Latest Posts

"I 42 mesi che non cambiarono l'Italia", di Mattia Feltri

La storia del IV governo di Silvio Berlusconi è la storia di un’occasione buttata. Era una prateria, non un Parlamento, quello che il premier si trovò davanti il 14 maggio del 2008 quando ottenne alla Camera una copiosa fiducia di sessanta deputati, 335 a 275. Di comunisti non ce n’erano. Fatti fuori dai loro stessi fallimenti, dalla legge elettorale e dal sistema di alleanze voluto dal candidato di sinistra, Walter Veltroni. C’era un’aria di pacificazione, persino la speranza che sarebbe stata una legislatura costituente, di passaggio a un bipolarismo meno farabutto. Berlusconi e Veltroni si stringevano la mano in aula e si davano appuntamento per pranzo. Il discorso del presidente del Consiglio, aperto a riforme condivise, era stato applaudito e la risposta di Veltroni – orgogliosa e non supina – conteneva un elemento fondamentale: yes we can, se po’ fa’. L’esecutivo era in stato di grazia.

Sembrava che Napoli fosse stata buttata in lavatrice e stesa all’aria del golfo. La confusa manovra di salvataggio dell’Alitalia procedeva nello sventolio dei patriottici. Giulio Tremonti già lavorava alla sua Finanziaria da piano triennale, quella che, per usare i termini in voga, doveva mettere in sicurezza i conti pubblici. Renato Brunetta si occupava dei suoi fannulloni in mezzo alle trascurabili rimostranze dei lavoratori pubblici e nelle ovazioni da stadio del suo pubblico. Mariastella Gelmini studiava una riforma contestatissima ma senz’altro ambiziosa. In estate era entrato in vigore il lodo Alfano (cancellato in ottobre dalla Corte Costituzionale) perché si proteggesse il presidente del Consiglio dall’eterno match con la magistratura, e dunque lavorasse. Lì, però, si era già capito qualcosa. Berlusconi concepiva il dialogo come l’adeguamento indiscusso delle opposizioni ai progetti di maggioranza; adeguamento che Veltroni negò anche in minima parte, per ragioni di contenuto (il lodo Alfano ebbe un ruolo) e forse perché dipietristi ed extraparlamentari lo chiamavano inciucista e nelle manifestazioni di piazza lo inserivano in una scomoda trinità col premier e George Bush.

La speranza che Berlusconi e Veltroni concludessero quello che non si concluse con la bicamerale del 1997 a giugno era giù sfumata: «E’ guerra aperta», titolava una nota dell’Ansa. C’era tuttavia un governo forte, compatto, con un poderoso sostegno parlamentare e una spinta riformatrice. Nella primavera del 2009, il disastroso terremoto dell’Aquila aveva offerto all’esecutivo l’opportunità di mostrarsi veloce ed efficace. I soccorsi furono eccellenti. Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, aveva l’appeal dell’angelo protettore. Il premier visitava quotidianamente le zone distrutte raccogliendo consensi misurabili in applausi e pacche sulle spalle, e nei sondaggi. Per una volta non si ritrasse alla festa della Liberazione: il 25 aprile fu a Onna, col fazzoletto tricolore al collo, a pronunciare un discorso commovente apprezzato anche a sinistra; fu l’ultimo momento in cui la guerra civile parve archiviabile. Le coincidenze della storia sono micidiali. Il giorno dopo, il 26 aprile, Berlusconi raggiunse una festa a Casoria, quella dei diciotto anni di Noemi Letizia.

Fu l’inizio di un bordellificio senza precedenti, un imbarazzante giro d’Italia pelvico, le registrazioni fai da te di Patrizia D’Addario, le parentele supersoniche di Ruby Rubacuori, e poi Nicole Minetti, le Olgettine, le miserelle malversazioni degli amici del Capo. E naturalmente una fecondia di intercettazioni ordinate dalla magistratura e pubblicate dai giornali in un festival da brividi, senza distinzione fra notizie di reato e ciance di ringhiera che consegnò alla maggioranza e ai suoi giornali la comprensibile convinzione che la guerra continuasse, e non convenzionale. Inchieste non sempre solidissime che si sono succedute sul premier, su Denis Verdini, su Bertolaso, su Marco Milanese, fino al raggelante voto della Camera che mandò in carcerazione preventiva Alfonso Papa. Subito dopo Casoria, Veronica Lario aveva lasciato il marito denunciando un «ciarpame senza pudore», che comprendeva le disinvolte candidature per le Europee. Fu una battaglia anche dei finiani. Il presidente della Camera, che aveva rotto («siamo alle comiche finali») con Berlusconi alla fine del 2007, era tornato in squadra dopo il lancio del partito unico sul predellino. L’idea era di «costituzionalizzare» Berlusconi.

La stessa di Veltroni, in fondo. Gianfranco Fini visse la missione come una fronda quotidiana, un obbligatorio controcanto su tutto e del tutto sterile, se il destinatario è Berlusconi. Lo scontro fu plateale il 22 aprile del 2010 quando, in una direzione del Pdl, Fini si alzò dalla platea e puntò l’indice contro il premier: «Sennò che fai? Mi cacci?». Lo caccerà pochi mesi dopo, a fine luglio. Non soltanto non si era riusciti a estinguere la rissa con la sinistra, ma la si era importata nel Pdl. Tuttavia la maggioranza sembrava imbattibile. Passava dalle Europee alle Amministrative come di trionfo in trionfo, saccheggiava le regioni del Pd (Abruzzo e Sardegna), la Lega volava e lavorava al federalismo fiscale, e il 14 dicembre del 2010 si stabilì il fallimento totale di Fini, che aveva portato il suo manipolo a sinistra senza però mandar sotto il governo. In realtà fu un disastro anche per Berlusconi.

La vittoria gli era costata carissima: passarono con lui deputati di ogni provenienza (i Responsabili), capricciosi, voraci, instabili. L’ultimo anno è stato il tormento di una maggioranza virtuale, capace di portare in aula solo provvedimenti scontati (e talvolta nemmeno quelli), sconfitta a Milano e a Napoli, travolta da una crisi minimizzata fino a metà 2011 e che invece pretese misure che hanno impegnato il governo per tutta l’estate in un balletto da morir dal ridere, e deprimente, un can can di ricette contraddittorie, garantite alla mattina, bocciate al pomeriggio, riproposte alla sera. E intanto si era pure obbligati alla guerra a Muammar Gheddafi, l’ospite d’onore accolto a Roma fra baciamani e amazzoni, di modo da chiudere in coriandoli la questione coloniale. Si è invece chiuso, fra bizze e meschinerie, un governo che ha scialacquato una straripante maggioranza. E che ha tradito una prospettiva tramontata dietro un sorriso villanzone e francese.

La Stampa 13.11.11

Bersani: "Prima di tutto c'è l'Italia. Sì a esecutivo d'emergenza"

Napolitano ha ricevuto la delegazione del PD per le consultazioni, composta da Bersani, Finocchiaro e Franceschini: Il primo punto su cui il nuovo governo dovrà impegnarsi è quello del lavoro, dei redditi e dei risparmi delle famiglie. “L’Italia è in una crisi davvero seria, perchè siamo arrivati là dove non saremmo dovuti essere. Il PD ha dato la sua disponibilità e il suo impegno per un Governo di emergenza e di transizione, che sia totalmente nuovo a forte e autorevole caratura tecnica, che non dovrà solo affrontare l’emergenza da un punto di vista economico, ma dovrà fare anche le riforme: quella della legge elettorale, dei regolamenti di Camera e Senato e quella per la riduzione del numero dei parlamentari. Su questo abbiamo le nostre proposte”.

Così il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, al termine delle consultazioni per la crisi di governo con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Presenti i capigruppo di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro.

“Ringraziamo il Capo dello Stato per come sta conducendo questa fase delicata – ha aggiunto – attendiamo decisioni importanti, rapide e urgenti perchè la crisi è seria e noi tempo non ne abbiamo. Il primo punto su cui il nuovo governo dovrà impegnarsi quindi è quello del lavoro, dei redditi e dei risparmi delle famiglie. Per noi prima di tutto viene l’Italia”.

Un programma che il Segretario democratico sintetizza con lo slogan “l’Italia prima di tutto. Da qui facciamo discendere la nostra disponibilità”, ha concluso Bersani.

www.partitodemocratico.it

"I ricercatori vogliono essere pagati? Ma se già facciamo tanto per loro…", di Piero Graglia

Martedì scorso il sottosegretario Giuseppe Galati (Istruzione) è stato chiamato a rispondere a un’interrogazione dell’on. Manuela Ghizzoni (PD) circa la spinosa questione della retribuzione della didattica svolta dai ricercatori universitari a tempo indeterminato. Questione spinosa perché se pure la legge Gelmini stabilisce che tale didattica principale deve essere retribuita (pur nei limiti di bilancio dei singoli Atenei) le università fanno tutte finta di non sentire e, probabilmente, quei soldi li hanno già bell’e che spesi.
Ma è la costruzione della risposta all’interrogazione che è comica e, a tratti, francamente ridicola.
Prima di tutto si comincia con il negare che il Ministero sappia quale sia la percentuale della didattica principale (“curriculare”) svolta dai ricercatori oltre quella prevista come loro dovere (la cosiddetta didattica “integrativa”). In altre parole, dal 2005 a oggi non si è in grado di dire, e neppure prevedere, quanta sarà tale didattica per il prossimo anno accademico. Motivo? Disarmante: “il Ministero non è in possesso dei dati relativi alla percentuale di didattica curriculare affidata ai ricercatori di ruolo trattandosi di determinazioni assunte dagli atenei in piena autonomia e per le quali non è prevista una specifica comunicazione al Ministero”.
Be’, è giusto, se una università non comunica ciò che il ministero nazionale dovrebbe sapere, se non altro per scopi statistici, perché preoccuparsi? Un bel riferimento all’autonomia et voilà, rien ne va plus. Allora, a questo punto, se l’autonomia è un così importante valore per il Ministero, non si capisce perché la stessa legge di riforma faccia strame, senza tante preoccupazioni, dell’autonomia degli Atenei in tanti altri casi. Ma non è tutto: la risposta prosegue affermando che poiché ogni ateneo affida la didattica principale ai ricercatori in considerazione di diverse esigenze (pensionamenti, offerta didattica ecc.), ecco che “un panorama di esigenze così variegato rende[rebbe] peraltro non utile un’eventuale indagine a campione che produrrebbe risultati inattendibili in presenza delle descritte variabili relative alle diverse realtà culturali, didattiche e lavorative espresse nell’ambito universitario”.
Tanto zelo colpisce e commuove. Così fa un ministero leggero di un’amministrazione liberale: lascia ampio spazio, non si intromette, non si cura; dirige in maniera leggera e melliflua: laissez faire, laissez passer.
Peccato che con il DM 17, famigerato, dell’anno scorso, il Ministero abbia imposto stretti limiti nella definizione dei corsi di studio, richiedendo una contrazione generalizzata e parificando il ruolo dei ricercatori a quello del resto del corpo docente. Insomma: i ricercatori sono tali solo di nome, per il resto fanno didattica (devono farla) come tutti gli altri.
Questo il Ministero lo sa benissimo, e fa sinceramente ridere leggere come il sottosegretario si barrichi dietro al sacchetto di sabbia dell’autonomia e del rispetto del ministero per le scelte degli Atenei. Un sacchetto di sabbia crivellato dalle pallottole della Gelmini.
Ma il meglio arriva quando si tratta di rispondere alla domanda se non sia “opportuno prevedere un tetto minimo retributivo per i ricercatori ai quali sono affidati moduli o corsi curriculari con eventuale istituzione di un’apposita voce di spesa aggiuntiva rispetto al Fondo di finanziamento ordinario”. A questa terribile e sovversiva proposta il rappresentante del governo ha risposto che “tale iniziativa si porrebbe in palese contrasto con quanto espressamente previsto dalla norma di riferimento (articolo 6, comma 4, della legge 31 dicembre 2010 n. 240 [la legge Gelmini, NdR]) secondo la quale ciascuna università determina la suddetta retribuzione aggiuntiva «nei limiti delle disponibilità di bilancio e sulla base di criteri e modalità stabiliti con proprio regolamento» e, pertanto, un eventuale provvedimento del Ministero in tal senso risulterebbe contra legem”.
Nientemeno… Stabilire un tetto minimo di retribuzione oraria e un fondo dal quale gli Atenei – in piena autonomia, per carità – potrebbero attingere per pagare ciò che vogliono sia fatto gratis, sarebbe contra legem? Secondo il rappresentante del governo sì, e per di più lesivo del “principio dell’autonomia universitaria in virtù del quale gli atenei provvedono con proprie decisioni all’organizzazione e al funzionamento delle strutture didattiche e di ricerca, anche per quanto concerne i connessi aspetti amministrativi, finanziari e di gestione (articolo 6 della legge n. 168/1989)”.
In questo modo si tratta la questione, per nulla secondaria, della retribuzione della didattica aggiuntiva dei ricercatori. Ma dopo tanto bastone, una piccola carotina. Il presente governo – si sottolinea – “ha dedicato particolare attenzione alla valorizzazione della figura dei ricercatori prevedendo, nell’ambito della delega al governo ad adottare i decreti legislativi di riforma del sistema universitario, la revisione del relativo trattamento economico nel primo anno di attività e, a tal fine, ha stanziato la somma di 11 milioni di euro”.
Ammesso e non concesso che tali soldi riescano a riequilibrare una retribuzione che, per i nuovi assunti, è addirittura insultante, non si riesce a capire che si sta parlando di due cose diverse: promettere di adeguare (perché di promessa si tratta) la retribuzione di partenza è altra cosa che prevedere che ciò che esula dai propri compiti venga retribuito.
Sarà sindacale e antipatico, ma è su questioni come queste che si valuta la serietà e la capacità di un governo di rispettare principi e regole.
Qui invece si cambiano le regole, si inventano i principi, li si applica quando fa comodo e li si ignora quando conviene. Al tramonto del governo Berlusconi le “carotine” non si contano, si fa la stima dei danni, e non si è sicuri che chi verrà dopo avrà voglia, capacità e tempo per sanarli.

"La solitudine dei cinquantenni. Né lavoro né pensione."In cinquantamila nella terra di nessuno", di Luigina Venturelli

Troppo vecchi per lavorare, ma troppo giovani per andare in pensione. Lasciati a macerare in un limbo esistenziale ed occupazionale senza alcuna altra risorsa che la propria capacità di arrangiarsi, di farsi aiutare da familiari o amici,di inventarsi un espediente per tirare a campare fino al raggiungimento della sospirata anzianità. I sociologi e gli economisti li chiamano educatamente lavoratori maturi. Le aziende, con il solito linguaggio diretto, li definiscono semplicemente esuberi. Occupazione anziana in calo. Sono centinaia di migliaia di italiani, i dipendenti tra i 55 e i 64 anni di età, quelli risparmiati dalla fase iniziale della crisi economica, quando da sacrificare c’erano ancora interinali e precari. Ma che dal 2010, con il perdurare delle difficoltà, rischiano di venire man mano esplulsi dal mercato del lavoro. A differenza dei colleghi più giovani, con ben poche possibilità di rientrarvi. «Dallo scorso anno, con il progressivo scadere di tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione, è cominciata la fuoriuscita dal mercato dei lavoratori stabili» spiega Claudio Treves della segreteria confederale Cgil. «Il che farà abbassare ulteriormente il tasso dell’occupazione anziana in Italia, che già oggi al 38% si trova ai livelli minimi dell’Unione europea». Per quasi 50mila di queste persone, però, il paradosso del troppo vecchio e troppo giovane si è già trasformato in un incubo. O meglio, in un inganno messo a punto da leggi statali ed incurie ministeriali. La lotteria dei diecimila. Quando il governo decise l’allungamento delle finestre previdenziali per arrivare alla pensione di 12 mesi per i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi, i sindacati contrattarono una deroga per i lavoratori che fossero stati messi in mobilità in seguito ad accordi aziendali firmati entro il 30 aprile 2010, in modo da garantire loro il raggiungimento della pensione al termine del periodo di mobilità. La platea dei potenziali interessati venne stimata in 10mila persone e l’Inps fu incaricata di compilarne la lista, con l’intesa che, se gli aventi diritto fossero stati di più, un decreto interministeriale Tremonti-Sacconi avrebbe provveduto ad estendere la deroga. E dè a questo punto che il meccanismo si è inceppato, perché «l’Inps ci ha messo due anni a preparare la lista in questione e a calcolare in almeno45mila le persone interessate,ma il governo non ha mai provveduto ad emanare il decreto pattuito» denuncia Treves. Tra i tanti problemi insoluti che il dimissionario esecutivo Berlusconi lascia dietro di sé, c’è anche il dramma di 35mila dipendenti – quelli il cui nome non comparirà nella famosa lista Inps, completata solo la scorsa settimana e chiusa ai licenziamenti effettuati entro il30 ottobre 2008 – che dopo una vita di lavoro si troveranno senza nulla con cui sopravvivere per un anno o un anno e mezzo. «Da ottobre le sedi dell’Inps sono affollate da uomini e donne che, finita la mobilità, vanno a chiedere notizia della propria pensione. Purtroppo non ricevono nemmeno una risposta chiara» conclude il dirigente Cgil. Il dramma dei senza reddito. E la rabbia per l’ingiustizia subita si aggiunge all’angoscia di un futuro senza alcuna certezza. «Lo scorso luglio avrei dovuto ricevere il primo accredito della meritata pensione, dopo 40 anni effettivi di lavoro. Invece ho ricevuto una raccomandata dall’Inps che mi informava che non era stato possibile accogliere la mia domanda, perché era ancora in corso d’accertamento il mio diritto secondo la legge 122 del 2010» racconta Maurizio Vitale, ex bancario di Gessate, in provincia di Milano. «E io con cosa mangio nel frattempo? Con cosa vado a fare la spesa? Come pago il mutuo? ». Roberto Fenini, ex metalmeccanico dell’Abb di Lodi, avrebbe dovuto andare in pensione dal prossimo gennaio: «Invece l’Inps mi ha detto che non sono nella lista e che maturerò la pensione nel 2014, e il patronato Acli nel 2013 o nel 2017. E io come camperò fino ad allora?». È la domanda che tormenta da mesi quasi 50mila lavoratori e lavoratrici, come Maria Pia Castellani di Roma, «la lotteria dei 10mila è una soluzione schifosa », e come Ignazio Delussu di Nuoro, «di punto in bianco mi vedo cambiate le carte in tavola e l’azienda dalla quale sono stato messo in mobilità non ne vuole sapere di riprendermi, nemmeno a tempo determinato». Persone disperate come Mario Russo di Napoli, «ci hanno buttati in mezzo alla strada senza percepire alcun reddito», e arrabbiate come Stefano Spironello di Porto Marghera, «ho iniziato a lavorare giovanissimo, durante le pause estive dagli studi andavo in fabbrica alla Montedison, alla Sava o alla Sade negli stabilimenti, ed oggi mi sento offeso quando qualcuno si strappa le vesti sentendo che ci sono 58enni che hanno il diritto alla pensione». Non c’è analisi politica o necessità economica che regga di fronte all’interrogativo posto da Enzo Cozzolini, ex operaio di Livorno: «I nostri governanti si rendono almeno conto che stanno giocando con le nostre vite? ».

L’Unità 13.11.11

"Con le urne si perdono euro e onore", di Giuliano Amato

Nel 1992 l’euro non c’era e le valute dei Paesi europei erano legate fra loro nello Sme, un sistema monetario comune che le teneva agganciate l’una all’altra entro bande di oscillazione che non potevano superare il 2,5%. Se la pressione dei mercati ne spingeva una in prossimità del margine, scattava l’obbligo di tutte le banche centrali di sostenerla ed evitarne così la fuoriuscita.

Era una garanzia molto forte, ma fummo proprio noi italiani a dover constatare per primi che non era (come pensavamo) illimitata e che dallo Sme, quindi, si poteva anche uscire.

Ai primi di settembre di quell’anno la Bundesbank comunicò alla Banca d’Italia che ormai sostenere la lira metteva a repentaglio la solidità del marco e quindi dell’intero sistema. Dal lunedì successivo, perciò, non avrebbe più servito marchi contro lire. L’Italia manifestò la sua sorpresa e tuttavia non poté che prenderne atto.

Svalutò, ma pochi giorni dopo, a causa della debolezza della sterlina (che avrebbe dovuto fare altrettanto ma non ritenne di farlo), uscirono dallo Sme prima la stessa sterlina e poi la lira, che qualche mese più tardi, sistemati i suoi conti interni, rientrò. Ora c’è l’euro e, ci dicono i giuristi, con l’euro siamo tutti più garantiti, perché dall’euro non si può uscire. L’euro infatti è la valuta non dei Paesi che l’hanno adottata, ma dell’intera Unione, tant’è che ne stanno temporaneamente fuori i soli Stati membri non ancora in grado di farne parte (più i pochissimi che per Trattato hanno ottenuto il cosiddetto “opting out”). Di conseguenza – questa è la conclusione- si può uscire dall’Unione (il Trattato ha una apposita clausola a tal fine) ma non dall’euro.

Temo che contare oggi su questa conclusione ci possa portare a scontrarci con la realtà, esattamente come capitò quando ci giunse la comunicazione della Bundesbank, che ho ricordato. Guardiamo a quanto sta succedendo in Grecia. Da tempo le banche greche sono di fatto escluse dal circuito interbancario europeo, cioè dalla canalizzazione che consente alla liquidità che si forma nelle nostre banche di scorrere fra di loro e di alimentarle in permanenza attraverso prestiti reciproci secondo le rispettive necessità. È un effetto tipico della crisi di fiducia che si è determinata e nessuno può costringere una banca a fare diversamente. Da dove vengono allora le risorse finanziarie che, sia pure in misura ridotta, continuano a circolare nell’economia greca?

Vengono dalla “Emergency assistance liquidity”, vale a dire dalla liquidità che le banche centrali da sempre immettono nella loro qualità di prestatrici di ultima istanza e che nella nostra Unione è consentita dall’articolo 123 del Trattato, a condizione che non vada direttamente a coprire debiti sovrani. Ciò significa che la Grecia vive oggi con la sola liquidità che le mette a disposizione la sua banca centrale, sino a quando ciò sarà consentito dalla Banca centrale europea. E che cosa può accadere il giorno che la banca centrale greca riceve da Francoforte una comunicazione simile a quella che ricevemmo noi nel settembre 1992? Checché diciamo noi giuristi, quel giorno la Grecia o chiude i battenti, o lascia che la sua banca centrale continui a immettere liquidità, che, comunque denominata, non sarebbe più costituita dagli euro dell’Unione.

Realismo vuole, dunque, che la conclusione che sino a poco tempo fa ritenevamo pacifica venga a dir poco emendata. Resta vero che gli Stati non possono lasciare l’euro, ma è un fatto che l’euro può lasciare gli Stati. Alle ragioni della stabilità non si comanda. Se così è, due domande si affacciano subito. La prima è se davvero dobbiamo opporci alle proposte che stanno maturando in Germania (ne discuterà in questi giorni il congresso della Cdu, il partito di Angela Merkel) per dare una regolazione all’uscita dall’euro. La seconda è se, regolazione o non regolazione, l’Italia corra il rischio, vent’anni dopo l’uscita dallo Sme, di uscire anche dall’euro.

Alle proposte tedesche avrei dato mesi addietro una risposta negativa, ora ci penserei un po’ di più. Ritengo contraria alla natura stessa dell’euro quale moneta dell’Unione la creazione di due fasce – euro debole ed euro forte – dalle quali l’Unione sarebbe spaccata. Ma di sicuro avrebbe più senso prendere atto dell’asimmetria che abbiamo creato quando abbiamo previsto che gli Stati non ancora in linea con i parametri richiesti per l’ingresso nell’euro non possano entrarvi, mentre possono invece restarci e non essere neppure sospesi i Paesi che vanno fuori linea dopo esserci entrati. È duro trovarsi soli sul marciapiede, con una valigia di cartone e alla mercé dei mercati. Ma la sola prospettiva può indurre ad adoprarsi con più efficacia per evitarlo e in ogni caso, come si è visto, può accadere anche oggi a regole immutate.

Può accadere a noi? Non ripeterò qui l’elenco delle ragioni, e delle cifre, che testimoniano della nostra distanza dalla Grecia e delle molteplici risorse di cui disponiamo per uscire dai guai in cui ci troviamo. È un elenco che tutti i nostri interlocutori, e gli stessi mercati, conoscono benissimo e che può indurli a una domanda riconvenzionale per noi ogni giorno più imbarazzante: e allora perché non vi decidete a usarle le vostre risorse, perché non riducete i vostri costi, perché non eliminate le vostre diseconomie esterne, perché non aumentate la vostra produttività, perché non abbassate più decisamente il vostro debito?

La riconvenzionale del resto è arrivata e si è tradotta nelle ben trentanove domande che al Governo italiano ha rivolto il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn. Leggiamole queste trentanove domande e capiremo subito perché, nonostante le nostre differenze dalla Grecia, corriamo il rischio, al momento, di finire negli stessi guai. In Grecia il governo Papandreou, prima di dimettersi giorni fa, ha adottato e fatto approvare dal Parlamento decine di misure, tutte quelle che l’Unione europea e lo stesso Fondo monetario gli avevano via via chiesto di adottare. Ma quelle che si traducevano in norme auto-applicative (riduzioni di stipendi e aumenti di tasse) sono diventate operative, tutte le altre, e quindi le riforme più impegnative, sono rimaste sulla carta. La volontà e la capacità di “implementare” degli apparati sono state prossime allo zero e la Grecia è soltanto diventata più povera.

Ebbene, Olli Rehn, attraverso ciascuna delle sue domande, chiede all’Italia come e quando “implementerà” le sue misure. Quale risposta potrà dare l’Italia, se dopo averle approvate di gran carriera in Parlamento, lascia le misure in Gazzetta ufficiale, il Parlamento lo scioglie e si mette in campagna elettorale? È difficile per forze politiche aspramente divise sostenere insieme un governo che eviti un simile epilogo. Ma devono farlo se vogliono salvare, insieme all’Italia, il loro stesso onore.

Il Sole 24 Ore 13.11.11

"Un cittadino al servizio del Paese", di Eugenio Scalfati

Mentre scrivo queste mie riflessioni domenicali Giorgio Napolitano ha ricevuto la lettera di dimissioni del presidente del Consiglio, salito al Colle tra la folla che gli urla «buffone» e canta l´Inno di Mameli. E mentre oggi il nostro giornale è nelle edicole le consultazioni al Quirinale sono già cominciate e dureranno per l´intera giornata.
Non sarà una giornata facile quella del Capo dello Stato. Le forze dell´opposizione – tutte senza alcuna eccezione – indicheranno Mario Monti e un esecutivo di soli tecnici per portare l´economia italiana fuori dal disastro che ne sta devastando la stabilità dei cosiddetti “fondamentali”: al tempo stesso la competitività e la coesione sociale.
Ma l´ex maggioranza aggiunge a questo quadro già di per sé assai fosco un ulteriore tasso di drammaticità che la dice lunga sulla natura dei due partiti che la compongono, il Pdl e la Lega. La dice lunga sul prevalere dei loro gruppi dirigenti, degli interessi individuali, settoriali e clientelari su quelli generali della Nazione e quindi sulla loro irresponsabilità di fronte alla crisi che sta imperversando su tutto l´Occidente.
Il gruppo dirigente del Pdl è spaccato in due tra chi si oppone alla candidatura di Monti e chi l´accetta come l´unica via d´uscita possibile. Quanto alla Lega il suo vero obiettivo sono le elezioni immediate e la separazione dal Pdl per non subirne il contagio d´una inevitabile sconfitta elettorale. Berlusconi galleggia nel mare tempestoso che lo circonda ma, dalle sue recenti sortite, dai suoi cambiamenti di rotta improvvisi, dalle proposte assurde e dagli anatemi ripetitivi, dà l´impressione d´essere in uno stato di stordimento e di incoerenza totale, come un pacco sballottato nella stiva d´una nave che imbarca acqua dalle falle del suo sconnesso fasciame.
È evidente che la disgregazione del Pdl complica ulteriormente il quadro; è anche evidente che il Capo di quel partito non è più in grado di comandare ma è altrettanto evidente che non c´è nessuno in grado di sostituirlo. E tuttavia i voti in Parlamento dei deputati e dei senatori berlusconiani sono un ingrediente significativo per la sussistenza d´un governo di emergenza.
Per risolvere questo problema Napolitano ha dodici ore di tempo. Conoscendone le capacità politiche, la lucidità delle intuizioni e la dedizione al bene comune, confidiamo nella sua riuscita. In mezzo a tanti guai, errori e manchevolezze che hanno agitato la storia del nostro Paese negli ultimi vent´anni, abbiamo però avuto la fortuna di tre presidenti della Repubblica, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, che hanno costituito l´antemurale difensivo della Repubblica contro le ondate del populismo, della demagogia e dell´avventura.
* * *
Prima di fare il punto aggiornato sulla situazione della finanza e dell´economia italiana di fronte ai mercati che lunedì daranno il loro giudizio sulle decisione politiche che nel frattempo saranno state prese, va chiarita una questione importante che finora ha diviso la pubblica opinione: l´eventuale nascita d´un governo Monti rappresenta la sconfitta della politica e la vittoria della tecnocrazia? Un governo di tecnici che confisca i diritti del popolo sovrano?
Napolitano, più volte interrogato in varie occasioni pubbliche su questo argomento, ha dato una risposta definitiva: «Non esistono governi tecnici poiché un governo, comunque composto, ha bisogno per esistere d´ottenere la fiducia del Parlamento, cioè dei rappresentanti del popolo depositari pro tempore della sovranità popolare». Del resto la nomina di Mario Monti a senatore a vita e in quanto tale membro del Senato a tutti gli effetti è stato un elemento in più, mirato a rafforzare la politicità dell´eventuale candidato.
Ma aggiungo un´ulteriore considerazione: le dimissioni di Berlusconi non sono un evento caduto dal cielo; sono avvenute a causa d´una sconfitta parlamentare in occasione del voto sul Rendiconto generale dello Stato, avvenuto la scorsa settimana. Quel Rendiconto è un atto fondamentale nella vita dello Stato perché senza la sua approvazione non si può approvare né la legge di Bilancio né la legge Finanziaria.
In quell´occasione le opposizioni, rafforzate da un gruppo di dissidenti usciti dalle file del Pdl, decisero di astenersi e in questo modo di contarsi e di contare i voti della maggioranza. Il risultato fu duplice: da un lato il Rendiconto fu approvato come era assai opportuno per non bloccare la macchina dello Stato; dall´altro il risultato della conta fu di 308 voti della maggioranza e di 321 voti dell´opposizione. Poiché la maggioranza, per esser tale, deve avere almeno 316 voti, da quel giorno ha cessato di esistere tant´è che Berlusconi, responsabilmente, andò al Quirinale e presentò le proprie dimissioni “a scadenza”. La scadenza è arrivata oggi ed oggi infatti quelle dimissioni sono diventate esecutive.
Conclusione: la caduta di questo governo è avvenuta in Parlamento ed è stata un evento politico a determinarla, con buona pace di chi continua a parlare d´una politica asservita al dominio dei tecnocrati.
* * *
Per completare quanto scritto fin qui voglio ora trascrivere l´inizio del discorso che Carlo Azeglio Ciampi pronunciò davanti alle Camere il 6 maggio del 1993, dopo essere stato nominato presidente del Consiglio da Scalfaro. Sono parole di estrema attualità, forse non diverse da quelle che dirà Monti in analoga eventuale circostanza.
«È per la prima volta nell´applicazione della Costituzione repubblicana che un semplice cittadino, senza mandato elettorale, parla davanti a voi nelle funzioni di presidente del Consiglio ed io sento innanzitutto di dover testimoniare in quest´Aula il rispetto profondo, l´amore civico mai venuto meno, l´orgoglio degli italiani per le istituzioni rappresentative. La storia della democrazia italiana, della progressiva attuazione dei suoi valori, dello stesso avanzamento civile del nostro Paese, coincide con la storia del Parlamento.
Con grande emozione sono qui per ottenere la vostra fiducia non soltanto ai sensi dell´articolo 94 della Costituzione, ma in un senso molto più largo. Intendo una fiducia che prescinda dalla contabilità dei voti dati o dei voti negati. Mi riferisco ad una fiducia morale del Parlamento anche da parte da chi riterrà di dare voto negativo riconoscendo però l´utilità e forse la necessità e l´onestà dello sforzo che questo governo si propone di compiere.
Come la stragrande maggioranza dei nostri concittadini, guardo con speranza al moto di profondo rinnovamento che attraversa il Paese».
Quel governo durò un anno ponendo le basi della ripresa economica e morale. Votò anche la riforma della legge elettorale e poi si dimise avendo assolto al compito che gli era stato affidato. Purtroppo dopo di lui arrivò Berlusconi e sappiamo che cosa è avvenuto e quale sia stata la devastazione delle istituzioni che ne è seguita.
Ora siamo ad una svolta e mi è sembrato che rileggere le parole di Ciampi sia di buon auspicio per il futuro.
* * *
Ed ora facciamo il punto dell´economia, lo stiamo facendo ogni settimana perché ogni giorno i mercati operano sotto stelle diverse e spesso addirittura sotto cieli coperti di nebbia e di nuvole.
Quella alle nostre spalle è stata una settimana di tregenda, conclusa da due giorni di pausa e di respiro in attesa del meglio. Per i mercati il meglio è Monti il peggio è l´incertezza e l´indecisione.
Nei giorni di tempesta lo “spread” è arrivato a 600 punti dal “Bund” tedesco e il rendimento dei nostri titoli pluriennali ha raggiunto il 7,10 per cento, un livello che provocherebbe l´avvitamento del sistema se non fosse un picco ma diventasse uno standard. Il professor Penati ha spiegato su queste colonne che un rendimento del 7 per cento provocherebbe illiquidità nelle banche e poi insolvibilità. Penati teme che questi fenomeni siano già in atto. Forse è troppo pessimista ma ci va vicino. Personalmente penso che una terapia sia ancora possibile purché applicata con urgenza. Credo sia questo il programma di Monti: efficacia e urgenza, crescita e rigore. Ho scritto altre volte, parafrasando Draghi, Roubini e Stiglitz, che a questo a punto i provvedimenti di crescita sono più urgenti del rigore perché consentono un rigore “sano”. Senza crescita il rigore diventa una tremenda malattia che si chiama deflazione e recessione.
Concludo sul tema di eventuali elezioni anticipate. Ci sono ragioni che le sconsigliano ed altre che le motivano tirando in ballo il popolo sovrano. Ma ce n´è una che è decisiva e definitiva: le elezioni significano a dir poco due mesi di campagna elettorale, due mesi dominati dall´incertezza del risultato. Una festa per i ribassisti che avrebbero una prateria a disposizione in una fase di scadenze massicce dei nostri titoli pubblici. Per di più con un´ipotesi di maggioranze diverse tra Camera e Senato e quindi con un´incertezza protratta ancora oltre i risultati.
Pare che i sostenitori di elezioni immediate siano sordi da quest´orecchio. Portano l´esempio di Spagna e Grecia ma si tratta d´un esempio profondamente sbagliato: la Spagna non ha i titoli in scadenza come noi e la Grecia ha già un debito sovrano svalutato del 50 per cento. Il nostro debito è il terzo del mondo e se salta, salta l´euro. Il punto è questo. Perciò noi facciamo il tifo per Monti.

La Repubblica 13.11.11

"Putin, escort, Apicella L’Italia esce dall’era B. più povera e precaria", di Oreste Pivetta

Il ventennio berlusconiano non lascia in eredità riforme memorabili e neppure autostrade, ma una scia di veleni, scandali e leggi ad personam. Solo lui è diventato più ricco e gli sono persino ricresciuti i capelli. Berlusconi nella storia. Se era questa la sua ambizione è chiaro che può credere d’esserci riuscito. A prima vista, chi potrebbe contraddirlo. A settantacinque anni Berlusconi potrebbe ritirarsi contento e si ritirerà convincendo se stesso d’aver lasciato il segno. Potrà confidare ai suoi fedeli, che non mancheranno finchè non mancheranno le risorse, ’aver salvato l’Italia, dalla finanza assassina, dalle mani rapaci del’eurozona, dalle frane e dalle inondazioni, soprattutto dai comunisti. Racconterà d’aver preso per mano un povero paese e d’averlo condotto sulle soglie della modernità, lui, l’ottimista, il liberale, l’architetto del futuro, l’avanguardista, eccetera eccetera. L’uomo non è privo di immaginazione. Le frottole,
che ha raccontato a noi per venti anni e passa, saprà raccontarle anche a se stesso. Quante altre imprese avrebbe potuto realizzare, il ponte sullo stretto un lampo dalla Calabria alla Sicilia, le centrali nucleari, la giustizia che si sbriga in qualche settimana, altre diaboliche modernizzazioni. Si consolerà: potrà dare la colpa a qualcun altro, alla toga rossa, al traditore Fini, a quella culona della Merkel, all’universo mondo che complotta ai suoi danni, naturalmente ai comunisti, se qualche traguardo è mancato. Però, scorrendo le cronache del suo ventennio, è difficile mettere assieme tre cose memorabili: una grande riforma, una virgola in più o in meno alla Costituzione, neppure un’autostrada. Il bipolarismo non è un’invenzione sua: se mai gli si può attribuire la colpa di averlo ridotto a questo stato di infelicità. Le grandi riforme, norme costituzionali, autostrade, appartengono ad altri ventenni, quando comandavano i democristiani magari in combutta con gli esecrabili comunisti, nel corso della famigerata Prima Repubblica. Di Berlusconi resteranno le escort, i processi, gli assalti all’università e alla scuola tutta dell’inascoltabile signora Gelmini, il porcellum, le picconate del ministro Sacconi ai diritti dei lavoratori, il fantasma del federalismo, la precarietà del lavoro, i condoni, la politica internazionale con l’inchino a Gheddafi e le gite nella dacia di Putin, le barzellette, le canzoni di Apicella e le ville (come quella di Arcore, strappata al costo di un appartamento alla sua legittima proprietaria, che aveva scelto come consulente alla vendita Cesare Previti), i titoli dei giornali di tutto il mondo che lo invitano ad andarsene (questo sì un autentico primato), resteranno forse le televisioni e cioè Mediaset o Fininvest, resterà a lungo, sicuramente, il berlusconismo, cioè
quella malattia che ha devastato questo paese, ha tentato di ridurre, a volte riuscendoci, la morale ad uno straccio consunto, l’onestà a un orpello del passato, la politica agli affari di un clan, la cultura ad un’inutile bagaglio, esaltando il consumismo eletto a valore, eccetera, come molti ancora, per fortuna, avvertono e condannano.
Questa è l’eredità. Per raccontare Berlusconi si dovrebbe raccontare dove si è cacciata questa Italia, sull’onda craxiana e poi nella palude berlusconiana. Si cita Craxi perché da lì cominciarono (a colpi di decreti legge a sostegno delle sue televisioni) le fortune di Berlusconi, che ebbe il leader socialista e la signora Annatestimoni alle nozze, le seconde, con Veronica Lario, e del cui governo in un famoso spot televisivo celebrò la credibilità internazionale, “che è, per chi da imprenditore opera sui mercati, qualcosa di necessario per poter svolgere un’azione positiva in ambienti anche politici sempre molto difficili per noi italiani, e qualche volta addirittura ostili». Cancellato Craxi, si diede a Fini e fu quello il pronunciamento che anticipò la sua “discesa in campo”. S’era a Casalecchio di Reno, nel novembre del 1993, disse che avrebbe votato il segretario del Msi, contro Rutelli alle amministrative romane. Lo disse pensando alla “sua politica”, perché il partito lo aveva già in mente, più per salvare le sue aziende dissestate, indebitate fino al collo (“una candela che si sta spegnendo”, scrisse Giuseppe Turani), che per salvare il Paese. Ne parlò a lungo, a tavola, a Villa San Martino, offrendo ai suoi convitati un vinello dei colli piacentini e le prime candidature. Sedeva con lui Marcello dell’Utri, poi arrivò Dotti, l’avvocato fallimentarista di stile liberale, alla fine messo da parte, per la sua moderazione. Si presentò anche Previti. L’infarinatura politica la fornì il professor Giulio Urbani, i nomi dei possibili candidati si leggevano tra gli agenti di Publitalia. Le selezioni si facevano nel teatrino della Villa (forse lo stesso del bunga bunga)… Nacque Forza Italia, ripetendo il grido di incitamento della nazionale di calcio. L’azzurro perché sembrava unificasse. E naturalmente il suo nome, che le sue televisioni avrebbero rilanciato nell’etere: l’uomo che aveva dato Drive In e qualche Dynasty agli italiani, per giunta senza pagare l’abbonamento. E il Milan ai milanisti. Non vinse al primo botto per quei motivi soltanto, anche se ci confortava pensarlo. Alle spalle ci stavamo lasciando Tangentopoli, le malefatte di altri politici, la sfiducia generale, il qualunquismo che quelle pratiche corrotte avevano alimentato. La frase che si poteva ascoltare più di frequente era: “tutti uguali, tutti ladri”. Non era vero,mala storia si raccontava così. Si è continuato a raccontarla così, la favola dell’uomo nuovo, lontano dalla politica, alla guida del paese. Di nuovo per noi (di vecchio per altri paesi) c’era solo la tv commerciale. Il resto di Berlusconi erano clientele e interessi personali. S’è arricchito solo lui, arricchendo una corte di comparse al suo servizio, i “nani” e le “ballerine” di craxiana memoria, per lo più fedeli e riconoscenti: come sarebbero saliti tanto in alto senza il deferente vassallaggio?
Berlusconi vinse nel 1994, alleato della Lega e del Msi, persino con l’aiuto del povero Raimondo Vianello, di Mike Buongiorno e di Iva Zanicchi.
Fu costretto alla resa pochi mesi dopo l’insediamento, quando Bossi, che allora lo definiva mafioso, ruppe l’alleanza. Lasciò il posto a Dini, il suo ministro del tesoro. Lui avrebbe parlato pochi anni avanti di golpe della magistratura (per l’avviso di reato recapitatogli durante il summit mondiale di Napoli) e del presidente Oscar Luigi Scalfaro. Nel 1996 il successo andò all’Ulivo di Prodi. D’Alema promosse la Bicamerale per avviare grandi riforme istituzionali ma Berlusconi la fece saltare. E nel 2001 lasciò i banchi dell’opposizione. Prodi ci aveva guidati nell’euro,mail centrosinistra al solito litigò, cambiò strade. Berlusconi si inventò la Casa delle libertà, rimise assieme destra e Lega Nord, firmò il contratto con gli italiani sulla scrivania che Bruno Vespa gli aveva messo gentilmente a disposizione. Berlusconi confermò il suo stile e la sua sostanza di venditore-imbonitore (definizioni che risalgono a Montanelli), ma agli italiani piacque e lui vinse. Nominato per la seconda volta alla presidenza del consiglio a metà giugno, esordì a fine luglio sistemando le limonaie in piazza de Ferrari a Genova per il G8 e orchestrando con valenti collaboratori la macchina repressiva di polizia, carabinieri, guardia di finanza, forestale… Perderà tutte le elezioni in mezzo, europee, regionali, amministrative. Appressandosi quelle politiche, coi sondaggi in pesante ribasso, fece il suo capolavoro: cioè la rimonta. Memorabile il suo faccia faccia
con Prodi, sempre officiante Bruna Vespa. All’ultima battuta, all’ultimo secondo promise l’abolizione dell’Ici, la tassa sulla casa. Impossibile la replica. Tempo scaduto. Contati i voti, Berlusconi si fermò appena sotto Prodi, che si ritrovò capo del
governo, afflitto dalla più risicata e litigiosa maggioranza della nostra storia (salvo gli ultimi giorni). Fino alla sconfitta, fino alle nuove elezioni. Berlusconi ci provò con un altro partito, il Popolo della libertà, promosso dal predellino della sua auto in piazza San Babila a Milano. Trionfò, come sappiamo, con numeri a suo favore schiaccianti. Con le conseguenze che vediamo, dal presunto rilancio di Alitalia al tracollo vero dell’Italia, tra processi da evitare ed escort da incontrare, tra ricattatori da pagare e parlamentari da “convincere”. Neppure alla fine ci ha risparmiato i suoi memorabili detti: i ristoranti sempre pieni, gli aerei pure… Lui sì, è diventato sempre più ricco, gli sono persino ricresciuti i capelli, e diventando pure più vecchio potrebbe alla fine infischiarsene dei suoi processi. Gli mancherà
la presidenza della Repubblica. Ci teneva molto. Tiriamo un sospiro di sollievo. Ma i danni sono enormi. Ha lasciato fare ad un gruppo di inconcludenti ultrà del liberismo arraffa- chi-può, guidati dal portafoglio, dalle ambizioni rinate, da un certo spirito vendicativo. Ha scassato lo Stato, senza un disegno, senza costruire niente per il futuro.

L’Unità 13.11.11