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"Gigi Marzullo & Co.: ecco i nuovi esperti di cinema di Galan", di Gabriella Gallozzi

Fa presto il ministro uscente Galan ad indignarsi. A non tollerare che «venga messa in dubbio la correttezza» del suo «operato». Cosa dovrebbero dire allora i contribuenti o chi tenta ancora di fare cinema in questo Paese sapendo che il destino del suo lavoro sarà affidato a Gigi Marzullo? La questione è presto detta: si sta parlando delle commissioni per la cinematografia del ministero, quelle che decidono a quale film assegnare i finanziamenti pubblici, benché magrissimi, oramai. Ebbene, proprio oggi si insedieranno i nuovi «commissari», nominati in extremis dal ministro uscente.

LA VITA È UN SOGNO…
Dopo il tentativo – fortunatamente stoppato – di portare il pubblicitario Malgara alla presidenza della Biennale, Galan ci riprova e ridisegna le nuove commissioni cinematografiche – scadute alla fine di luglio – a mo’ del salotto notturno “Cinematografo”, condotto su Raiuno da Gigi Marzullo che, chiusa la stagione filosofica de «la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere», è diventato l’unica voce ufficiale del cinema sulla tv pubblica. Sarà lui, infatti, uno dei componenti della sottocommissione che si occupa di promozione. Con lui entra pure il critico del “Mattino” Valerio Caprara, habitué del salotto notturno di Marzullo che di cinema, però, si occupa da sempre ed è già presidente della Campania Filmcommission.

Si aggiungono ancora Carlo Puca che invece di cinema scrive di politica per “Panorama”, e Ivo Rapa ancor più lontano da questo mondo. Direttamente dalle poltrone di “Cinematografo” arriva poi Gianvito Casadonte, inventore di un festival in Calabria che si occuperà del riconoscimento dell’interesse culturale per le opere prime.

Insieme a lui, in questa commissione, sono stati riconfermati la moglie di Giuliano Ferrara, Anselma Dell’Olio critica cinematografica stabile del salotto di Marzullo, insieme a Carlo Cozzi, ex critico del “Secolo d’Italia”.

Altre due celebri – non certo in ambito cinematografico – «mogli di» approdano poi nella commissione per il riconoscimento dell’interesse culturale nazionale. L’avvocata Postorivo – già presente in un’altra commissione – moglie del barone D’Alì Solina e presidente della commissione Ambiente del Senato e, soprattutto la new entry: Valeria Licastro Scardino, consorte dell’ex forzista Martusciello e responsabile delle relazioni istituzionali della Mondadori e, un tempo segretaria particolare di Confalonieri.

Immediate arrivano le reazioni del settore alle nomine. «Il ministro Galan non ha neanche il buon gusto di cedere il passo al nuovo governo – dice Nino Russo dell’Anac – , ma continua nel pervicace tentativo di distruggere il cinema, nominando persone che con questo settore hanno poco o nulla a che fare. Dimostrando per l’ennesima volta il loro disprezzo per la cultura». L’Associazione dei 100autori si dice «esterrefatta» e chiede l’immediato ritiro delle nomine. Certo per Gigi Marzullo la vita è proprio un sogno.

"Thyssen consapevole dei rischi: gli operai furono mandati a morire", di Alberto Gaino

Herald Espenhahn «è persona preparata, autorevole, determinata, competente, scrupolosa». Quest’uomo è stato condannato a 16 anni e 6 mesi per incendio, omissioni dolose di norme antinfortunistiche e soprattutto per omicidio volontario con la formula del dolo eventuale dagli stessi giudici che scelgono quei cinque aggettivi per caratterizzarne la personalità di manager.

La contraddizione è apparente: proprio in ragione di questo profilo alto la Corte d’Assise torinese l’ha giudicato reponsabile della morte dei sette operai bruciati vivi nel rogo della linea 5 dello stabilimento torinese della multinazionale ThyssenKrupp, la notte del 6 dicembre 2007. Attento e preciso come ha dimostrato d’essere sul lavoro, l’amministratore delegato TK Ast – la spa italiana della multinazionale – «decideva» comunque «di non “fare nulla” in tema di fire prevention nella fabbrica torinese, pur mantenendola attiva, pur continuando la produzione in quelle condizioni di completo azzeramento delle condizioni minime di sicurezza».

A sette mesi dalla inedita sentenza – per la prima condanna di un datore di lavoro in Assise – che provocò burrascose polemiche, il presidente Maria Iannibelli e il giudice estensore delle 464 pagine della motivazione, Paola Dezani, fanno conoscere come e perché, insieme ai sei giurati popolari, sono pervenuti a quella condanna. Citano documenti aziendali, mail del top manager, testimonianze che rendono Espenhahn «consapevole» del rischio di gravi incendi alla TK torinese «in via di dismissione». Un «rischio che ha accettato», per «quanto non abbiamo dubbi che sperasse non capitasse nulla di male ai lavoratori». Siamo abituati a pensare all’omicidio volontario come ad un fatto di sangue: chi spara e accoltella, chi rimane ucciso.

Questa è stata una strage sul lavoro, orribile per come si è consumata: «Antonio Schiavone urlava e chiedeva aiuto però non vedevamo dove fosse, non si vedeva nulla», testimonianza di un compagno di lavoro sulle conseguenze dell’onda anomala di fuoco, il flash fire, provocato dalla rottura di un flessibile contenente olio idraulico alla pressione di 140 bar («corrispondente a quella che si può misurare sott’acqua a 1400 metri di profondità») e che ha sprigionato «spray nebulizzato estesosi di 12 metri». Non c’erano estintori, per quanto pochi e semivuoti, che potessero contenerlo. Con quelli, gli otto operai hanno generosamente cercato di spegnere l’incendio e salvare quel bestione di ferro e acciaio. Sette sono ne sono usciti con ustioni di primo grado nel 90% del corpo.

La TK di Torino era fabbrica a rischio di «incidente rilevante» e tuttavia non aveva il certificato di prevenzione incendio (il giudice tira le orecchie pure ai vigili del fuoco che non furono pressanti). Con l’investimento di un milione di euro – dei 16,7 stanziati dalla capogruppo tedesca per la sicurezza in Italia – sarebbe stato possibile dotare la «linea della morte» di un impianto automatico di spegnimento del fuoco. L’ad lo posticipò alla chiusura e al trasferimento degli impianti a Terni. «Scelta razionale dal punto di vista economico, nell’interesse dell’azienda, ma sciagurata perché associata alla decisione di continuare la produzione in quella realtà di sempre maggior degrado».

Interrotta solo dalla strage di lavoratori. Fra la condanna per omicidio con dolo eventuale e quella per colpa cosciente degli altri 5 dirigenti minori c’è largo margine di confine che la differenza di tre anni di pena non giustificherebbe. Ma, per la Corte, Espenhahn «merita la pena minima per non aver negato in aula lo stretto controllo che manteneva sulla TK di Torino». Fra testimonianze e richiami a foto e video – «ma non può essere una sentenza multimediale» – si ricostruiscono con serenità e precisione gli snodi di un processo difficile. Fra cui i depistaggi e la catena di false testimonianze, «la scarsa incisività dei controlli Asl».

Si accenna anche ai riflessi quotidiani dell’incertezza: «Non è emersa un’attività sistematica di stimolo all’azienda sulla sicurezza da parte dei lavoratori. Erano concentrati sul loro futuro, preoccupati della disoccupazione». E all’ultimo atto Guariniello allarma: «A fine anno il pool di pm che ha sostenuto questo processo e quello Eternit verrà smantellato dalla rotazione decennale degli incarichi che mortifica le competenze acquisite».

La Stampa 16.11.11

“Niente procreazione assistista per chi ha malattie genetiche", di Cristina Pulcinelli

Con il governo dimissionario, il ministero della salute non rinuncia a un ultimo atto: l’nvio delle nuove linee guida per l’applicazione della Legge 40 sulla procreazione assistita al Consiglio Superiore di sanità per un parere obbligatorio. Il documento è stato presentato ieri, ma ha già suscitato polemiche.
Secondo quanto si è appreso, le nuove linee guida, che aggiornano quelle del 2008 firmate dall’allora ministro Livia Turco, non prevedono che i portatori di malattie genetiche possano far ricorso alle tecniche di procreazione assistita. L’uso delle tecniche è concesso alle coppie infertili, oppure alle coppie nelle quali l’uomo abbia un’infezione da Hiv (il virus dell’Aids) oppure da Hbv e Hcv (rispettivamente i virus dell’epatite B e C), come previsto del resto già dalle linee guida del 2008. Non si cita quindi la possibilità di accedere alla procreazione medicalmente assistita le malattie genetiche, nonostante alcune sentenze abbiano riconosciuto il diritto a ricorrere a queste tecniche ad alcune coppie fertili che però rischiavano di avere figli con gravi malattie ereditarie come la talassemia e la fibrosi cistica.
Il ricorso alla fecondazione assistita consente infatti in questi casi di effettuare una diagnosi pre-impianto in modo da utilizzare solo l’embrione non affetto dalla mutazione genetica che causa la malattia.
Nel 2010, il tribunale di Salerno autorizza per la prima volta in Italia la diagnosi genetica pre-impianto a una coppia fertile, ma portatrice di una grave malattia ereditaria.
A ruota seguono le decisioni analoghe dei tribunali di Firenze e Bologna. Ma di questo non c’è traccia nel documento presentato dal sottosegretario Roccella.
La mancanza è tanto più strana perché, d’altro canto, un’altra sentenza viene recepita dalle linee guida. In particolare, la sentenza 151/2009 della corte costituzionale che eliminava l’obbligo di avere “un unico e contemporaneo impianto di embrioni, comunque non superiori a tre” per chi accede alla fecondazione assistita.
L’avvocato Filomena Gallo, Segretario dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e Presidente Associazione Amica Cicogna, si è detta fortemente critica nei confronti di queste nuove linee guida perché “stravolgono completamente le decisioni dei giudici che fino ad oggi e in piena osservanza della giurisprudenza costituzionale hanno obbligato i medici ad impiantare solo l’embrione sano”.
Inoltre, spiega sempre Gallo, comportano uno spreco di denaro pubblico: “Gli embrioni abbandonati che, per decreto del ministro Sirchia del 2004 sarebbero dovuti essere inviati nella biobanca di Milano, costata circa 700mila euro e che costa annualmente circa 80mial euro pur essendo inutilizzata, dovranno essere conservati, invece, a spese delle Regioni, che già in materia sanitaria sono in grave disavanzo”.
REAZIONI
Contro le nuove linee guida si scaglia anche Livia Turco definendole un “grave arretramento culturale”.
“Ancora una volta le linee guida, che dovrebbero riguardare solo gli aspetti tecnici – commenta Turco in una nota – vengono usate in modo improprio per interpretare la legge 40 che non vieta l’analisi preimpianto”. Ma le critiche arrivano anche da donne di altre forze politiche. Flavia Perina, deputato di Futuro e Libertà ha dichiarato: “Per impedire che le coppie ricorrano alla diagnosi preimpianto, si favorirebbe di fatto il ricorso all’aborto. Una politica che dice alle donne ‘se volete, potete abortire dopo l’amniocentesi, ma non potere in alcun caso prevenire il rischio di trasmissione di malattie genetiche’ non è solo stupida, ma innanzitutto crudele”.
Ma il sottosegretario Roccella respinge le accuse: “Non c’ è stato alcun golpe per la predisposizione delle linee guida della legge 40. Semplicemente, come prevede la legge, è stata inoltrata al Consiglio Superiore di Sanità la richiesta di un parere su un testo sul quale abbiamo lavorato, in assoluta trasparenza, da almeno due anni”. Inoltre ribadisce Roccella, le linee guida possono fornire solo indicazioni per l’applicazione della legge e non possono quindi vietare né consentire più di quanto sia già previsto dalla legge vigente.

L’Unità 16.11.11

La squadra di Monti

Ecco la squadra di Mario Monti Nessun politico, sette prof e tre donne. Paola Severino, la prima volta di una donna alla Giustizia. Passera super-ministro. Età media 63 anni. Diciassette ministeri, in barba alla scaramanzia. L’ultimo governo Berlusconi ne aveva 23. Si comincia con un taglio di 6 ministeri. Dodici sono con portafoglio (tra questi l’Economia, del quale Monti ha l’interim) e cinque senza portafoglio. Tre donne in dicasteri cruciali (Giustizia, Lavoro e Interno), con Berlusconi erano sei. E poi sette professori, cinque «dottori» generici, un avvocato e un professore-avvocato. Spiccano anche un banchiere, un ambasciatore, un ammiraglio e un giurista esperto di sanità. Nessun politico.

Ministri Senza Portafoglio:
Enzo Moavero Milanesi (delega agli Affari Europei)
Piero Gnudi (delega al Turismo)
Fabrizio Barca (delega alla Coesione)
Piero Giarda (delega ai rapporti con il Parlamento)
Andrea Riccardi (delega alla Cooperazione internazionale)

Ministro dell’Interno
Anna Maria Cancellieri

Ministro della Difesa
Giampaolo Di Paola

Ministro dell’Economia
Interim Mario Monti

Ministro della Giustizia
Paola Severino

Ministro degli Affari Esteri
Giulio Terzi di Sant’Agata

Ministro dello Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti
Corrado Passera

Ministro delle Politiche Agricole
Mario Catania

Ministro dell’Istruzione
Francesco Profumo

Ministro dei Beni Culturali
Lorenzo Ornaghi

Ministro del Welfare e delle Pari Opportunità
Elsa Fornero

Ministro della Salute
Renato Balduzzi

Ministro della Funzione Pubblica
Luisa Torchia

Ministro dell’Ambiente
Corrado Clini

Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri
Antonio Catricalà

ETÀ E GEOGRAFIA – Fatti due conti è il governo della terza età. Un esecutivo dove, se volessero, 8 ministri avrebbero i requisiti anagrafici per chiedere subito la pensione di vecchiaia. Altri quattro potrebbero ricevere la pensione di anzianità. Il più giovane è il 55enne professor Renato Balduzzi, nato a Voghera (Pv), il 12 febbraio 1955, (Salute). L’età media del governo di Mario Monti è di 63 anni, con solo 6 ministri su 17 sotto i 60 anni. L’esecutivo di Silvio Berlusconi, al momento del giuramento, aveva un’età media di 52 anni. Nove ministri del Nord e tre del Sud (tra questi il sottosegretario Catricalà), sei sono della Lombardia (ironia della sorte senza il sostegno della Lega), cinque i romani. Poi c’è un ligure, un piemontese e un bolognese.

La squadra

LE NOVITÀ – Questa la squadra del professor Mario Monti che s’inventa il ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione. E poi accorpa lo Sviluppo e le Infrastrutture in un super-ministero (prima c’erano Romani e Matteoli) affidato a Corrado Passera e Lavoro con Pari opportunità (in cui c’erano Sacconi e Carfagna) ora dato al solo Fornero). Scompaiono i ministri per l’Attuazione del programma di Governo (Rotondi), Pubblica amministrazione (Brunetta), Gioventù (Meloni) e i due cari alla Lega: Riforme per il federalismo (Bossi) e Semplificazione normativa (Calderoli). Con il professore torna un ministro allo sport (con il turismo) affidato a Gnudi. Non c’è più neppure il ministro per la Famiglia.

GIUSTIZIA – Le tre donne appena nominate ministro vanno a ricoprire dei ruoli di «grande rilievo» all’interno del nuovo esecutivo. Tra queste, Paola Severino nuovo ministro della Giustizia. Per la prima volta nella storia della Repubblica una donna Guardasigilli. Napoletana, avvocato penalista e consulente di società, banche e associazioni di categoria, è stata membro di commissioni ministeriali per la riforma della legislazione penale e processuale, ed è vice Rettore della Luiss. Il nuovo Ministro ha lavorato nello staff di Giovanni Maria Flick, ministro della Giustizia nel governo Prodi. Nel 2009 ha ricevuto il Premio Marisa Bellisario dedicato al tema delle «Donne per una giustizia giusta».

IL GIURISTA – Renato Balduzzi, nuovo ministro della salute, è un giurista esperto di Sanità e presidente dell’Agenas, l’agenzia per i servizi sanitari regionali e al ministero della Salute ha già lavorato nell’ufficio legislativo del ministro di allora Rosi Bindi. L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo del Comitato militare della Nato ed ex capo di Stato maggiore della Difesa, è il nuovo ministro della Difesa.

NON CI SARÀ TERZI – Il governo Monti giurerà mercoledì pomeriggio alle 17, ma mancherà uno dei suoi esponenti più importanti, il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata, che ricopriva fino a mercoledì mattina l’incarico di ambasciatore a Washington. Ad avvertirlo del cambiamento di carriera una telefonata fattada Roma, quando oltre Oceano era l’alba. I tempi tecnici degli spostamenti con l’aereo gli impediscono quindi di presentarsi alle 17 nel Salone delle Feste. Cerimonia quindi rinviata, per lui, a giovedì mattina.

www.corriere.it

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Governo, Finocchiaro: “Donne in ruoli chiave e competenze: mi sembra una ottima squadra”

“Siamo di fronte a scelte di competenza, di responsabilita’ e di alto profilo”. Questo il primo giudizio di Anna Finocchiaro dopo l’annuncio della lista dei ministri del Governo Monti.

“Si tratta di personalita’ di qualita’, indipendenti, che nei loro campi di attivita’ hanno dimostrato una grande professionalita’ “.

“Voglio sottolineare – prosegue Anna Finocchiaro – pur nel numero non elevato di presenze, che le donne sono state chiamate a ricoprire ruoli fondamentali nella compagine governativa. Mi sembra un segnale importante. Come importante e innovativa mi sembra la decisione di unificare nello stesso dicastero la responsabilita’ delle pari opportunita’ con quella del welfare e del lavoro. L’investimento sull’occupazione femminile può essere uno dei volani principali della ripresa del Paese”.

“Credo che questo Governo possa aiutare il Paese a uscire dalle difficolta’. Io mi auguro – conclude la Presidente dei senatori del PD – che nel Parlamento, che deve ritrovare grazie all’impegno di tutti i gruppi, la sua centralita’, questo esecutivo trovi quella energia e quella forza che i partiti che hanno deciso responsabilmente di sostenerlo, gli hanno conferito.”

www.partitodemocratico.it

"L'ultimo regalo del ministro Gelmini", di Gian Antonio Stella

Merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito, merito. Fa impressione metterle tutte in fila, vero? Bene: per trentasette volte Mariastella Gelmini, poco prima di diventare ministro dell’Istruzione, scrisse la parola «merito» nella sua proposta di legge 3423. E in questi anni non ha fatto che ripetere: «Non è più possibile andare avanti con il nepotismo dentro le università».
Fedele ai convincimenti granitici, ha raccontato sul Secolo XIX Francesco Margiocco riprendendo una denuncia del sito web «Articolo 33», la signora ha dunque deciso di chiudere l’esperienza ministeriale con una nomina impareggiabile. E ha piazzato nel consiglio di amministrazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche un giovane astro nascente della politica del merito: Gennaro Ferrara, 74 anni, collezionista di poltrone di ogni genere ma soprattutto per 23 anni rettore di quella che probabilmente è l’università più nepotista d’Italia, la napoletana «Parthenope».
Oltre a finire sui giornali come il peggiore ateneo del Paese nella classifica del Sole 24 ore o per una stupefacente convenzione con la Uil che assicurava ai suoi iscritti un riconoscimento fino a 60 crediti per la laurea triennale in giurisprudenza con uno sconto di un anno su tre, il prof. Ferrara è celeberrimo tra gli amanti dell’«University Horror Show» per il grappolo di parenti piazzati nel suo regno. E per la strepitosa intervista data a Nino Luca, autore di Parentopoli / Quando l’università è affare di famiglia.
Un’intervista dove, vistosi rinfacciare di aver sistemato nella «sua» università «la seconda moglie, il di lei fratello, una figlia e i mariti delle due figlie», l’allora rettore rispondeva così: «Io vorrei parlare con un giornalista che faccia un articolo forse più stucchevole ma che, con argomentazioni e approfondimenti, possa farsi capire dal lettore. Se noi trattiamo “Parentopoli” in termini scandalistici non va bene. Glielo dice sa chi? Il secondo di otto figli di un operaio. Io invidiavo quelli che nascevano nelle famiglie di un certo… Le posso dire con orgoglio che nessuno può chiedermi chi mi ha aiutato. I miei parenti, mia figlia, devono dimostrare ogni giorno di valere. Ma perché non intervistate loro?».
«Chi?», gli chiedeva Nino Luca: «i due generi Federico Alvino (che tutti danno come il suo successore designato) e Gabriele Carbonara? Sua figlia? La sua seconda moglie e suo fratello? Chi devo intervistare?». «Tenga presente una cosa. Se vuole, lei può parlare con loro ma non è giusto “stare scritti” sui giornali…».
Grazie per il regalo d’addio, signor ministro: proprio l’uomo giusto per rilanciare il Cnr e la politica del merito.

Il Corriere della Sera 16.11.11