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"Quella foto di gruppo dal fuoco al gelo", di Filippo Ceccarelli

Posto che la formazione di una classe dirigente rimane «un mistero divino», come diceva Guido Dorso per il Mezzogiorno, ci sono sempre ministri che vanno e ministri che vengono. Ma nel tempo delle visioni a distanza cambia soprattutto la loro immagine, con il che basta accendere la tv per comprendere che dal Berlusconi quater al governo Monti si registra un´escursione termica che non solo non ha precedenti, ma a livello espressivo segnala un avvicendamento perfino esagerato. Dal fuoco al gelo.
Volti, sguardi, abiti, posture, acconciature, professioni, emozioni, ambizioni: mai ricambio è apparso più radicalmente antropologico. E certo non è un documento ufficiale, ma per cercare di rendere conto del chi, del come e del perché nel precedente Gabinetto venivano affidate le cariche di governo può essere istruttivo ricordare il modo nel quale l´organo super-ufficiale del berlusconismo, Il Giornale, espose il curriculum dell´ultimo ministro nominato alla fine del luglio scorso, onorevole Anna Maria Bernini: «Molto religiosa, è maniaca dei fioretti. Ha “sedotto” il Cavaliere anche grazie a un´intonazione perfetta per una voce che canta pezzi jazz, classici come Summertime, che la nuova ministra delle Politiche comunitarie ha prodotto in pubblico, accompagnata al pianoforte da Francesco Paolo Sisto, suo collega pidiellino della Giunta per le Autorizzazioni». E se non basta, è bene sapere che Berlusconi cominciò a «trovare simpatico» e quindi a prendere in considerazione la candidatura di Lorenzo Bini Smaghi per la Banca d´Italia saputo che era un ottimo ballerino di shake. O almeno così è stato scritto.
Ora lo shake, i fioretti e le seduzioni musicali non paiono per nulla al mondo rientrare nell´orizzonte distintivo dei nuovi ministri, che ieri al giuramento sono tutti apparsi molto seri, molto composti, anzi molto ingessati. Mentre il giorno della partenza il precedente esecutivo fu designato dal Foglio: «il governo del Buonumore».
Vero è che le condizioni erano diverse, ma almeno un ministro il Cavaliere lo nominò in differita negli studi di Porta a porta, davanti a un enorme cartello su cui si poteva leggere: «Tutto già fatto». Molto semplice fu lo sketch: c´era La Russa al telefono e il suo futuro presidente lo chiamò con enfasi «signor ministro»; lieti di aver assistito a una solenne investitura-intrattenimento (investainment), tutti i presenti compreso Vespa si sciolsero in un´allegra risata. Poco dopo Berlusconi annunciò che in certi momenti di crisi era necessaria una «visionaria follia». E´ una citazione di Erasmo ripetuta alla noia, pure nella modalità di esaltazione dialogante con la folla.
Dopo aver letto la lista al Quirinale, a una domanda dai risvolti istituzionali, il neo-presidente rispose mimando l´espressione: «E che ci ho scritto in fronte “giocondo”?». A distanza di tre anni e mezzo, osservando la sorvegliata e anche un po´ grigia processione dei professori viene da chiedersi se si sentirà la mancanza del mimo, della follia erasmiana e delle risate risonanti di continuo nello studio di Vespa.
Una volta chiamato dinanzi a Napolitano e alla Costituzione, prima di giurare La Russa accennò uno scherzo con il Cavaliere a proposito della sua barba, tagliarla o non tagliarla, doveva esserci di mezzo una scommessa. Quando venne il turno di Ronchi il neoministro intese distinguersi con un plateale segno della croce, tornando poi in platea a smanettare sul telefonino. Invece Bondi non se ne voleva più andare. Lievemente piegato, impossessatosi della mano di Berlusconi, «grazie, grazie, grazie» diceva senza mollare la presa, al punto che il presidente dovette congedarlo con un segno: va bene, basta così, vai, vai. Dopo di che si seppe che il dicastero affidatogli, la Cultura, aveva reso felice la mamma di Bondi: «Fin da piccolo Sandro ha avuto un libro in mano. Ma ha paura dell´aereo». E di altro, forse, avrebbe dovuto aver paura.
Per quanto riguarda le ministre donne, si trova scritto che il Cavaliere le presentava come «le mie bambine». L´aver nominato la Carfagna ebbe come immediato riscontro il celebre titolo della Bild: «Mamma mia, è la ministra più bella del mondo». Adesso con i tedeschi le questioni sono un po´ più complicate, e delicate, e anche peggio. Ma più in generale, soffermandosi con il senno di poi sul copioso e stralunato flusso segni di quell´esordio – riemergere di troni e corone, viaggi presidenziali con spettacolini del Bagaglino inclusi, ministre additate come cavie di botox, sottosegretari che appena in carica andavano da Klaus Davi a raccontare di aver subito molestie da bambini – c´è davvero da mettersi le mani nei capelli. E forse solo la noia dei tecnici ha il potere di riscattare quel vano putiferio.

La Repubblica 17.11.11

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“Se cala il sipario sull´era del talk show”, di FRANCESCO MERLO

Forse si farà un talk show sulla morte del talk show ma è sicuro che il professor Mario Monti non andrà a cucinare il risotto da Bruno Vespa. Che l´ammiraglio Giampaolo Di Paola non frequenterà “Servizio Pubblico” di Santoro per litigare in diretta con i pacifisti e che la signora Anna Maria Cancellieri non chiederà a Fabio Fazio di recitare anche lei, per par condicio, il suo bravo elenco. E non è solo un problema di buona educazione, di un altro stile, di una diversa antropologia. I nuovi ministri sono funzioni e non carriere politiche, sono capacità e competenze tecniche e non casacche, sono gatti che devono solo acchiappare il topo e dunque non hanno colore. E si capiva benissimo ieri quando Monti ha presentato il governo e ha risposto alle domande con lunghe frasi molto corrette ma evasive, immobile, le mani bianche bianche, senza alcuna emozione, mai niente fuori posto, una funzione appunto quasi incorporea.
Il governo del Presidente cala dunque il sipario sull´era del dibattito pulp. Perde di interesse il confronto-scontro tra Alfano e Bersani e non solo perché entrambi i segretari appoggiano Monti ma perché, pur mantenendo i loro importanti ruoli, hanno perso la vetrina ed è probabile che diventino persino cerimoniosi. Sicuramente vanno nell´archivio delle memorie d´epoca i «dovresti vergognarti» e «i mi consenta», i vaffanculo, quello di La Russa e quello di Vendola, le urla di Rotondi, gli strepiti della Santanché, il «vada a farsi fottere» di D´Alema. Finisce lo spettacolo di sbranamento e calci in bocca che più di tutto ha convinto gli italiani di essere migliori dei loro rappresentanti politici e ha legittimato lo stesso ricorso ai tecnici.
Certo, dietro la funzione tecnica dei vari Passera, Profumo e Severino si intravedono le persone, e alcune potrebbero anche dover trattenere un carattere vanitoso o salottiero e magari pure litigioso, ma le funzioni non hanno addosso il grasso della politica, hanno il silenzio e la misura come orizzonte, e perciò non arrederanno i ministeri, non arriveranno con gli scatoloni per fare casa e alcova ma solo ufficio, non hanno le clientele e vedremo se Monti nominerà un portavoce, un capufficio stampa, e quanti portaborse gli gireranno attorno. Sappiamo che si sono scatenate le damazze dei salotti romani, è lì che si fanno le prove dei talk show, i posti a tavola corrispondono alle culture di riferimento come a Ballarò, il casting è laborioso come a Porta a porta. E´ il generone romano che definitivamente viene sparecchiato insieme ai tele-ring.
Per adesso i cronisti televisivi non dispongono neppure di quelle immagini in movimento che in gergo si chiamano «la macchia», il repertorio da far partire quando si pronunzia un certo nome. E si capisce che al tg1 di Minzolini siano sbandati visto che nel giro di qualche giorno sono tornati in redazione gli epurati e gli autosospesi. Per loro anche il “panino” è diventato un problema.
Probabilmente sono difficoltà a tempo, saranno risolte. E´ invece sicuro che questi ministri non potranno mai partecipare ai dibattiti televisivi di forte risonanza arcitaliana, esagerati ed esagitati, in perenne emergenza che hanno fatto capire al Paese l´imbarbarimento della classe dirigente. La differenza infatti tra questi governanti e i loro predecessori è la stessa che c´è tra gli occhi e la vista, tra la mano e la prensilità, tra l´aggettivo e il sostantivo, tra l´apparire e l´essere.
Escono dunque dalla scena della televisione italiana, insieme a Berlusconi, grande regista della comunicazione truccata e al tempo stesso sbracata, le telefonate in diretta contro «le cosiddette signore», l´invito a Iva Zanicchi di lasciare subito lo studio, e diventano duri i tempi non solo per i presenzialisti come Di Pietro, Cicchitto, Gasparri, Gelmini, Casini, Polverini…, convinti che la loro importanza politica si misuri in minutaggio televisivo, ma anche per i conduttori che perdendo i loro campioni esaltati non avranno più la garanzia dello share, dell´audience, dell´ascolto. Hanno costruito la loro fortuna con le esibizioni dei gladiatori realizzando spettacoli indimenticabili di pop politico, e basta ricordare il dialogo stralunato tra la Santanché e Celentano. Ma adesso, non potendo più ricorrere ai paroloni e alle parolacce di Brunetta e alle rispostacce della Bindi, i bravissimi colleghi potrebbero finalmente dimostrarci che si può fare giornalismo politico anche senza eccitare con il forcone il divo, il mezzodivo o la mezzacalzetta. E potrebbero dunque farci vedere, magari solo per un po´, quei bellissimi programmi che certamente sanno fare e che tante volte hanno promesso.
Vanno definitivamente in soffitta o meglio in cantina i cosiddetti caratteri, come Stracquadanio, la Brambilla, Lupi e Crosetto, e ovviamente con loro i giornalisti, le stelline e le macchiette del sabato e della domenica, gli opinionisti supplenti del week end, sempre madidi e sconvolti ma alla fiera del ribasso con i loro tic, in maniche di camicia come Bocchino e compulsando il tablet per mostrarsi in perenne contatto con “il popolo della rete”.
Certo, ci sono almeno due rischi. Il primo è che possa sparire non solo lo show ma anche il talk. E´ ovvio che i tecnici si chiudano nella gravitas, in un impegno che è serio e che non consente chiacchiere. Debbono realizzare risultati senza tenere calda la piazza, senza rendere conto alla propria tifoseria. L´afasia naturale di un esecutivo che ha poco da dire e molto da fare potrebbe diventare mancanza di trasparenza con i cittadini ridotti come i parenti che aspettano fuori dalla sala operatoria. Arriverà il referto. Prima, solo bollettini sanitari, solo comunicati.
Poi c´è un altro pericolo. Tecnici, saggi, professori, esperti: la politica è un´infezione che in Italia ha sempre contagiato tutti. Giulio Tremonti per esempio era un tecnico, eletto nelle liste del Patto Segni cominciò a trasformarsi in un politico. Altri come Antonio Martino e Giuliano Urbani subirono l´operazione chirurgica sui divani di Montecitorio, come era già capitato del resto a Bruno Visentini e a Giuliano Amato, allo stesso Giovanni Spadolini, a Giuliano Vassalli, a Guido Carli, a Carlo Azeglio Ciampi, e persino a Francesco De Lorenzo, medico e professore illustre che fu, come si dice, prestato alla politica, divenne ministro della Sanità e Dio sa se fu un errore.
Ma in fondo la televisione servirà anche a questo: a mettere a dura prova le eventuali fragilità di questi tecnici, perché «la vanità – dice Al Pacino – è il mio peccato preferito». Indimenticabile fu Lamberto Dini che non solo sbarcò in tv, ma portò pure la sua signora.

La Repubblica 17.11.11

"Il colpo di coda della Gelmini: più tasse, meno borse di studio", di Mariagrazia Gerina

Nell’ultimo decreto l’ex ministro ha fissato al ribasso i criteri di accesso del diritto allo studio. Nel testo anche un passaggio tutto dedicato alla «valorizzazione» dei collegi universitari privati. È l’ultimo colpo di coda del “fu” governo Berlusconi, con cui gli studenti, che oggi scendono in piazza in tutta Italia, dovranno fare i conti. Alla vigilia della “dipartita” da Palazzo Chigi, Mariastella Gelmini è riuscita ad aggiungere un altro tassello alla sua riforma, facendo approvare in extremis dal consiglio dei ministri di venerdì scorso, uno dei decreti più spinosi. Quello per fissare (al ribasso) i livelli essenziali nazionali del diritto allo studio (borse, reddito minimo per accedervi, strumenti per garantirle). Dentro, c’è il temuto aumento delle tasse regionali per il diritto allo studio. Alcune novità, che contraddicono quanto concordato con le Regioni. E una aggiunta a sorpresa, che sa di ulteriore blitz: l’introduzione di un passaggio tutto dedicato alla «valorizzazione» dei collegi universitari privati. Un modo per riaprire l’accreditamento a nuove strutture. Obiettivo caro all’ex ministro. Mache finora non era stato mescolato così apertamente con il diritto allo studio, oggetto del decreto, lungamente discusso, nel tavolo tecnico istituito dal ministro prima, e nella Conferenza Stato-Regioni poi. «Revisione della normativa di principio in materia di diritto allo studio e valorizzazione dei collegi universitari legalmente riconosciuti», recita invece, lo «schema di decreto», che figura tra quelli approvati l’11 novembre nel comunicato della presidenza del Consiglio. Cosa ci sia esattamente sotto questa rubrica è di difficile ricostruzione. Nel sito del governo, il testo non è mai stato pubblicato. Alle camere, a cui deve essere inviato per il parere, non è ancora pervenuto. E anche nelle stanze del ministero, si stenta a trovare chi l’abbia visto. «No, neppure io conosco l’ultima versione, quindi non so dire quanto si discosti da ciò che noi avevamo suggerito», si schermisce lo stesso professor Catalano, presidente del tavolo tecnico e autore della prima bozza di decreto, che risale ormai a mesi fa. Complice il passaggio di consegne, potrebbe anche darsi che la versione definitiva materialmente la stiano ancora scrivendo, suggerisce chi ben conosce le «cattive abitudini » del passato governo. Un modo per bruciare i tempi. E certo in questo caso il ministro di tempo ne aveva davvero poco.

INDISCREZIONI Sotto forma di «indiscrezioni», ad ogni modo, il contenuto finale del decreto è già circolato tra gli addetti ai lavori. E la sostanza è che a pagare le borse di studio a chi non si può permettere l’università saranno gli studenti. L’ultimo lascito del ministro Gelmini: un aumento delle tasse regionali per il diritto allo studio su tutto il territorio nazionale. Non meno di120 euro,non più di200euro. Questi sono i due estremi a cui tutte le Regioni si dovranno ottenere. Un doppio tetto, fissato al rialzo. Con dentro tre scalini contributivi, di 120, 140 e 160 euro, proporzionali al reddito degli studenti. Laddove oggi la media nazionale (tra Regioni che chiedono di più e Regioni che chiedono di meno) è di 110 euro. Non basta. Le Regioni avevano detto chiaramente, durante la conferenza Stato-Regioni, che doveva essere lo Stato a garantire i livelli essenziali del diritto allo studio, anche perché di risorse, dopo gli ultimi tagli, gli enti locali non ne hanno più. Il testo portato in consiglio dei ministri da Mariastella Gelmini prevede invece un contributo a carico delle Regioni. Il vero punto è che le risorse stanziate dal governo sono poche (26 milioni in finanziaria, più 150milioni nella legge di stabilità) per garantire la borsa a tutti gli idonei. Lo scorso anno dei 180mila aventi diritto, 30mila sono rimasti fuori. Invece che rivedere gli investimenti in modo sostanziale, il ministro ha deciso di rivedere i criteri di accesso. Se oggi il reddito medio Isee (che varia da Regione a Regione) per accedere alle borse è di 17mila euro, in futuro dovrà essere più basso: 15mila al Sud, 16mila al Centro, 17mila al Nord. Ma su questa casella anche le “indiscrezioni” traballano. Di certo, il decreto stabilisce che qualunque sarà la cifra fissata, fino a lì paga lo Stato. Mentre, oltre quella soglia, un altro 10% di borse, dovrà essere garantito dalle Regioni. Un meccanismo da azzeccagarbugli, che farà insorgere le Regioni, ma lascerà a secco gli studenti. «Se fossero confermate le indiscrezioni, vorrebbe dire che il ministro ha deciso di superare arbitrariamente quanto condiviso con le Regioni », osserva Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura della Camera. «Il mio auspicio – suggerisce – è che questo decreto, che, approvato in fretta e furia in Consiglio dei ministri, non è neppure stato reso pubblico, ritorni sul tavolo del ministro». E con il nuovo ministro, Francesco Profumo, chiedono di confrontarsi anche gli studenti che oggi scenderanno in piazza. «I soldi per il diritto allo studio possono essere trovati per esempio, tassando le case sfitte», suggerisce Federico Nastasi, della Rete universitaria nazionale, che ha pubblicato un compendio assai critico di tutte le proposte avanzate dal ministero, prima del blitz. «La coperta è troppo corta, solo che invece di comprarne una più grande, il governo ha studiato come accorciare le gambe agli studenti», osserva Michele Orezzi dell’Udu. E all’orizzonte, avverte Claudio Riccio, della Rete della conoscenza, c’è qualcosa che preoccupa di più: «Berlusconi nella lettera alla Bce ha ipotizzato di liberalizzare le tasse universitarie, il ministro che dice?»

L’Unità 17.11.11

"Otto milioni «in sofferenza»,la disoccupazione reale è al 13%", di Laura Matteucci

Sono 8 milioni, tra disoccupati, inattivi, cassintegrati, precari e part time involontari, le persone che vivono una condizione lavorativa «di sofferenza», a causa della «radicale modifica» della struttura del mercato del lavoro. Tra questi, 3,5 milioni sono i disoccupati veri e propri. Un esercito di persone con stipendi medi fra i 600 e 700 euro al mese, con tutele in via di esaurimento e già finite per molti disoccupati, inesistenti per tantissimi precari il cui numero è in costante crescita. E senza considerare il lavoro nero integrale. La disoccupazione reale, calcolando anche l’effettiva quota di scoraggiati che dichiarano però di essere disoccupati e voler lavorare, sale ad oltre il 13%. Quanto a chi un lavoro ce l’ha, la qualità dell’occupazione è bassa e fotografa un sistema produttivo arretrato e troppo basato ancora sulla competizione di costo, in totale controtendenza come qualfiche con il resto d’Europa. Lo studio curato dall’Ires Cgil «Un mercato del lavoro sempre più atipico: scenario della crisi» ripercorre gli ultimi quattro anni dell’occupazione italiana mettendo a fuoco l’impatto della crisi sul mondo del lavoro. LA CADUTA Afronte della frenata del Pil nel passato biennio si è registrata una «caduta drammatica dell’occupazione» con oltre 530mila occupati in meno che ha interessato prima il lavoro temporaneo e poi le posizioni stabili. L’area della disoccupazione allargata, che comprende i disoccupati Istat e gli inattivi in età da lavoro, è molto più vasta di quella della disoccupazione ufficiale. Nel 2010 ha contato secondo l’Ires circa 3,5 milioni di persone, di cui 1,5 senza impiego, e più della metà residenti nel Mezzogiorno. «Diradatasi con l’uscita di scena di Berlusconi la cappa di propaganda del “stiamo meglio dell’Europa” – dice Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil – con dati concreti e verificati abbiamo voluto presentare la realtà. Un’enorme area di sofferenza attraversa il mondo del lavoro. Una parte è legata alla crisi, ma altrettanta parte del problema è legata alla scelta dell’ex governo verso la precarietà, al mancato contrasto al lavoro nero, alla non riforma degli ammortizzatori sociali, alla totale assenza di politiche di sviluppo». Che fare? «Ci vogliono risorse – riprende Fammoni – da una patrimoniale strutturale da investire anche in sviluppo. Tutele immediate perché il 2012 non amplii ancora questa enorme area di povertà». Secondo il rapporto «cresce anche la sottoccupazione, come viene documentato dal numero degli occupati a tempo parziale involontario pari a 1 milione e 850mila circa nel primo semestre 2011, mentre il lavoro temporaneo comincia a connotare anche il lavoro degli adulti over 44 che nell’insieme degli atipici sono il 21,5%, fenomeno che interessa soprattutto i meno scolarizzati. Passando ai grandi aggregati, il tasso di disoccupazione ha cominciato a crescere nel 2008 portandolo all’8,4% dell’anno scorso anno, media tra il 13,4% nel Mezzogiorno e il 6,4% nel Centro- Nord. Risalta ancora una volta negativamente il dato relativo alle donne. Il tasso di disoccupazione femminile lo scorso anno è stato del 9,7%. Ma la categoria più penalizzata, come emerge ad ogni nuovo dato statistico, è quella dei giovani tra i 15 e i 34 anni: in due anni perdono 854mila occupati, il 12% di 7 milioni 110mila stimati nel 2008-9. Gli occupati più giovani (fino a 24 anni) diminuiscono relativamente di più (-15,9%, -235mila unità) mentre i meno giovani, i giovani adulti di 25-34 anni si riducono dell’11%. In termini assoluti una perdita molto più consistente, -619mila.❖

L’Unità 17.11.11

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Dai disoccupati ai precari otto milioni di italiani nell´area della “sofferenza”, di Luisa Grion

Ci sono i precari, i lavoratori «obbligati» ad un part-time di poche ore, i cassintegrati da 700 euro al mese e gli sfiduciati che vorrebbero trovare un´occupazione, ma si sono rassegnati ad aspettarla stando a casa. Ci sono tante donne, tanti giovani, ma anche tanti capi-famiglia del Nord che perso un posto non ne hanno ancora trovato un altro. E infine ci sono i disoccupati «ufficiali», quelli che – rispondendo ad una definizione più restrittiva – dichiarano di essere già in cerca di lavoro e di essere pronti a rispondere all´offerta. Un vasto popolo in sofferenza cui manca un lavoro tutelato e il conseguente reddito. Un universo spezzettato che le statistiche ufficiali non considerano unitariamente.
L´Ires Cgil lo ha fatto e le cifre che sono uscite da suo rapporto («Un mercato del lavoro sempre più atipico: segnali di crisi») sono un colpo duro a chi pensa che l´Italia, in fondo, sia messa meno peggio di tanti altri: nell´area della disoccupazione allargata, infatti, vivono 8milioni e 300 mila lavoratori italiani, «oltre il 30 per cento della forza lavoro potenziale del Paese» specifica lo studio.
A tale livello si arriva aggiungendo ai 3,6 milioni di senza lavoro i 600 mila cassintegrati che rischiano di restare senza reddito una volta «consumato» il sostegno degli ammortizzatori sociali, i milioni e mezzo di atipici e di precari e 1,6 milioni di lavoratori costretti ad un part-time involontario. E il totale non tiene conto del lavoro nero.
«Calcolando l´effettiva quota di scoraggiati che dichiarano di essere disponibili a lavorare, si arriva dunque ad un tasso di disoccupazione reale del 13 per cento – commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil – Si tratta di 8 milioni di persone con stipendi medi fra i 600 e 700 euro al mese, con tutele in via di esaurimento, già finite per tanti disoccupati, inesistenti per tantissimi precari il cui numero è in costante crescita» Questa, sottolinea la Cgil, è la «vera emergenza per il futuro, il primo problema da risolvere». «I consumi calano e la produzione si ferma, ma chi dovrebbe consumare se questa è la realtà?» sottolinea Fammoni, convinto che «per ridurre la precarietà ed estendere le tutele servano risorse» e che «le risorse si possono trovare varando una patrimoniale e destinandone una parte allo sviluppo».
Ma il lavoro va rilanciato non solo in quantità, anche in qualità. In Italia, secondo il rapporto, «a differenza di quanto avviene negli altri Paesi europei, perdono quota le professioni scientifiche ad elevata specializzazione e le professioni tecniche, crescono invece quelle non qualificate ed esecutive». Nel futuro tutto ciò avrà un peso: il Cedefop, la Commissione europea sulla formazione, calcola che per il 2020 il mercato del lavoro europeo richiederà il 31,5 per cento di occupati con alti livello di competenza (oggi in Italia sono solo il 12,8 per cento) e il 18,5 con livelli bassi (da noi, ora, è il 45,2).

La Repubblica 17.11.11

"L'eredità", di Marina Boscaino

Chi ha avuto modo di leggere ciò che ho scritto nel corso degli anni si sarà reso conto che – nonostante la mia indiscussa appartenenza politica alla sinistra – mi sono spesso trovata in disaccordo con l’atteggiamento generale da un lato e con precise azioni dall’altro portati avanti dalla sinistra oggi rappresentata in Parlamento. Sulla scuola il Pd è stato spesso inefficace, dando l’impressione da una parte di ammiccare – in nome di un’ambigua idea di modernità, che corrisponde spesso ad acquiescenza – a principi e valori che minano le basi su cui si fonda l’identità di sinistra; dall’altra di attendere – in un’inerzia inquietante – l’arrivo di Godot.
Occorre però riconoscere che sul concorso per i dirigenti scolastici, sul quale si è fatto dell’incredibile trionfalismo autocelebrativo, l’opposizione ha incalzato il governo dimissionario.

Con un’interrogazione parlamentare, prima firmataria Manuela Ghizzoni, il Partito Democratico chiede al ministro Gelmini quali iniziative intenda adottare affinché le future prove scritte:

– si svolgano contestualmente in tutte le sedi regionali e con le medesime tracce;

– si svolgano solo dopo che la giustizia amministrativa si sia espressa sugli eventuali ricorsi, a garanzia dell’uguaglianza di trattamento degli eventuali ricorrenti al di là dei territori nei quali hanno effettuato le prove,e, quindi, a garanzia della piena regolarità delle prove;

– non prevedano svolgimenti assimilabili all’espressione di opinione, come purtroppo riscontrato nelle risposte a diversi quiz della preselezione anche dopo la cancellazione delle 975 domande di cui sopra;

Insomma, il Pd rinnova la bocciatura del test di pre-selezione del 12 ottobre scorso. Ed elenca diversi motivi:

– l’esclusione di candidati; segnatamente i laureati ISEF, riammessi al concorso dal giudice amministrativo;

– le fughe di notizie, su cui sta indagando anche la polizia postale, circa i quiz su cui si sarebbe svolta la prova preselettiva;

– l’eliminazione da parte del Ministero, a distanza di una sola settimana dalla prova, di ben 975 quesiti errati ed imprecisi, mentre sono stati “salvati” quesiti palesemente di opinione;

– una organizzazione della prova di preselezione certamente non agevole, poiché tempo assegnato i candidati si sono dovuti destreggiare anche nella ricerca delle 100 domande, corrispondenti al numero segnalato sulla stringa fornita all’avvio della prova, su un poderoso e poco maneggevole volume;

Da qui, l’invocazione dei Democratici attraverso i deputati in commissione cultura della Camera, Ghizzoni e Bachelet, di “garanzie per l’imparzialità, l’efficacia e la trasparenza nella selezione dei futuri dirigenti scolastici”.

Forse qualcuno è al corrente del fatto che il disastro della prova preselettiva è stato seguito da una sventagliata di ricorsi degli esclusi, che chiedono di essere ammessi con riserva allo scritto. D’altro canto, coloro che hanno superato la prova si sono cautelati attraverso un controricorso, organizzato dall’Anp, che si è schierato senza indugi dalla parte degli idonei. Difficile non condividere sia le ragioni degli uni che degli altri: la prova preselettiva è stata infarcita di una serie tale di svarioni; la commissione di coloro che hanno formulato i quesiti è risultata anonima fino a quando tale anonimato non avrebbe coinciso con un esplicito avallo dei tanti errori da parte del ministro che, solo allora, si è decisa a pubblicare i nomi degli (in)esperti, spesso anche formatori nei precedenti corsi di preparazione; d’altra parte chi ha passato la prova l’ha fatto a fronte di un impegno tanto più massacrante quanto più ostacolato da errata corrige e colpi di scena di tutti i tipi. La conclusione: la consueta guerra tra poveri in cui troppo spesso di sfocia nel mondo della scuola.

Saranno i salari bassi, sarà la difficoltà del momento, sarà forse l’antipolitica, ma da tempo ormai la configurazione di una criticità – quando non di un’illegittimità – viene denunciata solo a conti fatti (quando ci sono vinti e vincenti) e mai prima, quando invece ci sarebbero i margini concreti per intentare in maniera unanime e solidale battaglie collettive, magari sostenuti da sindacati o partiti politici. Non è più quel tempo.

E basta sognare. Noi insegnanti siamo quello che siamo. E il nostro mondo è quello che è. L’informazione ha certamente una qualche responsabilità se questa – come altre – iniziative del PD, per una volta agguerrito e ben posizionato sul problema in questione, non sia venuto a conoscenza di nessuno. In un’opposizione scarsamente incisiva (ma anche scarsamente visibile), ci sono parlamentari che lavorano quotidianamente senza che il frutto della loro attività venga non solo riconosciuto, ma semplicemente conosciuto. Sarebbe auspicabile un rapporto più diretto della società civile. La lontananza di questi ultimi anni – una delle cui conseguenze è stata anche il disamore della gente per la politica – dovrebbe averci insegnato qualcosa.

Gelmini avrebbe dovuto replicare il 15 novembre 2011. Manuela Ghizzoni, che ho intervistato personalmente, mi ha raccontato di quante volte le interrogazioni parlamentari da lei sostenute siano rimaste in passato prive di risposte.

Vedremo che cosa accadrà, considerati quanto accaduto negli ultimi giorni.

da pavonerisorse.it

"Il miracolo di Mister spred", di Massimo Giannini

La “democrazia dello spread”, tra storture e paure, ha generato un piccolo miracolo. Quello che nasce dalle macerie del berlusconismo è un buon governo del Presidente. La sua qualità tecnica è da elogiare. La sua intensità politica è da dimostrare. Ma se l´Italia ha ancora una chance per salvarsi, quella si chiama Mario Monti. La formula migliore, per definire il suo esecutivo, la conia lui stesso. «Un governo innovativo»: così dice il presidente del Consiglio. Il nuovo governo che ha giurato ieri nelle mani del Capo dello Stato nasce effettivamente nel segno di una forte discontinuità. Per almeno tre motivi. Il primo motivo: un governo formato interamente da tecnici non ha precedenti nella storia repubblicana. Per trovare qualche analogia si deve risalire al governo Ciampi del ‘93 (quando il premier incaricato e non eletto, in piena tempesta di Tangentopoli, fu prelevato direttamente dalla Banca d´Italia) e al governo Dini del ‘95 (quando l´ex direttore generale di Via Nazionale ed ex ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi fu chiamato a supplire al patente disarmo bilaterale dei due poli). Ma in quei casi si trattò di governi «misti»: molti tecnici, ma anche diversi esponenti dei partiti.
Questa volta è diverso. Monti è stato costretto ad optare per un governo costruito interamente al di fuori del perimetro della politica. Una scelta imposta dal gioco dei veti incrociati tra Pdl e Pd, che alla fine ha portato all´elisione congiunta delle candidature di Gianni Letta e di Giuliano Amato. Ma il nuovo premier ha fatto di questa necessità una virtù. Il profilo dei ministri che ha scelto è oggettivamente elevato, per autorevolezza e per competenza. E questo fa giustizia delle facili ironie di chi aveva parlato di un «governo del Preside», per irridere un team costituito da modesti professorini universitari e da grigi uomini d´apparato. Nella squadra di Monti ci sono sì professori, ma di eccellente livello: da Ornaghi a Profumo. Ci sono grand commis dello Stato, ma di sicuro valore: da Barca a Giarda.
Il secondo motivo è il rilievo che, nel nuovo governo, avrà l´economia. Il presidente del Consiglio, come previsto, tiene l´interim del Tesoro. Toccherà a lui il lavoro più duro: scrivere un´»agenda Monti» per il rientro dal debito pubblico. Ma al suo fianco, con un ruolo da superministro dello Sviluppo, che assomma anche le deleghe delle Infrastrutture e dei Trasporti, ci sarà Corrado Passera. All´ex banchiere di Intesa, in sostanza, spetterà l´altro compito speculare a quello del premier: mentre Monti si occuperà delle misure di risanamento dei conti, Passera si occuperà delle misure di sostegno alla crescita.
È una scelta che indica fin da ora la priorità e l´emergenza che il nuovo governo si prepara ad affrontare. E anche questo fa giustizia delle sguaiate polemiche sulle «congiure giudo-pluto-massoniche» del «direttorio franco-tedesco» e sul «governo dei banchieri». Una critica stupida, autarchica e provinciale, che alligna non solo in certe aree più radicali della sinistra, ma soprattutto in certe nicchie della destra sconfitta e sedicente «liberale». Come se Tremonti fosse stato meglio di Passera. Come se al Tesoro, nelle condizioni politiche attuali, potesse andare Nichi Vendola. Oppure, sul fronte opposto: come se fosse stato «liberale» il gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi. O come se il tanto lodato Gianni Letta non fosse a sua volta advisor della «Spectre» della Goldman Sachs, esattamente come Monti.
Il terzo motivo è la presenza femminile. Tre donne sono poche, rispetto a diciassette incarichi ministeriali. Ma la Cancellieri, la Severino e la Fornero vanno ad occupare ministeri-chiave, come gli Interni, la Giustizia e il Welfare. Enrico Cuccia, ai tempi dei consigli di amministrazione dei Salotti Buoni, diceva che «i voti si pesano e non si contano». In questo caso si può dire la stessa cosa. Quei tre ministeri «pesano» infinitamente di più del loro valore numerico. Basti pensare al compito che aspetta la Fornero, esposta sul fronte cruciale della riforma delle pensioni, che la vedrà in campo probabilmente contrapposta a un´altra donna di peso, come il segretario della Cgil Susanna Camusso.
Il governo Monti, dunque, può prendere il largo. È un governo allo stesso tempo forte e fragile. È forte della sua autonomia e delle sue competenze. E questa è una garanzia al cospetto delle cancellerie europee (che hanno già dato al premier un riscontro più che positivo) e dei mercati finanziari (che speriamo gli concedano nelle prossime ore una tangibile «apertura di credito»). Ma è anche fragile, per ragioni uguali e contrarie. I partiti (ad eccezione della Lega) lo sorreggono dall´esterno ma non lo innervano dall´interno. Questo fa una qualche differenza, sul piano della piena e incondizionata corresponsabilità delle scelte necessarie, nei prossimi mesi, per uscire dalla crisi che, insieme all´Italia, rischia di portare alla bancarotta anche l´euro.
Il governo di «Mister Spread» può contare sul sigillo istituzionale di Giorgio Napolitano, il vero, straordinario regista di questo «miracolo» realizzato in due giorni e mezzo, dentro i principi del patto costituzionale e della democrazia parlamentare (a dispetto dei queruli urlatori del «golpe in guanti bianchi» e dell´»Italia declassata a democrazia minore»). Ma non può contare su una specifica maggioranza politica: deve appoggiarsi a una generica convergenza parlamentare. Questo ne rende più difficile il cammino. Il suo orizzonte, che si vuole giustamente di fine legislatura, è affidato alle larghe, ma instabili intese raggiunte dai partiti in questi giorni difficili. È appeso alla responsabilità del Pd, pronto a impiegare tutte le sue energie al servizio di una transizione che, ancora una volta, trascende o prescinde dalla sinistra. Alla fedeltà del Terzo Polo, che rinuncia provvisoriamente a lucrare rendite di posizione estranee alla logica bipolare. E infine all´affidabilità del Pdl, che dopo la caduta del suo Padre-padrone minaccia di sfasciarsi in mille pezzi, a conferma della natura proprietaria di un partito nato dalla pura giustapposizione degli interessi e cementato solo dal berlusconismo, almeno quanto i suoi avversari lo sono stati dall´anti-berlusconismo.
Questa volatilità politica (al pari di quella finanziaria) può complicare la vita del nuovo esecutivo. Ma dobbiamo sapere che a questa soluzione, qui ed ora, non c´è alternativa. Dobbiamo sapere che il governo del Professore non è neanche lontanamente paragonabile al governo del Cavaliere. E dobbiamo sapere che, se fallisse anche questo tentativo di traghettare il Paese fuori dalla tempesta, oltre al default politico ci toccherebbe anche quello economico.
Resta un´incognita, insita nella natura e nella cultura del governo appena nato. Nonostante la qualità indiscutibile delle persone che lo compongono (o forse proprio in ragione di questa qualità), questo è un «governo delle élite». Rettori e banchieri, giuristi e avvocati, prefetti e professori. C´è da chiedersi se questo «corpo» selezionato della migliore élite nazionale saprà dare voce e rappresentanza anche alla «gente normale».
Obiettivamente (e fortunatamente) il governo Monti è l´esatto contrario del governo Berlusconi. Da tutti i punti di vista. Compreso questo: che il primo, a differenza del secondo, nasce senza popolo. La sfida di Monti, proiettata sulla primavera del 2013, sta tutta qui. Deve riempire di politica il vuoto che può aprirsi tra una nuova oligarchia tecnicista e la vecchia autocrazia populista. Deve conquistarsi, voto per voto, il sostegno parlamentare. Ma soprattutto deve costruirsi, legge per legge, il consenso popolare.

La Repubblica 17.11.11

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“ORA LE RIFORME”, EZIO MAURO

In quindici giorni è cambiato tutto anche in un Paese immobile, non solo il governo ma il tono del discorso pubblico, il contesto politico e istituzionale, lo spirito repubblicano che sembrava scomparso. Adesso comincia il percorso di guerra di Mario Monti per portare il Paese in zona di salvezza, per recuperare fiducia sui mercati e in Europa.
Ma c´è un´altra fiducia che va recuperata, ed è quella dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni. In questo senso, la tregua imposta dalla crisi con il governo Monti è una specie di tempo supplementare concesso al nostro sistema dei partiti per rimettersi in sintonia con la pubblica opinione, fermando la crescita dell´antipolitica. Non c´è e non ci può essere un´alleanza tra forze di destra e di sinistra duramente contrapposte per 17 anni, e che sono destinate nuovamente a contendersi il campo. Ma c´è un concorso necessario di responsabilità – vedremo quanto sincero da parte del Pdl – per affrontare l´emergenza, appoggiando lo sforzo di Monti.
Ora, i partiti e tutto il sistema istituzionale hanno una straordinaria occasione, per non restare con le mani in mano mentre Monti governa la crisi: e cioè se vogliono – come debbono e possono – affiancare alla dimensione tecnica dell´esecutivo la forza della buona politica, cogliendo la spinta popolare al suo rinnovamento, come hanno dimostrato i referendum.
Questo è il momento. Si sfrutti la tregua aprendo una vera fase di riforme, partendo dalla legge elettorale e restituendo la sovranità di scelta ai cittadini, per arrivare a un taglio spettacolare dei costi della politica, nel momento in cui si chiedono sacrifici alle famiglie: e si recuperi il terreno perduto in anni di ideologismo leghista sul piano dei diritti degli immigrati, un altro deficit italiano in Europa. Insomma: mai la politica può avere tanto spazio e tanta ambizione come oggi, con il governo tecnico del professore a Palazzo Chigi.

La Repubblica 17.11.11

"Giù il sipario sulla politica spettacolo", di Mario Calabresi

Fotografi e giornalisti si chiedevano a vicenda chi fossero quei ministri, scrutavano le facce del nuovo governo cercando di abbinare nomi e volti in modo corretto. La prima rivoluzione andata in onda ieri, durante il giuramento al Quirinale, è stata la fine della politica spettacolo: nessuno dei presenti era un personaggio già reso famoso dalla televisione, noto per una litigata, per le sue battute o per gesti eclatanti. Per scoprire chi sono questi ministri bisogna andare a spulciare i curriculum o cercare negli archivi. E questa è già una rivoluzione.

Naturalmente ogni stagione ha la sua rappresentazione e in tempi di crisi è indicato mostrarsi sobri e asciutti. Ma, al di là dell’immagine, la sensazione positiva che offre il governo Monti si lega a quattro parole: credibilità, crescita, coesione e ricerca.

Nel Salone delle Feste del Quirinale non c’erano mai state tante televisioni straniere e questo è il motivo per cui, anche se non ne fossimo convinti, abbiamo il dovere di essere credibili: siamo un Paese sotto osservazione che ora deve onorare con tempismo la parola data. Credibili nel taglio delle spese, credibili nei modi e nei tempi di attuazione delle riforme e credibili nella direzione che verrà data all’Italia. La sensazione positiva in questo caso viene dall’aver scelto persone che hanno idee molto chiare e approfondite sui temi di competenza, che da una vita ragionano su problemi specifici (in questo caso penso a Elsa Fornero che ha indicato con chiarezza come debbano essere corretti gli squilibri e le ingiustizie del sistema pensionistico e di tutto il nostro Stato sociale).

Se Monti ha scelto di tenere per sé il ministero dell’Economia, proponendosi come guardiano e garante dei conti, ha però voluto creare per Corrado Passera un vero ministero dello Sviluppo capace di tenere insieme anche i trasporti e le infrastrutture, perché gli investimenti non possono che puntare sulla modernizzazione delle nostre reti, quelle materiali (strade, ferrovie, energia) e quelle immateriali (nuove tecnologie, a partire dalla banda larga per avere finalmente Internet veloce, allo sviluppo verde) per creare lavoro.

La crescita però non appare possibile senza coesione, senza provare a ricostruire un tessuto sociale che tenga insieme i territori ma anche tutta la nazione, e questo è il credo più profondo del nostro presidente della Repubblica. In quest’anno di celebrazioni dell’Unità d’Italia Napolitano non ha fatto che ripetere come sia necessario far crescere il Paese in modo armonico, perché se il divario tra Nord e Sud si amplia siamo destinati tutti al declino. Per questo è stato creato un nuovo ministero, alla Coesione territoriale, a cui si va a aggiungere un dicastero per l’Integrazione: la messa in pratica del discorso del Presidente a Mario Balotelli sulla necessità di dare un’appartenenza ai nuovi italiani.

Infine la scelta di Francesco Profumo, che ha trasformato il Politecnico di Torino ed era appena approdato al Cnr, ci dice che la ricerca può tornare finalmente al centro dell’agenda del Paese.

Abbiamo bisogno di guardare avanti, di scommettere sulle energie delle nuove generazioni, di dare una possibilità qui a chi fino a oggi ha preferito emigrare.

Ci sarebbe ora da ragionare sul quadro politico e sulla possibilità che questo governo possa procedere spedito in un Parlamento che è lo stesso della settimana scorsa, così si potrebbe essere tentati dal pessimismo, ma di fronte a qualcosa che nasce si ha l’obbligo di sperare. Intanto non possiamo che registrare con stupore l’energia di un Capo dello Stato che ha impresso una tale spinta da essere riuscito a garantire all’Italia un nuovo governo in meno di una settimana.

Ora che il governo c’è, il premier non sottovaluti l’attesa degli italiani per un segnale forte e chiaro: i primi tagli devono essere indirizzati verso le spese e i privilegi della politica, esempio virtuoso che renderebbe accettabile tutto il resto.

Con le professionalità messe in campo un primo passo fuori dalla palude è già stato fatto, tanto che il direttore di un giornale straniero mi ha chiamato mentre chiudevo questo pezzo per dirmi che aveva visto le immagini del giuramento: «Sembrate un altro Paese rispetto a quello della settimana scorsa, siete sempre capaci di stupirci, ma questa volta in positivo». Per una volta ho tirato il fiato.

Ps: La positiva sensazione di asciuttezza di Monti e del suo governo verrà certamente apprezzata dai nostri lettori e da molti italiani che da tempo desideravano un serio amministratore e non più un dispensatore di sogni, ma per noi giornalisti verrà una stagione di traversata del deserto: «Ci siamo dati la consegna del silenzio» hanno già risposto cortesi molti nuovi ministri, gettando nello sconforto la redazione. Ogni problema però è un’occasione, servirà anche a noi a ripensare il modo di fare informazione, sempre che tra una settimana l’aria dei Palazzi non faccia cambiare costumi anche ai nuovi inquilini.

La Stampa 17.11.11

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“Per poter agire l’esecutivo avrà ancora bisogno dell’aiuto del Colle”, di MARCELLO SORGI

Se il buon giorno si vede dal mattino, un generale effetto sedativo sembra essersi diffuso sulla ultratormentata politica italiana dopo la nascita e l’insediamento del governo Monti. Non ha lasciato tracce neppure l’esclusione finale di Letta e Amato, per giorni al centro di un braccio di ferro tra il Quirinale, il neo-presidente del consiglio e i due maggiori partiti della maggioranza, conclusosi con il prevalere dei veti di Pdl e Pd.

Per larghissimo riconoscimento, il governo è composto da personalità di alto livello e competenze. Il passaggio delle consegne a Palazzo Chigi é avvenuto serenamente. L’inusuale riconoscimento che il Capo dello Stato ha voluto tributare pubblicamente a Berlusconi e a Letta ha ulteriormente disteso il clima. L’attesa è per il discorso programmatico che Monti pronuncerà stamane alle 13 al Senato. Ed è a questa scadenza che è legato il primo problema da risolvere.

Dopo le lunghe consultazioni che hanno preceduto la nascita del governo, i partiti della maggioranza si aspettano che il premier non si discosti dalle intese raggiunte, sia sul piano dei contenuti, sia su quello delle prospettive del governo. La governance di un esecutivo tecnico, spiegano, non può essere diversa, e Monti deve mettere in conto che qualsiasi nuova iniziativa dovrà essere concordata preventivamente. Ma se veramente un metodo del genere dovesse essere applicato, il governo non andrebbe molto lontano. Pertanto, oltre a elencare gli obiettivi, non solo economici, del governo, Monti oggi al Senato chiederà di avere larghi margini di autonomia per poter trattare con l’Europa un percorso di risanamento accompagnato dall’Italia con severe misure anticrisi.

Le linee di questo piano emergono già dai criteri seguiti per la formazione del governo: la scelta di Elsa Fornero, tra le maggiori esperte di problemi previdenziali, prelude alla proposta di di rimettere le mani sulle pensioni. L’accorpamento dei ministeri dello sviluppo economico e delle infrastrutture, affidati a Corrado Passera, lascia intuire l’ipotesi di un’accordo con le autorità europee: pareggio di bilancio in cambio dello sblocco dei fondi che, facendo ripartire i lavori pubblici, darebbero un immediato sprone alla crescita.

Il varo del governo Monti contrassegna il successo, riconosciuto da tutti, dell’impegno del Capo dello Stato per la soluzione della crisi. Napolitano è riuscito a realizzare un risultato che sembrava impossibile fino a una settimana fa, con un consenso generale e senza intoppi. Per questo sarà importante che anche nei prossimi mesi Monti possa contare sull’aiuto e la collaborazione del Presidente della Repubblica.

La Stampa 17.11.11

Bersani: "il volto dell'Italia ora riprenda il suo profilo in Europa e nel mondo"

Bersani: “La configurazione del nuovo governo dà segnali evidenti di competenza e di sensibilità. Dieci e lode per la presenza femminile. Un grazie doveroso e sincero al presidente Napolitano per il lavoro svolto e la saldezza dimostrata”. “Come prima parola voglio dire che un ringraziamento al Capo dello Stato è doveroso”. Così il segretario Pier Luigi Bersani ha introdotto la conferenza stampa del PD a poche ore dall’insediamento del nuovo governo Monti. “Un grazie sincero -ha continuato il leader democratico – per il lavoro enorme che Napolitano ha svolto in questa fase e per la saldezza dimostrata in questo periodo non felice”.

Nei giorni che ci hanno portati alla formazione di un nuovo governo, il PD ha “lavorato per una svolta e ci siamo arrivati sia con la mobilitazione di iniziativa politica sia con l’iniziativa parlamentare: abbiamo chiesto che con grande rapidità si affrontasse l’emergenza con n governo di transizione di caratura tecnica e del tutto nuovo. È ovvio, guardando i fatti, che noi siamo soddisfatti. La configurazione del nuovo governo dà segnali evidenti di competenza e di sensibilità su temi che ci stanno a cuore a partire dal dieci e lode che diamo sulla presenza femminile”.

“È ora di mettersi al lavoro e noi siamo pronti a collaborare e a dare sostegno attivo in Parlamento. La parola d’ordine resta la stessa: prima di tutto c’è l’Italia. Il PD è disponibile da subito a dare il via a quei processi di riforme urgenti: è un’occasione da cogliere anche per la modernizzazione del sistema”.
“Ascolteremo le parole di Monti in Parlamento: il primo punto è che il volto dell’Italia riprenda il suo profilo in Europa e nel mondo e che si riesca ad essere europei non solo per lo spread ma per tratti di civiltà e cittadinanza che purtroppo abbiamo perso negli ultimi anni”.

“La sobreità e la competenza di questo governo rappresenta per noi quel cambiamento che va rivendicato dalla buona politica, capace di impegnarsi con generosità. Vogliamo che questo governo possa lavorare nei suoi orizzonti e per questo non metteremo nessun vincolo o termine temporale. L’interesse dell’Italia viene prima dell’interesse di ogni singolo partito”.

“Ho letto sulla stampa di PD in sofferenza, in divisione e nel travaglio in questo periodo. Tormentoni a cui si risponde con ironia. In realtà il PD è stato compattissimo e solido. Sono orgoglioso del mio partito e dei dirigenti che hanno dato una mano in una fase molto complicata”.

“Leggo anche di una discussione schizofrenica sulla politica che non va mai bene, sia quando c’è sia quando non c’è. Ma si può immaginare o no che ci sia un politica seria, che davanti alle condizioni del momento dell’Italia sappia dare delle soluzioni e non creare nuovi problemi? È possibile concepire questa concezione? Non possiamo più permetterci di discutere sulle parole, ora occorrono i fatti”.

“Come ho detto questo è un governo a forte caratura tecnica. Ma è sempre un governo. Non bisogna mai perdere questa prospettiva e non riconoscere i limiti della politica. Quando torneremo alla normalità i governi non dovranno essere fatti con il bilancino dei partiti”.

Un’ultima nota sulle voci circa la possibile presenza di Giuliano Amato nel nuovo governo. “Mai detto e pensato lontanamente di mettere in dubbio la competenza di Amato e neanche che non potesse rappresentare la grande idea riformista e di cui abbiamo bisogno. Ho una stima grandissima per Giuliano Amato”.

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