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"Tremonti chi?", di Giovanni Cocconi

Forse Indro Montanelli aveva torto: non tutti quelli che hanno un brutto carattere hanno davvero carattere. Giulio Tremonti, per esempio. La scena di lui che mendica la tessera della Lega Nord e si sente rispondere di no completa perfettamente la figura più tragicamente ridicola di questo cambio di stagione. Con una solennità davvero fuori posto ieri l’ex superministro dell’economia ha smentito e fatto sapere di avere «interrotto ogni tipo di attività politica tanto istituzionale quanto personale». Ma ormai anche il “super” di superministro fa parte di un’altra epoca. Tremonti è politicamente morto e l’Italia sembra essersi già dimenticata di lui.
Eppure solo pochi mesi fa le sorti del paese sembravano tutte nelle mani del titolare di via XX settembre, l’unico ministro rispettato in Europa, il volto presentabile da esibire nei consessi internazionali, il solo che con il rigore dei conti aveva saputo riscattare il discredito che il presidente del consiglio aveva gettato sull’Italia.
Senza voti, senza consenso, era Super-Giulio a reggere i fili del potere in Italia, il ministro che riceveva i complimenti di Romano Prodi, il rospo che qualcuno nell’opposizione era disposto a baciare pur di cacciare il Cavaliere da palazzo Chigi.
Tra un flirt ritrovato con le fondazioni bancarie, l’asse con la Cassa depositi e prestiti, le simpatie del Vaticano e il rispetto dei salotti buoni, il pamphlettista capace di vendere centinaia di migliaia di copie con i suoi libri sulla paura cinese veniva candidato da molti addirittura a leader del forzaleghismo a trazione nordista.
Ma il ministro che sognava da Quintino Sella passerà probabilmente alla storia della Seconda repubblica come un uomo senza carattere nascosto da un brutto carattere, un arrogante travestito da timido o un timido dipinto come un arrogante. La plateale assenza al voto sull’arresto dell’ex consigliere Marco Milanese è stato solo l’ultimo atto di un inspiegabile delirio di onnipotenza, una hýbris poco giustificata dal suo essere percepito come un tecnocrate “senza partito”, diviso tra un Pdl che non lo ha mai amato e una Lega che lo ha sempre stimato, lo ha difeso ma che non lo ha mai riconosciuto come uno dei suoi (anche se Europa, il 27 ottobre scorso, non escludeva un suo interesse per il Carroccio, magari con una delega ai rapporti con i poteri forti).
La parabola del tributarista venuto da Sondrio alla fine è poco assimilabile a quell’élite tecnica prestata alla politica che in Italia si è fatta onore, da Giuliano Amato a Carlo Azeglio Ciampi fino a Mario Monti, quelli che il paese convoca nei momenti difficili. A Tremonti non capiterà mai di fare il riservista, di essere chiamato a salvare l’Italia.
Ha vinto e perso battaglie epocali (perso quella con Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, vinto quella con l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio), ma di lui si ricordano soprattutto iniziative più o meno stravaganti, legate – sia detto senza ironia – a una fantasia fuori dal comune: la Robin tax contro banchieri e petrolieri, i Tremonti bond (che quasi nessuno ha utilizzato), la social card, la Banca del sud.
Idee che, nella memoria collettiva degli italiani, restano comunque sepolte da una quantità di condoni di ogni tipo cui il professore di Sondrio è ricorso ogni volta che l’emergenza lo giustificava. Anche l’abolizione dell’Ici sulla prima casa (una promessa di Berlusconi, non sua), l’unica iniziativa davvero popolare dell’ex governo, potrebbe essere cancellata dal nuovo, in una resa dei conti simbolica molto interessante.
Ma allora perché Tremonti è morto politicamente così in fretta? Forse perché ha cercato di recitare troppe parti in commedia. Dietro la sua maschera di tecnicismo gelido, ha giocato con cinismo sulla capacità di sintonizzarsi con i tempi, è stato liberista e anti-mercatista, rigorista e complice degli evasori, anti-statalista e colbertista, nemico della turbofinanza e inventore di quella creativa, europeista e nemico di Maastricht.
Nell’intuire in anticipo l’impatto dell’ingresso della Cina nel Wto e il cambiamento di scala dei problemi si è dimostrato una spanna sopra la classe politica di centrodestra, ma ha sempre dato l’impressione di voler annegare i piccoli trucchi contabili o i regali agli evasori nelle disquisizioni sulla nuova Bretton Woods o sulle radici cattoliche dell’Europa.
In fondo chi ha colto meglio di tutti l’essenza del Tremonti-pensiero, Corrado Guzzanti, ne ha restituito perfettamente la doppia personalità: da una parte quello che, calcolatrice con il rotolo di carta alla mano, inventa nuove tasse e nuovi tagli al ritmo del “povca tvoia”; dall’altra quello che ci avverte della minaccia del «cetriolo globale».
L’ultima battaglia intellettuale del tributarista di Sondrio è stata quella contro gli economisti, accusati (anche giustamente) di non aver previsto la crisi.
Forse Giulio sognava semplicemente di essere uno di loro. Uno come Draghi, per dire. O anche come Monti.

da Europa Quotidiano 16.11.11

"Le mogli, gli amici, i giornalisti. Ecco le nomine in zona Cesarini", di Sergio Rizzo

Succedendo a se stesso, Sergio Trevisanato sarà il prossimo presidente dell’Isfol. Era stato messo a capo dell’istituto che dipende dal ministero del Lavoro nel 2004 dal secondo governo Berlusconi. Trascorsi indenni gli scampoli del terzo esecutivo del Cavaliere e lo scialbo biennio di Prodi, ecco la riconferma nel 2008. Finché a luglio di quest’anno l’ente viene commissariato e chi diventa commissario? Ovvio, Trevisanato. Il commissariamento scadrebbe il 31 dicembre quando il 28 ottobre il Consiglio dei ministri procede alla designazione del presidente, su proposta del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Il suo nome? Ovvio, Trevisanato. Il 28 ottobre è il giorno in cui il quarto Berlusconi comincia a traballare di brutto. Circola infatti una lettera dei dissidenti del suo partito («una bufala», dirà sprezzante il Cavaliere) che gli chiedono un passo indietro.
Difficile dire se Trevisanato debba dire grazie a quella «bufala», fermo restando che l’iter della sua nomina è appena iniziato e non si sa come finirà. Per il disturbo di presiedere l’Isfol lo pagano 101.700 l’anno più un gettone da 90 euro a seduta: soldi che si sommano al suo stipendio da dirigente. Perché si dà il caso che il presidente dell’ente pubblico Isfol sia anche direttore della segreteria regionale per l’Istruzione, il lavoro e la programmazione del Veneto. Altri 167.543 euro.
Ma è scontato che nei giorni del fuggi fuggi generale accadano cose un po’ strane. La nomina di Vincenzo Santoro a commissario del Parco delle Cinque Terre, proprio dopo l’alluvione, ha suscitato d’indignazione dei senatori «ecodem» Francesco Ferrante e Roberto Della Seta: «Mentre la nave del governo affonda il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo cerca di piazzare in extremis un suo uomo».
Intanto Gian Paolo Sassi, avvocato varesino legatissimo al ministro dell’Interno Roberto Maroni, esponente dell’unico partito (la Lega Nord) ora all’opposizione, saliva al vertice dell’Inail. Per occupare il posto lasciato vacante dalla improvvisa e prematura scomparsa di Fabio Marco Sartori, ex deputato del Carroccio e già segretario particolare di Maroni al Welfare. Uomo competente, Sassi: è stato presidente dell’Inps. Ma la tempestività di questa decisione stona con l’indolenza di un esecutivo che ha impiegato mesi per sciogliere un nodo ben più urgente come quella del governatore della Banca d’Italia.
Ed è francamente impossibile non mettere in relazione gli smottamenti governativi con alcuni episodi. Come la designazione da parte di Mariastella Gelmini di un nuovo consigliere del Cnr nella persona di Gennaro Ferrara: già capogruppo dell’Udc al Comune di Napoli e rettore dell’università Parthenope, l’ateneo che aveva sottoscritto con la Uil un accordo per fare sconti fino a 60 crediti agli iscritti al sindacato e vanta fra i docenti il record degli intrecci familiari. «Certi consigli di facoltà sembrano Natale in casa Cupiello», commentò con Conchita Sannino di Repubblica il predecessore del ministro Gelmini, Fabio Mussi.
Per non parlare di quanto è successo al ministero dei Beni culturali, con le nomine delle commissioni per il cinema. Si dice che fossero pronte da tempo: se è così, il ministro Giancarlo Galan è stato sfortunato. Il quotidiano Secolo XIX non gli ha risparmiato davvero nulla, sottolineando perfino come uno dei nominati, il giornalista politico di Panorama Carlo Puca, fosse autore di una lunga intervista al ministro. Altri pezzi forti del pacchetto di nomine? Gigi Marzullo, conduttore su Rai 1 del contenitore notturno «Cinematografo». Il critico del Mattino Valerio Caprara, ospite fisso della trasmissione nonché presidente della Campania Film commission. Gianvito Casadonte, nome altrettanto familiare agli aficionados del marzulliano «Cinematografo» e presidente del Magna Grecia film festival. Valeria Licastro, salottiera (dice il Secolo XIX) responsabile romana delle relazioni istituzionali della Mondadori di Berlusconi, consorte del commissario dell’Agcom Antonio Martusciello, ex parlamentare ed ex giovane leone di Forza Italia. Alessandro Voglino, figura nota fra i militanti della destra aennina, capo della direzione cultura della Regione Lazio. Rosaria Marchese, ex dirigente Rai. Dario Viganò, che il quotidiano genovese qualifica come «presidente delle industrie tecniche dell’Anica». Lasciamo giudicare ai lettori se la presenza di un critico del calibro di Enrico Magrelli basti a riscattare una performance non esattamente esaltante.
D’altra parte, si sa, nelle commissioni ministeriali c’è sempre un po’ di tutto. In queste, per forza di cose, abbondano nomi che si associano a volti. Per esempio c’è Anselma Dall’Olio, altra frequentatrice del «Cinematografo», incidentalmente moglie di Giuliano Ferrara. Per esempio, c’era Gianluigi Paragone, vicedirettore in quota Lega di Rai 2. E c’era anche Francesco Pionati, ex mezzobusto del Tg1 trapiantato in politica. Poco nota al grande pubblico invece, Antonia Postorivo. Ma non proprio una illustre sconosciuta: suo marito è il senatore del Pdl Antonio D’Alì.

Il Corriere della Sera 16.11.11

"Per uscire dalla crisi investiamo nella cultura", di Vittorio Emiliani

Di fronte a Palazzo Madama di colpo mi si para davanti Francesco Sisinni, a lungo direttore generale dei Beni Culturali, negli anni 80-90, da noi spesso criticato. «Mi rimpiangete, eh?…», ghigna beffardo. Esito un attimo e poi, teatralmente, in un soffio: «Sì, Francesco, sì!». In realtà, non rimpiangiamo lui quanto un Ministero dei Beni Culturali e Ambientali che, nonostante difetti di base, assicurava, col sacrificio personale di «fedeli (e competenti) servitori dello Stato», una rete di tutela invidiata all’estero. Non sarebbe stato possibile all’epoca promuovere d’autorità ai più alti incarichi persone pluribocciate ai concorsi. Né degradarsi a decine di avvilenti gestioni “ad interim” di Soprintendenze, avendo nel contempo una direzione centrale macrocefala, né disattivare i concorsi per anni, né lasciar tagliare il personale con l’accetta: 19.000 unità (presto 16.000) per tutelare un patrimonio tanto sontuoso quanto aggredito. «Ogni funzionario della Soprintendenza architettonica di Milano, la più esposta ai pericoli, dovrebbe esaminare al giorno 79,24 progetti di ogni tipo», ha ammesso, come se lui piovesse da Marte, l’8 novembre al bel convegno di Assotecnici il segretario generale del MiBAC, arch. Roberto Cecchi che negli anni decorsi non ha mai aggrottato un sopracciglio.
«Ma non le fa male l’osso del collo a forza di dire sempre di sì?», domandò Antonio Cederna a un alto burocrate negli anni 50.
La stella di Berlusconi si offusca e subito c’è chi si “riposiziona”. Dei 19.000 ministeriali, appena il 2% è rappresentato da architetti, ingegneri, tecnici (circa 350), altrettanti gli archeologi e gli storici dell’arte. Una miseria. Tutto ciò, ha concluso il riposizionato Cecchi, non consente di attuare l’articolo 9 della Costituzione. Una tranquilla confessione di terribile impotenza.
È comprensibile che quanti sono stati nel cuore del potere ai Beni e alle Attività Culturali (nel frattempo perenti), attorno a Bondi, come i Cecchi, i Nastasi, i Carandini, confermati da Galan, difendano le postazioni, patiscano candidati “pericolosi” come Settis (che contro Bondi si dimise), e magari indossino nuove casacche affinché nulla cambi. Dove invece molto deve cambiare, altrimenti si va a fondo. Il buon documento di base presentato da Assotecnici per il suo convegno è un valido pro-memoria per il prossimo (speriamo) titolare del Collegio Romano. Nell’ultimo biennio di crisi nera in Germania, per formazione e ricerca, la quota di PIL è salita dal 2,40 al 2,78 %. Sullo stesso livello gli Usa, poco sotto la Francia. Noi? In coda. Sono, secondo Matteo Orfini, responsabile del Pd per la cultura, tipici «settori anticiclici» nei quali i Paesi avanzati investono proprio per uscire dalla crisi. Facciamolo anche noi, riqualifichiamo il sistema di tutela, eliminiamo “tutti i commissariamenti”
Costosi e spesso disastrosi (vedi Pompei). Inversione di rotta possibile però se le scelte per la cultura (così Giulia Rodano, responsabile Cultura dell’Idv) non saranno più subalterne a una valutazione di redditività. Dovremo abituarci a «fare bene con meno», ha ammonito l’ex ministro Giovanna Melandri, malgrado quello in cultura sia un investimento in civiltà e con una redditività differita certa. Occorre ridiscutere il modello di Ministero (Marisa Dalai presidente della Bianchi Bandinelli): decentrato com’era o duramente accentrato come l’ha voluto Urbani? E poi basta coi compartimenti stagni, con la sconnessione fra Ambiente-Paesaggio-Patrimonio storico/artistico-Turismo.
Connessione reclamata dai continui, angosciosi drammi ambientali. Il nostro è un paesaggio “rifatto a mano”, modificato dall’uomo al 90%, con un gigantesco sistema di terrazzamenti dalla Valtellina a Pantelleria in molti punti dissestato. L’esodo di 7 milioni di ex contadini delle terre alte ha accelerato lo sfascio: alvei non ripuliti, sottobosco non curato, canali di scolo abbandonati, torrenti (per disperazione e insipienza) cementificati. Così la montagna “si vendica” a valle. In una Italia per due terzi montagna e collina. Nel contempo sono state disattivate o devitalizzate: la legge Galasso sui piani paesaggistici dell’85, la legge dell’89 sui bacini fluviali, la Bucalossi del ’77 che riservava gli oneri di urbanizzazione ai soli investimenti, lo stesso Codice per il paesaggio.
«Fare bene con meno»? Si può, ma garantendo la sopravvivenza all’Amministrazione dei Beni Culturali (e Ambientali) e attuando, aggiornate, le leggi solide e civili che ci sono. Su ciò dobbiamo ragionare presto per “ricostruire l’Italia” della cultura in forma seminariale (non seminarile). Con cultura di governo, con laico coraggio. Nell’analisi e nella proposta.

L’Unità 16.11.11

"Italiani si nasce", di Luigi Manconi

E se il Presidente incaricato, Mario “super Mario” Monti, decidesse di stupirci? E se questo governo “tecnico”, nel mentre che assolve i suoi compiti tecnici, volesse realizzare una di quelle riforme europee, ma davvero europee, che il nostro infelice paese sembra destinato a rinviare all’infinito?
Se, in altre parole, quello che giustamente viene definito «governo del Presidente» ritenesse di ascoltare il messaggio che proprio ieri il Presidente della Repubblica ha inviato alla società e alla classe politica? Davanti a una rappresentanza di “nuovi italiani” (giovani stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza) Giorgio Napolitano ha invitato a considerare la «possibile riforma delle modalità e dei tempi per il riconoscimento della cittadinanza ai minori», a partire da quanto già emerso nel corso della «discussione del gennaio 2010 alla Camera dei Deputati». Perfetto. Perché non ascoltarle, quelle parole del Capo dello Stato? Siamo in una situazione di emergenza (non sull’orlo del baratro, ma dentro il baratro, come graziosamente dice Emma Marcegaglia) e il lavoro richiesto al nuovo governo è quello pesante e faticoso, e dall’esito incerto, di chi scava sotto le macerie per trovarvi tracce di vita. Ma, come c’è stato detto e ridetto, lo scopo è realizzare su ciò che resta le condizioni della ripresa e della crescita. E la crescita ha bisogno, come il pane, di energie nuove e di nuove intelligenze. Ha bisogno di volontà di emancipazione e di disponibilità al rischio e all’innovazione. Dove trovare tutto ciò? Nelle grandi potenzialità di cui dispone tuttora la nostra comunità nazionale, mortificata ma non vinta, e in quel mezzo milione di «nati in Italia e ancora giuridicamente stranieri», in quei 700mila che frequentano le nostre scuole, ovvero in quei tanti che si sentono cittadini italiani «nella vita quotidiana, nei sentimenti, nella percezione della propria identità». Insomma, «senza questi ragazzi il nostro Paese sarebbe decisamente più vecchio» (Napolitano). E può, un paese vecchio, crescere? La folle distopia (l’incubo, il sogno negativo) di leghisti, xenofobi e isolazionisti che il governo Berlusconi ha blandito l’Italia come piccola “patria” fondata sulla politica dei respingimenti ha contribuito significativamente alla nostra decadenza nazionale: quella di una società ridotta a fortezza (peraltro agevolmente penetrabile) che presidia una popolazione tendenzialmente sedentaria e senescente, immobilista e inerte. Per questo, ora che gli «imprenditori politici dell’intolleranza» sono tornati all’opposizione, per leccarsi le ferite di un ventennio totalmente fallimentare, ora finalmente è tempo di cambiare la legge sulla cittadinanza. La quale potrebbe rappresentare, oltre che un atto di civiltà giuridica, una fondamentale “riforma economica”. Sì, propriamente economica, in quanto capace se accompagnata da un’intelligente politica dell’accoglienza di incentivare sviluppo e investimenti, risorse fresche e nuovo lavoro; e in grado di ampliare il sistema della cittadinanza, la sua capacità di tutela e, di conseguenza, la sua possibilità di produrre ricchezza. Perché questo è il punto: quando si parla di rigidità del mercato del lavoro, la pigrizia intellettuale e politica sembra incapace persino di cogliere come altre forme di rigidità immobilizzino il nostro sistema. L’attuale normativa sulla cittadinanza ne è un esempio, ancor prima che iniquo, ottuso: una legge pensata per una società in cui gli stranieri presenti si riducevano a poche decine di migliaia. Ora che la percentuale di Pil prodotta dal lavoro di milioni di stranieri viene valutata intorno all’11%, una razionale legge sulla cittadinanza può costituire un’importante leva sociale ed economica. Perché non crederci?

L’Unità 16.11.11

"Rischiano il licenziamento quasi 11 mila docenti in esubero", di Salvo Intravaia

L’articolo 4 del provvedimento approvato dal Parlamento prevede la “messa in disponibilità” degli insegnanti di ruolo rimasti senza cattedra. Il grosso degli esuberi riguarda la scuola media superiore. Rischiano il licenziamento quasi 11 mila docenti in esubero della scuola. La norma è contenuta nel maxiemendamento alla legge di stabilità, approvata in via definitiva sabato scorso prima delle dimissioni di Silvio Berlusconi. E a pagare il prezzo più salato alla crisi economica che ha travolto l’Italia potrebbero essere proprio gli insegnanti di ruolo rimasti senza cattedra per effetto dei tagli agli organici imposti dalla coppia Tremonti-Gelmini. Il testo dell’articolo 4-terdecies introduce nuove “disposizioni in tema di mobilità e collocamento in disponibilità dei dipendenti pubblici”.

“Le pubbliche amministrazioni che hanno situazioni di soprannumero o rilevino comunque eccedenze di personale sono tenute a osservare” la seguente procedura, recita il testo della legge. Di che si tratta? Dopo una preliminare informativa alle rappresentanze sindacali del personale l’amministrazione verifica la “ricollocazione totale o parziale del personale in soprannumero nell’ambito della stessa amministrazione o presso altre amministrazioni”. E, in caso negativo, anche la possibilità di collocare i dipendenti in esubero anche al di fuori della regione in cui si trovano in servizio.

“Trascorsi 90 giorni” dalla comunicazione resa ai sindacati, i docenti in esubero che non riescono a trovare posto saranno collocati “in disponibilità”. Una situazione che prevede “la sospensione di tutte le obbligazioni inerenti al rapporto di lavoro” e “una indennità pari all’80 per cento dello stipendio, per la durata massima di 24 mesi”. Successivamente, scatta il licenziamento. Per gli 11 mila docenti in esubero censiti da viale Trastevere si prospetta la mobilità forzosa in altre scuole anche di altre province e, se non riusciranno a trovare una cattedra libera, anche fuori regione. L’ultima ratio è la messa in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio e il licenziamento.

Il grosso degli esuberi – con più di 8 mila prof rimasti senza cattedra – riguarda la scuola superiore, dove la riforma Gelmini è al secondo anno di applicazione. Segue a ruota la scuola primaria, con poco più di mille e 700 esuberi e la scuola media. Il grosso dei docenti alla disperata ricerca di una cattedra sulla quale accomodarsi per evitare guai si registra nelle regioni meridionali. Per tutti la salvezza è rappresentata dai pensionamenti. Ma neanche in questo versante sembrano esserci buone notizie: se l’età pensionabile crescerà, come ci chiede l’Europa, sarà difficile che si liberino posti e mancano ancora tre anni prima che la riforma delle superiori vada a regime.

La Repubblica 16.11.11

"Tagliando l'offerta hanno cambiato il senso della scuola", di Benedetto Vertecchi

Meno ore di lezione e l’onere dell’apprendimento lasciato agli studenti e alle loro famiglie. E nella comparazione con gli altri Paesi restiamo indietro. C’ è un aspetto nella comparazione dei livelli di apprendimento che si conseguono nei vari sistemi educativi che non viene solitamente rilevato. Eppure offrirebbe un criterio particolarmente significativo per la valutazione delle politiche scolastiche. Si tratta di porre in relazione i risultati conseguiti dagli allievi con le scelte di politica scolastica che hanno determinato condizioni più o meno positive per l’attività educativa. Deriva da questa premessa che la comparazione è più attendibile se le condizioni in cui sono stati ottenuti i dati sui livelli di apprendimentononsono troppo diverse. Se la comparazione è svolta una tantum è difficile stabilire in quale misura i punti di vantaggio o quelli di svantaggio di un sistema rispetto agli altri siano da riferire alle scelte politiche. Una comparazione episodica fa riferimento, infatti, a un tempo limitato, quello in cui i dati sono stati rilevati, mentre le politiche scolastiche non possono che essere osservate nel loro esprimersi in tempi di qualche consistenza. Se la comparazione si ripete, la logica interpretativa cambia. Non è più così importante stabilire quali Paesi abbiano ottenuto risultati migliori e quali meno buoni, perché l’attenzione si rivolge soprattutto a cogliere come siano cambiate le relazioni fra i sistemi oggetto di comparazione. Senza dubbio l’analisi dei cambiamenti può costituire il punto d’avvio per riflessioni che investono l’adeguatezza delle scelte rispetto al manifestarsi di nuove esigenze. I dati comparativi sono generalmente sfavorevoli per il sistema scolastico italiano, soprattutto se prendono in considerazione i risultati conseguiti al livello secondario. Le nostre scuole occupano posizioni di coda nelle graduatorie relative a variabili come la capacità di comprensione della lettura, le competenze matematiche e quelle scientifiche. Altri Paesi hanno cercato soluzioni per migliorare la capacità d’intervento delle scuole, sia accrescendo le risorse per il loro funzionamento, sia predisponendo le strutture conoscitive necessarie per orientare le scelte ai diversi livelli del sistema. Non è stato così in Italia. Nei dieci anni passati le risorse per il funziona mento del sistema sono state progressivamente ridotte, così come si è ridotto il servizio offerto dalle scuole. È stata seguita una linea che ha proceduto in direzione contraria a quella decisa altrove. Alle difficoltà del compito educativo non si è risposto aumentando l’impegno del sistema, ma limitando l’offerta di istruzione e lasciando che l’onere dell’adattamento al compito di apprendimento ricadesse in misura sempre maggiore sugli allievi e sulle loro famiglie. Tutto ciò è avvenuto in un contesto in cui i dati comparativi sono stati usati in modo strumentale per giustificare le contraddizioni della politica scolastica. La diminuzione delle ore settimanali di lezione avrebbe dovuto allineare le condizioni di funzionamento delle nostre scuole con quelle degli altri paesi industrializzati. Tabelle alla mano, è stato affermato che gli orari settimanali erano, per gli allievi delle scuole italiane, più pesanti di quelli degli altri Paesi Ocse (è come dire degli altri Paesi industrializzati). Quel che non è stato detto, e che le comparazioni non mostrano se le variabili prese in considerazione in un tempo B sono le medesime che erano state considerate in un tempo A significativamente precedente, è che l’orario delle lezioni ormai costituisce solo una parte dell’offerta educativa della scuola. La diminuzione degli orari delle lezioni nelle scuole italiane ha ulteriormente aggravato lo svantaggio che da tempo si andava registrando per il fatto che nel nostro sistema scolastico l’orario delle lezioni coincide sostanzialmente con l’orario di funzionamento delle scuole. Altrove, l’offerta educativa comprende, in aggiunta alle lezioni, opportunità di applicare gli apprendimenti, di sviluppare interazioni fra pari, di manifestare interessi, di approfondire operativamente la conoscenza della natura, di dedicarsi alla musica e alle arti. Le scuole sono sempre di più la sede in cui l’educazione formale (quella che propone un apprendimento organizzato) incontra quella informale, implicita nelle condizioni della vita quotidiana. Tra il sistema scolastico italiano e quello degli altri Paesi industrializzati esiste ormai una differenza che rende poco significative le comparazioni. Che senso ha confrontare profili di allievi che fruiscono di quattro o cinque ore di scuola con quelli di chi è impegnato per un tempo anche doppio in attività che hanno implicazioni positive sull’apprendimento? Una priorità nel definire una nuova politica per lo sviluppo della scuola non può che essere di riprendere un cammino virtuoso di avvicinamento ai sistemi educativi del resto d’Europa.

L’Unità 16.11.11

La pagella dei professori "In 70mila sotto esame per i fondi alla ricerca", di Laura Montanari

Adesso sotto esame finiscono i professori e le loro ricerche: quello che scrivono, quello che pubblicano, gli studi degli ultimi sette anni. Sapremo come sta la ricerca in Italia e i voti che prenderanno i dipartimenti e le università nelle varie aree disciplinari. Una fotografia con il grandangolo puntato sulla produzione scientifica e umanistica. Si chiama “sistema di valutazione” e finirà con una “pagella” in base alla quale gli atenei migliori saranno premiati al momento della distribuzione delle risorse. «Finalmente, erano anni che l´aspettavamo», dice il professor Enrico Decleva rettore dell´università di Milano. Il censimento riguarda tutti i docenti: dagli ordinari agli associati ai ricercatori impegnati nelle università statali o private (Bocconi e San Raffaele comprese) e negli enti di ricerca a cominciare dal Cnr. È un progetto ambizioso e una sfida piena di insidie: l´obiettivo non è giudicare il singolo, ma la qualità della ricerca in quel certo dipartimento e in quell´ateneo: «Attenzione perché ora se un docente non produce buona ricerca diventa un peso e questo potrà avere un´influenza indiretta sul reclutamento del futuro. Si starà più attenti», prevede Decleva.
«La macchina si è messa in moto il 7 novembre con la pubblicazione del bando», annuncia il presidente dell´Anvur, Stefano Fantoni. L´Anvur è l´agenzia creata dal ministero per guidare la nuova valutazione. In passato già ce n´era stata una di valutazione, ma con adesione su base volontaria e a campione: ogni università aveva messo sul banco soltanto i migliori lavori. Adesso invece il controllo è a tappeto, riguarda tutte le cattedre. Ogni ateneo manderà tre ricerche per ciascun docente: verranno esaminati i lavori di 57mila universitari e 8mila tecnici e scienziati degli enti di ricerca. In totale poco meno di 216mila “prodotti”.
Saggi, articoli, monografie, scoperte, brevetti. Una montagna di sapere divisa in sentieri: quattordici, uno per ogni settore disciplinare. Si va dalla fisica, alla chimica, dalla matematica all´ingegneria e all´architettura, dalle scienze storiche alle scienze politiche e sociali.
«Abbiamo nominato 14 presidenti di levatura internazionale che sono già al lavoro sui criteri di valutazione – spiega Andrea Bonaccorsi, vice coordinatore del progetto. E abbiamo contattato 450 esperti nazionali e internazionali che saranno incaricati di esaminare parte degli elaborati». Ciascun gruppo di esperti, entro il 31 gennaio, renderà noti i criteri di giudizio per le varie discipline, cioè le regole per poter misurare uno studio sugli orologi atomici o una ricerca filologica sulla «Gerusalemme liberata». «Analizzeremo i lavori in due modi – prosegue Bonaccorsi – con il “peer review”, cioè la valutazione diretta di due esperti che leggono l´articolo o il saggio o, là dove è possibile, con il sistema bibliometrico, cioè esaminando gli indicatori quantitativi presi da vari database e il numero di citazioni registrate da una ricerca».
Ma l´università come accoglie questa specie di maxi-esame collettivo sulla qualità della produzione che arriva dai suoi laboratori e dalle sue biblioteche? «È una decisione calata dall´alto, senza discussione – critica Francesco Sinopoli della della Cgil – Vorrei sapere come l´Anvur porterà a termine questo mastodontico progetto con un bilancio di soli 5 milioni di euro e con sole sette persone nel direttivo». I mugugni cominciano a farsi sentire: «E poi come vengono selezionati i super esperti? Da chi e in base a quali parametri?», chiede il sindacalista. I dubbi crescono anche dentro le accademie: «Non metto in discussione il principio della valutazione – sostiene il rettore di Palermo Roberto Lagalla – ma sarebbe meglio partire con una fase sperimentale visto che, per le discipline umanistiche, difficili da valutare, i criteri andranno tarati e corretti. Il rischio altrimenti è di penalizzare gli atenei generalisti rispetto a quelli che hanno soltanto facoltà scientifiche».

La Repubblica 16.11.11