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Torino – Conferenza nazionale Pd politiche educative 0-6

Centro Congressi Lingotto

9,30 con l’accredito dei partecipanti
10 aprirà i lavori l’intervento del Sindaco di Torino, Piero Fassino. Dopo un primo momento di discussione plenaria, si potrà partecipare ad uno dei due gruppi di lavoro sulla “Definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni e buone prassi” e “La Governance pubblica del sistema integrato dei servizi educativi per l’Infanzia”.

Opposizioni: "Saremo in Aula, ma non voteremo il Rendiconto dello Stato"

Vertice delle Opposizioni alla Camera per decidere strategia comune. Presenti i capigruppo di PD, Idv, Udc, Fli oltre ad una delegazione dei Radicali. Intanto, come dice Finocchiaro: “Balletto del pallottoliere e del toto-fiducia sulla pelle dei cittadini e delle imprese italiani”. I Gruppi delle Opposizioni non parteciperanno al voto sul Rendiconto generale dello Stato, che si terrà oggi pomeriggio alla Camera, ma saranno in Aula per garantire il numero legale.

“Il messaggio che arriva dalle Opposizioni è: ‘contatevi”. Così il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha spiegato la decisione delle opposizioni, presa durante la riunione dei capigruppo di PD, Idv e Terzo polo, oltre ad una delegazione dei Radicali.

Vertice che si è tenuto alla Camera per decidere la strategia e una linea comune da tenere in Aula.

“Abbiamo deciso che staremo in Aula ma non parteciperemo al voto – ha spiegato Dario Franceschini capogruppo del PD – perché il Paese e chi ci guarda deve verificare in modo incontestabile se Berlusconi ha ancora la maggioranza per governare”.

In merito ai possibili scenari che si profilano dalla crisi di governo, le ipotesi e le dichiarazioni della maggioranza che si susseguono sono molteplici, spesso contraddittorie o addirittura fantasiose, a dimostrazione che il governo non sa davvero più che direzione seguire.

“Bossi auspica Alfano premier? Ha commentato Nico Stumpo, responsabile Organizzazione della Segreteria nazionale del PD. “Si magari con Calderoli vicepremier. Ecco, a questo punto l’unica cosa da dire è stop alle telefonate!”

Secondo Anna Finocchiaro, presidente del Gruppo del PD al Senato, “dopo le parole di Bossi, Berlusconi si deve dimettere. Nemmeno la Lega lo sostiene più, e non è più accettabile il balletto del pallottoliere e del toto-fiducia sulla pelle dei cittadini e delle imprese italiani”.

www.partitodemocratico.it

"Un passo avanti", di Massimo Gramellini

Solo i mercati credono ancora a Giuliano Ferrara. Quando il direttore del Foglio ha annunciato che Berlusconi si sarebbe dimesso «a minuti», la Borsa si è trasformata in un carnevale di Rio, salvo precipitare nella più stretta quaresima dopo l’ovvia smentita dell’interessato. Nella migliore delle ipotesi Ferrara è un burlone. Da discreto conoscitore del Cav. dovrebbe sapere che Berlusconi non si è mai dimesso da nulla nella vita. Chi lo ha costruito in una notte di luna piena si è scordato di inserire la retromarcia. Come imprenditore e come politico ha sempre e solo comprato: si ricordano due uniche cessioni di qualche rilievo, la Standa e Kakà, ma entrambe si sono poi rivelate un affare. Un suo amico mi raccontò la natura di B. con una metafora: non è fuoco che brucia, ma acqua che invade. E l’acqua non torna mai indietro. Può essere fermata solo dagli argini. Purtroppo in Italia, lo si è visto anche in questi giorni, quanto ad argini siamo messi maluccio.

Berlusconi è l’Anti Gambero, cioè l’Anti Politico. Un politico, al suo posto, si tirerebbe indietro o di lato e lascerebbe ad altri il compito di scottarsi, scommettendo sulla memoria corta degli italiani per ripresentarsi nel 2013 nei panni di novità candidabile al Quirinale. Ma B. si sente un eroe, un prescelto dal popolo come Napoleone o Gheddafi, fate voi. E gli eroi non arretrano, non trattano, non si dimettono. Gli eroi si inoltrano lungo un sentiero a spirale che li conduce alla gloria e poi alla disfatta, perché persino sull’orlo del baratro non resisteranno alla tentazione di fare un passo avanti.

La Stampa 08.11.11

"Nuovi prof, spazio solo per 13 mila", di Alessandra Ricciardi

A gennaio le selezioni per i Tfa. La tenuta del governo potrebbe però far saltare tutto. La Gelmini frena le università pronte a sfornarne il 60% in più. C’è posto per 12.778 nuovi insegnanti, quelli che potranno seguire i tirocini formativi attivi di primo e secondo livello e aspirare così a un eventuale concorso nella scuola. A definire il fabbisogno, per gradi di scuola e classi di concorso, è stato il ministero dell’istruzione che ha freddato le aspirazioni di molti nuovi docenti e soprattutto delle università pronte a sfornare corsi per un 60% di docenti in più: 32.410 per l’esattezza.

Una differenza di oltre 19 mila posti, la più consistente è relativa al Tfa di secondo grado, ovvero per la scuola superiore, dove gli atenei avevano hanno messo a punto corsi per 13.446 aspiranti docenti in più. Una differenza che la dice lunga sulla diversa prospettiva che ministero e università hanno sulle potenzialità della scuola assorbire realisticamente nei prossimi anni nuovi insegnanti, in aggiunta a quelli già abilitati e in attesa nelle varie graduatorie, di una cattedra. Il fabbisogno non tiene conto del sostegno, che il ministero vorrebbe utilizzare per ricollocare il personale in esubero: in questo caso i corsi verrebbero gestitit dall’Ansas e non dagli atenei.

Il ministero la prossima settimana avrà un nuovo vertice con i sindacati sul punto. Sempre che non precipiti la crisi di governo. A quel punto il percorso avviato sulla formazione dei nuovi docenti (che il ministro Mariastella Gelmini vorrebbe coniugare anche a un nuovo reclutamento) resterebbe per aria. Se invece il Berlusconi IV dovesse andare avanti almeno fino alla primavera, ci sarebbe il tempo per definire i provvedimenti necessari. A gennaio è prevista, stando al calendario fissato nei giorni corsi del ministero, la prova selettiva per l’accesso ai corsi, che dovrebbero iniziare a marzo. Corsi da 1500 ore che non potranno dunque essere credibilmente ultimati in tempo utile per il prossimo anno scolastico. Ma del resto correre troppo a questo punto non ha molto senso, anche perché manca il decreto sul reclutamento. E soprattutto la certezza che il governo vada avanti.

da ItaliaOggi 08.11.11

"Il vuoto che affonda il Paese", di Mario Deaglio

Non c’è forse mai stata nel mondo, tanta attenzione per l’Italia come nella giornata di ieri. Non l’attenzione benevola che si riserva a un Paese curioso, noto per non rispettare sempre fino in fondo le regole ma dotato di inventiva e flessibilità, con i suoi paesaggi e i suoi musei; ma l’attenzione fredda e ostile di chi considera l’Italia come un rischio per tutti, di chi sa che da quel che succede in Italia può dipendere il futuro del sistema globale e anche il proprio.

L’attenzione di chi ha visto il disastro greco e sa che un analogo disastro italiano sarebbe molte volte maggiore, sconvolgerebbe gli equilibri economici, già precari, di tutto il pianeta; e che, se questo dovesse succedere, subito dopo sarebbe la volta della Francia – che non a caso ieri ha varato il suo piano di austerità con aumento dell’Iva – e dopo la Francia, forse, degli Stati Uniti.

I mercati pensano che l’Italia possa fare la differenza tra il collasso mondiale e la ripresa globale. In queste circostanze, Silvio Berlusconi ha smesso di essere considerato all’estero un signore un po’ strano che spesso fa battute imbarazzanti.

Uno vicino al quale da un paio d’anni i capi di Stato e di governo degli altri Paesi non si fanno fotografare volentieri. E’ diventato una fonte, quasi «la» fonte di rischio, una mina vagante nel mare tempestoso di una crisi mondiale dalle dimensioni sempre maggiori. Ecco allora i media mondiali, la «Reuters» e il «New York Times», domandarsi se questo sia il «finale di partita» per l’Italia, ecco «Wall Street Journal» e «Financial Times» scoprire quanto stereotipata sia l’immagine dell’Italia e quanto poco il resto del mondo sappia di questo anello della catena mondiale divenuto improvvisamente debole.

Mentre il resto del mondo si pone interrogativi così gravi, il presidente del Consiglio, assai prima di occuparsi degli affari di Stato, è in riunione, nella sua villa di Arcore, con i figli e con Fedele Confalonieri, il presidente di Mediaset che siede nel consiglio di amministrazione delle principali aziende di famiglia, con le Borse che esultano prematuramente per le dimissioni ormai ritenute questione di ore. Poi vede i vertici della Lega, forse su come avviare le «riforme» (di cui Umberto Bossi è il ministro responsabile), quelle riforme che l’estero interpreta in maniera così diversa da noi, che molti in Italia, opposizione compresa, sperano di fare soprattutto a parole. Solo più tardi parte per Roma, per andare a fare (ancora) il presidente del Consiglio.

Il piano degli interessi personali di Silvio Berlusconi si contrappone così al piano dei problemi europei e dell’economia mondiale. Forse è sempre stato così ma il mondo non se ne era curato, così come non se ne erano curati molti italiani. Tra questi due piani, quello globale e quello personale, si colloca l’Italia, un’Italia costretta a farsi dettare le politiche e controllare i conti dai mercati globali perché ha difficoltà a pagare i debiti. Con il resto del mondo interessato soprattutto al programma, indipendentemente dal governo e il mondo politico italiano interessato soprattutto al governo, quasi indipendentemente dal programma. Quest’Italia si configura come un vuoto; un vuoto politico, con le dimissioni-non dimissioni del premier e con le forze politiche dell’opposizione incapaci di posizioni sufficientemente chiare. L’Italia purtroppo si configura anche, e forse è questo l’aspetto più preoccupante, come un terribile vuoto sociale, con quasi un giovane su quattro più di due milioni di persone in tutto – tra i 15 e i 29 anni che non lavora né studia, come ha messo in luce ieri una ricerca della Banca d’Italia, mentre di quel lavoro e di quello studio il Paese avrebbe grandissimo bisogno.

In questo vuoto l’Italia rischia di affondare. Prima di tutto perché si tratta di un vuoto che costa. E’ possibile, anche se complicato, calcolare quanto costa al Tesoro un giorno in più di permanenza, in queste condizioni, di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Questo costo si misura in termini di maggiori interessi sul debito italiano che viene via via rinnovato a tassi fortemente crescenti, così che il beneficio che dovrebbe derivare all’erario dall’aumento dell’Iva viene divorato dall’aumento dei tassi. Oggi si misura in 500 punti base, cinque punti percentuali in più che il mercato pretende, come «premio per il rischio Italia» per sottoscrivere titoli italiani invece di titoli tedeschi. Vi è poi il costo occulto, dato dalla perdita di prestigio e di credibilità dell’Italia nel mondo della finanza, e non solo; un costo che gli imprenditori conoscono benissimo e il resto del Paese comincia a intuire in tutta la sua gravità.

E’ con questo vuoto che il Paese deve fare i conti. Tutte le conquiste del passato, dalle posizioni sui mercati internazionali al peso politico all’interno dell’Unione Europea, ai diritti «acquisiti» di lavoratori e pensionati, tutto sembra essere risucchiato in un gorgo dal quale cominceremo a uscire soltanto con un cambiamento dell’esecutivo. L’errore più grave è, però, illudersi che basti questo cambiamento a risolvere miracolosamente tutto. Se tutto andrà bene, avremo davanti qualche lustro di cammino difficile e faticoso.

La Stampa 08.11.11

"Mediaset, divorzio, eredità l´impero economico di Silvio adesso rischia l´assalto", di Ettore Livini

Mediaset, divorzio, eredità l´impero economico di Silvio adesso rischia l´assalto. Summit ad Arcore con Marina e Pier Silvio. Da inizio anno i titoli hanno perso il 47% Timori per la raccolta pubblicitaria e il venir meno delle leggi ad hoc
Dal 1994 a oggi la dinastia brianzola ha moltiplicato per sette la propria ricchezza, che oggi si avvicina ai 4 miliardi. Più che una riunione di famiglia, un consiglio di guerra. Il tradizionale pranzo del lunedì ad Arcore tra Silvio Berlusconi, i figli e i suoi collaboratori più fidati si è trasformato ieri, causa emergenza politica, in un delicatissimo summit sul futuro della Dinasty brianzola e delle aziende di casa. Ordine del giorno: le conseguenze su Fininvest e dintorni delle eventuali dimissioni del premier. Presenti (sicuri) al tavolo Marina e Pier Silvio, mentre non è stata confermata la partecipazione di Barbara, Luigi ed Eleonora, i tre figli di Veronica Lario.
La posta in gioco è molto alta su diversi fronti. Il capitolo più delicato nell´immediato è – come ovvio – il destino di Mediaset. Finita non a caso ieri sull´ottovolante in Borsa (fino a una chiusura piatta) non appena si sono sparse le voci sull´addio del Cavaliere. Le tv di casa Berlusconi – protette dall´ombrello del conflitto d´interessi, dalla Gasparri e da una curiosa predisposizione dei grandi inserzionisti privati a privilegiare gli spot sui network di Cologno – hanno surclassato negli ultimi anni le performance della Rai. Regalando ai loro soci, Silvio compreso, una pioggia d´oro di dividendi. Nel 2000, per dare un´idea, gli spot garantivano a viale Mazzini una cifra pari al 60% di quella incassata grazie alla pubblicità da Mediaset. Oggi la percentuale è scesa al 40%. La raccolta di Publitalia ha regolarmente surclassato quella della Sipra. Salvo il 2006 e il 2007, gli anni del governo Prodi, quando Saxa Rubra – guarda caso – è riuscita a tenere il passo della rivale.
Cosa rischiano Canale 5 & C. in caso di crisi di governo? Il timore dell´ala catastrofista di Arcore (quella guidata da Marina, non a caso uscita allo scoperto sempre più spesso negli ultimi mesi in difesa del padre) è chiaro: una riedizione di quella riforma Gentiloni che imponeva un tetto più severo alla raccolta di pubblicità del Biscione. Un colpo che rischia di essere quasi mortale per un gruppo già alle prese con i guai di Endemol – il produttore de “Il Grande fratello” in cui Mediaset ha perso quasi 500 milioni – l´offensiva di Sky e i segni di stanchezza della tv generalista.
La Borsa ha già fiutato aria di guai, tanto che da inizio anno i titoli di Cologno hanno perso il 47%, bruciando 1,1 miliardi dei risparmi di Arcore. Questa voragine rischia però di allargarsi ancora di più se la società rimarrà orfana degli “aiutini” confezionati a intervalli regolari dal governo del suo socio di riferimento negli ultimi tre lustri: senza leggi salva Rete 4, sovvenzioni per i decoder, Iva anti-Murdoch e aste gratuite per le frequenze digitali – dicono gli analisti – far quadrare i conti del Biscione sarà molto più difficile.
L´altro argomento caldissimo sul tavolo del summit di Villa San Martino è stato, con ogni probabilità, la delicata questione della spartizione ereditaria dell´impero del premier. Una partita complicata dalla burrascosa separazione da Veronica Lario e dalle tensioni latenti tra i due rami della famiglia.
Il Cavaliere su questo fronte ha le mani legate dalla legge italiana che allo stato privilegerebbe i figli di secondo letto. Una volta non sarebbe stato un problema: la legge, se guidi il governo, puoi sempre cambiarla. E Berlusconi – nella miglior tradizione della real casa – ha affidato anche in questo caso la soluzione dei suoi problemi a una norma ad hoc (la famigerata anti-Veronica) infilata alla chetichella nell´ultimo decreto di stabilità. Un intervento a gamba tesa sulla “legittima” destinato a riportare nelle sue mani ogni decisione sulla redistribuzione delle quote in Fininvest. Il cammino della 41esima legge ad personam del suo regno, però, rischia di fermarsi su un binario morto in caso di dimissioni. Rimescolando le carte di una partita, quella dell´eredità di famiglia, che da un paio di anni è una spina nel fianco del Cavaliere.
Non c´è da stupirsi, insomma, se il pranzo di ieri ad Arcore ha rischiato di andare di traverso a qualcuno. L´importante, in casi come questi, è annacquare i dispiaceri di oggi ripensando alla tante gioie degli ultimi 17 anni. Nel 1994, quando Silvio Berlusconi è sceso in politica, nelle casse delle holding di famiglia c´erano 162 milioni di liquidità. Ora, un dividendo alla volta, la dinastia brianzola ha depositato in banca la bellezza di 1,2 miliardi, moltiplicando per sette la propria ricchezza. Non solo. Sotto il cappello della Fininvest e delle altre società personali del Cavaliere è stato raccolto un patrimonio che tra tv, ville da sogno, vulcani artificiali, polizze, calciatori e libri Mondadori vale qualcosa come 4 miliardi di euro al netto dei debiti e degli stanziamenti per le Olgettine. La torta è grande. Difficile, anche in caso di dimissioni, che qualcuno resti a becco asciutto.

La Repubblica 08.11.11

"Dimensionamento? Chi lo ha fatto rischia di rifarlo", di Mario D'Adamo

Ma le regioni chiedono uno slittamento. E il ministero ci sta pensando. La legge di stabilità ha abbassato i parametri per formare gli istituti comprensivi. La diffusione generalizzata di istituti comprensivi di scuola dell’infanzia, scuola primaria e scuola secondaria di primo grado sta subendo un rallentamento. Non solo per la decisa opposizione di alcune regioni, che hanno presentato ricorso alla Corte costituzionale, lamentando l’intrusione dello Stato nelle loro competenze in materia di programmazione della rete scolastica territoriale, o per la posizione che la stessa Conferenza delle regioni e delle province autonome ha preso il 27 ottobre scorso, chiedendo che l’operazione sia distribuita lungo l’arco del prossimo triennio.

Lo stesso ministero, infatti, sembra incoraggiare discussioni e quindi possibili ripensamenti. Il sottosegretario Giuseppe Pizza, rispondendo a un’interpellanza, prima firmataria Maria Coscia, parlamentare del partito democratico, ha riconosciuto che «le operazioni relative ai piani di dimensionamento debbano essere svolte in tempi adeguati di consultazione tra i vari soggetti coinvolti», e non sono pochi, affinché poi le decisioni finali trovino «la più ampia condivisione possibile», ed ha affermato anche che il ministero è pronto «ad aprire in commissione (istruzione) un tavolo in vista di un migliore e maggiore funzionamento del sistema scolastico». C’è sicuramente necessità di capire meglio, giacché la generalizzazione degli istituti comprensivi su tutto il territorio nazionale prevista dal decreto legge n. 98 del luglio scorso sta per essere implementata dalla legge di stabilità del 2012. Se a luglio si prevedeva di costituire istituti comprensivi con almeno mille alunni e di assegnare un posto di dirigente scolastico titolare a quelli che ne avessero almeno 500 (300, se si tratta si istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche), ora la legge di stabilità, che sta per essere discussa al Senato, intende portare a 600 il numero di alunni per avere il dirigente scolastico titolare (400 negli altri casi). Gli istituti comprensivi, inoltre, non solo saranno retti da un preside reggente ma dovranno condividere con un’altra istituzione scolastica il direttore dei servizi generali e amministrativi (Dsga). Le regioni diligenti, che hanno già approntato i piani, dovranno così rivedere le loro decisioni quando la legge di stabilità sarà approvata, e se sarà approvata negli stessi termini nei quali è stata presentata. Tempi che si allungano, dunque, e che aggiungono argomenti favore della proposta della Conferenza delle regioni di una triennalizzazione del dimensionamento a partire dal prossimo anno scolastico, come in piena autonomia la regione Piemonte ha già pensato di fare. E non è secondario l’altro argomento introdotto dalla Conferenza delle regioni, secondo cui non è possibile ridurre il dimensionamento a una mera operazione finanziaria, trascurando gli aspetti didattico-organizzativi e pedagogico-educativi. La verticalizzazione delle scuole del primo ciclo, infatti, deve favorire prioritariamente, si legge in un documento della conferenza dei governatori presieduta da Vasco Errani, «la verticalizzazione dei percorsi educativi e la continuità didattica per una maggiore qualità dell’offerta formativa», come a dire che in determinate situazioni si corre il rischio di disattendere tale finalità se l’aggregazione diventa una «forzatura quantitativa».

ItaliaOggi 08.11.11