarie e resteranno tali».
Franceschini, nessuna indicazione temporale da parte del Pd vuol dire che può finire anche prima del 2013?
«Le ragioni che ne hanno portato alla nascita ne determinano implicitamente anche la durata. Deve arrivare a fine legislatura perché questa tempesta non finirà nel giro di due mesi. Questo anno e mezzo che abbiamo davanti deve servire al Parlamento per cambiare le regole, fare una nuova legge elettorale, ridurre il numero degli onorevoli superando il bicameralismo perfetto e scrivere, dopo trent’anni, nuovi regolamenti parlamentari».
Lei mette al primo posto la legge elettorale. Berlusconi ha chiesto che non si tocchi. Davvero crede che sia possibile cambiarla?
«C’è il referendum e quindi o facciamo una buona legge elettoraleo si voterà sul quesito referendario».
Appoggio al governo Monti ma intanto si guarda alle alleanze. Come cambierà lo scenario?
«È un tema che non mi appassiona, non oggi. E comunque sono sicuro che dentro questo cambiamento di scenario che la fine del berlusconismo si porterà dietro e dopo una nuova legge elettorale il Pd avrà comunque un ruolo centrale. Ed è un garanzia per noi e per il Paese».

L’Unità 17.11.11

Profumo archivia la Gelmini: «Comincerò da studenti e ricercatori», di Pietro Greco

L’ex rettore del Politecnico di Torino, da pochi mesi presidente del Cnr chiarisce subito le priorità: «La scuola pubblica in Italia è molto importante». Da cosa comincerò? Dagli studenti e dai giovani ricercatori: è necessario sentire le loro ragioni e aspirazioni». Basterebbero queste parole, rispondendo ai giornalisti dopo il giuramento al Quirinale, per capire la distanza tra Maria Stella Gelmini e Francesco Profumo, da ieri alla guida del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Un’ottima scelta, per almeno tre motivi: è una persona competente ed esperta; gode del riconoscimento e del consenso sia della comunità scientifica che di quella universitaria; ha un’idea chiara del ruolo dell’istruzione («La scuola è la scuola, e la scuola pubblica in Italia è
molto importante», ha detto ieri) e di quello che la scienza e l’alta educazione rappresentano nella società e nell’economia della conoscenza.
Per capire che sia una persona esperta e competente basta sfogliare il suo curriculum. Nato a Savona nel 1953, si è laureato nel 1977 in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino, dove è poi diventato professore, preside di dipartimento e (dal 2005) rettore. Ha fatto parte del primo comitato di valutazione dell’università e della ricerca (Civr). Del mondo dell’università conosce davvero tutto. Compreso il valore dei suoi docenti, dei suoi ricercatori e dei suoi studenti. Profumo vanta anche una notevole esperienza internazionale: ha frequentato atenei e centri di ricerca negli Stati Uniti, in Giappone, in Argentina, nella Repubblica Ceca. E ha conosciuto direttamente il mondo dell’industria: ha infatti iniziato la sua carriera come ingegnere progettista all’Ansaldo di Genova. Ha poi col-
laborato con giganti mondiale dell’hi-tech, come Motorola e Microsoft. Infine, anche se da pochissimi mesi, è il presidente del nostro massimo Ente di Ricerca, il Cnr.
Francesco Profumo vanta anche il “riconoscimento dei pari” e il consenso del mondo accademico. Non solo è stato eletto rettore dai suoi colleghi al Politecnico di Torino, ma è diventato presidente del Cnr scelto da un “search commitee” da una commissione di colleghi ricercatori esperti che ne ha valutato le capacità scientifiche e gestionali. Inoltre gode nel mondo universitario di un apprezzamento trasversale, che va dai suoi colleghi rettori al mondo sindacale.
C’è infine una terza ragione che rende ottima la scelta di Francesco Profumo. La piena consapevolezza, più volte manifestata, del valore strategico della scienza e dell’alta educazione nell’economia della conoscenza; dei limiti del sistema produttivo italiano, che a causa della sua specializzazione produttiva questa consapevolezza nei fatti non ce l’ha. Ma Profumo, come docente, preside e rettore del Politecnico di Torino ha dimostrato anche di saper creare un rapporto reciprocamente vantaggioso tra industria, università e ricerca. Preservando l’indipendenza e i caratteri di ciascuno. Lui non ama parlare di differenza tra ricerca di base e ricerca applicata, perché oggi questa differenza è molto sfumata. Ma conosce bene l’importanza sia della ricerca libera e curiosity-driven che si conduce nei laboratori pubblici sia dello sviluppo tecnologico che è necessario per innovare il sistema produttivo.
Alla luce di queste cose, possiamo porgli una domanda e tre richieste. Come intende risolvere il problema della guida del Consiglio Nazionale delle Ricerche che aveva appena assunto? Non è un problema da poco. E dalla sua soluzione dipenderà anche la capacità del ministro di conservare il consenso avuto come docente, ricercatore e dirigente della ricerca. Le tre richieste sono queste. Non semplici da soddisfare, in un periodo di crisi finanziaria drammatica. Primo: abbia il coraggio di chiedere non meno soldi, ma più soldi per l’università pubblica (e laica) e per la ricerca scientifica pubblica. Secondo: abbia la forza di affermare principi di merito, ma anche di equità e di indipendenza dell’università e della ricerca italiana. Terzo: abbia il coraggio di pretendere che il nuovo governo acceleri con ogni mezzo il cambiamento della specializzazione produttiva del nostro paese. Perché è solo partendo dal lavoro e dall’economia reale che possiamo sperare di uscire dal tunnel della crisi finanziaria.

L’Unità 17.11.11

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Scuola, ricerca e imprese serve un nuovo patto”, da lastampa.it

Nelle sue prime parole da ministro, Profumo ha ribadito l’importanza della scuola pubblica ma soprattutto la necessità di ascoltare gli studenti per capirne difficoltà e aspirazioni. Una delle priorità sarà il rilancio di innovazione e ricerca, non solo cercando di far tornare in Italia i «cervelli» fuggiti, ma lavorando per attrarre sempre più giovani stranieri, attuando quella «mescolanza del sangue che è fattore essenziale per crescere, acquisire saperi, competenze e conoscenze». Se non altro è un ottimista. E, vista l’impresa che l’attende, è una qualità che non guasta. Ieri, prima di giurare al Quirinale ed entrare a far parte del governo che dovrà salvare l’Italia dal crack, ha detto quel che di questi tempi nessun italiano oserebbe pensare. «La crisi? È la più grande benedizione per le persone e le nazioni. Nella crisi nascono l’inventiva, le scoperte, le grandi strategie». Inutile dire che Francesco Profumo, neoministro dell’Istruzione, è convinto che la chiave di volta sia da cercare nel palazzo di viale Trastevere che da oggi è la sua nuova casa: «Ricerca e innovazione sono una condizione essenziale per lo sviluppo». Ed è sicuro che la strada non sia poi così in salita: «Il Paese è meglio di ciò che appare. I nostri giovani sono bravissimi».

Detto da chi è da poche settimane alla guida del Cnr suona confortante, a maggior ragione se la nomina è arrivata sull’onda dei risultati del Politecnico di Torino, di cui è stato rettore per sei anni, giudicato la migliore università italiana, con più studenti stranieri, la più aperta alle imprese e alla ricerca di alta qualità. Merito, in buona parte, di questo savonese di 58 anni, che da quaranta vive a Torino, figura per certi versi anomala nell’accademia italiana. Metà intellettuale e metà manager, come duplice è stata la sua vita professionale: prima nell’industria, in Ansaldo, poi al Politecnico, ma sempre con un piede nel mondo produttivo come dimostrano gli incarichi in molti consigli d’amministrazione, tra cui Pirelli, Telecom e Unicredit Private Bank.

Mancava la politica, sfiorata appena qualche mese fa, quando il centrosinistra voleva candidarlo a sindaco di Torino. Offerta respinta dopo molto tentennare. «Preferisco continuare a occuparmi dei miei studenti».

Nelle sue prime parole da ministro ha cercato di rassicurare proprio loro. Lasciando intendere che tutelerà la scuola pubblica, «molto importante in Italia». Ma, al tempo stesso, chiarendo che non si può solo giocare in difesa. Ad esempio: non cercherà di riportare in Italia i «cervelli» fuggiti. Non solo, almeno, convinto che la ricchezza risieda nel «mescolare il sangue», non nel restare «ciascuno a casa propria». La sfida è duplice: aumentare il numero dei ricercatori, 3,4 ogni mille abitanti, il valore più basso d’Europa. E farlo attraverso la mescolanza: «L’internazionalizzazione è fondamentale. Bisogna creare le condizioni affinché i giovani possano fare esperienze all’estero o lavorare in Italia con colleghi provenienti da altre parti del mondo». Dell’internazionalizzazione Profumo ha fatto una bandiera, professionale e di vita: ha lavorato in Giappone e negli Stati Uniti. Ha aperto ai cinesi le porte delle università italiane. Ha tre figli: due lavorano all’estero, Cina e Stati Uniti.

A un mondo che spesso ha vissuto con insofferenza le riforme degli ultimi anni, lancia segnali distensivi: «Gli studenti hanno bisogno di certezze. Da noi si aspettano indicazioni per poter crescere nel miglior modo possibile». Oggi i giovani saranno in piazza contro le misure di rigore chieste da Unione europea e Bce. Gli universitari già chiedono lo stralcio della riforma Gelmini. Profumo non si sbilancia, ma tende una mano: «Li ascolterò. Visiterò scuole e università. Voglio parlare con i ragazzi, capire quali sono le loro aspirazioni, le difficoltà». A quel punto getterà le basi per un disegno che non sia di piccolo cabotaggio ma provi a lasciare il segno: «Serve un programma di medio termine, una strada su cui muoversi senza strappi, dando l’idea che il Paese ha un progetto».

Il suo l’ha tracciato poco dopo la prima riunione del consiglio dei ministri: «Dobbiamo ridisegnare la relazione tra ricerca, formazione e sistema delle imprese, tornare a presidiare settori ad alta tecnologia ed elevato valore aggiunto, con aziende di dimensioni adeguate che valorizzino la conoscenza». Sa che chi l’ha preceduto ha dovuto spesso fare i conti con risorse in costante riduzione. Sa che le esigenze di risanamento difficilmente permetteranno di riempire i forzieri dell’Istruzione. «Io, però, spero che al rigore sui conti pubblici si affianchino altre strade coraggiose e incisive capaci di innovare nel profondo il sistema produttivo italiano».

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