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"Studenti e disoccupati i ceti traditi: dal sogno all’incubo berlusconiano", di Carlo Buttaroni

Nel nuovo corso bisogna recuperare questa parte di tessuto sociale che rischia di rimanere apolide e ciò sarebbe un problema grave per la democrazia. Ma questo sarà compito dei partiti, non di Monti. L’incarico che il Presidente della Repubblica ha dato a Mario Monti non è quello di rilanciare l’Italia dal punto di vista politico e sociale, per quello ci vorrà tempo e un governo con caratteristiche diverse. Adesso l’emergenza è mettere in sicurezza il Paese e gestire uno scenario di guerra il cui campo di battaglia è rappresentato dai mercati.
Nelle prossime ore i bollettini provenienti da Piazza Affari e dalle altre piazze finanziarie ci aggiorneranno sull’evolversi della situazione e vedremo come reagiranno. Nel frattempo, come in tutte le guerre, il morale fa la differenza e i primi segnali sono confortanti: giù lo spread, i tassi d’interesse sul debito alleggeriscono la morsa, cresce la fiducia nella tenuta del fronte italiano. Ma siamo solo all’inizio, dobbiamo esserne consapevoli, perché gli attacchi alle strutture economiche del nostro Paese non si esauriranno a breve. Al contrario, saranno ancora violenti e dalla capacità di risposta del nuovo governo dipenderanno le sorti del nostro Paese.
Se l’Italia ha ancora delle carte da giocare il merito è soprattutto del Presidente della Repubblica. In questi lunghi mesi il Quirinale ha rappresentato il vero punto di riferimento per gli italiani e per le cancellerie europee. Di fatto, il settennato di Giorgio Napolitano si sta caratterizzando come il più politico nella storia della Repubblica.
Se quello di Mario Monti è un gabinetto di guerra, voluto dal Presidente della Repubblica, la partita che si gioca in Parlamento, su cui però Giorgio Napolitano nulla può, rischia di complicare il quadro e rendere più debole il nuovo esecutivo.
La Lega e parte del Pdl sono dichiaratamente contrari e anche tra chi non fa mancare parole di sostegno a Mario Monti, ci sono distinguo e precisazioni, che lasciano intuire che molti pensano già al dopo e alle prossime elezioni politiche.
D’altronde il nuovo Presidente del Consiglio dovrà mettere in campo misure straordinarie per rafforzare la tenuta del nostro Paese, misure che probabilmente molti considerano inconciliabili con un consenso ancora tutto da confermare o ricostruire.Si parla di patrimoniale e di nuovi tagli alla spesa pubblica, d’interventi sulle pensioni. Sicuramente la situazione richiede interventi forti e l’unica cosa certa è che Monti dovrà agire tempestivamente, come ha chiesto lo stesso Presidente della Repubblica. Anche perché gli ultimi mesi del Governo Berlusconi sono stati drammatici proprio per le incertezze, i ritardi, le marce indietro, i provvedimenti annunciati e mai presi. Incertezze che hanno fatto anda-
re in fumo gran parte delle risorse che, da giugno in poi, sono state attivate per far fronte alla crisi economica. Un prezzo che gli italiani pagheranno, per lungo tempo, di tasca propria in termini di pressione fiscale, diminuzione del potere d’acquisto, tagli dei servizi, disoccupazione.
Adesso, per far fronte alla guerra, il nuovo esecutivo cercherà un sostegno senza incertezze, senza distinguo, senza tentennamenti, senza marce indietro improvvise, senza imboscate da parte di chi siede in Parlamento. Al di là delle parole di circostanza non sarà facile, anche perché la disgregazione del Pdl e il comportamento dell’ex maggioranza, divisa tra chi vuole dare sostegno al nuovo Premier e chi vuole evitare contagi in vista di future elezioni, complicano ulteriormente il quadro. E questo la dice lunga sul prevalere degli interessi individuali rispetto a quelli del Paese, almeno in una parte di coloro che siedono nelle aule di Camera e Senato.
È proprio questo, probabilmente, il lascito peggiore del crepuscolo berlusconiano: non nei conti pubblici, quanto nel venir meno di quel senso di responsabilità e dello Stato al quale sempre più spesso Napolitano ha fatto richiamo.
Una degenerazione culturale e politica che si rispecchia nelle forme espressive di un potere che, in questi ultimi anni, è stato prossimo a un morbido assolutismo e quasi indifferente al bene comune.
L’eredità di Berlusconi è nell’aver trasferito la democrazia nel perimetro tecnologico dei media, instaurando un regime spettacolare che ha cambiato il modo stesso di governare, mettendo al posto della politica, nuovi apparati e nuovi rituali basati sulle tecniche del marketing: alimentare i bisogni trasformandoli in sogni, sostituire il ragionamento con le emozioni, sedurre anziché convincere.Quello di Berlusconi, più che un governo, è stato un regno, con tanto di palazzi e ville, guardie, giardinieri, cortigiani, feste di corte. Un sovrano, con tratti narcisisti e megalomani, che passeggiava sui palchi, dispensava investiture e indulgenze, raccontava barzellette, dando corpo a una dittatura dell’intimità e a una rappresentazione pornografica della quotidianità che si è via via popolata di personaggi improbabili.L’uscita di scena di Berlusconi, che si è consumata sabato, è pro-
babilmente l’ultima puntata di una serie di trasformazioni che ne hanno più volte annunciato la fine e poi la rinascita. Il Berlusconi che ha chiesto il voto nel 2008 per un nuovo miracolo italiano, è diverso da quello del ’94 e del 2001, perché diversa è la base del suo consenso: non più la massa di lavoratori autonomi, di casalinghe e pensionati ma i lavoratori dipendenti con un inquadramento medio e basso, se, a dar corpo al consenso, è stato il miraggio di un nuovo miracolo annunciato dai teleschermi in formato 16:9. Oggi quel sogno si è trasformato in un incubo. I lavoratori dipendenti, compresi quelli pubblici, non hanno più la sicurezza del posto fisso; gli studenti vivono l’ansia di un futuro incerto; tra i disoccupati la prospettiva di riscatto si è trasformata in rassegnazione.
Il rischio è che la delusione del sogno tradito li trasformi in apolidi e li porti a rinunciare alla cittadinanza politica. Questo l’Italia non può permetterselo. E purtroppo a questo Monti non potrà porre rimedio perché è compito della politica e dei partiti ricostruire quel tessuto democratico sfilacciato che oggi minaccia le fondamenta della democrazia.

L’Unità 14.11.11

"Il ventennio dell´arabesco", di Roberto Saviano

Esiste una parola che più di tutte descrive ciò che il governo Berlusconi è stato per l´Italia, ciò che lo ha davvero caratterizzato in senso politico ed economico, questa parola è immobilismo. Negli ultimi venti anni non è successo niente per il Paese. Non una delle riforme promesse nel 1994 e che avrebbero contribuito a scongiurare la crisi che ora l´Italia sta vivendo, è stata fatta. Ed è evidente che dove non sono riusciti gli elettori, dove non sono riuscite le opposizioni, dove non è riuscita la stampa, dove non sono riusciti gli intellettuali, è riuscito il mercato. Ironia della sorte, proprio Silvio Berlusconi, che si è sempre vantato di aver creato un impero dal nulla, di aver incarnato il sogno americano del self-made man, che si è sempre considerato campione di numeri e denaro, è stato sopraffatto dove si sentiva onnipotente, in quello che ha sempre detto essere il suo stesso elemento: dal mercato. È stato commissariato da un´economia che della sua gestione non poteva più fidarsi. Ennio Flaiano diceva: in Italia la linea più breve tra due punti è l´arabesco. I vent´anni di governo Berlusconi sono stati un arabesco: la linea più lunga possibile tra il vecchio e il vecchio che si vestirà di nuovo. Quante bugie in questi venti anni, quante mistificazioni. Dalle false, umili origini, perché in lui l´italiano medio potesse identificarsi, alla menzogna più grande di tutte, passata di bocca in bocca e progressivamente svuotata di ogni significato, secondo cui un uomo che ha creato un impero, che è ricco e a capo di aziende floride – o che floride apparivano – non ha bisogno di rubare, di sottrarre denaro pubblico al Paese, come avevano fatto i partiti nella prima Repubblica. Un sogno fondato su menzogne ed equivoci perché, fatti fuori i padrini politici, occorreva che Berlusconi prendesse in mano la situazione. Del resto lui stesso ripeteva che il suo ingresso in politica avveniva per tutelare i suoi interessi. Suoi personali e delle sue aziende. Ed è esattamente quello a cui abbiamo assistito nei venti anni in cui è stato protagonista indiscusso della scena politica italiana. Gli incarichi istituzionali sono divenuti strumento di realizzazione di affari privati. Gli stessi capi di Stato stranieri, che negli ultimi anni gli sono stati più vicini, non sono altro che soci. Dal gas di Putin: gli affari energetici russi rappresentano il 70% delle esportazioni verso l´Italia e la stessa Hillary Clinton ha avanzato dubbi sulla natura affaristica delle convergenze politiche tra Berlusconi e Putin, all´imbarazzante amicizia con Gheddafi: dal giugno 2009 la Lafitrade della famiglia Gheddafi e la Fininvest, tramite la controllata lussemburghese Trefinance, sono i veri proprietari della Quinta Communications di Tarak Ben Ammar. L´affare con la società tunisina, in cui Lafitrade ha il 10% e Fininvest il 22%, ha aperto la strada al riciclo occidentale, a partire dall´Italia, di una massa voluminosissima di petroldollari di Gheddafi, valutata 65 miliardi di euro.
Nessuna legge per l´Italia, solo leggi per lui. E non che gli mancassero i numeri in Parlamento. Ha avuto, e per molto tempo, una maggioranza incredibilmente forte che gli avrebbe consentito di attuare le riforme promesse, che lo avevano consacrato – all´indomani della sbornia seguita al terremoto giudiziario che ha distrutto i vecchi partiti italiani all´inizio degli anni ´90 – l´uomo nuovo, il vento nuovo, il campione di quel riformismo liberale che lui contrapponeva alla stagnazione delle sinistre incapaci di trasformarsi. Non la riforma della giustizia, non quella delle pensioni, nessuna prospettiva per le nuove generazioni vittime, viceversa, di una nefasta deregolamentazione del mercato del lavoro che ha portato con sé una precarizzazione finalizzata solo a favorire le aziende, legittimate ad adottare un sistema di sfruttamento dei lavoratori, che non prevede alcuno spazio per la formazione. In Italia il settore pubblico è allo sfascio, la sanità non ha standard degni dell´Europa, la scuola e l´università arrancano. Le spese per la nomenclatura militare deliberate dal ministero della Difesa – presieduto in questi anni da un ex (ma non tanto, come ama ripetere) fascista, Ignazio La Russa – hanno umiliato, deriso, lo stato di abbandono nel quale versa la ricerca scientifica nel nostro Paese. Il Parlamento è stato per anni impegnato a discutere, emendare e votare leggi ad personam e leggi, come le abbiamo definite, ad aziendam. E il mondo nuovo che Berlusconi aveva promesso è diventato un mondo vecchio, più vecchio di quello che lo ha preceduto. Il sogno liberale è divenuto un incubo di “lacci e lacciuoli”, quelli dai quali prometteva di liberare gli italiani e che invece ha solo contribuito a stringere più forte, come in una morsa. Il governo che verrà avrà l´arduo compito di attuare le riforme economiche che potevano essere pensate e discusse con le parti sociali nei passati venti anni e che invece strozzeranno l´Italia nei prossimi mesi, come un boccone troppo grande, da ingoiare comunque, poiché la necessità poco spazio lascia al contraddittorio politico. L´Europa si fida di Mario Monti e ciò potrà dare ossigeno all´economia italiana. Ma se davvero toccherà a lui raccogliere il testimone, dovrà fare scelte difficili che, la storia italiana lo dimostra, non saranno premiate. Formare il nuovo governo sarà infinitamente più facile che farlo resistere, nelle insidie dei prossimi giorni, settimane, forse mesi. La lenta e ingiustificabile agonia inflitta nell´ultimo anno del berlusconismo, in uno con la pratica dell´”acquisto” di parlamentari dell´opposizione, nel tentativo disperato di puntellare una maggioranza politicamente inesistente, ha prodotto la paralisi del Parlamento e ha favorito la formazione di numerosi centri di potere all´interno del partito del padrone, il Pdl. Nella prima Repubblica si sarebbero chiamate correnti e, forse, non è un caso che uno degli uomini chiave del tracollo berlusconiano sia stato un esponente simbolo della corrente andreottiana, Paolo Cirino Pomicino, ministro delle Finanze in epoche scellerate, di vacche grasse e irresponsabilità diffusa. Tutti questi piccoli potentati non rispondono più al vecchio capo e il Pdl non è più un partito coeso, dato che lo stesso suo fondatore Berlusconi è pronto a disfarsene; uno scenario grottesco, nel quale ognuno pare essere pronto a sabotare il percorso del governo Monti, per guadagnare un posto al sole, una visibilità perversa. Il governo che dovrebbe nascere nelle prossime ore potrà morire da un momento all´altro. E ciò accadrà nonostante lo sforzo del presidente della Repubblica, che nel pieno rispetto delle sue prerogative costituzionali, ha condotto il Paese con spirito saldo.
Del resto, anche se l´uomo Berlusconi sembra finito, il berlusconismo non è ancora morto. Sta lì, paziente, aspettando di risorgere, pronto a dire “senza di me è stato peggio”. I suoi protagonisti aspettano di speculare sui momenti difficili che l´Italia vivrà, fingendo di non esser stati anche loro a generarli. Già adesso, alcuni surreali ex neo-con e ora neo-keynesiani (alla bisogna) maître à penser mistificano la realtà, difendendo l´indifendibile e reclamando libere elezioni, ovviamente senza spendere una sola parola sulla legge elettorale in vigore, dalla stessa uscente maggioranza introdotta e significativamente definita, dal suo medesimo estensore, porcellum. L´impressione è che, ancora una volta, ci sia spazio per tutto tranne che per il talento e per la volontà di ricostruire davvero un Paese che più ancora che economicamente è piegato nel morale, nella fiducia e nella speranza che si possa tornare a essere felici e realizzati senza dover andar via. In Italia ancora una volta il rischio è che si faccia piazza pulita perché si possa più agevolmente tornare indietro.

La Repubblica 14.11.11

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“Fine della Seconda Repubblica”, di ILVO DIAMANTI

L´epilogo del governo Berlusconi è stato celebrato con soddisfazione da quanti lo hanno vissuto come una iattura – civile e politica – per il Paese. Anche la retorica del “fare” gli si è rivoltata contro. La promessa di ripulire le immondizie di Napoli. O di ricostruire L´Aquila terremotata. Nel “breve” hanno funzionato, poi no. Perché le immondizie sono ancora lì e il centro storico dell´Aquila resta sepolto da macerie
Il passaggio da Forza Italia al Pdl ha indebolito questo modello. Perché l´integrazione di An ha reso il Pdl meno omogeneo. La rottura con Fini e la successiva creazione di Fli è costata molto dal punto di vista elettorale e politico. Ben oltre il peso limitato assunto da Fli. Non un successo dell´opposizione ma la sconfitta dell´insieme dei riferimenti culturali e del modello di rappresentanza. La maggioranza di governo è divenuta minoranza nel Paese Il Pdl si è ridotto al 25% degli elettori. Il Centrodestra si è asserragliato in Parlamento. Tuttavia, questa crisi ha natura “extraparlamentare” A costringere alle dimissioni è stata la sfiducia dei mercati e dei leader europei. Non è un caso che l´Italia si sia trasformata, di fatto, in una Repubblica presidenziale, guidata, in questa fase, dal presidente Napolitano.
Tuttavia, più che un successo delle opposizioni, va considerato, anzitutto, una sconfitta di Berlusconi e del berlusconismo. Intendendo con questo termine, (ab)usato in modo perlopiù indefinito, l´insieme dei valori e di riferimenti culturali, ma anche il modello di rappresentanza – e di alleanza – politica che egli ha espresso. Le dimissioni di Berlusconi, in altri termini, sono l´esito della delusione sociale e dell´implosione politica prodotte da Berlusconi stesso.
Il “berlusconismo” come “clima d´opinione” era in declino da tempo. Lo dimostrano i sondaggi (di Demos, pubblicati in queste pagine) che riproducono il calo della fiducia nei suoi confronti, crollato poco sopra il 20%, pur avendo superato il 50% nel maggio del 2009, dopo il terremoto in Abruzzo. Lo sottolinea, soprattutto, la depressione del sentimento sociale che egli aveva interpretato. Berlusconi, infatti, si è affermato perché impersonava l´imprenditore venuto dal nulla. In grado di guardare al futuro con ottimismo irriducibile. Perché, comunque, “noi ce la faremo”. Nonostante lo Stato, le regole, il pubblico, il fisco. Oggi questo modello è im-proponibile. La crisi lo ha reso impopolare. Funziona a rovescio anche la sua strategia di immagine, promossa attraverso il marketing e i media. L´ottimismo come ideologia, la vita esagerata, fra residenze private trasformate in sedi pubbliche, e ruoli pubblici usati a fini privati. Fra leader del mondo e ragazzine disponibili. Sotto gli occhi di tutti. Come un feuilleton senza fine. In tempo di crisi, tutto questo è divenuto insopportabile alla “gente comune”. Peraltro, egli non è riuscito a “onorare” i “contratti con gli italiani” sottoscritti in tv. I “mercati”, gli imprenditori, le categorie economiche, che pure gli avevano concesso un´ampia apertura di credito, lo hanno abbandonato. Sono divenuti suoi aspri oppositori, da amici indulgenti quali erano.
Anche la retorica del “fare”, alla fine, gli si è rivoltata contro. La promessa di ripulire le immondizie di Napoli – in due tre settimane. O di ricostruire L´Aquila terremotata. Nel “breve” hanno funzionato, in seguito gli si sono rivoltate contro. Perché le immondizie a Napoli – e altrove – ci sono ancora. E il centro storico di L´Aquila resta sepolto dalle macerie. Così l´Uomo-del-fare si è trasformato nell´Uomo delle-promesse-non-mantenute.
Sul piano politico, il berlusconismo coincide con il modello del “partito personale”, che dipende dal suo “patrimonio”, dalla sua identità, dal suo stesso “corpo”. E per questa stessa ragione non sopporta altri leader concorrenti né, tanto meno, oppositori. Il passaggio da Fi al Pdl ha indebolito questo modello. Perché l´integrazione (annessione?) di An ha reso il Pdl meno omogeneo e “governabile” dal punto di vista organizzativo e territoriale. La rottura con Gianfranco Fini e la successiva creazione di Fli è costata molto, al Pdl e a Berlusconi, dal punto di vista elettorale e politico. Ben oltre il peso limitato assunto da Fli. Il Pdl, inoltre, è stato indebolito anche dal crescente spazio conquistato dalla Lega. In grado di condizionare l´agenda di governo, in cambio del sostegno fedele alle uniche questioni rilevanti per Berlusconi. Quelle, appunto, più “personali”.
Così la maggioranza di governo è divenuta minoranza nel Paese. Incalzata da movimenti di opposizione in grado di affermare nuove e diverse domande, mobilitando la società
Il Pdl si è ridotto al 25% degli elettori. Il centrodestra e Berlusconi si sono asserragliati in Parlamento. Una fortezza assediata da un´opinione pubblica ostile e dalla crisi economica globale. Dove il governo ha resistito a colpi di “fiducia” che alimentavano, in realtà, la “sfiducia”, dentro e fuori il Parlamento. La maggioranza stessa, d´altronde, è divenuta composita e fluida. Ostaggio, come ha lamentato ieri Berlusconi, di tanti “piccoli ricatti”.
Da ciò l´implosione. Il berlusconismo ha perduto il consenso sociale. E il centrodestra, minoranza nel Paese, è divenuto tale anche in Parlamento. Berlusconi ne ha preso atto.
Tuttavia, questa crisi ha natura, in parte, “extraparlamentare”. A costringere Berlusconi alle dimissioni, infatti, non è stata solo l´opposizione di centro e di centrosinistra, ma anche quella dei mercati e dei leader europei. Non è stata – soltanto – la sfiducia dei parlamentari, ma anche quella delle Borse, della Bce e della Ue. Che hanno espresso la loro “opinione” non attraverso il voto e neppure i sondaggi, ma attraverso il crollo delle Borse e dei titoli di Stato – italiani. In più: attraverso il collasso delle azioni di Mediaset. L´azienda del Premier Imprenditore. Senza dimenticare il ruolo svolto da molte voci critiche che si sono espresse nella sfera pubblica e sui media.
Da ciò due ulteriori considerazioni, importanti per riflettere sul futuro dell´Italia e della nostra stessa democrazia.
La prima riguarda l´incapacità del nostro sistema politico e istituzionale di auto-riformarsi. La Seconda Repubblica è finita com´era nata: in seguito a un trauma esterno. Era sorta fra il 1991 e il 1993, a causa dell´incalzare di Tangentopoli e, prima ancora, per gli effetti della caduta del muro di Berlino. La Seconda Repubblica (per alcuni prolungamento della Prima, per altri la Terza), fondata “da” e “su” Berlusconi, è chiusa per implosione. E, di nuovo, per un collasso esterno: la crisi globale dei mercati e l´impatto sulle economie più vulnerabili. La nostra in particolare. Per l´incapacità del nostro sistema politico di dare risposte all´emergenza economica, ma anche perché irriformato e irriformabile. Non è un caso che l´Italia si sia trasformata, di fatto, in una “Repubblica presidenziale”, guidata, in questa fase, dal presidente Napolitano. La figura istituzionale dotata del maggior grado di fiducia, presso gli elettori ma anche in ambito internazionale (e sui mercati). Ciò gli ha consentito di orientare la crisi. Ha scoraggiato le elezioni anticipate – che avrebbero lasciato per mesi il Paese senza risposte all´emergenza, in preda a conflitti laceranti. Ha, invece, sostenuto (e imposto) un governo tecnico, a largo sostegno parlamentare – esterno ed estraneo alle pressioni politiche e dell´opinione pubblica. In grado, per questo, di redigere e soprattutto realizzare provvedimenti efficaci ma anche impopolari.
La scelta di Mario Monti riflette questa logica ed è stata possibile solo perché orientata da Napolitano. Il quale ha trasferito sull´economista – in precedenza poco noto – la propria dote personale di popolarità e fiducia (come ha rilevato Nando Pagnoncelli a Ballarò, sabato sera).
Da ciò la seconda considerazione – e il secondo problema. Questa crisi (extra-parlamentare) è stata affrontata almeno in parte in condizioni di “eccezione” democratica. Su pressione di poteri “esterni” alla nostra democrazia: la Bce, il Fmi, la Ue. Con la regia del presidente Napolitano, garante della Costituzione, ma eletto dai parlamentari (della precedente legislatura) e non dai cittadini. La formazione del governo è stata affidata a una figura prestigiosa, Monti, alla guida di una compagine di tecnici. Al pari di lui, non eletti, non “politici”. Scelti proprio per questo motivo: perché insensibili ed esterni alla “volontà del popolo sovrano”. Tutto ciò, naturalmente, avviene in una crisi di sistema, a sua volta riflesso della crisi del berlusconismo e di Berlusconi. In condizioni di emergenza economica e politica. Mentre la stessa fiducia nella democrazia, fra i cittadini, mostra segni preoccupanti di cedimento (come ha mostrato la Mappa della settimana scorsa). Potremmo riprendere, per questo, un paradosso (apparente) avanzato, alcuni anni fa, da un intellettuale francese, Emmanuel Todd. A volte, per difendere la democrazia, occorre difendere la democrazia da se stessa.

La Repubblica 14.11.11

"Un patto sociale: patrimoniale e nuove pensioni", di Bianca Di Giovanni

Il primo atto economico del governo Monti rischia di partire dalla stessa tassa che inaugurò quello Berlusconi: l’Ici sulla prima casa. Eliminata tre anni fa sull’onda dell’ottimismo della volontà berlusconiano, oggi è in via di riproposizione. Per il professore nonsarebbe neanche una forzatura rispetto al corso politico precedente. Giulio Tremonti infatti ha scritto nero su bianco l’ipotesi di un ripristino nella lettera inviata all’Ue che poneva 39 domande sull’attuazione degli impegni presi. «Un’eventuale reintroduzione dell’Ici porterebbe nelle casse dello Stato 3,5 miliardi di euro», si legge in quel testo. Che smaschera anche l’inganno dell’esecutivo uscente: quell’imposta, stando all’ipotesi Tremontiana, potrebbe tornare con il federalismo fiscale. Poprio quello che fino a ieri gli ormai ex ministri hanno sempre negato. Naturalmente con il nuovo governo l’imposta potrebbe subire declinazioni diverse, improntate a una maggiore progressività per tutelare i più deboli, ma che servano nuove entrate è una certezza matematica. Monti ha bisogno di trovare subito almeno 20 miliardi di euro, quelli che mancano alla manovra di Ferragosto che promette il pareggio di bilancio nel 2013.

Il professore sa che i mercati vogliono certezze, e sa anche che i 200 miliardi di titoli da piazzare da oggi alla primavera dovranno costare alle casse dello Stato molto meno di quanto si sta spendendo in questi giorni. Per questo il risanamento della finanziario (la base per riacquistare la fiducia degli investitori) è il primo dei tre pilastri dell’agenda che il presidente incaricato ha tratteggiato uscendo dalla consultazione con il presidente Giorgio Napolitano. Conti sostenibili, più crescita, più equità. I punti cardinali sono chiari, ma il passaggio è strettissimo, lastricato com’è di veti incrociati della politica, delle forze sociali, delle spinte dei mercati.

E soprattutto dell’incubo recessione, che potrebbe bloccare tutto il sistema. È l’altra incognita che pesa sui conti: oltre il «buco» di 20 miliardi c’è da aggiungere il fatto che la stima di Pil nella manovra è allo 0,6%, mentre il consenso internazionale è pericolosamente vicino allo zero. Significa meno entrate, e quindi più deficit. Per centrare l’obiettivo minimo dei 20 miliardi prende quota anche l’ipotesi di una patrimoniale sui grandi patrimoni, che renderebbe circa 5-6 miliardi. Su questo punto convergono sia i sindacati (Cgil in testa), sia Confindustria, che però punta a un prelievo straordinario. Con la patrimoniale, tuttavia, il nuovo presidente lancerebbe segnali chiari di redistribuzione, di equità sociale, che gli aprirebbero un «corridoio» importante con i sindacati. Magari da sfruttare per avviare quella riforma delle pensioni su cui molti premono in Europa. Sarà difficile elimi- nare semplicemente le pensioni di anzianità, come da qualche parte si sospetta. Non mancano tuttavia soluzioni tecniche per mantenerle, introducendo però un’altra opzione, cioè quella del contributivo pro rata con uscita flessibile. In questo modo i lavoratori avrebbero la libertà di scelta di passare da un sistema all’altro. Sulla patrimoniale, comunque, pende l’incognita dell’ok del Pdl, finora rimasto in trincea. Ma a quel punto far quadrare i conti sembra proprio un miracolo. L’altra arma che resta al professore è quella già scritta in manovra: l’aumento delle aliquote Iva, il taglio delle agevolazioni fiscali (ancora nuove tasse). A meno che non sia in grado in tempi brevi di effettuare una dettagliata analisi della spesa, e calare la lama del coltello sugli sprechi. Impresa annunciata da tutti, tentata da pochi, riuscita a nessuno. Fin qui tutte misure depressive, come lo sono tutte le manovre correttive. Eppure Monti è obbligato a specifiche misure di crescita, non solo perché ci crede, ma anche perché la storiella che i tagli di spesa possono anche essere espansivi, molto popolare nell’«ortodossa» Mitteleuropa, si è rivelata assoutamente falsa in Grecia (pare che autorevoli economisti consulenti della cosiddetta troika abbiano fatto un’esplicita mea culpa nei paper ufficiali). Insomma, Monti non è un rigorista «alla tedesca»: crede nell’utilizzo di diverse leve per rendere i conti sostenibili. Ma è anche convinto (lo ha spiegato chiaramente in un recente intervento in Tv) che la crescita non si faccia distribuendo risorse, bensì con le riforme. Forse le imprese dovranno rinunciare alla pretesa di sgravi Irap, tanto più che non saranno loro a pagare la patrimoniale se sarà disegnata sulle persone fisiche. L’iniezione che si farà nel sistema è quella che in Italia manca almeno da trent’anni: l’apertura delle incrostazioni corporative, delle liberalizzazioni, degli investimenti nella conoscenza e nell’innovazione, e soprattutto sul rispetto delle regole. Lotta alla criminalità e all’evasione: sarà da qui che arriveranno le risorse, col tempo, da destinare al nuovo welfare per i giovani precari.

L’Unità 14.11.11

"Il governo del Presidente", di Ezio Mauro

Nasce il governo del riscatto e dell´equità, per uscire dall´emergenza e recuperare la fiducia dei mercati, dell´Europa, dei cittadini. È l´impegno che si sono scambiati ieri Giorgio Napolitano e Mario Monti, nel momento in cui il Capo dello Stato – condotte a tempo di record le consultazioni – ha affidato al professore l´incarico di formare il governo che guiderà l´Italia nel dopo-Berlusconi. La crisi preme ma tono e forma ieri al Quirinale hanno segnato un cambio d´epoca, non solo di governo. Nessun sorriso, molta preoccupazione: ma anche la convinzione che l´Italia possa farcela, e il ritorno a concetti come “dignità”, “scrupolo”, “servizio”, soprattutto “responsabilità” e “bene comune”. Cambiano i protagonisti cambia il lessico e il contesto, con una svolta culturale e concettuale, dunque politica, che non poteva essere più netta.
È un governo del Presidente, il ministero Monti, perché il Capo dello Stato ha cercato in tutti i modi di evitare il vuoto politico di una campagna elettorale in un Paese che da oggi ad aprile – come ha ricordato ieri – dovrà ricollocare sul mercato 200 miliardi di buoni del Tesoro che andranno in scadenza: e per farlo ha voluto affidarsi a un uomo fuori dalla mischia, la cui competenza è nota a tutta l´Europa.
Ma è un governo che nasce nel pieno rispetto per il Parlamento e per i partiti, cui Napolitano e Monti si rivolgono per trovare sostegno a quello «sforzo straordinario» richiesto dall´emergenza, senza perdere altro tempo in «rivalse faziose» o «sterili recriminazioni».

Basta dunque con lo scontro furioso dell´era berlusconiana, ormai conclusa. Napolitano chiama a concorrere alla salvezza del Paese sia i vincitori del 2008, ricordando loro che in questi anni la maggioranza si è divisa e ridotta nei numeri, sia l´opposizione, garantendo che il governo Monti non sarà un ribaltone né una cancellazione dell´alternanza: ma un gabinetto d´emergenza, che unisce forze diverse per salvare l´Italia, nell´attesa che possa ripartire il confronto a tutto campo tra partiti e schieramenti, una volta che il Paese sia tornato in condizioni di sicurezza.
Mentre ricordavano l´urgenza della crisi, Monti e Napolitano hanno sottolineato due impegni, oltre al risanamento finanziario per riportare i conti sotto controllo: la crescita e l´equità sociale. «Lo dobbiamo ai nostri figli – ha spiegato Monti – che hanno diritto ad un futuro di dignità e speranza».
Proprio in questo spazio tra i sacrifici e l´equità, tra le misure europee di risanamento e la ricerca di un percorso di crescita e lavoro, sta lo spazio “politico” in cui si giocherà la qualità dell´esperimento legato al nome di Mario Monti. Il professore è stato scelto come la guida più autorevole e meno parziale per uno schieramento di necessità, che vede insieme forze divise per quasi vent´anni in Parlamento e nel Paese. E anche perché la sua competenza e il suo rigore possono rassicurare le istituzioni europee e i mercati, dopo la crisi verticale di credibilità del ministero Berlusconi.
Ma Monti da oggi, con l´incarico del Quirinale, non è un supercontrollore dei conti, nemmeno un emissario di Bruxelles o un legato di Francoforte. È un Capo di governo che ha una missione urgentissima e prioritaria (uscire dall´emergenza finanziaria), e tuttavia ha e deve avere anche l´ambizione di una politica per il Paese. Non solo i numeri e gli spread, dunque, non soltanto la logica – indispensabile – dei parametri di Bruxelles e dei saldi di Francoforte, ma accanto al rispetto degli impegni e alle misure d´emergenza una ricerca autonoma e libera, nazionale e orgogliosa di ripresa e rilancio del Paese, a partire dalla sua affidabilità, dal recupero di fiducia interna e internazionale. Quella che il professore ha chiamato la «sfida del riscatto, che l´Italia deve vincere».
Risanamento e crescita, dunque, credibilità e responsabilità, scrupolo, urgenza e soprattutto «accresciuta attenzione all´equità sociale». Un segno che Monti sente la pressione della disuguaglianza, la vera grande questione di questo inizio di secolo, uno squilibrio che aggrava la crisi, sfiducia la governance dell´Occidente e rischia di corrodere anche il sentimento della democrazia, che è il principale “bene comune” delle nostre società europee moderne.
È qui il patto di responsabilità e d´ambizione tra Monti e Napolitano, che ieri lo ha illustrato alle forze politiche, dopo averle guidate con grande sapienza nei giorni della crisi sospesa sul percorso che portava inevitabilmente al nome di Monti. Solo la Lega sembra sottrarsi all´impegno comune di cui il Paese ha bisogno, ma Bossi dopo aver perduto ogni autonomia e ogni libertà d´azione nel vincolo berlusconiano sembra oggi impegnato soprattutto a inseguire i suoi elettori disorientati, e a tenere insieme su parole d´ordine di battaglia un gruppo dirigente in piena guerra di successione.
I due partiti maggiori danno il via libera a Monti con strategie opposte e sentimenti politici divaricati. Il Pd da tempo chiedeva un governo di salvezza nazionale e oggi lo privilegia rispetto agli interessi contingenti di partito, perché tutti i sondaggi dicono che partirebbe nettamente in testa in una corsa elettorale: di cui però il Paese oggi non ha certo bisogno.
Il Pdl ha chiesto per giorni e giorni il voto come l´ultima ordalia salvifica e riparatrice di un berlusconismo morente. Oggi arriva al consenso per Monti per timore che il “no” significhi no all´unica chance concessa dal contesto internazionale alla salvezza dell´Italia, col rischio di intestare a Berlusconi non solo una politica fallimentare davanti alla crisi, ma il default del Paese.
Il Premier, ridivenuto Cavaliere, ieri ha voluto leggere al gobbo un messaggio solenne al Paese, l´ultimo, con tanto di bandiera a fianco. Ha dichiarato di essersi dimesso per «responsabilità» e «generosità», ha ripetuto di non essere stato sfiduciato, ha evitato di ricordare che in Parlamento il governo era andato sotto perché la sua maggioranza era ormai svanita. Si è lamentato per i fischi e gli insulti che sabato hanno accompagnato il suo percorso verso le dimissioni, dimenticando quante volte ha incendiato il Paese rivolgendosi alla folla, mentre i cittadini che lo attendevano al Quirinale non erano convocati da nessun partito, da nessun movimento, da nessun giornale, ma volevano salutare la fine di un´epoca. Il Cavaliere appoggia infine lo sforzo di Napolitano e sosterrà Monti, assicurando che non uscirà di scena. Anzi, nel momento dell´addio ripete come un mantra il Credo del ´94, proprio quello che i suoi elettori gli imputano di aver tradito. La qualità dell´appoggio di Berlusconi a Monti resta un´incognita. L´ex Premier ha un partito diviso radicalmente tra un´ala moderata e governativa, che vuole lasciarsi alle spalle la stagione degli eccessi, e un´ala radicale che chiede le elezioni: ma in realtà teme che il governo Monti amputi e normalizzi l´anomalia berlusconiana, l´eccezionalità populista e carismatica alimentata dall´inizio dell´avventura e per tutti questi anni, spegnendo il fuoco “rivoluzionario” che ha arroventato il sistema, ma ha protetto il leader in mezzo a tante disavventure. Oggi i falchi sono stati sconfitti. Ma Berlusconi è il vero capo del loro stormo, ed è difficile pensare che accetti a lungo un quadro politico e istituzionale che riunendo le forze non contempla eccezionalità e non ammette anomalie, mentre recupera – finalmente – la Costituzione come orizzonte condiviso e comune. Ieri i toni del Cavaliere sono sembrati responsabili. Poi vedremo. Dipenderà da Monti, certamente. Ma anche da un Paese che sembra essersi risvegliato da un lungo sonno, riscoprendo la soddisfazione e il valore di una “democrazia d´alto stile” (come si diceva nei primi anni della Repubblica) guardando ieri il Presidente e il Professore al vertice del nostro Stato.

La Repubblica 14.11.11

«Riforma elettorale e meno onorevoli È il tempo di un accordo bipartisan», intervisa a Dario Franceschini di Maria Teresa Meli

Onorevole Franceschini, secondo lei è possibile, dopo le contrapposizioni di questi anni, che centrosinistra e centrodestra sostengano insieme un governo d’emergenza?
«Io penso che sia indispensabile. Non esistono alternative alla nascita di un nuovo governo con una larga base parlamentare, che garantisca di affrontare l’urgenza della crisi e che tranquillizzi i mercati. È una strada obbligata. Del resto, nella vita di ogni partito arriva sempre il momento di scegliere quello che serve al Paese e non le proprie convenienze di parte. In teoria, noi avremmo interesse a fare le elezioni, visti i sondaggi, ma non lo facciamo perché mettiamo avanti gli interessi del Paese».
Non le sembra di essere troppo ottimista?
«No, io penso che il governo d’emergenza risponda alle domanda degli italiani, che sono preoccupati per il loro lavoro, per i loro risparmi e per il futuro. E anche il mondo è attento ai destini dell’Italia a cui sono legati quelli dell’Europa. Ciò non vuol dire che nasce una maggioranza politica a sostegno del governo d’emergenza, significa che per una fase transitoria avversari che restano tali e che lo saranno alle prossime elezioni, antepongono l’esigenza di salvare il Paese ai loro interessi. Penso che sia difficile spiegarlo sia ai nostri elettori che ai loro, ma abbiamo il dovere di farlo».
Franceschini, ma l’ingresso di politici di tutti gli schieramenti nel governo non faciliterebbe le cose? Eppure voi del Partito democratico avete chiesto che vi siano solo tecnici.
«Sarebbe difficile immaginare esponenti del Pd e del Pdl insieme nello stesso governo: non lo capirebbero né i nostri elettori né i loro. L’unico schema possibile è quello di un governo che affronti l’emergenza, composto da personalità competenti, ma al di fuori delle appartenenze politiche, appoggiato da una maggioranza il più larga possibile. Mi rendo conto che siamo su un terreno inedito perché nel nostro sistema i governi sono espressione di una maggioranza politica: ma è l’unica strada. Perché riesca occorre che tutti voltiamo pagina nei modi e nei toni».
Che cosa si aspetta dal prosieguo di questa legislatura?
«La missione del governo è quella di avviare il risanamento economico e finanziario, portando avanti riforme coraggiose e difficili. La missione del Parlamento sarà anche quella di riformare il sistema istituzionale che non funziona, come hanno avuto modo di sperimentare sia i governi di centrosinistra che quelli di centrodestra. Sono due facce della stessa medaglia: il superamento della crisi italiana richiede i provvedimenti urgenti che ci chiede l’Europa e alcune riforme economiche strutturali, ma anche una revisione del nostro sistema istituzionale che faccia funzionare il Paese, recuperando la capacità di decidere e di decidere velocemente».
Quindi in concreto che cosa propone, onorevole Franceschini?
«Il governo si concentrerà principalmente sul risanamento economico, il Parlamento, oltre a determinare quelle scelte — perché restiamo un regime parlamentare — si impegnerà non in una improbabile grande riforma costituzionale, ma su tre obiettivi precisi e raggiungibili entro questa legislatura, che cambierebbero il Paese. Primo, la riforma elettorale, che ci sia o no il referendum. Una riforma che restituisca agli elettori il diritto di scegliersi gli eletti e che liberi dal vincolo obbligato delle maggioranze forzose. Secondo, il superamento del bicameralismo e, quindi, la riduzione dei parlamentari, perché ridurli mantenendo tutti i difetti e le lentezze di un sistema a due camere non servirebbe. Terzo obiettivo, meno visibile, ma forse più rilevante: il cambiamento dei regolamenti parlamentari, il cui snellimento permetterà al potere esecutivo e legislativo di funzionare in maniera efficace».
E questi obiettivi dovrebbero raggiungerli insieme centrodestra e centrosinistra? Non è un programma troppo ambizioso?
«Paradossalmente proprio ora si possono creare condizioni mai avute. Quante volte abbiamo provato a fare delle riforme e non ci siamo mai riusciti: possiamo riuscirci ora perché non c’è più una contrapposizione tra maggioranza e opposizione, ma l’ottanta per cento del Parlamento sostiene il governo. Non significa che di colpo noi e il centrodestra siamo diventati alleati. Lavorare a questi tre obiettivi è anche un modo per uscire dalla pericolosa contrapposizione tecnici e politici. E in ogni caso dovremmo avere un interesse convergente a mettere in condizione, chi vincerà le elezioni, di riuscire a governare».
Onorevole Franceschini, Le manifestazioni sotto casa Berlusconi non sembrano però essere un buon viatico per un governo d’emergenza sostenuto da una larga maggioranza parlamentare.
«Quelle manifestazioni non erano organizzate da nessun partito di opposizione. E sono la coda di mesi e mesi di tensioni e contrapposizioni. Adesso non serve più scaricarsi reciprocamente le responsabilità. Adesso è necessaria la consapevolezza di ricostruire. Questa forma di collaborazione tra noi e il centrodestra, che è transitoria e necessitata, può contribuire a cambiare il clima di scontro. Io sogno un Paese dove gli avversari politici si scontrano sui contenuti, ma rispondono alle stesse regole e agli stessi principi di fondo».

Il Corriere della Sera 14.11.11

"Il Professore e il fattore tempo", di Claudio Tito

La prima vera prova da superare per Mario Monti sarà stamattina. Dopo la corsa dello spread che si è verificata la scorsa settimana, l´apertura dei mercati finanziari darà una risposta agli interrogativi posti da tutto il mondo politico e istituzionale. Un buon risultato della Borsa di Milano e soprattutto dei nostri titoli di Stato rappresenterà un test decisivo per il percorso imboccato dal premier incaricato.
Una preoccupazione che ha accompagnato tutti gli incontri di ieri al Quirinale. Non a caso mai le consultazioni sono state così brevi nella storia della Repubblica. Il capo dello Stato ha fatto di tutto per imprimere un´accelerazione senza precedenti alla soluzione della crisi. Anche il neosenatore a vita sta programmando la formazione dell´esecutivo secondo una tempistica strettissima che porterebbe al giuramento dei ministri mercoledì e alla fiducia del Parlamento entro venerdì. La tela tessuta in questi giorni con i leader europei mirava proprio a costruire una protezione per i prossimi giorni. E il comunicato con cui il presidente della Commissione europea Barrroso e del presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy accolgono l´incarico a Monti dimostra che l´allarme per quel che accadrà oggi pervade l´intera Ue.
La velocità con cui tutto si sta svolgendo conferma però non solo l´urgenza della situazione italiana, ma anche che quello di Monti sempre più si caratterizzerà come un governo d´emergenza. O meglio come un esecutivo del “Presidente”. Il ruolo di Napolitano è determinante. Rappresenta l´ombrello sotto il quale si sta riparando e sempre più si riparerà il futuro presidente del consiglio. Una squadra fatta di soli “tecnici” impone di stabilire un rapporto quotidiano con la maggioranza parlamentare in modo innovativo: tant´è che la Lega e il Pdl stanno già pensando di sostituire i propri capigruppo. Con ogni probabilità, però, il Colle sarà chiamato a svolgere costantemente le funzioni di “garante”. In parte lo ha già fatto ieri spiegando in maniera puntigliosa le azioni e gli orizzonti che dovranno spettare alla squadra guidata da Monti.
I distinguo e i contorcimenti delle forze politiche sembrano per ora congelati dalle assicurazioni fornite da Napolitano. Anche se la fragilità di un´alleanza tra Pdl e Pd – anche solo nelle aule parlamentari – costituisce l´incognita principale. I veti incrociati hanno già costretto il senatore a vita a rinunciare ai ministri “politici”. E il tempo che ci divide dalle elezioni politiche, rende questa fare comunque preelettorale. In cui la maggioranza “tecnica” che sta nascendo, tra poco più di anno dovrà dividersi davanti alle urne. Il capo dello Stato sarà quindi chiamato a evitare che ogni scelta di Palazzo Chigi si trasformi in un terreno di scontro tra Popolo delle libertà e Democratici. Lo stesso Berlusconi ha già annunciato che non sgombrerà il campo e soprattutto che terrà l´esecutivo perennemente appeso al filo del suo voto. Non a caso proprio il capo dello Stato aveva accolto con irritazione la notizia del videomessaggio di Berlusconi. Il partito di Bersani, invece, non nasconde la paura di doversi far carico delle scelte più impopolari davanti ad un nuovo movimentismo del centrodestra.
I primi cento giorni di Monti saranno da questo punto di vista decisivi. Il premier incaricato ha già sul tavolo una serie di misure pesanti. A cominciare da un intervento fiscale che prevede di fatto due mini-patrimoniali: una immobiliare e una mobiliare. Il Professore dovrà evitare anche i minimi incidenti fino a marzo. Se uscirà indenne anche dalla eventuale consultazione referendaria (sapendo che la materia elettorale sarà un terreno minato per lui), allora potrà confidare sulla conclusione della legislatura. Altrimenti le grida a favore delle elezioni anticipate che vengono in primo luogo dalla componente più radicale del Pdl, diventeranno improvvisamente concrete nella prossima primavera.

La Repubblica 14.11.11

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“La trattativa è appena cominciata”, di MARCELLO SORGI
Nel giorno dell’incarico a Monti, gli interventi dei tre protagonisti attorno a cui ruota questa crisi hanno segnato una messa a punto del tentativo di formare un governo in grado di fronteggiare la crisi economica e l’attacco dei mercati finanziari all’Italia.

Cominciamo da Berlusconi. All’indomani delle dimissioni, della celebrazione del suo addio e delle folle vocianti contro di lui fin sotto il Quirinale, il premier uscente ha registrato un videomessaggio a Palazzo Chigi per dire che resta in campo e per far capire che senza il suo assenso il governo Monti non può nascere. Era scontato, ma le conseguenze si sono viste alle consultazioni al Quirinale, quando il segretario del Pdl Alfano ha dato, sì, via libera all’incarico a Monti, ma ha condizionato la fiducia del suo partito a tempi e modi della formazione del governo ancora da concordare.

La replica di Monti, appena incaricato, è stata l’annuncio di un nuovo giro di consultazioni e una sottolineatura del ruolo del Parlamento nella nascita del governo. Il governo insomma potrà essere tecnico tutto o in parte (questo Monti non lo ha detto) ma necessariamente politico e negoziale dovrà esserne il processo di formazione.

Di qui, oggi e domani, altri due giorni di lavoro e di trattative con i partiti prima di presentare la lista. Un allungamento dei tempi? Napolitano, già irritato per il toto-ministri prima dell’incarico, tanto da precisare con una nota ufficiale che il Quirinale non vi prendeva parte, ha negato che sia così. E ha spiegato che non era realistico immaginare che il governo potesse nascere in due ore e nella stessa sera dell’incarico. Ha inoltre voluto ricordare in termini drammatici i dati dell’ emergenza, a partire da quei duecento miliardi di titoli di Stato da rinnovare di qui ad aprile.

Così il tentativo di Monti va avanti e non ha alternative. Ma da tutto quel che é stato detto, e dall’insieme dei tre interventi di ieri di Berlusconi, Monti e Napolitano, si ricava che incontra anche qualche difficoltà. Nulla che possa impedirne la nascita, ma qualcosa che necessariamente interverrà sul carattere e sull’identità del nuovo esecutivo. Sarà anche per questo che l’incaricato, mentre è stato estremamente preciso sui compiti e sugli obiettivi del governo che si accinge a formare, non è entrato nel merito della durata e ha parlato dei nomi che circolano dei probabili ministri come frutto di fantasia. Segno che almeno su questo terreno la trattativa è ancora tutta da fare.

La Stampa 14.11.11

"È l'ora della prova, adesso responsabilità", di Giorgio Napolitano

Ho incontrato i Presidenti del Senato e della Camera e i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari per raccogliere le loro opinioni sul modo di affrontare la crisi di governo apertasi con le dimissioni correttamente rassegnatemi dall’onorevole Berlusconi. A tutti ho esposto – riscontrando un clima riflessivo e pacato – il mio convincimento che sia nell’interesse generale del Paese sforzarsi di formare un Governo che possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento.

Su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita economica e di equità sociale per il Paese considerato nella sua unità.

L’urgenza di quelle scelte – a partire dalla concretizzazione delle misure già concordate in sede europea – deriva dalla gravità della crisi finanziaria e dei pericoli di regressione economica dinanzi a cui si trovano l’Italia e l’Europa. La particolare fragilità del nostro Paese sta nell’altissimo debito pubblico accumulato nel passato. È un peso che – visto il fortissimo rialzo degli interessi sui nostri Buoni del Tesoro e il ristagnare dell’attività economica – rischia di mettere a dura prova l’impegno dello Stato.

È perciò indispensabile recuperare la fiducia degli investitori e delle istituzioni europee, operando senza indugio nel senso richiesto. È una responsabilità che avvertiamo verso l’intera comunità internazionale, a tutela della stabilità della moneta comune e della stessa costruzione europea, oltre che delle prospettive di ripresa dell’economia mondiale.

Da domani alla fine di aprile verranno a scadenza quasi duecento miliardi di euro di Buoni del Tesoro e bisognerà rinnovarli collocandoli sul mercato. Tentare in questo momento di evitare un precipitoso ricorso a elezioni anticipate e quindi un vuoto di governo, è un’esigenza su cui dovrebbero concordare tutte le forze politiche e sociali preoccupate delle sorti del Paese.

È in nome di questa esigenza che ho deciso di affidare al senatore professor Mario Monti l’incarico di formare un nuovo governo, aperto al sostegno e alla collaborazione da parte sia dello schieramento uscito vincente dalle elezioni del 2008 sia delle forze collocatesi all’opposizione. Lo schieramento vincente ha visto crescere negli ultimi tempi rotture e tensioni al suo interno e ridursi la sua base di maggioranza in Parlamento: come capo dello Stato ho seguito con scrupolosa imparzialità questo travaglio, rispettando il ruolo del presidente del Consiglio e del Governo, in uno spirito di leale cooperazione istituzionale.

Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all’impegno di rinnovare la nostra democrazia dell’alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del Governo. Si tratta soltanto – a tre anni e mezzo dall’inizio della legislatura – di dar vita a un Governo che possa unire forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l’attuale emergenza finanziaria ed economica esige. Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà – senza che sia stata oscurata o confusa alcuna identità – appena la parola tornerà ai cittadini per l’elezione di un nuovo Parlamento.

Il tentativo che oggi propongo è difficile, lo so, dopo anni di contrapposizioni (…). Ma, rispettando le posizioni di tutti e le decisioni che in definitiva spetteranno al Parlamento, confido che si voglia largamente incoraggiare nell’incarico di formare il nuovo Governo il senatore professor Mario Monti, personalità indipendente, rimasta sempre estranea alla mischia politica, e al tempo stesso dotata di competenze ed esperienze che ne fanno una figura altamente conosciuta e rispettata (…).

È giunto il momento della prova, il momento del massimo senso di responsabilità. Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto. Operiamo tutti, nei prossimi mesi, per il bene comune, facendo uscire il paese dalla fase più acuta della crisi finanziaria. Questo, credo, è ciò che l’Italia si augura.

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