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"Conti avvelenati: per chi verrà mancano 20 mld", di Marco Causi

Una delle cose che il paese, e l’Europa, si aspettano dalla nuova fase politica che si sta aprendo in Italia è che il racconto della verità si sostituisca alle cortine fumogene copiosamente sparse al vento dal marketing di stile berlusconiano. Non sarà facile. Ancora in queste ore le litanie propagandistiche di tanti (quasi ex) ministri del governo dimissionario riempiono stampa e televisione. Una su tutte: che erlusconi e Tremonti stiano lasciando in eredità un bilancio pubblico già programmato per il pareggio nel 2013.
Non è vero. D’altra parte, se fosse vero non si capirebbe perché fin dall’inizio di luglio, appena letto il testo del primo
decreto-manovra, gli analisti europei e internazionali abbiano lanciato l’allarme sul fatto che l’Italia non stesse mantenendo gli impegni. E infatti quella manovra cifrava molto meno di quanto promesso nei documenti di programmazione concordati con l’Europa ad aprile (25 miliardi contro 42). Il problema, purtroppo, è restato tutto intero anche dopo le numerose manovre e correzioni di luglio e di agosto. È vero che il complesso della manovra è stato portato alle mirabolanti cifre di 54 e 59 miliardi nel 2013 e 2014, e cioè le cifre citate con sicumera dai (quasi ex) ministri quando pontificano che il governo uscente ha pienamente corrisposto ai suoi «compiti» europei (ma allora perché da tutta Europa, e dal resto del mondo, si è levata un anime una sola voce corale: andatevene!). Peccato che una parte consistente di quella cifra globale sia solo scritta sulla carta (sulla sabbia?) e ancora da reperire con misure concrete. Si tratta delle entrate legate alla delega fiscale e assistenziale, cifrate in 4, 16 e 20 miliardi rispettivamente nel 2012, 2013 e 2014.
Come si fa a tirare fuori venti miliardi dalla delega fiscale e assistenziale? La delega dice che bisogna tassare di più le cose e di meno le persone, a parità di gettito complessivo. Da qui allora non esce niente. Dalla spesa assistenziale, che in Italia vale circa 50 miliardi, è impossibile tirarne fuori venti, al massimo qualcosa in termini di efficienza.
Restano una «clausola di salvaguardia»: se entro settembre 2012 la delega non avrà partorito il gettito programmato, allora sarà il ministro dell’Economia a provvedere con suoi decreti riducendo le agevolazioni fiscali esistenti, anche con tagli lineari, e/o aumentando Iva e accise. Ridurre le agevolazioni fiscali esistenti con tagli lineari significherebbe aumentare drammaticamente l’Irpef per i redditi bassi e medio bassi, che sono quelli beneficiati dalle più importanti detrazioni (per lavoro, carichi familiari, spese sanitarie, ecc.). L’Iva e le accise sono già state aumentate fra luglio e agosto. Insomma: altro che pareggio di bilancio programmato per il 2013! La polpetta avvelenata che Berlusconi e Tremonti lasciano in eredità al nuovo governo è proprio questa. Per scalare la montagna del debito occorrerà partire non da zero, ma da meno venti. Cari (quasi ex) ministri Brunetta, Gelmini, Sacconi e compagnia: per favore, tacete e risparmiateci, almeno per un po’, la vostra arroganza propagandistica. Tanto, come dovreste aver capito, l’Europa non si abbindola con il marketing. E a voi ormai non crede più nessuno.

L’Unità 12.11.11

"Ministri Donna (Sì, Competenti) e un Uomo all'Istruzione" di Maria Laura Rodotà

Siamo oneste. Ieri, la prima reazione di molte di noi all’osservazione «non ci sono donne nel nuovo governo» è stata «ma chi se ne frega se non ci sono donne nel nuovo governo». Viviamo una fase terribile e abbiamo avuto ministre discutibili; ci si preoccupa più per lo spread che per le quote. Poi però ci si è rese conto che un nuovo governo ancora non c’è. Che c’è, al momento, l’usuale toto-ministri. Che i commissari tecnici del mondo politico-mediatico che lanciano o bruciano candidature sono in maggioranza maschi, e maschilisti. Probabilmente più di Giorgio Napolitano e Mario Monti, signori non giovani ma — verrebbe da dire — più civilizzati di altri. Con lunga pratica di democrazie — e di società — più avanzate della nostra sui temi della parità tra uomini e donne. Perciò pare altamente improbabile il governo tuttimaschi che in questi giorni alcune paventano su Twitter, Facebook e nei dibattiti online. Pare improbabile; ma il fatto stesso che ci siano timori, che se ne discuta, che si insorga (sia pure online) è un segnale; di disagio, e di risveglio, anche. Di disagio perché gli anni berlusconiani delle «ministre più belle del mondo», delle deputate di Forza Gnocca, delle donne all’opposizione accusate di bruttezza hanno prodotto un trauma sottotraccia (ma neanche tanto) nella popolazione femminile italiana. Che col tempo è diventato protesta di massa e dibattito virale. Ci sono i gruppi di Senonoraquando (dal nome del team che organizzò la protesta del 13 febbraio), c’è la nuova iniziativa su Twitter «2eurox10leggi», una sottoscrizione per pubblicizzare e proporre leggi anti svantaggi di genere. Si discute nonstop sulle bacheche Facebook e su blog come La 27esima ora del Corriere online. Si cerca di fare politica dal basso. E ci si aspettano azioni positive (le femministe le chiamavano così) dalla politica alta. Insomma, si spera di vedere alcune ministre competenti, in qualche dicastero di rilievo (magari non la Pubblica istruzione, da dare a un uomo, per sparigliare). Si spera siano persone dalle qualifiche inattaccabili (vanno bene di qualunque età, non è un governo Renzi, vivaddio). Si spera ci sia qualche faccia nuova, qualche personaggio interessante, che diventi un’ispirazione e un modello per le ragazze italiane (se poi c’è la solita Emma Bonino va benissimo, tutte noi la amiamo; ma, senza pensare alle quote e preoccupandosi dello spread, varrebbe la pena di promuovere altri talenti, anche).

Il Corriere della Sera 12.11.11

«Le imbarazzanti domande dell'Europa sulla PA», di Luigi Oliveri

Il questionario della Commissione Europea, che vuole vederci chiaro sugli effetti delle riforme promesse come elemento dello sviluppo, tocca il nervo scoperto del sostanziale fallimento delle nuove regole sulla pubblica amministrazione, sbandierate come una panacea. Il governo in questi anni non ha fatto altro che parlare di scarsa produttività dell’amministrazione pubblica, di costo troppo elevato dei dipendenti e del loro numero eccessivo. In Europa, per coerenza, si aspettano concrete riduzioni di questi indicatori. Come spiegare ora che era solo propaganda?

Il questionario della Commissione Europea per vederci chiaro sugli effetti delle riforme promesse come elemento dello sviluppo, tocca il nervo scoperto del sostanziale fallimento delle nuove regole sulla pubblica amministrazione, sbandierate come una panacea.

COME SI VALORIZZANO GLI INSEGNANTI?
La prima domanda che mette a nudo incertezze e contraddizioni delle riforme e degli impegni dell’Italia è quella contenuta al punto 14, ove si chiede “Come intende il governo valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Quale tipo di incentivo il governo intende varare?”.
È una domanda molto pertinente. Sin dall’approvazione della manovra estiva 2008 (legge 133/2008) la scuola è stata oggetto di fortissimi tagli alle risorse e al personale. Si era affermato che la riduzione del personale avrebbe consentito di retribuire meglio i docenti rimasti, valorizzandoli.
Le cose non stavano così. Già all’epoca era vigente una disposizione secondo la quale per effetto della riduzione del personale in servizio, debbono simmetricamente ridursi le risorse contrattuali. Successivamente, con la manovra estiva 2010 sono stati congelati i trattamenti economici dei dipendenti pubblici e i fondi per la contrattazione non potranno essere superiori al tetto del 2010. Inoltre, si è rafforzato ulteriormente il dovere di ridurre i fondi, al diminuire del personale.
Lecito, dunque, chiedersi come possano essere valorizzati e incentivati gli insegnanti (ma, c’è da aggiungere, tutti i dipendenti pubblici), se la contrattazione collettiva, unica fonte titolata a decidere le retribuzioni, è bloccata fino al 31 dicembre 2014.

CHE FINE HA FATTO LA CIVIT?
Al punto 31, i commissari europei chiedono: “Quando sarà pienamente operativa la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità della pubblica amministrazione? Di che cosa sarà incaricata esattamente tale Commissione?”. Si riferiscono alla Civit, la commissione introdotta dalla riforma Brunetta per vigilare sugli organismi di valutazione delle amministrazioni pubbliche, fornire strumenti concreti per la valutazione, fissare standard di produttività.
Si sono accorti evidentemente anche a Bruxelles che la Civit ha subito nella sua breve vita due rilevanti defezioni e che, oltre a produrre pareri contraddittori e qualche generalissima indicazione sugli strumenti di valutazione irta di inglesismi (fomentando il sospetto che si sia trattato del riutilizzo di ricerche universitarie di carattere genericamente riferito alla produttività nelle aziende e non nella Pa) la Civit ha prodotto poco. Chissà se a Bruxelles conoscono la delibera 12/2010 con la quale la Civit, che dovrebbe vigilare sulla corretta applicazione della meritocrazia nella Pa, ha stabilito che per il personale in posizione di comando o fuori ruolo o con contratto a tempo determinato gli incentivi sono legati alla mera presenza in servizio.
Al punto 32 gli ispettori di Bruxelles in sintesi chiedono quando diverranno pienamente operative le misure riguardanti il personale della pubblica amministrazione, con particolare riferimento alla mobilità obbligatoria, al lavoro a tempo parziale e alla tendenza alla riduzione del numero dei dipendenti pubblici.
La mobilità obbligatoria viene regolata con la legge di stabilità, anche se si tratta di un’operazione più di modifica delle procedure, che di sostanza. La Commissione vuole giustificatamente comprendere quando l’Italia ridurrà il numero dei dipendenti pubblici. Domanda legittima, visto che proprio il governo in questi anni non ha fatto altro che sbandierare la scarsa produttività dell’amministrazione pubblica, il costo troppo elevato dei dipendenti e il loro numero eccessivo. In Europa, per coerenza, si aspettano concrete riduzioni di questi indicatori.
Difficile spiegare, adesso, che si trattava per lo più di mosse mediatiche volte a captare consenso. La riduzione dei dipendenti pubblici, sebbene lenta e graduale, è attuata da tempo, per effetto dei blocchi del turn-over. Che, invece, i dipendenti pubblici italiani siano troppi e troppo costosi lo ha smentito di recente la Corte dei conti, nella Relazione 2011 delle sezioni riunite in sede di controllo sul costo del lavoro pubblico. (1) Se, però, si semina vento, l’Europa vuole le inevitabili conseguenze.
Interessante, poi, al punto 32 è il quesito dei commissari in merito ai problemi posti dal trasferimento dei dipendenti delle province che si immagina di abolire presso le Regioni e i comuni. In effetti, i disegni di legge sul tema non li affrontano per nulla. Né nel disegno di legge costituzionale sull’abolizione delle province, o nella relazione accompagnatoria, è dato reperire nemmeno una generica stima sui risparmi che si otterrebbero.

UNA CARRIERA BLOCCATA
Infine, al punto 33 la Commissione chiede ulteriori informazioni sull’applicazione della “riforma Brunetta”, in particolare per quanto riguarda il collegamento degli incentivi alla performance individuale. Anche in questo caso, la propaganda sulla riforma ha certo influenzato gli organi di Bruxelles. La propaganda ha tratto in inganno, perché ha lasciato credere che vi fosse, nella pubblica amministrazione chissà quale facilità di accesso a percorsi di carriera, mentre la Corte costituzionale ha più volte chiarito che nell’ordinamento del personale pubblico la carriera non sussiste. La riforma Brunetta, tra i suoi pregi, ha avuto, comunque, proprio quello di eliminare le “progressioni verticali”, cioè i concorsi interni, spesso tutt’altro che selettivi, proprio per rispettare la Costituzione. Ma, questa scelta, che sarebbe risultata interessante per l’Europa, evidentemente non è stata sufficientemente divulgata.
In quanto alla “performance”, chi glielo spiega all’Europa che, prima con l’intesa governo sindacati del 4 febbraio 2011 e poi con il decreto legislativo 141/2011, le tanto propagandate misure per incentivare i risultati sono state rinviate a data da destinarsi, cioè a quando la contrattazione collettiva nazionale sarà sbloccata?

(1) La magistratura contabile spiega, ad esempio, che la spesa complessiva per il personale sostenuta dall’Italia e i principali Stati competitori è piuttosto simile. Nel 2009, l’Italia ha incontrato una spesa di 171.905 milioni di euro, contro i 254.326 della Francia, i 177.640 della Germania, i 189.464 dell’Inghilterra e i 125.164 della Spagna. La spesa pro capite italiana è di 2.863 euro, inferiore a quella francese (3.951) e a quella inglese (3.076) e superiore a quella tedesca (2.166) e spagnola (2.731). In linea anche il peso delle retribuzioni del lavoro pubblico rispetto al Pil: sempre nel 2009, in Italia la percentuale è stata dell’11,3 per cento, in Francia del 13,2 per cento, in Germania del 7,4 per cento, in Inghilterra del 12,0 per cento, in Spagna dell’11,8 per cento, nell’area euro del 10,8 per cento e nell’area Ue dell’11,2 per cento.

da www.lavoce.info

"Nelle mani di Napolitano", di Carlo Galli

Se, dopo le dimissioni che Berlusconi si è impegnato a rassegnare oggi, l´Italia sarà traghettata verso una condizione di minore insicurezza lo dovrà a Giorgio Napolitano. Che si è assunto il compito di guidare con responsabilità e prudenza, ma anche con fermezza, la transizione da un´eccezione a un´altra, fino alla normalità. Cioè di gestire l´eccezione con stile e con finalità opposte a quelle del premier.

Dentro il cui partito, invece, sta crescendo la ribellione contro la normalizzazione per perpetuare fino all´ultimo l´anomalia berlusconiana: con il rischio di far saltare l´unica chance di salvezza dell´Italia dal baratro finanziario.
Lo stato d´eccezione è stato il modo con cui Berlusconi ha governato: la forzatura delle norme e delle forme costituzionali, l´attivazione di uno scontro costante con la magistratura, la sollecitazione di un conflitto ideologico, modellato sul rapporto amico-nemico, tra maggioranza e opposizione. La politica doveva esprimere la propria energia al di fuori delle istituzioni: le elezioni non servivano a eleggere una maggioranza ma a fondare il rapporto carismatico fra il Capo e il suo Popolo; un rapporto che faceva a meno non solo delle istituzioni ma anche della forma-partito. Funzionale a gestire e ad alimentare l´eccezione è stato quindi il populismo, ossia la trasformazione del popolo in un corpo coincidente con quello del Capo, il quale può modularlo, animarlo, eccitarlo, politicizzarlo, indirizzarlo, secondo i propri fini. Che, nel caso di Berlusconi, hanno coinciso con la propria salvezza dalla magistratura, e con la copertura e la promozione di reti di affarismo che hanno potuto appoggiarsi alle strutture pubbliche; ma il lato egemonico di questa operazione è consistito nell´istillare in una larga parte del popolo italiano – peraltro disponibilissimo a ciò – la convinzione che il migliore rapporto possibile con la cosa pubblica sia negarla e sostituirla con la molteplicità degli interessi privati. L´eccezione ha avuto aspetti pubblici e ricadute politiche, ma è stata orientata da finalità personali e nutrita di una sorta di particolarismo di massa. È stata il trionfo dell´autoreferenzialità, la produzione artificiale di un mondo rovesciato.
Tutto ciò ha generato gravi squilibri istituzionali, economici e sociali. La crisi economica e finanziaria internazionale è stata negata o minimizzata, perché non si è capito che l´economia – in assenza di riforme reali – non cresce, ma soprattutto perché la politica dell´eccezione permanente ha accecato molti (non tutti, in verità: pezzi sempre più importanti del Paese se ne sono accorti, nei mesi scorsi). Una politica tutta centrata sul particolare ha perduto di vista ciò che ha significato universale; il mondo rovesciato ha celato il mondo vero.
L´eccezione “domestica”, populistica, ha facilitato l´ingresso della crisi esterna all´interno della nostra società, trasformandola in un´eccezione reale, in un pericolo tanto più grave quanto più mistificatoria e inaffidabile appariva la nostra politica. Per nostra fortuna, mentre il maldestro stregone nostrano, manipolatore della realtà, è stato giudicato inaffidabile – tanto da mettere a rischio l´euro e l´Europa – , i leader europei e occidentali hanno potuto individuare in Napolitano l´interlocutore affidabile e responsabile, in grado, con il corretto esercizio della sua autorità, di costituire l´ultima riserva della Repubblica, di mettere con la sua fermezza Berlusconi davanti alle sue responsabilità.
Ora che l´eccezione reale – quella che Berlusconi continua ancora a definire ‘speculazione´, e che è invece una crisi di fiducia e di credibilità nell´Italia da lui governata – ha scacciato l´eccezione fasulla, il Capo dello Stato ha un ruolo centrale nell´individuare una gestione produttiva della crisi. Si tratta per lui di esprimere il massimo di energia politica nel momento della più grave debolezza della politica, che coinvolge sia le due coalizioni, che a destra come a sinistra rischiano di “perdere le ali”, mentre anche i due maggiori partiti sono sottoposti a tensioni laceranti; si tratta cioè di farsi garante che un governo “tecnico” – almeno nel senso che probabilmente vedrà una bassa rappresentanza delle forze politiche e sarà variamente sostenuto da queste, con voto favorevole o con astensione – goda di una legittimazione non solo formale da parte del parlamento ma incorpori nella propria nascita e nella propria azione una volontà politica di salvezza nazionale che in questa fase può trovare sintesi ed espressione prima nel Capo dello Stato – rappresentante simbolico, ma non mediatico, del Paese intero, di cui gode la quasi totale fiducia – che non nelle forze politiche esitanti e divise.
È impressionante osservare come a questo tentativo di Napolitano – solo grazie al quale il mondo ci sta dando un´ultima chance – si contrappongano all´ultimo gli sforzi di una parte del Pdl di sottrarsi alla responsabilità dell´ora presente, e di riproporre – opponendo al nome di Monti altre candidature di parte – la politica del populismo, della mobilitazione faziosa del popolo, alla politica della salvezza nazionale. Non di democrazia contro la tecnocrazia o contro il lobbismo si tratta, ma, ancora una volta, dell´eccezione polemica, che divide e che illude – l´essenza del berlusconismo – , contro l´energia che unisce. L´ultima raffica dell´anomalia contro la volontà di rinascita di un Paese.
Napolitano sta invece impegnando il proprio prestigio perché il governo che deve nascere abbia tutta la legittimità politica di cui ha bisogno per affrontare l´eccezione reale con strumenti adeguati: eccezionali, quindi, ma non immaginari; energici, ma rispettosi delle forme, dello spirito e degli equilibri della Costituzione; rapidi ma trasparenti; non populistici ma neppure impopolari, per non lasciare spazio a chi sta già individuando nuovi nemici interni e esterni (la plutocrazia e i suoi alleati, definiti “lobbisti”) per giustificare i propri fallimenti e la propria irresponsabilità. Insomma, è toccato a Napolitano – praticamente solo nella tempesta – il compito di affrontare lo squilibrio, ma non per incrementarlo quanto piuttosto per raddrizzarlo; di custodire la Costituzione, rappresentando nella propria persona, che è un´istituzione e non un Ego narcisistico, la volontà politica di una nazione che non si rassegna alla crisi. Appunto, il compito di attraversare l´eccezione, ma non per farne lo strumento di un governo mistificatorio quanto piuttosto per far approdare l´Italia a quella normalità che ancora pare l´irraggiungibile Graal della nostra politica.

La Repubblica 12.11.11

"Pd, ora devi batterti su tutti i fronti", di Stefano Menichini

L’operazione Monti è forte. Non solo può offrirci l’uscita d’emergenza dall’incendio finanziario, il paracadute nella caduta economica. Può fare di più. Può avviare lo scardinamento dell’Italia delle corporazioni, spezzare la spirale settaria, mettere ai margini chi vive della rendita avvelenata della contrapposizione ideologica, bonificare il terreno dove si svolgerà comunque presto un confronto elettorale che deve essere diverso da quelli inconcludenti del passato.
Per questo l’operazione Monti ha tanti nemici, che di fretta e con furia si mobilitano, si organizzano, cercano di fermare il virtuoso processo politico e istituzionale messo in moto dal presidente Napolitano.
Sono nemici trasversali, perché trasversale è stata in questi anni la convenienza a porre veti, a coltivare orti conclusi, a sparare dalle nicchie della conservazione contro chiunque e qualsiasi cosa cercasse di muoversi e cambiare.
Non c’è solo l’oltranzismo berlusconiano che si raduna domani a Milano, non lontano dal teatro Lirico dove Mussolini tenne il suo ultimo discorso: fu un successo, tanta gente, l’ultima raffica di propaganda prima della fine.
L’interesse di Ferrara, di Feltri e di Sallusti è dichiaratamente interesse di famiglia e di casta, sono spinti dall’horror vacui di chi vede materializzarsi anche prima del previsto la chiusura di un’epoca. Non sanno se dopo il Berlusconi che dà il via libera a Monti arriverà il Berlusconi che ritira armi, bagagli e denari dall’agone politico: questo è l’incubo, ben più che il prevalere di chissà quali tecnocrazie.
La cosa grave, avendo preso in passato sul serio alcuni di loro, è che l’insurrezione miri oggi a fermare l’unica soluzione politica che aprirebbe spiragli di autentica rivoluzione liberale in Italia: tutti da conquistare, verificare, difendere, ma evidentemente legati in questa fase alla personalità e al successo dell’ex commissario europeo che fece piangere il monopolio di Bill Gates.
Quanta impostura, allora, in diciassette anni di sproloqui liberali contro l’establishment: era solo un altro potere costituito che si difendeva, punto.
Questo tipo di destra va sconfitta. Può far danni, trascinerà dalla propria parte fette del Pdl, in queste ore vuole e può far saltare il tentativo di Napolitano.
Poi c’è la Lega, più prevedibile e trasparente nelle sue motivazioni e nei suoi calcoli, che peraltro colpiscono in prospettiva molto più gli ex alleati dell’ex governo che non altri: i leghisti intuiscono la possibilità di recuperare consenso perduto e, di più, di cannibalizzare il rintronato Pdl. Rivederli all’opposizione non deve spaventare nessuno: possono ricrescere un po’, ma saranno tornati ai margini da dove provengono, e senza un giovane Bossi a guidarli.
Lo sbarramento che si alza da sinistra – sinistra si fa per dire – è figlio diretto dei mali antichi e recenti: il massimalismo ideologico, il conservatorismo burocratico, il giustizialismo amorale. Esaltati da un calcolo elettoralistico che, messo a confronto con la situazione drammatica del paese, svela con buon anticipo quali serpi il Pd si stesse allevando affianco, e quanti pericoli ci fossero (anzi, ci sono tuttora) nell’andare rapidamente al voto facendo unico affidamento sul vantaggio risicato e virtuale di un centrosinistra attraversato dagli equivoci.
Mentre lo scontro contro le retroguardie berlusconiane viene facile e immediato, questo è il fronte che maggiormente deve impegnare il Pd. Per la propria stessa salvezza e prospettiva, oltre che per puntellare doverosamente lo sforzo del Quirinale.
Qui è Rodi, Bersani, qui si salta.
Qui arriva la battaglia difficile che finora non c’è mai stato bisogno di impegnare, dietro lo schermo della comune ovvia avversione a Berlusconi. Qui bisogna dimostrare che l’idea di un’Italia aperta e liberale non era solo un condimento in un menù onnicomprensivo. Che si sanno tirare fuori, con le unghie, con la rabbia, con l’orgoglio, le ragioni dell’innovazione annunciata, elaborata e anche praticata in tanti anni non di accademia, ma di governo riformista.
Si metteranno a repentaglio alleanze che sembravano già apparecchiate, l’improvvisata foto di Vasto, il vago nuovo Ulivo? E chi lo sta facendo per primo, non forse quel Di Pietro peraltro lesto a tradire l’impegno assunto con un milione e duecentomila italiani per l’abrogazione del Porcellum? Si anticipa a oggi una resa dei conti che si sarebbe consumata comunque, prima o poi, magari quando ci si fosse trovati nelle strette e nelle responsabilità dello stare al governo, dunque troppo tardi, con troppi rischi e sotto troppi ricatti. Meglio, diecimila volte meglio così. E meglio adesso, quando il veto dipietrista mette in luce l’altra ambiguità sua e della setta giustizialista: loro davvero, non noi, hanno bisogno che Berlusconi non si tiri indietro, che rimanga sulla scena. Il fronte della sedizione trasversale anti-Napolitano si nasconde dietro l’invocazione del voto popolare (col Porcellum!) ma mette insieme tutti quelli che sul berlusconismo hanno lucrato posizioni politiche e altro.
Contro questa armata Brancaleone si può contare sul fatto che gli italiani in queste ore stanno compensando la paura del default con una attesa positiva nei confronti della svolta che Napolitano (di cui si fidano come di nessun altro) può proporre loro. Il Pd deve finalmente rivolgersi a quell’Italia non solo di sinistra che torna a sperare in un confronto politico civile: c’è perfino un’opportunità elettorale, nel momento in cui il centrodestra sbanda, si divide, si estremizza sotto gli occhi disorientati di tanti suoi elettori di buon senso.
Certo poi non sarà una passeggiata, semmai comincerà, il cammino a sostegno di un governo Monti, e a seguire lo sviluppo di questa esperienza in una proposta politica ed elettorale da presentare presto al paese. Sarà un percorso di guerra disseminato di agguati, cecchini, ostacoli difficili da superare, scelte complicate da far digerire alle proprie constituencies, battaglie per imporre dentro un quadro di risanamento la propria visione dell’equità e della giustizia sociale.
Ci vorranno convinzione, saldezza di posizioni, solidarietà interna e, sissignore, anche quella capacità comunicativa della quale si ha tanto snobistico timore, in assenza della quale il popolo democratico rischia di non capire, di venire ingannato da messaggi avvelenati, di sentirsi respinto dalle risse da talk-show che – si è visto da subito, dalla prima sera – saranno un’arma del partito unico sfascista: guai a cadere nelle provocazioni, cerchiamo di essere un minimo professionali e avvertiti.
Sarà dura, allora. Ma lo sapevamo che non sarebbe stata facile, no? Se fosse stata facile, poteva provarci gente meno brava e determinata di noi.

da Europa Quotidiano 12.11.11

"Verso il nuovo governo. L'appello degli studenti a Napolitano", di A.G. da La Tecnica della Scuola

La Rete studenti medi e l’Unione degli Universitari scrivono al Capo dello Stato, perché in un momento delicato come quello che stiamo vivendo possa fare da garante per favorire formazione pubblica di qualità. Il richiamo a prescindere dal merito delle scelte. Critiche alla Gelmini: non ci ha voluto ascoltare. A poche ore dall’epilogo del Governo Berlusconi, gli studenti italiani si rivolgono ancora una volta al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per chiedere garanzie sulla tutela dell’istruzione pubblica. Protagonisti del gesto, riassunto in una lettera pubblica, sono la Rete studenti medi e l’Unione degli Universitari.
“Caro signor Presidente – scrivono – , nelle prossime ore Lei sarà chiamato a decisioni tanto delicate quanto importanti per la tenuta del nostro Paese. Ci rivolgiamo proprio a Lei in questo momento perché come ha ascoltato la voce delle studentesse e degli studenti in passato, lo possa fare anche oggi, ponendosi quale elemento di garanzia e di tutela per il mantenimento di un sistema di formazione pubblico e di qualità”.
Gli studenti non chiedono a Napolitano di operare in modo da favorire un nuovo Governo vicino più alla destra o alla sinistra politica: il loro è un richiamo “a prescindere dal merito delle Sue scelte”. Dopo aver sottolineato di essere “molto preoccupati delle sorti del Paese e di quelle del nostro futuro”, gli studenti spiegano di essersi rivolti a Napolitano perché in occasioni delle vibranti proteste della fine del 2010, in coincidenza con l’approvazione della legge di riforma dell’Università, “è stata l’unica istituzione che l’anno scorso ha voluto ascoltare la nostra voce, invitando noi studenti nella sua residenza. Ci siamo purtroppo trovati di fronte ad un Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che non ha voluto ascoltare la protesta di piazza degli studenti”. Mentre “il Governo fin dall`inizio del suo mandato, ha predisposto tagli progressivi preoccupanti per la scuola e l’università pubblica”.
L’ultimo messaggio contenuto nella missiva riguarda la necessità di allestire un esecutivo in grado di garantire “adeguati finanziamenti e tutele specifiche per il diritto allo studio, per le scuole e le università pubbliche del nostro Paese e quindi per poter sperare ancora nel nostro futuro, il futuro dell’Italia e dell’Europa”

La Tecnica della Scuola 12.11.11

"Ha vinto la democrazia è la fine del berlusconismo ora al Pdl non serve Letta", intervista a Dario Franceschini

C´è bisogno di un governo che avvii l´inizio della ricostruzione e cambi la legge elettorale. Una fase transitoria
Oggi, 12 novembre 2011, «finisce un´era», tramonta il ventennio berlusconiano. Dario Franceschini rivendica alle forze di opposizione il merito di una «chiusura» politicamente non dirompente, «dentro le regole». Con altrettanto aplomb, il capogruppo del Pd alla Camera afferma: «Il Pd si sente garantito da una personalità come quella di Mario Monti e non sente il bisogno di “garanzie aggiuntive”» e si augura che avvenga lo stesso in campo avverso». E´ la risposta ad una nostra domanda sul possibile ruolo di Gianni Letta nel nuovo esecutivo. Una risposta «dentro le regole» ma netta.
Onorevole Franceschini, ci siamo. Berlusconi stasera va al Quirinale e abbandona il campo. Eppure c´è un clima sospeso, una grande cautela. Il ministro La Russa manda a dire che “Monti potrebbe uscire dal conclave cardinale”». Forse è per questo che la gente, l´opinione pubblica, paiono così trattenute.
«Succede che siamo ad una svolta a lungo attesa e non è ancora maturata la piena consapevolezza che oggi finisce un´era. Senza contare che la crisi profonda in cui il Paese è sprofondato sposta il pensiero alle preoccupazioni per il futuro».
Si fa fatica a pensare che Berlusconi lasci senza colpi di coda?
«In questi 20 anni si è proposto agli italiani come quello che cade ma poi si riprende e si salva. Questa volta non è così. Dopo le dimissioni di stasera, tutto sarà più chiaro».
Un addio in Parlamento.
«Sì, le istituzioni sono state più forti di un uomo. La chiusura di questa esperienza politica avviene dentro le regole. Quelle regole che Berlusconi ha contestato e contrastato. Ci si poteva legittimamente aspettare un finale doloroso, alla Caimano di Nanni Moretti. Invece, pur con le sue contraddizioni, la democrazia italiana e il sistema parlamentare hanno dimostrato di essere più forti degli abusi di Berlusconi».
«Anche lo spread oltre 500 ha contribuito».
«Non c´è dubbio ma quella è la cornice esterna. Seguendo questo criterio, Berlusconi si sarebbe già dovuto dimettere cinque o sei volte. Ma fino all´ultimo ha ritenuto di essere più forte delle istituzioni. Il voto di oggi è una prova di democrazia. Martedì scorso, quando ho visto quei 308 voti sul tabellone, ho pensato non solo al successo di un´azione che avevamo preparato da tempo ma a una vittoria delle regole democratiche».
Vuole dire che il capogruppo del Pd ha fatto un buon lavoro?
«No le opposizioni tutte hanno fatto un buon lavoro, il Pd, l´Idv e il Terzo Polo».
Però queste non sono ore tranquille. Il Pdl è in fibrillazione. Di voi si dice che non vediate di buon occhio la presenza di Gianni Letta nel nuovo governo.
«Guardi, una personalità come Monti garantisce da sola tutti. Noi non abbiamo bisogno di “garanzie aggiuntive” e lo stesso dovrebbe essere per il Pdl».
I nodi si scioglieranno?
«Tutto il mondo aspetta, i mercati aspettano, gli italiani capiscono che bisogna salvare il Paese e il loro lavoro. Un anno fa, quando parlavamo della necessità di un governo di emergenza per ricostruire il Paese dalle macerie, ci accusavano di aver paura delle elezioni. Ora i sondaggi ci danno vincenti con qualsiasi formula. Se facessimo questo ragionamento dovremmo dire “elezioni subito”. Ma ci sono momenti in cui tra l´interesse del partito e l´interesse del Paese bisogna scegliere l´interesse del Paese. Abbiamo bisogno di un governo che avvii l´inizio della ricostruzione e cambi la legge elettorale. Una fase assolutamente transitoria, poi torneremo ad essere avversari gli uni degli altri».
Ai bambini che nascono oggi dovremo spiegare il berlusconismo.
«Non vedo l´ora che si studi nei libri di scuola».

La Repubblica 12.11.11