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"Il vuoto occidentale", di Vittorio Zucconi

C’è un fatto nuovo nel conflitto antico fra Israele e Hamas: l’indifferenza del resto del mondo e l’ammissione esplicita di impotenza: «Hamas lancia razzi e non vuole tregua », sospira John Kerry da Washington, partendo per il Cairo. Netanyahu eviti l’escalation, dice obliquamente Obama, ma senza chiedergli
di fermarsi, in altre tragedie immerso.
L’ONU, come sempre, non conta. Dunque, che il massacro continui, ammazzateli ma “con juicio”, come avrebbe scritto Manzoni, che il fuoco bruci fino a consumare se stesso anche questa volta, lasciando le braci per il prossimo incendio. Il reciproco mattatoio, quotidianamente tentato senza grandi effetti da Hamas per provocare la furia israeliana e condotto con ben maggiore efficacia da Tsahal, l’armata israeliana, che non si fa ripetere l’invito, è ricominciato esattamente dove lo avevamo lasciato nel 2009 al termine dell’Operazione Piombo Fuso. E più che grida di sdegno da Europa e Stati Uniti si levano alzate di spalle, blandi moniti e, dopo fascine di morti, inviti alla prudenza.
Viviamo un “overload”, un sovraccarico di tragedie e di fallimenti politico-diplomatici che inducono il senso di stanchezza, la “Crisis Fatigue”, la spossatezza che ormai accompagna le periodiche, puntuali, prevedibilissime recidive di questo male incurabile. Mentre le prime colonne corazzate dei tank israeliani Merkava attraversavano il cosidetto confine di Gaza, Bagdad, la capitale “liberata” e restituita alla democrazia dalle armate di Bush esplodeva in attentati degli Shia contro i Sunniti con centinaia di morti.
Mosul ripiombava nella barbarie fanatica del suo Erode mussulmano, il demente “califfo”. Nel cielo dell’Ucraina un jumbo jet con 289 persone a bordo era abbattuto come neppure più avviene con i piccioni nel tiro a segno. E Barack Obama era costretto a tornare al confronto con il più imprevedibile, spregiudicato e formidabile degli avversari, Vladimir Putin.
Il cuore del mondo non sanguina più, oltre le immagini per Tg e giornali tanto simili al passato da apparire di repertorio, per questa tragedia che fa orrore senza fare più paura a chi non deve temerne le ripercussioni globali come in passato. Anche Papa Francesco, forse l’unico in grado di invocare la pace come valore assoluto e senza secondi fini, deve oggi guardare alla sorte infame degli ultimi cristiani martirizzati in Iraq come neppure Saddam aveva mai osato fare e affidarsi alla preghiera silenziosa che ieri ha chiesto ai fedeli in Piazza San Pietro.
Nelle cancellerie, come nelle opinioni pubbilche d’Europa e d’America, cresce il sentimento che ogni intermediazione, ogni esortazione, ogni iniziativa siano tempo perso, oltre le ragioni e i torti, la commozione e lo sdegno per bambini abbattuti sulla spiaggia. Le immagini già viste si accavallano alle immagini, l’orrore all’orrore nell’“overload” del troppo che produce assuefazione. Quando il ministro degli Interni israeliano, Eli Yishai, spiegò nel 2008 che l’obiettivo dell’Operazione Piombo Fuso «è riportare Gaza al Medio Evo e così farci vivere tranquilli per almeno 40 anni», il mondo ebbe un sussulto di condanna.
Ma quando, due giorni or sono, il ministro dell’Economia Naftali Bennet ha annunciato il passaggio dalla “Cupola di Ferro”, la difesa antimissile, al “Pugno di Ferro”, la risposta da Washington è stata l’ipotesi di inviare il segretario di Stato John Kerry, subito sconsigliato da tutti. Hamas non lancia razzi per uccidere ebrei ma perchè “l’Ebreo” uccida palestinesi e tenga vive le braci dell’odio, da una generazione all’altra.
Per misurare lo sconforto, l’apatia forzosa verso la nuova fiammata, proprio John Kerry è il metro migliore. Nei 17 mesi trascorsi alla guida della diplomazia americana, dopo il fallimento di Hllary Clinton che si è saggiamente chiamata fuori in vista della corsa alla Casa Bianca, Kerry ha compiuto undici missioni in Medio Oriente e ha consumato ventisei giorni in colloqui e proposte che hanno prodotto precisamente nulla. Obama, accusato di apatia generalizzata e di indecisionismo cronico, ha ripetuto l’offerta americana di servire come “honest broker”, come mediatore onesto e neutrale fra le parti. Ma nessun “broker” può concludere un contratto fra clienti che esistono, come dice la Carta Costitutiva di Hamas 1988 per «uccidere ebrei fino al Giorno del Giudizio, nel nome di Allah il Misericordioso». E l’altro che considera Hamas, nelle parole del premier Netanyahu «come un animale in sembiante umano ». Che cosa può costituire “escalation” dopo quello che già è avvenuto? Determinare torti e ragioni, o fingere equidistanza in un viluppo che si stringe e si annoda da ormai quasi settant’anni non accresce la possibilità reale, per «mediatori», di intervenire con efficacia. L’opinione pubblica americana resta saldamente e culturalmente dalla parte di Israele, senza che si debbano agitare i soliti spettri della “lobby ebraica”, ma sentimentalmente appoggia la creazione di un entità statale palestinese che non è quasi più immaginabile nella guerra interna fra i fondamentalisti di Hamas e i laici di Fatah divisi fra Gaza e una West Bank, rosicchiata dagli insediamenti dei coloni.
L’Unione europea non ha alcuna autorità nel predicare soluzioni e pacificazioni, non essendo mai neppure riuscita a darsi una politica estera comune o, come si vede ora, un ministro. Obama fallirà per accidia, forse per incompetenza, laddove i suoi predecessori hanno fallito per generosità e impegno, da Nixon a Carter fino a Clinton, che aveva consumato gli ultimi mesi della propria presidenza inseguendo l’Accordo e fino ai deliri di Bush che aveva immaginato possibile una grande manovra di aggiramento, partendo da Bagdad. A chi gli rimprovera di non fare abbastanza, dopo le illusioni sollevate dal magnifico Discorso del Cairo dopo la vittoria, Obama potrebbe rispondere che, anche cambiando l’ordine dei Presidenti, il risultato non è mai cambiato. Soltanto, per favore, non esagerate, massacratevi con dolcezza.

da La Repubblica

"Quei corpi accusano l’Europa", di Gianni Riotta

Nell’Iliade, l’epica greca celebra le onoranze funebri ai defunti come comandamento etico del mondo classico: il poema si conclude, nella traduzione di Monti, con «questi furo li estremi onor renduti al domator di cavalli Ettorre». E nel dialogo tra il Re troiano Priamo, che gli chiede il corpo straziato del figlio Ettore, e il crudele guerriero mirmidone Achille, i due eroi trovano un momento di comune compassione umana, al di là del conflitto feroce in corso.

Da Omero alle tregue della I guerra mondiale per recuperare i caduti, fino al credo del corpo Usa dei Marines non lasciare mai un compagno indietro, vivo o morto che sia, e alle donne che corrono al Santo Sepolcro per accudire il cadavere di Gesù, trovandolo risorto, il valore del corpo delle vittime è cruciale nella nostra cultura. Troppo tempo, ahinoi, sembra dividerci dai classici cui facciamo risalire, con trascurata arroganza, le radici della civiltà, se i cadaveri dei 298 esseri umani del volo MH17, travolti dalla ferocia dei separatisti ucraini del capobanda «Bes», guidati da specialisti militari russi, possono giacere sui campi tra Snizhne e Torez, adulti e bambini «di cani e d’augelli orrido pasto» – come ha descritto nel suo impressionante reportage Lucia Sgueglia – e poi venire traslati su vagoni merci, senza che la coscienza di europei e americani sia travolta dallo sdegno.

La maggior parte degli innocenti immolati in Ucraina a una folle rivolta, che il leader russo Vladimir Putin, qualunque sia il suo ruolo nella strage MH17, ha incoraggiato, finanziato e fomentato, sono cittadini dell’Unione Europea, che si vanta di essere faro di diplomazia, pace, convivenza. In realtà, mentre la Casa Bianca – che ha sul tavolo, come gli europei, le prove della colpa dei separatisti ucraini e del coinvolgimento diretto dei russi – prova a alzare di un filo il tono, gli europei proseguono nel frusto cerimoniale, feluche e poltrone da occupare, note di ambasciatori consegnate tra un tè e un ballo, attentissimi a non turbare un solo contratto, un appalto, un import-export.

I cadaveri dei nostri concittadini, saccheggiati, sporcati, derubati dai mercenari raccolti in nome di una causa violenta oggi e perdente domani, intenti a occultare sacrileghi le prove del loro criminale intento, saranno nei libri di storia di domani accusa feroce a questa Europa, che fingendo di detestare la guerra e di parlare di pace per far business, stolidamente semina la zizzania della prossima guerra ai confini dell’Unione. Che arriverà e sarà crudele.

da www.lastampa

"Una palestra per l'interattività", di Giunio Luzzatto

Nessuno osa affermare esplicitamente che non occorre affrontare il tema di una presenza forte della Educazione civica nel sistema scolastico. Chi lo affronta connette quasi sempre tale esigenza all’individuazione di una specifica “materia” alla quale l’Educazione civica deve connettersi; la materia individuata nelle diverse proposte è però una sempre diversa, e nulla accade in concreto anche (certo, non solo) proprio per questo.
Vi sono ottimi motivi per i collegamenti con la filosofia e con la storia (interventi di Armando Massarenti e di Roberto Balzani). Ma altri collegamenti, come poco oltre cercherò di argomentare, sono altrettanto validi, sicché credo che l’approccio debba investire alcune questioni preliminari.
Questione prima, e fondamentale: nel parlare delle competenze da fornire, dobbiamo riferirci solo ai ragazzi, o prima ancora agli insegnanti? Ho avuto occasione, quando era in attività la Scuola di Specializzazione Ssis per la loro formazione, di verificare le loro informazioni sulla Costituzione, cioè sul quadro istituzionale entro cui la scuola italiana opera; si trattava di laureati intenzionati a divenire insegnanti, ma l’indagine compiuta mostrava impressionanti carenze sugli aspetti più elementari della nostra convivenza civile.
Aspetti che dovrebbero essere nel bagaglio culturale dei docenti di tutte le discipline: non perché tutti debbano insegnare educazione civica, ma perché tutti dovrebbero essere educatori in senso generale. L’ambiente scolastico, inoltre, è la prima “società” che, dopo la famiglia, i giovani incontrano; l’educazione civica resta sulla carta se la scuola non è essa stessa un esempio di organizzazione civicamente corretta, e la scuola può esserlo solo se gli insegnanti verranno preparati a gestirla con tali caratteristiche.
Seconda questione, le esigenze di interdisciplinarità. Beninteso, affidare a un ben individuato docente il compito dell’insegnamento di Educazione civica è indispensabile: la generica affermazione che esso rientra nei doveri di tutti i docenti è stata spesso, in passato, la copertura per non definire, per almeno uno di essi, questo dovere specifico. Va però superata, con la massima decisione, la tradizionale tendenza a considerare il docente come una monade, che progetta e attua il suo insegnamento senza interazioni con i colleghi: ogni materia ha un suo statuto disciplinare, ma chi la insegna deve avere la massima attenzione a tutte le connessioni interdisciplinari, se non altro perché il ragazzo che abbiamo di fronte ha un unico cervello, ed è assurdo pretendere (come, in concreto, si fa abitualmente) che faccia lui, a valle, le connessioni che – a monte – non siamo stati capaci (o desiderosi) di fare noi.
Questa esigenza, del tutto generale, di collaborazione interdisciplinare consente anche di sdrammatizzare, nel caso particolare della Educazione civica, la vertenza sulla collocazione di essa. Al proposito, se sono validi gli argomenti che fanno riferimento alla filosofia e alla storia, almeno altrettanto vale il legame con il diritto: non per avallare la “giuridificazione” che giustamente Balzani deplora, ma perché ogni ragionamento sui diritti e sui doveri non ha solo una componente astratta, ma si colloca poi in un preciso quadro istituzionale. Preparare i giovani nell’ambito del diritto è comunque doveroso, anche in termini più complessivi rispetto alla sola Educazione civica; da tempo viene infatti sottolineata la necessità di fornire a tutti i cittadini alcune basi in tale area, come in quella dell’economia.
Il dibattito sull’Educazione civica può essere perciò una occasione per rilanciare tale necessità. In ogni caso, quale che sia il docente “titolare” dell’insegnamento dell’Educazione civica, va affermato che i relativi contenuti devono risultare dall’intesa tra una pluralità di docenti, che consenta l’inserimento in esso di una pluralità di punti di attenzione.
L’idea stessa di “insegnamento” va inoltre rivisitata. Una didattica interattiva (anziché unidirezionale, ex cathedra) è ormai richiesta per tutte le materie, anche perché le massime carenze di chi esce dalle nostre scuole – così come dalle università – riguardano non le conoscenze disciplinari, bensì le competenze “trasversali” (capacità di lavorare in gruppo, di comunicare, di affrontare il “problem solving”); l’Educazione civica, che deve essere praticata nella vita delle classi oltre che predicata, costituisce il naturale terreno per sperimentare l’interattività.

da Il SOle 24 Ore

"La vera storia dell'Asinara. Falcone e Borsellino sull’isola bunker", di Attilio Bolzoni

Nell’agosto del 1985 Falcone e Borsellino, minacciati dalla mafia, vennero costretti all’esilio con le famiglie sull’isola del Diavolo. E anche per loro quel paradiso fu un inferno

Nel giardino di una villa sul mare è appena cominciata una festa. Sguardi, ragazze abbronzate che ballano. Dietro una siepe si muove un’ombra, poi un’altra ombra è già sul sentiero che porta alla spiaggia. Sono carabinieri in tuta mimetica, come in guerra. Non c’è più musica e non c’è più festa, solo silenzio. Un giovane capitano si avvicina a un uomo, che in mano ha ancora una coppa di vino bianco: «Dottore, lei i suoi familiari dovete fare le valigie: ho l’ordine di portarvi immediatamente in aeroporto per trasferirvi tutti in un luogo segreto. Non chiedetemi dove perché non lo so». Si volta e gli mostra il blindato, metà jeep e metà carro armato. Butta fumo, ha i motori accesi, è pronto a partire. Tutti i ragazzi se ne sono andati, la villa è vuota, in mezzo al giardino è rimasto solo lui, il “dottore”, Paolo Emanuele Borsellino, giudice istruttore della settima sezione del Tribunale di Palermo, uno dei magistrati del pool antimafia che stanno scrivendo la sentenza-ordinanza «Abbate Giovanni + 706». Il maxi processo a Cosa Nostra. È la seconda settimana di agosto del 1985, sette anni prima. Sette anni prima delle bombe di Capaci e di via D’Amelio. I due giudici sono in pericolo. Con le loro famiglie, «per motivi di sicurezza», vengono deportati nel carcere dell’Asinara. Devono lasciare Palermo, il posto più sicuro per loro è una prigione. Questi lunghissimi venticinque giorni sull’isola del Diavolo verranno raccontati in un film di Fiorella Infascelli. Sceneggiatura che segue i ricordi dei familiari dei due magistrati, ricostruzione rigorosa dei fatti che a tratti — solo a tratti — si confonde fra emozioni e suggestioni. Interni ed esterni nel penitenziario più inattaccabile della Sardegna, alla vigilia di quella straordinaria vicenda giudiziaria che avrebbe per sempre cambiato la storia italiana della mafia e dell’antimafia.
Il blindato sferraglia sull’autostrada, la vetta di Monte Pellegrino scompare nella foschia, sulla pista di Punta Raisi un aereo sta per alzarsi. Il vento di scirocco fa volare via il cappello di un’anziana signora, Lina, la madre di Francesca Morvillo. È la compagna di Giovanni Falcone. Ci sono anche loro sulla pista, Francesca e Giovanni. E intorno al giudice più amato e più odiato d’Italia si stringono Paolo Borsellino, sua moglie Agnese, i figli Manfredi, Lucia e Fiammetta. Non hanno neanche il tempo di capire perché sono lì tutti insieme e l’aereo è già sopra Capo San Vito, mentre vira verso la Sardegna. Qualche ora dopo, una costruzione bianca, mura spesse, torrette, filo spinato. Un uomo si presenta: «Non so se qui si può dire benvenuti, io mi chiamo Franco Massida». Il direttore del carcere dell’Asinara è rientrato precipitosamente dalle ferie, davanti a sé ha i due magistrati. Un giorno prima una fonte riservata aveva annunciato un attentato «prima contro Borsellino e poi contro Falcone» al consigliere istruttore Antonino Caponnetto, un’informazione arrivata dall’Ucciardone in una delle estati più infami di Palermo. Il 6 agosto i macellai di Totò Riina avevano ucciso a colpi di kalashnikov il vicequestore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia, il 28 luglio era caduto sul molo di Porticello anche il commissario Beppe Montana. Poliziotti che indagavano sui misteri di mafia per conto del pool, cercavano latitanti, facevano parlare confidenti. Poliziotti amici di Giovanni Falcone e Pao-
lo Borsellino.
«Consegnatemi le vostre pistole, questo è il regolamento», ordina Massida ai due magistrati che ormai sono ufficialmente rinchiusi nel carcere sull’isola, settecentocinquanta i detenuti, quattrocento liberi fra le campagne e le capre fino al tramonto, uno solo segregato nel bunker di Cala d’Oliva, la cella riservata ai sepolti vivi.
La foresteria si affaccia su una baia con il mare verde. Giovanni e Francesca si sistemano in una stanza, Paolo e Agnese in un’altra, in fondo trovano posto Lina e poi i tre ragazzi. I due giudici sono ancora storditi, sudati, si guardano, per qualche istante non riescono a parlare. Poi uno chiede: «Ma come facciamo con le carte?». E l’altro: «Le carte, prima o poi, ce le porteranno». Le carte. Quelle del maxi processo, la sentenza-ordinanza che loro — insieme al consigliere Caponnetto e ai giudici Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello — stanno completando per rinviare a giudizio centinaia di boss. È la prima volta che lo Stato trascina tutta Cosa Nostra alla sbarra. A Palermo stanno costruendo una gigantesca aula per ammassare i capi e i loro soldati, anche a Roma si sono finalmente accorti che «bisogna fare la lotta alla mafia». Si aspetta soltanto il deposito dell’ordinanza. Ma i magistrati sono partiti per l’Asinara all’improvviso, non hanno le loro schede e i loro appunti, non hanno il loro archivio.
Come faranno a ultimare l’istruttoria? Quando potranno visionare tutti i documenti? Quando torneranno in Sicilia? È una corsa contro il tempo. Isolati, non possono comunicare con l’esterno. Vietato telefonare in Tribunale, vietato mettersi in contatto con il ministero. Troppe spie, troppi traditori.
Giovanni Falcone è furioso, l’hanno trascinato lì come un pacco senza dirgli nulla. Paolo Borsellino è preoccupato, per sé e per i suoi figli. I giorni passano e loro — che non possono consultare le migliaia di pagine rimaste nei sotterranei del Palazzo di Giustizia di Palermo — sprofondano in un delirio di ansia e di paranoia. Falcone è sempre più teso, Borsellino sempre più cupo. La piccola Lucia comincia a stare male: non mangia più. Dalla Sicilia non arrivano notizie, da Roma nemmeno. Quanto dovranno restare ancora sull’isola del Diavolo?
Mare verde e foresteria, foresteria e mare verde. Nelle interminabili notti dell’Asinara c’è una voce che proviene dal bunker e che porta inquietudine. È quella di un uomo, il detenuto sepolto vivo. Canta sempre una vecchia melodia napoletana. Falcone e Borsellino scoprono che è Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata. È lì, a un passo da loro, il boss più pericoloso degli Anni Ottanta.
Ormai i due giudici sembrano rassegnati, si sentono abbandonati. Ma poi accade qualcosa che sconvolge tutto e tutti. Lucia sta sempre più male, il padre la porta in gran segreto a Palermo. Sono i momenti più drammatici della loro “prigionia”. Dopo pochi giorni però Borsellino ritorna all’Asinara e abbraccia Agnese: «Lucia ha ricominciato a mangiare». Poi si rivolge all’amico: «Guarda cosa stanno scaricando dall’elicottero ». Sono centinaia di faldoni con in evidenza una grande scritta: “Abbate Giovanni + 706”. Tutti esultano: sono arrivate le carte. È la fine di agosto.
La foresteria dell’Asinara diventa una succursale dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Migliaia di fogli, la confessione di Tommaso Buscetta, la documentazione bancaria dei cugini Salvo di Salemi, le perizie balistiche sull’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Poi, una mattina, arriva la comunicazione ufficiale: «Potete tornare in Sicilia».
Nemmeno qualche settimana dopo un milione di pagine vengono trasferite nella cancelleria del Palazzo di Giustizia. È l’atto di accusa contro la mafia di Palermo. Il maxi processo inizierà nel febbraio del 1986 e si concluderà nel dicembre del 1987 con 19 ergastoli e pene per 2665 anni di carcere. Il primo successo dello Stato contro Cosa Nostra. Nel frattempo a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sarà notificata in ufficio una fattura da saldare: 415.800 lire a testa per le bevande consumate durante i venticinque giorni all’Asinara. È il conto dell’amministrazione penitenziaria, uno dei tanti “regali” dello Stato italiano ai giudici del pool antimafia.

"Uccisi dal gas e calpestati la strage infinita dei migranti", di Francesco Viviano

I cadaveri erano 21, li ho contati uno ad uno, tutti accatastati, uno sopra l’altro, molti erano nudi. C’erano corpi insanguinati con delle visibili ferite da taglio e dei lividi: sono stati uccisi mentre tentavano di uscire da quella trappola infernale, come hanno raccontato i sopravvissuti».
IL MARESCIALLO capo Giuseppe Palmisano, comandante della motovedetta CP319, ha gli occhi gonfi. È spossato dalla lunga traversata a oltre 30 nodi all’ora per raggiungere venerdì sera quel barcone che stava affondando. Non riesce a trattenere commozione e tristezza. «Quando sono arrivato sull’“obiettivo” con i miei colleghi e con l’altra motovedetta sono salito a bordo del barcone e sapevo già quello che avrei trovato: un vero e proprio camposanto appena galleggiante. Sono entrato dentro la stiva perché alcuni dei superstiti ci avevano detto che c’erano altre persone, forse vive, forse morte. Non è stato facile camminare su quei cadaveri. Poi però da quel groviglio di morte si è mossa una mano, qualcuno con quel gesto ci chiedeva aiuto e ci ha fatto sapere che era vivo. Gli ho toccato la carotide, il sangue pulsava e ho sentito anche un leggero respiro. Sembrava l’ultimo, ma ultimo non è stato. Era vivo. L’abbiamo estratto a fatica e portato sulla nostra motovedetta».
Non era l’unico a respirare ancora, su quella carretta del mare. «Altri due corpi, sotto altri corpi immobili, si muovevano. Anche loro erano vivi. Li abbiamo caricati come il primo. Le loro condizioni erano disperate e quindi abbiamo fatto di tutto per trasferirli da quel mare che cominciava ad agitarsi fino al porto di Lampedusa. Ma durante il tragitto uno dei tre, il primo che avevamo soccorso, non ce l’ha fatta. Gli altri due, approdati a terra, sono stati caricati su un elicottero e portati in un ospedale di Palermo. Spero che sopravvivano».
Il maresciallo Palmisano ieri notte, nonostante l’orrore cui è stato testimone, è riuscito a dormire. Un po’, poche ore. «È brutto dirlo ma ormai mi sto abituando a queste carneficine, diventate quasi quotidiane. Sono mesi che siamo impegnati in turni massacranti e, ogni volta, la stessa scena. I morti sono di più di quelli che ho contato. Altre persone, cadute in mare prima del nostro arrivo, sono annegate. Non so quante. Alcuni superstiti ci hanno detto che a bordo c’erano tra i 500 e i 600 profughi, quattrocento sono stati recuperati ». Dei sopravvissuti siriani, trasbordati sul mercantile danese dalle motovedette italiane, hanno raccontato che quelli della stiva sono stati ammazzati da altri “neri” perché tentavano di uscire dal boccaporto di quella trappola. «Sono stati presi a bastonate e a coltellate da chi li spingeva giù. Avevano paura, ma ce l’avevamo anche noi».
L’ultima carneficina di questa apocalittica emigrazione dalle coste africane era stata annunciata venerdì sera alle 19.28. «Stiamo morendo, stiamo affondando, siamo a bordo di una barca a 65 miglia a sud di Lampedusa, aiutateci, fate presto, siamo oltre 600 , ci sono molte donne e bambini ed alcuni sono già morti…». L’allarme era stato lanciato con un telefono satellitare, forse era proprio uno degli scafisti a chiamare il centralino del Comando generale delle capitanerie di porto a Roma. E nella sala operativa è scattata l’emergenza, l’ennesima. La posizione dell’imbarcazione con il suo carico di disperati è stata subito localizzata, così come è stato individuato e avvertito del messaggio di sos il mercantile danese “Torm Lotte”, diretto nel porto tunisino di Lasckhirra, che navigava a poche miglia dal barcone. Contemporaneamente da Lampedusa lasciavano
gli ormeggi due motovedette della Capitaneria.
Quando, dopo poco meno di due ore, arrivano sul quel tratto di mare, l’ennesima scena da apocalisse. Gente a mare, altri che disperatamente salgono su una biscaggina (una scala di corda, ndr) calata dal mercantile danese, altri morti in coperta ed un cimitero dentro la stiva. Il barcone che ondeggia pericolosamente, molte mani, quasi tutte nere, si alzano per richiamare l’attenzione dei loro soccorritori, altri, almeno una cinquantina, finiscono in mare. A quel punto succede un vero e proprio finimondo. Vogliono tutti abbandonare il barcone ma è pericolosissimo, i marinai delle motovedette italiane tentano disperatamente di calmarli, ma scoppia una violenta lite. Tutti vogliono salvarsi, tutti vogliono vivere, nessuno ci sta a morire in fondo al mare a pochi chilometri dalla terra per loro promessa.
In 18 non ce la faranno. Rimasti intrappolati come topi in una gabbia. I loro cadaveri sono ancora in viaggio, l’ultimo viaggio, nella bara galleggiante che li contiene, agganciata da un pattugliatore maltese in navigazione verso La Valletta. Lì saranno seppelliti. Perché i maltesi i vivi non li vogliono, sono troppi, circa 500 o 600 e i loro “centri di accoglienza”, chiamiamoli così, sono strapieni. Non vogliono né possono contenere altri ospiti. I cadaveri sono ancora dentro la pancia della barca e stamattina scatteranno le operazioni del loro recupero. «Dobbiamo trovare più risorse per Frontex Plus, ma il problema dell’immigrazione va risolto alla radice», dice il presidente del Consiglio Matteo Renzi da Maputo, prima tappa del suo tour africano. L’Italia «userà tutti gli spazi possibili per intervenire», perché «quella dell’immigrazione è una priorità». Priorità che il governo italiano ha intenzione di affrontare fin da subito, nella veste di presidente Ue. «Serve ciò che stiamo facendo in Mozambico – aggiunge Renzi – non slogan o spot di qualche ideologo con la camicia colorata».
Tanti, troppi, i morti del Canale di Sicilia. Una scena vissuta ancora nelle settimane scorse quando a Pozzallo era arrivata una carretta con oltre 40 cadaveri dentro la stiva, tutti asfissiati dal gas della sala macchine che confinava con quella che è poi diventata la loro camera della morte. Uccisi dai loro stessi compagni di
sventura che avevano chiuso il boccaporto per non farli uscire, nel timore che l’imbarcazione si capovolgesse. E anche ieri il macabro canovaccio si è ripetuto in quel tratto di mare a 65 miglia da Lampedusa. Ma questa volta qualcuno si è salvato.
«Negli ultimi mesi la situazione si è fatta davvero pesante –dice il capitano di vascello Luigi Galioto – e per queste emergenze quotidiane abbiamo raddoppiato e potenziato le nostre unità navali ed aeree che affiancano le navi di Mare Nostrum». L’ammiraglio Felicio Angrisano, comandante generale delle Capitanerie di Porto, spera che le stragi possano uno giorno o l’altro finire: «E però credo che quest’esodo epocale non si chiuderà presto, dall’inizio dell’anno sono oltre 84.000 i migranti giunti in Italia. Ma quanti ne sono morti?». Tanti. Troppi.

ad La Repubblica

"Ruby, la verità di una biografia", di Francesco Merlo

Rendo esplicita la cosa più indecentemente berlusconiana che ho letto e ascoltato e cioè che “l’amor nostro” (così lo chiama il Foglio) è stato assolto e dunque Repubblica… è stata condannata. Al contrario, un indecente assolto rimane un indecente. E non è certo al potere giudiziario ma ai lettori che in questi anni Repubblica ha raccontato l’indecenza di quella parodia di don Giovanni al governo.

NON era il reato penale che cercavamo quando denunziavamo l’oscenità dei pezzi di Stato con cui l’allora presidente del Consiglio pagava prima i suoi piaceri sessuali e poi le spese degli imbrogli che da quei piaceri derivavano. E abbiamo descritto con malinconia, stupore e spesso con pietà l’universo dei ricottari parassiti — quanti giornalisti di fama! — che slurpando lo servivano nell’alcova. Non pensavamo mai ai carabinieri ma qualche volta agli infermieri quando scoprivamo che la consigliera regionale che lui aveva fatto eleggere era l’avvenente mezzana che gli “briffava” le prostitute disprezzandolo in segreto con l’appellativo “culo flaccido”. E ci pareva che illustrassero benissimo il potere italiano e non il codice penale quelle buste “dedicate” con cui il ragioniere privato del capo del governo stipendiava le olgettine di Stato, il segretissimo uomo che applicava freddamente una tariffa ad ogni capriccio del padrone e assegnava pure gli appartamenti a Barbara, a Marysthelle, a Miriam, pagava i gioielli, i foulard e i vestiti ad Aris, a Elisa e a Ioana… Noi non abbiamo mai ipotizzato la concussione ma, al contrario, lo strapotere spavaldo dell’impunito commentando quella telefonata che Berlusconi fece alla questura di Milano per liberare la minorenne spacciandola per la nipote di un capo di Stato estero.
Noi condannati dalla sua assoluzione? Al contrario, noi difendiamo la decenza dello Stato e la nobiltà della politica anche dall’idea che esse esistano solo perché un giudice le fa esistere. Mai ci siamo affidati al potere giudiziario o a qualche Robespierre per tutelarle. Non spetta ai magistrati custodire la dignità di un uomo che violava da sé il proprio decoro di vecchio signore prima ancora che di statista. Perso nelle sue orge pubbliche era lui stesso che non rispettava la propria privacy e rendeva immondo ed esibito quell’universo privatissimo che chiunque, e ancora di più un capo di governo, dovrebbe gestire discretamente, con pudore, equilibrio e misura, con l’”onore” ai cui lo obbliga l’articolo 54 della Costituzione. E i vizi, quando ci sono, non si espongono.
Certo, la decadenza di Berlusconi e dell’Italia con lui («mignottocrazia» la battezzò il berlusconiano più fantasioso, Paolo Guzzanti) è stata materia che ha acceso la libidine oculare e ha certamente eccitato la morbosità di qualche giornalista. Anche noi, com’è ovvio, non siamo tutti uguali. Di sicuro posso dire che tra quelli che hanno incollato l’occhio alla serratura per inseguire il presunto ghiotto affare editoriale non c’era certamente Giuseppe D’Avanzo contro cui Giuliano Ferrara ingaggia ora una polemica alla memoria che è più di una gaffe, è un abbaglio da buona notizia, come la troppa ebbrezza che ti impedisce di godertela e ti fa invece vomitare; insomma un conato di cui siamo sicuri che Giuliano si è già vergognato.
E non solo perché tra le famosi dieci domande di D’Avanzo a Berlusconi non ce n’era neppure una su Ruby. Non riguardavano infatti la materia di questo processo che, invece di condannare Berlusconi, secondo i giornali di Berlusconi, ha condannato D’Avanzo e noi con lui.
La verità è che ci occupiamo di Berlusconi sin dal suo esordio romano nel febbraio del 1994 quando si muoveva sul palco imitando Frank Sinatra e incantando quasi tutti i poteri di questo Paese e pure le sue classi sociali. Abbiamo raccontato l’enormità delle leggi ad personam, il potere illegale e il mercato dei parlamentari, le corna e le barzellette al posto della politica estera, l’inedito patto di servizio tra la Rai e Mediaset, il disfacimento morale del bunga bunga, la distruzione di quel po’ di destra che aveva l’Italia, tutta decoro e valori, sino al patetico crepuscolo nel cerchio magico di palazzo Grazioli. E abbiamo visto la sua Italia, che si sognava liberale, diventare a poco a poco l’Italia degli avanzi, residuale, una specie di lumpenborghesia marginale. Nessuno può assolvere Berlusconi da questo fallimento epocale che non è stato certo provocato dal voyeurismo di alcuni giornali e giornalisti. Capisco che i suoi fedeli gli vogliano ancora bene, ma l’idea che questa sentenza d’appello lo assolva da quel fallimento e dalla sua propria indecenza è solo la prosecuzione della pornografia sul terreno dell’impostura più naïve.
La sentenza di assoluzione non cancella il nostro lavoro di cronaca e di verità di tutti questi anni, al contrario lo esalta. Si illudevano che questo Appello avesse cancellato gli articoli dei nostri giornalisti. Invece li sta evidenziando. La sua biografia non l’hanno scritta i magistrati. L’abbiamo scritta noi.

da La Repubblica

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“«Sconfitta la Procura di Milano. Ha sbagliato l’ipotesi di reato»”, di Federica Fantozzi

Giovanni Pellegrino, avvocato amministrativista ed ex senatore Ds, è stato presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi e della giunta per le elezioni e immunità parlamentari. Politico di lungo corso, ha fatto parte della Bicamerale per le riforme istituzionali.
Con il giornalista di «Panorama» Giovanni Fasanella è autore del saggio «Il morbo giustizialista», pubblicato nel 2010 da Marsilio Editore, che affronta le connessioni tra la storia politica e giudiziaria del Paese da Mani Pulite e dal crollo della Prima Repubblica, attraverso il ventennio berlusconiano fino a oggi.
Avvocato, da una condanna a 7 anni all’assoluzione piena per Silvio Berlusconi. Sono stati troppo severi i giudici di primo grado o troppo indulgenti quelli di appello?
«Questo capovolgimento è una secca sconfitta per l’accusa. Non penso che la Corte d’Appello abbia dubitato dei
fatti. Berlusconi ha telefonato agli uomini della Questura di Milano, ha detto che la ragazza fermata poteva essere la nipote di Mubarak e che potevano crearsi problemi internazionali, ha consigliato di affidarla alla Minetti. Tutto questo è accertato, come lo è che i funzionari hanno disobbedito alla pm minorile Fiorillo».
Dov’è allora il corto circuito tra i fatti accertati e le sanzioni cancellate?
«Sono fatti che potevano essere perseguiti come violazione dei doveri di ufficio da parte della Questura e come istigazione a violarli da parte dell’allora premier. Se la Procura si fosse mossa in questa direzione, sarebbe stato tutto più semplice. E non sarebbe servita l’enorme mole di tabulati».
Invece?
«Invece, aver trasformato le fattispecie in ipotesi di concussione e non aver voluto credere al fatto che l’utilizzatore finale ignorasse la minore età di Ruby, o che comunque su questo elemento ci si potesse confondere, ha comportato uno sforzo probatorio enorme. E ha messo l’accusa su un sentiero stretto e difficile che è passato in primo grado ma non in secondo».
Davvero il passaggio dalla doppia condanna alla doppia assoluzione è solo conseguenza dell’impianto accusatorio
scelto daipmdi Milano? Sembra un po’ poco per essere alla base di un simile capovolgimento.
«Eh, se si mira alto e non si crea un bersaglio subordinato , o si fa centro o non si coglie niente. Quello dell’azione penale obbligatoria è un vecchio mito, dato che le Procure ricevono troppe notizie di reato e selezionano per forza, ma in ogni caso pur avendone scelta una poi c’è discrezionalità sulla qualificazione
del fatto».
Insomma, serviva maggiore cautela nella qualificazione del fatto.
«Più si è severi, più i rischi sono alti. Li vede i telefilm americani? Lì i procuratori ragionano su quale accusa potrebbe essere accolta più facilmente dalla giuria. Non vogliono soltanto fare una causa: vogliono vincerla».
Sulla «Stampa» Carlo Federico Grosso si augura che questa sentenza sia risultato esclusivo di «una scelta compiuta in coscienza, autonomia e libertà» da giudici «onesti e trasparenti» e non abbiano interferito i rapporti tra politica e giustizia. Lei che ne pensa?
«È una scelta compiuta autonomamente dai giudici ma in un ambiente giudiziario dove i segnali di scarsa sopportazione del rigore di alcuni importanti magistrati della Procura di Milano hanno avuto fenomeni evidenti».
Al di là delle note dinamiche conflittuali nella Procura milanese, la dietrologia più diffusa è che sia cambiato il clima politico generale.È vero?
«Guardi, per il mio mestiere conosco molti magistrati. E oggi sono preoccupati proprio del nuovo clima politico.
Se avessero potuto mettergli un ostacolo, lo avrebbero fatto».
Quali inquietudini hanno i magistrati, secondo lei?
«Sono preoccupati per l’eventuale separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e per il fatto che una politica infine rilegittimata possa avere la forza di incidere sul modello organizzativo della magistratura».
Questa sentenza è uno spartiacque?
Cambierà tutto anche nei processi contigui, il Ruby-bis e il Rubyter, dove ci sono indagatie condannati per falsa testimonianza?
«Forse sì, ma per capire questi aspetti bisogna aspettare le motivazioni del verdetto e la ricostruzione dei fatti. Se uno ha deposto che si trattava di cene eleganti mentre è accertato che non lo erano, la falsa testimonianza resta. Altri processi, invece, avranno vita autonoma».
Berlusconi, con il supporto di una Forza Italia ricompattata, è già all’attacco dei pm e delle intercettazioni sostenendo che sono stati anni di gogna di un innocente. È così?
«Io escluderei che Berlusconi avesse ragione. È innocente delle accuse formulate ma solo perché erano esagerate.
Se fossero state più moderate, si sarebbe evitato anche lo spreco di denaro pubblico perché quello sforzo indagativo non era necessario».
Sull’onda della sentenza Berlusconi crede che si metterà mano alla disciplina delle intercettazioni in senso restrittivo come già si è tentato di fare in passato senza successo?
«Se la politica riprende la piena legittimazione intanto capirà che il contrasto all’avversario politico non va delegato al potere giudiziario. In ogni potere c’è un aspetto angelico e uno demoniaco. Sul piano giudiziario, si deve garantire la sicurezza dei cittadini evitando enfatizzazioni accusatorie».

da L’Unità

"Bicameralismo perfetto, anomalia italiana", di Roberto D'Alimonte

Capita spesso nel nostro paese che si discuta di massimi sistemi senza alcun riferimento fattuale. È il caso del dibattito sulla riforma del Senato e in particolare sul nodo della elezione diretta o indiretta dei futuri senatori. Per i critici della riforma elezione popolare e democrazia sono sinonimi. Una seconda camera eletta dai consiglieri regionali, come previsto dal disegno di legge governativo, e non dai cittadini, sarebbe una istituzione sostanzialmente non democratica. Questo è un argomento privo di ogni fondamento empirico.
Tanto per cominciare la maggioranza dei paesi della Unione europea (15 su 28) non hanno una seconda camera. In altre parole sono sistemi parlamentari monocamerali. Tra i 13 paesi che hanno una seconda camera solo in 5 paesi i suoi membri sono eletti direttamente dai cittadini. In Spagna, tra l’altro, una parte dei membri sono designati dalle Comunità autonome. Tra questi 5 paesi solo in Italia, Polonia e Romania si può dire che la seconda camera abbia dei poteri legislativi rilevanti. E solo l’Italia ha un sistema parlamentare in cui il Senato ha esattamente gli stessi poteri della Camera. Questo per enfatizzare ancora una volta una anomalia italiana che dura da troppo tempo.
Così come l’elezione diretta della seconda camera non è una qualità dei regimi democratici, non esiste correlazione tra elezione diretta e peso politico delle seconde camere. Nel grafico in pagina si vede bene come esistono paesi bicamerali in cui alla elezione diretta del Senato non corrisponde un suo ruolo rilevante nel processo legislativo. In Spagna e nella Repubblica ceca l’ultima parola sulla legislazione ordinaria, compresa quella relativa al bilancio, appartiene alla camera bassa. In altre parole, in caso di disaccordo tra i due rami del Parlamento, il Senato non ha potere di veto. Non è così invece in Francia e Germania. Il Bundesrat tedesco è nominato dai governi dei Länder e il Senato francese è eletto da una platea di circa 150mila grandi elettori. Eppure entrambi hanno più poteri del Senato spagnolo che è eletto direttamente dal popolo.
Ma questi fatti non bastano. Per contestare la legittimità di un Senato non elettivo la critica iperdemocratica usa due altri argomenti legati all’Italicum. Questo sistema elettorale prevede un premio di maggioranza nel caso in cui un partito o una coalizione arrivi al 37% dei voti ovvero nel caso di ballottaggio, se nessuno arriva a questa soglia al primo turno. La combinazione di premio di maggioranza e Senato non elettivo sarebbero un attentato alla democrazia. Come se solo una camera bassa eletta con sistema proporzionale fosse compatibile con un Senato non eletto direttamente dal popolo. Ma quale fondamento empirico ha una affermazione del genere? In base a questo metro di giudizio la Gran Bretagna sarebbe un sistema ben poco democratico. Nel 2005 Tony Blair ha vinto il suo terzo mandato con il 35% dei voti (contro il 32% dei conservatori). Per la precisione, con questa percentuale il partito laburista ha ottenuto il 55% dei seggi. E la Camera dei Lords non è certamente una istituzione eletta dal popolo. Stessa cosa in Francia. Nel 2012 il partito socialista di François Hollande ha conquistato il 53% dei seggi nella Assemblea nazionale con il 29% dei voti ottenuti al primo turno. E il Senato francese, come già detto, non è eletto dai cittadini.
Ultimo argomento degli iperdemocratici. Un Senato non elettivo non sarebbe compatibile con un sistema elettorale, come l’Italicum, che prevede le liste bloccate. I nominati sarebbero troppi. Mettiamo da parte la questione complicata se siano preferibili le liste bloccate o il voto di preferenza e concentriamo sull’Italicum. Il fatto è che con l’Italicum buona parte dei deputati verranno eletti in collegi uninominali o al massimo binominali. Parlare di liste bloccate in questo caso è fuorviante. Gli elettori che voteranno un dato partito in un dato collegio sono nella condizione di sapere che il loro voto servirà a eleggere il primo o i primi due candidati di quel partito in quel collegio. Se quei candidati non sono graditi non voteranno il partito, come avveniva al tempo della legge Mattarella.
È giusto che una riforma costituzionale di questa portata sia sottoposta a un’analisi minuziosa e approfondita. È così che il testo originale proposto dal governo è stato senza dubbio migliorato, anche grazie al lavoro dei due relatori Finocchiaro e Calderoli. Ma è anche doveroso che il dibattitto tenga conto non solo di criteri normativi astratti ma di dati empirici concreti. Guardando le cose in maniera pragmatica e in chiave comparata questa riforma è un passo che ci avvicina all’Europa, eliminando finalmente un’anomalia ingiustificabile del nostro sistema istituzionale.

da il Sole 24 Ore

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“Tre italiani su quattro vogliono solo «eletti» per Palazzo Madama”, di Nando Pagnoncelli
La riforma del Senato presenta un elevato valore simbolico non solo perché si tratta della più significativa modifica costituzionale della storia repubblicana ma anche perché rappresenta la dimostrazione che il Paese può realizzare importanti cambiamenti. E la promessa di cambiamento risulta il tratto distintivo del governo Renzi, il ché spiega in larga misura il consenso di cui l’esecutivo gode attualmente. In realtà i contenuti della riforma sono noti solo ad una parte minoritaria degli italiani: solo il 3% dichiara di conoscerli in dettaglio, il 28% a grandi linee, il 33% ne ha solo sentito parlare ma non ne sa granché e il 37% ignora il tema. È un dato che non sorprende, innanzitutto perché da sempre le riforme istituzionali rappresentano un tema ostico, le cui implicazioni sono di difficile comprensione per molti cittadini: non a caso la riforma del Senato risulta meno conosciuta tra le persone meno istruite, quelle meno giovani e le casalinghe. In secondo luogo perché la discussione tra le parti politiche, a tratti molto accesa, induce molti cittadini a non approfondire il tema e a dedicare la propria attenzione ad altri argomenti, a partire da quelli legati alla crisi (occupazione, crescita, protezione sociale). Indipendentemente dal livello di informazione, la riduzione del numero di senatori da 315 a 100, eliminando l’indennità, incontra un consenso pressoché unanime: l’87% degli italiani si dichiara molto d’accordo e il 6% abbastanza d’accordo. È un consenso coerente con i sentimenti di ostilità, ampiamente diffusi nel Paese, nei confronti della politica e dei suoi costi. E un grande consenso accompagna anche il superamento del bicameralismo paritario. La riforma assegna a Camera e Senato funzioni distinte e conferisce alla Camera alta un potere di veto limitato a poche leggi, tra cui quelle costituzionali ed elettorali. A questo proposito oltre due italiani su tre si dichiarano molto (43%) o abbastanza (25%) d’accordo. L’insofferenza per la lentezza dei processi legislativi, in un mondo nel quale tutto è diventato più veloce e nel quale, in ogni contesto, vengono richieste decisioni rapide, spiega in larga misura l’accordo su questo importante cambiamento delle funzioni del Senato. La sintonia con l’opinione pubblica, tuttavia, non riguarda tutti i punti della riforma. Infatti solo un italiano su cinque condivide la proposta che prevede il venir meno dell’elezione dei senatori da parte dei cittadini e conferisce ai consigli regionali il potere di nomina, scegliendo tra i consiglieri e i sindaci, con l’esclusione di 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel complesso tre italiani su quattro (73%) preferirebbero che i senatori continuassero ad essere eletti dai cittadini. È un dato che non sorprende, perché da sempre gli italiani rivendicano il diritto di scegliere direttamente: sono infatti molto favorevoli all’elezione diretta sia del presidente della Repubblica sia del premier. Ma sono favorevoli anche alla possibilità di scegliere i candidati attraverso le elezioni primarie, a sinistra quanto a destra, sebbene in quest’ultima area politica non siano molto praticate. Non è affatto scontato che partecipino alle elezioni (in Italia l’astensionismo è crescente) o alle consultazioni primarie che prevedono la partecipazione «fisica» o telematica, ma l’importante è poter disporre del diritto di decidere. Ma c’è dell’altro: la nomina dei senatori da parte di altri eletti, per di più appartenenti ai consigli regionali che, come sappiamo, negli ultimi anni non godono di buona fama, per le note vicende giudiziarie, oltre ad espropriare i cittadini del diritto di scelta, produce un meccanismo per cui sono i politici a scegliere i politici, generando sospetti e sfiducia. L’iter per l’approvazione della riforma del Senato è ancora lungo e non è dato di sapere quale sarà l’esito definitivo di questo percorso, ma una cosa è certa: gli italiani chiedono minori costi e maggiore efficienza della politica e nel contempo la possibilità di poter decidere. Ma non è detto che le riforme debbano tener conto delle richieste dei cittadini, soprattutto se poco informati.

da Il Corriere della Sera