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"Pd, ci devi stare pienamente", di Stefano Menichini

C’è un sondaggio, compiuto nella settimana della crisi e delle dimissioni di Berlusconi, che dà il Pd al 29,3 per cento, il Pdl sotto al 25, il calo di leghisti e dipietristi, il boom del Terzo polo con l’Udc oltre il 10. È un sondaggio molto positivo per il Pd, il quale gode – secondo La Stampa che ha commissionato la ricerca – del ruolo di sostenitore principale della soluzione del governo d’emergenza, mentre escono penalizzati non solo il partito dell’ex premier ma anche quelli delle ex maggioranza e opposizione che sono apparsi più riluttanti a dare un governo nuovo al paese.
Di qui, forse, la resipiscenza di Di Pietro in queste ore.
Gli spostamenti di consensi sono sostanziosi e anche sorprendenti, sta di fatto che sondaggi del genere e anche il clima in generale “condannano” felicemente il Pd al ruolo di motore della nuova fase politica.
Paradosso fortunato. Conosciamo i dubbi che c’erano nel Pd nel momento di abbandonare la linea “elezioni subito”. E anche fra gli elettori democratici qualcuno avrà sorriso nel sentire Bersani sabato notte dire, più o meno: «Berlusconi l’abbiamo mandato via noi».
Ma Bersani – Europa lo scrisse nel suo primo giorno da segretario – è un uomo fortunato.
Lo è anche quando non tutto gira come aveva pianificato lui.
L’importante a questo punto è sapere una cosa: le elezioni, quando ci saranno, non saranno vinte da chi è in testa ai sondaggi oggi. Saranno vinte da chi saprà muoversi meglio nella nuova stagione, accettando anche di farsene cambiare.
Tutti in realtà hanno una chance, perfino Berlusconi. Le operazioni di ristrutturazione del centrodestra sono già avviate, tra Fini, Alemanno, Casini.
Dai numeri della Stampa, e dal clima che si respira, il Pd deve prendere l’incoraggiamento a stare nella fase politica, a sostegno di Monti, in modo attivo e positivo, con pieno coinvolgimento.
Sarebbe sbagliato dare l’impressione – qua e là affiora – di aver fatto un terribile sacrificio, di dover subire un passaggio gravido di rischi, di volersi tenere alla larga (pur magari approvandole) dalle misure difficili dell’austerità e dalle riforme liberali che Monti tenterà, e sulle quali altri saranno lesti a mettere il cappello.

da Europa Quotidiano 15.11.11

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“Il Pd rivede l’agenda (e i contenuti)”, di Rudy Francesco Calvo

Il Nazareno rinvia la conferenza programmatica: il nuovo governo ora è la priorità. Slitterà la conferenza programmatica e, molto probabilmente, anche quella organizzativa. Al Nazareno in questi giorni sono tutti occupati a far sì che il governo Monti veda la luce in tempi rapidi, ma inevitabilmente qualcuno ha già iniziato a dare un’occhiata all’agenda dei prossimi mesi e a giudicare gli appuntamenti previsti incompatibili con la nuova fase politica. Il motivo è semplice, come spiega un dirigente dem: «Mentre a palazzo Chigi c’è un governo amico, non possiamo rischiare di metterlo in difficoltà».
E riaprire una discussione su temi come il mercato del lavoro, il fisco, le pensioni, inevitabilmente creerebbe delle difficoltà a un esecutivo che sarà sostenuto dal Pd, ma non ne ricalcherà totalmente la linea politica.
I principi illustrati da Monti al Quirinale, subito dopo aver accettato con riserva l’incarico di formare il nuovo governo, sono stati molto apprezzati al Nazareno: «Equità sociale e la crescita che si affianca al risanamento sono sempre state le nostre parole d’ordine».
E anche Massimo D’Alema è d’accordo, rivendicando il ruolo che i partiti dovranno avere anche nella nuova fase: «C’è una responsabilità della politica – ha detto ieri sera intervistato da Lucia Annunziata su Raitre – altrimenti decidiamo che invece di fare le elezioni ci affidiamo ai mercati e alle banche». I provvedimenti che il nuovo esecutivo sarà costretto a prendere per tirare fuori il paese dalle secche della crisi saranno però distanti, in molti casi, dalle proposte formulate dalle assemblee programmatiche dem degli anni scorsi. Se già alcuni di quei contenuti erano rimessi in discussione, adesso rischiano di essere definitivamente cestinati.
Mentre insomma si discute se inserire o meno nella squadra di Monti ministri o sottosegretari politici, da affiancare alla struttura portante formata da tecnici, nel Pd c’è chi fa già un passo avanti: «Questo sarà un governo propriamente politico, perché politica sarà la sua missione e il suo indirizzo – spiega un dem vicino a Enrico Letta – è un’occasione da non perdere per ritrovare la coesione tra i partiti su alcuni temi, come le riforme costituzionali e la legge elettorale, e per costruire il Pd come lo avevamo immaginato in origine, attirando anche i consensi dell’area moderata».
Né lo spauracchio di Berlusconi, né la prospettiva delle elezioni possono più essere posti a freno di un confronto politico schietto sul profilo del partito.
Anzi, distinguersi dalla linea che sarà adottata dal prossimo governo per coprirsi il fianco a sinistra rischierà di far apparire il Pd come il partito che mette i bastoni tra le ruote del risanamento.
Insomma, se non sarà come diceva qualche giorno fa Follini con una battuta riportata dai giornali («Senza sprecare tempo e soldi, abbiamo fatto il congresso del partito»), è comunque probabile che la linea liberal esca rafforzata dal nuovo corso, sotto l’ombrello protettivo del governo Monti.
Così si può spiegare anche la freddezza con cui l’ala più intransigente dei bersaniani sembra accogliere il nuovo corso («Qualche mese dovrebbe essere sufficiente», Fassina; «Ichino ministro sarebbe una provocazione per il Pd», Orfini).
Bersani, comunque, va per la sua strada. Non sono previste ulteriori riunioni del coordinamento o della direzione prima che Monti sciolga la riserva, ma il segretario ha riunito ieri (e tornerà a farlo oggi) il “caminetto di crisi” con i capigruppo, Bindi e Letta ed è in continuo contatto con gli altri big, da D’Alema a Veltroni. La sua posizione rimane favorevole a un governo di soli tecnici, anche d’area. E questo dirà oggi al premier incaricato.

da Europa Quotidiano 15.11.11

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“Gli ambasciatori nell’era Monti”, di Mario Lavia

Il governissimo cambia i rapporti tra i due maggiori partiti: finita la guerra dovranno iniziare a collaborare: come?
Qualcuno fra i meno giovani ricorderà personaggi come Luciano Barca e Ferdinando Di Giulio: erano due dirigenti del Pci che all’epoca della solidarietà nazionale erano incaricati di tenere sempre aperti i canali con la Dc, soprattutto in relazione all’attività parlamentare. Quella degli “ambasciatori”, figure dotate di duttilità e senso del compromesso, è una funzione che specie nelle fasi complesse come quella che si sta aprendo può essere decisiva.
E infatti ci si chiede chi, nella inedita situazione di un esecutivo appoggiato da partiti che si combattono da tre lustri (e continueranno a farlo una volta chiusa questa parentesi tecnica), nel Pd e nel Pdl possa avere le caratteristiche politiche e umane utili alla bisogna.
A partire da una domanda: scatterà un feeling positivo fra Bersani e Alfano, i due leader da cui, alla fine, un po’ tutto – o molto – dipende?
Ammesso che “Angelino” riesca ad esercitare davvero una sua leadership autonoma, a molti pare che entrambi i personaggi siano dotati di un tasso di comunicatività che dovrebbe agevolare il loro rapporto politico.
Per quanto riguarda il Pd, pochi dubbi. L’ambasciatore per eccellenza si chiama Enrico Letta. Per ragioni politiche e caratteriali, Letta sta vivendo questa fase di costruzione del governo Monti in una posizione assolutamente centrale, ed è dunque verosimile che si troverà a giocare nei prossimi mesi un ruolo di primissimo piano, anche e soprattutto per il forte rapporto che è andato in queste settimane consolidandosi con il Quirinale, vero “regista” delle operazioni.
Essendo l’economia il piatto principale del menù di Monti, un gran ruolo è destinato ad avere Enrico Morando, esponente di punta e di chiara competenza, che insieme al collega senatore Pietro Ichino avrà al senato in mano i relativi dossier.
Parallelamente la squadra economica del Pd a Montecitorio – Boccia, Baretta, Damiano, D’Antoni, fra gli altri – forse dovrà fare i conti con quegli ex ministri con i quali i rapporti spesso si sono incattiviti: non è ancora chiaro cosa succederà nel Pdl, ma certo è che se a “trattare” saranno i Brunetta e i Sacconi ci sarà poco da stare allegri.
Ma pare invece ipotizzabile un ruolo di primo piano di persone come Cazzola, Napoli, forse Crosetto, parlamentari più disponibili alla mediazione, perché certo è che Cicchitto e Gasparri non paiono i più inclini a svolgere un ruolo di mediazione. Meglio Quagliariello e Corsaro.
L’altra grande questione, è la legge elettorale. Qui l’“ambasciatore” dem è senz’altro Dario Franceschini. All’occorrenza durissimo nei discorsi pubblici, Franceschini è uomo assai abile e duttile nelle trattative riservate. Per molto tempo il dossier sulla legge elettorale è stato in mano sua ed è dunque un profondo conoscitore della materia. Dall’altra parte, Cicchitto ricorrerà agli sherpa (Calderisi, Bruno), intervenendo solo al momento giusto.
È un tema spinoso, interamente nelle mani del parlamento, poiché e chiaro che sulla legge elettorale si riparte un po’ da capo. Nel senso che la geografia politica del dopo-Berlusconi consegna al paese un relativo scongelamento dei poli (la Lega che può rompere col Pdl) e una implicita rimessa in discussione del leader della destra.
Però una bussola c’è. La si ritrova nelle parole di Giorgio Napolitano, per il quale non si tratta «di venir meno all’impegno di rinnovare la nostra democrazia dell’alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del governo». Ma su come assicurare il bipolarismo la discussione è aperta.

da Europa Quotidiano 15.11.11

"Spunta un piano: età obbligata a 62 anni e un bonus per chi lascia il lavoro dopo i 65", di Luisa Grion

In alternativa all´abolizione delle pensioni di anzianità, si pensa a un sistema di incentivi e disincentivi
C´è l´idea di estendere a tutti il sistema contributivo pro-rata, e quella di anticipare quota 97 già nel 2012
Potrebbero essere accelerati i tempi per l´adeguamento dell´età delle donne nel settore privato. Sarà uno dei capisaldi della manovra «salva-Italia», uno dei temi che il presidente incaricato Mario Monti metterà ai primi posti dell´agenda economica chiamata a dare una risposta rapida alle richieste dell´Europa e dei mercati. La nuova riforma delle pensioni è in arrivo, e anche se il tema resta uno dei più spinosi da affrontare, il governo entrante troverà sul tavolo diverse ipotesi d´intervento dalle quali partire. Essenzialmente tre. Tre diversi modi d´intendere la «stretta», tre elaborazioni messe a punto nei mesi scorsi senza arrivare fino ad oggi ad alcun risultato concreto per via dei tanti ostacoli sollevati dentro e fuori l´ex-maggioranza.
La prima strada – quella che in queste ore sembra essere la meno difficile da percorrere perché prevede una flessibilità d´interventi sui trattamenti d´anzianità – potrebbe convincere anche il Pd, una delle forze che sosterranno il futuro esecutivo. Messa a punto da Tito Boeri e Agar Brugiavini, economisti della Voce.info, introduce un mix di penalizzazioni e di premi a seconda del momento in cui il lavoratore sceglie di lasciare il posto. L´intervallo per farlo andrebbe da un minimo di 62 anni ad un massimo di 67-70 con una deadline interna fissata al sessantacinquesimo anno di età. Chi deciderà di ritirarsi dal lavoro prima di quel termine dovrà fare i conti con un taglio dell´assegno previdenziale, chi accetterà di lavorare dai 66 anni in su potrà invece godere di un mini-bonus.
A tale ipotesi sull´anzianità se ne contrappongono altre due. La prima prevede l´anticipo dal 2013 al 2012 di quota 97 (somma cui si arriva mettendo assieme l´età anagrafica e l´età contributiva minima per accedere alla pensione). L´anno successivo, nel 2013, la quota arriverebbe ai 98, nel 2014 al 99 per approdare al «tetto» 100 – e quindi all´abolizione di fatto dell´anzianità – dal 2015. In pratica da qui ai prossimi quattro anni, il mix minimo per andare in pensione salirebbe di 4 punti (ora siamo a quota 96). La terza via intende invece superare del tutto il sistema delle quote, vincolando ad un requisito anagrafico (i 60 anni di età compiuti) anche i pensionamenti di anzianità di chi ha accumulato 40 anni di contributi. Anche in questo caso si arriverebbe quindi a quota 100, ma il balzo sarebbe immediato e senza scalini intermedi.
Questo per quanto riguarda i trattamenti di anzianità. Restano in campo, poi, quelli che potrebbero essere gli interventi sulla vecchiaia: il nuovo governo, infatti, potrebbe accelerare i tempi previsti per l´adeguamento dell´età delle donne nel settore privato. Al momento è previsto una versione soft tra il 2014 e il 2026. La squadra di Monti potrebbe optare per tempi anticipati e più stretti. Altra proposta allo studio- destinata sia agli uomini che alla donne – è quella di anticipare al 2020 (invece che al 2026) il momento in cui la soglia d´uscita salirà per tutti ai 67 anni. Infine una terza strada potrebbe prevede l´estensione del contributivo pro-rata per tutti, ovvero anche per coloro che, nel 1996 (anno della riforma Dini) avevano più di 18 anni di contributi. Oggi possono andare in pensione seguendo il calcolo retributivo (più vantaggioso perché si basa sugli stipendi ottenuti), potrebbero essere chiamati anche loro a fare i conti con i contributi versati.

La Repubblica 15.11.11

"Il merito del Pd", di Alfredo Reichlin

Questo è davvero un grande passaggio per l’Italia. Sul governo (ministri, programmi, governo di emergenza, di transizione ecc.) non ho nulla da aggiungere. Sono molto colpito dal modo come si è mosso il Presidente della Repubblica: uno statista. Propongo solo qualche riflessione sull’insieme della situazione. Prima di tutto sul ruolo che ha giocato il Pd e che è stato a mio parere molto grande.
Con serietà e pacatezza la nostra leadership ha ben compreso la grandezza del problema. Di fatto, noi stiamo pilotando una crisi che è anche la crisi di un semi-regime, durato quasi un ventennio. Qualcosa che ricorda il passaggio del 1901. Di questo si tratta. Non solo di ritrovare la fiducia dei cosiddetti mercati ma di sgombrare le macerie create anche (ma non solo) da un lungo regime populistico, guidato dall’uomo più ricco d’Italia.
Non l’hanno ancora capito quelli che adesso si stracciano le vesti perché la “politica uscirebbe umiliata dal governo dei professori” Sciocchezze. Che cos’è per costoro la politica? La politica non è quel triste gioco per cui una bella donna può indifferentemente passare dai night club alla direzione di un ministero della Repubblica e non è la formazione di una maggioranza parlamentare grazie alla compravendita di alcuni deputati. La politica è quello che abbiamo visto, finalmente, in questi giorni. È l’assumere la responsabilità di governare questo passaggio drammatico in nome della polis (la politica, appunto) e cioè degli interessi generali e della consapevolezza dei rischi terribili che corre questo Paese.
La politica è l’idea dell’Italia. Questa nostra Italia che è arrivata a un appuntamento con la sua vicenda storica. Dopotutto, una grande storia. Poche settimane fa nel salone della Banca d’Italia Gianni Toniolo ci ricordava che il reddito per abitante, al momento dell’unità d’Italia era grossomodo equivalente a quello medio attuale dell’Africa sub-sahariana. La vita media era di circa 30 anni, una famiglia operaia viveva nelle stamberghe e spendeva solo per il cibo tre quarti del suo salario. In 150 anni il reddito per abitante è aumentato di 13 volte e la vita media è arrivata a 82 anni.
Ci rendiamo conto di cosa significa soprattutto per i nostri figli e nipoti la paurosa marcia indietro che è avvenuta sotto i nostri occhi in questi ultimi anni? Sta tornando la povertà, quella vera. Il nostro debito pubblico è arrivato a 1900 miliardi di euro e su questa montagna di soldi dobbiamo pagare interessi crescenti che si mangiano le spese per i servizi sociali, l’occupazione, il sostegno all’economia reale. Per pagare gli interessi stiamo bruciando i mobili di famiglia: il capitale umano, i giovani. E ci siamo così indeboliti che i francesi si sono già comprati a prezzi di saldo la Bnl, la Parmalat, la Edison, le industrie della moda e tanto altro. La Fiat sta traslocando in America. Anche questo è il lascito del lungo regno del “bunga-bunga”. Adesso basta. Deve finire, anche a sinistra il chiacchiericcio su chi comanda e sui piccoli giochi di schieramento. Il bisogno di restituire all’Italia una dignità perduta e di impedire la bancarotta di un grande Stato che dopotutto è la settima economia del mondo, è assoluto.
È del tutto evidente che dobbiamo affrontare l’emergenza e che da qui è necessario partire. Ma per andare in quale direzione? Il bisogno che sento è questo. È rendere molto chiara la direzione di marcia e la svolta che è ormai necessaria. Basta guardare al dibattito europeo per capire che sta diventando evidente il fatto che non solo l’Italia ma l’Europa rischiano di essere travolte se il potere politico non riesce a imporre una nuova regolazione allo strapotere di una certa oligarchia finanziaria. Una finanza che si mangia l’economia reale e il capitale sociale e umano. È chiaro che il mondo non può essere governato in questo modo. Ed è per una ragione di fondo, oggettiva, non ideologica che proprio da questa stessa crisi, ormai conclamata, può nascere l’esigenza di un nuovo compromesso tra il capitalismo e la democrazia. È solo una speranza ma il grande tema del riformismo europeo è questo: la lotta per un nuovo ordine economico, ciò che fece Roosevelt.
Resta da capire se le classi dirigenti italiane e i loro intellettuali si rendano conto che non solo i poveracci ma l’insieme di quella che chiamiamo civiltà occidentale rischia di non sopravvivere se continua questa crescita spaventosa e immorale delle disuguaglianze. Il rapporto tra il salario di un operaio e i guadagni di un grande manager sono passati da un rapporto di 1 a 30 a un rapporto di 1 a 300. Stiamo molto attenti. Questa non è più solo un problema di equità, sta diventando una questione antropologica. Ce lo dicono tante cose: della massa dei giovani cacciati nel limbo di chi ha finito gli studi e non ha prospettive di lavoro, alla vergogna dei braccianti di colore ridotti nelle campagne del Sud a quasi schiavi. Anche la Chiesa si è resa conto (uso le sue parole) che siamo di fronte a gravi perdite di identità dell’individuo, sempre più indotto a consumare a debito cose di cui non ha bisogno, che perde il senso della cittadinanza, cioè dei diritti e dei doveri, e al limite non sa più distinguere tra il bene e il male.
Queste sono le macerie. Certo non è colpa solo di Berlusconi. Ma è in questo quadro più ampio che il populismo di quel signore straricco si è inserito portando al governo l’Italia delle “veline” e delle consorterie. Rimuovere queste macerie non sarà facile. Ma chi può farlo? Ed è così che arrivo a una grande domanda che mi preme assai. Io penso che proprio alla luce di questo interrogativo può (e deve) cambiare parecchio il modo di essere del Pd e la sua cultura politica ancora in formazione. Ma deve cambiare anche il modo di guardare ad esso da parte di mondi diversi dalla sinistra storica. Dovete farvene una ragione, cari amici con la puzza sotto il naso. Dovete riconoscere che per fortuna c’è Napolitano ma dovete aggiungere che per fortuna è rimasta in vita la grande tradizione democratica del vero riformismo italiano. Parlo di una idea anti-notabilare della democrazia intesa come democrazia che si organizza perché solo così essa offre alle classi subalterne lo strumento per contare, per lottare in nome della giustizia, per partecipare alla vita statale, per dare uno sbocco di governo ai movimenti.
Lo sforzo di mescolare questa tradizione con quelle del mondo cristiano e del cattolicesimo, raccogliendo anche il meglio della cultura liberale e repubblicana, è stata una grande idea. Certo non ci siamo ancora e c’è un grande lavoro da fare. Però in solo quattro anni siamo già diventati il primo partito italiano. Se ne facciano una ragione i nostri critici che affollato i talk show televisivi. La ricostruzione dell’Italia non è un problema di tecnici più bravi. Essa dipende in larga misura dalla capacità del Pd di dar vita a un nuovo blocco storico in alternativa a quello della destra. Io non dimentico che la destra ci ha governato per tanto tempo non solo perché c’è una cattiva legge elettorale ma perché i riformisti avevano perso l’egemonia culturale e sociale.

L’Unità 15.11.11

"Lega in cerca di verginità. E di poltrone?", di Mariantonietta Colimberti

Lo sgarbo di ieri a Monti potrebbe essere il segno dell’apertura delle ostilità. Al momento, però, sembra piuttosto l’annuncio delle mani libere. Umberto Bossi ha scelto di non tornare a Roma per incontrare il presidente incaricato e così gli altri membri della delegazione.
Motivazione ufficiale: la convocazione è arrivata quando tutti erano già andati via dalla capitale per partecipare alla segreteria politica del partito a Milano. Dunque, ieri solo una telefonata tra Bossi e Monti: la Lega non voterà la fiducia al governo, ma si riserva di valutare i singoli provvedimenti, caso per caso.
Come mai? Che fine ha fatto la belligeranza dichiarata dei “duri e puri”? Il fatto è che tra gli adempimenti rimasti in sospeso con la caduta del governo c’è qualcosa che sta molto a cuore ai lumbàrd e che forse ha consigliato un atteggiamento più prudente: mancano ancora i decreti attuativi del tanto sofferto federalismo, a partire da quelli del federalismo fiscale e del federalismo demaniale. Un disastro, per chi ne ha fatto l’unica ragione di vita, pena la secessione.
E allora, eccola la minaccia secessionista che fa capolino dal redivivo parlamento padano, all’uopo resuscitato dalla segreteria di via Bellerio. Istituito nel lontano 1997, l’organismo è stato nel corso del tempo agitato a intermittenza, a seconda del momento politico e delle esigenze interne.
Dal 2007 il presidente è Roberto Maroni. Il 4 dicembre, è stato deciso ieri, il parlamento padano tornerà a riunirsi. Per la gioia di tutti i leghisti arrabbiati che stanno intasando Radio Padania con il loro rifiuto aprioristico del «bancario dell’Europa» e che chiedono di «tornare alle origini».
Ma potrebbero esserci altri vantaggi, oltre al recupero di credibilità presso il proprio popolo, nella scelta del Senatùr di smarcarsi dal Pdl. Ieri la Padania titolava a tutta pagina «Lega unica forza d’opposizione». Già. Come si sa, la presidenza delle commissioni di garanzia, Copasir e Vigilanza Rai, sono appannaggio dell’opposizione.
Qualcuno dentro la Lega avrà ragionato su questo aspetto e magari riflettuto sulla possibilità che una delle due poltrone possa andare a Marco Reguzzoni, che libererebbe così il posto da capogruppo alla camera in favore di qualcuno più esperto: Maroni?
Certo, è singolare che oggi Bossi cerchi di rifarsi una verginità rispolverando l’armamentario secessionista (Calderoli è tornato all’attacco anche con i ministeri al Nord) e votando contro quello stesso Monti che nel 1994, ai tempi del ribaltone, avrebbe voluto vedere al posto di Dini, come ricordava ieri il sito dell’Associazione Trecentosessanta, vicina a Enrico Letta.

da Europa Quotidiano 15.11.11

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Bossi riapre il “Parlamento della Padania”

Niente incontro con Monti. Sfida sui ministeri di Monza: “Se li chiudono, secessione”.Eletti e militanti riuniti il 4 dicembre a Vicenza. Corteo a Milano in gennaio La base grida al “golpe” su Radio Padania. «Adesso è il momento di ascoltare la base, dobbiamo dare uno sfogatoio ai militanti e chiamarli a un grande appuntamento a dicembre, quando sarà più chiaro che i provvedimenti di Monti saranno un disastro per la nostra gente». Lo «sfogatoio» immaginato ieri da Umberto Bossi in via Bellerio durante la segreteria della Lega è la riesumazione del cosiddetto Parlamento della Padania. Un organismo nato nel 1997, dopo le elezioni fai-da-te che la Lega promosse in ottobre. Prima seduta in una villa in provincia di Mantova, poi la “Dieta padana” si riunì per una volta nel Pavese e dal 2007 ha avuto una sede a Vicenza, dove a presiederlo fu chiamato Roberto Maroni. Non si riunisce più da un paio d´anni, ma adesso, con il passaggio all´opposizione, il Carroccio decide che è il caso di farlo resuscitare. L´appuntamento è domenica 4 dicembre (forse ancora a Vicenza): adunata di tutti gli eletti nelle istituzioni, porte aperte anche ai militanti. La seduta servirà anche a lanciare una grande manifestazione: sarà il 15 gennaio a Milano.
Riunione frizzante, quella di ieri. Bossi la considera molto più importante delle consultazioni avviate dal presidente incaricato Mario Monti, che nel pomeriggio avrebbe dovuto incontrare proprio la delegazione della Lega. Niente da fare, sono tutti in via Bellerio, Maroni e Calderoli, i capigruppo Reguzzoni e Bricolo, la segreteria al gran completo. Bossi fa approvare la linea dell´opposizione, e la rispiega, al telefono, a Monti. Che vorrebbe vederlo di persona oggi, ma l´altro rifiuta. Gli occhi dei leghisti sono puntati sull´andamento delle Borse e dello spread: non va benissimo. «Dura minga», commenta uno dei presenti, non c´è stato alcun effetto positivo dovuto al pedigree di Monti che, appunto, «non può durare». Dunque, è il ragionamento, per la Lega si aprono praterie sconfinate.
In questo clima ai limiti dell´euforia, arriva la minaccia di Calderoli, che risponde così a chi, con il Carroccio all´opposizione, già immagina la chiusura degli pseudo-ministeri a Monza: «Ai ciarlatani che continuano a urlare alla luna – dice l´ormai ex ministro della Semplificazione – vorrei ricordare che questi sono gli unici ministeri a non essere costati neppure un euro ai contribuenti, auspico che questo mimino segnale di attenzione verso il Nord ora non venga vanificato, perché diversamente sarà autodeterminazione». E parlano invece apertamente di secessione i leghisti che ieri, per tutto il giorno, hanno intasato i centralini di Radio Padania. Tutti contro «il tecnocrate» Monti, moltissimi a gridare al «colpo di Stato» e a salutare con un senso di liberazione il «ritorno alle origini» da accompagnare con una raffica di manifestazioni. Critiche anche al «comunista Napolitano che ha imposto Monti contro le regole della democrazia» e a Berlusconi: «Ha fatto quelle leggi del menga, l´ultima stupidaggine è stata mettere un comunista alla Bce, invece di Grilli». Chiamano anche elettori del Pdl: «La prossima volta voterò per voi».

La Repubblica 15.11.11

"A Palazzo Giustiniani 34 mini-partiti è la carovana della politica a brandelli", di Filippo Ceccarelli

Non molto tempo fa, era il pomeriggio del 14 settembre, al termine degli scontri avvenuti tra Polizia e Cobas mentre la Camera stava votando l´ennesima manovra economica, tra fumi e volantini qualcuno ha visto, debitamente spiaccicati sul selciato di piazza Montecitorio, delle frattaglie. Per l´esattezza, come riferito dai giornali, un cuore e un fegato di bue, lì plausibilmente recapitati dai manifestanti per rafforzare l´idea della «macelleria sociale».
Intravedere premonizioni e azzardare metaforiche analogie, tanto più se stomachevoli e sanguinolente, può essere rischioso e addirittura ridicolo. Ma se proprio non si riesce a resistere alla tentazione, sempre appellandosi all´indulgenza dei protagonisti e degli addetti ai lavori, è almeno onesto far presente che oltre a quella sociale esiste forse anche una macelleria politica o post-politica che, in ogni caso con i dovuti tagli, pezzature, brandelli, lacerti e frattaglie da bancone – e in vendita a vari prezzi, come ormai si è capito.
Ieri pomeriggio alle 18,41 l´agenzia Agi ha emesso un dispaccio che metteva in fila l´ordine e le denominazioni dei 34 gruppi con i quali il presidente incaricato Monti si stava via via consultando nel cupo teatro del Palazzo Giustiniani in un momento drammatico della storia nazionale.
E davvero suona a vuoto l´ironia per il numero dei partitelli che costantemente prolifera in queste liturgie sempre più vuote e mortifere, e a nulla serve sbertucciare gli atteggiamenti pretenziosi e compiaciuti, gli scaltri arrembaggi e le sgomente fissità dei consultati davanti alle telecamere, gli sguardi e le parole rivolte a torme di giornalisti rintronati dalla noia. Cosa accada nei colloqui è patrimonio dei retroscena. Ma tra il podietto e di solito una commedia assurda e crudele.
Perché dall´altra parte della barricata in genere si ride della distanza vertiginosa che intercorre fra le denominazioni dei vari monconi e le vivide cause che nella realtà ne segnano la nascita e l´esistenza e quindi garantiscono ai loro fondatori quel quarto d´ora di visibilità di cui parlava Andy Warhol. Nelle interminabili attese sono buffe anche le sorde e nascoste ostilità fra gli animatori, e ancora di più le sigle e delle ragioni sociali e irreali, con il che per puro scrupolo documentario varrà la pena segnalare che a questo giro c´è un´entità che si chiama «Maie», un´altra «Vn» e un´altra ancora «Mre».
Così come forse non tutti sanno che ieri nella Sala delle Colonne, e per la precisione sotto un affresco di scuola manierista che raffigurava una ignota Virtù fra due colonne tortili, sono sfilati l´uno distinto e distante dall´altro: «Io Sud», «Noi Sud», «Noi per il Partito del Sud», «Forza del Sud», «Alleati per il Sud» e infine la «Lega Sud Ausonia» che per maggior sicurezza completa il suo indirizzo con una parentesi entro cui si colloca l´impegnativo e anche un po´ preoccupante marchio «Grande Sud».
Nessun giornalista ormai riesce a tenere a mente le gerarchie e il brulichio che avviene in quel mondo sempre più separato dalla vita. Ma certo ieri l´ambientazione non poteva essere più adatta a quelle grottesche visioni. Non brutto, per carità: non per caso Borromini gli diede il tocco finale. Eppure, soffocato com´è tra vicoli e anguste vie, fra gli edifici del potere Palazzo Giustiniani è senza dubbio il più tetro, quello entro il quale non riescono a filtrare i raggi del sole, e anche per questo ribattezzato «la tomba». Il povero Enrico De Nicola, che come capo provvisorio dello Stato non volle andare ad abitare al Quirinale e qui fu sistemato alla meno peggio con qualche impiegato del ministero della Real Casa, lo definiva «una spelonca» e provenendo dalla solare e ridente Torre del Greco non riusciva a capacitarsi di non poter sapere, appena sveglio la mattina, se fuori stava piovendo o c´era bel tempo.
Il fatto che nella biblioteca sia stata firmata la Costituzione non allevia la sensazione vagamente oppressiva, quell´insieme di virtù archeologica e buia impenetrabilità di cui fino a qualche tempo fa era conferma un´ambulanza posteggiata più o meno all´ingresso. A lungo il Palazzo ha ospitato il Grande Oriente d´Italia e nel sottosuolo ospiterebbe una enorme stele funeraria egizia, di cui si ricordano vane ricerche. Oggi ci abita Schifani, ci sono gli uffici dei senatori a vita e Monti ci fa le consultazioni, come a suo tempo, nel 1993, ce le fece Carlo Azeglio Ciampi.
Ma da allora occorre riconoscere che tutto è drammaticamente peggiorato. E se una ventina d´anni orsono il sistema politico pareva obiettivamente sottoposto a una frammentazione, e dieci anni fa con qualche pessimismo si potevano cogliere i segni di una dissoluzione del modello democratico in senso personale, aziendale, cortigiano e tendenzialmente plebiscitario, beh, oggi la triste e allarmante processione dei 34 confessa che la vita pubblica italiana è in uno stato di evidente decomposizione.
Tutto porta a pensare che dietro la fredda cortesia e la gentile disponibilità del professor Monti, egli abbia potuto toccare con mano il livello del ceto politico, l´orizzonte progettuale, le riserve di entusiasmo, la tensione morale. E tutto può essere, anche che di qui si riparta verso una stagione incognita, faticosa, agitata. Ma si riparta.
Però la triste filastrocca dei brandelli sparsi negli emicicli di Montecitorio e di Palazzo Madama, così come il serraglio di risentimenti che ne determinano la vita quotidiana, non lasciano sperare granchè. Non resta che affidarsi alle virtuose figure, invero scolorite, che campeggiano sui muri della Sala delle Colonne. Fino a qualche anno fa, in fondo, nemmeno si potevano vedere, coperte com´erano da intonaco e tappezzerie. A questo servono i restauri. E´ questa una metafora più aggraziata e positiva del ritrovamento del cuore e del fegato di bue davanti alla Camera. Stai a vedere che l´arte vince sulla macelleria del supermarket politico.

La Repubblica 15.11.11

"Fiat chiude Termini Imerese. Ma il passaggio a DR Motor è in forse", di Massimo franchi

Ora c’è anche la data ufficiale. Per i 1.516 operai di Termini Imerese mercoledì 23 novembre sarà l’ultimo giorno di lavoro con le tute Fiat. Dopo 41 anni di onorata carriera, dallo stabilimento non usciranno più auto del Lingotto e i cancelli della fabbrica siciliana chiuderanno. L’anticipo sulla scadenza di fine anno era scontato: da mesi le Ypsilon che uscivano dallo stabilimento erano sempre meno, con pochi giorni di lavoro al mese, mentre le aziende dell’indotto avevano già chiuso i battenti e le forniture. Meno scontata è la scelta del momentoin cui ufficializzare la notizia: a 48 ore dal tavolo decisivo per decidere il passaggio a DR motor.
TEMPISTICA «È una scorrettezza da parte della Fiat, è un modo per mettere pressione proprio in vista della riunione – attacca Roberto Mastrosimone, segretario Fiom Palermo – . Andremo all’incontro al ministero sapendo che tra dieci giorni la Fiat chiuderà per sempre e senza un ministro, dunque senza la presenza politica. Non olo, così facendo Fiat indebolisce il confronto aperto con Dr». Dello stesso avviso il sindaco di Termini Imerese Salvatore Burrafato: «È una notizia drammatica che arriva quando non è stata ancora chiusa la trattativa avviata con Dr Motors per il subentro nell’area industriale di Termini Imerese e che conferma, accrescendo il rammarico, che il nostro stabilimento è l’unico a chiudere in Europa a causa della crisi dell’auto». La scorsa settimana Dr, Invitalia (l’advisor di ministero e regione Sicilia che ha scelto l’offerta Di Risio) e tutti i sindacati, tranne la Fiom, hanno sottoscritto una pre-intesa per il rilevamento dello stabilimento. La Dr motor si impegna ad assumere 1.312 lavoratori, velocizzando gli step previsti per arrivare ad una quota di riassorbimento del 30 per cento entro il 2013, in modo da assicurarsi il secondo anno di cassa integrazione. Ora la palla passa alla Fiat che domani dovrà assicurare gli incentivi per i lavoratori pensionabili, punto più difficile, e la cassa integrazione per cessazione per due anni, più semplice. L’altro punto, richiesto dalla Fiom, è la partecipazione diretta o indiretta di capitale pubblico sulle società interessate al processo di riconversione e il mantenimento delle condizioni economiche e normative, frutto della contrattazione collettiva. L’impressione, comunque, è che domani un accordo, seppur sofferto, sarà trovato. Il vero problema è quindi spostato sull’affidabilità del gruppo molisano. Intanto la stessa Dr e Fiat stanno già da tempo collaborando. L’azienda molisana, che finora nel suo stabilimento di Macchia d’Isernia, ha solo assemblato pezzi di automobili provenienti dall’estero, non è in grado di fare a meno del know how del Lingotto. Dirigenti Fiat passeranno a Dr e aiuteranno il gruppo guidato da Massimo Di Risio nella riconversione delle linee che partirà dal primo gennaio con l’obiettivo di dare il via alla produzione entro la fine del 2012. L’ambizioso piano industriale prevede la costruzione di auto del segmento A (citycar), B (utilitarie), C (berline) e I (Suv crossover) per un totale a regime di 60mila auto nel 2015. Per Susanna Camusso «non fa tanto scalpore la data ufficializzata da Fiat quanto l’incertezza sulle soluzioni per lo stabilimento e i lavoratori ». Per Maurizio Zipponi, Idv «la decisione di chiudere Termini Imerese è la conferma di quanto la Fiat abbia a cuore l’Italia, avendo già chiuso Cnh a Imola, la Irisbus ad Avellino, e probabilmente la Maserati a Modena». ❖

L’Unità 15.11.11

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“Fiat, ultimi giorni a Termini. Il futuro è un rebus”, di Paolo Griseri

Quarantun anni dopo la sua nascita e trenta mesi dopo l´annuncio della chiusura, la Fiat di Termini Imerese cesserà la produzione il 23 novembre. L´annuncio è arrivato ieri da Torino a sancire una morte prevista da tempo anche se non è ancora ben chiaro il destino dell´area industriale siciliana. «Quel che stupisce – ha detto il segretario della Cgil, Susanna Camusso a Palermo per una manifestazione delle tute blu Fiat – non è tanto l´annuncio della chiusura quanto l´incertezza sul futuro dello stabilimento». Il destino della fabbrica dovrebbe essere deciso domani in una riunione al ministero dello sviluppo economico con la Fiat e i sindacati. Sul tavolo le condizioni per il passaggio della produzione alla Dr del concessionario molisano Massimo Di Risio che ha promesso di realizzare in Sicilia alcuni modelli occupando tutti i 1.500 dipendenti dello stabilimento che la Fiat intende dismettere. Nella riunione di domani si capirà anche se la Fiom accetterà di firmare l´accordo sul progetto di Di Risio dopo che nei gironi scorsi l´organizzazione di Landini aveva chiesto chiarimenti sugli impegni del Lingotto e del nuovo proprietario. Fim, Uilm e Fismic avevano già accettato l´intesa.
E´ comunque un fatto che Marchionne avesse annunciato il disimpegno della Fiat quasi tre anni fa e che al termine di un lungo e travagliato iter al ministero dello sviluppo economico si arrivi all´appuntamento senza particolari certezze. Di Risio è l´ultimo cavaliere bianco a farsi avanti dopo che sono state scartate svariate ipotesi nonostante l´impegno della Regione Sicilia e dello stesso governo nazionale a mettere sul piatto centinaia di milioni di euro.
Per una storia che si chiude, un´altra che torna in bilico. Millecinquecento chilometri a nord di Termini Imerese torna in forse l´investimento della Fiat alla ex Bertone di Grugliasco. Investimento che Sergio Marchionne ha confermato più volte ma che ora la sua delegazione alle trattative vorrebbe subordinare all´impegno della Fiom a non avviare cause legali contro gli accordi separati. Ieri, all´incontro per il rinnovo della cassa integrazione per la ristrutturazione dello stabilimento, lo scontro è stato comunque evitato o, in ogni caso, rinviato di 48 ore. Alla ex Bertone, dove la Fiom ha 700 iscritti su circa 1.000 dipendenti, i metalmeccanici di Landini hanno scelto di votare sì al referendum sull´estensione dell´accordo di Pomigliano per evitare di perdere il lavoro e un investimento da 500 milioni di euro. Ora però la Fiat chiede anche la garanzia che contro quell´accordo la Fiom come organizzazione non avvii ricorsi legali. Richiesta difficile perché, in base all´accordo, dal 1 gennaio la Fiom non avrebbe rappresentanti in fabbrica pur avendo il 70 per cento degli iscritti. «Io sono un tifoso della Juventus – scherza il segretario nazionale Giorgio Airaudo – e rivendico il diritto della mia squadra a presentarsi in tribunale per ottenere giustizia su uno scudetto revocato nel 2006. Perché gli operai della ex Bertone dovrebbero avere meno diritti della Juventus?». Le due parti hanno comunque evitato di ieri di arrivare alle estreme conseguenze. Il rinvio della trattativa, che riprende domani, potrebbe servire a trovare una mediazione.

La Repubblica 15.11.11

"Vita dura per i docenti in esubero", di Antimo Di Geronimo

I docenti e i non docenti che andranno in esubero, ad oggi sono circa 10 mila, continueranno ad essere ricollocati d’ufficio secondo i contratti vigenti. Ma se non sarà possibile trovare una nuova collocazione in provincia, dovranno subire la mobilità in regione e fuori regione.

Le nuove procedure saranno fissate al tavolo negoziale, ma bisognerà fare in fretta, perché bisognerà trovare una nuova sistemazione entro 90 giorni dall’individuazione dell’esubero, con o senza contratto. Perché se non saranno rispettati i termini, l’amministrazione applicherà l’art.40 del decreto legislativo 165/2001, che consente di procedere d’ufficio senza attendere la sottoscrizione del contratto. Così come già accaduto per le utilizzazioni (si veda l’ordinanza 64/2011). Nel caso in cui non sarà possibile ricollocare i lavoratori in esubero nemmeno in questo modo, si tenterà il collocamento in altre amministrazioni. In caso contrario si procederà con il collocamento in disponibilità a stipendio ridotto per 24 mesi. Dopo di che scatteranno i licenziamenti. Senza neppure provare ad avviare gli interessati ai corsi di riconversione. Sono queste le novità contenute nell’art. 4 -terdecies del maxiemendamento governativo al disegno di legge di stabilità per il 2012, approvato definitivamente dalla camera sbato scorso e del quale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha disposto l’immediata pubblicazione in Gazzetta ufficiale. La legge reca una nuova versione dell’art. 33 del decreto legislativo 165/2001. Il nuovo testo rende facili i licenziamenti nella pubblica amministrazione perché spezza i freni alla macchina procedurale della rinconversionedei lavoratori. Freni che consistono nell’obbligo di aprire un tavolo negoziale specifico in caso di esuberi. Adesso, invece, è prevista la mera informazione ai sindacati per accertare il personale in soprannumero. Le nuove disposizioni eliminano anche l’obbligo del previo tentativo di riconversione professionale, che è lo strumento più efficace per trovare una nuova collocazione ai lavoratori in esubero. Perché consente l’acquisizione delle competenze utili ad agevolarne il collocamento in altre mansioni. La strategia messa in campo dal governo è duplice.

Da una parte si estromettono i lavoratori dai tavoli dove si prendono le decisioni, rilegificando l’intera materia. E dall’altra si pongono le basi per agevolare i licenziamenti, minacciando sanzioni disciplinari e rivalse erariali nei confronti dei dirigenti non abbastanza solerti nell’avviare i processi di rivconversione. Quanto alle ricette previste per attutirne gli effetti, la nuova stesura dell’articolo 33 prevede anzi tutto che, prima di licenziare, l’amministrazione dovrà verificare se è possibile collocare il lavoratore in pensione. Ipotesi, questa che può trovare accoglimento solo se l’interessato avrà maturato almeno 40 anni di contribuzione. La norma non spiega se il pensionamento coatto dovrà essere applicato solo al lavoratore in esubero oppure se possa essere attuato per compensazione su altri lavoratori con analoghe mansioni, al fine di far rientrare l’esubero. E dunque, per saperlo bisognerà attendere la normativa di attuazione.

Esaurita questa fase senza esito positivo, l’amministrazione dovrà tentare di reimpiegare i lavoratori in odore di rottamazione tramite la mobilità d’ufficio. In riferimento a quest’ultimo aspetto, il maxiemendamento fa riferimento all’art. 1, comma 29 del decreto legge 138/2011. E ciò induce a sperare che almeno la contrattazione su trasferimenti e utilizzazioni non verrà cancellata. Sarà solo in quella sede, dunque, che sarà possibile cercare le soluzioni per evitare i licenziamenti dei soprannumerari in esubero. Soluzioni che, a dire il vero, ci sarebbero già. Specie per quanto riguarda il contratto delle utilizzazioni. Che poi è il contratto di riferimento del trattamento dei docenti soprannumerari incollocabili in organico di diritto: i docenti della famigerata Dop (dotazione organica provinciale). Sinistro acronimo con il quale l’amministrazione indica la Caienna dove vengono posti i docenti di ruolo che cambiano sede ogni anno, perché hanno subito la sventura di andare in esubero.

Le soluzioni già previste sono le seguenti. Prima si prova a ricollocare il docente nella stessa classe di concorso. Poi si prova in altra classe di concorso per la quale ha l’abilitazione. E infine , se nemmeno in tali casi si trova una nuova collocazione, si prova con una qualsiasi delle classi di concorso per le quali l’interessato possiede il titolo di studio. Ipotesi, quest’ultima, che fino ad oggi è rimasta solo sulla carta. Resta ferma, come extrema ratio, la mobilità intercompartimentale. Vale dire, la possibilità di trovare un altro lavoro ai docenti e ai non docenti in esubero in altre amministrazioni. Finora, anche questa ipotesi è rimasta solo sulla carta. Ma è ragionevole ritenere che le nuove disposizioni dovrebbero avere l’effetto di un colpo di acceleratore per il varo definitivo della relativa disciplina. Tanto più che anche in questo caso, non sono previsti passaggi al tavolo negoziale, ma meri accordi tra amministrazioni.

da ItaliaOggi 15.11.11