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"Così tramonta un regime", di Guido Crainz

Negli anni trionfali di Berlusconi era possibile sostenere con molti argomenti che non si trattava comunque di un regime: ma come definire il crollare per disfacimento che è sotto i nostri occhi, l´assenza totale di ricambio all´interno del centrodestra, le fughe accelerate e talora sorprendenti, dopo gli “irresponsabili” afflussi dei mesi scorsi (talora con protagonisti non dissimili)? “Muore ignominiosamente la Repubblica” scriveva il poeta Mario Luzi alla fine degli anni settanta: allora la tragedia investiva per intero il Paese e il ceto politico, oggi il centrodestra è in gran parte approdato alla farsa. Ad una dissoluzione senza nobiltà.
All´indomani del 25 luglio del 1943 fra i tanti fedelissimi di Mussolini vi fu un solo caso drammatico, il suicidio per coerenza estrema di Manlio Morgagni, presidente dell´agenzia giornalistica di regime: “Il Duce non c´è più, la mia vita non ha più scopo”, lasciò scritto. Le cronache di questi giorni ci danno, fortunatamente, una tranquilla sicurezza: Morgagni non corre proprio il rischio di avere degli imitatori, neppure incruenti, anche se la paura del suicidio (con riferimento solo alla carriera, naturalmente) è stato l´argomento più evocato nelle dichiarazioni. E con buona pace della giovane deputata del Pdl che ha assunto come suo modello Claretta Petacci.
Non si leggano però solo come farsa le cronache dei giorni scorsi, il ricomparire di transfughi o ex transfughi. C´è in realtà poco da sorridere: ci sono i sintomi di una tragedia nelle private disinvolture e vergogne che molte microscopiche vicende ci raccontano (o ci hanno raccontato nei mesi passati, con segno rovesciato). E che Cirino Pomicino sia fra gli affossatori della “seconda repubblica” è il più malinconico epitaffio sia della “prima” che della “seconda”.
Sono una cosa terribilmente seria le crisi di regime. Coinvolgono nel loro insieme le istituzioni e il Paese, e conviene prender avvio dalle domande più immediate: perché questo ceto politico è riuscito a imporsi sin qui, a occupare così a lungo la scena? La legge elettorale lo spiega solo in parte, e ripropone in altre forme la stessa domanda: perché il centrodestra ha potuto riempire le sue liste di figure di questo tipo senza pagare dazio? Perché nel crollo della “prima Repubblica” è stata solo o prevalentemente questa “società incivile” ad invadere le istituzioni e non hanno trovato spazio voci diverse, espressione di un opposto modo di intendere la politica e il rapporto fra privato e pubblico?
Non ci si fermi però a queste prime e più immediate domande: quando tramonta un regime è necessario un esame di coscienza più profondo. Nel crollo della “prima repubblica” esso fu eluso addossando ogni colpa a un ceto politico corrotto, contrapposto a una società civile incontaminata: le conseguenze dell´abbaglio si videro presto ed oggi nessuno può affidarsi a quel mito. Nel dicembre del 1994, nell´imminente crisi del primo governo del Cavaliere, Sandro Viola scriveva su questo giornale: “quando Berlusconi prima o poi cadrà, sul Paese non sorgerà un´alba radiosa. Vi stagneranno invece i fumi tossici, i miasmi del degrado politico di questi mesi”. I mesi sono diventati anni, quasi un ventennio, e il degrado ha superato da tempo i livelli di guardia. Con una sfiducia nella democrazia ormai dilagante, e con conseguenze pesantissime nell´insieme della società.
Poco meno di un anno fa il rapporto del Censis sul 2010 ha disegnato il quadro di un´Italia sfiduciata, percorsa da una diffusa sensazione di fragilità individuale e collettiva. Incapace di vedere un approdo, una direzione di marcia. Un´Italia “senza più legge né desiderio”: ma tornare a “desiderare”, a sperare, è la virtù civile necessaria per rimetter in moto la società. E per andare in questa direzione, concludeva il Censis, è necessario ridare centralità e prestigio alle leggi e alle regole. Quel rapporto segnalava anche un dato drammatico, che fu colpevolmente rimosso dall´agenda politica: gli oltre due milioni di giovani che non studiavano e non avevano lavoro né lo cercavano. Resi sempre più sfiduciati e apatici dal diffuso trionfare dei “furbetti” e delle corporazioni. Tramontate da tempo le disastrose illusioni del berlusconismo, affermava allora Giuseppe De Rita, un leader vero dovrebbe ridare in primo luogo agli italiani il senso delle loro responsabilità.
Da qui occorre ripartire, da quella “ricostruzione etica” evocata domenica da Eugenio Scalfari: una più generale ricostruzione che riguarda l´intero Paese ma che nella politica deve trovare riferimento e incentivo. Anche per questo un governo di civil servants sarebbe oggi fortemente auspicabile, segno di un´inversione di tendenza cui chiamare il Paese.

La Repubblica 11.11.11

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“Malori, lifting, pacemaker e pisolini tramonta la saga del corpo del Capo”, di Filippo Ceccarelli

Nel vuoto progettuale del suo governo, il sorriso e le ferite hanno rappresentato per anni l´unico “programma” offerto alla gente da Berlusconi. Ieri il medico personale Zangrillo in visita dal premier “Un po´ di febbre in una fase di stress insopportabile, ma l´ho trovato molto determinato”.
Chissà chi è, cosa dice e cosa pensa il medico del presidente entrante, Mario Monti.
Quello esclusivo del sovrano uscente, il professor Alberto Zangrillo, ha provveduto invece a rivelare di aver visitato «spontaneamente» il presidente Berlusconi in questo momento per lui di «stress insopportabile» e di averlo trovato, com´è ovvio, bene. Però non si risparmia e quindi non dorme: «Ci siamo sentiti anche alle tre di notte – ha spiegato – e lui stava lavorando». Lui.
Non si infierirà qui con l´approfondire l´ipotesi, resa plausibile da Dagospia e da un certo va e vieni di Smart a Palazzo Grazioli, secondo cui in queste notti difficili il Cavaliere il Cavaliere stia anche «spatonzando». Il neologismo è addirittura grazioso, ma con l´aria che tira, la gravità del momento e le cose nuove che si intravedono all´orizzonte, tale eventualità appare del tutto secondaria. Così come irrilevante si configura la pur fastidiosa febbre, con coliche, che Berlusconi si è beccato in questi giorni, e per la quale il professor Zangrillo è stato nuovamente consultato e intervistato nel pomeriggio: niente paura, «l´ho trovato molto determinato» e la sua condizione «non desta preoccupazione».
E tuttavia, o forse proprio questo, comunque viene da pensare che fra le mille cose che difficilmente in futuro si rimpiangeranno del berlusconismo, oltre alla figura del medico di corte (debitamente nominato al Consiglio Superiore della Sanità) c´è questa incessante e spasmodica e pervasiva e perfino morbosa attenzione al corpo, presidenziale o regale che sia.
Di Mario Monti si conoscono a malapena alcune foto. Di Berlusconi, in una indimenticabile conferenza stampa, si ricorda che piegandosi verso la platea dei giornalisti si cacciò un dito in bocca e tirato giù un labbro mostrò ai fotografi che ancora gli mancava un dente, per via del lancio di Tartaglia, e sotto la cavità, insisteva, c´era un nervo scoperto. E allora poi subì un´operazione e ricomparve con il più vistoso cerottone sulla guancia. E poi ci fu l´interminabile torcicollo, e un´incongrua scarlattina, e l´intervento al tunnel carpale e una caduta nel bagno di casa, con susseguente tac e gesticolante spiegazione del presidente nell´aula di Montecitorio, e un altro paio di operazioni c´erano state in precedenza, una al ginocchio, un´altra pure in America, con installazione di pacemaker a Cleveland – e sempre Zangrillo fungeva da testimonial non solo della salute del Cavaliere, ma della sua più prorompente vitalità: «Ha il cuore di un atleta, non ha mai perso il suo buonumore, un paziente perfetto». Il suo predecessore Scapagnini, d´altra parte, garantiva un tale sconto anagrafico da rasentare l´immortalità.
Eppure, a lungo andare, tra malanni e vaccini, e mancamenti, lifting, trapianti, Viagra, iniezioni ed eventuali pompette un´intera leva di giornalisti politici ha finito per racimolare una certa competenza clinica, grazie al Cavaliere. Alcuni di loro si sono consolati scoprendo nelle rivelazioni di Wikileaks che anche gli ambasciatori e le cancellerie seguono con molta attenzione queste faccende, e nel caso di Berlusconi ancora di più perché gente a lui molto vicina aveva «cantato» con gli americani, il senatore Cantoni raccontando che le ultime analisi erano «un casino», mentre Letta alzava gli occhi al cielo per via della stanchezza da «wild parties», o feste selvagge.
Ma non poi è che ci volesse il contributo del Dipartimento di Stato per capirlo, perché Berlusconi si addormentava ogni due per tre: sedute parlamentari, conferenze istituzionali, inaugurazioni, mostre, sfilate militari, funzioni religiose e perfino solenni cerimonie di beatificazione, con tanto di cori e campane. Niente, lui dormiva, talvolta pure a bocca aperta. Ma anche qui il fedele Zangrillo assicurava: è perché lavora 18 ore di seguito, «l´uomo è talmente straordinario che i suoi 2 minuti di pisolo equivalgono a 2 ore di riposo di un individuo normale. Si ricarica come una pila di un cellulare».
Tutto questo, compreso il bio-superomismo, per concludere che negli ultimi tre o quattro anni, molto più di quanto sia conveniente riconoscere oggi il discorso pubblico in Italia si è volentieri incardinato attorno al corpo pure manipolato di Berlusconi. Fino al punto di ipotizzare che nel vuoto ideologico e nel deserto progettuale fosse proprio quel volto, al dunque, quella testa, quegli occhietti neri, quel sorriso sempre uguale, quel busto fasciato dei più vari costumi di scena, l´unico vero e segreto programma del presidentissimo Berlusconi. Il quale lo offriva in dono come modello al gentile pubblico non pagante e adesso ferito dalla crisi e desideroso di fare a meno del Cavaliere con tutte le sue diete cinesi, vietnamite e tisanoreiche, i chili persi e conquistati, le vittorie conclamate sulla Malattia, i graffi dei fans nelle adorazioni selvatiche, la voce sensuale negli spot e l´igienista dentale a mezzadria fra Colorado Caffè e don Verzè.

La Repubblica 11.11.11

Produzione industriale -4,8% a settembre il dato peggiore da dicembre 2008

I dati Istat relativi a settembre evidenziano un fortissimo calo rispetto ad agosto, mese che aveva fatto registrare un incremento del 3,9%. Il confronto con lo stesso mese del 2010 evidenzia una flessione del 2,7% (la più marcata da fine 2009). La produzione industriale a settembre è calata del 4,8% rispetto ad agosto (dato destagionalizzato) e del 2,7% su base annua (dato corretto per effetti di calendario). Lo rileva l’Istat. Il ribasso congiunturale è il peggiore da dicembre 2008 e il tendenziale da dicembre 2009. Nel terzo trimestre, la produzione industriale è scesa dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti, mentre il dato nella media dei primi nove mesi del 2011, su base annua, risulta in crescita dell’1,3% (dato corretto per effetti di calendario).

“Il forte calo congiunturale di settembre – spiegano i tecnici dell’Istat – arriva dopo il forte aumento registrato ad agosto”, quindi sulla negatività del dato pesa anche un effetto di confronto con un mese che ha fatto segnare un aumento del 3,9%. Tuttavia anche il confronto con settembre 2010, registra un ribasso deciso. Infatti, spiegano sempre i tecnici dell’Istituto di statistica, si tratta del “tendenziale più negativo dall’inizio della ripresa”, ovvero dalla fine del 2009. Inoltre anche il dato congiunturale del terzo trimestre (-0,1%), mostra una “produzione che resta stagnante sul trimestre precedente”.

Gli indici corretti per gli effetti di calendario (i giorni sono stati a settembre 22 come nello stesso mese del 2010) registrano, una crescita tendenziale per il solo comparto dell’energia (+6,7%). Diminuiscono in modo significativo i beni di consumo (-7,1%) e, in misura più contenuta, i raggruppamenti dei beni intermedi (-2,5%) e dei beni
strumentali (-0,2%).

Nel confronto tendenziale, i settori dell’industria caratterizzati da aumenti sono: coke e petroliferi (+2%), metallo (+1,8%), energia (+7,4%), fabbricazione di macchinari e attrezzature (+3,7%). Tutti gli altri sono in calo, con le diminuzioni più ampie per industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-12,7%) e fabbricazione di prodotti chimici (-9,3%). I settori risultano tutti in calo congiunturale.

da repubblica.it

"Il popolo Idv contro Di Pietro "Non è il momento della demagogia"", di Carmine Saviano

Sul web i militanti dell’Italia dei Valori contro l’annuncio dell’ex pm di non votare la fiducia ad un eventuale governo Monti. “Caro Di Pietro, non è il momento della demagogia. Adesso bisogna salvare l’Italia”. Bastano poche parole diffuse dalle agenzie di stampa e dai quotidiani online: “L’Italia dei Valori non darà la fiducia a un governo Monti”. E in un attimo la rabbia di centinaia di militanti dell’Idv si riversa sulla pagina Facebook e sul blog 1 di Antonio Di Pietro. Non capiscono. Chiedono spiegazioni. Criticano in modo feroce la scelta dell’ex magistrato. “Antonio pensa al bene dell’Italia”, “Sei irresponsabile e populista come il peggior Bossi”, “Sono profondamente delusa da questa scelta”. I messaggi sono chiari e diretti. “Antonio, ma non ti rendi conti che la base del partito non comprenderà mai questa scelta?”.

In molti revocano la fiducia al leader dell’Idv. Tra i tanti messaggi: “Un vero statista lo si riconosce dal comportamento in situazioni come questa. E tu purtroppo in questo momento sei una grandissima delusione”. Ancora: “Speravo in uomini come te ma purtroppo con rammarico di dico: mi auguro che per il futuro il centrosinistra si ricordi di questo tuo atteggiamento e ti lasci fuori da qualsiasi tipo di accordo”. E c’è chi prova a far ragionare Di Pietro: “Andare alle elezioni ora vorrebbe dire altri 2 mesi di incertezza totale nei mercati. Ho capito che volete governare e girar pagina ma pensate al bene della Nazione. Altri 2 mesi di incertezza e senza governo ci ammazzerebbero economicamente e finanziariamente”.

I commenti più duri sono quelli dei militanti. E se alcuni sposano la linea di Di Pietro, altri espongono critiche feroci. L’accusa è di non ascoltare la voce degli iscritti al partito: “Ma ti stai rendendo conto che tutta la base ti sta chiedendo di votare la fiducia verso Monti, consci del fatto che forse è l’ultima possibilità per non fallire?”. Poi: “Verso che elezioni vorresti portare questo paese? Mesi di campagne elettorali mentre lo spread avanza verso il punto di non ritorno?”. E sono numerosi gli inviti a entrare in un eventuale governo tecnico: “Fai valere il tuo peso dentro il governo tecnico. Non starne fuori. Fai il politico, ti ho votato per questo”.

Poi, chi annuncia che non voterà più l’Italia dei Valori: ” Buongiorno, ho sempre votato Idv. Ma in questa battaglia contro il governo tecnico proprio non ci credo. L’Italia è in un momento di gravità eccezionale e servono misure eccezionali”. Poi la richiesta: “Vi chiedo, come vostro elettore, di appoggiare un governo tecnico guidato da una persona di livello come Mario Monti. Non è il momento di fare demagogia, è il momento di salvare l’Italia”. C’è chi sottolinea contraddizioni: “Ma come, andare alle elezioni con il Porcellum che abbiamo cercato di abolire in tutti i modi?”.

da repubblica.it

"La fine della seconda Repubblica", di Gianni Cuperlo

Dimissioni del governo, ma solo dopo il voto sulla legge di stabilità. E’ l’ultimo escamotage del Cavaliere, la mossa disperata di chi messo spalle al muro pensa di rompere il muro a testate. Per noi, invece, è l’avvio di un ciclo nuovo. Il che solleva il nodo di fondo: come le opposizioni si preparano al dopo. Non solo a un possibile governo di transizione o a una campagna elettorale ravvicinata, ma a quella ricostruzione del paese di cui ha parlato Bersani a San Giovanni. E allora non bisogna perdere tempo. Dobbiamo tirare un filo alternativo. Perché, nel breve, potremmo anche dover votare provvedimenti duri e severi, ma tanto più peseranno moltissimo le scelte e gli indirizzi futuri. Insomma l’idea dell’Italia che ci impegniamo a costruire dopo la destra.

Sapendo – e questa è la premessa – che l’epicentro della crisi che ha sconvolto il mondo e rischia di travolgerci è nello sviluppo sregolato della finanza in economia, ma soprattutto in una crescita immorale delle diseguaglianze. Di fronte a questa doppia verità la politica e i media si affidano agli economisti per individuare la via d’uscita più rapida dal pozzo nel quale siamo precipitati. La scelta all’apparenza sembra logica, se hai una peritonite cerchi un chirurgo. Ma le cose non stanno così. Anzi, tra gli errori compiuti sinora spicca anche l’aver affidato agli esperti di economia soluzioni che essi, per quanto competenti, non sono in grado di assumere. La realtà è che se vuole riacquistare legittimità e il senso della sua vocazione la politica, mai come adesso, deve interrogare universi e dimensioni che ha troppo trascurato, dalla filosofia all’etica, dalla psicologia alle nuove domande di senso religiose e civili. Credo lo debba fare per una ragione di fondo che provo a riassumere.

La rottura intervenuta coi crolli bancari del 2008 e la reazione rabbiosa che da lì si è generata – dalla primavera araba agli indignados passando per gli attendati di Occupy Wall Street – va intesa nella sua giusta dimensione che è quella di una frattura di civiltà. Uno di quei mutamenti d’epoca che spinge a rinnovare le forme della convivenza e della crescita comune. Dunque qualcosa che scavalca le più classiche risposte dei governi, sia nella versione della destra (mercatismo e dumping sociale), che della sinistra (spesa pubblica e tassazione progressiva) che della apparente neutralità della tecnocrazia (rigore dei conti e principio di austerity). Ciascuna di queste ricette conta su un bagaglio di teorie, ma nessuna si è mostrata in grado finora di aggredire al cuore la novità.

Prendiamo uno dei capitoli fondamentali nella crisi. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” recita il primo articolo della Costituzione. Ora, lasciamo un istante da parte le cifre sulla disoccupazione. Pensiamo, invece, a cosa ha prodotto un ventennio di flessibilità e bassi salari come requisito stabile di accesso alla vita adulta per qualche milione di persone. Per capirci, ragazze e ragazzi di vent’anni e che oggi ne hanno quaranta. Ciò che hanno conosciuto in prima persona è stata una perdita verticale e assolutamente inedita del valore sociale del lavoro.

E’ chiaro, infatti, che se un lavoro ce l’hai, stabile o relativamente stabile, puoi fondare su quello l’assetto della tua esistenza (una laurea, un progetto di vita, un figlio) e un tratto della tua personalità. In quel caso il lavoro – il valore del lavoro – intreccia l’autonomia della persona, la condiziona e la relaziona con gli altri. Se però quel lavoro, stabile o relativamente stabile, scompare sostituito da un reddito incerto e intermittente, quale sarà il bene primario a cui la persona si rivolgerà? Molto semplicemente, il denaro. Nella scomparsa del lavoro come tratto dell’identità e nella sua riduzione a merce “flessibile” sempre meno retribuita e via via svuotata di diritti, si determina di fatto il primato del denaro inteso come la garanzia ultima della propria libertà e di una possibile legittimazione sociale.

Su questo rovesciamento della gerarchia dove lo strumento (il denaro) ha soppiantato il valore (il lavoro) la destra ha fondato un impianto di politiche pubbliche e culturali. Non è stata solo una soluzione tecnica. E’ stata una rivoluzione antropologica, qualcosa che ha aggredito il “senso” di marcia della comunità. Naturalmente è sacrosanto reagire al problema con una mappa aggiornata degli ammortizzatori. Ma se la politica e la sinistra non si pongono il tema di fondo – come reinvestire il lavoro della sua valenza sociale e sottrarre alla destra l’egemonia accumulata – non potranno estirpare la mala pianta e si accontenteranno di scuotere l’albero dai frutti più bacati. Il che non è poco, ma neppure basterà.

Non è diversa la questione della diseguaglianza, a meno che non la si intenda come un mero scompenso tecnico, una variante laterale nel grande disegno della nuova economia-mondo e della sua cometa finanziaria. Ma anche in questo caso non è così. Quella diseguaglianza è stato il fondamento ideologico di una ristrutturazione profonda dell’ordine sociale. Ha condizionato le strategie di nazioni, governi e parlamenti. Ha spezzato reti di solidarietà e formato aggregati marginali (parliamo di popolazioni intere) destinati a pagare il prezzo massiccio della più radicale opera di ristrutturazione dell’economia e dei profitti dalla presa della Bastiglia. La paura degli altri, la lotta dei poveri contro i più poveri, la sfiducia verso le prospettive di riscatto collettivo, molla scatenante nei moti popolari dell’ultimo secolo, hanno cementato il patto di sangue tra la destra politica e il gotha di Wall Street. Non è solo che hanno guidato il mondo per un pezzo. E’ che lo hanno rimodellato seguendo la trama dei loro pensieri e utili. Hanno requisito i giacimenti naturali, in senso letterale (acque, sementi e terre), mortificato i beni comuni e impoverito il novantanove per cento della società perché, al fondo, era giusto comandasse l’un per cento più ricco e sfrontato. Fino a convincere milioni di persone a pensarla in modo diverso persino su di sé e sui propri bisogni.

Un bel pasticcio capace di incrinare sino a dissolverla la vecchia alleanza tra il capitalismo, lo Stato e la democrazia che aveva piantato storicamente le sue radici in Europa e negli Stati Uniti. Ecco perché la crisi ha questa portata. Perché è crisi del compromesso su cui l’Occidente ha retto la sua lunga egemonia, culturale prima che politica. Ed è di questo che la politica prima o dopo dovrà rispondere. Mi fermo, anche se il discorso parte proprio da qui. Dico solo che sono queste ragioni a sconsigliare di mettere i destini del mondo – o più modestamente dell’Italia – nelle mani esclusive dei tecnici. Questa crisi ha già cambiato storia, politica e geografia, ma è destinata a incidere sul pensiero, sul significato delle esistenze oltre che sulle sorti dei singoli. Molti stanno ragionando su questo. Dall’enciclica sociale di Benedetto XVI alla ricerca critica, e autocritica, del progressismo americano ancora leale verso il suo Presidente ma non reticente verso i suoi limiti e i compromessi che ha dovuto accettare. Per finire con le voci coraggiose di una sinistra che anche alle nostre latitudini ha denunciato la gravità del modello imposto dagli altri. Forse anche noi, a partire dal progetto di Ricostruzione dell’Italia, dovremmo farci carico del problema. Perché il punto non sta nella esegesi della lettera della BCE. Ma in tutto ciò che la politica non ha fatto prima. E allora certo che è tempo di riforme. Ma non esistono riforme neutre. Esistono riforme giuste e coerenti col mondo che si immagina. E dunque esistono solo riforme che assumono un punto di vista del tempo e della storia, come sta facendo il centrosinistra alle prese con la nuova sfida per un governo diverso dell’Europa. Chi dice che non è così e dopo la grandine pensa solo a qualche aggiustamento mente sapendo di mentire. A noi tocca il compito di dire la verità.

L’Unità 10.11.11

Non tagliate il futuro dell'Italia!

Appello e raccolta firme contro i tagli al servizio civile nazionale del CNESC, la dichiarazione di Cecilia Carmassi della segreteria nazionale PD e quella di Ilaria Bugetti delegata Anci per il servizio civile. Con un appello ed una raccolta firme, Cnesc (Conferenza nazionale enti di servizio civile), Forum nazionale del servizio civile e Rappresentanza nazionale dei giovani in servizio civile, ossia le principali realtà in Italia sul tema, avviano i primi passi della campagna “Non tagliate il futuro dell’Italia!” in difesa del servizio civile nazionale. «Operare tagli indiscriminati al Servizio Civile – si legge nel manifesto della campagna – significa non dare ai giovani le adeguate opportunità per fare la propria parte per la comunità, relegandoli ai margini della crescita sociale, culturale e democratica del Paese». Per questo, «affinchè l’Italia riprenda a crescere» investendo sui giovani «rendendoli protagonisti del futuro», organizzazioni del Terzo settore, di enti locali, e migliaia di giovani «rivolgono un appello a tutti i Parlamentari perché si oppongano ai tagli al Servizio Civile Nazionale previsti nella Legge di Stabilità 2012: non tagliate il futuro dell’Italia!». Leggi tutto il manifesto [PDF] e firma la petizione on-line .

Cecilia Carmassi, Responsabile Terzo Settore per la segreteria nazionale del PD, a tal proposito ricorda che “come PD volevamo garantire un contingente di almeno 40.000 volontari l’anno con fondi nazionali, come aveva fatto il governo Prodi, invece il governo ancora una volta taglia gli investimenti sui giovani ed il prossimo anno rischiamo che partano solo 6.000 giovani in servizio civile. Qualcuno penserà che “non c’è trippa per gatti” eppure i soldi per quella cosa ideologica e strumentale che tutti chiamano mininaja si sono trovati, proprio mentre si iniziava a tagliare sul servizio civile.
“Chissà perché – si chiede Carmassi – il governo continua a far pagare la crisi a tutti quei settori che investono in coesione sociale ed in promozione di cittadinanza.”
Conclude con l’invito alla diffusione dell’informazione e alla promozione affinchè ci sia sensibilizzazione nell’opinione pubblica, l’appello è “quando rubano il futuro ai nostri giovani lo rubano anche a noi”

ROMA – “Il servizio civile, senza lo stanziamento di adeguate risorse finanziarie, si avvia alla sua fine’’. A dichiararlo è Ilaria Bugetti , sindaco di Cantagallo e delegato Anci al servizio civile. ‘’L’Anci – aggiunge – esprime la propria preoccupazione per il futuro del servizio civile anche alla luce della dichiarazione pubblicata sul sito dell’Ufficio nazionale per il servizio civile che fa riferimento ai tagli, previsti nell’ultima manovra finanziaria, al Fondo Nazionale’’. La riduzione del Fondo, prevista nella legge di stabilità 2012 in esame al Parlamento, da 112 milioni della legislazione vigente a 68 milioni per il prossimo anno si inserisce in un preoccupante percorso di progressivi tagli con una riduzione del 77% in 4 anni a partire dal 2008 che si traduce in una diminuzione delle possibilità per i giovani di svolgere una importante esperienza di formazione e cittadinanza attiva.
Quello che si prevede è che nel 2012 sarà possibile finanziare 10 mila posti mentre per il biennio successivo il numero delle esperienze di servizio civile finanziate sarà poco più della metà, pari a 11 mila posti per il 2013-2014. Non e’ certo che, in caso di decurtazione del Fondo, si possa garantire la copertura dei costi dei posti messi a bando recentemente. ‘’Siamo preoccupati per la sostanza del provvedimento – sottolinea la delegata Anci – ma anche per il metodo adottato che rischia di non riconoscere la possibilita’ di svolgere un’esperienza di servizio civile a chi in realta’ ne ha pieno diritto. Nel caso infatti venisse approvata la legge di stabilita’ i tagli al Fondo nazionale per il servizio civile produrrebbero effetti su progetti gia’ presentati, valutati e approvati’’. ‘’L’Anci – conclude Bugetti – ribadisce la propria disponibilita’ a collaborare nei modi e nelle sedi deputate, ricercando soluzioni adeguate a garantire la prosecuzione del Servizio civile nazionale, esperienza di cittadinanza attiva per i giovani che rappresenta un investimento importante che le istituzioni hanno il dovere di fare sulle future generazioni’’.

www.partitodemocratico.it

"Possiamo farcela" di Ferruccio De Bortoli

La nomina, a sorpresa, di Mario Monti a senatore a vita prelude alla sua designazione, appena sarà approvata in tutta fretta la legge di stabilità, alla guida di un esecutivo di emergenza nazionale. Una mossa che sottrae il nome dell’economista milanese alla contesa politica e ne sottolinea le qualità super partes. È significativo che la scelta di Napolitano abbia la controfirma, non necessaria, di Berlusconi. Il premier uscente, è bene ricordarlo, ebbe il merito di proporre, nel ’94, il presidente della Bocconi come commissario europeo. Il pensiero di Monti è noto ai lettori del Corriere. Il prestigio internazionale è indiscusso. La sua bussola è l’Europa. Non è un freddo tecnocrate, è un italiano appassionato, disposto a svolgere il ruolo di civil servant senza mire personali. È portatore di idee, non di interessi.
Una svolta clamorosa. Indispensabile e indifferibile dopo quello che è accaduto ieri sui mercati: il crollo della Borsa, lo spread fra i nostri Btp e i Bund tedeschi a 553 punti, lo spettro di un default alla greca. La regia del presidente della Repubblica è stata saggia e ferma, agevolata anche dal senso di responsabilità di parte dell’attuale maggioranza. Ma il cammino è terribilmente in salita. Le incognite numerose, a cominciare dalle forze politiche che potranno appoggiare un eventuale esecutivo tecnico.
Il Paese ha vissuto ieri una giornata drammatica. I mercati hanno mostrato di non avere più fiducia in noi. Oltre il 7 per cento nel rendimento dei titoli pubblici, uno Stato entra in una sorta di inferno del debitore. Nessuno o quasi è più disposto a fargli credito. I mercati hanno sempre ragione? No, speculano e si accaniscono sul più debole. Ma ci puniscono perché non siamo credibili e in più ci fanno pagare anche le colpe degli altri. Dobbiamo smetterla di fare il loro gioco. È ora di pensare, veramente, all’Italia. Uno scatto d’orgoglio.
Il segnale dev’essere forte, immediato, comprensibile agli stranieri infastiditi dalle nostre alchimie e dai nostri ritardi. Un esecutivo di emergenza nazionale, con una guida autorevole, può convincere gli investitori esteri che facciamo sul serio. Ridare fiducia a famiglie e imprese. Restaurare l’immagine di un Paese che è solvibile, ricco di primati, valori e talenti. Le forze politiche più consapevoli possono appoggiarlo nel nome dell’interesse comune, disposte a rinunciare al piccolo cabotaggio dei veti incrociati, alla bassa speculazione elettorale. Un tempo sospeso, o una fase di neutralità, consentirebbe ai partiti di riprendere i termini di una normale contesa politica, avviandosi anche alle elezioni, dopo aver messo in sicurezza il Paese. Non si può minimamente pensare di uscire da una crisi di credibilità finanziaria così profonda senza accettare sacrifici, purché questi siano equi e proporzionali, trasparenti e utili per tornare a crescere, creare lavoro e reddito. Ma a una condizione: l’esempio lo deve dare subito la politica, tagliando i suoi costi. E non per finta.

Il Corriere della Sera 10.11.11

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“La riserva della Repubblica”, di Stefano Folli

Se le forze politiche hanno voglia di mostrare senso di responsabilità e intendono sul serio dar vita a un’ampia maggioranza per l’Europa, questo è il momento di dimostrarlo.
Si sta aprendo una finestra di opportunità che durerà alcuni giorni. Ma non molti: diciamo da oggi fino al termine della prossima settimana. In questo lasso di tempo accadranno varie cose. Primo, il Parlamento approverà entro sabato o domenica la legge di stabilità, emendata in sintonia con le richieste europee.

Secondo, Silvio Berlusconi rassegnerà le dimissioni, secondo l’impegno preso con il Quirinale. Terzo, Napolitano individuerà il nome con cui tentare la formazione del nuovo governo. Quarto, le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, saranno chiamate a esprimersi subito, sapendo che l’alternativa a un esecutivo per l’Europa saranno le elezioni.
Quinto punto, deve esser chiaro fin d’ora che Napolitano non si accontenta di un governo debole, basato su numeri parlamentari striminziti e svogliati: l’operazione ha un senso se si crea un fronte compatto, capace di rappresentare una risposta concreta e non solo retorica all’emergenza. Quindi nessun «ribaltone», nessun «tradimento» (secondo il lessico del centrodestra) della maggioranza che vinse nel 2008, ma anche nessun esecutivo affidato alla benevolenza di piccole pattuglie parlamentari in cerca di visibilità.

Questa è la risposta istituzionale al dramma vissuto ieri dalla nazione. L’Italia è sprofondata come non accadeva da decenni, mentre sulla scena internazionale si rincorrevano gli allarmi e le manifestazioni di pessimismo. A Roma si sono vissute ore di sgomento, finchè il presidente della Repubblica ha preso in mano il bandolo della matassa: in primo luogo evitando che le dimissioni posticipate di Berlusconi si trasformassero in una dilazione incomprensibile, contro la quale i mercati finanziari si stavano già scagliando con brutale violenza.
In secondo luogo il Quirinale ha precisato l’agenda dei prossimi giorni e infine, in serata, con un colpo di sicuro effetto, ha nominato Mario Monti senatore a vita. In tal modo ha rafforzato il profilo istituzionale del professore milanese, in vista di futuri incarichi. L’ingresso di Monti in Parlamento consolida, e non poco, quel ruolo di «riserva della Repubblica» che il Quirinale ha disegnato per lui.
Ora sarà più difficile per tutti parlare – con un pizzico di supponenza – di governo «tecnico», visto che il senatore Monti svolgerà nel caso una funzione tipicamente istituzionale, nel quadro di un esecutivo voluto dal capo dello Stato.

Tutto avviene in fretta, poiché la forbice fra i ritmi della politica e l’impeto della crisi finanziaria non è tollerabile. Ma quante probabilità ci sono che le larghe intese per l’Europa prendano forma in questo Parlamento? E’ evidente che nel Pdl post-berlusconiano si sta muovendo qualcosa, che i centrsti di Casini sono determinati e che il Pd risponde all’appello di Napolitano.
Ma vicino al premier uscente si parla di «guerra» ai traditori (il «Foglio» di ieri), mentre la Lega vuole andare all’opposizione dei «tecnici». E sull’altro versante gli scenari non sono migliori. Vendola vuole il voto subito, al pari della Cgil della Camusso, e Di Pietro è contrario a un esecutivo che si limiti ad applicare le ricette della Bce.
Conclusione. In Parlamento la maggioranza per l’Europa può esserci sulla carta, ma forse non avrà la forza sufficiente a governare. In tal caso potremmo assistere a uno sviluppo straordinario: il governo di larghe intese, magari guidato da Monti, potrebbe trasformarsi in un cartello elettorale e presentarsi al voto anticipato in nome del programma europeo. Gestendo, s’intende, le elezioni da Palazzo Chigi.

Il Sole 24 Ore 10.11.11

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“La pressione dei mercati allontana il voto”, di Massimo Franco

L a promessa di dimissioni non è bastata ai mercati finanziari. E questo costringe ad accelerare i tempi dell’uscita di scena di Silvio Berlusconi, per evitare che lo spread fra titoli di Stato italiani e bund tedeschi avvicini il nostro Paese al punto di non ritorno. L’impegno berlusconiano a farsi da parte dopo l’approvazione delle misure di stabilità è suonato ambiguo. Ed è stato bocciato a livello internazionale. Giorgio Napolitano è stato costretto a ribadire che le dimissioni del premier sono «fuori discussione»; e che la legge di stabilità sarà approvata «in tempi brevi»: probabilmente fra sabato e domenica. Ma il Quirinale annuncia anche che o si farà un nuovo governo, o si andrà rapidamente ad elezione anticipate.
La nomina a senatore a vita di una personalità di prestigio come il professor Mario Monti, presidente dell’università Bocconi ed ex commissario europeo, è un indizio della volontà del capo dello Stato di non rinunciare a salvare la legislatura. Si tratta di una mossa per rassicurare i mercati e disarmare le polemiche su un possibile «governo tecnico». Ed è anche la conferma del ruolo determinante che la comunità finanziaria sta assumendo nella crisi italiana. Si parla di un Berlusconi rassegnato alle dimissioni e alla nascita di un governo Monti: anche se la Lega non lo vuole avallare, e con Umberto Bossi un nucleo duro di falchi del Pdl. In poche ore, i sospetti di possibili manovre dilatorie da parte di Berlusconi sono stati rilanciati e perfino esagerati dall’aumento verticale dello scarto fra Btp e titoli tedeschi, oltre la soglia-limite dei 550 punti.
A contribuire a questa accelerazione sono state anche le pressioni dell’Udc di Casini e del Pd di Bersani. Il loro aut aut ha reso meno ostico il compito di Napolitano, chiamato a convincere il governo a fare in fretta. Di rimbalzo sono meno scontate le elezioni anticipate, che il Cavaliere considerava inevitabili. Si tratta di una prospettiva non scongiurata del tutto. Ma se i tempi della crisi si accorciano, aumentano i margini di Napolitano per dare vita ad una nuova coalizione. È verosimile che entro lunedì possa affidare ad un altro presidente del Consiglio, forse proprio Mario Monti, il compito di formare un governo con dentro il grosso del centrodestra e del centrosinistra. E che gli chieda di realizzare la durissima manovra economica chiesta all’Italia dall’Europa per finanziare il suo debito; e sulla quale Berlusconi non offre garanzie, esponendo il nostro Paese alla speculazione.
I sostenitori più irriducibili del premier, come il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, arrivano a criticare quanti hanno detto che «sarebbero bastate le dimissioni di Berlusconi per cambiare le valutazioni della speculazione nei confronti dell’Italia». Dimenticano un dettaglio: il premier in realtà non si è ancora dimesso. E nelle istituzioni finanziarie internazionali, l’ennesimo scarto fra parole e fatti non è comprensibile. Ma questo rende bene l’atmosfera di assedio e di recriminazione che la cerchia berlusconiana vive, illudendosi di scaricare all’esterno le responsabilità del disastro che comincia a delinearsi.
L’assedio, però, ormai parte anche da settori dello stesso Pdl. Umberto Bossi già si sente all’opposizione, e spiega che Berlusconi «è stato tradito dai suoi». Il possibilismo di personaggi come Maurizio Lupi, o del ministro degli Esteri, Franco Frattini, oltre al gruppo del presidente dell’Antimafia, Giuseppe Pisanu, e a Claudio Scajola, prefigura un’implosione. Un «no» alle elezioni anticipate è quello che il premier e la Lega temono di più. Ma nel momento in cui Berlusconi si dimetterà, ogni parametro politico cambierà. E, per quanto difficile, potrebbe spuntare una coalizione che apra un dopo-Berlusconi ormai indispensabile. In tempi brevissimi, sperando che scoppi una tregua nell’offensiva tendente ad affossare l’Italia, e per suo tramite l’euro.

Il Corriere della Sera 10.11.11