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"Potevamo vincere le elezioni ma avrei trionfato sulle macerie ora governo di caratura tecnica", intervista a Pier Luigi Bersani di Alessandra Longo

E´ fatta. E´ finita. Pierluigi Bersani si accende un sigaro nel suo ufficio alla Camera, prima di affrontare l´entusiasmo dei militanti nella sede storica di via dei Giubbonari e prima di scendere, con loro, in piazza. Scorrono i titoli di coda. Il segretario del Pd può lasciarsi andare: «E´ il giorno della liberazione! Tutti, chi più chi meno, hanno portato un sassolino per arrivare a questo passaggio di importanza incalcolabile». Berlusconi – dice Bersani – è caduto in Parlamento nel rispetto delle regole ma dietro c´è la nostra forza, la forza reale del Pd, che non è il partito a impronta personalistica del “ghe pensi mi” ma un partito solido, democratico, che discute, e ha scelto compatto di appoggiare un governo di emergenza». Strana serata per la sinistra, il senso di euforia non scaccia la prudenza. I nodi sono tanti: la composizione del governo, il caso Letta, che poi, però, si risolve nella notte con un passo indietro. E sul quale Bersani dice: «Non ne facevo una questione personale ma a chi chiedeva garanzie politiche ho sempre detto: per noi la garanzia è Monti». E lui, e Bersani? Quale sarà il suo destino politico? Se si fosse andati subito ad elezioni sarebbe stato il candidato premier. Persa l´occasione della vita? Aspira il sigaro e sorride: «Non mi interessa di vincere sulle macerie».
Bersani, un giorno da ricordare.
«Credo che ognuno di noi abbia in questo momento emozioni e riflessioni personali. Io ricordo cosa dissi quando partii con le primarie: “Il più antiberlusconiano di tutti sarà quello che lo manderà a casa…”».
Allora è lei il più antiberlusconiano.
«No, è il Pd. Da due anni a questa parte abbiamo iniziato a denunciare la gravità della situazione e non ci siamo mai accodati ai cori di complemento nella fase dell´omaggio alle fortune berlusconiane».
I cori di chi?
«Non scendo nei dettagli. Parlo di un largo conformismo a cui si è sempre contrapposto il pensiero autonomo del Pd. Abbiamo sempre avuto come punto fermo il tema democratico e sociale e sempre lavorato perché l´opposizione non si dividesse tenendo il filo tra la piazza e il Parlamento. E´ il nostro Dna, nuova o vecchia generazione che sia. Rappresentiamo una cultura politica nazionale e democratica».
E adesso arriva Monti. I sondaggi vi danno vincenti ma non ci saranno elezioni. A metterla sul personale, lei “rischia” di non incassare il risultato del suo lavoro…
«Non mi interessa di vincere sulle macerie. Mi interessa il futuro del Pd, un partito che non ha ancora quattro anni, battezzato al Lingotto e poi con le primarie. Ma il vero battesimo avverrà proprio attraversando questa crisi, la più grande dal Dopoguerra. Un passaggio che non sarà breve. Scommetto che il Pd si affermerà come un grande partito riformista di governo e nazionale. Se non è questo non è».
Come sarà il governo Monti, un governo di tecnici o di politici?
«Me lo aspetto di prevalente contenuto tecnico, direi di caratura tecnica. Se si parla di politica si parla di esperienze d´area, di società civile».
Monti è un liberale, non affronterà la crisi con le vostre ricette…
«Non a caso questo è un governo di emergenza e transizione, né larghe intese né grande coalizione, nel quale potranno esserci le tracce di alcune cose che dobbiamo fare e nel quale ognuno prende la sua parte di responsabilità. E´ chiaro che la grande opera di ricostruzione potrà avvenire solo con il sostegno del popolo, cioè solo con le elezioni».
I detrattori parlano di “governo delle banche”.
«Bisogna intendersi su cosa significa banche. Le banche sono i luoghi dei banchieri ma anche i luoghi dove si custodiscono i soldi dei risparmiatori e credo che questa sia una preoccupazione di Monti. Il tema della fiscalità è il tema che ci differenzia dall´Europa, così come l´evasione, la pletora della Pubblica Amministrazione, le liberalizzazioni. Tutto questo è in sintonia con l´ottica liberale di Monti. Credo che sia a lui ben chiaro che la micidiale diseguaglianza sociale che affligge il Paese imbriglia la crescita. Quando Monti parla dell´abolizione dei privilegi, non evoca forse il tema dell´equità?».
Via Berlusconi, rimane il berlusconismo.
«Non abbiamo ancora risolto l´esperienza del berlusconismo. La grande discussione, che avrà i suoi riverberi nella futura campagna elettorale, sarà su due modelli: il modello riformatore di democrazia rappresentativa e costituzionale e il modello populista, dell´uomo solo al comando, diffidente delle regole e della divisione dei poteri, che ha agitato il Paese in questi anni».
Quale sarà, secondo lei, il tratto distintivo, il segno di discontinuità, di questo governo nascente?
«Me lo aspetto improntato a criteri di sobrietà e concentratissimo a risolvere i problemi degli italiani che vivono normalmente, siano essi elettori del Pd o del Pdl».
Torno sul personale. E se Bersani avesse perso definitivamente il treno di una possibile futura presidenza del consiglio?
«Le rispondo così: la vita è bella e lunga».

La Repubblica 13.11.11

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Bersani riunisce i suoi: «La politica non abdica noi faremo le riforme», di Simone Collini

Bersani a colloquio con Monti parla di «discontinuità» ed «equità». Poi riunisce i deputati del Pd: «Emergenza ma la politica non abdica». L’obiettivo è discutere in Parlamento legge elettorale e riforme istituzionali. «E questa sera prendiamoci cinque minuti per un brindisi». Bersani riunisce i deputati del Pd al secondo piano di Montecitorio, mentre sotto il Transatlantico inizia ad animarsi in attesa del voto sulla legge di stabilità. Non è una seduta come le altre, quella che sta per cominciare. «È il sipario che scende su una lunga e dolorosa pagina della storia politica italiana», dice Franceschini. Bersani davanti ai suoi gioca la carta dell’orgoglio di partito, perché i due risultati Berlusconi a casa e governo di emergenza non ci sarebbero stati senza l’impegno del Pd, «un partito che dipingono come anarchico ma che si è visto in un momento delicato come questo come è solido».
DISCONTINUITÀ ED EQUITÀ
Ma ora bisogna guardare al futuro. In un colloquio con Mario Monti, Bersani ribadisce la disponibilità del Pd a sostenere il nuovo governo, insistendo sul fatto che il suo partito chiede «discontinuità» rispetto al precedente esecutivo e misure economiche «nel segno dell’equità». Al neosenatore non chiede elementi di garanzia, e anzi prima di andare insieme a Enrico Letta all’incontro aveva spiegato ai suoi che per il Pd «elemento di garanzia è Monti stesso, non c’è bisogno di averne altri». Però il no alla presenza di esponenti del governo Berlusconi, Gianni Letta compreso, viene messo sul piatto nel momento in cui il leader del Pd fa sapere di vedere con favore un governo composto di soli tecnici. Non un vero e proprio veto, ma il Pd sa che alla presenza o meno di Letta nel nuovo governo è legato anche l’atteggiamento dell’Idv. In un colloquio con Di Pietro, Bersani è tornato a sottolineare la necessità di una «assunzione di responsabilità da parte di tutti», e anche se l’ex pm ora ha archiviato il niet dei giorni scorsi (dice anzi «aspettiamo con fiducia il professor Monti»), ha anche fatto sapere che con Letta dentro l’Idv non potrà esserci il suo sostegno: «Non può entrare il Richelieu di un governo piduista come quello di Berlusconi, è come se ci fosse chi ha fatto il palo mentre il complice svuotava la cassaforte».
FASE D’EMERGENZA
Ma è più su un’altra questione che ora Bersani sta lavorando. Tra i parlamentari c’è chi teme una cessione di sovranità di fronte a un governo tecnico. Un timore che il leader del Pd vuole fugare prima ancora che l’operazione entri nel vivo: «Noi siamo generosi, adesso siamo in una fase d’emergenza, ma la politica non abdica e non va a casa come qualcuno scrive sui giornali», dice davanti a tutti i deputati riuniti a Montecitorio. Dice anche che «ognuno si deve prendere le sue responsabilità», che «o si va amessaosistaacasa»,e che il Pd ha «deciso di andare a messa per il bene dell’Italia». Parole riferite all’atteggiamento di chi, come l’Idv, annuncia che potrebbe decidere legge per legge come votare. Ma è anche un ragionamento, quello che fa Bersani, rivolto a chi avrebbe preferito far entrare politici nel nuovo governo. Anche la squadra dei sottosegretari potrebbe essere totalmente composta di personalità autorevoli ma non provenienti dai partiti. E tra i deputati c’è chi si domanda come potrà esserci un positivo raccordo tra Parlamento e governo, in questo caso.
SBAGLIATO FISSARE SCADENZE
Bersani vuole fugare ogni timore e anzi esorta i suoi a «non stare sulla difensiva» in questa partita. Assicura che «la politica avrà i suoi spazi» anche perché nei prossimi mesi «si dovranno affrontare le riforme, quella istituzionale e quella della legge elettorale». Una frase per lanciare due messaggi. Il primo, il Parlamento sarà comunque centrale. Il secondo (tenendo conto del fatto che le riforme costituzionali richiedono almeno dodici mesi di tempo per l’approvazione) il nuovo governo non durerà solo fino a primavera come vorrebbero Berlusconi e anche Vendola e Di Pietro. Sulla linea di un governo Monti che completi la legislatura sono d’accordo anche Franceschini, Letta e Veltroni. E se il Pdl ha condizionato il sì a Monti a patto che non si presenti alle prossime elezioni, nel Pd c’è chi come il deputato Dari Ginefra sostiene che se il nuovo esecutivo sarà subito impallinato, il neosenatore dovrà essere il candidato premier dell’alleanza tra centrosinsitra e Terzo polo.

L’Unità 13.11.11

"Equità e risanamento. Il resto lo faremo dopo le elezioni", di Gianni Cuperlo

Non chiediamo all’esecutivo di emergenza di realizzare cose che spetteranno a un governo di alternativa. Certo non sarà indifferente il ricorso alla patrimoniale e il ripristino delle condizioni di legalità. C’era il governo Berlusconi. Partiamo da qui. E se c’era e oggi non c’è più il merito è anche di opposizioni ferme e di un Pd determinante. Adesso ci attendono ore cruciali che faranno emergere il profilo e la natura dei protagonisti, a cominciare dai partiti. Per noi parla Bersani e lo fa con chiarezza: prima viene il paese, la salvezza del paese. E la via d’uscita, adesso, significa un governo di emergenza in grado di invertire le tendenze peggiori delle ultime settimane. Dovrebbe essere scontato. Nelle cose non lo è. La vecchia maggioranza è implosa. I leghisti sono rifluiti in Padania mentre il PdL si è rotto in tronconi, l’uno contro l’altro armati. Una condizione difficile che il capo dello Stato affronterà nelle prossime ore con l’autorevolezza che gli italiani gli riconoscono e nella volontà di convincere anche i più riluttanti dello sbocco necessario. Se, come ci auguriamo, a quello sbocco si approderà forse è possibile dire qualcosa sul “come” e sul “quanto”. Sulle cose che realisticamente un altro governo potrà fare e sulla durata indicativa del suo mandato. Intanto, sul merito. Questo possibile governo di emergenza e transizione non sarà il governo di una parte. Non lo sarà della loro ma neppure della nostra. È una soluzione ponte dove tutti hanno l’obbligo di un passo indietro e, al contempo, il diritto di rivendicare qualcosa. L’abilità del timoniere, dunque, starà anche nel governare l’imbarcazione in un mare tutt’altro che piatto. Per questo raccontare il passaggio davanti a noi come condizionato soltanto da ricette prescritte (“lacrime e sangue…..ma ce lo chiede l’Europa!”) è una lettura poco oggettiva e agli occhi nostri inaccettabile. Il nuovo governo, se otterrà la fiducia, governerà. Segnalerà le sue priorità e strategie. Tornerà al merito dopo un triennio di abbagli e pastrocchi, di interessi privati smerciati per bene pubblico. Si occuperà dell’interesse generale, del ripristino di condizioni di legalità, di rimettere sulle gambe una nazione in ginocchio. Sarà un’impresa che avrà bisogno del sostegno leale di quanti hanno a cuore il destino comune. L’autorevolezza della guida è fuori discussione, ma dal nostro
punto di vista e per le cose dette conterà il peso effettivo che avranno alcune scelte di equità e giustizia sociale.
Per dire, non sarà la stessa cosa se di fronte a conti da accomodare e una crescita da rimettere in moto si userà, a parte tutto il resto, lo strumento di una patrimoniale oppure no. E scelgo questo esempio per la sua portata simbolica (sulle forme come ovvio si può discutere). Potrei aggiungere che non sarebbe secondaria la snellezza del governo,
il numero di ministri e sottosegretari, la novità dei volti e il loro profilo tecnico. Quindi è legittimo oltre che coerente con le nostre posizioni chiedere a chi dovesse arrivare dei netti segni di discontinuità con quelli di prima.È chiaro che toccherà al premier trovare la quadra. Ma la dinamica dei fatti spingerà verso la ricerca costante di una proporzione, attributo stesso per la vita della maggioranza numericamente più estesa dell’intera storia repubblicana.
Riconoscere questa natura al governo entrante equivale a un retropensiero sul suo destino? Tutt’altro. Direi che è vero l’opposto. Vuol dire prenderne da subito le misure
e capire per tempo ciò che sarà nelle sue disponibilità e ciò che, per forza di cose e per una coerenza dei principi di ciascuno, dovrà essere rinviato a un tempo successivo, quando superata l’urgenza centrodestra e centrosinistra torneranno a rappresentare in forma compiuta un campo di forze, interessi, valori. In altre parole la prima vera forma di adesione al progetto di salvezza nazionale e allo strumento prescelto è non chiedergli di fare cose che non può fare e che spetteranno a un governo di alternativa. E allora certo che da subito, nell’affrontare le emergenze, si devono gettare le basi della ricostruzione, e qui l’elenco è noto: i provvedimenti necessari sul versante economico, del rasserenamento dei mercati e dei principali detentori del nostro debito, la riforma della legge elettorale e il dimezzamento dei parlamentari con i relativi costi, una batteria concertata di misure sociali per alleggerire il peso della crisi sui più deboli. Ma è altrettanto evidente che per le condizioni in cui versa l’Italia bisognerà subito dopo aggredire mutamenti radicali per i quali sarà vitale il passaggio nelle urne. Il solo in grado di rinnovare il mandato del popolo sovrano a una parte, un programmam di riforme, una visione del paese. Ne va della nostra democrazia come intuisce chiunque rivolga lo sguardo a un malcontento penetrato nelle fibre del tessuto sociale. Sentimento destinato ad accentuarsi se non si ricompone il legame tra
la dimensione istituzionale, le culture politiche e le diverse forme della rappresentanza sociale, dalle associazioni ai sindacati e ai movimenti. Quanto al tempo, la legislatura di fatto è già entrata nella sua fase conclusiva e nessuno è in grado di prevedere quanti mesi serviranno a riportare il sereno dopo le tempeste dell’ultimo scorcio. Ho scritto riportare il sereno, perché se dovessimo pensare in termini di recupero integrale dei guasti prodotti dalla destra dovremmo, come ho accennato, ragionare di anni. Detto ciò so bene che l’uscita di scena di Berlusconi è destinata a creare una scomposizione e ricomposizione del quadro politico e del tema sarà bene discutere seriamente.Ma penso
anche che sarebbe un errore capitale scommettere su questo passaggio per sovvertire lo schema del nostro bipolarismo, magari allo scopo di approdare a una torsione centrista del Pd e all’isolamento delle altre componenti della sinistra più responsabile e di governo. Ripeto, la fase che si apre è una straordinaria fase di emergenza. Ma appunto “emergenza”. Farne derivare conseguenze improprie per l’assetto futuro delle alleanze potrebbe compromettere la radice stessa e la vocazione di quel progetto – il partito unitario dei democratici
italiani – nel quale abbiamo investito tradizioni e culture tra le quali, non prima ma neppure ultima, quella della sinistra italiana. Non mi ricordo chi ha detto tempo fa che non avrebbe desiderato morire socialdemocratico. Altri potrebbero dire di non voler morire moderati. Forse entrambi hanno ragione. La saggezza popolare suggerisce, nei limiti del possibile, di rinviare la morte comunque. Al più tardi possibile. Ecco, sia lasciato a verbale.

L’Unità 13.11.11

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“L’occasione per le riforme”, di FEDERICO GEREMICCA

C’ è un errore che il nascente governo Monti, e i partiti che decideranno di sostenerlo, non dovrebbero commettere: e cioè definire il proprio orizzonte programmatico solo in rapporto all’emergenza economico-finanziaria che pure si troverà a fronteggiare. Segnando la sua nascita, nei fatti, la fine della cosiddetta Seconda Repubblica, il nuovo esecutivo dovrebbe rapidamente porsi l’obiettivo di sostenere la Terza con quelle innovazioni costituzionali (e di regole elettorali) la cui assenza ha certo contribuito anche al mesto naufragio del governo Berlusconi. Avendo i partiti politici autolesionisticamente dimostrato, fin qui, di non esser in grado di varare riforme che ne scalfiscano l’influenza e il potere (a vantaggio, naturalmente, di un miglior funzionamento del sistema nel suo insieme) tale opera riformatrice può esser invece tentata oggi – con speranze di successo – da un governo nel quale i partiti, appunto, si limitano ad assolvere a un compito da retrovia. Non riuscire nell’impresa – o non tentarla nemmeno – rischia infatti di condannare anche la prossima legislatura (e dunque l’avvio della Terza Repubblica) ad una vita stentata e grama: e ad una conclusione che potrebbe essere non molto diversa dalla fine toccata alla Prima ed alla Seconda.

Già troppi elementi, infatti, rendono assai simili l’epilogo delle legislature 1992-‘94 e 2008-2011, per non ritenere che sia il caso finalmente di intervenire. Il primo elemento è senz’altro l’assoluta e deludente incapacità mostrata dai partiti di autoriformare un sistema – ieri come oggi – evidentemente contraddittorio e traballante. Alla fine del terribile biennio ‘92-‘94, furono fondamentalmente Tangentopoli e i magistrati a suonare la campanella di fine ricreazione: oggi i titoli di coda scorrono per la spinta dei mercati e le pressioni dell’Europa. In entrambi i casi, crisi praticamente imposte dall’esterno: ieri in ragione della corruzione dilagante, oggi a causa di inettitudine e cattivo governo. Non può essere considerato un caso il fatto che la prima legislatura della cosiddetta Seconda Repubblica – con l’avvento al governo di Silvio Berlusconi – durò quanto durò (appena due anni) e finì come finì. A fronte di una legge elettorale marcatamente maggioritaria e di un assetto sempre più bipolare, infatti, il sistema istituzionale non fu dotato degli aggiustamenti e delle semplificazioni necessarie. E’ da allora che si cominciò a discutere di fine del bicameralismo perfetto, di uno statuto dell’opposizione, della riduzione del numero dei parlamentari, eccetera eccetera.

Da allora ad oggi, ad ogni scadenza elettorale, i partiti hanno inserito queste riforme nei propri programmi elettorali: non se ne è mai fatto nulla, e il sistema politico-costituzionale è rimasto bicefalo (un po’ maggioritario, un po’ proporzionale) con conseguenze che sono – da anni – sotto gli occhi di tutti. Oggi si ripropone – e non per una libera scelta dei partiti, ma in ragione di un’emergenza drammatica – la possibilità di pensare seriamente agli aggiustamenti di cui il sistema politico ha mostrato di avere un disperato bisogno. A quindici anni di distanza dall’ultimo esecutivo (presieduto da Lamberto Dini) in qualche modo paragonabile a quello che dovrebbe esser guidato da Mario Monti, il ritorno di un governo tecnico potrebbe render possibile le riforme promesse e mai realizzate da tre lustri in qua. Occorrerà, naturalmente, l’impegno e il consenso dei partiti: quantomeno dei partiti maggiori. E non è detto che, giunti al punto cui si è giunti e in un clima che dovrebbe rapidamente «raffreddarsi», stavolta questo non diventi realmente possibile. La pre-condizione, ovviamente, è che il governo Monti veda la luce.

L’alternativa, del resto, rischia di essere esiziale. Chi chiede che «la parola torni al popolo» e che «la democrazia non ceda il passo alla tecnocrazia» dovrebbe infatti avere l’onestà di dire che parola potrebbe mai pronunciare il popolo e che successo marcherebbe la democrazia con una legge elettorale che – stando a tutti i sondaggi – non produrrebbe alcuna maggioranza al Senato, con tutto quel che ne discende. L’occasione per completare un percorso riformatore finora appena accennato, dunque, c’è. Buttarla al vento assieme al governo Monti – al di là del possibile tracollo economico che questa ipotesi determinerebbe – sarebbe un delitto: e a guardarla dal punto di vista degli stessi partiti, anzi, qualcosa di assai simile a un suicidio…

La Stampa 13.11.11

«Ma la svolta può partire solo dall’Europa», intervista a Lucrezia Reichlin di Bianca Di Giovanni

L’economista italiana della London School: «Per uscire dalla crisi le soluzioni tecniche non bastano, serve un progetto ambizioso». Con la crisi la storia europea sembra arrivata ad
una svolta senza ritorno. Il vecchio continente arranca dietro i mercati in subbuglio. Come se ne esce? «Ci vogliono soluzioni che riassicurino i nostri creditori sulla capacità dei paesi europei a rischio a pagare e queste soluzioni implicano misure nazionali ma anche il rafforzamento delle istituzioni europee per il management della crisi. Non solo soluzioni tecniche, abbiamo bisogno anche di ricreare consenso attorno ad un progetto europeo che implichi più crescita e più giustizia. Abbiamo bisogno di una sorta di piano Marshall, un progetto ambizioso che coinvolga anche i cittadini». La pensa così Lucrezia Reichlin, docente di economia alla London Business School. Reichlin segue da oltre manica le sorti (pesantissime) del nostro Paese sui mercati, tocca con mano le distanze (siderali) tra i giovani e le donne italiane e quelli degli altri Paesi. C’è molto da fare: servono riforme subito, soprattutto per i più giovani (nuovo welfare) e per le donne che continuano ad avere «modelli sbagliati », spiega Reichlin. La politica oggi non può sbagliare. Da noi c’è la fine del berlusconismo. Ma in Europa si potrebbe parlare di fine del sarkosismo, o fine della Bce. Si è sbagliato tutto?
«Credo che il progetto non sia sbagliato, anzi, bisogna andare avanti con più Europa. Siamo a un punto di svolta perché delle carenze del governo dell’economia europea sono venute al pettine con la crisi del debito. Quella fondamentale è avere una banca centrale unica, che non ha il pieno potere di essere prestatore di ultimam istanza, cioè l’istituzione che garantisce la stabilità finanziaria in periodi
di emergenza. La ragione di questo limite è il fatto che le politiche fiscale rimangono nazionali, mentre la politica monetaria è unica. La direzione da intraprendere, quindi è la maggiore integrazione delle politiche fiscali. Serviranno soluzioni più robuste di quelle finora prospettate da Merkel e Sarkozy, di cui oggi vediamo tutti i limiti. Ogni decisione presa finora è stata superata dagli avvenimenti in poco tempo. Capisco i timori della Germania, ma allo stesso tempo mi sembra che i suoi leaders siano confusi. Certo, la risposta ottimale non può arrivare subito, ma dobbiamo almeno definire chiaramente dove dobbiamo andare».
E l’Italia è il Paese che cresce meno.
«Certo, perché anche dopo l’ingresso nell’euro è rimasta con una produttività bassa e una manodopera a scarso livello di educazione: non ha saputo fare un salto. L’Italia rimane un Paese molto sui generis dal punto di vista della criminalità e delle regole. È difficile stare in Europa in queste condizioni».
L’Italia ha sempre avuto alto debito. Senza la crisi sarebbe arrivata lo stesso a un punto di non ritorno?
«Il problema è il rapporto tra numeratore e denominatore. Si può avere anche un debito molto alto. La Gran Bretagna ad esempio è uscita dalla seconda guerra mondiale con un debito di oltre il 200% e ci ha messo 30 anni a contenerlo, però questo è stato possibile perché quello è stato anche un periodo di crescita. In Italia oggi i numeri non rendono più credibile la stabilità. Con la grande crisi il Pil è sceso e il deficit è salito perché ci sono meno entrate».
In Grecia e in Italia si punta sui tecnici: è un fallimento della politica?
«Sicuramente c’è una grande crisi politica, e me ne dispiace. Faccio a Monti i miei migliori auguri,ma nel medio periodo la politica dovrà tornare a governare. Non questa politica però».
Se lunedì la situazione resta confusa, come reagirebbero i mercati?
«Se la politica italiana non ha ancora capito che il governo si deve fare oggi, e che chiunque abbia esitazioni in questo momento condanna l’Italia a decenni di povertà, allora l’attacco speculativo sarà molto pesante Ci sarà il contagio verso la Francia, il che comporterà la fine dell’euro. Il mercanteggiamento di queste giornate dimostra esattamente
la mancanza di responsabilità e il cinismo di gran parte della classe politica che ha dominato questi ultimi 15 anni».
C’è una responsabilità delle opposizioni, così litigiose?
«Credo che oggi le opposizioni abbiano dimostrato molta maturità e responsabilità: stanno accettando di sostenere un governo che dovrà decidere cose molto complicate. Lo
fa nell’interesse di tutti, perché bisogna comprendere che siamo tutti sulla stessa barca».

L’Unità 12.11.11

"Quei pozzi avvelenati dalla giustizia alla Rai", di Francesco Merlo

È la normalità, la tanto attesa normalità, che ha reso storica la lunga giornata di ieri anche se ci vorrebbe un governo Monti delle anime e dei sentimenti e dei valori per liberare l´Italia dal berlusconismo. Nessuno dunque si illuda che sia davvero scaduto il tempo. Certo, alla Camera lo hanno giubilato, gli hanno fatto un applauso da sipario: è così che si chiude e si dimentica, con l´applauso più forte e più fragoroso che è sempre il definitivo.
Poi Napolitano è riuscito a dare solennità anche all´addio di Berlusconi che sino all´altro ieri si era comportato da genio dell´impunità inventando le dimissioni a rate. Che lui nascondesse una fregatura sotto forma di sorpresa è stato il brivido di ieri, e difatti, inconsapevolmente, nessuno si è lasciato troppo andare e la festa, sino all´annuncio ufficiale delle dimissioni, più che sobria è stata cauta. Di sicuro Berlusconi non ha avuto il lieto fine. Entrato in scena cantando My Way ne è uscito con lo Zarathustra che premia «il folgorante destino di chi tramonta».
Dunque non c´è stato il 25 luglio, non la fuga dei Savoia né la fine della Dc, né tanto meno la tragedia craxiana, nessuno ha mangiato mortadella in Parlamento come avvenne quando cadde Prodi, non c´è stato neppure l´addio ai monti di Renzo anche se nessuno sa cosa farà Berlusconi, se rimarrà in Italia o invece andrà in uno dei degli ospedali che dice di avere regalato nei luoghi del Terzo Mondo. Tutti parlano, probabilmente a vanvera, di una trattativa parallela e coperta sui processi, di un salvacondotto e di un´amnistia che non hanno mai riguardato in Italia reati come la corruzione e lo sfruttamento della prostituzione. In un Paese normale la rimozione di un capo non produce mai sconquassi e siamo sicuri che il pedaggio che paghiamo alla normalità non sarà l´enorme anormalità di un pasticcio giuridico.
È comunque certo che, anche se Berlusconi si rifugiasse ad Antigua, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Ecco perché ci vorrebbe una banca centrale della civiltà per commissariare il Paese dove Berlusconi «ha tolto l´aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l´uomo di scienza in salariati da lui dipendenti».
Dunque neppure nello storico giorno in cui è stato accompagnato fuori con il suo grumo di rancore invincibile e lo sguardo per sempre livido, è stato possibile accorarsi e simpatizzare. Non c´è da intonare il requiem di Mozart o di Brahms per l´uomo più ricco d´Italia che ha comprato metà del Parlamento e ha ordinato di approvare almeno 25 leggi ad personam. E ha terremotato lo Stato infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. E mentre i suoi ministri leghisti attaccavano la bandiera e l´unità dello Stato, Berlusconi organizzava la piazza contro i tribunali di Stato, la Corte costituzionale, il capo dello Stato. Anche il federalismo non ha preso, come negli Usa e in Germania, la forma dello Stato ma dell´attacco al cuore dello Stato. Avevamo avuto di tutto nella storia: mai lo statista che lavorava per demolire lo Stato. Quanto tempo ci vorrà per rilegittimare i servitori dello Stato, dai magistrati ai partiti politici, dagli insegnanti ai bidelli ai poliziotti senza soldi e con le volanti a secco?
E quante generazioni ci vorranno per restituire un po´ di valore all´università, alla scuola e alla cultura che Berlusconi ha depresso e umiliato: contro i maestri, contro gli insegnanti, contro tutti i dipendenti pubblici considerati la base elettorale del centrosinistra, e contro la scuola pubblica, contro il liceo classico visto come fucina di comunisti. E ha degradato la più grande casa editrice del Paese a strumento di propaganda (escono in questi giorni i saggi di Alfano, Sacconi, Bondi, Lupi….). Ha corrotto una grande quantità di giornalisti come mai era avvenuto. Ha definitivamente distrutto la Rai affidata ad una gang di male intenzionati che hanno manipolato, cacciato via i dissidenti, lavorando in combutta con i concorrenti di Mediaset. E con i suoi giornali e le sue televisioni ha sfigurato il giornalismo di destra che aveva avuto campioni del calibro di Longanesi e Montanelli. Con lui la faziosità militante è diventata macchina del fango. Testate storiche sono state ridotte a rotocalchi agiografici. E ha smoderato i moderati, ha liberato i mascalzoni dando dignità allo spavaldo malandrino, ai Previti e ai Verdini, ai pregiudicati, e c´è un po´ di Lavitola, di Lele Mora e di Tarantini in tutti quelli che gli stanno intorno, anche se ora li chiama traditori. Berlusconi, che fu il primo a circondarsi di creativi, di geniacci come Freccero e Gori ha umiliato la modernità dei nuovi mestieri, della sua stessa comitiva, l´idea di squadra che all´esordio schierava a simbolo Lucio Colletti e alla fine ha schierato a capibranco Tarantini, Ponzellini, Anemone, Bisgnani, Papa, Scajola, Bertolaso, Dell´Utri, Verdini, Romani, Cosentino. Eroi dei giornali di destra sono stati Igor Marini e Pio Pompa. I campioni dell´informazione berlusconiana in tv sono Vespa, Fede e Minzolini. Persino il lessico è diventato molto più volgare, il berlusconismo ha introdotto nelle istituzioni lo slang lavitoilese, malavitoso e sbruffone. E´stato il governo del dito medio e del turpiloquio, è aumentato lo ‘spread´tra la lingua italiana e la buona educazione.
E la corruzione è diventata sacco di Stato e basta pensare agli appalti per la ricostruzione dell´Aquila, assegnati tra le risate della cricca. Berlusconi ha dissolto «tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi. E tutto ciò che era solido e stabile è stato scosso, tutto ciò che era sacro è stato profanato». Persino la bestemmia è diventata simonia spicciola, ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma «in alcuni casi, occorre “contestualizzare” anche la bestemmia». E quanto ci vorrà per far dimenticare la diplomazia del cucù e delle corna, lo slittamento dal tradizionale atlantismo verso i paesi dell´ex Unione Sovietica, la speciale amicizia con i peggiori satrapi del mondo?
E mai c´era stata una classe dirigente maschile così in arretrato di femmina verrebbe da dire con il linguaggio dell´ex premier: femmina d´alcova, esibita e valutata come una giumenta, con il Tricolore sostituito con quella grottesca statuetta di Priapo in erezione che circolava – ricordate? – nelle notti di Arcore. Persino il mito maschile della donna perduta e nella quale perdersi, persino la malafemmina italiana è stata guastata da Berlusconi, ridotta a ragazza squillo della politica: l´utilitaria, il mutuo, seimila euro, l´appartamentino, un posto di deputato e forse di ministro per lucrare il compenso – “il regalino” – agli italiani. Lo scandalo del berlusconismo non è stato comprare sesso in un mondo dove tutto è in vendita ma nel pagare con pezzi di Stato, nell´uso della prostituzione per formare il personale politico e selezionare la classe dirigente. E non è finita: se la prostituzione ha cambiato la politica, anche la politica ha cambiato la prostituzione. La Maddalena ha perso la densità morale che fu una forza della nostra civiltà, è diventata la scialba ragazzotta rifatta dal chirurgo ed educata dalla mamma-maitresse a darla via a tariffa.
Il berlusconismo è stato l´autobiografia della nazione per dirla con Croce, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C´è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un´epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l´abbiamo avuto addosso: «Non temo il Berlusconi in sé – cantava Gaber – ma il Berlusconi in me».

La Repubblica 13.11.11

"La Cassa integrazione tira il freno", di Luigi Grassia

Sulla cassa integrazione arrivano notizie brutte ma variamente interpretabili. Un rapporto della Cgil osserva che le ore di cassa sono sempre troppe, uno studio della Uil lo conferma ma segnala che il totale è in lieve regresso e questo in prospettiva potrebbe rasserenare un po’ il quadro. Parlare di bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto sarebbe fuorviante, vista la gravità dell’argomento, comunque dai sindacati arrivano valutazioni diverse quanto meno nelle sfumature.

«Il dato di ottobre sulla cassa integrazione si conferma elevato, ma più basso rispetto allo stesso mese del biennio precedente» dice Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, presentando il 34˚ rapporto Uil sulla cassa integrazione. Le ore richieste dalle aziende sono 80,2 milioni e coinvolgono 472 mila lavoratori. Però c’è una diminuzione della Cig del 4% ad ottobre rispetto a settembre 2011; su questo regresso hanno influito le flessioni di quella ordinaria (-14,5%) e di quella in deroga (-8,9%). Cresce invece, mese su mese, la richiesta di cassa integrazione straordinaria (+6,8%).

Se poi si fotografa in maniera più ampia l’andamento della cassa integrazione si nota come, nei primi 10 mesi del 2011, rispetto allo stesso periodo del 2010, questo importante strumento di sostegno al reddito abbia subito una flessione del 20,9% (passando dal miliardo di ore richieste nel 2010, agli 812 milioni di ore del 2011) mantenendosi, però, su livelli da crisi piena. Loy commenta che «il sistema produttivo ormai convive con questo strumento che possiamo considerare parte integrante dell’organizzazione del lavoro».

Va ricordato che tutti i tipi di cassa integrazione corrispondono a un sostegno dato ai lavoratori delle aziende in crisi e che lasciano temporaneamente a casa i dipendenti, ma le modalità sono differenti: la Cig ordinaria è quella dovuta a crisi temporanee di mercato, la straordinaria è dovuta a ristrutturazione, riorganizzazione o riconversione aziendale o fallimento mentre la cassa integrazione in deroga è stata introdotta nel 2009 con la crisi economica per ampliare la platea di chi beneficia degli ammortizzatori sociali.

La Cgil denuncia che dall’avvio della crisi dell’economia reale, nell’ottobre del 2008, le ore di Cig registrate sono state quasi 3 miliardi e 300 milioni. Il sindacato calcola in 22 mila euro a testa la decurtazione del salario subita in questi anni dai cassintegrati, per un totale di 11,4 miliardi. «Dopo aver messo fine al governo Berlusconi – commenta il segretario confederale Vincenzo Scudiere – adesso c’è bisogno di decisioni politiche che mettano al centro il lavoro come unico agente per la crescita». Il timore del sindacato è che con 190 tavoli di crisi aperti, il crollo della produzione industriale a settembre prefiguri «il serio rischio per il prossimo anno di in un micidiale mix di stagnazione e disoccupazione». Quindi, secondo Scudiere, «il nuovo governo deve rispondere a Bruxelles con il lavoro: introduca una patrimoniale e metta al centro l’occupazione a partire da quella giovanile».

La Uil è d’accordo: dice il segretario generale Luigi Angeletti che «dobbiamo preoccuparci che il boom della cassa integrazione dal 2008 non prosegua nel 2012. Per fare questo serve ridurre le tasse sul lavoro e far sì che ci sia più possibilità di consumi per milioni di lavoratori dipendenti. Se aumentano i consumi, aumentano anche la produzione e i posti di lavoro. Se succede il contrario, come conseguenza avremo più cassa integrazione e meno posti di lavoro».

La Stampa 13.11.11

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“I lavoratori finiti in Cig sono oltre mezzo milione”, di Luciano Costantini

Tre miliardi e trecentomila ore di lavoro bruciate in tre anni di crisi e pagate con la cassa integrazione. Una enormità, un boom alla rovescia, che ha impoverito oltre mezzo milione di lavoratori. E la spirale potrebbe anche non aver raggiunto il suo punto di massima discesa. Dati alla mano, è questa la situazione descritta dalla Cgil in un dettagliato studio elaborato sull’ultimo triennio, più precisamente dall’ottobre 2008 alla fine dello scorso mese. Le cifre raccolte dall’Osservatorio del dipartimento industria della confederazione di corso d’Italia precisano che i tre miliardi e trecentomila ore vanno ripartiti tra 1 miliardo e 160 milioni di cassa ordinaria e poco più di 2 miliardi e 122 milioni tra straordinaria e in deroga. Un risultato finale che è andato a colpire i reddito di oltre mezzo milione di lavoratori con un cifra complessiva pari a 11,4 miliardi. Il che vuol dire che ogni singolo lavoratore in cig ha percepito circa 22.000 euro in meno rispetto al proprio salario.
Numeri che, ovviamente, accrescono la preoccupazione del sindacato e alimentano l’allarme anche perché dalla crisi non siamo fuori. Tutt’altro. «Dopo aver messo fine al governo Berlusconi, adesso c’è bisogno di decisioni politiche che mettano al centro il lavoro come unico agente di crescita», sollecita il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere. Che avverte: «Il crollo della produzione industriale e i dati sulla cassa integrazione possono determinare per il prossimo anno il rischio di un micidiale mix fatto di stagnazione e disoccupazione». La Cgil chiede, quindi, formalmente che il nuovo governo dia una risposta rapida e positiva proprio sul fronte lavoro: «Introduca una patrimoniale e metta al centro l’occupazione a partire da quella giovanile». Proprio sul tema del lavoro sarà incentrata la manifestazione del 3 dicembre a piazza San Giovanni a Roma.
Del resto si tratta di una preoccupazione che accomuna l’intero arco sindacale se è vero che anche la Uil, in un proprio studio, arriva in sintesi alle stesse conclusioni del sindacato guidato da Susanna Camusso. L’arretramento della cassa registrato ad ottobre e rilevato da entrambi i sindacati può essere considerato come un dato che conferma una situazione di crisi, ma non l’inversione di un trend.
Analizzando più in dettaglio la ricerca della Cgil, emerge una sicura riduzione delle ore di cassa integrazione ordinaria e straordinaria nei primi dieci mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2010: rispettivamente -20,86% e -13,66%. In calo anche la cassa integrazione in deroga: -13,71%.
Le richieste di cig sono per il 60% giustificate semplicemente con le «crisi delle aziende». I decreti al momento investono 8.861 unità imprenditoriali territoriali con un +17,32% rispetto ai primi dieci mesi dello scorso anno. La Cgil elabora anche una sorta di classifica per settori e per regioni. E’ quello meccanico il comparto in maggiore sofferenza. Su un totale di ore registrate da gennaio a ottobre ha coinvolto oltre 170.000 lavoratori. A seguire il commercio (102.000) e l’edilizia (42.000). Sono le regioni del Nord ad attingere maggiormente alla cig: prima la Lombardia, seguita da Piemonte e Veneto. Nelle regioni del Centro è il Lazio che ha il più alto tasso di ricorso alla cassa integrazione. Nel Mezzogiorno in testa è la Campania.

Il Messaggero 13.11.11

"Dopo diciassette anni sipario sulla videocrazia", di Filippo Cecarrelli

In fondo è tutto un problema di forme e quindi, al giorno d´oggi, di sostanza. Per cui nel pomeriggio fatale dell´addio di Berlusconi, sic transit gloria mundi, il pensiero va al piccolo trolley del professor Monti, che l´altro giorno è arrivato a Roma con l´aereo di linea e poi è andato a prendere la moglie alla stazione Termini; e c´è una foto di loro due al binario, gente nei pressi, ma per gli affari suoi, e si capisce che nessuno o quasi l´ha riconosciuto; e viene anche da chiedersi se l´Italia non abbia bisogno di semplicità. Quando si muoveva il presidente Berlusconi era come la partenza di un circo: macchine blu e macchinette argento, camioncini neri dai vetri oscurati, e registi, producer, sirene e sirenette, guardie di ogni ordine e tipo che giravano con una sorta di borsa antiproiettile con la quale schermavano il corpo del Capo eseguendo una bizzarra e silenziosa coreografia.
E colpisce che ieri il Cavaliere abbia ricevuto il professor Monti a Palazzo Chigi, sede ufficiale della presidenza del Consiglio, e non a Palazzo Grazioli, vero cuore del tardo-berlusconismo in uscita. Questi oltretutto è ubicato a un indirizzo piuttosto impegnativo: via del Plebiscito. Prima Berlusconi abitava a via dell´Anima e all´ora di pranzo gli alleati si presentavano per sperimentare la cucina del cuoco Michele; il padrone di casa era prodigo di cioccolatini, «Prendetene, prendetene – incoraggiava gli ospiti – anche per dopo!». C´era lì anche un magnifico bagno con un oblò che si affacciava su piazza Navona e così i maggiorenti del centrodestra, con i relativi imbucati, non mancavano di fare una passatina anche lì dentro per poterlo poi raccontare in famiglia.
Ma sotto la strada era davvero stretta, mentre da anni la spazio antistante Palazzo Grazioli, oggi transennato e militarizzato, ospita spesso manifestanti e volentieri una specie di corte dei miracoli con personaggi eccentrici in vena autopromozionale, uno pure vestito da Superman. Però i giornalisti non si possono più sedere sulle fioriere sul retro e sul davanti hanno tolto anche la fermata dei bus (si spera da domani ripristinata). Lì dentro, come noto, è accaduto di tutto: il lettone, le trattative, le farfalline, il gatto Miele, le coppe del Milan, la redazione del Mattinale, il «parlamentino», il va e vieni di notturne Smart, Mini e tante altre simpatiche usanze.
Monti invece a Roma scende in albergo che come assicurano i depliant ha una magnifica vista sui fori, ed è vero. Ma è pure vero, da altro più metaforico punto di vista, e specialmente adatto all´attuale passaggio, che quei fori sono in realtà muri sgretolati, colonne a terra, frantumi, rovine, macerie.
Dopo «anni di regno» ha scritto ieri Le Monde Berlusconi «lascia l´Italia come l´ha trovata», e la sintesi suona brillante, ma il sospetto è che l´Italia sia molto peggio, dopo di lui, e soprattutto che stia ancora peggio che nel 1994. Oltre che nei numeri della crisi la degenerazione si rispecchia nelle forme espressive e perfino smaglianti di un potere configuratosi al tempo stesso evoluto e arcaico, non solo perché esercitato da un magnate dei media con tecniche avanzatissime, ma come sospeso nel tempo dei regimi pre-democratici, indifferente alle altrui opinioni, prossimo a un astuto e morbido assolutismo.
Condizione inedita e complicata. Nel 1994 Berlusconi si affermò come il messia del dominio spettacolare che da allora ha cominciato a cambiare l´arte di governo in Italia. Fin dal primo comizio, sulla spinta dell´ideologia pubblicitaria e del marketing introdusse il calore delle emozioni a scapito del ragionamento e l´energia della seduzione contro i motivi e i tempi della persuasione; passeggiava su e giù per i palchi, faceva lo spiritoso, strizzava l´occhietto alle signore come da giovane sulle navi. Ricevuto l´incarico, ritornando dal Quirinale raccolse i baci della folla e promise di fare «cose buone». E a chiunque, sotto le feste, augurava «un mare di coccole».
Un tecnocrate come il rettore della Bocconi può capire fino a un certo punto l´odierna dittatura dell´intimità. Ma Berlusconi ha sempre improvvisato, per lo più colpi di genio, aiutato dalla più incredibile faccia di bronzo. Gli tolsero l´Italia, e se la riprese nel 2001. E qui la faccenda dello stile di comando cominciò a farsi insieme delicata e complicata. Il presidente governava dai suoi palazzi e dalle sue ville. C´era una autentica famiglia reale, e al posto del partito una corte con i dovuti cortigiani, cappellani, maggiordomi, scalchi, giardinieri, guardie, servi, in seguito anche ruffiani e prostitute. Nella cornice tecnologica dei media, che meglio di chiunque lui sapeva controllare, con il pretesto del carisma, presero a riemergere troni, corone, investiture, ordalie, messianismi (Baget Bozzo e la Provvidenza), miracolismi (un milione di posti), culto della personalità (il sole, la luce). Il sovrano intratteneva il pubblico sul suo prezioso corpo, l´ennesima prova che si trattava, come scrisse Franco Cordero, di una «Signoria fiorita fuori stagione». A un dato momento riscappò fuori dal medioevo televisivo addirittura la taumaturgia: a Porta a porta, per risvegliarlo dal coma, Vespa fece ascoltare a un ragazzo, tifoso del Milan, un nastro con la voce del Cavaliere che lo incoraggiava a uscire dalla sua condizione.
Jean Baudrillard fece in tempo a designare tutto questo: «Una specie di pornografia accelerata». In quegli anni il professor Monti tornava in Italia da Bruxelles, s´immagina perplesso. Quando il Cavaliere riguadagnò l´Italia per la terza volta, quello che appariva come paternalismo – soldi brevi manu, assunzioni in diretta, donazioni di massa, opuscoli recapitati a casa – acquistò le tinte cupe di un ostentato populismo con tratti narcisisti e di megalomania. E insieme a un´etica e a un´estetica che Dagospia fa coincidere con il «barocco brianzolo» (però a occhio corretta da un certo gusto imperial-trash), si fissarono nell´immaginario i nuovi tele-rituali del potere: il bagno di folla, lo shopping, la telefonata in diretta, la barzelletta volgare, l´incontro con la scolaresca.
Il bunga bunga, liturgia esclusiva, sarebbe emerso di lì a poco. Un giorno il Cavaliere ordinò di ricostruire il pene che mancava a una statua di Marte presa in prestito dal museo delle Terme. Era un altro segno che il regime personale virava verso la satrapia. A quel punto Tarantini, Lele, Fede, la Minetti e l´Ape Regina erano insostituibili nel suo cuore triste. Impressiona che proprio oggi l´amico Putin, per difenderlo, abbia detto che Berlusconi «ha fatto quelle cose solo per attrarre l´attenzione». In qualche modo può anche essere così. Però, viene da pensare: eh, Dio ci protegga quel trolley e l´anonima compostezza del professore che va a prendere la moglie alla stazione Termini.

La Repubblica 13.11.11

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“Cade la maschera del Grande Seduttore”, di CURZIO MALTESE

Il passaggio di consegne dal re giullare al salvatore della Patria è una ricorrenza quasi religiosa, un rito della storia italiana. Segna la fine del regno del carnevale e il principio del tempo forte e cupo della quaresima, illuminato dalla speranza di resurrezione. Il ritorno al principio di realtà si compie con un altro atto classico, l´eterno mattino dell´8 settembre italiano in cui con un breve comunicato si ammette, dopo mille bugie, che la guerra è persa.
E si annuncia la resa alle soverchianti potenze straniere. L´uomo che incarna l´avvento della nuova stagione, in questo caso Mario Monti, esprime come caratteristica essenziale un tratto altrove normale per un capo di Governo, ma che in Italia si richiede soltanto in epoche tragiche: la serietà.
In tempi non drammatici molti italiani preferiscono affidarsi a figure pittoresche, i re buffoni. Nella tradizione medievale le due figure sono separate. Il giullare è un artista di molti talenti, addetto ai piaceri della corte. Canta, balla, racconta storie e fa battute. Il re lo tiene accanto a sé perché gli ricordi i propri difetti, ma quando esagera lo impicca. È anche un ciarlatano da strada, imbonisce la folla, racconta balle e riscuote il frutto del divertimento piazzando merci false ed elisir di lunga vita. Nella storia politica italiana invece re e giullare sono spesso una sola persona. L´elenco è lungo, comprende vari esponenti dei Savoia e naturalmente Mussolini. Per rimanere alla nostra epoca, gli interpreti più riusciti di questa tendenza alla clownerie delle classi dirigenti sono, in ordine di apparizione, Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. Il Berlusconi della discesa in campo è debitore nei confronti del Senatur di molte intuizioni, soprattutto del fiuto nel cogliere lo spirito dei tempi, la voglia d´imbonimento, d´antipolitica volgare, d´invenzioni strampalate e surreali, come la Padania o il complotto comunista planetario, di trovate da bar e promesse impossibili, come i milioni di posti di lavoro e il nuovo boom economico, da opporre a una realtà di declino che il ventre molle del paese non voleva nè guardare nè tantomeno affrontare. Rispetto alla casereccia macchina di propaganda leghista, il Cavaliere può contare su ben altri mezzi e strumenti e li s usare con indubbia abilità. Si assiste così all´incredibile ascesa dell´anomalia italiana. Un leader, anzi un sovrano che il popolo vede ammantato di luccicante mantello carismatico, ma il resto del mondo considera soltanto ridicolo.
Il capolavoro di Berlusconi è questo, d´essere riuscito a imporre in Italia come senso comune quanto a tutto il mondo, con l´eccezione di qualche regime amico, appariva come una grottesca follia. Ed è stata alla fine una risata a seppellire la stagione berlusconiana. La risata inattesa di Merkel e Sarkozy nella solitamente paludata sala stampa di Bruxelles. Ma Berlusconi è rimasto fedele al ruolo di re giullare sino al termine. La sua ultima frase celebre, in fondo a diciassette anni di fandonie, è quella sulla crisi che non esiste, sui ristoranti pieni e gli aerei dove non si trova posto. Fino a che la realtà non si è presentata alla porta, con l´espressione grave del professor Monti.
Il pranzo di ieri fra il grande seduttore ormai in disarmo e il neo senatore a vita ha in sé qualcosa di melodrammatico. Rimanda al pranzo fra Don Giovanni e il Commendatore. Monti è il convitato di pietra del berlusconismo, la statua vivente che bussa alla porta, spaventando i Leporelli di turno, che da tempo consigliano al padrone la fuga. È il rintocco della fine.
Mario Monti è nato a Varese, patria della Lega, e si è formato a Milano, come Berlusconi. Qui finiscono le analogie. Per il resto è difficile immaginare personaggi tanto distanti, perfino nel modo fisico di porsi all´altro. Da una parte del tavolo la figura sobria del rettore della Bocconi, 68 anni ben portati, ma senza alcun trucco, un solido prestigio internazionale guadagnato sul campo, un´ancora più solida matrice moderata, cultura classica e amore per i libri di storia, insomma una rara incarnazione italiana di alto borghese. Dall´altro lato un uomo di 75 anni suonati agghindato come un giovanotto sotto una finta chioma corvina, gravido di cerone, un´improvvisatore populista che si lancia in un inglese maccheronico nei vertici internazionali, sforna sgangherate citazioni latine, si dichiara disposto in tv a «incontrare il papà dei fratelli Cervi, che ha sofferto tanto», colloca l´Aventino nel 1929 invece che nel 1924 e ammonisce la sinistra ad abbandonare il comunismo come ha fatto la social democrazia tedesca a «Gotesborg». Il simbolo stesso di una ricchezza sgangherata e incolta, oltre che del cialtronesco sovversivismo delle classi dirigenti italiane.
Il presidente del Consiglio che ha governato di più nella storia repubblicana e quello che ha fatto più ridere l´universo è costretto a cedere il passo alla serietà in persona. In quasi un ventennio di attività internazionale, in un´epoca dove le classi dirigenti si formano e spariscono nello spazio di un lustro, Berlusconi è finito sulle prime pagine del mondo soltanto per le pagliacciate, le gaffes, le barzellette sceme e offensive di quasi tutte le categorie sociali, le corna alle foto di gruppo, il cucù ad Angela Merkel, il «mister Obamaaaa!» berciato alle orecchie dell´esterrefatta regine d´Inghilterra, l´umorismo greve da capoufficio in gita aziendale e applaudito soltanto dai sottoposti, il gusto per il kitsch estremo che gli ha fatto spargere sipari di cartapesta sulle bellezze di Genove come sui problemi del Paese.
Ieri, 12 novembre 2011, il più lungo regno del carnevale della storia è finito ed è cominciata la quaresima del professor Monti. La distinzione potrebbe però non essere così netta. Nei mesi drammatici che attendono il paese la maschera seria e quella buffonesca sono destinate a intrecciarsi.

La Repubblica 13.11.11

Intervento di Dario Franceschini alla Camera dei Deputati "Oggi si apre una pagina nuova"

Signor Presidente, oggi scende il sipario su una lunga e dolorosa fase della storia politica italiana. Il Paese arriva a questa giornata frastornato, impaurito, travolto da una crisi finanziaria che ha attraversato le vite individuali e la nostra esperienza collettiva. Ma l’Italia arriva ancora carica di potenzialità, carica di energie, un Paese che ha voglia di voltare pagina ed ha voglia di ricominciare daccapo. Era sembrato, per molti anni, questi lunghi anni, che il potere si fosse trasferito altrove, che la forza dell’economia, la forza del denaro, la forza dei soldi, la forza della spregiudicatezza, fosse inesorabilmente diventata molto molto più forte di istituzioni giudicate troppo deboli e troppo antiche. Qualcuno sottolineava questo con preoccupazione, qualcun altro con soddisfazione, ma era una valutazione comune, soprattutto perché quelle istituzioni sono state maltrattate ed insultate da chi ne ha guidata una parte in questi anni.
E, invece, proprio quelle istituzioni democratiche e, in particolare, il Parlamento – e di questo dovremmo essere tutti orgogliosi -, hanno dimostrato di essere più solide e più forti di qualsiasi potere personale e di qualsiasi abuso (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Le istituzioni democratiche vanno rinnovate certo, ma non vanno sostituite o eliminate. E se Berlusconi, tra pochissimo, tra qualche minuto, tra qualche ora, salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni, è perché il Governo è caduto dove doveva cadere, ossia è caduto in Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti del deputato Iannarilli). Certo, come sappiamo bene, dentro la crisi finanziaria, dentro la bufera dei mercati (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Vedo che voi siete incapaci di ascoltare e capaci di urlare in qualsiasi ruolo vi trovate in quest’Aula. Mi fa piacere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Certo, dentro la bufera finanziaria, dentro la crisi dei mercati, ma era già successo tante volte nell’anno che abbiamo alle spalle e, quindi, il Governo sarebbe dovuto cadere molte volte. La parola «fine», invece, è stata segnata quando su quel tabellone è comparso il numero 308 e quella è una prova di solidità delle regole democratiche (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). I Governi stanno in piedi solo se hanno la maggioranza in entrambe le Camere, questo dice la nostra Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
E, purtroppo, oggi è possibile, credo per tutti gli italiani e per molti anche in quest’Aula, capire quanto tempo si è perduto, quanto sarebbe stato diverso il destino di ogni famiglia e di ogni impresa italiana se il 14 dicembre quel voto fosse andato diversamente e non ci fosse stato un peccato di mancanza di coraggio e di opportunismo.

Non avremmo sprecato un anno! Non avremmo regalato un anno alla speculazione, alla crisi, alla perdita dei redditi (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Futuro e Libertà per il Terzo Polo – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà) con costi enormi per la nostra economia. Agli atti di questo Parlamento ci sono i nomi e i cognomi di chi ha causato quella situazione, e non li dimenticheremo.
Quello che è avvenuto, è avvenuto grazie al lavoro comune delle opposizioni. Noi sappiamo di avere – tra di noi, con il Terzo Polo e con l’Italia dei Valori – anche idee diverse, ma abbiamo saputo mettere in moto, in questi mesi, un cammino comune. Qualsiasi cosa succederà, in quest’Aula e nel Paese, il Partito Democratico lavorerà per non disperdere il lavoro comune che abbiamo fatto in questi mesi e che ha portato a questo risultato (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Noi abbiamo scelto la via della responsabilità (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà): abbiamo dimostrato responsabilità (Commenti del deputato Nizzi) quando, insieme, con lo stesso voto, una settimana fa, siamo riusciti a chiudere l’esperienza di questo Governo e contemporaneamente a garantire per il Paese l’approvazione del rendiconto, dell’assestamento e, oggi, della legge di stabilità, in presenza di una maggioranza che non c’è più, politicamente e numericamente.
Il lavoro delle opposizioni ci consente oggi di avere concordemente deciso di assumere un voto differenziato: in questo voto differenziato il Partito Democratico resterà in Aula, come abbiamo già fatto al Senato, ma non parteciperà al voto.
Abbiamo scelto la via della responsabilità. Tutti i sondaggi – e non ci vuole molto a capirlo – dimostrano che il Partito Democratico, nei diversi schemi di coalizione, vincerebbe le elezioni tra qualche mese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Eppure, abbiamo (Commenti del deputato Iannarilli)…

PRESIDENTE. Onorevole Iannarilli, la prego.

DARIO FRANCESCHINI. Eppure, abbiamo indicato da un anno la strada del Governo di emergenza. Un anno fa – ce lo dicevano anche editorialisti che farebbero bene a rileggere i loro articoli oggi – sembrava che noi indicassimo la strada del Governo di emergenza perché avevamo paura delle elezioni: così ci veniva detto.
Oggi, noi forniamo la prova che scegliamo quella strada perché essa serve al Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico): quando, nella vita individuale e collettiva di un partito, ci si trova ad un punto in cui l’interesse del partito e quello del Paese non coincidono, si sceglie senza esitazione l’interesse del Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!
E l’interesse del Paese, oggi, è restituire fiducia agli italiani e credibilità all’Italia nel mondo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!
Domani, entriamo in un tempo nuovo. Berlusconi, nel bene o nel male, è stato uno spartiacque di questo Paese: ha fatto nascere il bipolarismo e poi lo ha inquinato e ammalato. Tutto è stato segnato da lui: le coalizioni e il dibattito, contro o a favore di Berlusconi. Adesso quella stagione è finita. Siamo chiamati a ricostruire sulle macerie finanziarie, sociali e di valori. Siamo chiamati ad affrontare le riforme dell’economia, della finanza e delle regole costituzionali del Paese, in una fase di transizione.
Il Partito Democratico sarà dentro quella fase di transizione, con la forza, la stabilità, la solidità e l’unità che ha dimostrato in questi mesi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Ognuno, se vorrà, potrà stare dentro questa fase di transizione, sapendo che siamo, resteremo e torneremo ad essere avversari. Ma c’è un punto in cui ci si deve chiedere, singolarmente e collettivamente, se si mette l’interesse del Paese davanti ai propri interessi di parte.
L’Italia aspetta. Noi forze politiche, tutti noi singoli deputati, siamo chiamati ad iniziare questo percorso di ricostruzione. Ognuno, in quest’Aula, dovrà dimostrare di esserne all’altezza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Commenti del deputato Iannarilli – Dai banchi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania si scandisce: Elezioni, elezioni!).

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