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"Buonanotte", di Massimo Gramellini

Oggi è il giorno che chiude un ventennio, uno dei tanti della nostra storia. E il pensiero va al momento in cui tutto cominciò. Era il 26 gennaio 1994, un mercoledì. Quando, alle cinque e mezzo del pomeriggio, il Tg4 di Emilio Fede trasmise in anteprima la videocassetta della Discesa In Campo. La mossa geniale fu di presentarsi alla Nazione non come un candidato agli esordi, ma come un presidente già in carica. La libreria finta, i fogli bianchi fra le mani (in realtà leggeva da un rullo), il collant sopra la cinepresa per scaldare l’immagine, la scrivania con gli argenti lucidati e le foto dei familiari girate a favore di telecamera, nemmeno un centimetro lasciato al caso o al buongusto.

E poi il discorso, limato fino alla nausea per ottenere un senso rassicurante di vuoto: «Crediamo in un’Italia più prospera e serena, più moderna ed efficiente… Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano». Era la televendita di un sogno a cui molti italiani hanno creduto in buona fede per mancanza di filtri critici o semplicemente di alternative. Allora nessuno poteva sapere che il set era stato allestito in un angolo del parco di Macherio, durante i lavori di ristrutturazione della villa. C’erano ruspe, sacchi di cemento e tanta polvere, intorno a quel sipario di cartone. Se la telecamera avesse allargato il campo, avrebbe inquadrato delle macerie.
Oggi è il giorno in cui il set viene smontato. Restano le macerie. La pausa pubblicitaria è finita. È tempo di costruire davvero.

La Stampa 12.11.11

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“E venne il giorno delle dimissioni”, di FILIPPO CECCARELLI

Suona incredibile, ma oggi Silvio Berlusconi firma la sua bella lettera di dimissioni. Cinque mesi orsono, dopo la scoppola elettorale di Milano, il presidente del Consiglio se ne uscì con una battuta anche divertente nella sua meditata e fulminea spacconeria: «Ho troppi impegni – disse – per partecipare al mio funerale». Anche allora c´era chi annunciava che il Cavaliere avrebbe potuto gettare la spugna o mandare tutti a quel paese e andarsene chissà dove. Eppure nessun´altra battuta più di quella del funerale mette a nudo l´intima concezione del potere non solo di Berlusconi, ma di tutti coloro che lo detengono, in ultima analisi, come l´unico vero e segreto rimedio per ingannare la morte. Lo scrive Elias Canetti in Massa e potere (Adelphi, 1981) e non si può pretendere che lui l´abbia letto, ma è un vero peccato.
Alla fine di ottobre Fedele Confalonieri, richiamando i film di cappa e spada, è arrivato a profetizzare «un bel finale». In realtà le dimissioni prima promesse e poi accelerate di gran corsa sotto la spinta del discredito dei mercati onestamente lo smentiscono. Il perfido Economist saluta Berlusconi con la frase con cui terminano i cartoni animati dei Looney tunes: «That´s all folks!», è tutto, ragazzi, basta. E il fatto che in copertina, oltre a lui, ci siano donne più o meno discinte farà anche cortocircuito con Bug´s Bunny e il Gatto Silvestro, ma certo allevia la circostanza rendendo il congedo britannico quasi aggraziato.
Qui in Italia, d´altra parte, bisogna ammettere che l´eventualità secondo cui Berlusconi avrebbe lasciato la poltrona prima del 2013 in modo normale, pacifico e perfino istituzionale è stata a lungo considerata remota, improbabile se non addirittura irreale. E se ancora oggi predomina un senso d´incredulità non è solo perché manca una certificazione simbolica o catartica dell´evento, ma anche perché questa fine di regno, questo giro di pagina, questo cambio d´epoca sono stati fin troppo intensamente attesi e al tempo stesso fin troppo crudamente fantasticati. Ma poi regolarmente smentiti, spedendo al macero nel dileggio dei fedeli berlusconiani la più abbondante quantità di coccodrilli.
Eppure, la coincidenza che l´uomo delle ricchezze, delle aziende e del lusso sia stato scacciato proprio dalla Borsa e dai grandi investitori finanziari non appare del tutto scontato e farebbe già abbastanza impressione. Ma se si aprono le cartelline dell´immaginario e si guarda al recente passato ecco che subito si è sommersi da un carosello di richiami alla Bibbia, al tirannicidio, alle recenti tragedie belliche e recentissime di Mani Pulite, come pure alle ultime sequenze e inquietanti – tumulti sulle scale del Palazzo di Giustizia di Milano, bagliori d´incendio all´orizzonte – de Il Caimano, peraltro mandato in onda, dopo diverse censure, nel giugno scorso su Rai3.
Tra Veronica, Fini, Ruby e Mills la faccenda della «fine» pareva delegata ai giudici, agli ex alleati e/o allo sgomento della pubblica opinione per le note vicende, che peraltro non finivano mai. Ma Berlusconi, che come combattente non ha pari nel ceto politico italiano, non ne voleva sapere, stringeva le fila e teneva duro fino al punto che quando in primavera i suoi stessi elettori gli espressero sfiducia per ben due volte, a Milano e ai referendum, con istinto predatorio non esitò ad appropriarsi proprio del motto che il Procuratore capo di Milano Borrelli aveva lanciato contro di lui: «Resistere, resistere, resistere».
Per la verità la parola «dimissioni» non rientrava nemmeno nel discorso, era impronunciabile anche quando lo smantellamento del sistema di potere sembrava più che evidente. Via Geronzi, via Masi, via Bisignani, fallito don Verzè, in galera Lele Mora, messi maluccio Ligresti e Doris, interrogati il maggiordomo alfredo e la segretaria marinella. Ciò nondimeno per mesi e mesi si adoperò l´attenuata e ipocrita formula democristiana del «passo indietro» (per lui invocato dal presidente Scalfaro nel discorso di capodanno del 1994).
Ma al tempo stesso, più lui si ostinava e più nella publicistica riemergevano in forma ora greve e ora frivola, ora minatoria e ora farsesca, figure mitiche come Sansone, che si lasciava morire con tutti i filistei del centrodestra, oppure terribili momenti anche remoti di storia patria: dall´assassinio di Giulio Cesare (oltretutto certi figuri della P3 chiamavano Berlusconi proprio così) agli ultimi giorni di Mussolini fra Salò, Dongo e Piazzale Loreto, fino alle monetine di Craxi sotto il Raphael. Inutile dire – ed è documentabile – che a questo roteare di archetipi per lo più sanguinolenti diede il suo contributo anche il personaggio che stamattina rimette il suo mandato nelle mani di Napolitano.
Però siccome l´Italia è l´Italia, la varietà è sempre assicurata e debitamente colorata per cui in quello che ormai era divenuto un genere sarebbe ingeneroso trascurare la vittoria di Vecchioni a Sanremo con l´interrogativo sulla durata «della lunga notte italiana», appunto, e la comparsa di un pupazzone tipo punging-ball prodotto dalla Extreme Design e significativamente designato come «Silvio Sempre In Piedi»; cosi come, sempre nel comparto dimissioni, sarebbe ingiusto dimenticare l´irruzione dei bookmakers e uno sventolio di improbabili salvacondotti e presunte norme amnistiali.
In più c´era pure il partito di quelli che «Berlusconi è stanco, li manda tutti a quel paese e se ne va», preferibilmente ad Antigua. «Ho la barca a vela più bella del mondo – garantiva lui – Ho fatto rifare gli interni e visto le foto: un vero gioiello». A Castelfranco Emilia il Pd aveva fatto pure una sottoscrizione per comprargli il biglietto. Claudio Baglioni e Lino Banfi testimoniavano che il Cavaliere non ne poteva più. Nel frattempo i suoi amici Ben Alì, che gli mandava il pesce buono, Mubarak e Gheddafi vedevano in faccia la loro, di fine – e anche questo può averlo preparato.
Ma poi il potere non si molla mai volentieri e con fatica e paura ci si abitua a non possederlo più. Pazienza, succede a molti. E comunque, per quanto riguarda tutti: «Non si creda che basti toglierlo di mezzo – ha scritto Barbara Spinelli – perché tutto torni a posto».

La Repubblica 12.11.11

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“LA SINDROME DI ARCORE CHE HA COLPITO L´ITALIA”, di GIOVANNI VALENTINI
Prima o poi, a chiunque di noi potrà capitare di sentirsi rivolgere una domanda dai nostri figli, nipoti o pronipoti: ma come avete fatto, tra il 1994 e il 2011, a fidarvi di Silvio Berlusconi uomo politico e capo del governo, a sopportarlo per 17 anni? Tanto vale, allora, cominciare a prepararsi e provare a rispondere.
Ora che il regime televisivo èarrivato alla fine, mentre spunta l´alba di una nuova Liberazione e speriamo anche di una nuova ricostruzione nazionale, quel sortilegio che ha condizionato per quasi un ventennio la vita pubblica italiana appare sempre più incomprensibile e inspiegabile. E non solo agli occhi degli avversari, ma anche di molti (ex) fan, supporter o addirittura berluscones di antica e provata fede.
Il fatto è che la “sindrome di Arcore”, come quella di Stoccolma che fa innamorare il rapito o la rapita del suo carceriere, ha fatto innamorare gli italiani – o almeno una larga partedi essi – del loro tiranno mediatico. Non sarebbe corretto attribuire questa infatuazione collettiva soltanto alla televisione, al potere o allo strapotere mediatico che il Cavaliere ha esercitato sulla società italiana a partire dalla metà degli anni Ottanta, cioè dall´avvento della tv commerciale, ben prima della sua fatidica “discesa in campo”.
Nessuno ha mai sostenuto che Berlusconi abbia vinto per tre volte le elezioni solo per le sue televisioni. Ma, in mancanza di controprove, si può legittimamente ipotizzare che forse senza le tv non le avrebbe vinte.
È certo, comunque, che il fenomeno ha contagiato purtroppo anche una parte degli avversari, in un processo imitativo e mimetico che non ha risparmiato neppure alcuni settori ed esponenti della sinistra. Quella che occorre, allora, è innanzitutto una svolta nella vita civile del Paese, un´alternativa culturale e sociale, non soltanto un cambio di governo. Ecco perché la personalizzazione della politica, favorita dalla rappresentazione mediatica e in particolare dalla spettacolarizzazione televisiva, a questo punto deve cedere il passo all´elaborazione dei contenuti, dei programmi, delle idee.
Per evitare dunque che il post-berlusconismo risulti anche peggiore del berlusconismo, occorre inoculare nel corpo sociale quelli che Paolo Sylos Labini chiamava gli “anticorpi”, da cui ha preso il titolo una riuscita collana dell´editore Laterza. E cioè, la capacità d´indignarsi e di reagire, l´intransigenza, la trasparenza, l´onestà pubblica e privata. Una vaccinazione di massa, insomma, per rafforzare le difese immunitarie contro i virus endemici della corruzione, del clientelismo, del populismo mediatico, della demagogia, del trasformismo che tende a degenerare nel camaleontismo.
È dal sistema della comunicazione che bisogna partire per rivitalizzare il rapporto tra informazione e democrazia, in modo da regolare attraverso il controllo dell´opinione pubblica l´aggregazione e la raccolta del consenso, per garantire un effettivo pluralismo. A cominciare, naturalmente, dal servizio pubblico radiotelevisivo che ne è l´architrave portante.
La tv continua a rappresentare in Italia il veicolo di gran lunga prevalente per l´informazione: quasi il 90%. E le sei reti generaliste di Rai e Mediaset detengono ancora una quota di oltre il 73% di share medio giornaliero. Nel complesso, la televisione rastrella così il 44,8% delle risorse pubblicitarie, rispetto al 15,4% dei quotidiani e al 12,8 dei periodici.
È quanto mai necessario, quindi, quel riequilibrio del mercato che il presidente Ciampi invocava nel 2003 con il suo messaggio alle Camere. Se Mario Monti, già Commissario europeo alla Concorrenza, riceverà l´incarico dal Capo dello Stato e riuscirà a formare un nuovo governo, c´è da auspicare perciò che applichi all´anomalia televisiva italiana lo stesso rigore con cui trattò la Microsoft di Bill Gates. L´antitrust vale a Bruxelles come a Roma.

La Repubblica 12.11.11

Il Cavaliere all´angolo "Non mi farò umiliare", di Claudio Tito

«Io sono pronto a trattare, ma non a essere umiliato». Il pressing dei falchi del Pdl un effetto su Silvio Berlusconi l´ha avuto. Il premier uscente deciso ad appoggiare il governo Monti, ora è meno convinto. Il Cavaliere sa che questa è in realtà l´unica soluzione concreta per uscire dalla crisi e per rassicurare i mercati come è accaduto in questi giorni. Sa che l´Italia rischia di fare la fine della Grecia, soprattutto se la politica non esce dal consueto minuetto e non metabolizza l´urgenza di varare misure draconiane per evitare il baratro. Però sa anche che il suo partito rischia di frantumarsi in mille pezzi e di scomparire a meno di tre anni dalla sua nascita.
I “falchi” del Popolo della libertà come i ministri Romani e Sacconi o uomini vicini al presidente del consiglio come Giuliano Ferrara lo stanno esortando a non cedere al Quirinale e a respingere l´ipotesi di affidare la transizione all´ex commissario europeo. Una componente che pesa nel centrodestra e considera la nascita dell´esecutivo Monti come la fine di Berlusconi e della «rivoluzione berlusconiana». Ma nello stesso tempo a Palazzo Chigi sono consci che un ruolo perfino maggiore lo hanno ormai acquisito le “colombe”. Ministri come Frattini e Fitto, il sottosegretario Letta e un “big” come Scajola ammoniscono che far saltare la carta del “tecnico” equivale a perdere l´ultima speranza di recuperare credibilità nei mercati finanziari. Un gesto di irresponsabilità che l´Italia pagherebbe immediatamente: a partire da lunedì prossimo. La tregua conquistata nelle ultime 48 ore con la borsa di Milano finalmente in territorio positivo e lo spread con i bund tedeschi in discesa di 140 punti base rappresenta l´ultima chance per il nostro Paese. Una possibilità che per gli investitori internazionali è identificata in Monti.
Berlusconi ne è in parte consapevole ma ora pretende di non essere ignorato da Napolitano e dal premier in pectore nella definizione della compagine governativa (cioè la presenza di uomini indicati dal Cavaliere) e del programma. Proprio per frenare gli estremismi dei “falchi” e per giustificare la rottura con il suo alleato storico – la Lega di Bossi – deve poter contare su un coinvolgimento e su qualche assicurazione: ad esempio l´assenza nell´agenda della patrimoniale. Altrimenti le candidature di Alfano e Dini verranno agitate nelle consultazioni che il capo dello Stato molto probabilmente avvierà domani. Uno scenario che porterebbe all´astensione di una fetta del Pdl.
Le pesanti fibrillazioni del centrodestra hanno naturalmente inquietato Monti e soprattutto il presidente della Repubblica. Ha ad esempio sorpreso che in una giornata tanto delicat, il segretario del Pdl Alfano se ne sia andato a Catania a presentare il suo libro. Napolitano da giorni si sforza di sostenere un governo di larga coalizione e ora vuole verificare ufficialmente la disponibilità a sostenere il neo senatore a vita. Ma il capo dello Stato è deciso a perseguire comunque questo obiettivo. Anche a costo di mandare Monti in Parlamento a cercare la fiducia senza una maggioranza precostituita. E in caso di insuccesso, sarebbe lui a portare il Paese alle urne.
La confusione che sta scuotendo il Pdl, si sta riflettendo nel Pd. Che insiste nel chiedere un gabinetto di solo “tecnici” senza politici. Ma soprattutto i Democratici avvertono che possono aderire al progetto solo con il sostegno di tutto il partito berlusconiano. La paura che i mercati travolgano tutti ha ammorbidito le posizioni di Di Pietro. Ma la condivisione delle responsabilità con il centrodestra resta una medicina amara che non tutti nel centrosinistra riescono a ingoiare. E i più responsabili dei due schieramenti iniziano a pensare che per convincere i più riottosi – soprattutto del Popolo della Libertà – ci sia bisogno lunedì prossimo di un altro pesante e pericolosissimo scossone sui mercati finanziari.

La Repubblica 12.11.11

"Un'opportunità per la politica", Luigi La Spina

S’ode a destra uno squillo e a sinistra risponde uno squillo: allarme, la democrazia è in pericolo. In questi giorni, mentre Mario Monti si appresta a formare un nuovo governo, dai lati estremi degli schieramenti politici e giornalistici italiani si è levato davvero un coro, come quello di manzoniana memoria, che denuncia il deficit di consenso democratico della soluzione alla crisi che si va profilando. Alcuni, dotati di maggiore vis polemica o di maggiore immaginazione, si sono spinti addirittura a lanciare il grido d’allarme per un presunto «golpe» contro le istituzioni democratiche del nostro Paese.

Di fronte a queste compunte e sdegnate preoccupazioni si oppongono, in genere, due rilievi. Il primo riguarda il fatto che qualsiasi governo, di qualsiasi natura, deve trovare l’approvazione del Parlamento e, con ciò, ottiene la qualifica di «governo politico». Il secondo ricorda che i dieci anni passati da Monti come commissario europeo attribuiscono al candidato in pectore di Napolitano (e di tutta la comunità internazionale) una caratura politica indubbia e collaudata.

Le due osservazioni, però, non possono mettere a tacere quella preoccupazione, perché essa coglie un punto di assoluta verità ed esprime un timore del tutto fondato. Perché la politica, non solo in Italia, si è dimostrata incapace di governare i meccanismi dell’economia e della finanza internazionale e impotente davanti agli effetti sconvolgenti di quelle dinamiche sulla vita dei cittadini. Per limitarci al nostro Paese, tutti ormai conoscono le ricette per adeguare la nostra struttura economica, sociale, ma anche politica, alle trasformazioni compiute nel mondo, sul piano della competitività e alla luce dello straordinario allargamento dei mercati avvenuto negli ultimi vent’anni. Ma le forze politiche, nello stesso periodo di tempo, hanno dimostrato una patente inadeguatezza culturale e una manifesta debolezza rispetto a quello che avrebbe dovuto essere il loro compito fondamentale: per dirla come l’ha chiamata Monti, «la riforma dei privilegi e delle rendite nazionali». Quell’Italia corporativa e immobile che ha sconfitto sempre la politica nei suoi timidi e confusi sforzi di cambiamento.

I partiti si sono completamente arresi davanti alla forza degli interessi clientelari che rappresentavano. I leader hanno ristretto, sempre di più, la loro visione alle convenienze e ai risarcimenti del presente, rinunciando a qualsiasi ambizione di un progetto futuro. Condannandosi così all’irrilevanza e, appunto, all’impotenza, rispetto alle esigenze di un veloce adeguamento del «sistema Italia» alle sconvolgenti novità delle mutazioni che, nel frattempo, avvenivano sul palcoscenico del mondo.

Se questa diagnosi è corretta, la terapia deve ricorrere necessariamente a quell’intervento, più o meno esterno al sistema partitico italiano, che sovente nella storia d’Italia ha permesso, sia il superamento di emergenze economico-sociali drammatiche, sia una modifica, più o meno profonda, della struttura politica e, magari, istituzionale dell’Italia. Per superare il vero e proprio circolo vizioso dell’immobilismo nazionale: l’impossibilità dell’autoriforma della politica.

Come si fa davvero a credere che i parlamentari si dimezzino, che i cosiddetti «costi della democrazia» si riducano drasticamente, che si aboliscano privilegi e arroganze di quella che viene comunemente chiamata «la casta» solo con la miracolosa bacchetta magica delle elezioni? Per di più, con una legge elettorale che toglie ai cittadini il diritto di scegliere i loro rappresentanti, consegnando tutto il potere alle segreterie romane? Come si fa a sperare ancora che si possano superare i veti di sindacati e partiti che continuano a privilegiare, nel mercato del lavoro, le garanzie degli iperassistiti, rispetto ai diritti dei giovani e dei precari? O che difendono, come un tabù, quelle pensioni d’anzianità che i mutati andamenti demografici rendono impossibili da sostenere, tanto è vero che costituiscono l’ennesima specialità italiana rispetto ai sistemi previdenziali stranieri.

Ecco perché non si tratta di «abolire la politica», o di «sospendere la democrazia», ma di approfittare di una gravissima crisi italiana per avviare un ciclo di politica diversa, capace, proprio per le sue caratteristiche di maggiore libertà rispetto alle esigenze clientelari o semplicemente elettorali, di sconfiggere le «circoscrizioni» che, finora, hanno impedito quei cambiamenti che tutti ormai hanno capito come necessari e urgenti.

A questo proposito, è evidente il vantaggio che otterrebbe Monti se riuscisse a contare, nel suo governo, su ministri il più possibile sganciati da esigenze o rappresentanze partitiche. Ma, a pensarci bene, tale distacco avvantaggerebbe anche gli stessi partiti. Non tanto perché eviterebbe le sconvenienze «estetiche» di quelle foto del giuramento davanti a Napolitano, con volti di ex acerrimi nemici costretti agli obbligati sorrisi di una doverosa collaborazione nella nuova squadra ministeriale: l’ipocrisia delle convenienze politiche è sempre più forte di qualsiasi decenza e di qualsiasi coscienza. Quanto perché le impopolari misure che, purtroppo, si preparano nel futuro prossimo degli italiani dovrebbero consigliare una certa lontananza dei protagonisti della nostra politica dai quadretti del «totoministri» che ormai si affacciano da giornali e tv.

La Stampa 12.11.11

Non autosufficienza, senza aiuti 1,6 milioni di anziani

Sono 1,6 milioni gli anziani con una limitazione grave (651 mila) o lieve (951 mila) le cui famiglie non ricevono nessun tipo di aiuto. I dati dell’Istat (2009) al Forum non autosufficienza. La crisi e la riduzione della spesa sociale rischiano di colpire le persone non autosufficienti e le loro famiglie. È il quadro che emerge dal terzo Forum sulla non autosufficienza, in corso oggi e domani a Bologna. “Nel 2011 il sistema di welfare locale non potrà garantire neppure gli attuali livelli di spesa, lasciando scoperte delle quote di popolazione in condizione di vulnerabilità”, spiega Gabriella Sebastani, responsabile dell’Indagine sulla disabilità dell’Istat. A veder peggiorare la propria condizione saranno in particolare le famiglie con anziani non autosufficienti. Secondo dati relativi al 2009, continua Sebastiani, “oltre il 50% delle famiglie con all’interno una persona di 65 anni e più con gravi limitazioni non riceve alcun tipo di aiuto”. Nel dettaglio, si parla di 1,6 milioni di anziani con lievi o gravi limitazioni nelle attività della vita quotidiana che non ricevono aiuto o vivono in contesti familiari non protetti (da soli o con altri anziani): di questi 951 mila presentano lievi limitazioni, 651 mila gravi limitazioni. Sono queste le persone che più subiranno gli effetti della crisi economica e della riduzione della spesa sociale.
È difficile però stabilire quante siano le persone non autosufficienti al momento in Italia, anche perchè gli ultimi dati si riferiscono all’Indagine sulle condizioni di salute e ricorso ai sistemi sanitari condotta dall’Istat nel 2005 e sono relativi ad anziani che presentano limitazioni nelle attività della vita quotidiana. I dati dicono che 1 milione e 418 mila anziani hanno almeno una limitazione, mentre 648 mila hanno tre o più limitazioni. Sempre dalla stessa indagine risulta che le persone con disabilità che vivono in famiglia sono 2 milioni e 600 mila, ovvero il 5% della popolazione. Dati più recenti (2009) dicono che gli anziani non autosufficienti ospiti dei presidi residenziali sono 225.182. Sono invece quasi 1 milione e mezzo gli over 65 che ricevono l’indennità di accompagnamento (1 milione e 497 mila, per la precisione): 631 mila hanno anche una pensione di invalidità. Per avere un quadro più preciso, continua Sebastiani, “l’Istat sta conducendo indagini ad hoc e sta portando avanti il progetto sul Sistema informativo sulla disabilità”.
Se i numeri della non autosufficienza sono incerti, quello che invece è già evidente è la difficoltà delle famiglie. “La rete di parentela”, spiega Sebastiani, “è sempre più stretta e lunga: crescono le persone da aiutare, ma non quelle che assistono. Aumenta inoltre l’età media dei caregiver, che dai 43 anni del 1983 è passata ai 50 del 2009”. E il carico continua a gravare sulle spalle delle donne, che da sole garantiscono 2,2 milioni di ore di assistenza. Diminuisce inoltre l’aiuto fornito da volontari, vicini e amici. “La rete di aiuto informale è in un fase di crisi strutturale”, continua Sebastiani: “le famiglie aiutate sono scese dal 28,3% del 1983 al 16,9% nel 2009”. A questi numeri si aggiungono le difficoltà economiche dovute alla crisi: nel 2010 il potere d’acquisto delle famiglie è sceso ancora dello 0,5% (dopo il -3,1% del 2009), la propensione al risparmio segna un -9,1%. Ma soprattutto le famiglie in stato di deprivazione (cioè in difficoltà economica) non riescono a risollevarsi: il 65% delle famiglie deprivate nel 2010 lo sono anche nel 2009.

da Redattore Sociale

«C'è da festeggiare, con sobrietà», di Marina Sereni

Il Governo Berlusconi ha le ore contate. Quante volte lo abbiamo letto, scritto, desiderato? Oggi sta veramente per accadere e nella nostra gente sento incredulità e qualche interrogativo. Non e’ la caduta che ci si era immaginati: non c’e’ stato il voto di sfiducia classico e le dimissioni del premier sono, mentre scriviamo, ancora soltanto annunciate, anche se intanto si discute ampiamente di un nuovo Governo a guida Monti. Sabato sera pero’ all’annuncio seguirà il fatto: Berlusconi sara’ a tutti gli effetti l’ex Presidente del Consiglio. Si potrà festeggiare finalmente? mi chiedono alcuni nostri militanti. Si’, rispondo, con sobrietà perché le condizioni di vita delle persone sono difficili, le preoccupazioni per il posto di lavoro, la famiglia, l’azienda sono dure e le incertezze ancora molte. Tuttavia si deve e si può salutare con soddisfazione e speranza le dimissioni di Berlusconi, perché sono prima di tutto il risultato di una nostra battaglia in Parlamento e nel Paese. Mentre in tanti ci accusavano di fare del facile antiberlusconismo noi avevamo colto in anticipo sia la gravita’ della crisi economica e sociale, sia il declino e la pericolosa perdita di credibilità del nostro Governo. Se oggi si può cominciare ad archiviare la lunga stagione del berlusconismo e se si può vedere nel Governo di emergenza l’avvio di una la fase politica nuova e’ dunque merito in grande misura del Pd, della mobilitazione popolare e dell’unita’ delle opposizioni che noi abbiamo ricercato e costruito.
Siamo ad una svolta politica che abbiamo tanto agognato e che ora rischia di coglierci di sorpresa. Da domani la sfida per noi non e’ più far cadere Berlusconi ma salvare e ricostruire il Paese. E lo dovremo fare, come abbiamo detto con grande coraggio e nettezza, molto probabilmente sostenendo un governo di emergenza guidato da una personalità che non proviene dalla politica. Non sara’ una passeggiata, il nostro popolo lo sa. Dovremo contribuire a fare scelte non ordinarie, dovremo farlo avendo a fianco esponenti del centrodestra. Di quel centrodestra che abbiamo contrastato duramente e che ha gravi responsabilità per la situazione economica e sociale italiana.
Il Pd questa prova difficile (ma necessaria se per noi prima di tutto viene l’Italia, come hanno detto Bersani e Franceschini in questi giorni) la può affrontare e vincere se saremo uniti nell’ambizione di influenzare il programma del Governo d’emergenza: crescita, rigore, equità debbono e possono andare insieme. Quando pochi mesi fa il Prof. Monti partecipo’ ad un’audizione sul Documento di Economia e Finanza disse con grande chiarezza che una politica di soli tagli, senza attenzione alla crescita, non avrebbe funzionato. Purtroppo i fatti gli hanno dato drammaticamente ragione. Ora siamo, in una situazione straordinaria, tutti alla prova. Noi possiamo mettere il nostro partito al servizio di una grande fase di cambiamento, di una stagione di riforme, economiche, sociali e politiche. Una politica fiscale che premi il lavoro e l’impresa sulla speculazione e la rendita, un intervento sulle grandi ricchezze e sui grandi patrimoni, una riorganizzazione del welfare che costruisca nuovi diritti e combatta le diseguaglianze. E, insieme, una riforma della legge elettorale che corregga le distorsioni al bipolarismo prodotte dal Porcellum, una riforma del Parlamento, una riforma della politica e dei partiti. Con il governo “dei tecnici” può paradossalmente tornare centrale il ruolo della politica, dell’elaborazione riformista, del partito politico come soggetto indispensabile a realizzare le riforme difficili, i cambiamenti profondi che la crisi ci impone.

da http://www.areadem.info

Pendolari, l’on. Ghizzoni aderisce al presidio

“Dal nuovo orario invernale aspettiamo una risposta alle richieste dei comitati con particolare attenzione al treno che porta a Modena studenti e lavoratori”.
L’On. Manuela Ghizzoni e il Partito Democratico di Carpi aderiscono al presidio promosso dal Comitato pendolari di Carpi. Ecco in proposito una dichiarazione della parlamentare carpigiana. «Nonostante gli impegni parlamentari per la discussione sul maxi-emendamento mi trattengano a Roma fino a sabato in giorni delicatissimi per il nostro Paese voglio esprimere la mia adesione convinta al presidio promosso dal Comitato pendolari di Carpi.

Come ho segnalato più volte nelle numerose interrogazioni presentate in Parlamento, la linea Carpi-Modena, fortemente utilizzata da pendolari e studenti, è vittima di disservizi che hanno comprensibilmente esasperato i pendolari.

Non voglio fare facili polemiche sui tagli al trasporto pubblico del Governo, ma non si può dimenticare che rispetto a un fabbisogno nazionale di 1900 milioni di Euro, ne sono stati resi disponibili solo 400. Una situazione drammatica difficilmente risolvibile e nella quale, se abbiamo tutti a cuore il problema, ognuno deve fare la propria parte con spirito collaborativo, perché la tratta Carpi-Modena è ormai diventata la cenerentola del trasporto pubblico regionale. In questo senso contiamo anche su una risposta da parte della Regione e di Fer che dia concretezza a una maggiore attenzione alla linea Carpi-Modena. Peraltro si avvicina l’introduzione del nuovo orario invernale, dal quale ci aspettiamo una risposta alle richieste dei comitati pendolari, con particolare attenzione al treno che porta a Modena studenti e lavoratori e che troppo spesso, a causa dei ritardi e disservizi, non consente l’ingresso a scuola e al lavoro negli orari previsti».

"Caro professore, dimentichi Gelmini", di Mila Spicola

Caro professor Monti, dicono di Lei che da lunedì potrebbe essere a capo di un nuovo governo per “salvare” l’Italia. Se così sarà non possiamo che esserne contenti. Vorrei però porle un quesito, un dubbio da professoressa di periferia: riscriverebbe oggi il suo editoriale del 2 gennaio 2011? Quello dal titolo: «L’esempio di Gelmini e Marchionne: meno illusioni per dare speranze»?
In effetti è l’esempio quello che distingue un vero statista da un mediocre politico, lo diceva Luigi Einaudi al nipotino, ma spero che il suo esempio non sia l’attuale ministro in carica a viale Trastevere. Da bocconiano non può che ritenere fondamentale la salvaguardia e la promozione del merito. Ma, e non vuole essere un gioco di parole: entri nel merito se vuol parlar di merito. Specie quando tratta della scuola.
Ritengo il suo giudizio del 2 gennaio un po’ affrettato, me lo lasci passare, nell’affermare che «grazie alla sua determinazione, (della Gelmini) verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti e nel fare ricerca». Tutto possiamo fare e mi metto nei panni di un ragazzo che cresce in una scuola di periferia di una città non qualunque come Palermo tranne affermare che le ricadute di quei provvedimenti siano andati a vantaggio di quel ragazzo. Se avesse voglia e tempo le spiegherei come e perché. Ma lo potrebbe fare anche un mio collega di Belluno o di Cologno Monzese. Quello che è stato punito e penalizzato da quella “determinazione” è proprio quel ragazzino: sia in quanto ultimo della classe, perché non ho modi, tempo, strutture e risorse per recuperarlo, sia in quanto primo della classe, perché, per gli stessi identici motivi non riesco a potenziarlo. L’handicap italiano nel formare studenti deriva dal divario enorme che esiste tra i diversi contesti socio-economici e familiari di provenienza. Per cui gli ultimi a scuola, e le posso assicurare lo verifico ogni ora, ogni giorno, ogni mese e ogni anno di lavoro, sono sempre i bambini che hanno famiglie più povere, o disagiate, o con problemi. E sono loro ad essere stati colpiti dai tagli indiscriminati di questo governo. Non certo il docente non meritorio: ovunque sia. Il mio collega immeritorio sta ancora là: dietro la cattedra e con gli stessi deficit. Il ragazzino bisognoso sta ancora là: dietro un banco quando ce l’ha, con meno ore, meno attenzione, meno qualità. E lo perdo. È il primo che perdo: quello che dovrei invece curare e recuperare. È per garantire quel ragazzo che le scrivo.

L’Unità 11.11.11