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"Non c'è solo lo spread", di Rinaldo Gianola

Ci risiamo. Per capire che aria tira basta fare un giro nelle strade dello shopping di Milano, con quelle vetrine luccicanti e opulente che si offrono compiaciute al cliente sempre più riottoso. Si moltiplicano le offerte “da non perdere” di negozi, grandi magazzini, gruppi di commercianti, “firme”. Non si sono mai viste le promozioni quando manca più di un mese a Natale.Il calo del consumi è misurato in circa il 25% e tutti cercano di salvarsi. Ci sono i commercianti che praticano uno sconto del 10% sul listino, c’è il nome storico americano che a chi compra due capi di abbigliamento pratica una riduzione del 50% su uno dei due, un’altra grande catena offre un taglio del 30% sui suoi ultimi prodotti. È insomma una stagione di saldi in autunno. Un autunno difficile non solo l’Italia, anche per altri paesi che vorrebbero farci la lezioncina, ma certo la nostra situazione è talmente delicata che forse solo un governo d’emergenza può essere così temerario da affrontarla. Se «non si vende un tubo» come si lamentano pubblicamente i commercianti è perchè le famiglie fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese, soldi non ce ne sono e la crisi mostra segni di ulteriore peggioramento. I consumi scendono, i redditi calanoe l’inflazione continua a crescere negli ultimi mesi. Dalla primavera stiamo vivendo quel brutto fenomeno che vede la produzione e i consumi scendere, mentre i prezzi salgono. Magari gli italiani non comprano le scarpe ai figli o non cambiano il cappotto perchè vanno tutti al ristorante, dove non si trova mai posto secondo le valutazioni di Silvio Berlusconi, mala realtà offre ogni giorno notizie sempre più preoccupanti. C’è, infatti, un aspetto dell’emergenza nazionale che travalica lo spread, che pur è il termometro che misura la gravità della nostra malattia. A dar retta agli economisti e agli osservatori esteri si profila per noi non solo un’altra recessione ma anche una nuova tensione sul fronte sociale che viene ancora investito da processi di ristrutturazione, di riorganizzazione delle imprese industriali, dei servizi, del credito. La cronaca è tornata a riempirsi di notizie di chiusure, licenziamenti e cassa integrazione. La Fiat ha pensato bene di interrompere con un mese di anticipo la produzione di Termini Imerese sulla scadenza già annunciata del 31 dicembre. Già che c’era ha comunicato anche la definitiva chiusura di quel che resta di Arese con l’ultimo centinaio di mohicani che si devono arrangiare. Deve essere questo il contributo alla distensione offerto da Sergio Marchionne al Paese in questo momento difficile. Ma ovunque ci si giri è un guaio. La Whirpool, multinazionale dell’industria del “bianco”, che a Varese ha il suo quartier generale chiude e taglia mille dipendenti. I cittadini di Varese sono dei santi a non reagire,ma c’è da chiedersi come hanno fatto a credere alle balle raccontate dai generali della Lega, Bossi, Maroni, Giorgetti, mentre Malpensa tagliava voli e occupati e si perdevano migliaia di posti sul territorio. Non si salvano nemmeno il credito e i servizi. L’Unicredit ha appena annunciato la riduzione di altri 5200dipendenti. Nel settore bancario sono già andati perduti oltre 30mila posti. Ci fosse uno straccio di politica industriale almeno si potrebbe cercare di rintuzzare questa crisi con qualche idea, la concentrazione dei pochi investimenti su alcuni settori. L’agroalimentare? L’energia? La meccanica? La chimica? Cos’è strategico per il nostro Paese? Non si sa. Ci siamo giocati in questi mesi la Parmalat e la Edison senza che nessuno muovesse un dito. Oggi, dopo aver perso circa mezzo milione di posti mentre altrettanti lavoratori sono stati coinvolti nei processi di cassa integrazione strumento che ha bisogno di essere rifinanziato, non serve più a nulla lamentarsi dei ritardi e della sottovalutazione della crisi da parte del centrodestra. C’è solo da augurarsi che il nuovo governo prenda di petto questa situazione cercando di dotare il Paese di una coraggiosa politica industriale per far ripartire l’economia. Altrimenti sarà arduo anche raggiungere gli obiettivi del pareggio di bilancio e della riduzione del debito.

L’Unità 15.11.11

"La fiducia fragile", di Massimo Riva

I primi effetti positivi suscitati sui mercati dal preannuncio della candidatura di Mario Monti ieri si sono rapidamente dissolti. La giornata è cominciata bene con Piazza Affari in rialzo dell´1,3 per cento e il fatidico differenziale coi titoli tedeschi in discesa a 445 punti base. Ma gli scambi sono poi girati in negativo, soprattutto dopo la notizia che l´attesa asta dei Btp a cinque anni si era chiusa senza problemi dal lato degli acquisti ma con un ben poco rassicurante rendimento al 6,29 per cento.a quel momento il segno meno l´ha fatta da padrone: l´indice di Borsa è calato a fine contrattazioni di quasi il due per cento. Mentre lo spread è schizzato di nuovo attestandosi attorno a quota 490.
Le parti politiche che mal sopportano il tentativo di formazione di un nuovo governo – in particolare all´interno del Pdl – hanno colto l´occasione al volo per dichiarare già esaurito il cosiddetto effetto Monti sui mercati. Nessuno si è chiesto se proprio la loro neanche troppo dissimulata ostilità contro la difficile prova che il professore bocconiano sta affrontando sia invece la causa prima e prevalente dell´improvvisa svolta in negativo sui mercati.
Nella sua breve conferenza stampa di ieri sera, il presidente incaricato ha ripetuto più volte la parola «coesione» indicandola come la chiave di volta per poter guidare il Paese fuori dall´attuale drammatica emergenza. Coesione per rispondere a una sfiducia dei mercati che non riguarda tanto e soltanto i numeri fragilissimi dei nostri conti pubblici ma si estende, ormai da tempo, al sistema politico del Paese giudicato incapace di reggere la sfida di una governabilità seria ed efficace come richiede la temperie del momento.
Purtroppo, anziché a sforzi di coesione, ieri si è dovuto assistere a nuovi, estremi, irresponsabili tentativi degli uomini di Berlusconi tesi a fissare paletti, a creare ostacoli, in una sola parola a sabotare il tentativo in corso del professor Monti.
Il tutto, naturalmente, con la solita tecnica manipolatoria del dire e smentire, di dichiarare ufficialmente l´appoggio al nuovo governo in formazione da parte del Cavaliere, ma poi sguinzagliando un manipolo di cani sciolti a porre condizioni, a sollevare problemi, insomma a creare un clima di pesante incertezza sull´esito del già difficile esperimento in corso.
Come diversamente, in questo scenario di mosse di bassa cucina politica, potevano reagire i mercati? Sono mesi ormai che i titoli italiani vivono giornate di continua fibrillazione.
Sono altrettanti mesi che la politica berlusconiana offre al mondo intero uno spettacolo di sostanziale indifferenza di fronte alle sempre maggiori minacce che incombono sull´economia del Paese e sull´affidabilità dei nostri titoli di debito. Il fatto che, giunti all´unico passaggio possibile per non cadere nel precipizio, i vecchi vizi tornino a prevalere, nei fatti poteva essere letto dai mercati in un solo modo: la ricreazione italiana non è ancora finita. Quindi, come ha invitato a fare niente meno che il presidente dei banchieri europei, l´ondata di vendita sui nostri Buoni del Tesoro ha ripreso il sopravvento.
Così rendendo ancora più evidente che oggi l´Italia si dibatte al centro di un tragico paradosso. In forza del quale chi sta operando per sabotare il tentativo di Mario Monti sta provocando tali sfracelli sui mercati da rendere semmai ancora più urgente e necessario che lo sforzo del professore sia coronato da successo.
C´è solo da augurarsi che Mario Monti trovi la forza di spezzare questa spirale al più presto: oserei dire, in poche ore. In gioco c´è l´avvenire prossimo e più lontano dell´intero Paese.

La Repubblica 15.11.11

"Quei privilegi non più tollerabili", di Mario Calabresi

Mario Monti ha pochissimo tempo davanti, l’Italia non può stare a lungo senza un governo in questa situazione, ma per cominciare la sua navigazione deve riuscire a conquistarsi un patrimonio di credibilità con i cittadini e a costruirsi una tenuta politica che ne eviti il naufragio precoce.

Una sfida difficile in un Paese che ancora oggi mostra di non avere consapevolezza delle difficoltà che affrontiamo: lo dimostrano quei leader politici che continuano a giocare e a opporre veti e tutti quei cittadini che sono pronti ad accettare ogni sacrificio, basta che tocchi qualcun altro e non loro.

Il premier incaricato però, pur con quella sua aria distante e un po’ lunare, ha mostrato ieri sera di essere un attento ascoltatore degli umori degli italiani, ha capito che stava crescendo il malessere per un governo che si prevedeva composto solo da uomini e di grande esperienza. Così ha corretto l’impressione sottolineando che la sua squadra sarà orientata a dare risposte ai bisogni delle donne e dei giovani, che perseguirà la crescita e l’equità e non avrà come motto: «Lacrime e sangue».

Se tende ancora l’orecchio allora gli sarà chiaro che, per conquistarsi un ampio consenso e il sostegno della maggioranza degli italiani, dovrebbe mettere al primo punto del suo programma un intervento vero sui costi e sui privilegi della politica.

In tempi di sacrifici e di tagli l’esempio deve venire dall’alto, da chi ci governa: solo se si hanno le carte in regola allora si può chiedere agli italiani di fare rinunce o pagare nuove tasse. La maggioranza uscente ha sottovalutato il problema in questi anni, non ha capito quanto fosse grande nel Paese l’insofferenza verso la cosiddetta «casta», e anche per questo ha perso il consenso di chi l’aveva votata.

E’ necessario un gesto di discontinuità, le possibilità sono moltissime perché moltissimi sono i privilegi e i costi delle burocrazie e della politica (lo hanno spiegato con grande chiarezza ieri Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera , ricordandoci tra l’altro che a Palazzo Chigi ci sono ben più del triplo dei dipendenti che nella sede del primo ministro britannico). Molte sono le cose inaccettabili, per esempio non si capisce perché ogni cittadino italiano abbia una trattenuta sulla liquidazione del 23 per cento (fino a 15 mila euro, perché sopra questa cifra l’aliquota sale al 27) mentre i parlamentari invece non pagano tasse sulla loro indennità di fine mandato. E, come abbiamo raccontato in un’inchiesta di Carlo Bertini, dopo una sola legislatura l’indennità è di ben 46 mila euro netti. E’ chiaro che i tagli alla politica non faranno la differenza nel bilancio dello Stato e non saranno certo determinanti per ridurre il nostro debito, ma è certo che faranno un’immensa differenza nella percezione dei cittadini e nella loro propensione ad accettare i sacrifici necessari a rimettere in equilibrio il Paese. E’ un’impresa difficile e coraggiosa a ogni latitudine (ieri i parlamentari francesi hanno rigettato la proposta di tagliarsi gli stipendi del dieci per cento, preferendo un ben più modesto 3 per cento e non da subito), ma è il necessario punto di partenza.

Ma se ha bisogno dei cittadini, Monti ha bisogno anche del sostegno convinto del Parlamento, per questo ieri sera è stato attento a mostrare rispetto per la politica, i suoi tempi e i suoi percorsi necessari. Anche se non può sfuggire che se la giornata è stata nuovamente drammatica ciò è accaduto perché non c’è ancora un nuovo governo e non ci sono certezze sui tempi.

Alla politica l’ex commissario europeo si è rivolto mostrando la possibilità di trasformare un momento difficile in una vera opportunità di rilancio e speranza. Dovrebbe essere chiaro a tutti i nostri leader di partito che Monti è l’ultima scialuppa di salvataggio sia per loro sia per l’Italia. Ma non tutti l’hanno capito e questa mattina sarà cruciale per misurare la reale volontà dei due partiti maggiori di sostenere il nuovo governo.

Monti avrebbe voluto avere nel suo esecutivo esponenti di peso legati alle tre maggiori forze politiche del Parlamento, non voleva dire tornare indietro o chiedere ai segretari di partito di farne parte, ma costruire un filo diretto con il Parlamento che desse maggiore tenuta al nuovo esecutivo. Si parlava di Gianni Letta e Giuliano Amato, ma questa soluzione è rimasta schiacciata tra i veti incrociati di Pd e Pdl, che non riescono a uscire dalla stagione della contrapposizione e della battaglia. Monti non ha ancora abbandonato la speranza di rafforzare il suo governo, cosciente insieme al Presidente della Repubblica che ad un governo puramente tecnico è più facile «staccare la spina», e ai partiti ha detto chiaramente che è «indispensabile un appoggio convinto».

Quest’uomo, che appare un marziano delle scene politiche per come risponde o non risponde – alle domande, sembra avere presente meglio di quasi tutti noi la gravità del momento. Intorno a lui, nei partiti e nell’opinione pubblica, la memoria sembra essere brevissima, non più lunga di una giornata. Accade perché il cambiamento non ce lo siamo conquistato, perché questa situazione è figlia di spinte esterne più che di una consapevolezza maturata all’interno. Ora abbiamo davanti una seconda occasione, dopo quella seguita al crollo della Prima Repubblica, per riformare il sistema, per ripartire e per ricostruire. Una terza probabilmente non ce la darà nessuno.

La Stampa 15.11.10

"Monti, un italiano su due si fida. E i consensi crescono ogni giorno", di Tiziana Testa

Secondo l’Istituto Piepoli il futuro governo avrebbe un gradimento ancora più alto, pari al 58 per cento. E il “partito delle urne” è precipitato dopo la nomina a senatore a vita di
Monti, un italiano su due si fida E i consensi crescono ogni giorno. Mario Monti ha la fiducia del 50 per cento degli italiani. Un dato cresciuto costantemente negli ultimi giorni. E, per il suo futuro governo, il gradimento è ancora più alto: 58 per cento. A fornire il barometro dell’umore nazionale, rispetto al nuovo esecutivo, è l’Istituto Piepoli con un sondaggio eseguito l’11 novembre su un campione rappresentativo di 500 uomini e donne, dai 18 anni in su.

Gradimento alto, in un Paese disilluso. “Un dato molto alto”, spiega Roberto Baldassari, vicepresidente dell’Istituto. “Bisogna infatti considerare il livello generale di sfiducia che incombe sul nostro Paese. E poi Monti è un tecnico, tra l’altro non molto conosciuto dalla grande maggioranza della popolazione. In più c’è un 23 per cento di italiani che semplicemente non ha ancora ancora un’opinione. Dato che sicuramente si ridurrà nei prossimi giorni”. Perché la fiducia nel futuro esecutivo è più alta, rispetto a quella nel premier incaricato? “Perché non ci sono ancora i nomi – risponde Baldassari – e quindi ogni intervistato è libero di immaginare la squadra dei sogni”. “D’altra parte, alla domanda su chi doveva guidare un governo per affrontare la crisi, 44 su 100 hanno risposto Monti. Solo il 9 per cento ha detto ‘altre personalità’ (e appena il 4 per cento Berlusconi). Insomma, per gli italiani una reale alternativa a questo nome non c’era”.

Il gradimento del governo Monti è sicuramente
più alto tra gli elettori di centrosinistra (80 per cento), ma anche tra quelli del centrodestra il giudizio è positivo: 56 per cento. La sfiducia riguarda più che altro gli indecisi o chi ha simpatia per partiti attualmente non rappresentati in Parlamento.

La svolta con la nomina a senatore. Dall’Istituto Piepoli, poi, fanno notare un altro dato. Quello degli italiani favorevoli alle urne. L’8 novembre erano pari al 55 per cento. Poi, la sera del 9, Napolitano nomina Monti senatore a vita e la percentuale scende al 40 per cento. Il 10 novembre arriva al 38 per cento. L’11 precipita addirittura al 22″. Dunque, la scelta di Napolitano ha indicato la via, per il campione statistico. E d’altra parte la fiducia nel Colle ha raggiunto un livello record: 90 per cento. Mai così alto con i suoi predecessori, anche i più amati. Perché è un presidente percepito come in grado di portare il Paese verso la salvezza”.

Il premier uscente. E Berlusconi? Con quale livello di fiducia lascia? “La percentuale finale – spiega Baldassari – è del 24 per cento, identica a quella del suo governo. Per Prodi, il giorno della caduta, era un po’ più alta: pari al 27 per cento. Ma comunque, sotto il gradimento di un italiano su tre, ogni esecutivo è a rischio”. “Dalla bocciatura del governo uscente si salvano solo Tremonti, Maroni e Frattini. Tremonti ha subìto un appannamento ma è stato apprezzato fino alla fine in quanto considerato interprete del rigore. Insomma, come colui che ha evitato al Paese di finire nel baratro”.

Le misure anticrisi. Ora resta da capire quali sacrifici il Paese è in grado di accettare dal futuro governo. Al campione statistico è stato permesso di fornire una risposta multipla. Ebbene, la misura meglio “digerita” è la patrimoniale (37 cento). Il 30 per cento è favorevole a provvedimenti per diminuire il costo del lavoro, il 29 alla vendita di case e terreni pubblici, solo il 4 per cento al ritorno dell’Ici sulla prima casa. Il record dell’impopolarità per i licenziamenti più facili nella aziende in crisi: i favorevoli sono appena due su 100.

www.repubblica.it

Confermato il treno per Auschwitz nel 2012

Parte il prossimo 18 novembre con una giornata seminariale il Corso di formazione legato alla ottava edizione del progetto Un treno per Auschwitz, l’iniziativa della Fondazione ex Campo di Fossoli che ormai ha assunto valenza nazionale e che vede partire ogni 25 gennaio l’ormai tradizionale viaggio a cui partecipano circa 700 persone: di questi buona parte sono studenti e insegnanti delle scuole medie superiori modenesi, ma non mancheranno anche nel 2012 scrittori e musicisti (Carlo Lucarelli, Paolo Nori, Carlo Boccadoro), studiosi, giornalisti e amministratori locali disposti a compiere un viaggio nella memoria e per la memoria. L’edizione 2012 del Treno ha rischiato però di essere svolta in pullman. Il Treno inteso come convoglio rischiava infatti di non esser più disponibile, visto che Trenitalia aveva deciso di non mettere a disposizione locomotiva a vagoni per trasportare da Carpi in Polonia i ragazzi a gennaio. Quando già si era previsto l’utilizzo di diversi pullman e prevista una sosta in Austria per la notte proprio questa mattina è giunta in extremis la conferma che il viaggio si farà in treno con una ’staffetta’ a Tarvisio tra Trenitalia e le ferrovie tedesche. Non verrà meno dunque uno dei momenti più suggestivi dell’iniziativa, la possibilità di realizzare iniziative comuni nelle carrozze, siano esse conferenze, serate musicali o semplicemente momenti di confronto tra ragazzi, studiosi, insegnanti e artisti. La Fondazione ex Campo di Fossoli andrà incontro ad una leggera maggiorazione della spesa per il viaggio, ma si dice soddisfatta dell’esito della trattativa, e ringrazia dell’impegno che si è assunta per arrivare ad una soluzione della vicenda anche la parlamentare carpigiana Manuela Ghizzoni

Il Corso di formazione sul progetto intanto come detto prenderà il via venerdì 18 novembre, strutturato in tre diversi momenti: una giornata seminariale, tre approfondimenti tematici, due presentazioni di libri. L’obiettivo è quello di connettere spunti diversi per fornire agli insegnanti interpretazioni e materiali da utilizzare nel loro lavoro didattico. Nella giornata seminariale del 18 novembre le relazioni della mattina affronteranno il tema della violenza, delle sue forme, di una possibile “giustizia”; nel pomeriggio l’attenzione sarà invece focalizzata sul paese, la Polonia, nel quale si trova il simbolo della violenza del XX° secolo e su come essa ne ha elaborato la memoria. Partendo da un’opera significativa, i tre approfondimenti tematici vogliono indagare poi come un determinato linguaggio – il cinema, la fotografia, il fumetto – abbia rappresentato il tema della Shoah e come sia possibile utilizzarlo a scuola. Le presentazioni dei libri verteranno infine sui due luoghi specifici del progetto: il campo di Fossoli e il campo di Auschwitz.

Ricordiamo che il Treno per Auschwitz parte da Carpi perché quella della città dei Pio è la stazione ferroviaria dalla quale oltre 60 anni fa migliaia di prigionieri del vicino campo di concentramento di Fossoli, tra cui Primo Levi, partirono verso i lager di tutta Europa e in particolare migliaia di deportati ebrei in direzione dell’inferno di Auschwitz.

Il progetto è promosso dalla Fondazione ex Campo di Fossoli, e ha goduto finora dell’Alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio anche del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, oltre che del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dell’Assemblea legislativa regionale e della collaborazione della Provincia di Modena, dei Comuni di Carpi, Castelfranco Emilia, Finale Emilia, Mirandola, Modena, Pavullo, Sassuolo e Vignola, grazie infine al contributo delle Fondazioni Cassa di Risparmio di Modena, Carpi, Mirandola e Vignola.

La Fondazione ex Campo ha intanto aggiornato il proprio sito, www.fondazionefossoli.org.

"Beni culturali, cambiare ora", di Vittorio Emiliani

Tutti riconoscono che la più grande ricchezza del nostro Paese è quella che si sostanzia in oltre 3.500 musei, in quasi 100.000 fra chiese e cappelle, in 40.000 torri e castelli, in 20.000 centri storici di cui almeno mille strepitosi (italici, etruschi, greci, romani), ecc. e in paesaggi tanto belli e diversi, “fatti a mano” (una «seconda natura», scrisse Goethe) che, malgrado una demenziale cementificazione, affascinano ancora tanti turisti.
Tutti lo riconoscono, però questo Ministero che una volta saggiamente ricomprendeva anche i beni ambientali -, già cenerentola dei Ministeri, coi tagli feroci del governo Berlusconi-Tremonti vede ridotte al lumicino le risorse finanziarie e quelle umane e tecniche: gli archeologi di ruolo sono 341, al pari degli storici dell’arte e degli architetti.
Perché si arresti questa suicida spoliazione e il dilagare dell’ignoranza nelle scuole di ogni grado ribadita dal ministro Gelmini («ex» per sempre speriamo), un gruppo di associazioni e di persone che si battono per la salvezza di tanto patrimonio hanno rivolto un appello al presidente Napolitano sempre tanto sensibile ai problemi della cultura. Si tratta, oltre a chi scrive, di Desideria Pasolini dall’Onda (fondatrice di “Italia Nostra”), dell’urbanista Vezio De Lucia, del sociologo Luigi Manconi per il Comitato per la Bellezza, della presidente della storica “Italia Nostra”, Alessandra Mottola Molfino, di Marisa Dalai, importante storica dell’arte, presidente della Bianchi Bandinelli, di Fulco Pratesi fondatore e presidente onorario del Wwf-Italia, dell’urbanista Edoardo Salzano e dell’archeologa Maria Pia Guermandi che animano Eddyburg, sito battagliero.
Chiedono che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ma il discorso vale pure per l’Ambiente) venga affidato «a una persona di alto profilo culturale e morale, di sicura competenza politico-amministrativa e di provata autonomia rispetto alle due più recenti, negative gestioni del Ministero stesso». Cioè rispetto alle gestioni Bondi e Galan. Il MiBAC affermano è al disastro: risorse per la mera sopravvivenza, investimenti ormai inesistenti, tecnici ministeriali, in assenza di concorsi, pochi e anziani, promosse ad alti incarichi persone bocciate nei rari concorsi ledendo ogni meritocrazia, decine di Soprintendenze gestite ad interim, commissariamenti diffusi e dannosi, co-pianificazione Ministero-Regioni per il paesaggio bloccata mentre la speculazione imperversa, educazione all’arte sempre più inadeguata, ecc.
Da qui l’indispensabilità che, per risalire da tanto disastro e per sanarlo, al Collegio Romano vada una persona di alta competenza e moralità che nulla abbia a che fare col recente devastante passato che ha pure disattivato alcune buone leggi. Un nome potrebbe senz’altro essere quello di Salvatore Settis, studioso di fama, già al Getty e alla Normale di Pisa, dimessosi dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e subito sostituito da Bondi. In questo mondo non mancano personaggi qualificati.
Uno di questi è certamente l’archeologo Stefano De Caro appena nominato, primo italiano, direttore generale dell’ICCROM, istituto internazionale per il restauro, malgrado l’opposizione udite, udite del delegato italiano inviato a fare quella figura barbina dal Gabinetto dell’ormai perente ministro Giancarlo Galan. Presumibilmente dallo stesso Salvo Nastasi che a Venezia ha spalleggiato l’improvvida scelta di Galan di non confermare alla Biennale Internazionale di Venezia il presidente in scadenza Paolo Baratta (che ha fatto benissimo) per metterci un amico del Cavaliere. Quel Malgara che, davanti a 4.500 firme contrarie da tutto il mondo e a un parere negativo della Camera, ha almeno avuto la dignità di farsi da parte.
Due episodi fra i tanti che confermano l’indispensabilità di imprimere una svolta che salvi insieme il patrimonio di competenze pubbliche, di tecnici tanto bravi quanto sottopagati (1.700-1.800 euro per dirigenti con trenta’anni di carriera) e una fonte di cultura che è anche economica (se la si tutela): il turismo fornisce una quota di PIL vicina a quella della tanto decantata edilizia e una bella fetta di essa viene dal turismo culturale.

L’Unità 14.11.11

"Scatti rubati ed esuberi occultati nell’era Gelmini", di Osvaldo Roman

L’era che si è conclusa del ministro Gelmini lascia molte macerie nel nostro sistema di istruzione. Ci vorrà tempo per ricostruire e non sarà sicuramente possibile iniziare a farlo in questa fase di transizione e di emergenza che si sta aprendo.
In questa fase è augurabile e sicuramente possibile che sia posto termine al metodo degli abusi e delle sopraffazioni che i nostri precedenti governanti hanno adottato incessantemente e senza alcuno scrupolo nell’attività legislativa e soprattutto nelle sua gestione amministrativa.

Una legislazione spesso realizzata sul filo e oltre la correttezza costituzionale, condotta incessantemente con gli strumenti del Decreto legge e del voto di fiducia e una gestione amministrativa nella quale le norme che presiedono al suo esercizio sono state ripetutamente violate.

Tutto ciò è avvenuto sulla base del principio autoritario tipico del populismo berlusconiano secondo il quale “alla maggioranza può essere consentito tutto”. Ci saranno altre occasioni per ripercorrere compiutamente il percorso e la natura di queste violazioni a partire dal piano programmatico fantasma e dai regolamenti inesistenti che hanno consentito di emanare circolari che hanno distrutto decine di migliaia di posti prima che i decreti che prevedevano la riduzione degli organici fossero entrati in vigore.

In questa nota mi voglio soffermare su due vicende di tipo giuridico e amministrativo che si sono verificate in questo ultimo periodo con caratteri di totale assenza di trasparenza e con tentativi di varia provenienza di occultare e di impedire la conoscenza dei dati di fondo che li caratterizzavano. Si tratta della vicenda della cancellazione, ai fini della carriera economica del personale docente e ATA, delle tre annualità 2010-2011-2012 e della vicenda degli esuberi di personale docente conseguenti alla cosiddetta riforma.

Con la manovra attuata con il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010 n. 122, si è prevista la cancellazione permanente di tre anni (2010-2011-2012) della carriera del personale docente e ATA (articolo 9, comma 23), e si è contestualmente stabilità la possibilità della retribuzione degli scatti maturati dal medesimo personale nello stesso periodo a valere su parte delle risorse destinate alla valorizzazione del merito, secondo quanto stabilito all’articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008.

Come previsto dalla relazione tecnica al detto decreto-legge, tale scelta avrebbe comportato un grave danno economico per la categoria dei dipendenti del comparto scuola, pari ad un risparmio della spesa pubblica stimata in 18,72 miliardi di euro al 2047.

Quello che si è voluto assurdamente nascondere, nessun giornale economico e nessun quotidiano nazionale ne ha parlato sino ad oggi, é un fatto evidente in tutti i documenti legislativi e di programmazione approvati dal Parlamento Si è voluto in ogni modo nascondere all’opinione pubblica, e soprattutto al milione di dipendenti direttamente coinvolti, che la previsione di retribuire gli scatti maturati nel triennio 2010-2011-2012, per un ammontare rispettivamente di 410, 664 e 956 milioni di euro (qualora tali risorse derivanti dal taglio degli organici fossero state confermate nei rispettivi bilanci annuali), non aveva comunque modificato gli effetti economici e giuridici di cui al comma 23 dell’articolo 9 del decreto-legge n. 78 del 2010, e cioè la cancellazione nella successiva carriera economica della validità di quelle tre annualità.

Tale circostanza aveva trovato conferma nella decisione di finanza pubblica 2011-2013, ove tali tagli erano stati indicati, alla tabella 2.10, rispettivamente in 320, 640, 960 milioni di euro, come componenti del saldo primario.

Analogamente, tale decisione risultava confermata nel documento di programmazione economica e finanziaria 2011, e segnatamente alla tavola VI.I della Sezione I ove erano indicati riduzioni di spesa per 418 milioni di cui 320 riferibili alla scuola nel 2011, 812 milioni di cui 640 per la scuola nel 2012 e 1.124 milioni di cui 960 per la scuola nel 2013.

Il Ministero dell’economia e delle finanze, con la circolare n. 12, emanata ad aprile 2011 e resa nota nel giugno successivo ha interpretato il decreto-legge n. 78 del 2010 confermando che: «L’articolo 9, comma 23, primo periodo, stabilisce che per il personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA) della Scuola gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti. Ferma restando la non utilità ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici dell’intero triennio 2010-2011-2012, si evidenzia comunque la possibilità di intervenire sugli effetti della norma in esame ai sensi del combinato disposto di cui all’articolo 8, comma 14, e all’articolo 9, commi 1 e 23, ultimo periodo, del decreto legge in esame, come modificato in sede di conversione».

La relazione della Corte dei Conti, che accompagna il rendiconto 2010 del bilancio del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, ha rilevato, cogliendo di sorpresa lo stesso Ministero oltre che le organizzazioni sindacali, che vi è «indisponibilità di risorse da destinare al recupero dell’utilità dell’anno 2011, ai fini della maturazione delle posizioni di carriera e stipendiali del personale del comparto scuola».

Si tratta di ben 664 milioni di euro che dopo le riduzioni apportate in sede di legge di assestamento non risulterebbero in gran parte più disponibili nel bilancio 2011, ciò a causa della norma di salvaguardia che opera in conseguenza del mancato raggiungimento nel bilancio 2010 degli obiettivi di riduzione della spesa previsti dall’articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008; l’articolo 16, lettera b).La relazione tecnica di tale articolo prevedeva per i tre anni in questione un fondo di 410.543.412; 664.088.565 e 956.686.979 euro. Quello che si è voluto occultare è il fatto che tali risorse figurano fra i tagli apportati strutturalmente al Bilancio e la loro ricollocazione nel capitolo 1298 era destinata alla finalità di erogare dei premi per il personale. L’utilizzazione di questi fondi per garantire il pagamento degli scatti non avrebbe fatto venire meno la riduzione della spesa di bilancio dovuta per il taglio dei medesimi scatti. In definitiva il Bilancio del MIUR risulta decurtato per gli anni in questione delle cifre sopraindicate e gli scatti sarebbero stati retribuiti con le risorse accantonate nel capitolo 1298, qualora confermate in sede di verifica dei risultati conseguenti ai tagli.

Si deve inoltre ricordare che nell’anno scolastico 2010-2011, utilizzando i 320 milioni dei fondi immessi nel bilancio 2010 (Missione fondi da ripartire capitolo 1298), si è provveduto con D.I. n. 3 del 14 gennaio 2011 a garantire il pagamento degli scatti maturati con l’anno 2010:

Per il 2011 la Corte dei Conti, su evidente segnalazione Ministeriale, individuava una riduzione della previsione dei 640 milioni dello stanziamento inserito nel bilancio 2011 al capitolo 1298 della missione “Fondi da ripartire” dovuta al mancato raggiungimento delle riduzioni di organico previste e alle nomine effettuate sull’organico di fatto per i docenti di sostegno nominati in seguito alla sentenza della Corse Costituzionale su tale questione.

La vicenda del blocco degli scatti retributivi, che riguarda, con annualità diverse ma con modalità analoghe che escludono peraltro ogni retribuzione compensativa, anche il personale docente dell’Università, ha avuto uno sviluppo con il decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni dalla legge n. 111 del 2011.

Questo provvedimento ha stabilito la proroga fino al 31 dicembre 2014 delle vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici anche accessori del personale delle pubbliche amministrazioni previste dalle disposizioni medesime; tale previsione ha determinato nella scuola una proroga, senza una copertura finanziaria analoga a quella individuata per l’articolo 9, il comma 23, del decreto-legge n. 78 del 2010, del blocco degli scatti retributivi che saranno maturati negli anni 2013 e 2014.

Questa misura, insieme alle altre previste all’art.16 del DL 98/11 e in parte confluite nella legge di stabilità 2012, potrà essere attuata da un apposito regolamento di delegificazione che rappresenta una delle prime grane per il nuovo esecutivo. Di pozzi avvelenati come questo il Ministro Tremonti ne ha disseminati parecchi.

Un altro pozzo avvelenato nel settore scolastico è rappresentato dal fenomeno dei 10.000 docenti di ruolo perdenti posto (definiti nel gergo burocratico-amministrativo “esuberi”) in seguito alle dissennate riduzioni di organico soggiacenti alla sedicente riforma Gelmini.

Poiché non esistono dati ufficiali su questa materia, come in quasi tutte quelle altre che consentirebbero una lettura trasparente di quello che è avvenuto nel sistema scolastico italiano in questi tre ultimi anni scolastici, si può tentare di effettuare un’analisi del fenomeno e del suo intrecciarsi col recente avvio del piano di nomine a tempo indeterminato.

Per i docenti all’inizio dell’anno scolastico 2011-12 avrebbero dovuto essere vacanti 31.486 posti, gli esuberi avrebbero dovuto essere 10.014 (di cui 1.904 nella scuola primaria;1.243 nella scuola secondaria di I°; 6.902 nella scuola secondaria di II°) e le nomine a tempo indeterminato da effettuare 21.472.

Per gli ATA i posti vacanti 42.035 gli esuberi 149 e le nomine 41.886

A seguito della sessione contrattuale del 19 luglio 2011, realizzata per dare attuazione al piano triennale previsto dall’art. 9 del Decreto legge 70/11 riguardante la nomina del personale precario della scuola, è stato emanato il Decreto interministeriale 3 agosto 2011 che disponeva per l’anno scolastico 2011-2012 l’assunzione di 30.300 unità di personale educativo e docente, di cui 10.000 a completamento della richiesta di assunzioni effettuata per l’anno scolastico 2010-11, e di 36.000 unità di personale ATA.

A testimonianza di uno stile che ha caratterizzato tutta la gestione di questo ministro, il cui Direttore generale per la Comunicazione ignorava che è un preciso obbligo posto dalla legge, che regola la gestione del piano statistico nazionale, rendere pubblici divulgare tutti i dati che caratterizzano l’evoluzione del sistema, di tutta questa partita delle nomine non se ne saputo niente di ufficiale finora.

Pertanto si ignora quante siano state, delle 30.300 e delle 36.000 annunciate rispettivamente per Docenti e ATA le nomine effettuate e in particolare:

quante quelle complessivamente effettuate a tempo indeterminato per i docenti, gli educatori, e per gli ATA

quanti dei suddetti posti siano stati accantonati per il personale docente in esubero;

quanti siano stati accantonati per il personale dichiarato inidoneo e destinato all’inquadramento di ruoli del personale ATA;

quanti posti ATA siano stati accantonati per i concorsi interni;

quanti dei sopraindicati posti disponibili non siano stati complessivamente utilizzati per le nomine a tempo indeterminato del personale precario.

Anche partendo dal dato, reso noto dal MIUR, che per i docenti inidonei sarebbero stati accantonati 1.293 posti, che per consentire la mobilità professionale degli ATA era stato previsto l’impiego di 3.185 posti e che per le nomine nei concorsi ATA erano stati accantonati altri 4.393 posti, oggi non è dato conoscere quanti precari siano stati effettivamente nominati per l’anno in corso.

Ma il fenomeno degli esuberi del personale docente oggi drammaticamente oggetto delle misure sulla mobilità stabilite dalla legge di stabilità merita un approfondimento specifico.

Oggi ci si deve interrogare come sia stato possibile che con un operazione che aveva l’obiettivo di eliminare in tre anni scolastici 87mila posti di docente e 45mila di ATA al fine , si diceva, di sradicare il fenomeno del precariato, e di risparmiare circa 8 miliardi della spesa pubblica si sia ottenuto il risultato di avere in servizio 10.000 docenti di ruolo privati del loro posto e 115 mila unità docenti precari pari al 14,9% del totale, dato questo percentualmente identico a quello registrato nell’anno scolastico 2005-06.

Il fenomeno degli esuberi nella docenza è da ricondursi unicamente alla pedestre “non riforma gelminiana” fatta unicamente con la realizzazione di tagli lineari indifferenziati nel territorio e nei diversi ordini scolastici. Dei diecimila docenti, di cui nessun giornale si è finora occupato, si è dianzi visto che 1.904 sono insegnanti della scuola primaria;1.243 della scuola secondaria di I°;e ben 6.902 nella scuola secondaria di II°. Di questi ultimi circa 3.400 sono insegnanti tecnico pratici dell’istruzione tecnica e professionale che hanno perso il posto perché la riforma epocale di questo tipo di istituzioni, cosi care al Prof Prodi e oggi destinate, in assenza di una netta inversione di marcia, ad un rapido declino, non prevede più la centralità dell’uso dei laboratori!

Dal prossimo anno scolastico 2500 di costoro rischiano prima due anni di cassa integrazione a metà stipendio e poi il licenziamento. In alternativa alla “Marchionne” è stato loro già proposto di andare a fare gli aiutanti tecnici!

da ScuolaOggi 14.11.11