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"Il segreto della classe perfetta? La diversità tra gli studenti", di Lorenzo Salvia

Fare una classe di bravi e una di somari oppure due classi miste, dove la pupa e il secchione sono vicini di banco? E ancora: mettere nella sezione A tutti i ragazzi di (presunta) buona famiglia e nella sezione B quelli con provenienza meno pregiata oppure seguire la regola della nonna, di tutto un po’? Non sono questioni accademiche ma le domande che tolgono il sonno a presidi, insegnanti e soprattutto genitori, preoccupati di trovare non solo la scuola giusta ma anche la sezione migliore.
In realtà la regola del «di tutto un po’» non porta la firma solo della nonna ma anche della legge italiana che invita a rispettare il principio dell’equi-eterogeneità. E cioè formare classi che siano il più possibile differenziate al loro interno e quindi simili fra loro. Pupe e secchioni per tutti, come ricchi e poveri, italiani e stranieri e così via. Ma questa regola viene spesso ignorata, come dimostra una ricerca della Fondazione Giovanni Agnelli. Ed è un peccato perché così le classi funzionano peggio. Non solo per le pupe ma anche per i secchioni, visto che è il rendimento generale a perdere colpi.
Lo studio della Fondazione Agnelli, piccolo tassello del rapporto annuale che sarà presentato il 29 novembre a Roma, si concentra sulla formazione delle sezioni di prima media. I ricercatori hanno costruito un indice che misura il grado di varietà all’interno della classi per ogni provincia. E l’hanno confrontato con i risultati dell’Invalsi, i test uguali per tutti gli studenti che servono a misurare in modo obiettivo il livello degli studenti. Il risultato è una linea retta: più le classi mischiano al loro interno pupe e secchioni, più i risultati generali della classe migliorano. Come mai? «Alcuni pensano — dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli — che a scuola si impari solo dagli insegnanti o dai libri. E invece si impara, moltissimo, anche dai compagni».
Ora, è chiaro che una sezione di soli somari fatichi a migliorare: manca il traino dei primi della classe e alla fine pure gli insegnanti possono arrendersi, considerarla una causa persa. Ma perché anche i migliori, se chiusi nel loro mondo, rischiano di fermarsi? «Un po’ — dice ancora il direttore della Fondazione — è il cosiddetto effetto tetto. Se tutti sono già ad un livello alto diventa difficile fare progressi». Ma c’è un altro motivo, più importante: «Gli atteggiamenti competitivi possono prendere il sopravvento su quelli cooperativi, la rivalità sulla propensione a lavorare in gruppo». E questa è una perdita per tutti, non solo per chi non viene aiutato ma anche per chi non aiuta. Parliamo di ragazzini di 12 anni, del resto, e a quell’età imparare a stare con gli altri è forse più importante che prendere buoni voti. Gli studiosi della Fondazione Agnelli — guidati da Gerard Ferrer Esteban — sono arrivati alla conclusione che l’abitudine di separare pupe e secchioni è più frequente al Sud che al Nord, anche se in cima alla classifica, a sorpresa, c’è Piacenza. «Forse in alcune zone del Mezzogiorno — dice Gavosto — c’è una maggiore permeabilità dei presidi alle richieste pressanti delle famiglie. In altri casi si usa il sorteggio ma i genitori non dicono niente». Forse hanno ragione loro.

Il Corriere della Sera 16.11.11

"La scommessa di un tecnico", di Barbara Spinelli

Nel giro di pochi giorni è accaduto qualcosa di importante, sia in Italia sia in Grecia, che ci obbliga a inforcare nuovi occhiali, di tipo bifocale, fatti per vedere quel che accade in Italia e simultaneamente in Europa, quel che s´è guastato e va riparato qui da noi e lì. Anche il tempo dovremo imparare a guardarlo con lenti bifocali, combinando la veduta ampia e la corta. Italia e Grecia non sono comparabili, perché la nostra svolta mette fine a un lungo esperimento populista, quello berlusconiano. Ma Roma e Atene hanno in comune due cose non trascurabili. In ambedue, la politica è stata per decenni sinonimo di corruzione e realtà occultata, e per questo è degenerata. In ambedue, si sta tentando una via inconsueta: lo scettro passa a uomini considerati tecnocrati, ma che non sono affatto nuovi alla politica.
I due tecnici sanno perfettamente la dedizione speciale (la vocazione) che ci si aspetta dal professionista politico, ed è con la massima naturalezza che Monti, intervistato, ha detto che «operazioni così grandi» – riordinare la nostra economia – «richiedono politica, più che tecnica». Sia lui che Papademos non sono nuovi alla politica, solo che l´hanno fatta a un altro livello: quello europeo. La res publica italiana, che è lo spazio cui la nostra democrazia è avvezza, ha come complemento, ormai, una res publica europea: una cosa pubblica, con suoi organi di governo e controllo democratico, che influisce sulle nostre vite non meno dei governi nazionali. Che fa di ciascuno di noi, anche se non lo percepiamo, cittadini europei oltre che italiani.
Mario Monti è stato per 9 anni nel governo europeo che è la Commissione di Bruxelles: lì si è occupato prima di mercato interno poi di concorrenza, e ha condotto battaglie molto dure, molto politiche, contro gli abusi di posizione dominante e il capitalismo senza regole. Cos´è stata, la sua cocciuta battaglia contro Microsoft o la fusione General Electric-Honeywell, se non governo dell´economia? Lucas Papademos è stato per 8 anni vicepresidente della Banca centrale europea, e ha visto il ruolo della Bce farsi cruciale. L´uno e l´altro hanno fatto politica piena, se politica è governo della vita pubblica e dei suoi conflitti in nome di cittadini (o nazioni) associati.
Parlare di un potere di tecnocrati e banchieri centrali che avrebbe usurpato il trono del politico vuol dire ignorare coscientemente la realtà in cui viviamo, fatta non di evaporazione ma di differenziazione-moltiplicazione della sovranità politica. Siamo membri delle nazioni e al tempo stesso dell´Europa. La sovranità del popolo si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione italiana, ma anche di quella europea. La seconda Costituzione esiste di fatto – con le sue leggi preminenti sulle nazionali, con la sua Carta dei diritti inserita nel Trattato dunque giuridicamente vincolante – anche se gli Stati, vigliaccamente, si son rifiutati di dare al Trattato di Lisbona il nome di Costituzione. È per una sorta di ignoranza militante, strabica, che non scorgiamo quel che pure esiste. Un´ignoranza che paradossalmente affligge più i centristi che le forze estreme, di destra o sinistra. Queste ultime hanno visioni più apocalittiche e nazionaliste, ma spesso vedono più chiaro.
Anche l´accusa di scarsa democraticità nasce da ignoranza militante. Le istituzioni europee non sono del tutto democratiche, il Parlamento europeo non ha i poteri che dovrebbe avere. Ma ne ha molti. Dipende dai partiti accorgersene, e fare vera politica europea: trasformando le elezioni dei deputati di Strasburgo in autentica deliberazione comune, imponendo l´elezione diretta del Presidente della Commissione, suscitando un´agorà europea. Quanto alla democrazia italiana, non è credibile chi ritiene lesa la Costituzione perché caduto un governo non si va subito alle urne. La prassi degli ultimi 18 anni ha personalizzato le elezioni sino a diffondere un´idea storta della nostra democrazia: l´idea che il popolo scelga il leader una volta per tutte.
La personalizzazione è il riflesso della dottrina berlusconiana, non della Costituzione. Quando un Premier perde la maggioranza per governare, il Quirinale tenta di formare un altro esecutivo. Allo stesso modo è il Presidente del consiglio incaricato e non i clan partitici a proporre ministri al capo dello Stato (articolo 92 della Carta). Rifondare la democrazia è tornare alla Costituzione scritta, non a quella sfigurata da consuetudini e poteri più o meno occulti fin dai tempi della Prima repubblica.
Ma anche i due cosiddetti tecnici chiamati a guidare Italia e Grecia devono apprendere l´arte politica nella sua accezione ormai doppia, nazionale e (sempre più) europea. L´esperto economico ha spesso la tendenza a contemplare tabelline. Cambiare il mondo, creare istituzioni politiche, non è precisamente la cosa cui è abituato. Invece dovrà farlo – in Italia dovrà occuparsi di legge elettorale, di indipendenza Rai dai partiti – se è vero che la crisi è una grande trasformazione sociale, democratica, geopolitica. Anche l´euro fu progetto politico, voluto da statisti come Kohl e Mitterrand: tecnici e banchieri centrali, di rado rivoluzionari, erano contrari.
La scommessa di Monti e Papademos ha senso se assumono in pieno il rischio della politica, non solo in patria. Anche in Europa infatti urge il riscatto, oltre che a Roma o Atene. Anzi, a Roma e Atene è possibile solo se avviene anche in Europa. Non è ammissibile che a indicare la linea sia un leader nazionale (Merkel, Sarkozy) piuttosto che istituzioni comuni come Commissione, Parlamento europeo, Bce. Non è ammissibile che Berlino continui a opporsi a un´Europa più solidale, e a istituzioni o misure che accentuino l´unità: un governo federale, una Banca centrale prestatrice di ultima istanza, un Fondo salva-Stati sovranazionale, un ricorso agli eurobond.
Sono istituzioni e misure auspicate dai governi in difficoltà, ma anche da organi comunitari come la presidenza dell´Eurogruppo e il Parlamento europeo. D´altronde personalità tedesche di primo piano invocano simili rivoluzioni: tra esse il ministro del Tesoro Schäuble (intervista a Le Monde, 13-9). Il no tedesco forse s´attenuerebbe se gli Stati rinunciassero a parte della propria sovranità economica (avvenne quando Berlino accettò l´euro in cambio del Patto di stabilità): è una strada da tentare. Non è stato Monti, in un bell´articolo sul Financial Times del 20 giugno, a denunciare l´immobilizzante deferenza tra Stati dell´Unione? Speriamo che questa impavida capacità critica la dimostri anche da Premier, se scioglierà la riserva. Speriamo che anche in casa non sia troppo deferente. Non sarebbe stato promettente includere nel governo Gianni Letta, se questi non avesse garantito pubblicamente l´indipendenza dagli interessi personali del capo. Ancor meno promettente la scelta, da parte di Papademos, di due ministri della destra più estremista, Makis Voridis e Adonis Georgiades.
Converrà esserne coscienti: finisce per il momento Berlusconi, non il berlusconismo. Non finisce l´estremismo del centro che lo caratterizza, e che si nutre e nutre l´elettorato di paura del nuovo. Non si ricomincia da zero, come se alle spalle non avessimo il quasi ventennio. La memoria da tener viva, e l´arte politica da reinventare, sono come l´amore del prossimo insegnato nel Vangelo. Cos´è l´amore del prossimo, chiede il dottore della Legge (l´equivalente del tecnocrate filisteo)? Gesù risponde con la parabola del Samaritano che si trasforma guardando il dolore che ha davanti (gli si spaccano le viscere, questa la compassione che prova) e conclude, rivolto all´esperto in leggi e teorie: «Và, e anche tu fa´ lo stesso». Anche in Italia è questa la via: «Và, e fa´ memoria. Và, con spirito profetico oltre che col tuo sapere tecnico, e fa´ politica».

La Repubblica 16.11.11

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La linea Maginot “Niente politici”, di CLAUDIO TITO

«Il governo è più forte senza politici». La battaglia condotta dal Pd contro l´ingresso di Gianni Letta e Giuliano Amato nell´esecutivo Monti si è basata su questa considerazione. Una frase che Pierluigi Bersani ha ripetuto costantemente nelle ultime 48 ore. I democratici hanno dunque alzato la loro linea Maginot per evitare di dover sostenere un ministro che rappresenta il principale collaboratore di Silvio Berlusconi.
Sul ruolo del sottosegretario uscente e di Amato, però, si è giocata una partita che ha provocato qualche scossone al nascente gabinetto tecnico. La paura di Napolitano e dello stesso premier incaricato si fondava sul rischio di gettare nella mischia parlamentare un governo senza “difesa politica”. Per Bersani, però, l´esigenza di dare un segno di effettiva «discontinuità» alla nuova fase politica costituiva l´unico e inderogabile atout di fronte all´elettorato di centrosinistra che non avrebbe compreso la partecipazione ad una responsabilità comune con uno dei principali esponenti del mondo berlusconiano. Il segretario pd aveva bisogno di non arretrare di fronte alla sua “resistenza” proprio per giustificare le larghe intese davanti a tutto il partito. L´assenza di Letta, insomma, veniva considerata la precondizione per rendere più agevole il percorso di adesione del centrosinistra ad un esecutivo che molto probabilmente sarà chiamato ad approvare una serie di misure decisamente impopolari anche se indispensabili per evitare il collasso economico del Paese.
Del resto, l´idea che Letta potesse rappresentare una sorta di “deus ex machina” in grado di blindare politicamente Monti e dare prestigio interno e internazionale al nuovo gabinetto, non convinceva i democratici e nemmeno gli uomini del Pdl. Il segretario Alfano non ha fatto nulla per difendere il braccio destro del Cavaliere. Non lo ha fatto perché il clima che si è ormai creato nel suo partito sta diventando insostenibile. Le probabilità che il Popolo delle Libertà vada incontro ad una vera e propria diaspora stanno progressivamente aumentando. La guerra delle correnti sta prevalendo sulla precedente linea di condotta interna: quando Berlusconi decideva di fatto ogni cosa. Adesso gli “scontenti” sono la nota principale del Pdl. E indicare un solo esponente per la futura compagine governativa equivaleva a provocare una sanguinosa battaglia intestina. Il pressing dei colonnelli su Alfano, infatti, è stato costante e lo ha indotto a non sponsorizzare Letta con la forza che anche Napolitano si aspettava. Una difficoltà che lo stesso segretario piediellino ha esposto nelle conversazioni con il “collega” Bersani.
L´intesa raggiunta da Pdl, Pd e Terzo polo per un governo composto interamente da “tecnici”, non cancella però tutti i dubbi che anche Napolitano ha coltivato sulla robustezza dell´esecutivo Monti. Gli ostacoli che dovrà affrontare alla Camera e al Senato restano tutti intatti. E molto dipenderà dalla lealtà dei gruppi parlamentari. I Democratici e l´Udc non potranno fare a meno di fornire il loro pieno sostegno anche in virtù di un progetto politico che per entrambi si baserà sul successo di questo governo. Ma per il Pdl il discorso è completamente diverso. Il futuro del partito berlusconiano si configura sempre più come una variabile. Le incertezze interne potranno riflettersi su Palazzo Chigi. A meno che il ruolo di Casini e Fini non si trasformi progressivamente in quello di catalizzatori dei moderati del centrodestra. Anche a livello parlamentare.
In questo quadro, il capo dello Stato e il presidente del consiglio incaricato hanno comunque deciso di accelerare sulla formazione della squadra accogliendo le garanzie fornite da Bersani e Casini. Monti probabilmente si appoggerà in primo luogo su di loro sapendo che ormai il tempo a disposizione è ridottissimo e i mercati – molto negativi ieri – attendono oggi una risposta concreta.

La Repubblica 16.11.11

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“Partiti non è tempo di veti”, di MARCELLO SORGI

Se davvero, come dicono tutti (tranne Monti), la presentazione della lista dei ministri è stata rinviata da ieri sera a stamane per decidere se anche Gianni Letta e Giuliano Amato entreranno nel governo, dando così un connotato più politico a un esecutivo che s’annuncia tecnico, converrà approfondire il caso sul quale da tre giorni si consumano le energie dei principali protagonisti della crisi, da Napolitano all’incaricato, a Berlusconi e Bersani.

Il paradosso di questa storia è che a voler richiamare in servizio l’ormai ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nonché capo operativo del governo uscente, Letta, e il due volte presidente del Consiglio Amato, è in prima persona Monti, che non avrebbe potuto insistere su questo punto se anche il Capo dello Stato non fosse stato d’accordo.

Napolitano, si sa, ha smentito nella prima fase delle trattative di essersi occupato dei nomi della lista, che sarà l’incaricato a scegliere. Ma adesso che la crisi è finita e il Presidente, a norma dell’articolo 92 della Costituzione, dovrà, su proposta di Monti, nominare i ministri, dovrà pronunciarsi anche lui. A maggior ragione dato che quello di Monti sarà, a tutti gli effetti, un «governo del Presidente»: un esecutivo, cioè, voluto dal Capo dello Stato per far fronte a un’emergenza eccezionale, prima ancora che dai partiti che dovranno dargli la fiducia in Parlamento.

In realtà, al di là delle smentite di rito, Napolitano in questi giorni si è adoperato, non per aprire la porta del governo a Letta e Amato, compito che d’altra parte non gli tocca. Ma per sminare il percorso di Monti dai veti contrapposti che i due maggiori partiti che dovrebbero formare la maggioranza di larghe intese avevano manifestato. Veti capziosi in sé, al di là delle persone che riguardavano, perché tendevano a riportare la formazione del governo nell’alveo classico della contrattazione partitocratica tipica delle vecchie crisi.

Era evidente, in altre parole – ed era il secondo aspetto paradossale di questa storia – che Bersani e Berlusconi si opponevano rispettivamente a Letta e Amato perché, rafforzando la squadra di governo, avrebbero indebolito il loro potere di ritirare a Monti l’appoggio in tempi brevi, per tornare alle urne il più presto possibile. Di qui, tra l’altro, le polemiche parallele sulla necessità (secondo il Pdl) di imporre, oppure (secondo il Pd) di non imporre, un termine temporale, oltre che un vincolo programmatico al governo. E se questo è quel che è emerso pubblicamente in tre giorni, chissà quanti e quali altri cavilli e distinguo devono essere stati fatti nelle lunghe ore delle consultazioni. Inoltre, sarà pure un dettaglio, ma i veti contro Letta e Amato hanno toccato punte di sgradevolezza ingenerose, nei confronti di due servitori di lungo corso delle istituzioni: come quando, appunto, Bersani ha ribadito varie volte la necessità di una completa discontinuità della compagine ministeriale, o quando Rosy Bindi ha dichiarato che in nessun caso Amato poteva essere messo in conto al Pd, o Gasparri ha chiuso sbrigativamente all’ipotesi che potesse rientrare al governo chi aveva avuto precedentemente incarichi con il centrosinistra.

Nessuno che si sia posto il problema che, proprio per la loro caratteristica di essere stati, sì, al governo, ma con una coloritura politica assai più sbiadita di tanti loro colleghi, e con una competenza spesso superiore, Letta e Amato sono l’ideale per accompagnare Monti in un cammino che è forse il più difficile mai attraversato da un governo in epoca repubblicana. O, quel che è peggio, forse è proprio tenendo in considerazione quest’aspetto che i maggiori partiti del governo e della maggioranza che stanno per nascere hanno costruito il loro sordo boicottaggio alle due candidature.

Ma almeno, alla fine del mediocre tira e molla che, come si diceva, ha allungato inutilmente i tempi di soluzione della crisi e nell’attesa ci è costato anche qualche punto in più di spread che poteva essere evitato, i termini della questione sono chiari. Per la loro esperienza e al di là delle loro precedenti collocazioni personali, Letta e Amato, se malgrado tutto riusciranno a entrare, saranno una garanzia di maggior solidità del governo. I veti dei partiti, benché resistenti, non possono contare in circostanze eccezionali come quelle attuali e nell’ambito di un governo che nasce garantito dal Capo dello Stato e per sua espressa volontà. Insomma non c’è più tempo da perdere: Monti decida. E soprattutto, finché può, faccia di testa sua.

La Stampa 16.11.11

"Patto per il lavoro La richiesta delle parti sociali. Gli industriali: “Da noi collaborazione e supporto” Appoggio, con sfumature diverse, di Cgil Cisl e Uil", di Raffaello Masci

Dire che hanno marciato divisi per colpire uniti, sarebbe troppo. Tuttavia i vari soggetti del mondo produttivo e del lavoro, che ieri sono strati ricevuti dal presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, hanno fornito una serie di indicazioni comuni, sia pur con sottolineature differenti. Crescita, equità nella distribuzione dei sacrifici, urgenza nelle misure, concertazione, sono state le istanze condivise. A cui – a seconda degli interessi rappresentati – si sono aggiunte altre richieste.

Alle 15, dunque, Mario Monti ha ricevuto nel suo studio di senatore a vita, a Palazzo Giustiniani, le rappresentanze del mondo imprenditoriale e i sindacati. Ma mentre le prime si sono presentate unite in un’unica delegazione e con un pacchetto di richieste previamente concordate in una riunione avvenuta alle 13 nella sede di Confindustria, i secondi hanno sfilato separati.

Gli imprenditori – Confindustria, Abi, Ania, Alleanza delle cooperative e Rete Imprese Italia – hanno, in sostanza ripresentato l’agenda in cinque punti che era già stata sottoposta, senza particolare successo, al governo uscente: previdenza, liberalizzazioni dei servizi e delle professioni, patrimoniale ma solo per restringere il cuneo fiscale a favore di lavoratori e imprese, riforma fiscale, riduzione dei costi della politica. Per tutti questi soggetti – presenti nella delegazione con i loro più alti esponenti – ha parlato al termine dell’incontro il leader di Rete Imprese, Ivan Malavasi. Ma, all’uscita dal palazzo, ha scambiato alcune battute con i giornalisti anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, del cui intervento si sono colti soprattutto due spunti: il fatto che parlando di Monti abbia utilizzato due imperativi esortativi, e cioè «collaboriamo» e «supportiamo», e il fatto di aver smentito – su domanda di un cronista – ogni illazione su una sua partecipazione diretta al governo.

Più articolata la posizione dei sindacati. Raffaele Bonanni della Cisl è apparso entusiasta del professore che ha esortato a siglare un nuovo «patto sociale» tra governo e parti sociali al fine di evitare attriti e scelte verticistiche e ha fornito, come criterio, quello di compaginare «rigore ed equità», secondo il principio – largamente condiviso anche da molte forze politiche – per cui «chi più ha più deve dare» e che «non esiste rigore che non parta dalla crescita». Anche Luigi Angeletti della Uil ha sottolineato punti analoghi: «Non abbiamo posto alcun veto al professor Monti, al quale abbiamo però detto che ogni riforma deve essere funzionale alla crescita». Dietro questa istanza è legittimo leggere il rifiuto di ogni logica di tagli lineari alla spesa.

Meno entusiasta è apparsa la segretaria della Cgil, Susanna Camusso («aspettiamo annunci concreti sul programma»), la quale tuttavia – ha molto lodato la scelta di Monti di sentire le parti sociali pur non essendo tenuto a farlo. Dopo di che ha indicato, anche lei, la necessità di un «patto» che ha definito di cittadinanza e che deve iniziare dalla materia fiscale, secondo un criterio di «equità». Camusso ha anche esplicitamente fatto riferimento alla patrimoniale e ha sollecitato «una politica per il lavoro che cominci con la riduzione della precarietà».

Dopo le forze sociali, Monti ha anche incontrato le rappresentanze degli enti locali, e anche loro hanno sollecitato un patto, questa volta «interistituzionale» e orientato ad una «crescita equa per la coesione sociale». Quanto alle istanze politiche, va sottolineata quella per una piena attuazione del federalismo fiscale.

La Stampa 16.11.11

"Gli scatoloni del Cavaliere", di Carmelo Lopapa

«Questa casa non l´ho mai sentita mia, credetemi, lasciarla non mi suscita alcuna emozione», va ripetendo il Cavaliere ai suoi in queste ore, ostentando disinteresse per esorcizzare il più amaro dei traslochi. Vero è che Palazzo Chigi l´abbia amato poco e frequentato meno, durante i suoi «regni», in questi 17 anni. Giusto l´indispensabile. Casa e ufficio e parco divertimenti.
Tutto insomma per lui è sempre stato e continuerà ad essere Palazzo Grazioli. Pochi effetti personali da portar via, racconta chi chiude gli ultimi scatoloni nelle stanze di fronte allo studio presidenziale del primo piano, ad angolo tra Piazza Colonna e via del Corso. L´operazione di repulisti più delicata, la cancellazione di ogni traccia su tutti i pc, il prelievo di dati e documenti, è stata completata con decine di chiavette sabato sera dallo staff di gabinetto. Un rapidissimo blitz mentre fuori impazzavano i festeggiamenti per l´addio. Saranno stati pure pochi effetti personali, sta di fatto che alle 15 di ieri pomeriggio, nel cortile sul retro della Presidenza del Consiglio, gli operai della ditta di traslochi rivelavano di aver caricato già una sessantina di grandi cartoni (come testimonia la foto di fianco). A sovrintendere alle operazioni, Berlusconi ha lasciato l´unica persona della quale si fidi fino in fondo, vera custode della sua vita pubblica e privata, prima ancora che segretaria di sempre: Marinella Brambilla. Anche lei, come il portavoce Bonaiuti, in transito verso Palazzo Grazioli. E con loro il cuoco Michele che, a conti fatti, aveva frequentato poco le cucine dell´appartamento da 300 metri quadri al terzo piano. E poi il maitre Adelmo, «maggiordomo ai drink e alle tartine», per dirla con uno dei collaboratori, unico interista ammesso a corte, sempre alla ricerca di “Ciociaria oggi”. Negli imballaggi col timbro “fragile” sono finite le uniche tre foto che il premier uscente ha tenuto nello studio-salotto, in un trionfo di damascato giallo, tra divanetti e carta da parati baroccheggianti. Nulla di familiare, né figli né nipoti. Le tre foto sono quelle che lo ritraggono con Giovanni Paolo II, con Papa Ratzinger e infine con George Bush. L´ultimo e unico presidente Usa che abbia sempre sentito come amico. Con “Mr Obamaaa” come lo chiamava lui, proprio no: no-feeling, no picture. Niente libri, alle spalle della scrivania collocata al di qua della finestra sul Corso. A Marinella, piuttosto, ha raccomandato di far imballare e spedire due soli doni tra i mille ricevuti in questi anni. La scimitarra regalata dal presidente-dittatore kazako Nazarbayev, oggetto di sperticati elogi da parte di Berlusconi nel suo viaggio ad Astana. Quindi, quel sontuoso vaso Ming portatogli in dono a Palazzo Chigi pochi mesi fa dalla delegazione cinese. In Presidenza ricordano ancora le facce dei diplomatici della Repubblica popolare quando il Cavaliere fece finta che il prezioso “ovone” gli cascasse dalle mani. E soprattutto dopo la sua battuta a corredo: «Belli questi fiorellini, la prossima volta però portatene uno con raffigurazioni del kamasutra», senza che qualcuno facesse in tempo ad avvertirlo che il celebre trattato di arte amatoria sarebbe indiano e non cinese.
Ad ogni modo. L´ultimo ad andar via e a spegnere le luci, ieri sera, è stato Gianni Letta. Come sempre, neanche a dirlo. Era rimasto giusto il sottosegretario, per il disbrigo degli affari correnti. E per presidio. D´altronde, la nota del Cerimoniale del Quirinale aveva già avvertito la Presidenza del Consiglio che sarebbe stato necessario liberare i locali tra lunedì e ieri al massimo. La puntata di domenica sera nello studio al primo piano con bandiera Ue e italiana dietro la scrivania per registrare il video messaggio all´indomani delle dimissioni al Colle, ecco, era apparsa un tantino fuori tempo massimo. Tocca abbandonare il palazzo che è stato delle famiglie Chigi-Aldobrandini fino al 1917 e sede del ministero degli Esteri con Mussolini, ma soprattutto quel che l´edificio nel cuore di Roma simboleggia: il potere in Italia, dal 1961 ad oggi. Lì, nonostante l´appartamento da 300 metri quadri, Berlusconi ha dormito solo due notti durante tutto il mandato, nel novembre 2009. Per «ragioni di sicurezza» dicono alcuni, per una febbre altissima, altri. Grazioli è stata la vera Presidenza. A chi glielo rinfacciava, il 18 aprile 2009 ha replicato con tanto di nota ufficiale, per dire che lui preferiva Grazioli perché aveva molte telefonate da fare e preferiva farle a proprie spese. Noemi e Ruby e la D´Addario sarebbero arrivate poco dopo.
Quando rimette piede nel maggio 2008 nelle stanze appena lasciate – e parecchio vissute – da Prodi e dal suo staff, il Cavaliere fa una smorfia: «Questa sistemazione non mi piace e poi queste stanze puzzano». E fa partire la rivoluzione. Una rivoluzione tardo-imperiale. Arrivano da vari musei capitolini il suo dipinto preferito, “Bacco e Arianna”, e un blocco marmoreo di Marte e Venere che Berlusconi fa restaurare con tanto di pene mancante, applicato con calamita in occasione di una delle recenti visite di Medvedev. Un candelabro con angeli che l´inquilino considera il suo portafortuna. Ma soprattutto, a lui caro, un busto di Nerone di scuola fiorentina del ‘400, collocato sontuosamente nella Sala delle Galere. Sinistro presagio di un destino, a volerci pensare in questi giorni in cui vignette e copertine di mezzo mondo raffiguravano un Nerone che suona la lira mentre Roma brucia. L´imperatore con la faccia del Cavaliere.

La Repubblica 16.11.11

Trenitalia ci ripensa, salvo "Un treno per Auschwitz", di Silvia Saracino

Gli organizzatori avevano già trovato una soluzione d’emergenza con una carovana di pullman quando, all’ultimo minuto, Trenitalia è tornata sui suoi passi e ha accettato di fornire un convoglio per il viaggio della memoria Il Treno per Auschwitz. In base all’accordo tra Trenitalia e la Fondazione ex Campo di Fossoli, l’azienda italiana condurrà i viaggiatori dalla stazione di Carpi con un proprio treno fino al confine a Tarvisio, poi il viaggio proseguirà con le ferrovie tedesche fino a Cracovia. Artefice del compromesso raggiunto è stata la deputata carpigiana del Pd Manuela Ghizzoni, che si è data da fare dopo il ‘no’ secco di Trenitalia a fornire il treno
charter per il 2012. La Fondazione si era già rassegnata a dover partire il 25 gennaio con i pullman, snaturando completamente il senso del viaggio che da sette anni si svolge in treno. «Il viaggio non è mai stato in discussione,
ma certamente il treno rappresenta un momento rilevante di socialità tra i ragazzi sottolinea Lorenzo Bertuccelli presidente della Fondazione ex campo di Fossoli — siamo riusciti a trovare una soluzione, anche se ci saranno spese maggiori che però non ricadranno sui viaggiatori.
Riusciamo a sostenerle grazie all’aiuto di fondazioni bancarie e gli enti locali del territorio che non hanno mai fatto mancare il loro appoggio». Per far cambiare idea a Trenitalia aveva motivato il diniego spiegando che «da queste iniziative subivano un danno di immagine a causa di richieste di risarcimento per disservizi da parte di altri soggetti in Italia che organizzano viaggi della memoria, non la Fondazione Fossoli – spiega Ghizzoni – ho fatto presente a Trenitalia che se avessero tolto il Treno per Auschwitz avrebbero avuto un danno di immagine maggiore».
Per evitare altri inconvenienti Ghizzoni auspica che venga siglato tra i soggetti coinvolti «un accordo di programma» che assicuri le condizioni per il viaggio tutti gli anni. Intanto prende il via con un sospiro di sollievo l’edizione 2012. Il prossimo 18 novembre parte il corso di formazione per gli insegnanti, il tema centrale sarà la violenza del XX secolo. Anche quest’anno prenderanno parte al viaggio Paolo Noni e Carlo Lucarelli.

Il Carlino di Modena 15.11.11

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Compromesso con Trenitalia, salvo il viaggio della memoria, di Paola Benedetta Manca

i viaggio della Memoria da Carpi ad Auschwitz si farà. Grazie ad un forte impegno congiunto dell’onorevole del Pd Manuela Ghizzoni e all’interessamento del. Sottosegretario ai Trasporti, Aurelio Misiti – secondo quanto riferisce la stessa Ghizzoni – si è riusciti a trovare una soluzione per far partire il treno, originariamente eliminato da Trenitalia.
Lascerà Carpi il 25 gennaio con 700 persone a bordo, mentre venerdì prossimo ci sarà una giornata seminariale preparatoria all’iniziativa che è organizzata ogni anno dalla Fondazione ex Campo di Fossoli con il nome di “Un treno per Auschwitz”. Anche in questa edizione, come quelle scorse, non mancheranno scrittori e musicisti (Carlo Lucarelli, Paolo Nori, Carlo Boccadoro), studiosi, giornalisti e amministratori locali. Trenitalia aveva deciso, in un primo momento, di non mettere a disposizione la locomotiva a vagoni per trasportare da Carpi in Polonia i viaggiatori. Come motivazione aveva addotto i continui risarcimenti danni chiesti dai passeggeri per i disservizi subiti nella tratta austriaca. La Fondazione Fossoli si era già rassegnata a utilizzare dei pullman e a far sostare i viaggiatori in Austria una notte. Una soluzione che avrebbe tolto tutto il valore simbolico al viaggio – come ha sottolineato la deputata
Ghizzoni – e cancellato la possibilità di realizzare iniziative nelle carrozze: conferenze, serate musicali o semplicemente momenti di confronto tra ragazzi, studiosi, insegnanti e artisti.
Ieri mattina, però, è arrivata all’ultimo la bella notizia che il viaggio si farà in treno, grazie ad un compromesso con Trenitalia che trasporterà i passeggeri fino a Tarvisio. Dopo verranno presi in consegna dalle ferrovie tedesche.
La Fondazione ex Campo di “Fossoli” andrà incontro ad una leggera maggiorazione della spesa per il viaggio, ma è «soddisfatta dell’esito della trattativa e ringrazia dell’impegno che si è assunta per arrivare ad una soluzione della vicenda la parlamentare carpigiana Manuela Ghizzoni».
«L’esperienza di quest’anno commenta Ghizzoni – ci deve insegnare che, per l’anno prossimo, occorre inserire questo tipo di iniziativa in un ambito più ampio che tenga insieme, in un accordo, Trenitalia e i Ministeri dei Trasporti e dell’istruzione. Adesso, fra l’altro, vediamo se gli interlocutori cambieranno». «La cosa importante da sottolineare, però – dice – è che tutti i soggetti istituzionali e gli Enti territoriali, dal Comune di Carpi all’Assemblea
Legislativa dell’Emilia Romagna, non. hanno mai fatto un passo indietro su questa partita, così come le fondazioni bancarie che hanno dato addirittura garanzie triennali di erogazione di fondi», Fra l’altro spiega «è proprio nei momenti in cui la crisi economica morde di più che bisogna sostenere iniziative di questo tipo perché è più necessario essere vigili contro le recrudescenze della xenofobia e del razzismo.

L’Unità/Bologna 15.11.11

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«Abbiamo salvato il treno per Auschwitz. Ma fino a quando?», di Francesca Busi

Trenitalia aveva deciso di tagliare i treni charter che ogni anno portano gli studenti in Polonia, in memoria degli ebrei deportati. Ora si è trovato un accordo, ma solo per il 2012. Ha rischiato di non partire più, ma anche nel 2012 il «treno della memoria» farà il suo viaggio. Nato nel 2005 su impulso della Fondazione ex Campo Fossoli «Un treno per Auschwitz» porta ogni anno studenti, docenti, scrittori e musicisti in Polonia, là dove si trovano ancora i resti del lager nazista più tristemente famoso. I treni partono dal paese in provincia di Modena dove era attivo uno dei campi di concentramento italiani e ripercorrono le stesse tratte degli ebrei deportati, affinché oltre 4mila studenti capiscano meglio che cos’è stata la Shoah.

Quest’anno il progetto è stato sul punto di arenarsi. L’estate scorsa Trenitalia aveva annunciato che dal 2012 avrebbe smesso di fornire i treni charter per questo e per altri progetti straordinari. Un’interrogazione parlamentare dei deputati del Partito Democratico, Manuela Ghizzoni, Emanuele Fiano e Silvia Velo aveva chiesto al governo di intervenire. Una prima deludente risposta

dell’azienda ferroviaria aveva attribuito la sospensione del servizio al «danno di immagine che l’azienda subisce ogni anno per le lamentele e per le richieste di risarcimento danni avanzate dai promotori dei viaggi della memoria in merito a disservizi e disagi sopportati dai partecipanti». A quel punto era intervenuto l’allora viceministro ai Trasporti, Aurelio Misiti, organizzando una serie di incontri tra Ministero e Trenitalia per risolvere il problema.

«Non è una gita scolastica, ma un percorso educativo», spiegava Bertucelli. «Che il viaggio sia fatto in treno è importante anche a livello simbolico», gli faceva eco l’onorevole Manuela Ghizzoni.

Ora la Fondazione ex Campo Fossoli è riuscita a trovare un accordo. Trenitalia offrirà i propri mezzi fino al Tarvisio, da lì in poi il viaggio continuerà su un treno delle ferrovie tedesche Deutsche Bahn. Almeno per il 2012. Le trattative per far continuare anche in futuro il viaggio della memoria ripartono a febbraio

da vanityfair.it

"Il sacco di Pompei", di Francesco Erbani e Stella Cervasio

Ecco i soldi europei e tutti corrono al capezzale della città fantasma. Il commissario Hahn ha visitato Pompei la scorsa settimana e ha promesso di vigilare su come verranno spesi i fondi Ue. Ma nella partita, complicata dalle polemiche tra soprintendenza e esponenti del ministero, si agitano interessi politici e affaristici. Perché l’area archeologica è una delle “industrie” più appetite dell’intera provincia napoletana.
A Pompei attendono i soldi europei: 105 milioni. Sono tanti, ma non bastano a fugare le ansie che gravano sul sito archeologico più bello, più celebre e più complicato che ci sia al mondo. I lavori di messa in sicurezza – ha garantito il commissario di Bruxelles Johannes Hahn – cominceranno nel primo trimestre del 2012. Il che può voler dire anche a marzo, se tutto va bene. E questo è il primo motivo d’ansia. Si guardano in cielo le nuvole. Potrebbero addensarsi e diventare nere. E le piogge a Pompei recano l’incubo dei crolli. L’acqua stagna fra le bàsole della pavimentazione e imbeve pericolosamente i terrapieni che premono dietro i muri delle domus.

E poi i soldi non sono tutto. Chi e come li spenderà? La Soprintendenza, senza rimpolpare i suoi ranghi, difficilmente può farcela. Ma di nuove assunzioni non c’è traccia. Tante promesse a vuoto. Si affollano invece una quantità di soggetti interessati a mettere in qualche modo le mani su Pompei. Fino a creare una specie di ingorgo che, visto da qui, fa molta confusione e quasi più paura della pioggia. Non è la prima volta che accade, anzi è una costante, raccontano a Pompei, una delle industrie più appetite dell’intera provincia napoletana, al centro di un territorio dalle consolidate ramificazioni affaristiche e clientelari. E persino criminali. E poi c’è la crisi di governo, che potrebbe complicare o, al contrario, snellire tutto.

La regola vorrebbe, dicono a Pompei, che i soldi entrassero nelle casse della Soprintendenza, la quale li spenderebbe sulla base di un piano preparato nel frattempo. Troppo semplice. La partita su Pompei, dopo un anno di completa inazione seguito al crollo della Schola Armaturarum, si è improvvisamente agitata nelle ultime settimane. Annunci, promesse. Lotte fratricide dentro il ministero. Fra i più attivi a immaginare scenari complessi c’è il sottosegretario ai Beni culturali Riccardo Villari, napoletano, una carriera politica movimentata (dalla Dc al Ppi, quindi l’Udc, l’Udeur, la Margherita e il Pd, che lo espelle, dopodiché lui fonda un gruppo di “responsabili” al Senato). Diventato sottosegretario nel maggio 2011 e nonostante senta vacillare la propria poltrona, attacca senza mezzi termini l’attuale soprintendente, Teresa Cinquantaquattro, la stessa che dovrebbe gestire i 105 milioni. La accusa di non saper spendere i soldi che ha in cassa (ventidue milioni l’anno, grosso modo, che per metà se ne vanno in spese correnti), di non averlo avvisato del crollo avvenuto due settimane fa e di altro ancora.

Il sottosegretario, quasi ex, ha mobilitato le università napoletane e altri archeologi, e poi si è fatto paladino di un gruppo di imprenditori, sempre napoletani, interessati più che a salvare Pompei, a costruire fuori degli scavi, forti di un articolo del decreto varato dal governo nella scorsa primavera che prevede si possano realizzare interventi anche in deroga al piano regolatore della città. Alberghi, ristoranti, strade, parcheggi: qualcuno sogna una scorpacciata di cemento. Villari poi si è proposto come l’interlocutore dell’Unesco, che nei mesi scorsi ha redatto un rapporto molto critico su come il ministero è intervenuto a Pompei (ha contestato, per esempio, i commissariamenti stile Protezione civile e ha criticato l’eccesso di attenzione per la valorizzazione a scapito della tutela). E non solo dell’Unesco, con il quale a Parigi il ministero dovrebbe firmare un accordo a fine novembre, ma anche di un’altra cordata di imprenditori, stavolta francesi, disposti a spendere fino a 200 milioni a Pompei. A condizione – ha più volte ribadito Villari, non si sa quanto interpretando i desideri d’oltralpe – che ciò avvenga in sintonia con i loro colleghi napoletani.

Che cosa resti di questa complicata architettura, una volta dimesso il governo Berlusconi, non è chiarissimo. Ma molti temono che non svanisca nel nulla. E non è tutto. Nella partita Pompei entra anche Invitalia, società del ministero dell’Economia, esperta nell’attrarre investimenti. Si dice debba occuparsi di gare d’appalto e di bandi. Invitalia a un certo punto ha sostituito un’altra società che avrebbe dovuto lavorare a Pompei, l’Ales, che almeno era di proprietà del ministero dei Beni culturali.

A Pompei si guarda con preoccupazione a questi scenari. Tornano a profilarsi i fantasmi di una gestione commissariale sotto altre vesti, di soprintendenti molto volatili (ce ne sono stati quattro in due anni) e anche per questo molto deboli. Si agitano personaggi di primo e secondo piano della politica che qui, avvicinandosi elezioni, giocano destini personali. La settimana scorsa è venuto il commissario Hahn. Non aveva mai visitato Pompei. L’ha girata incantato per ore, fino al tramonto, sconvolgendo il protocollo. I soldi arriveranno, ha ripetuto, ma la commissione vigilerà che vengano spesi bene. Un po’ come il Fmi per i conti pubblici italiani.

Ma, come se non bastasse la vigilanza europea, ecco che si annuncia la costituzione di una “cabina di regia” formata dagli archeologi del Consiglio superiore dei Beni culturali (Andrea Carandini; Giuseppe Sassatelli; Francesca Ghedini, sorella di Niccolò, l’avvocato di Berlusconi; il direttore generale delle Antichità, Luigi Malnati). “Potremo seguire e controllare tutte le attività che si svolgono a Pompei – ha spiegato Carandini, che del Consiglio superiore è presidente – e tutti gli atti verranno messi a conoscenza della cabina di regia”. Ma appena poche ore dopo quell’annuncio, il ministero tira il freno: il Consiglio superiore può esprimere pareri e atti di indirizzo, non sovrapporre nuove strutture. La “cabina di regia” pare abortita prima di nascere.

Sugli scavi di Pompei hanno sempre governato o voluto governare in molti. Dai sindaci della città al vescovo. Senza contare il peso di alcune sigle sindacali che sembrano altrettanti clan familiari. E non dimenticando il ruolo dei potenti bancarellari o dei posteggiatori. L’attuale primo cittadino, Claudio D’Alessio (Udc), per non restare fuori dai giochi, ha chiesto di entrare anche lui nella fantomatica “cabina di regia”. Il vescovo Carlo Liberati, che regge il Santuario della Madonna e una vasta rete di proprietà immobiliari, guarda con occhio vigile a ciò che accade dentro gli scavi, pronto a proporre uomini graditi alla curia, come accadde nel 2007 quando festeggiò con un calore che non passò inosservato la nomina a direttore amministrativo di Antonio De Simone, professore di archeologia all’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli.

E proprio De Simone è una di quelle figure che, in questa effervescenza, potrebbe riproporsi. Non si capisce in che ruolo, ma la voce di un suo interesse a tornare a Pompei circola con insistenza. Villari, per esempio, lo ha sponsorizzato apertamente. De Simone ha lavorato molto a Pompei negli anni Ottanta e nel 2007 si è dato terribilmente da fare per diventare direttore amministrativo, una carica che non c’entrava granché con la sua qualifica di archeologo. Per ottenere l’incarico si rivolse a un consigliere regionale del Pd, Roberto Conte, considerato molto vicino all’allora ministro Francesco Rutelli. Le loro telefonate furono intercettate, perché Conte poco dopo fu arrestato per associazione camorrista (poi, espulso dal Pd, è transitato nel centrodestra). Venne fuori uno spaccato di smodate ambizioni personali, ma anche quanto contasse in certi ambienti politici avere un proprio uomo in un posto cruciale alla Soprintendenza di Pompei.

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Cantieri evento e visite multimediali le troppe spese dell’ultimo commissario

Vita e miracoli di Marcello Fiori, commissario dall’agosto 2008 al luglio 2010, venuto dalla Protezione civile con la scusa dell’emergenza poi cancellata dalla Corte dei Conti. Un turbine di idee per il rilancio del sito archeologico, tutte finanziate e tutte più o meno svanite, mentre l’organico di manutentori e archeologi calava inesorabilmente.
POMPEI (NAPOLI) – Le orrende grate che portano incisa nel metallo la scritta “Pompei Viva” restano come le epigrafi con la dicitura SPQR scolpite al tempo dei romani da questo o quel console. E’ il segno di Marcello Fiori, ultimo commissario dell’era Berlusconi spedito a Pompei per preparare il terreno a una fondazione che i terremoti di quello stesso governo hanno fatto abortire più volte nel tempo. Il sogno di sempre, l’intesa pubblico-privato, che porta molte firme e ripropone periodicamente l’intento di regalare l’area archeologica vesuviana al migliore offerente. Un sogno che spesso ha valicato i confini dell’imprenditoria, per incunearsi all’interno dello stesso governo del Paese. Dimentico del fatto che Pompei è governata da un suo ministero, quello dei Beni culturali. A un certo punto, quando si è capito che lo strumento del commissariamento poteva traghettare questa reverie nella giusta direzione, qualcosa è cambiato. E dall’affiancamento di un city manager al soprintendente, la dicitura è cambiata ancora, e si è cominciato a sgranare un rosario di commissari dalle storie e curriculum più vari.

Ma mai commissariamento ha portato a tante spese come quello di “Supermarcellino”, come i fedelissimi chiamano Fiori. Tanto che anche la Corte dei Conti si è preoccupata, e ha annullato con la delibera numero 16 del 4 agosto 2010 (a cose purtroppo già fatte) gli atti della Protezione civile. Veniva così a mancare l’emergenza che aveva motivato l’entrata in campo a Pompei dell’esperto del G8 dell’Aquila. Un’emergenza invocata già altre volte, sostanzialmente sempre per gli stessi motivi: la sicurezza, la sanità pubblica che veniva meno soprattutto a causa dei cani randagi, e poi, in ordine sparso, le bancarelle, le guide turistiche. Fiori, aiutato dalla Lav e in cambio di una cifra di circa 110mila euro, ha agito efficacemente sul randagismo, anche se non sui pompeiani, che continuano ad abbandonare e a non sterilizzare i loro cani. Perciò, per contenere le nascite, nel dopo-Fiori sono archeologi e volontari cinofili ad autotassarsi. E per accudire i cani, anch’essi cittadini di Pompei, si danno da fare come sempre i custodi di buon cuore.

Chiusa la questione randagi, restano molti punti interrogativi. Tanto che sul commissariamento si sta accanendo ora anche la Ragioneria di Stato regionale, passando al setaccio le spese e, dopo aver mosso rilievi sull’attività di Fiori nel 2009, proprio in questi giorni lo fa anche su quella del 2010. Ottanta milioni di euro erano toccati in sorte a Renato Profili, ex prefetto morto nel 2009, e al suo successore, braccio destro di Bertolaso, Marcello Fiori, rimasto in carica a Pompei dal 28 agosto 2008 al 31 luglio 2010. Le grate e i cancelletti che hanno invaso le domus, di cui parlavamo prima, tanto per fare un esempio, sono costati 200mila euro e, oltre a essere tanto piaciuti a Fiori, hanno unito a un design per il quale forse non c’era bisogno di scomodare un architetto, una certa invadenza della grafica, contrastante con quella discretissima realizzata, per concorso e non per assegnazione diretta, dallo studio Zelig negli anni Novanta.

Grava un’inchiesta della Procura di Torre Annunziata sul commissariamento più spendaccione della storia della soprintendenza di Pompei. Soldi che avrebbero potuto essere impiegati per la manutenzione che ora tanto si invoca. Numerosi i beneficiari di progetti non sempre comprensibili. Come quello della Tess Costa del Vesuvio, che ha ricevuto 156mila euro per l’implementazione del piano di gestione del sito Unesco, un lavoro che però a Pompei non sanno spiegare che cosa sia. 275mila euro sono andati invece a Legambiente per un progetto “Pompei accademia internazionale per la formazione di volontari nei siti archeologici”. Ma di volontari in giro non se ne vedono. I due “fiori” all’occhiello nelle intenzioni del commissario dovevano essere la visita multimediale alla casa di Giulio Polibio e il cantiere evento dei Casti amanti. Adesso entrambe le domus sono chiuse. Per la visita alla prima, a Civita sono andati 950mila euro. 550mila euro circa invece all’Idsn, Istituto per la diffusione delle scienze naturali che doveva aiutare i non vedenti a visitare la stessa casa del Polibio pompeiano e anche altre domus. Un progetto che non si può inscrivere nell’area delle emergenze.

Sempre in vista della valorizzazione e non della tutela, venuta poi alla ribalta con furore al primo crollo del 6 novembre 2010, i 185mila euro assegnati da Fiori a CO2, la onlus fondata da Giulia Minoli, Paolo William Tamburella, Daniele Ciccaglioni, Rachele Bonani, Giovanna Corsetti, Simone Haggiag e Sara Tardelli, figlia del calciatore, che negli scopi aveva la rifondazione della comunicazione a Pompei. A leggere la presentazione della onlus, si capisce che CO2 nasce per migliorare l’immagine di realtà depresse, in “crisi”. Peccato che l’area archeologica di Pompei sia una delle poche “aziende” in attivo della Campania. All’interno del pacchetto “Pompei Viva”, comprensivo delle brutte cancellate di cui sopra, CO2 ha lasciato in eredità dopo Fiori una nuova segnaletica, sovrapposta a quella già esistente, promuovendo tra l’altro una Pompei di notte (che già era attivata) e il progetto Pompei in bicicletta. Una iniziativa che prevedeva l’acquisto di biciclette per ottomila euro. Rimaste in deposito, da quando la pista ciclabile è ridiventata un bel percorso panoramico a piedi.

Come per questa ed altre trovate del commissariato, la soprintendenza avrebbe dovuto impiegare nuovi fondi per dar seguito ai progetti avviati da Fiori. Qualche cantiere in più (ma senza le scavatrici impiegate ai Casti amanti) e qualche operazione da servizi aggiuntivi in meno forse avrebbero anche evitato parte dei crolli. Invece solo da un anno a questa parte è stata ripresa la buona pratica della conservazione, messa in atto fino all’agosto 2009. Vaste aree erano già state monitorate e attendevano restauro, ma l’attenzione del commissario Fiori è stata rivolta a progetti come quello della telesorveglianza e servizi web e multimediali affidato a Wind – anche se una videosorveglianza esisteva già – per oltre 10 milioni di euro. Le spese per l’area dei teatri e gli spettacoli ammontano a oltre 7 milioni, e su questa che tra le spese è la più macroscopica è appuntata l’attenzione della Procura.

Intanto, fra multimedialità e duplicazioni – la spesa più eclatante quella del sito web – il personale a Pompei calava, senza che alcun commissario muovesse un dito: come addetti alla manutenzione e restauro sono rimasti 6 operai e 3 restauratori. E con questo organico, per evitare i crolli sui 66 ettari dell’area archeologia, altro che fondazione: ci vorrebbe un supereroe.

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Mancano operai, falegnami e marmistiCosì frena la necessaria manutenzione

Il retro di uno degli edifici crollati: la Schola Armaturarum
Dal 1997 al 2011, i dipendenti dedicati al sito sono diminuiti di circa un terzo, la maggior parte custodi. Colpite soprattutto quelle figure che servivano a “curare” in maniera continuativa gli edifici. Il ricorso a ditte esterne. E così scende la qualità degli interventi
Manutenzione e ancora manutenzione. La parola d’ordine che circola a Pompei viene ripetuta come un ritornello. Soltanto una cura metodica, programmata e prolungata nel tempo può evitare danni agli edifici antichi. E soltanto guardando agli edifici come pezzi di una città, un organismo complesso, senza abitanti, ma con tanti problemi tipici di una struttura urbana. A Pompei si racconta di manovali che conoscevano lo stato di salute di un muro meglio di un archeologo. Di falegnami che capivano a colpo d’occhio se la piattabanda di una porta avrebbe retto. Queste persone sono quasi sparite.

Nel 1997 lavoravano a Pompei 279 persone (erano 711 i dipendenti di tutta la Soprintendenza, divisi fra Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti). C’erano 189 custodi, 10 archeologi, 4 architetti e 54 operai: dai muratori ai falegnami ai marmisti fino ai capicantiere. Nel 2011 la Soprintendenza comprende anche Napoli, ma fra Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti il personale si è ridotto a 494 unità (il 30 per cento in meno). A Pompei lavorano in 197 (anche qui il 30 per cento in meno). Ma mentre gli archeologi sono rimasti in 9 e gli architetti sono cresciuti a 7, i custodi sono 155 (20 per cento in meno) e i tecnici sono appena 9, ai quali si possono aggiungere 4 addetti al restauro di oggetti e 8 al restauro di muratura, di cui 5 attualmente esentati per malattia.

I dati sui dipendenti di Pompei conservano margini di incertezza persino per il ministro Giancarlo Galan, che nei giorni scorsi li ha quantificati in 310 sulla base di un criterio non chiarissimo. Ma la questione più evidente è che si sono ridotti enormemente gli operai, per cui è diventato obbligatorio rivolgersi a ditte esterne, i cui lavori fino a qualche anno fa venivano controllati da capicantiere della Soprintendenza. Ora sempre meno.

Dopo il crollo della Schola Armaturarum (novembre 2010) il governo nella primavera 2011 ha approvato un decreto legge con misure urgenti per Pompei. Erano previste anche assunzioni, che finora non ci sono state. Più volte annunciati, i rinforzi non sono mai arrivati. Inoltre non si è mai capito con certezza quante persone sarebbero arrivate (le voci si sono rincorse, da 70 fino a 20/25), né in che ruolo. C’è stato due anni fa un concorso per archeologi, che ha prodotto una graduatoria di idonei. Ma da lì non si è attinto nessuno. E poi: è davvero di tanti archeologi che ha bisogno Pompei?

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Infiltrazioni, radici e cemento in pericolo duemila anni di storia
Il crollo della Schola Armaturarum ha lanciato il primo avvertimento. Servono interventi urgenti per il sito: due terzi dell’area deve ancora essere messo in sicurezza. Camminano tra il Foro e via dell’Abbondanza frotte di turisti cinesi. I visitatori sono dieci, dodicimila ogni giorno anche ora che sta per arrivare l’inverno. Da dicembre diminuiscono, fino a marzo, ma sono sempre due milioni e mezzo ogni anno. Via dell’Abbondanza sfila dal Foro fino alla Porta di Sarno. Qui si affaccia la Schola Armaturarum crollata un anno fa. Poche decine di metri prima c’è la Casa dei Casti Amanti, chiusa da un parete di vetro, con le passerelle sulle quali sarebbero dovuti sfilare i turisti per osservare il restauro. Più di un milione di euro è costato l’allestimento voluto dal commissario Marcello Fiori. Ma adesso la domus è sbarrata, i lavori sono interrotti. Sulla stessa via dell’Abbondanza, appena usciti dal Foro ecco un cantiere, uno dei pochi aperti con i pochi soldi che sono nelle casse della Soprintendenza. Si riassesta la malta dei muri, che è la più delicata. Le pietre resistono bene anche al dilavamento, la malta no. E se viene meno, il muro va giù. Per proteggerlo meglio a volte si costruisce sul colmo una piccola tettoia che fa scivolare l’acqua lontano dalla malta. Dannatissima acqua.

Questi, spiegano alla Soprintendenza, sono alcuni fra i lavori più urgenti che occore fare perché Pompei non caschi a pezzi. Manutenzione straordinaria e poi tanta manutenzione ordinaria. Quella che si è ripresa a fare da poco, dopo l’euforia dei restauri-spettacolo voluti dai commissari e dopo i crolli. In una mappa del rischio avviata anni fa, poi interrotta, ora ripresa e portata a termine, Pompei è stata divisa in zone colorate. Quelle tinte di rosso hanno bisogno di lavori immediati.

Una delle aree più fragili è il tratto di via dell’Abbondanza dalla Casa dei Casti Amanti fino almeno alla Schola Armaturarum. La strada è transennata, si procede quasi in fila indiana. Le domus sono appoggiate a un terrapieno alto tre metri, che copre una parte di Pompei non scavata. Sul terrapieno, intorno alla settecentesca Casina dell’Aquila, ora sono coltivate fave e friarielli (i broccoli amari). Si sale da un cancello, di solito chiuso con una catena. Il panorama toglie il fiato. Sotto uno strato sottile di terra ci sono lapilli, un materiale incoerente e drenante. Quando piove, i pendii si inzuppano e premono sui muri.

Finché ha lavorato alla Soprintendenza, Annamaria Ciarallo, di professione biologa, ha curato i bordi del terrapieno, ha sistemato una specie di terrazzamento, ha piantato rosmarino strisciante le cui radici trattengono il terreno. Ma c’era bisogno di un lavoro costante e soprattutto fatto a regola d’arte. E invece, racconta la Ciarallo, si sono cimentate anche ditte poco esperte. Poi durante gli anni del commissariamento, 2006-2008, qui sono salite le ruspe e altri mezzi pesanti per restaurare la Casa dei Casti Amanti. L’equilibrio è saltato. E sono arrivati i crolli.

Dalla mappa, spiega la soprintendente Teresa Cinquantaquattro, si deve partire per mettere al sicuro tutto il sito (quarantaquattro ettari scavati, come la città di Rovigo, su sessantasei dell’intera area archeologica). Una corretta regimazione delle acque è il primo degli obiettivi. Le infiltrazioni corrodono le fragili fondazioni delle murature. E poi preoccupano molti restauri compiuti nel primo dopoguerra, quando a Pompei si fece largo uso del cemento armato, convinti che fosse il materiale più duraturo. E invece le anime di ferro si sono arrugginite e interi pezzi di solaio sono diventati improvvisamente più fragili dell’antica muratura. Il peso di quelle strutture con il passare del tempo è diventato insopportabile per le pietre e la malta di duemila anni. Parte del cemento armato viene ora sostituito con travi e con legno lamellare, molto più leggero e molto più resistente alle sollecitazioni. Casa dopo casa, questo è il lavoro che attende Pompei. Sempre che arrivino i soldi. E i rinforzi.

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Visitatori di nuovo in crescita Dai biglietti 22 milioni di euro

I dati che definiscono il sito come una delle maggiori attrazioni turistico-culturali italiane. Il calo del 2009 era dovuto alla questione spazzatura a Napoli. Poi c’è stata la ripresa.

66 ettari La superficie totale del sito archeologico

44 ettari La superficie scavata

11 euro Il costo del biglietto per la visita a Pompei

22 milioni di euro Il ricavo medio da biglietti degli ultimi anni

2 milioni 100 mila I visitatori del sito nel 2000

2 milioni 370 mila I visitatori del sito nel 2005

2 milioni 87 mila I visitatori del sito nel 2009

2 milioni 310 mila I visitatori nel 2010

279 Il personale del sito di Pompei nel 1997

197 Il personale del sito di Pompei nel 2011

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Quando c’era Bertolaso, gli affari della cricca (qui)

da repubblica Le Inchieste

Pieno e convinto sostegno ad un governo autorevole

Pieno e convinto sostegno ad un governo autorevole
Bersani, Finocchiaro e Franceschini dopo la consultazione con il premier incaricato Mario Monti: “Abbiamo confermato pieno e convinto sostegno a questo sforzo e tentativo del professor Monti e dunque non abbiamo posto termini al governo”. “Noi diamo pieno e convinto sostegno ad un governo di autorevole e forte caratura tecnica e non per sostenere meno ma meglio Mario Monti”. Lo ha detto in una breve conferenza stampa il segretario Pier Luigi Bersani al termine di un’ora di consultazione con il premier incaricato Mario Monti e i capogruppo PD di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro.

“Abbiamo confermato pieno e convinto sostegno a questo sforzo e tentativo del professor Monti e dunque “non abbiamo posto termini al governo” a continuato il leader democratico.

Occorre “consegnare alla politica e ai gruppi parlamentari il compito di organizzare un percorso per costruire qualche urgente riforma. Abbiamo indicato la riforma elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari, le riforme costituzionali e istituzionali” ha spiegato Bersani. “Questo è il grande campo in cui le forze politiche dovranno esercitarsi anche per affrontare la crisi”, ed ha aggiunto “c’è stato uno scambio di idee sul tema programmatico”.

Quello di oggi, ha assicurato Bersani “è stato un incontro davvero incoraggiante. Queste riforme si devono affiancare ovviamente alle misure del governo per ‘affrontare l’emergenza”.

www.partitodemocratico.it