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"Il Cavaliere: è finita la Seconda Repubblica", di Claudio Tito

«Nel ´94 è finita la Prima Repubblica, ora finisce la Seconda». La melanconia con cui Berlusconi nell´ultimo vertice del Pdl ha dato il via libera alla candidatura di Monti è forse condita da un eccesso di solennità.
Ma dà bene il senso del passaggio che si è consumato nel giro di 12 ore. L´idea che non solo la stagione politica del Cavaliere è finita ma anche quella del berlusconismo è racchiusa in quella frase. E infatti le conseguenze politiche che derivano dalla nascita di un esecutivo guidato da un “esterno” vanno bel al di là di una semplice e ordinaria successione a Palazzo Chigi. Si chiude un ciclo che, però, apre una serie di questioni dentro e fuori gli schieramenti.
Basti pensare all´esplosione che sta subendo il Popolo delle libertà. Il principale partito italiano sembra deflagrare in mille correnti e gruppi di potere proprio come accadde 17 anni fa con la Dc e il Psi. Una miriade di corpuscoli alla ricerca di un nuovo agglomerato e attratti dal Terzo polo di Casini. Non solo. Nel campo del centrodestra la Lega deve fare i conti con una novità assoluta: la rottura dell´asse tra Bossi e il premier uscente. Dopo più di dieci anni si ritrova a navigare in solitaria e con i sondaggi che indicano un costante declino per il Carroccio. Non è un caso che tra le ultime garanzie reclamate da Bossi ci sia quella di liberare la presidenza della Regione Lombardia trasferendo Formigoni nel nuovo gabinetto («Lui è contento – ha ripetuto ieri il Senatur al premier – e Maroni può andare al Pirellone»). Come se i leghisti volessero rinchiudersi nel fortino lombardo per allontanare i rischi del crollo definitivo.
Nelle trattative per uscire di scena, anche il presidente del consiglio chiede assicurazioni. Sulle sue aziende e sulla giustizia. Del primo punto ha parlato con Fedele Confalonieri, del secondo ha discusso con Gianni Letta chiedendogli di rimanere nel nuovo gabinetto sponsorizzando anche la conferma di Nitto Palma. Mentre si volta pagina, dunque, tutti sembrano chiedere dei bonus per il futuro. Anche il centrosinistra. Che con la prosecuzione della legislatura ha rinunciato ad una probabile vittoria elettorale e ha accettato una fase in cui gli attuali equilibri interni verranno rimessi completamente in discussione. A cominciare dalla pole position di Bersani per la futura premiership.
In questo quadro l´accelerazione dei tempi per le dimissioni di Berlusconi e l´approdo a Palazzo Chigi di Monti è stata segnata dallo shock che si è abbattuto sui nostri titoli pubblici e sulla borsa. Una scossa senza precedenti che ci ha sospinto verso il baratro. Il presidente della Repubblica Napolitano è dovuto intervenire due volte per spiegare ai mercati – copiloti determinanti di questa crisi politica – che le dimissioni del governo erano scontate. I tempi di approvazione della Legge di Stabilità e del probabile nuovo governo sono così dettati dall´agenda europea e dalla quotazione dei Btp. Il Quirinale vuole infatti chiudere la partita entro lunedì prossimo per presentare Monti alla riapertura dei mercati. Ma sulla compagine governativa che la prossima settimana si sottoporrà all´esame del Parlamento e dell´Euro, pesa un altro fattore: il tempo di durata. Molti – a cominciare da diversi esponenti democratici – non credono che una maggioranza con Pdl e Pd possa durare fino alla fine della legislatura. E qualcuno – come gli ex An, Alfano e Bersani – potrebbero essere interessati ad una stagione di breve durata per tornare al voto alla fine della prossima primavera (a giugno). Nella speranza di aver messo una toppa al cratere che si era aperto nella credibilità internazionale dell´Italia, senza però perdere le attuali posizioni di vantaggio. Anche perché un esecutivo in carica fino al 2013 comporterebbe lo svolgimento del referendum elettorale o la definizione di una riforma del sistema di voto. Una vera spina per Monti e un´ipotesi che terrorizza trasversalmente quasi tutti i partiti.

La Repubblica 10.11.11

«L’Italia prima di tutto, Sì a un governo diverso ma niente ribaltoni», di Simone Collini

Il segretario del Pd: «Basta con i giochetti. Ora un esecutivo di emergenza per fermare la crisi sui mercati. Se la destra non ci sta, subito alle elezioni». La spinta della piazza: «La nostra manifestazione è stata determinante per l’esito della crisi. Chi è venuto a Roma non lo ha fatto per niente». Questo governo ci ha precipitati nel discredito, nell’umiliazione, nella totale mancanza di credibilità». La preoccupazione per l’andamento della Borsa e per il nuovo record segnato dai tassi d’interesse dei Buoni del tesoro sembra quasi superare la soddisfazione per le annunciate dimissioni di Berlusconi. Dice Pier Luigi Bersani che la soddisfazione è «per come abbiamo condotto una battaglia che si sta rivelando positiva, per come abbiamo indotto il Parlamento a certificare la crisi della maggioranza col voto, e per come abbiamo ottenuto l’accelerazione della fase politica». Oggi viviamo «un disastro annunciato», dice guardando ai dati economici. «Almeno da noi». Il leader del Pd parla nel suo studio a Montecitorio. Lo sguardo è ora rivolto a domenica quando, «se il Presidente della Repubblica ritiene, c’è la possibilità di iniziare le consultazioni».
I mercati non si sono fidati dell’annuncio di dimissioni del premier? «Tutto il mondo ormai lo conosce, i suoi gesti non sono mai senza ombre. E ringraziamo il Capo dello Stato che con una nota ha messo in chiaro che non c’è nessuna incertezza sulle dimissioni di Berlusconi e che sono infondati i timori di una prolungata inattività governativa». Napolitano in quella nota ha scritto: nuovo governo o voto.
«La stessa alternativa di cui parlo ormai da un anno, e che è stata testardamente impedita da una maggioranza che di fronte ai problemi del Paese si è dimostrata totalmente irresponsabile. Ora, su spinta dell’opposizione e per vie parlamentari, siamo arrivati a una svolta. Sono soddisfatto, ma ora c’è l’esigenza di accorciare i tempi per l’approvazione della legge di stabilità e per le dimissioni. Abbiamo dato la nostra disponibilità ad ogni forma di accelerazione, anche se nel merito continueremo ad opporci».
Lei vede le condizioni per un nuovo governo?
«Non ho la sfera di cristallo, quello che però posso dire è che noi siamo pronti a fare la nostra parte a sostegno di un governo di transizione che abbia la necessaria credibilità sul piano internazionale per attuare misure eque e far fronte a un’emergenza conclamata».
Oltre a quelli di Pd, Idv e Terzo polo servirebbero una sessantina di altri parlamentari del centrodestra per dar vita a una maggioranza stabile. Difficile però che ci sia un tale smottamento nel Pdl, non crede?
«Chiariamo subito, la nostra proposta non comporta in nessun modo ipotesi di ribaltoni o la ricerca di frange di supporto al margine. Opzioni Scilipoti, per intenderci, non ci interessano. Ci deve essere un larghissimo coinvolgimento, una presa di coscienza della situazione in cui versa il Paese e un’ampia assunzione di responsabilità». Allora la vostra è una disponibilità condizionata…
«Ma certo che poniamo delle condizioni. E sono le stesse condizioni che richiede la realtà: un governo credibile e che segni una netta discontinuità. Adesso quel che serve non è una maggioranza abborracciata, fatta con pezzi di partiti, non è un ribaltone o un aggiustamento con qualche transfuga. Non ci crederebbe nessuno». Che il Pdl come partito appoggi il nuovo governo è però difficile visto che Berlusconi ha già detto che dopo di lui c’è il voto, non crede?
«È indecente che il presidente del Consiglio dimissionario indichi la strada. Sono parole che non voglio neanche prendere in considerazione e aspetto le valutazioni del Capo dello Stato, le sue consultazioni».
Ha considerato il rischio che tutto il peso del nuovo esecutivo, con un disimpegno di Berlusconi, nei principi o nei fatti, gravi su di voi?
«Il Pd deve innanzitutto preoccuparsi del fatto che l’Italia è in pericolo, che viviamo il momento più difficile dal dopoguerra ad oggi. L’intera classe dirigente, se è degna di questo nome, ha gli strumenti per vedere che sono in gioco posti di lavoro, redditi, risparmi. Dopodiché se non c’è un’assunzione di responsabilità seria, bisognerà registrare che non ci sono le condizioni per un governo di emergenza. Dovrà però essere chiaro che noi saremo gli ultimi a staccare la spina a questa ipotesi. Noi ci siamo, ci crediamo, e se per volontà della destra non sarà possibile dar vita a un nuovo governo si vada subito ad elezioni. Noi non abbiamo paura di andare al voto». Pensa sia ancora possibile andarci con un’alleanza tra progressisti e moderati?
«Certo, l’ho voluto anche dire davanti alla nostra gente, tutti quelli che sabato sono venuti a San Giovanni, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, e che non hanno fatto il viaggio per niente! Quella manifestazione è stata determinante per lo sviluppo politico, abbiamo fatto vedere la forza di cui disponiamo».
Perché insistere sull’alleanza col Terzo polo ora che i sondaggi danno il centrosinistra sette punti avanti il centrodestra?
«Proprio ora che l’emergenza si fa più evidente aumentano le ragioni della nostra proposta. Il tramonto di Berlusconi pone il problema di una ricostruzione economica, sociale, democratica. E allora tutti sono chiamati a decidere da che parte stare, se dal lato del modello populista o se fare la scelta democratica e per un nuovo patto sociale. Di quà o di là, non ci saranno alternative».
I due alleati del centrosinistra intanto sembrano pensarla diversamente da lei circa lo sbocco della crisi e la necessità di un governo di transizione. «Non mi risulta che Di Pietro o Vendola abbiano detto qualcosa di diverso, anche se Di Pietro ha espresso una preferenza per le elezioni anticipate. Ma se ha cambiato idea lo dirà al Capo dello Stato. Sia chiaro che c’è la politica e c’è anche il politicismo, ma prima c’è l’Italia».
Chi pensa debba guidare il governo di emergenza?
«I nomi spettano al Presidente della Repubblica. Quello che io penso è che debbano essere nomi coerenti col problema che abbiamo di fronte, che riguarda il piano economico e finanziario e che si pone anche sul fronte internazionale. La ricerca va fatta in quella direzione».
Come giudica la nomina da parte del Quirinale di Monti a senatore a vita? «È una scelta eccellente, arricchirà il Parlamento di un tratto di personalità e di esperienza preziosi».
Come vi comporterete di fronte alla legge di stabilità?
«Se corrisponde a quanto abbiamo letto fin qui voteremo contro. Se ci saranno novità, le valuteremo assieme alle altre proposte. Ma faremo in modo che questa agonia duri il meno possibile. Dobbiamo chiudere in fretta questa fase e, se il Presidente lo ritiene, c’è la possibilità di iniziare le consultazioni già domenica».
È ipotizzabile che il nuovo governo arrivi a fine legislatura o prevede che in ogni caso si voterà prima del 2013? «Non si possono fissare scadenze, un governo si tara non mettendo date ma dando obiettivi. La prima criticità sottaciuta, che il nuovo esecutivo dovrà risolvere, è che la manovra approvata prevede per il 2012-2013 20 miliardi reperibili nella delega assistenziale. Si tratta di una vera e propria bomba ad orologeria perché il governo vuole prendere 20 miliardi da dove non ci sono. È solo un primo esempio. Noi ribadiamo l’esigenza e l’impegno per il pareggio di bilancio, ma le misure che dovrà attuare il nuovo governo non potranno essere a carico dei lavoratori e della povera gente».

L’Unità 10.11.11

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“L’opposizione: tempi rapidi per l’uscita di scena di Berlusconi”, di Maria Zegarelli

Le opposizioni accelerano i tempi dell’approvazione del maximendamento per arrivare alle dimissioni di Berlusconi già domenica. Pd e Udc lavorano al logoramento del Pdl per il governo di transizione a guida Monti. Accelerare i tempi per arrivare alle dimissioni di Silvio Berlusconi già sabato sera, al più tardi domenica, dopo il via definitivo al maxiemendamento e poi subito un primo giro di consultazioni al Quirinale. È stata questa la linea delle opposizioni che ieri mattina hanno iniziato la girandola di incontri per decidere come procedere con l’approvazione dell’assestamento di Bilancio alla Camerache alla fine ha avuto il via con 283 sì e un numero legale raggiunto per appena sette voti e poi della modifica della legge di stabilità. Non voto all’assestamento di Bilancio, come è accaduto martedì scorso con il Rendiconto dello Stato, mentre per il maxiemendamento la decisione arriverà dopo l’esame del testo, anche se Antonio Di Pietro già ora annuncia che non voterà la «macelleria sociale» che si annuncia. L’opposizione, non presenterà subemendamenti, come d’altra parte la maggioranza, e il Pd, annuncia la capogruppo Finocchiaro, «farà solo alcuni interventi in discussione generale e una sola dichiarazione di voto».
L’accelerazione è stata sì imposta dalla necessità di stringere i tempi sulle dimissioni di Silvio Berlusconi ma soprattutto da un’altra drammatica giornata che ha visto la borsa precipitare e lo spread schizzare ben oltre il livello di guardia, tanto da spingere il Capo dello Stato a diffondere una nota mirata ad arginare il disastro finanziario. Altro segnale del precipitare dei tempi è stata la nomina di Mario Monti a senatore a vita, l’uomo a cui tutti guardano come la possibile guida di un governo di transizione. Nomina salutata da Pier Ferdinando Casini come «una splendida notizia per tutti gli italiani. Certamente Mario Monti è l’emblema di quei cittadini meritevoli che onorano la Patria. Da oggi rafforzerà il prestigio del Parlamento in una fase difficile della nostra vita democratica».
Una «scelta eccellente» per il segretario Pd Pier Luigi Bersani, che aggiunge: «Sono sicuro che arricchirà il parlamento di un tratto di personalità e di esperienza assolutamente preziosi». Il primo passo verso il giro di consultazioni al Colle, a cui Pd e Terzo Polo hanno lavorato alacremente anche durante queste ultime ore. È stato Casini a portare avanti il lavoro di logoramento ai fianchi del Pdl perché il governo di transizione ha una chance soltanto nella misura in cui il sostegno al nuovo esecutivo arriva con ampi numeri garantiti non dagli Scilipoti di turno ma da nomi di peso. Beppe Fioroni si sbilancia: «Sarà lo stesso Pdl a volerlo perché altri tre giorni di tempesta finanziaria e poi lo voglio vedere Berlusconi annunciare la campagna elettorale». Walter Veltroni a Rainews24 auspica «tempi molti rapidi», giorni, «poche ore». E lo ribadisce durante il caminetto convocato alle otto di sera al Nazareno, durante il quale tutti i big sono sostanzialmente sulla stessa linea. Enrico Letta aprendo la discussione dice: «Massima fiducia al Colle», ottimo il segnale della nomina di Monti, il Pd è pronto a fare la sua parte e se alla fine non «si dovessero creare le condizioni» per il governo di transizione, allora si va al voto. Massimo D’Alema sonda gli umori del Parlamento: non sono orientati per le urne.
Ma se il Pd trova la quadra, dall’Idv Di Pietro mette le mani avanti: «Napolitano sta svolgendo un ruolo importante e fondamentale vedremo che frutti porterà, noi preferiamo le elezioni perché non possiamo accettare alternative al buio». Anche Sel con Gennaro Migliore torna a chiedere il voto, ma Bersani, che è in continuo contatto, replica: «Noi chiediamo un governo di emergenza nazionale. Non mi risulta che Vendola o Di Pietro abbiano detto cose diverse: se hanno cambiato idea, lo diranno al Capo dello Stato perché c’è la politica ma prima c’è l’Italia». Un deputato Pd è certo: «Di Pietro non dirà no ad un governo Monti».

L’Unità 10.11.11

"Una vita con B", di Massimo Gramellini

Politico, impresario, presidente di calcio, venditore di sogni, comico, playboy. Vent’anni passati (per lavoro) a seguire l’ascesa di Berlusconi. Forse solo adesso che sta, oh molto lentamente!, evaporando nell’album dei ricordi, comincio a rendermi conto con un certo spavento che ho trascorso metà della mia vita a occuparmi di B. Anche molti di voi, lo so. Per quanto un po’ meno di me, che come cronista l’ho avuto accanto fin dal primo giorno di lavoro. Quando il mio vicino di scrivania al «Giorno» mi mostrò una fotografia del neo-presidente del Milan fra Baresi e Maldini. «Tempo sei mesi e al loro posto ci saranno due carabinieri!» mi vaticinò, quel comunista. La prima di tante previsioni sbagliate.

Sei mesi dopo al posto dei carabinieri c’ero io, ma B non era nelle condizioni di spirito per farci caso. Eravamo in un salone dei palazzi vaticani per l’udienza del Milan col Santo Padre. Un vescovo si avvicinò a B: «Come d’accordo, Sua Santità parlerà dopo di lei…» B, che non ne sapeva nulla, sorrise al porporato, poi si girò verso i suoi e lì investì con una strigliata memorabile. Gli restavano dieci minuti per improvvisare un discorso, Lo seguii di nascosto, lungo i velluti di un corridoio laterale: mi incuriosiva vederlo all’opera in una situazione di emergenza. Lo osservai camminare avanti e indietro. Contorceva la bocca e componeva arabeschi con le mani. Si stava caricando.

Alla fine della passeggiata indossò il suo miglior sorriso celentanoide e affrontò Wojtyla con poche, leggendarie parole. «Santità, in fondo Lei assomiglia al mio Milan». Qualche cardinale sussultò. «Perché anche Lei, come noi, è spesso in trasferta, a portare in giro per il mondo un’idea vincente, che è l’idea di Dio». Fu un trionfo. B si era trascinato al seguito un esercito di milanisti, giornalisti e inserzionisti – il Gruppo, come lo chiamava lui – e li presentò al Papa uno alla volta, alla sua maniera: «Questo è Ruud Gullit, Santità. Già 12 gol quest’anno, di cui tre in Coppa dei Campioni». Wojtyla abbozzò un sorriso di cortesia. «E questo è Gigi Vesigna, direttore di Sorrisi e Canzoni: un milione di copie, molte più di Panorama!». Il Papa si illuminò: «Panorama! Io leggo sempre Panorama!». B ci rimase così male che forse in quel momento decise di comprare la Mondadori.

Avevo ventisei anni e mi faceva già così ridere e così paura. Era il cumenda moderno, circondato dal servilismo dei collaboratori. Arrivava all’allenamento del Milan in elicottero, si toglieva l’impermeabile e lo lanciava dietro le spalle, dove c’era sempre qualcuno che lo pigliava al volo. Scrissi che il raccattacappotti era il nuovo portiere del Milan e si arrabbiarono tutti, specie il portiere del Milan. L’allenatore Sacchi, adulatore furbissimo, iniziava le conferenze del sabato con una formula magica: «Permettetemi anzitutto di ringraziare il Dottore, che è una persona meravigliosa. Senza di lui, noi non saremmo qui». Alla decima volta un collega alzò la mano: «Senta, Sacchi, premesso che il Dottore è una persona meravigliosa, ci dice la formazione?».

Io scrivevo tutto. Anche la didascalia sotto la celebre foto che lo ritraeva con Confalonieri, Dell’Utri e Galliani: in maglietta bianca e in fila per uno: «Il Gruppo, compatto, suda agli ordini del Dottore». Non poteva durare. Il direttore del «Giorno» Lino Rizzi, indicato (come si diceva allora) dalla Dc, mi mandò a chiamare. «B ha detto che se non la smetti di prenderlo in giro, ci toglie la pubblicità di Canale 5». E tu cosa vuoi che faccia, direttore? «Il tuo dovere. Con prudenza. Ma non smettere di raccontare quello che vedi». Il primo miracolo di B: farmi rivalutare i democristiani.

Già allora esisteva un doppio B: quello solare delle apparizioni in pubblico e il personaggio misterioso che aveva potuto disporre, a meno di trent’anni, di prestiti miliardari. Ma nei lunghi pomeriggi di Milanello la storia extrasportiva che tutti ci raccontavamo a mezza bocca riguardava il famoso patto di Segrate. Quando B e la Mondadori, non ancora sua, avevano firmato di venerdì pomeriggio un accordo solenne per spartirsi la pubblicità televisiva a partire dal lunedì successivo. Dopo le foto e i sorrisoni di rito, B rientrò nei suoi uffici e, così narra la leggenda, si rivolse al segretario Urbano Cairo e agli altri collaboratori come in un film: «Sincronizzate gli orologi: abbiamo solo 48 ore prima che entri in vigore l’accordo. Rastrellate tutta la pubblicità che c’è in giro!». Il lunedì la Mondadori si trovò senza più neanche uno spot e di lì a qualche giorno dovette vendere Retequattro. A chi? A B.

Questo aneddoto forse un po’ romanzato (magari, conoscendolo. proprio da lui) è il test che utilizzo da anni per capire gli orientamenti politici dei miei interlocutori. Se rispondono «vergogna, che disprezzo per le regole!», sono berluscallergici. Se dicono «intanto però lui nel weekend ha lavorato!», sono berluscloni.

Fui testimone oculare di una censura. Un collega del suo «Giornale» aveva intervistato Baresi, piuttosto critico con il presidente. Il pezzo, intitolato «La difesa del Milan attacca B», era saltato alle undici di sera in tipografia, goffamente sostituito da una foto di Trapattoni delle dimensioni di un poster. Ci trovavamo ad Ascoli, al seguito del Milan, e il collega censurato passò la giornata successiva al telefono della mia stanza d’albergo, così potei assistere in diretta al balletto straziante degli scaricabarile. Baresi smentì l’intervista. Montanelli, ancora direttore, chiese al giornalista se aveva la registrazione, ma nello sport allora non usava: tutto era affidato ai taccuini. A malincuore persino il grande Indro dovette allargare le braccia. Così la censura passò e divenne un precedente. Lasciai Milano e «Il Giorno» per Roma e «La Stampa», convinto che non lo avrei incrociato mai più. Lo rividi una notte a Barcellona, la Coppa dei Campioni fra le braccia, mentre catechizzava la folla di un ristorante: «Un giorno farò l’Italia come il Milan!». Tutti a darsi di gomito, tranne i cronisti sportivi che lo seguivano da una vita. Solo loro sapevano che uno così era capace di tutto.

Il ponentino romano mi deberlusconizzò rapidamente. Avevo quasi nostalgia di B, quando una sera di novembre il giornale mi mandò in Parlamento per raccogliere pareri sul suo ventilato ingresso in politica. Montecitorio alle sette era deserta, ma da una porta apparve un ritardatario, il capogruppo del Pds, Massimo D’Alema: «Smettetela di spargere in giro le solite sciocchezze. B non entrerà mai in politica. E’ pieno di debiti». Appunto, azzardai io. Ma D’Alema mi fulminò con una smorfia delle sue: «Allora mi devo ripetere: non entrerà mai in politica!». Compresi che la discesa in campo era ormai inevitabile.

Nei mesi successivi l’Italia intera scoprì l’omino del nuovo ventennio. Le sue manie e megalomanie. Le videocassette con la finta libreria e la calza sulla telecamera. Il miracolo del tifoso milanista paralizzato: «Tommaso della Fossa dei Leoni: alzati e vieni dal tuo Presidente!». L’inno con le parole intercambiabili: «E forza Italia per fare per credere…». Le frasi memorabili: «Non esistono i poveri, ma solo i diseducati al benessere».

Ero disperato. A cosa mi era servito scappare dallo sport e far perdere le mie tracce, se me lo ritrovavo di nuovo addosso? Con i colleghi de «La Stampa» Pino Corrias e Curzio Maltese ci prendemmo una settimana di ferie per scrivere un libro sul suo avvento al potere. Lavoravamo in un posto segreto, giorno e notte, non ricordo di aver mai infilato i piedi sotto le coperte. Morivamo di sonno e, per non morire anche di fame, un pomeriggio Curzio e Pino andarono a fare la spesa. Ero solo in casa quando la porta bussò con violenza: «Carabinieri, aprite!». Come avevano fatto a trovarci? Nessuno, tranne i parenti stretti, sapeva che eravamo lì. Ero così imbevuto di B che feci un paio di collegamenti mentali: i carabinieri dipendevano dalla Difesa, Previti era ministro della Difesa, ergo B li aveva mandati ad arrestarci. Truccando la voce pigolai: «Chi cercate, prego?». «Maltese Curzio…». «Chi?». «…Corrias Pino». «Chi?» «…e Gramellini Massimo». «Perché?».

Fu il «perché» a fregarmi. A quel punto dovetti aprire. Scoprii che non era stato B a spedirceli, ma il direttore de «La Stampa», Ezio Mauro. Avendo saputo chissà come che avevamo appena parlato col più acuto filosofo del berlusconismo, Mike Bongiorno, quel formidabile trapano aveva mobilitato i carabinieri di mezza Italia per rintracciarci e avere un’anteprima dell’intervista sul giornale.

Parli d’altro, mi suggerivano i lettori. Una parola. Non esisteva argomento in cui, per dritto o per rovescio, non entrasse lui. La politica? Lui. Il calcio? Lui. La tv? Lui. La pubblicità? Lui. Il cinema? Lui. La cultura (ehm ehm). Lui. I soldi? Lui, lui, lui. Un giorno, stremato, comprai una rivista di botanica. C’era una foto di B nel giardino di Arcore mentre potava le rose.

Difficile non trasformarlo in un’ossessione. Il culmine lo raggiunse un amico di «Repubblica» durante la mia prima e ultima vacanza esotica, all’indomani della vittoria elettorale dell’Ulivo. Ci concedemmo un bagno notturno, c’erano la luna, le ragazze, il mormorio avvolgente del mare. Avevamo ancora l’acqua alle ginocchia quando l’amico mi si avvicinò con aria corrucciata. «Sai», disse. «Stavo pensando che se Prodi non fa la legge sul conflitto di interessi entro una settimana…». «Ti prego», mi ribellai. «Non ora, non qui!». E invece aveva ragione. Gli ulivisti non fecero la legge, forse erano su qualche spiaggia esotica anche loro, e B continuò a fare il B più di prima.

Entrai nella fase dell’apostolato attivo: volevo convincere il mio prossimo che B non era un liberale ma un monopolista, e che non gli importava niente dell’Italia ma solo dei fatti suoi. Mi arresi durante un trasloco, quando un operaio mi abbordò preoccupato: «Dottò, lei che mastica di politica, ma è vero che B pensa di vendere le sue televisioni?». «Ne dubito, ma lo spero. Diventeremmo un Paese normale, non crede?». «Io, se vende le tv, non lo voto più». «Come dice, scusi?» ululai. «Non lo voto più. Finché ha le tv è ricco e non ruba». «Ma così farà sempre e solo gli affari suoi!». «Ma facendo i suoi, sarà costretto a fare un po’ anche i miei. Se invece vende le tv, diventa un politico come tutti gli altri». Mi arresi. La sinistra doveva smettere di sostenere che l’italiano medio era vittima di Berlusconi. L’italiano medio era solo un Berlusconi più povero.

Oramai B era il nome più evocato, più maledetto, più amato. Provate a contare quante volte avete pensato a lui in questi anni. Più che a vostra suocera, di sicuro. Mai nessuno aveva diviso tanto l’Italia e gli italiani. Un tizio mi scrisse alla posta del cuore per raccontarmi di aver lasciato una ragazza che stava corteggiando, dopo aver scoperto che lei aveva votato per B. Un popolo spaccato in due, una democrazia trasformata in un referendum continuo: pro o contro una singola persona che incarnava un mondo che gli uni consideravano sguaiato e gli altri vitale. E quella persona era il cumenda ridens che avevo visto lanciare l’impermeabile all’aspirante portiere milanista.

Siamo invecchiati insieme, nel senso che mentre io perdevo i capelli lui li ritrovava. In venticinque anni ho cambiato opinione su quasi tutto, ma non su B: continua a farmi ridere e a farmi paura. Ultimamente più paura che ridere. Non ha mai cercato di convertirmi. Pare mi consideri fra gli irrecuperabili da quella volta che, saputo dei miei trascorsi liberali, mi fece chiedere da un suo amico: «Ma se non è comunista, perché non sta con me?» B è un semplificatore: o sei Stalin o Emilio Fede. Il mondo del Duemila è troppo complesso per sottostare ai suoi schemi. Anche per questo la sua stella è al tramonto. Senza di lui non mi annoierò, ma certo dovrò faticare di più. Mi toccherà tenere d’occhio un sacco di persone: un politico, un impresario, un presidente di calcio, un venditore di sogni, un comico, un playboy. Mentre prima, per averle tutte, me ne bastava una.

La Stampa 10.11.11

"La svolta del Quirinale", di Massimo Giannini

In piena bancarotta politica, e a un passo dalla bancarotta finanziaria, l´Italia trova finalmente una via d´uscita. Non solo dal suo mercoledì nero, ma soprattutto dal suo Ventennio berlusconiano. Grazie all´accelerazione impressa alla crisi dal presidente della Repubblica, il Paese evita quella che stava ormai diventando una suicida «via patriottica al default». Il Cavaliere impegnato a pasticciare sul maxi-emendamento e sulla sua «lettera d´intenti» alla Ue, con l´idea malcelata di trasformarla nel rivoluzionario «manifesto liberale» sul quale giocarsi la campagna elettorale, e di brandirla come una clava contro la solita sinistra «nemica» delle riforme volute dall´Europa. La cerchia ristretta dei suoi «lieutenant», chiusi nel bunker a imprecare contro il «direttorio franco-tedesco» come un tempo si malediva la «perfida Albione». I suoi corifei asserragliati in tv e nei giornali di famiglia, intenti a inveire contro gli «speculatori» come un tempo si vaneggiava della «congiura giudo-pluto-massonica». E nel frattempo i mercati all´opera, per celebrare il fallimento dell´Italia con un funerale di «rito greco». Fuga di massa da Bot e Btp, spread e premio di rischio alle stelle, insolvenza del debito sovrano. Roma come Atene, appunto. E Berlusconi come Nerone: insieme a me, bruci la città. Al termine di una giornata drammatica per i nostri titoli di Stato e la nostra Borsa, Giorgio Napolitano è forse riuscito a scongiurare il pericolo. Con due mosse perfette, per metodo e per merito.
La prima mossa, di fronte all´onda sempre più alta della tempesta finanziaria, è stata quella di sgombrare il campo politico dalle trappole e dalle furbizie con le quali il presidente del Consiglio lo stava «inquinando». Il comunicato con il quale il Quirinale ribadisce che «non esiste alcuna incertezza» sulla scelta del premier di «rassegnare le dimissioni» dopo l´approvazione della legge di stabilità sembra solo una ripetizione del testo diffuso il giorno prima, subito dopo il faccia a faccia con il Cavaliere sul Colle. In realtà questa sottolineatura serve da un lato a inchiodare Berlusconi a un impegno solenne assunto di fronte al Capo dello Stato e alla nazione, sottraendogli ogni margine per tattiche dilatorie, manovre di palazzo o compravendite di parlamentari. Dall´altro lato serve a rassicurare i mercati, attoniti di fronte ai riti esoterici e ai bizantinismi del teatrino italiano, sul fatto che il ciclo politico del Cavaliere si è realmente concluso e che il suo governo, ormai del tutto privo di credibilità interna e internazionale, è davvero al capolinea.
La seconda mossa, di fronte all´offensiva della destra sulle elezioni anticipate, è stata quella di nominare senatore a vita Mario Monti. Cioè proprio il candidato del quale si parla da giorni, come possibile premier di un governo tecnico, di emergenza nazionale, di salute pubblica o di larghe intese secondo le diverse formule possibili. Una scelta di alta classe politica. Sorprendente nella sostanza, ineccepibile nella forma. È certo che Napolitano aveva in animo da tempo di «promuovere» a Palazzo Madama uno degli italiani più stimati nel mondo e più celebrati in Europa. Ma non può sfuggire a nessuno il significato, non solo simbolico, di questa decisione, presa proprio in questo momento. Il presidente eleva un grand commis al rango di grande saggio della Patria. Trasferisce un autorevole ex commissario europeo nella prestigiosa «riserva della Repubblica» della Camera Alta. In questo modo, crea le condizioni per la sua trasformazione: Monti non ha più solo un ruolo professorale, ma acquisisce una funzione istituzionale. Insomma, non è più solo un «tecnico», ma ora è a tutti gli effetti un politico.
La portata di questa «metamorfosi» è evidente. Se Monti riceverà l´incarico di formare un nuovo governo già domenica prossima (come sembra probabile e auspicabile), la sua investitura avrà una forza completamente diversa. Dal punto di vista politico, Napolitano disarma preventivamente Berlusconi e Bossi, che vedono come il fumo negli occhi un governo «tecnico»: se nascerà (e noi speriamo che nasca) quello di Monti sarà un governo politico. Non è un caso che tra molti esponenti del Pdl, anche a causa del laticlavio senatoriale, la pregiudiziale contro l´ex rettore della Bocconi comincia a cadere. Dal punto di vista finanziario, Napolitano avverte implicitamente i trader e gli investitori, che da questa mattina potrebbero disfarsi ancora di Bot e Btp su tutti i mercati: smettete di vendere, perché l´Italia ha già un nuovo premier in pectore, ed è la personalità più apprezzata dalla «business community».
Non è detto che questo basti, a placare la «fame» degli speculatori. Ma è una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, a ridare speranza e credibilità al Paese. Perché l´operazione riesca, il nuovo governo dovrà avere una base parlamentare ampia. Non può essere la riedizione, uguale e contraria, della ridotta forzaleghista che ha sgovernato l´Italia in questo ultimo anno, con una maggioranza politica inesistente e una maggioranza aritmetica inconsistente. Servono grandi riforme, e grandi riforme esigono grandi numeri. Nel centrosinistra (a parte Di Pietro, pronto a portare non si sa dove il suo populismo autoreferenziale) l´asse Pd-Terzo Polo ha condotto al meglio le ultime battaglie, dentro e fuori dal Parlamento, e ora sembra pronto a fare la sua parte. Nel centrodestra (a parte la Lega, pronta a tornare allo stato brado, magico e pre-politico della Padania Libera) il Pdl rischia l´annientamento, orfano com´è del suo padre-padrone. Sarebbe auspicabile che fosse a sua volta pronta a fare la sua parte almeno quella nutrita schiera di parlamentari che non vogliono «morire berlusconiani».
Continuare a vellicare l´idea delle elezioni anticipate, e ad evocare l´immagine a effetto del «voto sotto la neve», è una boutade situazionista buona per il solito salto nello staraciano «cerchio di fuoco». Ma è una pura follia per chiunque abbia conservato un po´ di buon senso e di consapevolezza di quanto sta accadendo e può ancora accadere in Eurolandia e sui mercati finanziari. È ora che Berlusconi e i figuranti provinciali e autarchici della sua ex maggioranza riconoscano di fronte al Paese a quali pericoli lo hanno esposto. Il default, nonostante i fondamentali dell´economia non lo giustifichino, è purtroppo una prospettiva più realistica di quanto si immagini. Sui mercati c´è la convinzione diffusa che l´Italia non ce la faccia. Le grandi banche commerciali (dalla Rbs alla Ubs) dimezzano il loro portafoglio di titoli italiani. Le grandi banche d´affari (da Goldman Sachs a Jp Morgan) smobilitano le posizioni in Bot e Btp. Sul mercato, da giorni, è attiva solo la Bce. Ma ormai non basta. Sulla «carta italiana» domanda e offerta non si incontrano più. Chi prova a vendere non trova compratori.
È il segno che siamo vicini al punto di non ritorno. Tra gli operatori (da Barclays a Witan Investment Trust) si moltiplicano quelli che considerano addirittura inutile, a questo punto, il ricorso alle fatidiche «misure d´urgenza» invocate da mesi dalla Ue, dall´Fmi, dalla Bce. Ormai potrebbe non servire più né un maxi-emendamento né un decreto legge. E potrebbe non farcela nemmeno un premier del calibro di Monti. Se la crisi di liquidità diventa crisi di solvibilità, tutto diventa inutile. Per questo, di qui al cruciale weekend che si avvicina, l´Italia non può e non deve sbagliare un solo passo, di quelli che dovrà compiere per uscire dal vicolo cieco nel quale Berlusconi l´ha cacciata in questi tre anni e mezzo.
Ci aspetta una lunga traversata nel deserto, fatta di sacrifici, di sudore e di sangue. Ma ora che la svolta è vicina, dobbiamo sapere due cose. La prima: nonostante tutto, l´Italia è un grande Paese che ha in sé le energie e le risorse per rialzarsi. La seconda: la responsabilità più grande, del declino italiano di questi anni, pesa sulle spalle del Cavaliere. Dobbiamo ricordarcelo, mentre ci accingiamo a consegnarlo, finalmente, alla notte della Repubblica.

La Repubblica 10.11.11

"L'antidoto al crollo del sistema", di Mario Calabresi

Alle sette di sera Giorgio Napolitano ha giocato la carta di riserva, quella più prestigiosa che teneva da parte da tempo: Mario Monti. La drammatica giornata di ieri, la più terribile per l’Italia dalla crisi della lira del 1992, aveva bisogno di una risposta fortissima, di un segnale che suonasse come un antidoto ma anche un avvertimento.

Antidoto al crollo del nostro sistema e avvertimento alle forze politiche: il tempo è scaduto, non esiste più lo spazio per dilazioni, distinguo, rinvii e giochi a carte coperte. I mercati, gli analisti ma anche i mezzi di comunicazione di tutto il mondo ieri ci hanno gridato, con ferocia e determinazione impressionante, che la nostra credibilità è quasi totalmente svanita e la salvezza può venire soltanto da un forte segnale di discontinuità.

Il Presidente della Repubblica ha colto meglio e prima degli altri – svolge il ruolo di garante dell’Italia ormai da mesi – il messaggio e ha deciso di fare un gesto straordinario, quello di indicare l’uomo giusto per guidare il Paese in una situazione di emergenza.

La mossa presidenziale rispetta però le forme costituzionali e costringe tutti a mettere le carte sul tavolo.

Ora Mario Monti non è più un tecnico, è un senatore a vita il cui decreto di nomina porta la controfirma di Silvio Berlusconi che si è complimentato per la scelta, ora Mario Monti è chiaramente indicato come la soluzione su cui le forze parlamentari possono costruire le condizioni politiche per dare vita ad un nuovo governo.

La scelta di ieri sera non è certo priva di incognite e non ancora è in grado di escludere le elezioni, ma serve a indicare la strada possibile. Soprattutto serve a spingere i partiti a prendersi la loro responsabilità e a dire chiaro al Paese cosa vogliono fare, senza giochetti tattici e furbizie.

La tempesta finanziaria di ieri sull’Italia, che secondo molti analisti ha superato il punto di non ritorno (se è vero lo sapremo soltanto oggi), ha contagiato e trascinato a fondo le Borse di tutto il mondo, ha terrorizzato fondi pensione e consumati speculatori e tutto ciò è accaduto a causa dei nostri vizi antichi.

Qualcuno ieri mattina si è stupito delle reazioni mondiali, in fin dei conti avevamo replicato il modello spagnolo: dimissioni del premier, condivisione in Parlamento tra maggioranza e opposizione di misure necessarie e richieste dall’Europa e promessa di nuove elezioni. Perché allora la Spagna di Zapatero è uscita in fretta dal tunnel e invece noi ci siamo precipitati dentro a una folle velocità? Perché noi abbiamo condito il tutto con la non chiarezza e con bizantinismi tali da rendere le nostre scelte incomprensibili.

Mettetevi nei panni di uno straniero – investitore, giornalista, diplomatico o analista che sia – e capirete perché non hanno capito e hanno reagito con il panico. Le dimissioni di Zapatero erano state annunciate e date allo stesso tempo, qui invece abbiamo inventato l’istituto delle «dimissioni differite» che non si sa quando avverranno e che non sono scritte e firmate da nessuna parte. Tanto che Napolitano a metà pomeriggio è stato costretto a fare una nota scritta in cui sottolinea che non esiste «nessuna incertezza» sulle dimissioni di Berlusconi.

C’era poi il maxiemendamento alla legge di stabilità, quello che dovrebbe rispettare gli impegni presi con l’Europa, peccato che nessuno ieri mattina ne conoscesse i contenuti e che neppure il Capo dello Stato avesse avuto l’altroieri sera (durante il colloquio con il premier uscente) il privilegio di poterlo leggere.

Infine la data delle elezioni. La Spagna l’aveva immediatamente stabilita, invece da noi si sapeva soltanto che dopo le dimissioni di Berlusconi – poste in un periodo di tempo incerto intorno alla fine di questo mese – si sarebbero aperte le consultazioni, che avrebbero potuto portare a risultati completamente diversi e in contraddizione tra di loro. Governo tecnico, elezioni, ribaltone, esecutivo ancora a guida Pdl: insomma un rompicapo irrisolvibile.

Ancora ieri mattina la nostra politica, affascinata e rapita dai suoi vecchi riti, era pronta a buttarsi nell’eterno gioco delle trattative e degli scambi, cercando ancora un’ultima convenienza sulla pelle del Paese. La mossa del Presidente della Repubblica è servita a fare piazza pulita di strategie e tattiche e ora costringerà tutti a misurarsi con la gravità della sfida e a dirci chi sono e quanto valgono.

La Stampa 10.11.11

"Il debito secondo Brunetta", di Marcovaldo

Il fantasioso ministro Renato Brunetta l’altra sera a «Porta a Porta» ha sostenuto, con la sua incontenibile veemenza, che il governo di unità nazionale non s’ha da fare perché quel tipo di governi ha prodotto nel nostro Paese un aumento enorme del debito pubblico. Uno pensa che l’Italia abbia avuto chissà quanti governi di unità nazionale e per tempi così lunghi da riuscire a rovinare i conti dello Stato. Ma, come è noto, di esecutivi così ce ne sono stati quattro: uno dopo la guerra (1945-1947), uno nel periodo del terrorismo (1976-1979), uno durante la
bufera di tangentopoli (1993-1994) e l’ultimo dopo la crisi del primo Berlusconi (1995-1996) . Solo sette anni su sessantasei di vita repubblicana. In quei periodi, come è facile desumere dai dati ufficiali, il debito pubblico fu tenuto sotto controllo e anzi, prima Ciampi e poi Dini realizzarono, con il patto sociale, importanti riforme strutturali che consentirono risanamento nei conti. Il debito prese a volare, invece, nel decennio dei governi pentapartito tra gli anni ’80 e ’90 quando grazie a Craxi, Andreotti e Forlani si fece un uso disinvolto della spesa. La conclusione è che la tesi di Brunetta non sta in piedi per difetto di materia prima. Ps. Dimenticavamo di ricordare che il professore, come recita la sua biografia ufficiale, negli anni ’80 e ’90 ha collaborato in «qualità di consigliere economico con i governi Craxi, Amato e
Ciampi». Il leader socialista fu capo del governo e alleato stabile di altri premier della Dc nel periodo di esplosione del debito pubblico che infatti passò, tra l’80 e il ‘92, dal
57,7% al 107,7% in rapporto al Pil. Che dire? L’allora
consigliere evidentemente non ha consigliato bene.

L’Unità 09.11.11

"DDL Stabilità: approvarlo in tempi veloci, poi subito dimissioni Berlusconi", di Dario Franceschini

“Il crollo dei dati in Borsa lo spread a 570, i titoli sospesi, questa serie di eventi pericolosi e drammatici dimostra con chiarezza che il mondo dall’Italia si aspetta certezze e scelte e questo si aspettano anche gli italiani spaventati per il futuro del paese e per il loro destino. Noi abbiamo salutato l’annuncio delle dimissioni di Berlusconi ovviamente come una vittoria politica ma non è il momento degli interessi di parte bensì di salvare l’Italia”. Franceschini ha ricordato che le opposizioni consentiranno l’approvazione oggi pomeriggio dell’Assestamento di bilancio non partecipando al voto: “In conferenza dei capigruppo abbiamo comunicato al Presidente e al governo la nostra disponibilità a consentire l’approvazione della legge di stabilità senza il nostro voto che non potrà che essere contrario se le misure restano quelle annunciate. L’approvazione dovrà essere in tempi veloci e straordinari per questo siamo pronti a consentirla nella stessa giornata di sabato o domenica se il Senato manderà la legge di stabilità venerdì o sabato mattina. Di fronte all’emergenza non ci sono weekend, né alibi, né sospensioni. Poi finalmente dopo le dimissioni di Berlusconi potremo dare certezze al paese”.

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