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"Cala il sipario sul Truman Show", di Barbara Spinelli

Ci sono due scene, nel fine regno di Berlusconi, che dicono la sua caduta con crudezza inaudita: più ancora del voto del rendiconto dello Stato che ha attestato, ieri, lo svanire della maggioranza. Ambedue le scene avvengono fuori Italia, trasmesse dal mezzo che Berlusconi per decenni ha brandito come scettro: la tv. La prima è il riso di Sarkozy e Merkel, quando una giornalista chiede se Roma sia affidabile. È l´equivalente del lancio di monete su Craxi: un´uccisione politica. La seconda scena è del 4 novembre, dopo il G20 a Cannes, e forse è quella che parla di più. Con volto tirato, stupito, il Premier ripete che di crisi non c´è traccia, che «per una moda passeggera» i mercati s´avventano sul nostro debito sovrano: «Noi siamo veramente un´economia forte, la terza economia europea, la settima economia del mondo… la vita in Italia è la vita di un Paese benestante, in tutte le occasioni questo si dimostra… i consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, con fatica si riesce a prenotare posti negli aerei, i posti di vacanza nei ponti sono assolutamente iperprenotati… ecco, non credo che voi vi accorgiate, andando a vivere in Italia, che l´Italia senta un qualche cosa che possa assomigliare a una forte crisi! Non mi sembra!»
Vale la pena soffermarsi su questa frase – su questo «non credo», «non mi sembra» – perché in pochi secondi apprendiamo quel che è stato, ed è, il berlusconismo: l´apparenza che usurpa il reale, e il vocabolario di tale usurpazione. Non è il linguaggio della politica, che anche quando s´ingarbuglia s´adatta astuto alle circostanze. Non è neanche il linguaggio di una classe: in questo caso, di un imprenditore sceso in politica perché messo alle strette dalla giustizia. È il linguaggio dello spot promozionale: insistente, sempre eguale a se stesso, sempre indirizzato al cittadino che di politica non vuol sapere, sempre pronto ad annusare il possibile cliente in chi sta appeso alla Tv.
Per il pubblicitario non c´è crisi, non ci sono precipizi, ma un mondo liscio, parallelo a quello – reale – che sta «là fuori». Nei disastri il pubblicitario c´è o non c´è a seconda delle convenienze: iper-presente all´Aquila, iper-latente in Liguria e a Genova. In pieno sfascio economico la réclame non smetterà di esibire sontuosi sofà, mogli che corrono ai centri benessere, lussuose automobili che una giovane coppia, piccata, non compra perché le ritiene, nientemeno, «troppo poco care». Ecco, il quasi ventennio Berlusconi è stato questo: uno show che dominava le menti anche se sporadicamente governava la sinistra. Un Truman Show, che alla fine beve il cervello stesso del suo demiurgo.
Ricordate il finale del film? È il risveglio che Eugenio Scalfari invoca nell´articolo di domenica. Truman, l´eroe in fuga, giunge ai limiti estremi di quello che crede essere il mondo ed è invece un immenso studio Tv. Col proprio veliero cozza contro una parete che s´erge all´orizzonte e simula, tutta dipinta d´azzurro, il cielo ai confini con le acque (lo spazio azzurro dei fan di Berlusconi, nel sito Pdl). Dalla cabina di regia è interpellato dal capo della Grande Manipolazione, Christof, e Truman che ha scoperto la verità gli chiede: «E io chi sono?» – «Tu sei la star» – «Non c´era niente di vero…» – «Tu, eri vero. Per questo era così bello guardarti. Ascoltami Truman, là fuori non troverai più verità di quanta ne esista nel mondo che ho creato per te: le stesse ipocrisie, gli stessi inganni, ma nel mio mondo, tu non hai niente da temere… Io ti conosco meglio di te stesso. Tu hai paura. Per questo non puoi andar via». La sfera di cristallo s´infrange quando Truman scoppia a ridere, recita la frase-spot che ripeteva nel finto villaggio, e esce dallo show: «Caso mai non vi rivedessi… Buon pomeriggio, buona sera e buona notte! Già..».
Accade così il risveglio ma non sarà facile, perché quasi tutti hanno concorso alla costruzione della sfera con nuvole, notti, cieli finti. Perché tanti si sono abituati alle frasi-spot, all´infantile ecolalia. Anche la sinistra ha concorso, fin da quando permise che un proprietario di reti tv si candidasse a premier. Non dimentichiamo come finirono i governi Prodi, affossati da chi pretendeva sostenerli e parve ignaro che il tycoon perdeva magari il governo ma non il potere. L´ultimo esecutivo di sinistra, nel 2006-2008, fu considerato fallimentare dagli stessi alleati di Prodi perché troppo rigoroso in economia, troppo preoccupato di sincronizzare i tempi italiani con l´orologio europeo. Chi nomina ancora in pubblico Vincenzo Visco, dipinto dalla destra come Dracula assetato di sangue perché in lotta con l´evasione fiscale? Eppure Tremonti ha dovuto riesumare non poche sue misure: oggi l´evasore è ritratto come insetto parassita, parola che Visco non usò.
L´altro giorno, intervistato da Lilli Gruber a 8½, Enrico Letta è stato evasivo sull´austerità. Senza Berlusconi, ha detto, noi «non abbiamo davanti un tempo di drammi quanto alle misure da prendere. L´Italia è un Paese che ha fondamentali assolutamente solidi, forti. Ha imprenditori, ha lavoratori, ha ricchezze, ha patrimoni. L´Italia ha tante, tante, tante possibilità di farcela! Noi non siamo la Grecia! Siamo proprietari delle nostre case, proprietari in buona parte del nostro debito pubblico. L´Italia ha la ricchezza!» Che dovremo fare, caduto questo governo? Ci salveremo «facendo scelte che indichino la terra promessa. Perché ci sono una serie di importanti riforme che non sono fatte solo per sacrificarsi: ma per cambiare ed essere migliori!» Tutto questo è vago, e non così diverso, in fondo, da quanto detto dal Premier a Cannes. Perfino certi suoi tic verbali sono ripresi: l´ubiquo avverbio “assolutamente”, o le infantilizzanti parole a raffica (tante tante tante possibilità, riecheggianti la grande grande grande riforma giudiziaria). Non è vero quello che si legge in queste ore: «Berlusconi non esiste».
Centro e sinistre si stanno dimostrando responsabili, ma non è evidente che abbiano, della crisi, una visione davvero chiara. Che siano pronti ad affrontare il tema destinato per volontà del Premier a sovrastare la campagna elettorale: l´Europa. Nell´attacco il centrosinistra è bravo. Molto meno nel contrattacco. Continuerà a denunciare il commissariamento, o lavorerà su misure più eque ma per noi necessarie? E come replicherà allo spot di Berlusconi, secondo cui è colpa dell´euro se stiamo male? Possibile che nessuno gli ricordi che al governo c´era lui, quando l´euro fu introdotto nel 2002 e i prezzi s´impennarono senza trasparenza né controllo alcuno? Dovrebbe far riflettere il fatto che il dibattito interno al Pd, o la battaglia europea su una vera Banca centrale, prestatrice di ultima istanza, avvengano soprattutto sul Foglio.
Uscire dal Truman Show significa rifare le istituzioni italiane, oggi sfatte. Non è chiaro se la sinistra darà alla Rai l´indipendenza dai partiti che possiede la Bbc. Se lotterà in Europa per trasformarla in qualcosa di più democratico e sovranazionale. Se riempirà di contenuti i discorsi sull´etica pubblica, combattendo corruzione, cricche, mafie. Se vorrà la legge elettorale reclamata dai cittadini, e candiderà parlamentari debitori verso gli elettori, non i partiti. Se contrasterà l´inadeguatezza e i fallimenti della seconda repubblica senza proporre tutti i mali della prima. Promettono male, i posti nelle liste di centro sinistra garantiti ai transfughi Pdl.
Non so cosa intendesse Prodi, quando domenica su Repubblica ha detto che «Bersani è una persona eccellente, di grandi capacità, ma non riesce a “uscire”». A me pare che parlasse di un´uscita dal deserto del reale: dal Truman Show. Berlusconi scimmiotta Mao: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Siamo sicuri che non lo scimmiotti anche la sinistra? I sogni utopici, dice Slavoj Žižek, eliminano il “rumore di fondo”: cioè la realtà. Siamo sicuri che questo rumore sapremo udirlo, capirlo, restituirgli uno spazio?

La Repubblica 09.11.11

"Senza B", di Massimo Gramellini

Se penso a un’Italia senza B, immagino un brigadiere che si addormenta mentre intercetta le telefonate fra il professor Monti e Mario Draghi. Oh, mica voglio un’Italia di banchieri. Ma un po’ grigia e barbosa, sì. Non moralista, morale. Che per qualche tempo si metta a dieta di barzellette, volgarità, ostentazioni d’ignoranza. Dove l’ottimismo non sia la premessa di una truffa, ma la conseguenza di uno sforzo comune. Un’Italia solare, anche nell’energia. Con meno politici e più politica. Meno discorsi da bar e più coerenza fra parole e gesti. Una democrazia sana e contenta di sé, che la smetta di prendere sbandate per gli uomini della provvidenza e si ricordi di essere viva ogni giorno e non solo una volta ogni cinque anni per mettere una crocetta su una scheda compilata da altri. Un’Italia di politici che non parlano di magistrati, ma coi magistrati (se imputati). E di magistrati che parlano con le sentenze e non nei congressi di partito. Di federalisti che non fanno rima con razzisti. Un Paese allegro e però serio. Capace di esportare non solo prodotti belli, ma belle figure. Vorrei essere governato da persone migliori di me. Che non facciano le corna, non giurino sulle zucche e si sfilino un paio di chili dalla pancia, prima di far tirare la cinghia a noi, ripristinando il principio che chi sta in alto deve dare il buon esempio.

Per giungere a un’Italia così, le dimissioni di B rappresentano un primo passo. Adesso devono dimettersi tutti gli altri. Perché più ancora di Berlusconi temo i berluscloni.

La Stampa 09.11.11

"Voltare pagina", di Ezio Mauro

“Consapevolezza”, “preoccupazione” e infine “dimissioni”. Tre parole che sono mancate per anni nel vocabolario berlusconiano, e che il premier ha dovuto pronunciare ieri davanti a Napolitano, annunciando la fine del suo governo dopo aver perso alla Camera la sua maggioranza. Finisce un´epoca durata 17 anni e si apre una crisi che passa interamente nelle mani del capo dello Stato: senza più spazio per furbizie e manovre sulla pelle del Paese.
Berlusconi ha annunciato che si dimetterà un minuto dopo l´approvazione della legge di stabilità, con le misure di risanamento imposte dall´Europa. Quelle misure sono indispensabili, a due condizioni: che si badi all´essenziale, sfrondando dal pacchetto le norme ideologiche volute dai Sacconi e dai Brunetta – cercando così un percorso concordato con le opposizioni – e soprattutto che si agisca con la massima urgenza, dopo che i mercati ci hanno già fatto pagare duramente le incertezze e le contraddizioni di Berlusconi.
Ieri, mentre il premier incontrava i dissidenti cercando di resistere, l´Europa ci dava una settimana di tempo, ci chiedeva 39 chiarimenti e ci avvertiva che probabilmente servirà una nuova manovra. Lo spread, arrivato a quota 500, sembra avere addirittura più fretta.
Lo spazio – politico e temporale – è ormai molto stretto. Si può ancora salvare il Paese se Berlusconi lascia il campo al più presto, dopo aver dimostrato di essere un elemento di debolezza nella crisi. L´Italia avrebbe bisogno subito di un governo autorevole, capace di ripristinare la fiducia dei mercati, della Ue e soprattutto dei cittadini, cambiando la legge elettorale e dimezzando i costi della politica, con la Costituzione, l´Europa e il Quirinale come riferimento.
Se non sarà possibile, si andrà al voto. Per il Cavaliere, dopo aver perso un patrimonio di consensi enorme, sarà l´ultima ordalia per giocarsi la partita della vita, mettendo a ferro e fuoco il Paese. Per l´opposizione, potrà invece essere la prima occasione per ricostruire la Repubblica, dopo un´avventura temeraria che finalmente è stata battuta dalla democrazia delle istituzioni, dell´Europa, della pubblica opinione.

La Repubblica 09.11.11

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“L´ultimo sogno: candidarsi ancora”, di CLAUDIO TITO

«ADESSO puoi fare come Zapatero. Gli spazi ci sono». L´ultimo consiglio prima di salire al Quirinale glielo ha dato Umberto Bossi. Silvio Berlusconi ha raccolto il suggerimento. dAVANTI alle due opzioni che il vertice del centrodestra gli aveva sottoposto ieri pomeriggio, sceglie quella studiata insieme a Gianni Letta, Fedele Confalonieri e i suoi figli. Non il passaggio di testimone a favore di Angelino Alfano o Renato Schifani, ma le dimissioni annunciate e non rassegnate per rinviare lo scontro finale almeno di un mese.
Di fronte alla cruda verità dei numeri, il premier ha preso tempo. La maggioranza alla Camera non c´è più, ma come un giocatore di poker ha fatto slittare l´ultima puntata. Perché la vera paura del Cavaliere in queste ore non erano le dimissioni, ma la nascita di un «governo per l´Europa» guidato da Monti e con un programma economico costruito sulla lettera inviata da Palazzo Chigi a Bruxelles. E quindi difficilmente criticabile dal Pdl. La legge di Stabilità, allora, verrà approvata con ogni probabilità la prima settimana di dicembre. A Palazzo Chigi sperano addirittura di tirarla per le lunghe e arrivare a metà del prossimo mese. Il tutto per rendere più complicato il percorso per un esecutivo di larghe intese e agevolare lo scioglimento delle Camere. Con una campagna elettorale pilotata dal Cavaliere – ancora seduto sulla poltrona della presidenza del consiglio – e affrontata dal Pdl come il partito che ha varato la manovra “europeista” anti-crisi.
Del resto, nel disegno di Berlusconi la traiettoria è chiara: andare a votare a febbraio facendo balenare la possibilità di candidare Angelino Alfano. Ma lo schema che ancora sogna è un altro: ripresentarsi come aspirante premier, spiegare al segretario Pdl che non c´è più il tempo per le primarie che tutto il partito invoca. Quindi “correre” di nuovo sperando nella ricorsa nei sondaggi e avendo in mente l´elezione del successore di Napolitano fissata per la primavera del 2013.
Ma il progetto berlusconiano sembra al momento solo una tattica studiata a tavolino. Perché il capo dello Stato non ha fornito alcuna garanzia al presidente del consiglio sul voto anticipato. L´opposizione – che ha ben capito gli obiettivi del premier – sta cercando di giocare di anticipo. Stringendo, come ha chiesto il presidente della Repubblica, i tempi di approvazione della legge di Stabilità. Il Pd e l´Udc hanno bisogno di fare avviare le consultazioni del Colle a novembre e non a dicembre. E anche la mossa che ha portato ieri all´astensione sul Rendiconto dello Stato mirava proprio a compattare il momento della verifica.
Ma soprattutto da qui alle prossime settimane, il Pdl rischia di dover fare i conti con una nuova slavina di fuoriusciti. Il Terzo polo, che i sondaggi quotano oltre il 15%, è una calamita. Il plotone di parlamentari del centrodestra contrari alle urne tocca quota cinquanta secondo i calcoli di un uomo esperto di numeri come Denis Verdini. Ma l´ostacolo maggiore per le elezioni anticipate è costituito dai mercati e dall´Unione europea. Prova ne sono le pressanti richieste che ancora provengono da Bruxelles per un ulteriore intervento italiano sul debito pubblico. Una nuova correzione dei conti che sembra comprendere anche il richiamo a un governo tecnico di larghe intese. Le oscillazioni dello spread tra i Btp e Bund tedeschi, insomma, appaiono in questa fase molto più decisivi della dialettica politica nostrana.
Nel partito del Cavaliere, poi, molti – a cominciare da Formigoni e Scajola – vogliono evitare la tagliola elettorale. Preoccupati che Alfano gestisca le liste elettorali – con il Porcellum – costruendosi i gruppi parlamentari a sua immagine e somiglianza. Lo stesso allarme è scattato nella componente maroniana della Lega. Il ministro dell´Interno, infatti, teme che l´”epurazione” minacciata dal cosiddetto “cerchio magico” bossiano prenda corpo proprio nelle candidature alla Camera e al Senato. Non a caso Maroni da qualche giorno spinge per il ritorno al Mattarellum: un sistema elettorale che sottrae alle segreterie il dominio delle candidature. Sono quindi ancora tante le barriere che deve superare Berlusconi. A meno che nel centrosinistra qualcuno non abbia la tentazione di abbassarle sperando di lucrare sulle attuali posizioni di vantaggio per andare ad incassare nelle urne.

La Repubblica 09.11.11

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“Legge di stabilità entro 10 giorni” è corsa contro il tempo alle Camere, di Alberto D’Argenio

Ma del maxi-emendamento del governo al Senato ufficialmente non c´è ancora traccia. E ora la battaglia è tutta sui tempi. Il premier Silvio Berlusconi si dimetterà dopo l´approvazione della Legge di Stabilità chiamata a tradurre in provvedimenti parte degli impegni che il Cavaliere ha preso in Europa per rispondere agli attacchi dei mercati ed evitare quel crollo italiano che segnerebbe la fine dell´euro e dell´Unione europea.
Il maxi-emendamento approvato d´urgenza dal governo mercoledì scorso – giusto in tempo per permettere al premier di non presentarsi a mani completamente vuote al G20 – per ora al Senato non s´è proprio visto, bloccato dalla crisi del centrodestra e dall´intenzione del premier di non mollare, scardinata solo ieri dal voto alla Camera sul Rendiconto dello Stato. Originariamente i tempi di approvazione della Legge di Stabilità erano il 15 novembre al Senato e la fine del mese alla Camera. Non basta. Bisogna fare prima: l´Unione europea vuole misure subito per mettere fine all´ecatombe di Piazza Affari e dei titoli di Stato italiani. L´opposizione chiede di accelerare i tempi per mettere fine quanto prima all´epoca berlusconiana: più si avvicina Natale, più facile per il premier ottenere le elezioni, saltando il governo tecnico.
Ecco perché ieri sera su iniziativa del capogruppo centrista Giampiero D´Alia, i partiti dell´opposizione al Senato hanno scritto una lettera al presidente Renato Schifani chiedendo l´approvazione della Legge di Stabilità entro dieci giorni tra Palazzo Madama e Montecitorio. L´opposizione, spiegano dietro le quinte, è pronta a facilitare l´iter della legge (pur non approvandone i contenuti) come fatto ad agosto sulla manovra da 50 miliardi o ieri sul Rendiconto dello Stato alla Camera. Si va dunque dall´astensione al non voto, pur di fare in fretta. È fattibile? Tecnicamente ci vorrebbero almeno sette giorni per sbrigare la pratica a Palazzo Madama.
Ma con un po´ di buona volontà, anche della maggioranza, si potrebbe far prima. Basterebbe licenziare in commissione già domani il testo – fanno notare le minoranze – e votarlo in aula entro venerdì. Passaggi che Pd, Terzo Polo e Idv chiederanno alla riunione dei capigruppo (organo che può cambiare l´agenda) che dovrebbe essere convocata per oggi.
Ma è facile prevedere che proprio sul calendario maggioranza e opposizione andranno allo scontro. Basta rifarsi alle parole del capogruppo leghista a Palazzo Madama, Massimo Garavaglia, che non rinuncia ad annunciare emendamenti padani al provvedimento in commissione Bilancio. Poi parla anche di sub-emendamenti e indica in dieci giorni i tempi di approvazione solo per il Senato. Dopo il testo passerà alla Camera e «si avvierà lo stesso iter». Conferma La Russa: «Bisogna aspettare almeno venti giorni». D´altra parte del maxi-emendamento del Governo ufficialmente a Palazzo Madama non c´è traccia, mentre ad aggiungere confusione non mancano le bozze che sono circolate, spesso in contraddizione l´una con l´altra.

La Repubblica 09.11.11

"I ragazzi che ci restituiscono l’orgoglio" di Giangiacomo Schiavi

Non c’è solo rabbia, fango e indignazione in questi giorni a Genova. C’è anche la ritrovata normalità di darsi una mano. E sono giovani, studenti, ragazzini, volontari venuti da vicino e da lontano che spalano via la melma dell’alluvione, un esercito reclutato con il tam tam su Facebook e il passaparola che si accontenta della semplice gratitudine di chi ha perso tutto. È così anche a Monterosso, Vernazza, Borghetto Vara, paesi devastati dai torrenti impazziti. Con le pale, i guanti, i cestoni questi ragazzi offrono aiuto ai residenti e alla Protezione civile, cercano di essere utili. «Serve un aiuto?», chiedono per esempio Chiara e Lucia, liceali in trincea, al Municipio di Genova. In via Fereggiano c’è da sgomberare una cantina, liberare un ingresso, ripulire un box. «Organizziamoci, diamoci da fare», rispondono tutti.
Viviamo in un Paese fragile e disastrato che ha bisogno di buone pratiche per dimostrare di essere migliore di quello che appare, migliore dei politici e dei ministri che non si sono azzardati a sporcarsi le scarpe nel pantano della Liguria, migliore di un sindaco imbarazzante e inadeguato all’emergenza che ha scaricato sui cittadini il mancato coprifuoco. Oggi è lontana da qui l’Italia del Palazzo impegnata a sopravvivere a se stessa, ma è qui che si può imparare qualcosa e ce lo dicono proprio i giovani: «Vogliamo aiutare la risollevare la nostra città». C’è il senso di responsabilità (che troppo spesso manca negli adulti con un ruolo pubblico) c’è l’umiltà (che dovrebbe essere un distintivo nobile della politica e invece viene scambiata per incapacità di apparire o di farsi notare).
Abbiamo bisogno di esempi imitabili in ogni campo e settore perché la crisi mette in discussione tutto e il concetto di servizio agli altri (e per gli altri) è come un testimone da passare di mano in mano. Si dice che la grande sfida di questo secolo è assicurare a ogni essere umano una vita decente, salvaguardando il più possibile ciò che resta del mondo vivente. I giovani l’hanno capito, e ce lo stanno dicendo con i fatti. Bisogna riconquistare credibilità e fiducia in un Paese che ne ha persa troppa. Bisogna reagire al disfattismo con un progetto, una proposta, un atto concreto. I volontari che si rimboccano le maniche nelle strade di Genova e delle Cinque Terre restituiscono un po’ di dignità a un Paese da salvare al più presto «non solo da una cricca inetta o da una crisi economica», come ha scritto ieri Claudio Magris, «ma con altrettanta urgenza da piogge e maree, la cui assopita potenza distruttiva ogni tanto esplode».
È il tempo delle risposte questo, ci dicono i ragazzi sorridenti nel fango di Genova: bisogna darsi da fare per uscire dall’emergenza, prepararsi ad affrontare le tempeste prossime venture, recuperare un po’ d’orgoglio e, per restare al tema dell’alluvione, rimettere in moto la macchina della prevenzione e della manutenzione, scassata dal disinteresse dei politici (perché non paga elettoralmente) e svuotata di fondi e di attenzione dai governi (tutti, nessuno escluso). È paradossale dover ricordare in questa situazione che siamo il Paese che ha inventato i ponti e gli acquedotti e ha un patrimonio enorme di competenze e conoscenze in materia idrogeologica: perché lasciamo dettar legge all’interesse privato, alla stupidità e alla convenienza? Perché non si concentrano risorse e attenzioni su quelle piccole opere che evitano i disastri o ne limitano, almeno in parte, i danni? E perché non si fa della tutela ambientale una materia scolastica, una pratica da apprendere e studiare, per far crescere la cultura del rispetto davanti alle emergenze?
Rimbombano le parole di Luigi Einaudi, che i più giovani forse non conoscono. Dopo aver visitato l’inondato Polesine, il presidente degli italiani invocava impegno e pazienza per il risanamento e la tutela del territorio e si rivolgeva al presidente del consiglio Alcide De Gasperi con questa lettera: «La lotta contro la distruzione del suolo sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito d’oggi, se si vuole salvare il territorio in cui vivono gli italiani…». Era il 1951: abbiamo perso la memoria.
Non diremo mai abbastanza grazie a chi si impegna per il bene del proprio Paese e ci mette fatica, tempo e faccia, ai giovani che liberi dall’impegno scolastico non hanno esitato a sporcarsi le mani. Solo quando ci si scontra con la realtà del disagio, della sofferenza, dell’emergenza o del dolore si capisce il valore straordinario del volontariato: quasi sei milioni di persone in Italia che garantiscono il funzionamento di tanti beni comuni, dall’ambiente alla cultura, alla sanità. Purtroppo non contano, non hanno voce, non hanno padrini politici anche se educano a quella cittadinanza che dovrebbe essere il caposaldo di ogni buona politica.
Non dimenticheranno questa esperienza i ragazzi di Genova e noi non dimenticheremo il loro impegno, come è accaduto per altre generazioni e per altre alluvioni. Sentirsi utili è importante. Non c’è discorso sulla cittadinanza che, per quanto corretto, possa eguagliare il contagio positivo di un ragazzo in azione. Guardateli bene i volti delle persone che stanno spalando l’acqua marcia dalle case e dai negozi: sono volti sui quali si può leggere il concetto di pubblica utilità. Non è retorica: sono i veri alleati della ricostruzione di questo Paese.

Il Corriere della Sera 08.11.11

"Un giovane su quattro non studia e non lavora", di Antonella Baccaro

Bankitalia: saliti a 2,2 milioni, il 10% in più in due anni
La «generazione Neet» ha toccato nel 2010 quota due milioni e duecentomila. Il numero di giovani che non sono occupati, né impegnati in corsi di studio o formazione (Not in Education, Employment or Training) è aumentato nel giro di due anni, secondo un rapporto di Banca d’Italia, di 200 mila unità. Per effetto della crisi il numero di Neet tra 15 e 29 anni, che nel periodo 2005-08 era pari al 20% della popolazione, è arrivato nel 2010 al 23,4%.
L’aumento è stato più marcato nel Nord e al Centro, meno pronunciato nel Mezzogiorno, dove tuttavia l’incidenza di giovani Neet era prossima al 30% già prima della crisi.
I Neet sono per lo più donne, meridionali, sposate o conviventi, con diploma di terza media. L’incidenza di questa categoria tra le donne, a livello nazionale, supera infatti il 26%, contro il 20% degli uomini.
I giovani tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano risiedono per un quinto dei casi con almeno un genitore (20,2%), nel Sud questo accade per oltre tre Neet su quattro, mentre il 43,5% è sposato o convivente.
Un dato tra i più impressionanti è quello che colloca più del 25% dei Neet in una famiglia nella quale nessuno dei componenti lavora. Rispetto al 2008 tale quota è aumentata in Italia del 3%; l’incremento è stato più forte al Centro e nel Nord Est.
Quanto al titolo di studio, nella media nazionale del 2010 l’incidenza dei Neet era pari al 24,8% tra i giovani non diplomati, contro il 21,9% per quelli con il diploma. La percentuale di Neet resta superiore tra i non diplomati anche nella fascia di età dei meno giovani (25-29 anni), dove è più frequente la presenza di diplomati. Se si analizza la fascia d’età fino ai 35 anni, al fine di includere coloro che hanno terminato un corso di laurea o di specializzazione, la quota di Neet tra i laureati è del 20,5%. Con profonde differenze territoriali: nelle regioni del Nord tale quota è meno del 15%, nel Mezzogiorno oltre il 30%.
Essere Neet però non significa non cercare un lavoro. Anzi: nel 2008 il 30,8% di questi giovani cercava un’occupazione (il 25,3% tra le donne). Quota che ha raggiunto il 33,8% nel 2010, con punte del 40% nel Nord Ovest e al Centro e del 38% nel Nord Est. Nel Mezzogiorno, dove la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore per tutte le fasce d’età, la quota non raggiunge nemmeno il 30%.
Ma chi cerca lavoro, poi lo trova? Prima della crisi, tra il 2007 e il 2008, il 32% dei giovani Neet usciva da tale condizione nei 12 mesi successivi. Nel periodo successivo il tempo di permanenza è aumentato: solo il 28,8% dei giovani che erano Neet nel 2009 usciva da tale condizione un anno dopo.
La probabilità di uscita dalla condizione di Neet è calata di più nel Nord Est e al Centro, proprio le aree che presentavano i più alti tassi di uscita prima della crisi. Tra il 2008 e il 2010 le transizioni totali verso un’occupazione sono scese dal 74,5% al 69,5%; quelle verso attività formative sono cresciute dal 25,5% al 30,5%.

Il Corriere della Sera 08.11.11

La maggioranza non c'è più

Resoconto della giornata. Opposizioni in Aula, ma non votano il Rendiconto dello Stato che passa con solo 308 sì, un astenuto e 321 non votanti. Il premier sale al Colle. Finocchiaro: “Alla Camera è andata in onda la resa dei conti”.
L’Aula della Camera ha approvato il disegno di legge di Rendiconto generale dello Stato per il 2010. Ma i voti a favore sono stati solo 308, più un astenuto, i non votanti 321. Di fatto Berlusconi ha perso la maggioranza, ben 11 deputati di centrodestra non hanno partecipato al voto.

“Questo voto ha certificato su un atto dirimente per la governabilità del Paese, che il governo non ha la maggioranza in quest’Aula”, ha dichiarato nell’Aula della Camera il leader del PD Pier Luigi Bersani, dopo il voto sul rendiconto economico.

“Se ancora si annida in lei un briciolo di responsabilità di fronte all’Italia, rassegni le dimissioni.Si dimetta. Se lei non lo facesse, e io non oso credere che non lo faccia, le opposizioni valuterebbero iniziative ulteriori perchè così non possiamo andare avanti. Io richiamo per quel che posso esprimere del sentimento del Paese, diamoci un colpo di reni, facciamo un gesto, non possiamo andare sull’orlo del precipizio per dei puntigli”.

L’incredulità dello stesso Berlusconi è tanta, che subito dopo la proclamazione dei risultati, ha voluto consultare immediatamente il tabulato con il resoconto ufficiale della votazione e controllare di persona i nomi dei cosiddetti “traditori”. Il suo primo commento è stato: “Mi hanno tradito, ma questi, dove vogliono andare?”, e si è ritirato a riflettere, annunciando di recarsi al Quirinale per un confronto con il Capo dello Stato.

“Non vogliamo governi dei ribaltoni o degli Scilipoti 2 ma un governo di responsabilità nazionale”, ha commentato la Presidente dell’Assemblea del PD, Rosy Bindi. “Mai sottovalutare Berlusconi se non è sfiduciato o non si è dimesso”, ha poi ammonito. “A noi il governo Alfano non interessa”.

Sulle parole del Segretario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn, che si è detto preoccupato per la situazione degli spread, ha concluso: “Ci mancava che dall’Europa venisse un commissariamento istituzionale: è l’Europa che chiede le dimissioni di Berlusconi”.

E dalle fila del Partito democratico la voce è unanime: “Berlusconi si faccia da parte, la maggioranza non c’è più”.

“Alla Camera è andata in onda davvero la resa dei conti – ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del PD al Senato – Berlusconi non ha più una maggioranza parlamentare. Se nella maggioranza c’è ancora qualcuno che ha a cuore l’Italia convinca Berlusconi a dimettersi subito. Se il premier non lo farà dimostrerà di essere un irresponsabile nei confronti del Paese”.

“Adesso Berlusconi consenta di verificare la possibilità di un governo di responsabilità che affronti l’emergenza economica e permetta di varare una nuova legge elettorale. Per poi tornare a votare”, ha commentato Vannino Chiti, vicepresidente del Senato, sottolineando che “il rendiconto generale dello Stato è stato approvato grazie alla responsabilità delle Opposizioni”.

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I Gruppi delle Opposizioni non hanno partecipato al voto sul Rendiconto generale dello Stato in corso alla Camera, ma sono stati presenti in Aula per garantire il numero legale.

“Berlusconi dimostri oggi che ha i numeri”, aveva detto il capogruppo del PD alla Camera Dario Franceschini, nel suo intervento a Montecitorio durante le dichiarazioni di voto. “Questo è il momento per verificarlo. Noi restando in Aula consentiremo l’approvazione del Rendiconto”.

Secondo Franceschini, “la risposta dei mercati, alle annunciate dimissioni del presidente del Consiglio suona come una richiesta di voltare pagina. Davanti alla richiesta di un governo di responsabilità nazionale, la risposta di Berlusconi è unicamente ‘no’, perchè ritiene di avere i numeri per anfare avanti. Noi insieme facciamo un atto di responsabilità e di sfida”.

Ha concluso Franceschini: “In un altro Paese o in un altro tempo nel nostro Paese, un vero leader politico avrebbe da tempo in queste condizioni fatto un passo indietro nell’interesse del proprio Paese o per salvare la propria maggioranza. Di tutto questo non c’è traccia ma solo una testarda volontà di restare ad ogni costo”.

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In mattinata si era tenuto alla Camera un vertice delle Opposizione, per decidere la strategia e una linea comune da tenere in Aula per il voto sul Rendiconto generale dello Stato.

“Abbiamo deciso che staremo in Aula ma non parteciperemo al voto – ha chiarito Dario Franceschini- perché il Paese e chi ci guarda deve verificare in modo incontestabile se Berlusconi ha ancora la maggioranza per governare”.

“Il messaggio che arriva dalle Opposizioni è: ‘contatevi”. Così il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha spiegato la decisione delle opposizioni, presa durante la riunione dei capigruppo di PD, Idv e Terzo polo, oltre ad una delegazione dei Radicali.

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Prima del voto, in merito ai possibili scenari che si profilavano dalla crisi di governo, le ipotesi e le dichiarazioni della maggioranza sono state molteplici, spesso contraddittorie o addirittura fantasiose, a dimostrazione che il governo non sa davvero più che direzione seguire.

“Bossi auspica Alfano premier? Ha commentato Nico Stumpo, responsabile Organizzazione della Segreteria nazionale del PD. “Si magari con Calderoli vicepremier. Ecco, a questo punto l’unica cosa da dire è stop alle telefonate!”

Secondo Anna Finocchiaro, presidente del Gruppo del PD al Senato, “dopo le parole di Bossi, Berlusconi si deve dimettere. Nemmeno la Lega lo sostiene più, e non è più accettabile il balletto del pallottoliere e del toto-fiducia sulla pelle dei cittadini e delle imprese italiani”.

Anto. Pro.

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Camera, maggioranza ferma a 308 voti

Bersani: “Berlusconi sia responsabile si dimetta”. Opposizioni In Aula, ma non votano il Rendiconto dello Stato, che passa con solo 308 sì e 321 non votanti. Finocchiaro: “Se nella maggioranza c’è ancora qualcuno che ha a cuore l’Italia convinca Berlusconi a dimettersi subito”
“Questo voto ha certificato su un atto dirimente per la governabilità del Paese che il governo non ha la maggioranza in quest’Aula”, ha dichiarato nell’Aula della Camera il leader del PD Pier Luigi Bersani, dopo il voto sul rendiconto economico.

“Se ancora si annida in lei un briciolo di responsabilità di fronte all’Italia, rassegni le dimissioni.Si dimetta. Se lei non lo facesse, e io non oso credere che non lo faccia, le opposizioni valuterebbero iniziative ulteriori perchè così non possiamo andare avanti. Io richiamo per quel che posso esprimere del sentimento del Paese, diamoci un colpo di reni, facciamo un gesto, non possiamo andare sull’orlo del precipizio per dei puntigli”.

“Alla Camera è andata in onda davvero la resa dei conti – ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del PD al Senato – Berlusconi non ha più una maggioranza parlamentare. Se nella maggioranza c’è ancora qualcuno che ha a cuore l’Italia convinca Berlusconi a dimettersi subito. Se il premier non lo farà dimostrerà di essere un irresponsabile nei confronti del Paese”.

I Gruppi delle Opposizioni non hanno partecipato al voto sul Rendiconto generale dello Stato in corso alla Camera, ma sono stati presenti in Aula per garantire il numero legale.

“Berlusconi dimostri oggi che ha i numeri”, ha detto il capogruppo del PD alla Camera Dario Franceschini, nel suo intervento a Montecitorio durante le dichiarazioni di voto. “Questo è il momento per verificarlo. Noi restando in Aula consentiremo l’approvazione del Rendiconto”.

Secondo Franceschini, “la risposta dei mercati, alle annunciate dimissioni del presidente del Consiglio suona come una richiesta di voltare pagina. Davanti alla richiesta di un governo di responsabilità nazionale, la risposta di Berlusconi è unicamente ‘no’, perchè ritiene di avere i numeri per anfare avanti. Noi insieme facciamo un atto di responsabilità e di sfida”.

Ha concluso Franceschini: “In un altro Paese o in un altro tempo nel nostro Paese, un vero leader politico avrebbe da tempo in queste condizioni fatto un passo indietro nell’interesse del proprio Paese o per salvare la propria maggioranza. Di tutto questo non c’è traccia ma solo una testarda volontà di restare ad ogni costo”.

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