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"I fondi per l’Ambiente e il gioco delle tre carte I soldi tornano indietro", di Marco Bucciantini

E’come il gioco delle tre carte. Quella vincente c’è, ma non esce mai. Perché la mano che guida il gioco ha interesse a nasconderla, e incassare così i soldi dell’avventore. Con i finanziamenti per l’ambiente e il territorio è la stessa manfrina. I soldi aleggiano, come la carta vincente. Poi spariscono, non li vede nessuno: non gli enti locali interessati, non i cittadini in forma di opere realizzate per la loro sicurezza. Quei soldi restano al banco, e si scoprono solo le due carte perdenti. Due colpi da baro che assicurano il medesimo effetto: i soldi vengono promessi, annunciati, ma non vengono mai spesi. E restano così al governo, che può impiegarli (o solo prometterli) altrove. Altre volte i soldi ci sono, ma è una finzione: le opere sono progettate e decretate. Ma non vengono mai “cantierizzate”. Per molti motivi: per mancanza di forza politica, per impedimenti tecnici, per eccesso di burocrazia. Ma il perché non è discriminante, come ha confermato la Corte costituzionale appena 3 mesi fa, giudicando un ricorso della Regione Liguria proprio contro questa norma finanziaria, che consente di avocare allo Stato una somma già stanziata anche se «il mancato impegno non è dipeso da alcuna inerzia o colpa della Regione». I soldi tornano indietro, come fossero legati a un elastico. Così il governo può spendere gli stessi soldi molte volte. Annunciare interventi per placare l’onda emotiva, rientrarne in possesso e perfino spenderli in quella “legge mancia”, introdotta dal governo Berlusconi nel 2004, soppressa da Prodi nel 2007 e riapparsa sotto mentite spoglie con il ritorno del centrodestra al governo. Sfacciatamente il capitolo di spesa viene intestato a «Interventi realizzati dagli enti destinatari per il risanamento
e il recupero dell’ambiente… dei territori stessi». Ma sono un’altra carta truccata, che tiene in vita il sistema con il quale i gruppi parlamentari distribuiscono soldi a pioggia ai collegi elettorali. È un finanziamento clientelare che negli ultimi anni è stato superiore ai soldi destinati alla vera messa in sicurezza del territorio. Quasi 200 milioni negli ultimi tre anni. Per il restauro delle parrocchie (anche l’erba sintetica per i campetti degli oratori), per l’attività sportiva dell’associazione Valsugana rugby, per opere di cementificazione (il contrario della tutela del territorio…), per la Croce rossa, per finanziarie associazioni da nomi
inutilmenti lunghi. Ci sono anche comuni che raccolgono sfide virtuose (sul ciclo dei rifiuti differenziati), ma il “grosso” va per opere che tutto sono fuorché investimenti per l’ambiente. Anche in questo 2011 di vacche magrissime la mancetta è arrivata: 2 milioni e 600 mila euro per 63 progetti. Le carte perdenti sono due, e restano in mano a chi vive in questi 5 mila e passa comuni che lo stesso ministero classifica “a rischio di frane e alluvioni”.
La prima carta sono i soldi promessi e tagliati. Nel 2007 il governo Prodi mise nel capitolo di spesa del ministero dell’Ambiente 1 miliardo e 649 milioni, 269 dei quali destinati
specificatamente alla difesa del suolo, che giovava di un dipartimento parti-colare. Stefania Prestigiacomo ha ridisegnato i settori, accorpando e di fatto cancellando il dipartimento specifico per la tutela del territorio. Di quel pacchetto di soldi si sono subito perse le tracce. Sicuramente non è mai stato “speso”. E da allora quel ministero ha pagato il dazio più alto alla crisi finanziaria dello Stato. Lì Tremonti ha razziato i soldi che servivano per finanziarie le manovre. Il primo anno sono stati tolti 500 milioni. Nel triennio 2011-14 il fondo viene immeserito un pezzo per volta: 124 milioni in meno il primo anno, 45 il secondo, 59 il terzo. Totale: 228 milioni. Alla Prestigiacomo resterebbero solo circa 400 milioni, «e il 90% servirebbero per pagare le spese fisse come stipendi, affitti delle infrastrutture, bollette e per garantire la gestione ordinaria». Quel che resta servirà per suturare la “carne viva”, dopo le ultime tragedie. Questa è la seconda carta perdente di questo gioco truccato. Perché in fondo la storia dimostra come il lupo torni spesso dove ha fatto la tana. Le disgrazie sono “prevedibili”, battono sempre le solite strade, si ripetono nei soliti posti, devastati dal cemento e dall’incuria. Se la storia non aiuta chi
non la vuole studiare, c’è sempre la Protezione civile, che negli ultimi 15 anni ha scritto245 ordinanze su altrettante zone a rischio idrogeologico. E c’è quel dimenticato istituto, l’Ispra,
che ha steso mappe su mappe, identificando con precisione le colline e i torrenti più pericolosi. Spesso riparare una ferita può servire – se l’opera è duratura – a confondere le tracce del lupo. Ma gli accordi che il ministero ha firmato in questi anni con le varie regioni sono stati depotenziati dal patto
di stabilità, che blocca le spese a livello locale, paralizzando l’iter proprio nella parte fra il progetto e la realizzazione. «I rischi sono tutti documentati. In più ci sono decreti – a tutti livelli – che prevedono l’impiego dei soldi per opere precise e necessarie. Ma qui si fermano»: Oriella Savoldi e Domenico
Di Martino, del dipartimento ambiente e territorio della Cgil, si sono messi a spulciare carte, leggi, decreti, progetti. Stanno compilando una casistica ampia di opere arrivare sul punto di essere eseguite. Per restare alla terra più colpita, la Liguria, fa effetto notare come a Genova ci siano opere previste per circa due milioni di euro e ferme dal 2004. E che ci fossero pronti 600 mila euro per «interventi strutturali di difesa dell’ambiente» a Monterosso sul Mare, «operazioni sul pendio, muri e scogliere per arginare le nondazioni, …una rete metallica a doppia torsione, pannelli e rinforzi con funi d’acciaio… placcaggi, tiranti, ancoraggi». Servivano per limitare il mare, quando si gonfia, e per ripararsi dagli smottamenti. Servivano, insomma, per evitare che un delizioso paese sparisse, com’è accaduto il 25 ottobre scorso.A Vernazza altri 350 mila euro erano lì, ma sono tornati a Roma così, come fossero legati a un elastico.

L’Unità 09.11.11

"Viva l’alluvione, se caccia i rom", di Antonio Tabucchi

Da alcuni anni abbiamo in casa un partito fortemente ostile al nostro paese, e il cui scopo è la secessione dall’Italia: la Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sta in una contea inesistente dai confini inesistenti, immaginaria come la Cacania di L’uomo senza qualità di Robert Musil, che è il regno della fantasia. Nel loro caso una fantasia limitata, ma sufficiente a creare altre fantasie. Li ispirano le teorie razzia-li che in Italia ebbero fortuna durante il fascismo, e in un paese come il nostro, che risulta da una mescolanza di popolazioni della nostra lunga storia (pre-romani, romani, etruschi, normanni, arabi) pretenderebbero di essere una razza a parte, discendenti dai mitici celti. Da questi hanno preso simboli anch’essi mitici con i quali hanno sostituito i veri simboli nazionali; insultano la nostra bandiera e chiamano “terroni” gli altri italiani.
E COME i presunti celti vorrebbero essere biondi e con gli occhi azzurri, ma sono smentiti dal loro stesso soma. Sono piuttosto bellicosi, e più di una volta hanno minacciato di prendere le armi e di invaderci. Cosa che ovviamente non possono fare perché noi siamo qualche milione e loro una sparuta minoranza, e una cosa del genere gli andrebbe male. Gli episodi di intolleranza verso coloro che considerano “stranieri”, nelle loro zone sono frequenti, ma hanno mano libera su tutto il territorio italiano. Per un paradosso, tre di loro sono stati nominati ministri, e uno di essi, ministro degli Interni, Roberto Maroni. L’Italia è l’unico paese al mondo i cui affari interni sono gestiti da un ministro che non si considera appartenente al proprio paese. Ma c’è poco da ridere, perché il ministro Maroni, pur considerandosi straniero in Italia, ha messo in opera dure misure contro gli stranieri in Italia. La più feroce è stata, in accordo con il defunto dittatore Gheddafi, il cosiddetto “respingimento in mare” delle persone che fuggivano dalla Libia o dai paesi vicini, da altri dittatori amici del presidente Berlusconi. I “respingimenti” erano operati con il cannone o la mitragliatrice, con imbarcazioni italiane e militari italiani al comando di ufficiali libici. Pare che il fondo del Mediterraneo di fronte a noi sia un tappeto di cadaveri. Il ministro leghista ha rivolto particolare ostilità ai rom, arrivando a violazioni del diritto internazionale che ci hanno attirato perfino il biasimo dell’Onu. La più clamorosa è una schedatura dei campi rom fatta dalla polizia con il rilevamento delle impronte digitali dei bambini. Il sentimento di xenofobia dalla Lega Nord si è diffuso rapidamente come una malattia, contagiando la popolazione, come è sempre successo nella storia. E una parte degli italiani rivolge il proprio odio non ai mafiosi, ai corrotti, ai gangster, ai faccendieri, agli evasori fiscali, alle associazioni segrete che mirano a scardinare le istituzioni democratiche della repubblica, ma ai rom. Cioè, a una minoranza etnica ridotta allo stremo, alloggiata in povere baracche di campi spesso privi di acqua e di corrente elettrica, verso la quale l’Unione Europea raccomanda una serie di misure di protezione, come si fa con le creature in estinzione (e in effetti lo sono). Ma in un’Europa che solo pochi anni fa ha bruciato nei forni nazisti sei milioni di ebrei e circa (le stime sono difficili) 800 mila zingari e 500 mila omosessuali, in Italia, che al genocidio dette il suo valido contributo, in questo ventennio di berlusconismo si teme e si odia più lo zingaro che il mafioso, il camorrista o lo stragista. Così, anche da parte delle amministrazioni comunali, sono cominciati gli “sgomberi” (questa la gentile parola) dei campi rom. Ma gli “sgomberi” si sono estesi a macchia d’olio. È che spesso le aree comunali dove sorgono i campi sono terreni di costruzioni appetibili. Ed ecco che in questi giorni di terribili piogge, di disastri, di morti, di tragedie come a Genova, alle Cinque Terre e altrove, ci giunge il pensiero solidale dell’onorevole Davide Cavallotto, deputato della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. L’on. Cavallotto ha in uggia un campo rom di Torino lungo lo Stura perché è “abusivo”. In Italia il presidente del Consiglio ha ricevuto decine di sindaci che hanno devastato il paesaggio con migliaia di costruzioni abusive, e “condona”. Ma il piccolo campo abusivo, che il sindaco di Torino non ha il cuore di sgomberare, non si tollera: dà molto fastidio all’on. Cavallotto. Ma, fortunatamente piove, arrivano questi alluvioni mostruose che devastano il paese.
IL CAMPO ROM lungo la Stura è in pericolo, gli abitanti se ne devono andare per forza. L’onorevole Cavallotto esulta: finalmente, dice, la pioggia è riuscita laddove non è riuscito il sindaco Fassino. Evviva le alluvioni, dunque, se servono a cacciare i rom. Forse l’immunità parlamentare ha dato talmente alla testa ai nostri deputati che si credono immuni perfino dai disastri naturali. L’on. Cavallotto, non ha capito che se piove sui rom piove anche sugli onorevoli. Stiamo sotto lo stesso cielo, e al cielo non si comanda, e neppure alla divina provvidenza. Magari lui ha una casa in collina, e si sente al riparo dall’acqua. Ma ci sono sempre le frane, gli smottamenti, i crolli. Quando diluvia è pericoloso, e poi non sai mai da dove la bomba d’acqua spunta, neppure in collina.
Così incerto e fragile è il nostro stare su questa crosta del mondo, la Terra è stanca e anche i cieli sono avversi. Tragica è l’epoca. Troppi i morti che ci circondano, troppe le carestie, la fame, i massacri. Almeno ci siano risparmiate le bestemmie.

da Il Fatto Quotidiano 09.11.11

"Per le opposizioni la partita non finisce", di Rudy Francesco Calvo

E ora? La tempistica scelta da Berlusconi complica l’ipotesi di un governo di larghe intese. Ora le opposizioni garantiranno una rapida approvazione della legge di stabilità, per accelerare il più possibile le dimissioni del governo.
«Certo, non sarà la nostra manovra, ma non possiamo fare altro», spiegano fonti parlamentari democrat. Poi si apre una pagina bianca, tutta da scrivere, checché ne pensi Berlusconi.
Pd, Idv e Terzo polo hanno proceduto finora di pari passo e così faranno anche in quelli che si preannunciano come gli ultimi giorni del ventennio berlusconiano.
A imporlo sono, da una parte, i mercati e, dall’altra, il capo dello stato: il maxiemendamento (ancora inesistente) contenente le misure anti-crisi imposte dall’Ue arriverà in aula al senato martedì prossimo, senza lo scudo della fiducia e senza le barricate delle opposizioni. Tempo pochi giorni e il testo passerà alla camera, dove sarà approvato in via definitiva con pari trattamento. I più ottimisti fissano così già alla fine della prossima settimana le dimissioni di Berlusconi, più realisticamente si dovrà attendere quella successiva, attorno al 23 novembre.
Pier Luigi Bersani ha riunito ieri sera i vertici del Pd, mentre è confermato per stasera l’incontro congiunto del coordinamento e della segreteria dem. Accantonata l’ipotesi della mozione di sfiducia, che avevano tenuto fino all’ultimo sul tavolo come una pistola puntata verso il governo, ora le opposizioni dovranno dimostrare di poter tenere saldo il loro fronte per evitare quella che Pier Ferdinando Casini già boccia come «una lunga ed estenuante campagna elettorale ». Ieri la compattezza dello schieramento Pd-Terzo polo-Idv era stata resa anche plasticamente dagli interventi a nome dei tre gruppi di Franceschini, prima, e Bersani, poi.
Nessuno si aspettava che Berlusconi si presentasse dimissionario davanti al capo dello stato. Ma chi tra i dem ha contatti più frequenti con il Quirinale si mostrava certo che Napolitano non avrebbe ignorato l’ennesimo flop della maggioranza. E così è stato. La strategia parlamentare di mostrarsi responsabili, garantendo il numero legale, ma senza partecipare al voto sul rendiconto, ha raccolto i frutti sperati: la maggioranza precipita (perfino al di sotto delle speranze dei deputati dem), il Colle ne prende atto e Berlusconi è lasciato sempre più solo anche dai suoi stessi sostenitori, leghisti in testa.
Ora spetta a lui la mossa che sarà decisiva. Se spingerà sull’acceleratore per andare al voto, come sembra voler fare, è possibile che si verifichino ulteriori smottamenti nel Pdl: gli occhi sono puntati soprattutto al senato, dove il centrodestra ha potuto contare finora su margini numerici più ampi, e in particolare su Beppe Pisanu e gli uomini a lui più vicini.
Solo così potrà essere garantita una nuova maggioranza, per dare vita a un governo (Monti?) che possa completare la legislatura e approvare le riforme necessarie. Sarebbe la strada più facile per realizzare quello che rimane l’obiettivo comune delle attuali opposizioni. E sarà quello che Pd, Terzo polo e Idv andranno a dire a Napolitano quando avvierà le consultazioni.
Il timore diffuso in casa dem è però un altro: se Berlusconi accetterà il “passo di lato” proposto da Bossi, cioè un governo elettorale guidato da Schifani, che porti il paese al voto in primavera, il fronte delle opposizioni potrebbe rompersi.
In casa Udc si aprirebbe infatti un travaglio che potrebbe portare anche al sostegno dei centristi al nuovo esecutivo.
Mandando a monte, così, anche il piano di un’alleanza tra progressisti e moderati per le prossime elezioni. Ma questa, come si diceva, è ancora una pagina bianca tutta da scrivere.

da Europa Quotidiano 09.11.11

"Prevenzione sul lavoro, per non piangere dopo", di Claudio Stanzani

Oggi a Roma la Conferenza nazionale del Pd su salute e sicurezza. Sempre, dopo un grave incidente sul lavoro, come di recente a Barletta, quando ancora è forte il dolore per le vittime e la rabbia dei tanti che invocano sanzioni esemplari per i colpevoli, un poco alla volta il silenzio e la rassegnazione riprendono il loro posto nei media, nelle parti sociali e nella politica.
Fino alla volta successiva. E ancora una volta le domande restano senza risposte se non, forse, nei dibattiti delle aule giudiziarie.
Perché quei lavoratori erano entrati senza protezione in quel cassone? Perché altri senza formazione erano addetti a lavorazioni ad alto rischio? Perché in quel territorio nessuna sapeva di quelle aziende illegali e di quei lavoratori immigrati in nero? Perché non si aiutano le piccole aziende a stare sul mercato in modo da garantire lavoro e sicurezza? Perché qualcuno continua a considerare la tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori solo un costo? Perché? Il compito della politica è quello di non far cadere queste domande e ricordare sempre a se stessa ed alle forze sociali ed economiche che la salute e la sicurezza dei lavoratori sono diritti fondamentali inalienabili iscritti nella Costituzione repubblicana e nella Carta dei trattati dell’Unione europea e che sul rispetto del lavoro e della dignità dei lavoratori si certifica il grado di civiltà di un paese.
Il governo Prodi nel 2008, con il decreto legislativo 81, aveva finalmente prodotto in Italia, in coerenza con l’acquis comunitario europeo, un quadro normativo coerente e moderno, che il governo Berlusconi ed il ministro Sacconi hanno destrutturato e depotenziato in modo irresponsabile, introducendo modifiche che non aiutano le imprese ed espongono l’Italia, come è cronaca di questi giorni, alla messa in mora ed a possibili sanzioni economiche da parte delle istituzioni europee per violazione dei principi di prevenzione e di valutazione dei rischi.
Così come l’incorporazione dell’Ispesl nell’Inail, che è stata decisa senza un progetto ma solo per inconsistenti valutazioni di costi; una operazione che rende ancor più debole e fragile nel nostro paese il ruolo della ricerca in materia di salute e sicurezza e di strategie di prevenzione nei luoghi di lavoro e che rischia di allontanarci dal resto dell’Europa. L’Italia, nel contesto dei grandi paesi europei e mondiali, è il solo a non avere una propria agenzia dedicata ai temi delle condizioni di lavoro! L’attenzione si risveglia quando gravi incidenti sul lavoro provocano infortuni e morti; ma non si parla mai dei milioni di lavoratori esposti a sostanze chimiche di cui non si conoscono gli effetti sull’uomo; delle decine di migliaia di lavoratori che a distanza di anni dall’esposizione lavorativa sono colpiti da tumori, come nel caso dell’amianto, oppure di tutte le patologie legate alla precarietà, all’organizzazione del lavoro ed allo stress.
Su questi ed altri temi urgenti, si è avviata nel Partito democratico una profonda riflessione ed una esperienza di coordinamento e di progettazione. Attraverso un gruppo di lavoro, composto di parlamentari, esperti e rappresentanti delle parti sociali è stato prodotto una prima bozza di manifesto programmatico in materia di tutela della salute e di sicurezza dei lavoratori.
Questo documento è la prima tappa di un percorso di lavoro che proseguirà nei prossimi mesi e che si articolerà in quattro grandi aree di approfondimento politico: il completamento del processo di riordino della normativa; la razionalizzazione dell’organizzazione pubblica preposta alla salute, sicurezza e prevenzione nei luoghi di lavoro; la promozione dello sviluppo economico e sociale delle imprese; il rafforzamento dei diritti e dei livelli di partecipazione dei lavoratori nella gestione delle politiche di prevenzione, salute e sicurezza nelle imprese e nel territorio.
Oggi, a Roma, il documento sarà presentato ad una Conferenza nazionale del Pd organizzata dal Forum lavoro e dal Dipartimento economia e lavoro del partito.
«Nella sicurezza del lavoro – come affermato dal capo dello stato Napoletano – è vietato abbassare la guardia». Attraverso il più ampio coinvolgimento di tutte le forze politiche, sociali e tecniche, nei prossimi mesi saranno assunte dal Pd iniziative di approfondimento tematico per valutare, confrontare e ricercare soluzioni da avviare all’azione politica.

da Europa Quotidiano 09.11.11

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“SERVE UN PIANO STRAORDINARIO PER IL LAVORO”, di Laura Pennacchi

Che altro deve succedere perché ci si decida a concentrarsi, radicalmente e concretamente, sulla questione della crescita come identificazione di un nuovo modello di sviluppo e, dunque,sulla necessità di un Piano straordinario per il lavoro ai giovani e alle donne? Dai disastri ambientali – come quelli che hanno sconvolto la Toscana, la Liguria, il Piemonte – alla persistenza e alla durata (si parla ormai di dieci anni) della crisi globale, all’ininterrotto rimbalzo dei problemi dell’economia reale su quelli della finanza e viceversa, tutto ci dice che non c’è più tempo da perdere e che c’è sempre più sovrapposizione tra breve periodo e lungo periodo.
Al contrario, al G20 di Cannes – ingombrato dall’eclatante inettitudine del governo Berlusconi nel far fronte alle drammatiche difficoltà dell’Italia – la linea espansionistica di Obama non è riuscita ad imporre una corretta interpretazione del nbinomio rigore-crescita, arrestando l’ortodossia restrittiva focalizzata solo sul rigore dei governi europei di destra guidati dal tandem Merkel-Sarkozy. Intanto la disoccupazione in generale, ma quella giovanile in particolare, esplode: è al 30% in Italia, al 50% in Spagna, al 20% in Francia. Mentre gli USA sono alle prese con una crescita insufficiente a far scendere il loro tasso di disoccupazione complessiva ben al di sotto del 9%, l’Europa è già sull’orlo della recessione, con un calo dell’attività economica che coinvolge tutti i paesi, compresa la Germania.
Questa situazione deve spingere a una lettura non acritica della lettera della Bce, commisurandone le indicazioni a quelle di altre banche centrali e dello stesso Fmi, sotto la cui tutela l’Italia viene ora collocata: Christine Lagarde dal suo
insediamento alla direzione del Fondo sconsiglia strategie di
rientro dal debito «troppo rapide», tali cioè da provocare contraccolpi presidente della Fed, da mesi ammonisce i governanti a tener conto della «fragilità» delle loro economie reali e King, governatore della Banca d’Inghilterra, esclude che tanto la «liquidità» quanto l’«austerità» siano le risposte adatte per «recuperare competitività». Il punto è che per trattare lo sconvolgimento epocale che la crisi globale sta provocando occorrono sia flessibilità operativa sia una rivoluzione culturale.
Bisogna liberarsi di un liberismo che, nonostante il suo acclarato fallimento, si riproduce di continuo – basta riferisi alle rinnovate pretese di autoregolazione con cui la finanza ostacola il necessario processo della sua riforma -, ma anche dare vita a un nuovo paradigma.
È qui che i problemi del rilancio della crescita, quelli del cambiamento della sua natura e qualità, quelli del varo di programmi pubblici di diretta job creation per la produzione di beni e servizi utili, vengono a coincidere.
La convinzione alla base di tutto è che il job gap non sia soltanto un effetto della recessione: una volta stabilitosi
esso diventa un meccanismo autoperpentuantesi che ostacola il processo della ripresa economica (frena il mercato degli immobili e l’industria delle costruzioni, forza all’attesa i consumi, costringe all’immobilismo il settore dei beni
capitale, mantiene la finanza nella sua riluttanza a concedere
prestiti), per cui diventa necessaria una forte iniziativa pubblica. Inoltre, mentre gli utili finanziari e i profitti rimangono alti, le classiche soluzioni ideate negli anni 80 – tagli alle tasse, precarizzazione dei mercati del lavoro e bassi salari, deregulation – oggi non funzionano e in ogni caso beneficiano di più la finanza e il business che non
l’occupazione, per di più creando uno scarto enorme tra mercati del lavoro crescentemente flessibilizzati e il gran numero di persone intrappolate in lavori insicuri e mal pagati. Quando la domanda aggregata cede e i consumi flettono, anche la liquidità creata da politiche monetarie accomodanti non prende la via degli investimenti che, infatti,
stanno drammaticamente crollando. Destinare una parte
dei proventi di una patrimoniale a un Piano straordinario per il lavoro ai giovani e alle donne nei campi della green economy, della riqualificazione urbana e territoriale, dei beni culturali, dei beni sociali darebbe il segno di quel salto culturale idoneo a legittimare, politicamente e progettualmente, la fase che si apre con il tramonto di Berlusconi e del berlusconismo.

L’Unità 09.11.11

"PDL e Lega bocciano i fondi per l'editoria", di Roberto Monteforte

Maggioranza e governo nella commissione Bilancio del Senato hanno bocciato l’emendamento presentato dai senatori del Pd Lusi e Vita con i quali si restituivano al Fondo per l’editoria i 75 milioni di euro tagliati questa estate. L’emendamento si poneva l’obiettivo di garantire le risorse necessarie per assicurare l’esistenza a quel centinaio di quelle testate non profit, cooperative, di partito e di idee che non rispondono alle logiche del mercato e che rischiano seriamente di chiudere alla fine dell’anno. Sollecitato dai direttori di queste testate il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nei giorni scorsi aveva lanciato un appello al governo e alle forze politiche affinché venisse tutelato il pluralismo nel nostro paese. Aveva auspicato che, in un quadro di forte rigore nei criteri di assegnazione del finanziamento pubblico, fossero garantita l’esistenza a realtà editoriale significative per la storia sociale e politica del nostro paese. A rischio sono testate come il Manifesto, Avvenire, Europa, l’Unità, il Secolo d’Italia, il Riformista, sino a Salvagente, a Rassegna sindacale, ai settimanali diocesani, che danno voce all’Italia dei «territori». L’appello del Colle non è stato ascoltato. Almeno per ora. E forse neanche per una determinazione politica, ma per la confusione che regna nella maggioranza e nello stesso governo in queste ore. Mal’atto di grave irresponsabilità resta. Lo ha sottolineato in una nota il «Comitato per la libertà e il diritto all’informazione», la sigla che raccoglie tutti i soggetti dalla Fnsi alla Cgil a Mediacoop e Confcoopeartive, alla Federazione dei settimanali cattolici e l’Associazione articolo 21. «Il Presidente della Repubblica – commenta – aveva rivolto nei giorni scorsi un appello a ripristinare i fondi per l’editoria e per tutta risposta oggi al Senato, Governo e maggioranza, in commissione Bilancio di Palazzo Madama, hanno bocciatounemendamentoche si proponeva di reintegrare i 75 milioni di euro tagliati nella manovra di agosto. Unavera e propria vergogna, un atto che si connota come un attacco al pluralismo e alla libertà di stampa ». Il Comitato annuncia «nuove iniziative in sede regionale e nazionale » perché correggere la scelta. L’effetto di questa bocciatura sarebbe devastante per oltre cento testate e metterebbe a rischio quattromila posti di lavoro tra giornalisti, poligrafici e indotto. Si lavorerà per sensibilizzare i parlamentari e far passare gli altri emendamenti presentati al disegno di legge di stabilità. «È assolutamente vergognoso quello che è successo al Senato. Rappresenta un altro colpo durissimo e antidemocratico all’informazione libera» commenta Fulvio Fammoni (Cgil) che aggiunge «Questa maggioranza di un governo che ormai ha fatto la sua storia non tollera l’espressione del libero pensiero e impone i tagli all’editoria come grimaldello per chiudere giornali e testate scomode». «Questo governo – conclude Fammoni – è intollerante all’informazione democratica e anche per questo deve andare a casa al più presto». Ora, in un quadro segnato dall’incertezza, si attende il «maxi emendamento» del governo alla legge di stabilità, che sostituirà il decreto per lo sviluppo. Vi sono altri emendamenti «trasversali» a difesa dell’editoria no-profit. I giochi non sono ancora completamente chiusi.

L’Unità 09.11.11

"Il Grande dissipatore", di Filippo Ceccarelli

Esiste un certo numero di fatti, documenti e testimonianze che sconsiglierebbero di stringere accordi con Berlusconi. La sua parola non è esattamente da considerarsi la più sincera, la più certa, la più affidabile in circolazione.
Ma ieri sera egli ha «preso atto» – espressione per lui del tutto inusuale – di non avere più una maggioranza. E dopo aver gettato un pensiero ai guai della situazione economica e all´attacco dei mercati, in verità già piuttosto gravi diversi mesi orsono, ha finalmente detto quello che rende questo 8 novembre una data per tanti versi rimarchevole: mi dimetto.
Fino a prova contraria. Le dimissioni infatti non rientrano nel suo abito mentale. Almeno due volte nella storia egli ha promesso un passo indietro; e anche di recente giochicchia con questa storiella che lui si è scocciato, ha ormai una specie di successore e vuole fare «il padre nobile». Quando si hanno tantissimi soldi, un´adeguata dotazione di giornali e tv e un´abbondanza di furbizia è molto difficile passare per bugiardo matricolato.
Ma era una verità matematica che aveva trionfato nelle elezioni del 2008, mai nessuno poteva giostrare una maggioranza così ampia e giovarsi di un´opposizione così debole e confusa. Il Berlusconi dei primi mesi sembrava un fulmine di guerra. A Napoli, per via dell´immondizia sparita, lo volevano fare Santo, come diceva lui. La faccenda dell´Alitalia bene o male l´aveva sistemata. Quando arrivò il terremoto era sempre all´Aquila, con il casco rosso in testa a mo´ di corona. Lavorava, non dormiva la notte, la luce delle stanze di Palazzo Grazioli erano sempre accese. Allora non si sapeva perché, e in più la gente è felice di essere governata da un capo insonne, per lavoro, s´intende.
Reclamizzava il sogno, come al solito, e le Grandi Opere. All´estero s´intendeva non solo rispettato, ma addirittura amato dagli altri leader che ne riconoscevano la statura e l´esperienza. Stava anche per dare luogo a un´università del pensiero liberale, pensa tu, per la quale aveva in animo di distribuire munifici gettoni di presenza agli ex presidenti, Aznar, Bush, Schroeder, mentre lui, vivaddio, era ancora in carica.
Con qualche enfasi si era pure costruito un «popolo», non un semplice partito. Lui presidente a vita del Pdl, com´è ovvio, e via con le il coro di «Meno male che Silvio c´è». Se si dovesse anche solo accennare agli inni e alle lodi, alle invocazioni e alle acclamazioni raccolte nei primi tempi del suo terzo o quarto governo non basterebbero quattro o cinque pagine di giornale. Sullo sfondo, come per un destino, si stagliava la poltrona delle poltrone: il Quirinale.
Una magnifica famiglia. Una bella moglie, e sorprendente. Aziende floride. Ville da favola. Un modello di potere forse un po´ monarchico, con corte, cortigiani, medici, cuochi, maggiordomi, preparatori atletici, guardie, servi, buffoni. Naviglio e giardinaggio, teatri e pizzerie e gelaterie per gli amici in vacanza. Dopo tutto, era anche un fantastico settantenne, ancora in funzione, accipicchia!, in quelle faccende lì.
Questa la favola del berlusconismo trionfante. Gli italiani ci avevano creduto. Parlava chiaro e semplice, raccontava un sacco di barzellette e faceva anche ridere. Stavolta lasciatelo lavorare. Sistemava uomini suoi nelle aziende e nei telegiornali: è normale. All´Aquila un 25 aprile si mise al collo un fazzoletto partigiano della Brigata Maiella e aprì alla sinistra. Scrissero che si voleva prendere pure quella.
Due giorni dopo era a Casoria, da Noemi che compiva 18 anni. Il punto dolente, che non dispiace rimarcare proprio in questo giorno e in questa occasione, è che un conto è il potere, altro conto l´onnipotenza. Quest´ultima è faccenda che riguarda la divinità; e per quanto Carl Schmitt abbia scritto che «tutti i concetti decisivi della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati», grazie a Dio il credersi onnipotente è il miglior sistema per fare una sacco di stupidaggini.
Nel caso di Berlusconi, da allora in poi queste ultime non sono più cessate. Noemi, il ciarpame delle veline, il divorzio con Veronica, la rottura con Fini, le bugie, ancora altre bugie. E Tarantini, la D´Addario, le feste con le farfalline, Lele & Fede, Ruby e Mubarak, il baciamano a Gheddafi e le gaffe internazionali, la crisi economica sottovalutata, il caso Brancher, le leggi ad personam, la Cricca, la P3, la P4, il calciomercato a Montecitorio, le olgettine, Lavitola, fino ai giorni nostri.
A dimostrarlo c´è una vasta mole di materiali, pure audio e video. A proposito: dove tenga il Cavaliere quelli che documentano la sua vicenda politica negli ultimi diciott´anni è uno dei segreti meglio custoditi della Repubblica. Dagospia ha scritto una volta che il tele-archivione delle res gestae berlusconiane riposa in un palazzo del quartiere Prati.
Ma stavolta il presidente della Repubblica Napolitano, che dal 2008 ha avuto modo e maniera di approfondire la conoscenza di Berlusconi, ha ritenuto che l´impegno fosse da mettere nero su bianco. Dimissioni, quindi, e tali da fargli quasi rimangiare la ribalderia diffusa l´altroieri allorché giravano voci in questo senso e allora lui: «Finirà che mi sarò dimesso senza nemmeno saperlo».
Era uno scherzo, un´assurdità. Fra le mille innovazioni apportate in tutti questi anni alle forme del discorso pubblico, questa della battuta tendenzialmente allegra, dell´ilare paradosso e del rovesciamento giocherellone non va certo sottovalutata. Sempre sull´argomento dimissioni, che del potere costituisce pur sempre l´alfa e l´omega, non molto tempo fa, era settembre, Berlusconi ne disse una che non deve aver fatto molto piacere al Capo dello Stato.
Era salito al Colle in disagevole condizione. Pochi giorni prima, il 12 settembre, in uno di quegli strambi audio-messaggi somministrati ai fantomatici Promotori della libertà gli era decisamente slittata la frizione oratoria: «Abbiamo tutelato le fasce più deboli – aveva concluso tutto d´un fiato e in crescendo – Abbiamo salvato i nostri risparmi! Abbiamo salvato l´Italia!».
Eh, quante cose erano cambiate dalla vittoria. Fatto sta che a metà settembre Napolitano l´aveva chiamato al Quirinale per chiedergli conto del fresco declassamento di Standard&Poor´s, della maggioranza sempre più sfilacciata, del fatto che nel ringraziare i paesi della Nato che operavano in Libia Obama aveva drammaticamente omesso l´Italia. Però non è questo oggi il punto. Il punto, se si vuole anche politico, è che appena uscito da quel colloquio piuttosto delicato il presidente del Consiglio se n´era uscito con una di quelle sue spiritosaggini: «Tranquilli – aveva detto – Napolitano non si dimette».
In politica la faccia di bronzo può anche essere una virtù. Ma nessuno in età repubblicana, forse solo Mussolini in precedenza, ne possiede una tosta come quella che offre il presidente Berlusconi; e la circostanza che tale faccia sia stata ripetutamente e chirurgicamente manipolata, con esiti di gommosità pupazzoide, suoni a parziale, ma visibile conferma di tale valutazione. Per cui se addirittura si affronta il chirurgo per sembrare «altro da sé», figurarsi con quanto scrupolo si sbandierano programmi e progetti. Ma pazienza.
Le dimissioni rinviate, le dimissioni promesse, ma pur sempre le dimissioni, ora stanno lì. E se nessuno francamente festeggia l´evento e anzi l´antiberlusconismo più smaliziato si riserva un qualche scetticismo, è pure vero che l´uomo salito ieri sul Colle è un leader davvero molto consumato, e stanco, malconcio, appannato (come lo designano i cortigiani nelle intercettazioni).
Nelle vignette sui giornali internazionali è Nerone che suona la cetra mentre la città brucia. Altrimenti intimano: «Nel nome di Dio e dell´Italia vattene!». Qui in Italia avrà pure guadagnato qualche giorno, ma non si può dimenticare che fino a ieri si discuteva di exit strategy, del salvacondotto o perfino dell´amnistia, o delle Bermuda; per non dire che si è discusso anche della fine di Craxi, di Salò e dei tanti leader che a un certo punto della loro parabola, come per una sorte ineluttabile, sono finiti asserragliati in un bunker.
Oggi l´idolo che si affacciava dai giganteschi poster, l´uomo che ha mutato l´arte del comando in Italia suscita risolini in Europa e ieri sera è andato da Napolitano a dire che non ce la fa più. Non c´è sondaggio o incantesimo di marketing che lo consoli. Il giorno triste del suo compleanno si è lamentato che la radio non mette mai le sue canzoni napoletane: «Chi gli aveva creduto lo vede nudo; e nel disincanto – ha scritto Franco Cordero – svaniscono i carismi».

La Repubblica 09.11.11

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“Processi e “roba”, il futuro di Silvio”, di Gianni del Vecchio

Dopo l’addio le priorità del premier resteranno le stesse: Fininvest e i suoi problemi con la giustizia
La determinazione e l’attaccamento alla cadrega di Silvio Berlusconi fino all’ultimo, per parafrasare una sua espressione, si spiegano principalmente con l’istinto di sopravvivenza.
Dove la sopravvivenza non è tanto di natura politica quanto di natura materiale.
Il premier infatti in questi giorni è stato ossessionato da due preoccupazioni: come mettere al sicuro il futuro del suo impero, e cioè Fininvest? E come salvarsi dai processi che lo vedono coinvolto, Mills e Ruby in primis? Due domande a cui ancora non è riuscito a dare una risposta, e che quindi lo hanno costretto a tener duro fino alla fine, almeno fino a quando non si è visto costretto dal voto parlamentare ad annunciare le dimissioni, posticipate a dopo la legge di stabilità. Due domande che peraltro occuperanno gran parte delle sue energie nel futuro immediato.
Dal 1994 le sorti delle sue aziende sono strettamente collegate a quelle politiche.
Non è un caso che ieri Mediaset si sia aggiudicata la maglia nera del paniere principale a piazza Affari, accelerando al ribasso in chiusura di negoziazioni, dopo una giornata trascorsa in territorio negativo, prima in attesa del voto alla camera sul rendiconto e poi ancora dopo la votazione. Il titolo del Biscione ha chiuso con un ribasso del 2,94 per cento a 2,51 euro. Questo perché il ragionamento dei trader di borsa è molto semplice: senza Berlusconi a palazzo Chigi, Mediaset non potrà usufruire di un trattamento privilegiato rispetto ai propri competitor, e quindi è inevitabile che gli indici di redditività calino.
Per non parlare di un’eventuale vittoria elettorale del centrosinistra, che esporrebbe l’azienda del premier al pericolo di un inasprimento dello scenario regolatorio, tipo la vecchia proposta Gentiloni che mira a porre un tetto alla raccolta pubblicitaria al 45 per cento. Insomma, nuvole nere all’orizzonte, che si sommano a fondamentali economici già adesso in progressivo deterioramento.
Ieri sera, a mercati chiusi, il management di Cologno ha diffuso una trimestrale foriera di cattive notizie: nei primi nove mesi del 2011 sono in peggioramento ricavi, utili, posizione finanziaria netta e generazione di cassa netta.
A completare il quadro, un calo della pubblicità del 3 per cento a fine anno. Peraltro non è solo la tanto amata Mediaset a essere in difficoltà. Se si sommano tutte le altre partecipazioni di borsa del premier (Mondadori e Mediolanum), secondo la ricostruzione fatta dall’Espresso, ci si accorge che hanno perso quasi l’80 per cento del valore nell’ultimo anno, di più della flessione del 63 per cento di tutta piazza Affari.
Insomma, il futuro della “roba” è davvero a rischio senza il “premier discount”, espressione con cui gli analisti sintetizzano il valore aggiunto di un Berlusconi al governo.
Accanto a quella economica, l’altra vite che ha tenuto ben piantata la seggiola berlusconiana fino a ieri sera, è quella giudiziaria. Il premier deve fronteggiare due processi – uno alle battute finali, un altro a quelle iniziali – da far tremare i polsi, soprattutto se perde la possibilità di poter intervenire con una legge ad personam.
Il primo in agenda è il procedimento Mills. Il dibattimento è ormai alle fasi finali e la sentenza è attesa per la metà di gennaio, giusto in tempo per evitare la prescrizione che scade a metà marzo. Una sentenza che è molto temuta dall’entourage berlusconiano, soprattutto dagli avvocati. Il secondo processo è quello su Ruby, per il quale il Cavaliere è accusato di concussione e prostituzione minorile. Si tratta di un procedimento ancora “in fasce”, ma che si caratterizza per un impianto accusatorio molto solido, che darà tanti grattacapi a Ghedini e Longo.

da Europa Quotidiano 09.11.11

L’Ue non si fida più «Italia, necessarie misure aggiuntive», di Marco Mongiello

L’Ue è fortemente preoccupata per la crisi italiana. In una lettera inviata venerdì si chiedono spiegazioni e si avanza la possibilità che servano «misure aggiuntive» per superare la crisi. Allarme per lo spread. «La situazione economica e finanziaria dell’Italia è molto preoccupante» e le risposte «sulle misure da attuare devono arrivare il prima possibile con questo o con un altro governo». Alla fine di una lunga e convulsa giornata di riunioni a Bruxelles è questa la conclusione a cui è arrivato il commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn, che ieri ha fatto partire d’urgenza la missione di monitoraggio dell’Italia. Secondo gli esperti della Commissione europea inoltre la manovra di bilancio approvata quest’estate non è sufficiente. In un questionario inviato venerdì per chiedere dettagli sulle riforme promesse da Berlusconi i funzionari dell’Ue hanno scritto che «nell’attuale contesto economico la strategia di bilancio pianificata non assicura il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013» e quindi «saranno necessarie misure aggiuntive per raggiungere gli obiettivi per il2012 e il 2013». Al momento la richiesta di una manovra aggiuntiva «non è la posizione ufficiale della Commissione», ha precisato il portavoce di Rehn, anche se, ha aggiunto, «la situazione è deteriorata soprattutto sul piano della crescita,
come si vedrà dalle previsioni economiche» che saranno rese pubbliche giovedì.
Ieri la riunione dei ministri delle Finanze dei 27, che doveva rassicurare i partner dell’Ue sulla capacità del governo di fare le riforme, si è trasformata in una Caporetto italiana
che ha messo in allarme l’Europa. La giornata è iniziata con la precipitosa fuga a Roma del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, corso a dare man forte al Montecitorio, e si è conclusa in serata con la partenza della squadra di funzionari della Commissione, che da oggi vigileranno sull’applicazione delle riforme. «Non ci aspettavamo l’avvio a così breve scadenza della missione», ha confessato una fonte diplomatica italiana. Il commissariamento dell’Italia è stato deciso al summit Ue del 26 ottobre e ora l’esecutivo europeo assicurerà una «sorveglianza rigorosa», ha promesso il commissario finlandese, aggiungendo che si tratta di «una dimostrazione eloquente del metodo della nuova governance economica».
Ad allarmare Bruxelles è l’ulteriore aumento degli spread italiani, oramaim vicini al punto di non ritorno. «Certamente siamo preoccupati per la situazione e stiamo seguendo da vicino», ha detto Rehn, invitando a «ripristinare la fiducia nella capacità dell’Italia di tornare alla crescita economica
e alla stabilità di bilancio».
Questo, ha concluso, «è il modo per rassicurare i mercati che l’economia italiana è su un percorso sostenibile». I funzionari della Commissione e della Banca centrale europea atterrati ieri sera a Roma sono guidati dal belga Servaas Deroose, vicedirettore della dipartimento economico della Commissione, e già il prossimo il 29 novembre consegneranno alla riunione a Bruxelles il primo rapporto sulla situazione italiana.
LAVORO DIPLOMATICO
«Abbiamo chiesto alla Commissione di tener conto delle circostanze», ha riferito l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, capo della rappresentanza diplomatica italiana presso l’Ue, ma anche con la crisi politica in corso
«gli appuntamenti programmati rimangono in piedi». I funzionari di Bruxelles andranno a chiedere informazioni al ministero del Tesoro e a tutte le amministrazioni coinvolte dalle riforme chieste all’Italia dall’Ue. Dal livello di dettaglio
del questionario inviato a Roma si capisce che la Commissione europea non vuole lasciare più alcuno spazio di manovra alle decisioni della politica
italiana. In 39 domande e 5 pagine i funzionari Ue chiedono chiarimenti sulla sostenibilità delle finanze pubbliche,
sull’uso dei fondi strutturali, sulle iniziative nel settore dell’educazione, sulle riforme nel mercato del lavoro, sul rafforzamento della concorrenza, sulla promozione dell’innovazione, sulla semplificazione delle regole, sulla modernizzazione della pubblica amministrazione, sull’efficienza della giustizia, sulle infrastrutture e sulle riforme costituzionali.

L’Unità 09.11.11

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“Dobbiamo prepararci ad altri sacrifici”, di STEFANO LEPRI

Nessuno si illuda di cavarsela con poco. La Legge di stabilità che sarà l’ultimo atto di questo governo non era sufficiente a recuperare la fiducia internazionale; non lo diventerebbe nemmeno con gli emendamenti in cantiere, che d’altronde non entusiasmano nessuno. Mentre le domande che ieri ci sono giunte dalle autorità europee mostrano che, a questo punto, tutta la politica economica italiana va ripensata.

Non era scontato che arrivassimo fino a questo punto; ovvero il punto in cui gli analisti finanziari internazionali cominciano a domandarsi (come in un rapporto della Barclays ieri) se ormai riguadagnare la credibilità perduta non sia per l’Italia impossibile. Ci siamo arrivati perché la crisi politica si è incancrenita. Possiamo tentare di uscirne mostrando che una via d’uscita politica la sappiamo cercare; che esiste qualcuno capace di ravvivare nel Paese il senso di azioni condivise, al di là del disperato scaricabarile tra categorie e corporazioni che oggi blocca tutto.

Il tempo dovremmo averlo. La Grecia senza aiuti esterni non riuscirebbe nemmeno a pagare gli stipendi di dicembre ai dipendenti pubblici. L’Italia non ha simili urgenze di cassa. Per raggiungere il pareggio di bilancio al 2013, obiettivo ormai impostoci da tutta la comunità internazionale, restano sempre da definire misure per 20 miliardi, lasciate in sospeso da agosto ad oggi; e tuttavia il 2013 non è domani. Ciò che serve subito è un governo capace di mostrare al mondo che affronta i problemi invece di passare il tempo ad imbonire i cittadini con le chiacchiere e ad escogitare espedienti per sopravvivere.

Bisognerà fare molto. Altri sacrifici saranno inevitabili, come una rinuncia alle pensioni di anzianità. Forse è inevitabile un record storico della pressione fiscale. Ma, paradossalmente, sarà assai più utile riuscire ad impostare riforme che sono nel nostro stesso interesse come collettività, bloccate finora da gruppi ristretti. Così è ad esempio per la scuola, per la giustizia civile, per gli ordini professionali, per l’apertura alla concorrenza di certi settori: tutte questioni menzionate nella lettera che è arrivata ieri da Bruxelles. Sarebbe anche utile sottrarre potere alla politica privatizzando grandi gruppi nazionali, fondendo tra loro o cedendo società municipalizzate. Un diverso mercato del lavoro potrebbe dare più speranza ai giovani, invece di scaricare tutta su di loro la flessibilità.

Occorrerà anche avere uno sguardo lucido su dove si è sbagliato: prima la promessa illusoria di un miracolo economico, poi la tenacia nell’ignorare ogni segnale del declino. E’ stato ripetuto in piccola farsa ciò che veniva descritto come tragedia nell’incubo staliniano di Orwell, dove la propaganda del «ministero dell’abbondanza» nascondeva la penuria. Si prometteva di tagliare la spesa, e la spesa invece cresceva per procacciare consenso; cosicché slittava sempre al domani l’altra promessa di ridurre le tasse. Nella crisi, si sono protette le categorie più pronte a farsi sentire, abbandonate le altre. Dovendo alla fine aumentare le tasse, si sono scelte quelle meno impopolari, invece di quelle meno dannose all’economia.

La fiducia l’abbiamo perduta perché il resto del mondo ha avuto l’impressione che dicessimo sempre più bugie. L’Italia ha anzi dato una grossa spinta alla diffidenza reciproca tra Stati che lascia ora all’Europa una recessione come unica via per risolvere i propri problemi. Chi ci governava è riuscito a rafforzare negli altri popoli i più sciocchi, vieti, banali pregiudizi contro gli italiani. D’ora in poi conterà più la verità dei numeri. Anzi, sarà solo la verità a poterci salvare.

La Stampa 09.11.11