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"Il Pdl si ribella a Berlusconi, caos e rischi di colpi di coda", di Francesco Lo Sardo

«Stiamo compiendo un suicidio politico. Facciamo nascere un governo tecnico al quale non potremo staccare la spina.
Come si fa a sfiduciare un governo che attua i contenuti della lettera che Berlusconi ha portato a Bruxelles? Ovvio che non si può, salvo pagarne poi le conseguenze pesantissime in campagna elettorale…». La conclusione, si sfoga in serata un parlamentare del Pdl ex forzista non lontano dalle posizioni di Scajola – ma in queste ore convulse tutti gli schemi interni tra i berluscones sono saltati – è che «si arriverà alla scadenza naturale della legislatura nel 2013.
Con Berlusconi che non sarà più candidato e il Pdl che sarà imploso». Perciò, continua, «io il governo Monti non lo voto. Perché se è governo tecnico resto contrario, coerentemente con quello che abbiamo detto dal 1994 a oggi. E se invece è un governo politico mascherato da tecnico, allora è solo una truffa.
Ho fatto politica per quindici anni e concludo qui la mia carriera politica». Amen.
Ma c’è un’ulteriore conclusione di valore politico più generale di questo ragionamento – assai più diffuso di quanto non si pensi – in queste ore di tormento del Pdl, inchiodato al letto di Procuste di un governissimo dove sei allungato a forza se troppo corto o sei amputato se troppo lungo: il rischio di un violento colpo di coda dei berluscones in parlamento, quando il governo Monti, che bussa già alle porte, dovrà ottenere il voto di fiducia.
Sommandosi ai frammenti di infuriati contro la svolta “consociativa” dell’ex nemico pubblico numero uno del “consociativismo” Berlusconi – gli ex An della ricomposta coppia Matteoli-Nania e del tandem La Russa- Gasparri, i gruppetti di Moffa e Viespoli, gli ex Udc di Saverio Romano, la mini-Dc di Rotondi, il fiammeggiante duo Brunetta- Sacconi con quest’ultimo uscito fuori dalla grazia di Dio in polemica contro i ciellini scesi a patti col “nemico”, gli ultrà di Lehner «pronti a marciare su palazzo Chigi contro l’inciucio» – ci sono molti altri ortodossi del berlusconismo, più o meno oltranzista, che la pensano come il deputato scajoliano.
In prima fila di quest’area nebulosa e dai confini incerti spiccano le vedove inconsolabili del berlusconismo ruggente e con la baionetta innestata, Maria Vittoria Brambilla, Daniela Santanché, Alessandra Mussolini e tante altre signore e signorine deputate e senatrici. Quest’area vasta, tutta insieme, può arrivare a superare – a Montecitorio – oltre il centinaio di deputati: un terzo, cioè, del gruppo del Pdl alla camera. Il che è un grosso problema per il Cavaliere strattonato dai fan del governissimo (ieri i cattolici di Todi e una nota ufficiale della Cdo ciellina hanno benedetto il governo di responsabilità nazionale e detto no a elezioni) e i contrari. «Larghe intese? Vediamo», s’è barcamenato in serata il Cavaliere tra il «preoccupato» e il «sereno».
Ma ha retto l’urto del dissenso interno: coi mercati in tempesta, «non possiamo permetterci due mesi di attesa per le elezioni».
Diceva Angelino Alfano, al termine di una lacerante riunione a palazzo Grazioli con Berlusconi che difendeva la linea adottata su Monti («Una scelta inevitabile») e mezzo vertice del partito che invece puntava i piedi contro: «Il Pdl non è spaccato». Vero.
Il Pdl infatti è più che spaccato: «È spappolato », puntualizza un berlusconiano della prima ora. «Ma chi punta i piedi non si faccia illusioni. Berlusconi ha già deciso cosa fare, pensando al bene delle sue aziende. Non si chiamerà fuori dall’operazione Monti, ormai è troppo tardi per i ripensamenti».
Giuliano Ferrara, in questa fase in versione ultrà e tifoso delle elezioni anticipate, sostiene l’opposto: «L’ineluttabilità del governo Monti è rinviata a un successivo giudizio come ha detto Alfano». Il quale Alfano ripete che «la posizione del partito resta quella ufficialmente assunta dall’Ufficio di presidenza, cioè favorevole alle elezioni dopo l’attuale governo», aggiungendo che «quando ci saranno le consultazioni con Napolitano l’ufficio di presidenza del Pdl si riunirà e assumerà le scelte definitive». Ma quali scelte? É pensabile un ufficio di presidenza- Gran Consiglio alla rovescia che pugnali Berlusconi-Mussolini per andare alla guerra contro Monti e alle urne a gennaio-febbraio anziché cercare di negoziare la pace? Un Pdl in guerra contro l’Europa, alleato alla Lega, a Storace e in compagnia di Di Pietro? Improbabile. Oppure: è pensabile che il Pdl proponga l’astensione su Monti? «Napolitano è contrario», ha già stoppato la richiesta dei “resistenti” del Pdl Berlusconi. Oppure, infine: accetterà Berlusconi il suggerimento di chi ieri gli ha proposto di intimare a Pd e Udc, prima di varare insieme al Pdl un governo Monti, che almeno gli votino la legge di stabilità con il maxi-emendamento «senza pensioni, senza articolo 18 e patrimoniale»? Ci sono poche ore per decidere. Le stesse ore in cui i più lungimiranti e pragmatici del Pdl si stanno piuttosto interrogando sui criteri di formazione del nuovo governo: Monti più tecnici, Monti più politici, Monti più un mix di tecnici e politici? Azzeramento della compagine attuale o possibili ripescaggi? Berlusconi ai capataz del Pdl ha detto che «non è ancora il momento di parlarne». Una piccola bugia. Gianni Letta se ne sta già occupando.
E anche Alfano, si dice.

a Europa Quotidiano 11.11.11

"I pilastri: patrimoniale e rispetto per il lavoro", di Ronny Mazzocchi

Per superare una situazione di emergenza qualcuno farà sacrifici maggiori Ma anche seguendo la Costituzione si potrà dare fiducia ai mercati. La sempre più probabile formazione di un nuovo governo guidato da Mario Monti
costituisce un passaggio cruciale di questa fase politica e forse dell’intera Seconda Repubblica. Il clima di emergenza nazionale in cui sta avvenendo questo cambio della guardia non deve però farci perdere di vista un punto fondamentale. Le cure da cavallo che il nuovo governo dovrà somministrare al Paese per riacquistare la fiducia dei mercati e sottrarci all’azione devastante degli speculatori non solo non saranno indolori, ma non saranno nemmeno socialmente neutrali. Qualsiasi politica economica presenta infatti costi di aggiustamento differenti per le diverse categorie sociali e almeno nel breve e medio periodo ci sarà sempre qualcuno che ci perderà e qualcuno che ci guadagnerà. Le situazioni “win-win”, quelle in cui tutti traggono vantaggio da un provvedimento, sono assai rare nella teoria economica e ancor di più nella realtà di tutti i giorni.
Stendere un programma di governo, soprattutto in questa delicata fase, significa quindi avere ben presente che per raggiungere gli obiettivi del risanamento dei conti pubblici e del rilancio della crescita economica non vi è una sola ricetta a disposizione. La scelta di una o l’altra delle opzioni disponibili avrà dunque un contenuto politico che determinerà anche chi dovrà sostenerne i costi. Su queste basi risulta evidente che il giudizio sul nuovo governo non potrà prescindere dal progetto che questo presenterà al paese su due temi fondamentali: fisco e lavoro. Si tratta di elementi che già da mesi sono oggetto di un acceso dibattito pubblico e che sono finiti nel mirino delle missive che da Bruxelles e Francoforte sono state spedite al precendete esecutivo. Se è vero come ormai hanno riconosciuto tutti che un approccio unicamente fiscale al problema del debito sovrano rischia di costituire una cura peggiore della malattia, non si può sicuramente prescindere dal trattare il problema delle entrate come un tema secondario. Così come è vero che il lavoro, con le sue implicazioni sociali, non potrà che essere sottratto alla dittatura giuslavoristica a cui da anni si trova sottoposto, quasi che la disoccupazione e la precarietà fossero un problema di design contrattuale e non una questione economica. Fisco e lavoro si muovono su due binari paralleli e fra loro inscindibili. Comunque si intenderà agire su questi temi non si potrà non tenere conto da un lato di una maggiore equità nella redistribuzione del carico fiscale fra contribuenti e tipologie di redditi e, dall’altro, nell’individuazione di una politica economica capace di garantire un lavoro decente e sicuro così come garantito dalla nostra Costituzione.
Per quanto riguarda il fisco, due sono i pilastri su cui bisognerà muoversi: per prima cosa sarà necessario riequilibrare la tassazione da chi paga a chi evade, perché in Italia l’evasione fiscale ha raggiunto livelli patologici ed è profondamente ingiusto che una parte della popolazione possa sottrarsi in questa fase allo sforzo di risamento del Paese. Il secondo è che l’imposizione fiscale dovrà essere spostata dal lavoro alla rendita, perché il fisco dovrà premiare la partecipazione al processo produttivo, l’assunzione di rischio e l’imprenditorialità, mentre dovrà essere scoraggiata in ogni modo la rendita parassitaria e improduttiva. Sempre nell’ottica di una maggiore equità, accanto a questi due elementi si potrà poi prevedere una imposizione sul patrimonio, che si preoccupi comunque di salvaguardare le piccole ricchezze da una tassazione eccessivamente invasiva. Per quanto riguarda il lavoro, sarà invece necessario prendere le mosse dai positivi passi avanti costituiti dagli accordi che le parti sociali hanno recentemente raggiunto sul potenziamento della contrattazione di secondo livello pur nella cornice insostituibile del contratto nazionale. È sulla strada del dialogo che si potrà ottenere anche un allungamento della permanenza dei lavoratori nel mercato del lavoro, attraverso forme di incentivazione o di pensionamento parziale.
Muoversi, invece, sulla strada già inaugurata dal ministro Sacconi, spingendo ad esempio per una maggiore facilità di licenziamento, oltre ad essere inutile allo scopo di aumentare il numero di occupati, rischia di avere ricadute negative. Rischia di essere difficile da spiegare a tutti quei lavoratori che, ancora una volta, si sentirebbero gli unici a doversi far carico di una crisi di cui non si sentono però colpevoli ma soltano vittime.

L’Unità 11.11.11

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“Privatizzare con giudizio. Non svendere Eni e Enel”, di Rinaldo Gianola

Privatizzare è come andare in guerra» disse il ministro del Tesoro, Piero Barucci, nella tremenda estate del 1992 quando l’Italia, proprio come oggi, rischiava il default tra la corsa incontrollata del debito, il fallimento dell’Efim, la caduta della fiducia internazionale. Forse questa volta nonsi farà la guerra sulle privatizzazioni come avvenne nel 1992 quando davvero il governo Amato, con la trasformazione degli enti pubblici in società per azioni e con l’impostazione delle prime dismissioni poi realizzate da Carlo Azeglio Ciampi dal 1993, interruppe un pezzo di storia del dopoguerra. Certo è, però, che se Mario Monti assumerà la guida del prossimo governo la questione delle privatizzazioni sarà al centro della sua attenzione, un po’ perchè da tempo l’Unione Europea ci chiede, con lettere e avvertimenti, di ridimensionare la presenza pubblica nell’economia e un po’ perchè la riduzione del debito può passare anche dalla cessione di cespiti dello Stato. La stagione non è propizia per
avviare una nuova fase di privatizzazioni. I mercati finanziari attraversano un momento molto difficile, la Borsa di Milano ha perso circa metà della sua capitalizzazione, emissioni e collocamenti sono stati rinviati o hanno incontrato molti ostacoli. Inoltre gli impegni assunti dal governo Berlusconi con l’Europa in tema di dismissioni hanno prodotto cifre differenti nel corso degli ultimi mesi.
Siamo passati dagli 8 miliardi di euro di possibili incassi derivanti dalla cessione del patrimonio immobiliare fino ai 5 miliardi all’anno per i prossimi tre anni indicati nell’ultima lettera di intenti inviata a Bruxelles. Ma è possibile che il futuro governo, viste le condizioni di emergenza del debito, proponga un piano pluriennale più ambizioso.
Le privatizzazioni possibili possonoessere divise in tre capitoli: la vendita del patrimonio immobiliare, la cessione di quote di aziende industriali e di servizi strategiche per il Paese (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, Ferrovie), l’apertura del capitale o la totale dismissione delle aziende dei servizi pubblici locali. In queste settimane, mentre il governo Berlusconi preparava ipotesi di vendite, economisti e commentatori hanno ipotizzato quanto lo Stato potrebbe incassare dalle cessioni del suo patrimonio e delle sue partecipazioni. Si è parlato di decine, centinaia di miliardi, ma si tratta di cifre che, se non c’è la prova del mercato, non hanno alcun fondamento.
Tuttavia ci sono alcuni principi che l’Italia dovrebbe difendere alla
luce della passata esperienza delle vendite di Stato. L’Italia, nonostante le rituali lamentele di Confindustria, è stata protagonista assoluta negli anni Novanta realizzando solo tra il 1993 e il 1997 vendite di attività pubbliche per un controvalore di
circa 80mila miliardi di vecchie lire.
Sono state vendute le banche di interesse nazionale, le assicurazioni, la siderurgia, l’auto e le telecomunicazioni. Poi ci sarebbe l’Alitalia, ma non pare un esempio encomiabile di privatizzazione. Ci si potrebbe interrogare se questa stagione sia stata positiva oppure no, se ha portato i risultati sperati per allargare edemocratizzare la nostra economia. Le privatizzazioni hanno senso se, oltre a ridurre il debito pubblico, possono alimentare un nuovo clima economico, favorire la nascita e il rafforzamento di gruppi imprenditoriali, sviluppare i mercati e la concorrenza. Il semplice trasferimento della proprietà dallo Stato ai privati non è garanzia di efficienza, sviluppo, competizione. Anzi, ci sono esempi davvero poco edificanti.
Cosa venderà l’Italia? È bene che l’ipotesi di cedere quote di capitale di imprese strategiche come Eni, Enel e Finmeccanica, che possono essere alla base di una forte politica industriale, venga allontanata dal programma di qualsiasi governo. Lo Stato detiene il 31% dell’Enel, il 30%dell’Eni e il 32% di Finmeccanica: scendere sotto queste soglie significherebbe mettere in pericolo il controllo di aziende decisive per lo sviluppo del Paese. Più praticabile appare la vendita del patrimonio immobiliare e dei terreni demaniali (compresi i terreni
agricoli ai giovani per attività imprenditoriali), anche se prima di arrivare alla cessione di edifici, caserme, scuole o altro sarà necessaria una selezione, una valorizzazione, in collaborazione con gli enti locali e la conferenza Stato-Regioni, anche per evitare operazioni di semplice speculazione o di ulteriore cementificazione di cui proprio non si sente il bisogno.
Restano i servizi pubblici locali. In questo campo è bene ricordare che i cittadini si sono appena espressi in modo chiarissimo escludendo certe privatizzazioni, come l’acqua. Tra le municipalizzate ci sono casi di imprese forti e in utile, altre in difficoltà e inefficienti. I comuni, che hanno bisogno di soldi, possono beneficiare dei dividendi delle loro controllate. Se ci sono imprese che non funzionano perchè non cercare di risanarle, rafforzarle, accorparle, e poi lasciare ai comuni la scelta di cosa farne? A ben vedere prima di procedere con le privatizzazioni, forse avremmo bisogno di una bella “lenzuolata“ di liberalizzazioni.

L’Unità 11.11.11

Le condizioni di Bersani: «Ora equità e nomi nuovi», di Simone Collini

Tra le condizioni poste dal leader dei Democratici, la «discontinuità» rispetto all’attuale governo e la necessità di una nuova legge elettorale. Monito a Sel e Idv per evitare il “fuoco amico”. «Certo che per noi sarebbe stato meglio andare subito a votare, ma il bene del Paese viene prima degli interessi di partito o dei destini personali». Pier Luigi Bersani non si stupisce delle perplessità e delle critiche che militanti e simpatizzanti del Pd esprimono via web, del fatto che mezza segreteria (a cominciare dal responsabile del settore Economia e lavoro Stefano Fassina) evidenzi i rischi che comporta questa scelta, o che l’autore della ormai storica “Velina rossa” Pasquale Laurito bocci il «governo dell’ammucchiata» e annunci che al prossimo giro mancherà il suo voto, dopo 67 anni di militanza tra Pci, Pds, Ds e Pd.
Bersani sa bene quale sia nei sondaggi il vantaggio del centrosinistra rispetto al centrodestra, così come sa che con le urne nel 2013 tutto, candidatura alla premiership compresa, rischia di essere messo in discussione. Ma il leader del Pd ripete a tutti i suoi interlocutori che stiamo vivendo «la crisi più grave dal dopoguerra ad oggi» e che a situazioni di emergenza si deve rispondere con soluzioni di emergenza, che «i partiti sono un mezzo non un fine» e che il Pd «non fa business» sulla crisi del governo ma lavora perché già la prossima settimana l’Italia abbia un governo guidato da Mario Monti.
LE CONDIZIONI DEL PD
Al Quirinale, dove molto probabilmente domenica si apriranno le consultazioni, il leader del Pd andrà a dire che il suo partito è pronto a sostenere un esecutivo che abbia «un profilo di netta e inequivocabile novità» e che sul fronte economico adotti misure di «equità». Tra le condizioni che pone Bersani c’è la «discontinuità» rispetto all’attuale governo, e quindi è difficile che il Pd dica sì a nomi che compaiono nel totoministri che circola in queste ore, che vanno da Frattini a Nitto Palma a Fitto. C’è la necessità che a sostenerlo sia il Pdl, e non «frange» di partito. E poi ci sono le condizioni per così dire programmatiche, visto che il Pd vuole utilizzare i prossimi mesi per approvare una nuova legge elettorale, una riforma per dimezzare il numero dei parlamentari (che in quanto costituzionale richiederebbe almeno 12 mesi di tempo), misure per l’occupazione e altre redistributive sul piano fiscale: «Per uscire dalla crisi serve uno sforzo comune ma chi ha di più deve dare di più», è il messaggio rilanciato da Bersani nel corso di un incontro a Montecitorio a cui partecipano anche Fini, Casini e Alfano. Praticamente tutti i leader della nuova maggioranza che, se tutto andrà come previsto, sosterrà l’esecutivo Monti.
Bersani sa che questa scelta rischia di avere come prima conseguenza una lacerazione nel centrosinistra. E che difficilmente non avrà ripercussioni, alle urne, un fuoco amico contro il Pd protratto per mesi. Per questo il leader dei Democratici ieri mattina ha incontrato il responsabile Organizzazione di Sel Francesco Ferrara (uno degli uomini più vicini a Nichi Vendola dai tempi di Rifondazione) per chiedere che intenzioni abbiano ma soprattutto per raccomandare un atteggiamento responsabile in questo delicato passaggio. E per questo Bersani ha lanciato un messaggio piuttosto chiaro nei confronti di Antonio Di Pietro: «Non è che uno può andar per funghi durante il governo d’emergenza e poi tornare con noi per la campagna elettorale».
Questo passaggio segna comunque un rafforzamento dell’asse col Terzo polo. Casini, che ha passato la mattina a incontrare ex pidiellini e “responsabili” che stanno lavorando per dar vita a un nuovo gruppo alla Camera (Antonione, Destro e Gava da ieri sono intanto al Misto), dice che «siamo a un passo dal baratro, ci dobbiamo fermare e far prevalere l’unione». Poi, avverte il leader dell’Udc, «ciascuno potrà tornare alla posizione precedente». Ma sarà più facile farlo se i partiti sosterranno il nuovo governo senza entrarci.
E infatti il ragionamento che prevale in queste ore tra i Democratici è di non indicare nessun esponente Pd come ministro. Alle consultazioni Bersani (che critica l’esercizio al totoministri di queste ore) dovrebbe dare il suo assenso per un governo formato da personalità autorevoli, credibili a livello internazionale, e non esponenti di partito.

L’Unità 11.11.11

"Ministeriali sotto attacco. Rischiano 10mila insegnanti", di Bianca Di Giovanni

Dipendenti pubblici ancora carne da macello. Il governo Berlusconi lo aveva promesso in Europa nella lettera d’intenti: «rendere più efficiente, flessibile e meno costosa la pubblica amministrazione». Sembra un maquillage, in realtà è autentica macelleria. Le disposizioni del maxiemendamento che oggi passerà il vaglio del Senato edomani diventerà legge grazie all’emergenza economica, per i dipendenti pubblici «sono l’anticamera del licenziamento – spiega Michele Gentile (Cgil) – sono palesemente discriminatorie ». Di che si tratta? Di quella messa in mobilità per due anni con l’80% della retribuzione e poi l’uscita dagli organici nel caso in cui si verifichino delle eccedenze o non si accetti il trasferimento in altre amministrazioni. Le norme ricalcano leggi già esistenti: nulla di veramente nuovo nel merito. La mobilità già esiste, e anche una sorta di cassa integrazione. Ma qui le cose cambiano molto con una stretta senza precedenti. Le singole amministrazioni, infatti, potranno dichiarare eccedenze anche per semplici motivi economici. Forse a questo si riferiva un passaggio della famosa lettera d’intenti che parlava di «superamento delle dotazioni organiche ». La decisione può essere presa senza una consultazione con le organizzazioni sindacali, che in questo caso vengono solo informate. Inoltre, nella normativa oggi in vigore i trasferimenti erano consentiti a livello provinciale, mentre l’emendamento prevede spostamenti nell’ambito regionale. Quanto all’80% dello stipendio, i numeri e le parole non devono confondere. Si tratta infatti della retribuzione base, che equivale al 70% di quanto effettivamente il lavoratore incassa mensilmente. Insomma, su un salario di 1.300 euro la retribuzione base è di appena 900 euro. Se si dovrà tagliare all’80% vuol dire che il risultato finale sarà di 700 euro: in altre parole lo stipendio sarà quasi dimezzato. ROMA L’operazione colpisce in particolare i ministeri, e quindi la città di Roma. Ma gli effetti sarànno pesanti anche sulla rete scolastica nazionale. «Nella scuola- spiega il segretario Flc Cgil Mimmo Pantaleo – le norme sulla mobilità dei pubblici potrebbero comportare il licenziamento di ulteriori 10.000 docenti e 300 Ata (personale non docente, ndr) se non saranno collocati obbligatoriamente in altre funzionio trasferiti verso altre amministrazioni. Dopo due anni di cassa integrazione scatta automaticamente il licenziamento. Siamo alla follia! Non basta aver ridotto in tre anni 140.000 tra docenti ed ata e devastata l’istruzione pubblica. Nei comparti della conoscenza bisogna tornare ad assumere e ad investire e non licenziare perché ormai non si è più in grado di garantire una qualità accettabile dell’ offerta formativa a causa della carenza di personale docente e Ata. La Flc-Cgil reagirà con decisione a questa ennesima provocazione». «Perché cambiare una norma di legge peraltro già in vigore dal 2001? – si chiede Gentile – Qualche consulente del ministro Brunetta ha dichiarato che serve per rendere possibili i licenziamenti nel settore pubblico ma i due cambiamenti del maxiemendamento, rispetto alla norma del 2001, sono la scomparsa delle relazioni sindacali e la mobilità nell’ambito regionale, peraltro già presente nella manovra di agosto». Quindi, osserva Gentile, «non si tratta di una disposizione, come qualche incompetente ha detto, che prevede “finalmente” la mobilità ma è al contrario invece un’operazione diverse: togliere di mezzo il sindacato, come non avviene nei settori privati, individuare con assoluta discrezionalità gli esuberi, stabilire discrezionalmente come e dove avviene la mobilità, senza alcun criterio conosciuto».

L’Unità 11.11.11

"La verginità della Lega", di Gad Larner

Se l’astuto Di Pietro cerca spazio mascherandosi da improbabile succedaneo dell´anticapitalismo indignado, mentre il trio Ferrara-Feltri-Sallusti strattona il suo Oligarca di riferimento affinché guidi un´improbabile rivolta contro la tecnocrazia europea, tocca invece alla Lega vivere il risveglio più amaro. Contro il governo Monti «ci rifacciamo la verginità», è scappato detto a Umberto Bossi. Una metafora che si presta a fin troppo facili controdeduzioni.
Perché quella metafora riconosce la perdita dell´innocenza; e il rimpianto in politica è sinonimo d´impotenza. Non è un caso se la forza più accreditata a guidare l´opposizione sociale contro le ricette amare del risanamento, cioè la sinistra critica di Vendola, fornisce una prudente apertura di credito a Monti e preserva l´alleanza col Pd: la sfida globale al monetarismo e alla grande finanza nulla hanno a che spartire con la goffa convergenza populista Di Pietro-Bossi-Ferrara, destinata al flop.
Benché ostenti sollievo, l´uscita dal governo nazionale rappresenta per la Lega una grave sconfitta; difficilmente rimediabile asserragliandosi nelle tre grandi regioni del Nord. Rifarsi una verginità non è dato in natura. E neanche in politica. Per quanto l´Italia rifugga il puritanesimo de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, il popolo ti chiederà sempre perché, e con chi, hai sacrificato l´illibatezza di cui menavi gran vanto. Questo è il punto: gli elettori vanno e vengono, ma la Lega ha perduto il popolo mitico, trasfigurato, della sua fondazione. Nel governo di Roma e degli enti locali ha consolidato un ceto politico desideroso di perpetuarsi, ma l´età dell´oro, la Lega delle origini, esiste solo nel passato remoto di quelle biografie.
Un dramma simile si era consumato allorquando i post-comunisti si distaccarono non solo dall´ideologia, ma anche dall´universo proletario che li aveva generati. Mai più l´ha ritrovato. Magari bastasse il revival, la scimmiottatura dei linguaggi, perfino un´improbabile rottura dell´alleanza col Pdl senza cui peraltro decadrebbero le amministrazioni leghiste. Il ceto politico del Carroccio ha rivelato notevoli capacità manovriere di allargamento delle sue quote di potere, ma intanto la storia correva: nessuna delle opzioni politiche leghiste – il federalismo, la xenofobia, la rivolta fiscale, il paganesimo, il cattolicesimo reazionario – è stata in grado di preservare nei tempi nuovi la sintonia con quel popolo. Nel mondo in subbuglio, da una parte l´imprescindibile Unione europea e dall´altra l´imprevisto delle rivoluzioni mediterranee svelavano la fragilità delle soluzioni localiste. Semmai restavano da giustificare i troppi compromessi imbarazzanti con la malapolitica, l´ultimo dei quali – sostituire Berlusconi con Alfano – è apparso solo un espediente maldestro.
Il progetto di travasare nella Lega l´elettorato berlusconiano deluso al Nord ha subito una battuta d´arresto alle amministrative di primavera, non solo a Milano. Mirava a completare con la conquista della regione Lombardia una supremazia padana che, giunti a questo punto, si rivela problematica. Il ceto politico leghista non si può permettere di andare da solo a elezioni nazionali col premio di maggioranza, né può separarsi dal Pdl in Piemonte, Veneto e Lombardia. Il bluff di Bossi – la parola al popolo, subito al voto – ormai è scoperto. La carta Tremonti è divenuta inservibile. Il banchiere Ponzellini? Meglio far finta di non conoscerlo.
La Lega che nel 2008 raddoppiò i suoi voti presentandosi come interprete di un territorio, tre anni dopo si mette in cerca della verginità perduta in un passato irripetibile perché non ha saputo corrispondere alle incognite dei tempi nuovi. Serpeggiano ancora per il “suo” territorio le inquietudini da cui fu generata, ma un ceto dirigente compromesso col peggior potere italiano non ha più nemmeno le credenziali per incarnare l´antipolitica. È probabile che debba presto fronteggiare nuovi competitori a destra, sul suo stesso terreno.
Se anche l´operato di un eventuale governo Monti susciterà reazioni anti-élitarie, non tutte fondate su istanze di giustizia sociale, ma invece esasperate nel solco della protesta localista, pare improbabile che si affidino ai vecchi “leghisti romani”. Reduci da una stagione indecorosa di cui sono stati fra i peggiori protagonisti. Comprendo la sofferenza di Bossi, un uomo che non si è arricchito con la politica, anche se si è macchiato del peggiore clientelismo familista. Ma nessun popolo potrà riconoscergli l´innocenza, la verginità perduta.

La Repubblica 11.11.11

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Rivolta web anti Di Pietro: no all’Aventino

La base critica lo stop al neosenatore. Il leader: siamo come San Tommaso. «Tonino ripensaci è un gioco pericoloso, in questo momento non possiamo permettercelo». Voci di rivolta dal web, con il sito di Antonio Di Pietro e il suo profilo Facebook presi d’assalto da centinaia di commenti critici. Molti solidali con la sua scelta di dire no al governo Monti, moltissimi indignati, se non furibondi, contro «l’irresponsabilità» dell’Italia dei Valori. Scontro che si accende anche dentro il partito, con l’ex girotondino Pancho Pardi che scrive una lettera di dissociazione: «Siamo sicuri che per evitare la macelleria sociale il metodo migliore sia escludersi a priori? Se non appoggiamo Monti faremo la fine di Bertinotti, che fu punito dal suo elettorato ed ebbe pessimi risultati alle urne. Per noi sarebbe un Aventino sterile e improduttivo».
Di Pietro, per difendere le sue posizioni, non rinuncia al suo lessico consueto: «Noi dell’Idv siamo come San Tommaso, diamo fiducia solo a quello che vediamo: al buio non diamo la fiducia a nessuno». Gli tiene bordone Leoluca Orlando: «Un esecutivo Pd-Pdl, che non preveda un limite di tempo per le elezioni, sarebbe indecoroso». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, anche lui con il consueto lessico, avverte: «L’Idv non può andare per funghi durante il governo tecnico e poi tornare per la campagna elettorale». Come dire, chi non è responsabile ora, fa saltare il patto di Vasto tra Pd, Idv e Sel.
Ma più che le alleanze future, ora a preoccupare la dirigenza dell’Italia dei Valori è il forte malcontento che ha creato la presa di posizione di Di Pietro. Su Facebook l’ex pm ha scritto: «Un governo Monti avrebbe una faccia pulita ma noi non staremo mai insieme a Berlusconi e ai suoi portaborse. Sarebbe assurdo». Unica concessione: il voto a favore di una riforma della legge elettorale e di norme anti casta.
Seguono, a tarda sera, circa duemila commenti, ovviamente non tutti attribuibili a sostenitori dell’Idv. Ma, certo, le grida di allarme e di protesta sono molte e tante sembrano provenire dalla pancia del partito. C’è, per esempio, chi lo accusa di «inseguire il consenso sulla pelle della gente, esattamente come fa la Lega». Un altro avverte: «Antonio non pensi solo pro domo sua, come faceva Silvio». Tra i consueti allarmi — «cancellano i commenti dei dissidenti» —, e contrattacchi, «chi sono questi inciucisti dalemiani», si svolge il piccolo psicodramma di una base tormentata. Psicodramma che comincia in mattinata con la telefonata al programma di Maurizio Belpietro su Canale 5. Chiamata annunciata su Facebook e subito criticata. Con la solita accusa: «Tonino, perché vai sulle tv di Berlusconi?». Ma è solo una parentesi in una giornata in cui l’Italia dei Valori viene accusata di scegliere un Aventino utile solo a ricostruirsi un pacchetto di voti per le elezioni, specularmente alla Lega.
Ma c’è anche chi difende le scelte di Di Pietro. Come le 1700 persone che cliccano «mi piace». E come il commentatore che scrive: «Fai bene Antonio, ormai i banchieri stanno prendendo il potere scavalcando i loro camerieri incapaci (i politici)». Ma il dibattito tra i commentatori continua anche sul sito di Di Pietro. Dove un commentatore chiosa così: «Gli elettori puniranno severamente alle prossime elezioni chi non ha sostenuto il governo di salvezza nazionale, facendo fare il lavoro “sporco” ma necessario agli altri, per poi vantarsi di avere le mani pulite».

Il Corriere della Sera 11.11.11

"Monti, più di un tecnico", di Pierluigi Castagnetti

Nei prossimi giorni, dunque, si chiuderà anche formalmente la stagione di Silvio Berlusconi e del berlusconismo, e inizierà una nuova fase in cui si dovrà ricostruire sulle macerie accumulate negli anni che sono alle nostre spalle.
Il dilemma che stanno dividendo in queste ore le forze politiche di maggioranza e di opposizione riguarda il modo più appropriato per voltare pagina. Alcune hanno già deciso di optare per un rapido scioglimento del parlamento e passare, attraverso le elezioni, a un’altra legislatura. Altre invece ritengono responsabilmente di dovere mettere avanti rispetto alla proprie convenienze elettorali l’interesse del paese. «Prima l’Italia» ha detto Bersani, «il Pd deve innanzitutto preoccuparsi del fatto che l’Italia è in pericolo, che viviamo il momento più difficile del dopoguerra, che sono in gioco posti di lavoro, redditi, risparmi».
Così ragiona una forza politica nazionale quando è in ballo il destino del paese. La responsabilità di chi invece ragiona in modo diverso è molto grave. L’ipotesi di nuove elezioni deve infatti necessariamente essere scartata dopo le reazioni che i mercati hanno manifestato solo due giorni fa di fronte al tentativo di Berlusconi di scegliere la via dell’ambiguità e delle tergiversazioni. Per placare l’aggressione degli speculatori e di chi ha interesse a utilizzare la debolezza dell’Italia per mettere in crisi e l’euro e, dunque, l’intero continente, occorre dare risposte immediate, assumersi responsabilità immediate. Il presidente della repubblica si è assunto le sue, ha messo in campo il suo onore e il suo prestigio per rassicurare i mercati della serietà dell’impegno dell’Italia a fare la parte che le spetta. In queste ore non c’è spazio neppure per polemiche, in un certo senso dovute, verso chi ci ha condotto a questo punto, perché il Presidente della Repubblica ha caricato l’intero paese dell’onere di una reazione credibile, tempestiva, unitaria, corrispondente al dramma che l’ha investito. Non sarà facile, lo sappiamo, convincere tanti elettori che in assoluta buona fede avrebbero voluto riprendersi immediatamente la parola per chiudere con le elezioni una stagione di dissipazioni e irresponsabilità che è durata sin troppo. Ma se nelle giornata di mercoledì scorso lo spread tra i Btp e i Bund ha superato la quota di 550 e le Borse sono precipitate in misura drammatica, non è possibile correre il rischio di una dilatazione di tale situazione per altri due o tre mesi, il tempo della campagna elettorale e delle elezioni, per ritrovarci poi con un paese ancor più stremato e praticamente espulso dall’Europa, al punto da rendere problematica la possibilità anche solo di una ricostruzione.
Il Pd, proprio perché conosce il destino che lo attende, che è appunto quello di dovere ricostruire le basi materiali morali e civili di questo paese, non poteva certo prestarsi ad una scelta tanto devastante.
Questa alla fine è la ragione per cui nella forza politica nazionale che dice «prima l’Italia» non aveva e non ha altra scelta che quella di sostenere un tentativo estremo di salvezza nazionale insieme a tutte le forze politiche disponibili, anche a quelle che sono responsabili di questa situazione ma che rappresentano un pezzo della società che pure deve essere coinvolto nello sforzo di ricostruzione.
È evidente che si tratta di una scelta transitoria, per coprire l’arco temporale che ci separa dalla fine naturale della legislatura, e presentarci alle prossime elezioni con le carte in regola di chi ha lavorato con coerenza per evitare la deriva e alla fine – pur di fermare la deriva stessa – ha rinunciato ad un consenso maggioritario pressoché sicuro con un anno di anticipo, perché quell’anno di governo in più che avrebbe avuto a disposizione forse non avrebbe colmato la profondità del baratro in cui il perdurare di una crisi così violenta l’avrebbe trascinata. L’ipotesi concreta di potere dar vita ad un esecutivo guidato dal professore Mario Monti, oggi senatore a vita per una felicissima quanto imprevista decisione del presidente Napolitano, sta ora prendendo corpo. Non v’è dubbio che l’uomo a cui è affidata questa difficilissima impresa sia una delle maggiori personalità del nostro paese che godono di grande prestigio internazionale, per la propria competenza, la propria biografia, la propria personalità morale oltreché scientifica. Si tratta di un tecnico, ma non solo di un tecnico. Chi ha ricoperto, come il professor Monti, l’incarico di commissario europeo gestendo per dieci anni deleghe complesse come quelle della mercato interno e poi della concorrenza, con risultati che hanno sorpreso il mondo (basta citare i provvedimenti contro il monopolista Microsoft e contro l’ipotesi di fusione fra General Electric e Honeywell), non può certo essere considerato privo di esperienza di governo, e, dunque, di esperienza politica.
Ho avuto personalmente la possibilità di conoscere e vedere da vicino la serietà, il rigore e la sensibilità politica con cui è solito lavorare Mario Monti, lo stile, persino un certo charme che gli dà quell’autorevolezza che è requisito prezioso per un uomo di governo.
L’abbiamo visto anche recentemente in alcuni dibattiti televisivi e abbiamo avuto tutti la possibilità di cogliere quel “di più”, cioè quell’alone di sicurezza che sanno trasmettere le persone che mostrano di padroneggiare in profondità le materie di cui parlano e si occupano. Monti venne consultato da Nino Andreatta per l’ipotesi di una sua designazione a commissario europeo qualche anno prima rispetto alla scelta del governo Berlusconi prima e del governo D’Alema poi e, come sappiamo, venne consultato per l’ipotesi di guidare un governo anni prima di quando probabilmente gli capiterà di fare, a conferma della serietà con cui è solito valutare proposte così impegnative. Se oggi Monti diventerà presidente del consiglio è perché è un cittadino italiano ed europeo che ama la sua patria e sente di non potersi sottrarre ad una richiesta come quella che gli farà il presidente Napolitano.
Ciò non significa che le scelte di un auspicabile gabinetto Monti saranno facili e prive di costi nell’immediato, costi anche politici per chi le sosterrà. Sappiamo che ci attendono giorni difficili. C’è da augurarsi che non siano anche giorni cattivi, cioè segnati dall’irresponsabilità di chi sta sugli spalti a guardare il lavoro degli altri. Per come l’ho conosciuto penso che il professor Monti non rinuncerà ad assumersi le responsabilità che deve, ma lo farà avendo presenti i costi sociali di ogni scelta e il dovere di dare conto giorno per giorno della misura di giustizia che intende realizzare.

da Europa Quotidiano 11.11.11

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Pisapia: è Monti la soluzione migliore

Sindaco Giuliano Pisapia, governo Monti sì o no?
«È chiaro che avrei preferito che l’Italia non si trovasse a questo punto, però sappiamo di chi è la responsabilità. Ho già detto e ripeto che in questa situazione un governo affidato al senatore Mario Monti sarebbe la soluzione migliore per uscire da una situazione che rischia di portare al collasso l’Italia».
Quali vantaggi intravede in questa scelta?
«Ci aiuterebbe ad uscire dalla crisi, a restituire credibilità al Paese e, vorrei aggiungere, a restituire dignità al termine “responsabili” che in questi mesi ha perduto il suo valore. Oggi sono in gioco la capacità e la volontà di essere responsabili di fronte a una situazione che potrebbe portare al disastro».
Un governo tecnico?
«Al contrario: un governo profondamente politico. Sarebbe auspicabile che fosse appoggiato da una maggioranza che sceglie di guardare all’interesse del Paese più che a quello del proprio partito».
Sì alle larghe intese, insomma?
«Solo un’ampia condivisione potrà consentire di fare scelte difficili, ma necessarie. Scelte che non siano di macelleria sociale, ma che ci portino fuori dalla crisi e diano un segnale forte per lo sviluppo del Paese. E solo un’ampia condivisione darebbe forza e coraggio per le riforme istituzionali».
E le riforme?
«Procedano parallelamente. Servono le riforme istituzionali: una nuova legge elettorale, il Senato delle Regioni, il taglio dei parlamentari. Oltre a garantire un risparmio, darebbero un segnale profondo di reale cambiamento e di sviluppo della democrazia».
Sel chiede un governo a tempo: lei cosa ne pensa?
«Non ho letto ancora cosa dice Sel. Ma è chiaro che bisogna darsi un periodo, spero possano bastare sei-otto mesi, per poi restituire la parola ai cittadini».
Di Pietro teme che un governo Monti sia un governo delle banche e della finanza: condivide?
«Il timore c’è sempre. Ma possiamo fidarci di una personalità come Mario Monti che dovrà seguire le indicazioni che provengono dall’Europa per non farci piombare in una crisi irreversibile, ma che sarà capace di non colpire chi è già stato tartassato e i soggetti più deboli che invece devono essere aiutati. Per garantire lo sviluppo dell’economia ci sono soluzioni alternative: la patrimoniale, la lotta all’evasione fiscale, i grandi stipendi, i costi della politica».
Come giudica il «no» dell’Italia dei Valori?
«Vedo passi avanti: dicono che valuteranno se votare alcune riforme. In questa fase abbiamo un obbligo politico e morale di condivisione di alcune scelte, uscendo dalla logica elettoralistica».
Che alleanze prefigura per il futuro?
«Mi piacerebbe si seguisse l’esperimento milanese. Noi abbiamo proposto agli elettori una coalizione di centrosinistra molto ampia e unita in cui si sono riconosciuti anche l’associazionismo e personalità moderate. A livello nazionale ci sarà bisogno di costruire una coalizione ampia che abbia presa diretta sul territorio, goda dell’apporto di personalità credibili in Italia e all’estero. Non parlo di partiti, ma di singole persone».
Il governo Monti sarà un vantaggio per Milano?
«Se ci sarà un governo Monti, sono certo avrà la sensibilità di capire che il tema della riforma economica non può passare dalla penalizzazione degli enti locali, come accaduto negli ultimi anni. Sono molto fiducioso, perché Mario Monti sa bene quanto siano importanti temi come Expo e sa che aiutare Milano significa aiutare la ripresa di tutto il Paese, che inevitabilmente deve passare da qui».
Un governo amico, dunque?
«Un governo che non dimostri disinteresse, come ha fatto il governo Berlusconi con Milano».

Il Corriere della Sera 11.11.11

"Irresponsabili il partito trasversale", di Michele Brambilla

È nato un nuovo gruppo in Parlamento: quello degli Irresponsabili. È purtroppo molto numeroso. Lo compongono quei deputati e senatori che in queste ore non pensano agli italiani che temono di veder svanire i risparmi di una vita, o di perdere il lavoro: pensano a quale soluzione sarebbe più conveniente per la propria bottega.

Gli Irresponsabili stanno sia a destra sia a sinistra, sia fra i berlusconiani doc sia fra coloro che dell’antiberlusconismo hanno fatto la propria unica ragione sociale.

Di Pietro, per esempio. Ha tuonato contro Berlusconi per anni. E ora che Berlusconi cade, lui a che cosa pensa? Pensa che un governo Monti sarebbe una pacchia. Ma non per il Paese: Di Pietro pensa che sarebbe una pacchia per lui, che se ne starebbe fuori, facendo fare ad altri la partaccia di chiedere sacrifici agli italiani. Tra un anno e mezzo, il suo partito raccoglierebbe alle urne i frutti del malcontento.

Il caso della Lega è ancora più grave. Perché è più grave? Perché la Lega fa lo stesso ragionamento di Di Pietro – spera in un governo Monti per rimanerne fuori e guadagnare voti – ma con l’aggravante che, se siamo arrivati sull’orlo del precipizio, è anche per colpa di chi ci ha governato fin qui; e negli ultimi dieci anni la Lega è stata al governo per più di otto. Per pensare di rifarsi una verginità con un anno di opposizione occorre un bel pelo sullo stomaco: e in fondo anche una certa disistima dei propri elettori.

Provate poi a guardare l’elenco di coloro che, nel Pdl, non vogliono appoggiare un governo Monti. Pensiamo male se pensiamo che molti di loro corrispondono a chi nel nuovo governo non avrà più né posti né posticini? Anche nel Pd ci sono molti tormenti. La posizione ufficiale è quella di un appoggio a un governo di unità nazionale. Ma in realtà molti temono che una simile scelta verrebbe pagata duramente alle prossime elezioni.

Insomma il gruppo parlamentare degli Irresponsabili sta semplicemente pensando ai fatti propri. Che siano posizioni di potere personale o calcoli elettorali, non fa molta differenza. Sta girando in questi giorni quella frase di De Gasperi, «un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione» e c’è da sorridere, o da rabbrividire, se pensiamo a come simili parole possano scivolare via in certe coscienze.

L’altro giorno a Montecitorio un deputato ci diceva che secondo lui questa è la crisi più grave della storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Gli ho obiettato che forse gli anni del terrorismo furono più bui. «È vero – mi ha risposto – allora c’erano le bombe e i morti ammazzati per strada. Ma c’erano parlamentari che, davanti al pericolo, fecero fronte comune per sconfiggere il mostro. E ci riuscirono».

Come dargli torto? Dc e Pci, ideologicamente, erano ben più distanti di quanto non siano oggi il centrodestra e il centrosinistra. Ma quando rapirono Aldo Moro, in piazza vedemmo le bandiere bianche scudocrociate accanto a quelle rosse con la falce e il martello. E in Parlamento democristiani e comunisti votarono insieme le leggi per l’emergenza.

Appunto, «emergenza». È la parola che ovunque e in ogni tempo spinge maggioranze e opposizioni a collaborare per il bene del Paese. In Italia, prima ancora che negli anni Settanta, accadde nel primo dopoguerra, quando c’era da ricostruire tutto. Churchill mise insieme laburisti e conservatori. Ma è inutile continuare a fare esempi: sarebbero infiniti.

Oggi non siamo in guerra, ma sicuramente in un gravissimo pericolo. Tutto fa pensare che la strada da provare sia quella di un governo di unità nazionale. Qualcuno può credere che, viceversa, sia meglio andare al voto. Quel che è certo è che tutte le opinioni sono rispettabili solo se sincere. Se sono motivate da interessi di parte, non sono rispettabili per nulla. Anzi, in un momento come questo sono molti simili allo sciacallaggio.

La Stampa 11.11.11