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"La riforma (e le obiezioni) ai raggi X", di Marco Bresolin

Domani inizieranno le votazioni sul ddl che modifica la Costituzione. I tempi stringono e restano molte resistenze: avrà l’ok entro la pausa estiva?

Si riparte domani, con le prime votazioni sul disegno di legge sulle Riforme licenziato dalla commissione Affari Costituzionali (che ha apportato modifiche significative al testo del governo). In Senato gli emendamenti arrivati sono quasi ottomila e la prima sfida, dunque, è contro il tempo. La maggioranza vuole fare presto e chiudere la partita nel giro di un paio di settimane, anche perché si rischia un ingorgo con altri decreti in scadenza che devono essere approvati. Ma non sarà semplice. Il perché sta scritto (anche) nel Mattinale di Forza Italia, che chiede più «serenità». Al di là del termine tanto caro a Renzi (e un po’ meno a Letta), il messaggio che arriva dal centrodestra è chiaro: il Patto del Nazareno resta in piedi, ma «dobbiamo considerare senza ansie il merito di emendamenti e proposte migliorative. Non è ammesso alcun tipo di frettolosità sudamericana, né contingentamento di tempi, né ghigliottine». Poi ci sono le fronde interne ai partiti della maggioranza, che su alcuni punti non intendono cedere. E questo è solo il primo passaggio (su quattro) per cambiare la Costituzione. Non sarà un percorso breve.

Addio al bicameralismo perfetto. Braccio di ferro sull’elezione indiretta
Il Senato così come lo conosciamo oggi non esisterà più. I 315 membri di Palazzo Madama, eletti direttamente dai cittadini, verranno sostituiti da 100 senatori: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, 95 espressione delle autonomie territoriali. Tra questi, 21 sindaci e 74 consiglieri eletti dai Consigli regionali con metodo proporzionale (tutte ne avranno almeno due). Non percepiranno un’indennità, ma continueranno a godere dell’immunità parlamentare riservata ai deputati. Ma cosa farà il nuovo Senato? Molto meno di quello attuale, visto che di fatto scompare il bicameralismo perfetto. Per esempio non voterà più la fiducia e non avrà competenza sulle leggi ordinarie, ma continuerà a legiferare su riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali. Quando la Camera approverà una legge, il Senato potrà «proporre» delle modifiche. Anche per la legge di bilancio, ma le proposte non saranno vincolanti. Tra le novità in campo legislativo, c’è la possibilità per il governo di istituire una corsia preferenziale per alcuni provvedimenti considerati prioritari: la Camera dovrà approvarli entro 60 giorni (dopodiché non potrà più apportare modifiche). Questo dovrebbe ridurre la decretazione d’urgenza. Stop anche ai decreti omnibus.
I PUNTI CONTESTATI
Questa è la parte della riforma più sostanziosa, ma anche la più contestata. C’è un fronte trasversale che vuole l’elezione diretta dei senatori, altri chiedono di abolire l’immunità per i 100. Altri ancora vogliono ridurre i deputati (fino a 500) per riequilibrare il rapporto eletti-elettori e per evitare un peso eccessivo della Camera nell’elezione del Presidente della Repubblica. E poi c’è chi, come il presidente dell’Anci Fassino, avverte: 21 sindaci sono troppo pochi.

Per l’elezione del Presidente della Repubblica. Maggioranza assoluta solo dal nono scrutinio
Con la modifica dell’articolo 83 della Costituzione, cambia il metodo di elezione del Presidente della Repubblica. Oggi viene eletto dal Parlamento in seduta comune: ai deputati e ai senatori si aggiungono 58 delegati regionali. La riforma prevede la loro eliminazione: a partecipare al voto saranno solo i 730 parlamentari. Modificato anche il quorum: se prima erano necessari i due terzi nelle prime tre votazioni e dalla quarta bastava la maggioranza assoluta, ora serviranno i due terzi (67%) nei primi quattro scrutini, i tre quinti (60%) fino all’ottavo scrutinio e soltanto dal nono basterà la maggioranza assoluta. Piccola modifica ai poteri del Presidente: potrà rinviare al Parlamento anche soltanto una parte di una legge.
I PUNTI CONTESTATI
Visto il maggior peso della Camera sul Senato (630 contro 100), c’è il rischio che la maggioranza alla Camera si elegga un suo Capo dello Stato, rendendo superflui i senatori. Per questo, nonostante la modifica del quorum, restano i malumori. E c’è anche chi, come Casini, propone: senza maggioranza nei primi tre scrutini, il Presidente deve essere eletto direttamente dai cittadini.

Crescono le firme per i referendum. Ma si abbassa il quorum
Una delle novità più consistenti riguarda le consultazioni popolari. La modifica dell’articolo 75 eleva a 800 mila (oggi ne bastano 500 mila) le firme necessarie per proporre un referendum abrogativo. In compenso scende il quorum: fino a oggi era necessaria la partecipazione della metà più uno degli elettori. Quando il ddl verrà definitivamente approvato basterà che alle urne si rechi il 50% più dei votanti all’ultima elezione per la Camera. Altra novità: i quesiti non potranno più riguardare l’abrogazione «parziale» di una legge, ma solo l’intero testo (o un solo articolo purché questo abbia un valore normativo autonomo). Cresce anche il numero delle firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare: da 50 mila a 250 mila.
I PUNTI CONTESTATI
Per i Radicali, l’elevato numero di firme è «la morte dei referendum». Il divieto generalizzato di referendum manipolativi, quelli che modificano solo una parte di una legge, rischia inoltre di escludere dalle consultazioni popolari le leggi elettorali. La Lega ha chiesto di introdurre i referendum propositivi, come in Svizzera, e pure quelli sui temi legati all’Unione Europea. Diversamente voterà contro.

Ridefinite le competenze tra lo Stato e le Regioni
Oltre ad abolire il Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), la riforma cancella definitivamente dalla Costituzione le Province, che già oggi sono state svuotate dei loro poteri. Ma l’intervento più importante è sull’articolo 117 che, di fatto, elimina le materie di competenza legislativa concorrente tra lo Stato e le Regioni, riducendo la possibilità di ricorsi tra l’amministrazione centrale e quelle locali. Saranno di competenza esclusiva dello Stato materie come ambiente, beni culturali, turismo, scuola, governo del territorio, protezione civile, energie, infrastrutture strategiche e grandi reti. Le Regioni si occuperanno di servizi sanitari e sociali, sviluppo economico locale, istruzione locale e formazione al lavoro, promozione del diritto allo studio, mobilità locale, disciplina regionale di attività culturali e turistiche. Comuni, Città Metropolitane e Regioni avranno risorse autonome ma le dovranno gestire «sulla base di indicatori di costo», i cosiddetti costi standard.
I PUNTI CONTESTATI
Alcune associazioni ambientaliste hanno criticato il testo, sostenendo che su temi ambientali la competenza resta concorrente, con il rischio di molti ricorsi.

Con l’Italicum il vincitore è assicurato. Ma resta da sciogliere il nodo preferenze
La legge elettorale non fa parte del ddl sulle Riforme attualmente in discussione al Senato, ma i due provvedimenti sono legati a doppio filo. Per questo ne parliamo qui, anche perché l’Italicum è già stato approvato dalla Camera, ma è facile prevedere che il passaggio a Palazzo Madama non sarà indolore. Il testo prevede una legge elettorale proporzionale con una forte correzione maggioritaria: la prima coalizione (o il partito) che supera il 37%, ottiene un premio di maggioranza che le assegna 340 seggi. Se nessuno arriva a tale soglia, si va al ballottaggio tra le prime due coalizione: chi vince prende 321 seggi. Esistono soglie di sbarramento: 12% per le coalizioni, 8% per le singole liste, 4,5% per le liste in coalizione. Non esistono le preferenze: i deputati (perché l’Italicum si applica solo alla Camera) sono eletti in mini-listini bloccati nei 120 collegi.
I PUNTI CONTESTATI
I partiti più piccoli premono per abbassare le soglie di sbarramento, mentre quella per il premio di maggioranza potrebbe essere rivista al rialzo. Dibattito aperto anche sull’introduzione delle preferenze, come richiesto dal M5S e dalla minoranza del Pd.

da www.lastampa.it

"Lavoro, 140mila a rischio. L’economia resta al palo", di Giuseppe Caruso

La crisi non è finita. A confermare quello che la maggior parte degli italiani sente sulla propria pelle, dai salari al ribasso al lavoro che non c’è, arrivano una serie di dati che fotografano le difficoltà dell’Italia.
UN’ECONOMIA FERMA
Bankitalia ieri ha reso noto che il 2014 dovrebbe far segnare una crescita limitata del prodotto interno lordo allo 0,2%, in netto calo rispetto alle stime dell’Istat (+0,6%), che già peraltro abbassavano i dati previsti dal governo (0,8%).Acreare questa situazione concorrono diversi fattori, quali la produzione industriale che ristagna ed i miglioramenti ancora troppo timidi che arrivano dai consumi delle famiglie, dagli investimenti e dalle condizioni del credito. Un risultato deludente, se si pensa che la stessa Bankitalia, nel Bollettino di gennaio, aveva pronosticato una crescita dello 0,7%. I numeri diffusi ieri erano stati in qualche modo anticipati il giorno prima dalle parole dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «Per la crescita purtroppo non esistono scorciatoie e la situazione resta molto critica. Prevediamo una crescita debole ed una disoccupazione ancora elevata per tutto il 2014». Secondo Bankitalia tuttavia le cose dovrebbero andare meglio nel 2015, con un Pil in aumento dell’1,3% e l’inflazione (pari allo 0,4% nel 2014) in risalita allo 0,8%. Ma, come si è visto, si tratta solo di previsioni.
LAVORO A RISCHIO PER 140MILA
E non sono di certo positive quelle che arrivano dalla Cisl sul mondo del lavoro.
Secondo il sindacato guidato da Raffaele Bonanni, come racconta il «XI Rapporto Industria, mercato del lavoro e contrattazione», nel corso del 2014 i lavoratori a rischio di perdita di lavoro saranno 136.616 unità, in aumento di 13.486 unità rispetto alle previsioni del 2013. Questa situazione crea unacostante crescita del numero di interventi per le persone disoccupate: fra il 2010 e il 2013, sono il 66,5% in più, con il tetto massimo di 2.186.358 di interventi di sostegno nel 2013. L’incremento maggiore riguarda i lavoratori in mobilità (+81,8%), che sono stati 217.597 nel 2013.
Nei primi mesi di quest’anno i dati sulla produzione industriale hanno deluso le aspettative, seppur modeste, di crescita. E questo dopo sei anni di crisi che hanno provocato una caduta drammatica dell’attività produttiva: rispetto alla fase più alta del ciclo precedente (2007-2008), la produzione industriale si è contratta di un quarto, la capacità produttiva intorno al 15%, i consumi delle famiglie di circa l’8%, gli investimenti del 26%.
La crisi ha colpito soprattutto l’industria manifatturiera e le costruzioni, che hanno subito complessivamente circa l’89% della diminuzione totale degli occupati, rispettivamente con 482mila e 396mila occupati in meno. Il rapporto indica poi come negli anni della crisi, il Pil sia sceso soprattutto nel Mezzogiorno, dove si è ridotto del 4% e le Unità di Lavoro del 4,5%, mentre al polo opposto, nel Nord-ovest, il Pil è sceso “solo” dello 0,6% e le Unità di Lavoro dello 0,3%. Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl si è detto convinto che «non è più tempo di chiacchiere e ricette fumose, che non portano mai a niente».
Insomma, continua il sindacalista, «purtroppo siamo ancora ben lontani dall’uscita della crisi economica e sociale. Non possiamo continuare a perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro senza che ci sia un impegno straordinario di tutti».
CALA LA CASSA INTEGRAZIONE
In questo quadro per niente rassicurante, si inserisce il rapporto mensile della Uil sulla cassa integrazione. A giugno sono state autorizzate 74,5 milioni di ore di cassa integrazione, facendo registrare una flessione sia rispetto al mese precedente (-22,7%), sia rispetto allo stesso mese del 2013 (-24,3%). Nei primi 6 mesi del 2014 sono state complessivamente richieste dalle aziende oltre 560 milioni di ore di cig complessive, in riduzione del 4,7% sullo stesso periodo del 2013. In valori assoluti la Lombardia è la regione con il maggior numero di ore autorizzate (20,8 milioni). Confrontando il primo semestre con l’analogo periodo del 2013, si nota come sono aumentate le richieste di cassa integrazione straordinaria (+20,1%), a fronte di una contrazione dell’ordinaria (-28,5%) e della deroga (-16,7%). Il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy, spiega che «le ore complessivamente autorizzate nel primo semestre di quest’anno mostrano la continua sofferenza della grande industria. Su un totale di 560 milioni di ore di cassa integrazione, la straordinaria ne colleziona ben 308 milioni». Da non sottovalutare, poi, «i dati riferiti alla cassa integrazione in deroga in cui le ore richieste nel I semestre di quest’anno ammontano a circa 113 milioni. Si tratta, in questo caso, di richieste dovute a crisi aziendali già esplose alla fine del 2013,mache il “fermo” delle autorizzazioni ha portato allo sblocco, parziale, solo in queste settimane».

da l’Unità

"Finalmente attenzione all'economia reale", di Alberto Quadrio Curzio

L’avvio del ciclo istituzionale 2014-2019 della Ue è segnato da eventi di notevole portata. Si tratta dell’elezione del Presidente della Commissione Europea da parte del Parlamento Europeo in seguito ad un percorso di metodo e di merito ineccepibile che è anche una lezione per gli euroscettici e gli eurotecnocrati. Per i primi non c’è democrazia mentre per i secondi ce n’è quanto basta laddove gli eurorazionali possono rallegrarsi anche esaminando il programma del neo-eletto Jean-Claude Juncker (JCJ).
Il metodo e il merito. Il metodo è stato ineccepibile perché JCJ era il candidato presidente scelto dal Ppe, poi confermato ad elezioni vinte e designato dal Consiglio Europeo, infine valutato in incontri dai partiti e dai gruppi del Parlamento europeo che lo ha poi conclusivamente eletto a scrutinio segreto.
Nel merito fondamentale è il “programma per l’occupazione, la crescita, l’equità e il cambiamento democratico” presentato da JCJ al parlamento europeo. Sbaglia chi pensa che si tratti di troppe ambizioni con scarsa possibilità di realizzazione presentate per accontentare un po’ tutti. A noi pare invece che, considerata anche la esperienza di JCJ sulle questioni europee, il programma sia solido sia sui principi che sulle priorità economiche e politiche espresse in 10 “settori strategici” di intervento. Riflettiamo, con interpretazione personale, su quelli che per noi sono di maggiore interesse.
La sussidiarietà. È il principio su cui JCJ vuole rilanciare l’Europa Unita. La sussidiarietà (verticale) e la proporzionalità affidano ad ogni livello di governo (europeo, nazionale, regionale o locale) le competenze adatte per migliorare la combinazione tra legittimità ed efficienza. JCJ afferma di volere una Ue più “grande ed ambiziosa” ma non più regolamentata ed intrusiva in questioni che possono essere risolte meglio a livelli di governo infraeuropei. Anche sulla sussidiarietà (orizzontale) JCJ è chiaro affermando che sono soprattutto le imprese a creare occupazione ma che i fondi pubblici della Ue possono e devono essere usati meglio per spingere gli investimenti nell’economia reale e per una proficua sinergia tra pubblico e privato. Sui temi dell’equità la sua intonazione è quella di un sostenitore dell’economia sociale di mercato che ritiene necessarie le riforme strutturali capaci di generare crescita e occupazione nel medio termine senza però trascurare i contraccolpi sociali.
L’economia reale. È il tema più forte del programma di JCJ al quale sono dedicati i suoi primi 5 settori strategici dove enfasi e silenzi dicono molto su quali JCJ consideri sue competenze e le sue priorità. Le politiche per l’economia reale e per il loro finanziamento sia a livello comunitario che a livello nazionale sono il fulcro per il rilancio della crescita e dell’occupazione. Si tratta degli investimenti in sistemi di infrastrutture integrate (digitale e banda larga, energie, trasporti, tecnoscienza) con un potenziamento dei finanziamenti sia con un uso più efficiente ed efficace del bilancio comunitario sia tramite la Bei e il partenariato pubblico-privato, sia con nuovi strumenti finanziari per le imprese. JCJ si impegna a presentare entro tre mesi un programma che mobiliti 300 miliardi di investimenti in tre anni. Si creerebbero così dei mercati integrati infrastrutturalmente e una maggiore competitività specie per l’industria che per JCJ deve puntare al 20% del Pil della Ue. Per fa si che di questa strategia di crescita reale beneficino anche le Pmi, che danno l’85% degli occupati nella Ue, JCJ si impegna anche ad una semplificazione radicale delle norme europee auspicando una ricaduta su quelle nazionali.
Bei e Bce. Importante è l’enfasi di JCJ sulla Bei (Banca europea per gli investimenti) sia per la preparazione di progetti in collaborazione con la Commissione sia per il finanziamento di progetti sia per il partenariato pubblico-privato.
Ricordiamo che l’aumento di capitale della Bei di 10 miliardi eseguito agli inizi del 2013 ha già consentito di aumentare la sua capacità di prestiti di 60 miliardi nel triennio 2013-15 liberando così fino a 180 miliardi di euro in investimenti addizionali all’economia reale (dalle infrastrutture alle Pmi). Si è anche accentuata la sinergia tra Bei, Fei (fondo europeo per gli investimenti) e Casse Depositi e prestiti nazionali per valorizzare il ruolo capitale di rischio e per rilanciare le cartolarizzazioni. La nostra Cdp già collabora con la Bei e con le omologhe Casse di Germania, Francia e Spagna. Questa è una delle sue missioni primarie da potenziare.
Interessante è notare che JCJ nulla dice sul ruolo della politica monetaria e sulla Bce. A nostro avviso questo silenzio significa non solo rispetto per l’autonomia della Bce stessa ma anche convinzione implicita che stante la crisi prima e la deflazione (con un tasso ufficiale Bce allo 0,15%) senza un’azione diretta di stimolo agli investimenti, la crescita e l’occupazione non riprenderanno anche se questo non toglie meriti a Draghi
L’Eurozona rafforzata. Ciò non significa che JCJ sottovaluti il ruolo dell’euro proponendo infatti una riqualificazione e un rafforzamento dell’Eurozona. Pur confermando la necessità di rispettare il patto di stabilità e di crescita JCJ sottolinea che le sue flessibilità vanno usate, che andranno riesaminati il “six e il two pack”, che altre riforme strutturali potranno essere sostenute da incentivi finanziari, che andranno riequilibrate sul piano sociale e di equità le politiche di stabilizzazione stile “troika”. Infine si prefigura una capacità di bilancio autonoma della Uem e anche di una rappresentanza esterna.
JCJ prende come traccia il programma dei “quattro presidenti” unito ad una scelta politica netta. E cioè che nei prossimi 5 anni non ci saranno allargamenti ad altri Paesi in quanto vanno digeriti i 13 fatti negli ultimo 10 anni.
Una conclusione italiana. JCJ, che tratta anche di altri temi (importante per l’Italia è la presa di posizione sul carattere europeo del problema migrazioni) ed è chiaro nella valorizzazione del metodo comunitario espresso dalla Commissione e dal Parlamento. JCJ tratta poco del Consiglio Europeo sapendo che qui i Capi di stato o di governo non rinunceranno a far valere gli interessi nazionali sia pure nella propria ottica comunitaria. Si capisce perciò che il Presidente Renzi voglia tenere per sé, come fanno i suoi pari, questo ruolo apicale che riassorbe di norma anche quello per la politica estera. L’Italia e l’Eurozona devono però ricominciare a crescere e per questo noi abbiamo bisogno di un Commissario all’economia reale che sostenga con forza il programma di JCJ. Una personalità come Marco Buti sarebbe qui utilissima anche perché avrebbe la capacità di interloquire con il Commissario, che conta molto, agli affari economici e monetari.

da Il Sole 24 Ore

"Non è più rinviabile una politica industriale", di Patrizio Bianchi

La revizione al ribasso delle stime di crescita, cadute ormai ad un gracile 0,2 per cento e la
crescente evidenza della continua emorragia di posti di lavoro, di cui l’XI Rapporto della Cisl su industria, mercato del lavoro, contrattazione rende drammatico conto, richiamano il governo alla urgenza di interventi di politica industriale, oggi tanto più necessari quanto più conclamati nei giorni passati. Il dato medio nazionale diviene sempre meno significativo, perché nasconde le differenze che stanno accrescendosi sempre più fra regione e regione e le distanze che si stanno accumulando fra chi cresce e chi continua ad affondare nella crisi.
Il rapporto Cisl mette in evidenza come ad una caduta modesta delle aree forti del Nord corrisponde lo sprofondamento del Sud, con una desertificazione del sistema produttivo, che vede una riduzione della capacità produttiva nazionale del 15 per cento dall’inizio della crisi, ma quasi tutta concentrata nel Mezzogiorno. Le imprese che al Nord crescono , non solo esportano, ma sono sempre più parte di un sistema integrato di produzione che ha il suo cuore nella Germania, tra Francoforte, Stoccarda e Monaco. Il primo obiettivo di politica industriale deve essere quindi il rafforzamento della manifattura nella sua spinta di integrazione europea, sostenendo la meccanica avanzata, la componentistica, la rinata chimica e farmaceutica italiana, e per altro verso l’alimentare e il settore moda di grande qualità, come perni di un’azione volta a sostenere le esportazioni e quindi la reindustrializzazione del Sistema Italia. Occorre quindi riconoscere la centralità della manifattura e dotarsi di una strategia in grado di far si che il numero delle imprese in grado di giocare sul piano internazionale con successo – oggi stimato da Banca d’Italia intorno alle 4500 imprese – aumenti significativamente, diciamo di almeno altre 1500 imprese nei prossimi due anni.
La rinascita della manifattura – che è del resto il tema del Consiglio dei ministri europei che si terrà domani a Milano – è il cuore di quel Industrial compact, che la Commissione Barroso lascia a Junker come base del rilancio europeo. In quel piano stanno non solo le risorse, e sono tante, ma soprattutto la base normativa per un intervento a favore dell’industria europea, che sfugga al rischio di infrazione per aiuti di stato, permettendo di coordinare verso il comune indirizzo di rilancio industriale anche i fondi strutturali attribuiti ai singoli stati. In questo insieme di azioni, che appunto si chiama Industrial Compact, stanno infatti tutti quegli interventi (dalla riduzione del costo della energia e delle materie prime, alla spinta alla internazionalizzazione, dalla certificazione e protezione della qualità dei prodotti, all’accesso al credito) che devono permettere il rilancio dell’industria italiana.
L’avvio dell’Industrial Compact deve esser il cuore della Presidenza italiana. Quindi, l’Italia a Bruxelles, in questo delicato semestre, punti ad una attuazione rapida del Piano di rilancio dell’industria europea, e questo sarà tutto a vantaggio della nostra industria che, crescendo, trascinerà anche il resto del paese. È necessario però che il governo dia anche segnali chiari della direzione di marcia verso questo obiettivo, come Obama fece nella fase più dura della crisi interna e come tutti i principali leader europei hanno dato nei mesi passati. Qui si pongono due temi per noi specifici. Innanzitutto il credito.
Draghi continua a mettere a disposizione del sistema bancario una liquidità che però non arriva alle imprese, essenzialmente perché viene usata per ricapitalizzare continuamente le stesse banche. Dopo venti anni deve essere affrontata una riflessione sull’effettivo esito di un processo di concentrazione bancaria che ci ha portato ad avere solo un paio di grandi banche, sempre in ristrutturazione, e lo sradicamento pressoché totale di quel fitto reticolo di banche minori e casse di risparmio e mutualità , che costituivano parte rilevante di un tessuto economico locale, che per definizione si rivolgeva al sostegno della piccola impresa, dell’artigianato e del commercio minuto, e che rappresentava comunque un ammortizzatore nei momenti di crisi ed un impegno per la crescita di nuova impresa. Un’azione rivolta non solo a garantire credito alle imprese minori ma a ricostruire un associazionismo locale volto a sostenere risparmi ed investimenti di comunità, certamente aperte, ma anche radicate, diviene essenziale per la ripresa.
Un altro punto di riflessione ci viene dalla vendita di una importante impresa famigliare, la Indesit dei Merloni. Questo fatto ci richiama alla necessità di trovare strumenti per permettere la vita autonoma di imprese famigliari al di là dei loro fondatori. Occorre favorire la creazione di modelli proprietari in cui la famiglia mantenga la proprietà indivisa della azienda, senza frazionamenti tra eredi, ne affidi la gestione a manager, e quindi si rivolga al mercato per finanziare anche con ampliamenti azionari e possibili fusioni la propria scala di azione.
Il semestre europeo coincide anche con l’avvio della nuova commissione, che si gioca non poco sul rilancio industriale. La politica industriale è sempre più sia materia europea e contemporaneamente materia legata al territorio. Il governo, così attento alle riforme, dimostri in questo terreno arduo ma imprescindibile la sua capacità di fare politica, tenendo assieme i due piani, ridando orizzonte alla nostra industria.

da L’Unità

"Sentenza a futura memoria", di Carlo Federico Grosso

La sentenza della Corte di Appello di Milano che, ribaltando di 360 gradi la sentenza di primo grado, ha assolto ieri Berlusconi con formula piena non può non sconcertare la gente comune. Sconcerta per il fatto in sé, in quanto difficilmente la gente può concepire che due collegi giudicanti possano valutare gli atti di uno stesso processo in modo così antitetico; sconcerta, soprattutto, stante la personalità del soggetto interessato, che dato il suo passato e il suo presente politico avrebbe avuto diritto, sempre, prima come dopo, alla massima prudenza da parte degli organi di giustizia.

In realtà, noi esperti di vicende giudiziarie, sappiano che ribaltamenti delle decisioni possono accadere, e si sono verificati numerose volte. La stessa circostanza che la legge preveda la possibilità di appellare una sentenza di primo grado, e, ulteriormente, di ricorrere in cassazione contro quella di secondo grado, presuppone, logicamente, l’eventualità del ripensamento. E proprio perché, in astratto, è sicuramente bene che più giudici diversi siano chiamati a valutare le situazioni delicate che, frequentemente, caratterizzano i processi penali, io ho sempre paventato che l’esigenza di ridurre i tempi dei processi potesse indurre qualche sprovveduto a suggerire di abbreviarli tagliando sul terreno delle impugnazioni. Perderemmo, in questo modo, una fetta importante di garanzia.

Ma veniamo al processo Berlusconi. In primo grado egli era stato condannato per concussione perché avrebbe «costretto» un funzionario di polizia a consegnare Ruby ad una persona alla quale essa, minorenne, non avrebbe potuto essere consegnata, e per prostituzione minorile perché avrebbe avuto consapevolmente rapporti sessuali con una minorenne. La Corte di Appello ieri ha assolto l’imputato dalla prima imputazione «perché il fatto non sussiste», dalla seconda imputazione «perché il fatto non costituisce reato». Non conosciamo, al momento, le motivazioni della decisione. Dalle formule assolutorie rispettivamente usate dalla Corte possiamo tuttavia intuire quale può essere stato il ragionamento che ha condotto alla decisione.

Si assolve «per insussistenza del fatto» – lo lascia intendere lo stesso significato linguistico delle parole – quando si ritiene che il reato contestato non esista, che, in altre parole, i fatti che si addebitano non concretino una condotta penalmente rilevante. Si assolve «perché il fatto non costituisce reato» quando si ritiene invece che il «fatto» sia stato commesso, ma che l’imputato non sia punibile per altra causa, ad esempio perché ha agito in buonafede (senza dolo), o perché era presente una causa di non punibilità (ha ucciso per difendersi). Le due formule, rispettivamente usate dalla Corte di Appello con riferimento ai due capi d’imputazione a carico di Berlusconi, possono pertanto fornirci qualche idea su ciò che è stato deciso in camera di consiglio.

La concussione «non sussiste», è stato decretato. Ciò significa che secondo i giudici l’intervento di Berlusconi, nella famosa serata nella quale egli si è messo in contatto con la Questura di Milano, inviando la fida Minetti a recuperare la ragazza trattenuta in un ufficio di polizia, non ha avuto alcuna valenza «costrittiva» (violenza o minaccia), come esige invece l’art. 317 c.p. che prevede il delitto di concussione (riconosciuto esistente dal giudice di primo grado).

La Corte, esclusa la «costrizione», avrebbe potuto comunque riconoscere l’esistenza di una «induzione indebita» rilevante ai sensi del nuovo art. 319 quater c.p. (si tratta del reato previsto dalla c,d, riforma Severino, nel quale è stata fatta confluire l’originaria concussione per induzione, che con riferimento alla posizione dell’induttore – salva la pena minore – è assolutamente identico alla fattispecie originaria di concussione per induzione, e risultava pertanto, in astratto, sicuramente applicabile nel caso di specie). Si vede che la Corte, escluso che nel comportamento di Berlusconi fossero rinvenibili profili di minaccia, ha escluso altresì che vi si potessero rinvenire profili di semplice induzione di soggetti pubblici a compiere alcunché d’illecito.

Diverso è il caso della prostituzione minorile. La formula assolutoria impiegata sembra lasciare arguire – vedremo, leggendo le motivazioni, se sarà davvero questo il ragionamento seguito – che la Corte di Appello abbia ritenuto che il «fatto», cioè la relazione dell’imputato con la giovane ragazza, vi sia stato. Che tale relazione non costituisca tuttavia reato (verosimilmente) perché mancava il dolo, cioè la percezione della minore età della sua partner da parte dell’attore maschile.

Il processo, d’altro canto, non è comunque ancora definitivamente risolto a favore di Berlusconi, perché la Procura Generale di Milano, che aveva chiesto la conferma della durissima condanna di primo grado, ed è uscita pesantemente sconfitta dal processo di appello, potrà pur sempre ricorrere in cassazione, aprendo in questo modo un’ulteriore, altrettanto drammatica, fase giudiziaria a carico dell’ex Presidente del Consiglio.

La sentenza appena pronunciata innesca d’altronde, su altri fronti, una serie di ulteriori interrogativi giudiziari. Che cosa accadrà, ad esempio, del processo Ruby bis, che, pure, si era concluso con pesanti condanne degli imputati da parte del giudice di primo grado? Che cosa accadrà dell’indagine aperta a seguito della trasmissione, da parte del Tribunale di Milano alla locale Procura della Repubblica, di atti dai quali, a suo giudizio, emergerebbero episodi di falsa testimonianza di testi ascoltati in udienza e d’impulso a rendere falsa testimonianza addirittura da parte di alcuni legali?

In teoria, l’assoluzione pronunciata ieri potrebbe essere ininfluente nei confronti di tali diversi processi, essendo essi affidati alle prove emergenti, o non emergenti, dai loro rispettivi atti (ad esempio, se dovesse risultare confermato il «fatto», sia pure non punibile, di prostituzione minorile, le asserite false testimonianze relative a ciò che sarebbe accaduto, o non accaduto, nel corso delle «serate eleganti» di Arcore non risulterebbero, certo, automaticamente cancellate).

L’impressione, tuttavia, è che al di là di questo o di quel particolare, dopo la sentenza di ieri nulla sarà più come prima. Inevitabilmente essa darà una scossa, farà affrontare i futuri processi Berlusconi – che pendono davanti a diverse sedi giudiziarie, Napoli e Bari oltre che Milano – in una prospettiva assolutamente «altra».

Rispetto alla sentenza d’appello di ieri l’auspicio è, comunque, che essa abbia costituito davvero, e soltanto, come dovrebbe essere, il risultato di una scelta compiuta in coscienza, autonomia e libertà da parte di giudici onesti e trasparenti e che su di essa non abbia in nessun modo interferito l’annoso problema dei rapporti fra politica e giustizia.

da La Stampa

"L’Appia Antica salvata da Autostrade. È l’Operazione Grand Tour", di Gian Antonio Stella

«Il basolato ci danneggia i suv. Non si potrebbe fare qualcosa? Che so, coprirlo con una lastra di cristallo…». La contessa Marisela Federici, racconta divertito e affranto agli amici il commissario per l’Appia Antica Mario Tozzi, proprio non riusciva a capire perché mai non si trovasse una soluzione per quella pavimentazione posata a partire dal 312 a.C. da Appio Claudio Cieco. Che fastidio, per lei e gli ospiti dei party nella sua villa, sobbalzare su quelle basole!
Che la regina dei salotti potesse uscirsene con frasi simili si sapeva. Un giorno, alle telecamere di Riccardo Iacona, invitò quanti si suicidano per mancanza di lavoro a darsi da fare: «Lavorassero un po’ di più invece di lamentarsi tanto!». Ma lo stesso fastidio per quel basolato antico, potete scommetterci, lo provano senza dirlo molti di quelli che usano tutti i giorni la «Regina Viarum» come fosse una bretella stradale. Ad esempio consoli e proconsoli della politica e della burocrazia: senza il traffico e i semafori dell’Appia Nuova o della Tuscolana l’aeroporto di Ciampino pare più vicino: vuoi mettere la comodità?
Certo, dalla tomba di Cecilia Metella a Torricola il traffico sarebbe vietatissimo. Ci sono cartelli con la sbarra del divieto d’accesso. E qualche tratto, qua e là, è contromano. Ma su quella che è la più celebre strada del mondo antico, che i grandi viaggiatori risalivano a piedi o a cavallo sostando alle catacombe di San Callisto, alla Villa di Massenzio o al tumulo dei Curiazi, circolano nei giorni di punta, denuncia la direttrice Alma Rossi, duemila macchine l’ora. Sfiorando i temerari turisti che camminano verso le catacombe filo filo al muro dove San Pietro incontrò Gesù: «Quo vadis, Domine?». Per non dire dei giganteschi autotreni a due piani carichi di auto per la Hyundai, che sta ancora lì dopo aver ricevuto la disdetta del contratto dal Comune di Roma addirittura ventidue anni fa.
Antonio Cederna aveva visto tutto già nel 1953: «La via Appia Antica si avvia a diventare l’insufficiente corridoio di scolo dei vari quartieri che le stanno sorgendo ai lati». E ancora prima di lui aveva indovinato Wolfgang Goethe decantando la «solidità dell’arte muraria. Questi uomini lavoravano per l’eternità ed avevano calcolato tutto, meno la ferocia devastatrice di coloro che son venuti dopo ed innanzi ai quali tutto doveva cedere».
Sono decenni che il Parco dell’Appia Antica, 3.500 ettari in larghissima parte storicamente in mano ai privati, attende una vera sistemazione che metta ordine in un caos dove hanno spazio, oltre ai meravigliosi resti archeologici, case di cura e depositi di auto confiscate, garage del Cotral (il Consorzio trasporti pubblici) e sfasciacarrozze, centri sportivi con piscine fuorilegge e ville di miliardari col vizietto dell’abuso. Basti dire che, un quarto di secolo dopo la fondazione, il «Piano Parco» è ancora in sospeso. E galleggia tra competenze e sensibilità diverse: i Comuni di Roma e Ciampino, la Provincia e la Regione, le Soprintendenze di Roma e del Lazio, quella archeologica, quella per i Beni architettonici e il Paesaggio e, per le catacombe, la Pontificia commissione di archeologia sacra.
Tema: come possono gli amanti dell’arte e i turisti in genere riconoscere come un unico parco archeologico d’importanza planetaria un grande e caotico impasto di eccezionali testimonianze monumentali sparpagliate un po’ qua e un po’ là e spesso difficili da trovare come la stupenda isola verde della Torre del Fiscale, affidata a un manipolo di appassionati volontari, isola che ospita grandiosi acquedotti ma è assediata da palazzoni-alveari e dal traffico dell’Appia Nuova e della Tuscolana?
È in questo panorama di bellezza e degrado, prati verdi e mostruosità edilizie e disordine generale, panorama assai diverso dall’idea bucolica dell’Agro Romano coperto di fascinose rovine, che è nato il progetto «Operazione Grand Tour». Voluto per «valorizzare e rendere fruibile per romani e turisti l’“esperienza” dell’Appia Antica» attraverso una serie di iniziative finanziate anche da «Autostrade per l’Italia». E subito impallinato dall’Associazione Bianchi Bandinelli, dal Comitato per la Bellezza, da Salviamo il paesaggio, da Italia Nostra: «Un’operazione inverosimile».
Perché? Per «l’aspetto più sconcertante: la mobilità privata su gomma come elemento irrinunciabile e caratterizzante». Del resto, Autostrade non è forse «pronta a mettere a disposizione le proprie tecnologie autostradali, realizzando attività di comunicazione e marketing, punti di ristoro, laboratori e mostre»? «Robe da matti!», ribattono Mario Tozzi e l’Ente Parco: «Il progetto è nero su bianco: “chiusura al traffico con una nuova area Ztl” per ridurre al minimo del minimo i passaggi di macchine, restringimento delle corsie automobilistiche, nuovo limite inderogabile di velocità a 30 chilometri l’ora imposto con “tutor” e autovelox, controlli elettronici a tutti i sedici varchi d’ingresso, piste ciclabili per unire le varie parti del parco, stazioni di “bike sharing”, agriturismi con aziende agricole vere per conservare ciò che resta dell’Agro Romano, bus elettrici per collegare i siti. E da cosa e da chi dovrebbe essere difeso, il parco?»
Da «Autostrade», spiegano le associazioni citate. Non si fidano. Neanche se il progetto, così è scritto, si ispira «all’accordo Hewlett-Packard-Ercolano». Cioè il modello di mecenatismo che piace perfino ai più diffidenti difensori dei tesori monumentali italiani: «In nome di Antonio Cederna, l’uomo cui si deve la salvezza dell’Appia Antica e la modernità della sua concezione, ci opponiamo con determinazione all’accordo Beni culturali-Società Autostrade. E in nome di Cederna lanciamo un appello a quanti in Italia e nel mondo civile non sono disposti a barattare la storia e la cultura per un piatto di lenticchie».
Per cominciare, replicano dall’Ente Parco, non sono lenticchie, perché alla fine Autostrade potrebbe scucire dieci milioni di euro. E poi si tratterebbe di «mecenatismo puro. Esattamente come quello che è accaduto per la Piramide Cestia con percorso da tutti ritenuto esemplare». E il peso del colosso privato in cabina di regia? «Nessuna cabina di regia unica» e «tanto meno le Soprintendenze sono esautorate dal loro ruolo o delegittimate». E la mobilità su gomma? «L’intero progetto si basa sulla chiusura definitiva al traffico privato di tutta l’Appia Antica da Porta San Sebastiano a Frattocchie». E Autostrade cosa avrebbe da guadagnarci? «Neanche un marchio sui cartelloni. Solo lo sgravio fiscale e la possibilità di dire: è una cosa bella e l’abbiamo fatta anche noi».
Basterà a rassicurare chi pensa che comunque «pecunia olet» e tanta bellezza non dovrebbe essere contaminata dal denaro infetto di chi, orrore!, costruisce strade a sei corsie? Scommettiamo: no. Ma anche chi guarda con occhio torvo ogni intervento privato dovrebbe chiedersi: è giusto, in questi tempi di vacche magre, rinunciare a priori a finanziamenti preziosi prima ancora di vedere gli accordi firmati e protocollati? E quanto pesano, in queste diatribe, le gelosie sulle competenze? Mah…

da il Corriere della Sera

"Il peggio che verrà", di Bernardo Valli

Lo scontro a terra, il corpo a corpo, era inevitabile. Era temuto da entrambe le parti. Ma né Israele né Hamas potevano sfuggire a una battaglia terrestre. Non mi riferisco all’odio irresistibile che alimenta l’animosità di israeliani e palestinesi, ma alla situazione che si era creata e che non lasciava altre soluzioni. Inevitabile dunque e al tempo stesso assurdo l’intervento di Tsahal (52 mila uomini impegnati e altri 18 mila di riserva).
E ALTRETTANTO irrazionale, non ragionevole, il disperato rifiuto della tregua da parte di Hamas (con i suoi circa 20 mila guerriglieri rintanati nei tunnel o tra la popolazione). Sarà difficile agli uni e agli altri sfuggire alle trappole che li attendono. Vi finiscono tragicamente, smarrendovi la vita o l’anima, da quando Gaza è stata evacuata dagli israeliani nel 2005. La rivolta è puntuale, come in un indomabile penitenziario, e la repressione arriva altrettanto puntuale. Israele, tenace, reagisce secondo il principio del Muro di Ferro contro quale devono sbattere i suoi nemici. E Gaza, caparbia, disperata, reagisce ribadendo il suo rifiuto. Non riconosce lo Stato ebraico. È il suo dogma. Il dialogo è un talismano introvabile in quella terra della Bibbia.
L’assassinio dei tre adolescenti israeliani e quello del giovane palestinese bruciato vivo hanno fatto da detonatore a una situazione esplosiva. Spinto dalla disperazione per le difficoltà economiche e politiche la secessionista Hamas aveva appena riannodato i rapporti con l’Autorità palestinese di Ramallah. Avendo le casse vuote, aveva accettato di governare in una posizione subordinata nonostante l’accusa di collaborazionismo rivolta per anni ad Abu Mazen, il capo di quell’Autorità. Sperava di trovare le risorse indispensabili per pagare i quarantamila dipendenti dei servizi amministrativi di Gaza. Le relazioni con gli alleati siriani e iraniani erano ridotti al minimo e l’avvento al potere del generale Abdel Fattah al-Sisi in Egitto aveva provocato la chiusura di quasi tutti i tunnel di Rafah, grazie ai quali gli abitanti della Striscia ricevevano il necessario per vivere. Hamas è una derivazione dei Fratelli musulmani ed è quindi detestata dal nuovo rais del Cairo che ha decimato e imprigionato i membri della Confraternita sulle sponde del Nilo. Quando Al-Sisi ha proposto la tregua, di fatto un cessate il fuoco senza la prospettiva di un accordo più ampio, i dirigenti di Gaza non hanno esitato a respingere la sua iniziativa. Non si fidavano di Al-Sisi e ancor meno degli israeliani che l’avevano accettata senza esitare. Per Hamas una tregua era possibile soltanto se venivano posti sul tappeto le sue rivendicazioni.
Anzitutto la fine del blocco imposto da Israele. L’Ong israeliana Gisha ricorda sul suo sito internet che Gerusalemme continua a controllare larga parte della vita degli abitanti di Gaza: le acque territoriali, lo spazio aereo, persino l’anagrafe e l’unico terminal commerciale. I dirigenti di Gaza vorrebbero che i pescatori potessero uscire in mare fino a sei miglia dalla costa, e non soltanto a tre miglia come adesso. Vorrebbero anche lavorare nei campi situati nella “zona tampone”, ossia lungo i confini con Israele, dove si stende il 35 per cento delle terre coltivabili. Adesso l’accesso è rischioso, o addirittura impossibile, perché gli israeliani sparano a vista. Eppure negli accordi sottoscritti nel 2012 si autorizzavano i pescatori a spingersi lontano dalla costa e i contadini a mettere piede nei loro piccoli poderi.
Hamas chiede inoltre la liberazione dei prigionieri. E la possibilità di raggiungere la Cisgiordania, l’altra parte della Palestina, territorialmente separata. Adesso Tsahal non lo consente.
L’ostilità dei militari egiziani succeduti ai Fratelli Musulmani e i difficili rapporti con Siria e Iran hanno contribuito alla perdita di sessantamila posti di lavoro e hanno portato la disoccupazione al quaranta per cento. Lo straricco Qatar, ancora fedele ai Fratelli musulmani o ai suoi derivati, si è dichiarato disposto
a pagare gli impiegati dall’amministrazione rimasti senza stipendio, ma gli americani si sono opposti al finanziamento di un movimento come Hamas, che figura nell’elenco del terroristi. Si sono allora offerte come intermediarie le Nazioni Unite, ma il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, l’ha impedito. Tra le rivendicazioni di Hamas, di cui si discute in queste ore al Cairo (dove proseguirebbero i contatti, sia pure non diretti) ci sono, appunto, anche le paghe bloccate dei funzionari e la riapertura dei tunnel di Rafah, lungo il confine egiziano. Nell’attesa dell’intervento terrestre i responsabili di Hamas si ponevano il dilemma: morire nel corso di un’offensiva o lentamente di stenti come dei miserabili? La prima opzione è stata preferita dai gruppi estremisti, quali la Jihad islamica, di fronte ai quali Hamas è un movimento moderato. In quanto alla popolazione che fa da scudo nessuno ci pensa. La scuola dell’Onu in cui sono stati trovati decine di missili non è certamente un caso unico. Israele ha un sofisticato sistema antimissili che annienta i razzi nel cielo di Tel Aviv e di Gerusalemme; Gaza ha la carne umana.
Anche per Israele l’operazione terrestre, il corpo a corpo, era inevitabile. Hamas ha accumulato negli anni migliaia di razzi, di missili a lunga portata, di fabbricazione iraniana o siriana, che nelle crisi scaglia contro le città israeliana sperando di fare vittime. Israele non può vivere con questo incubo, anche se finora l’Iron Dome, il sistema antimissili ha funzionato. Razzi e missili sono sparati da tunnel scavati sotto la città, in mezzo alla popolazione. Da qui il numero delle vittime civili. Forse anche per questo Benjamin Netanyahu ha esitato prima di ordinare l’operazione di terra. Per trovare e distruggere quelle armi bisogna frugare tra gente inerme. Ma ministri influenti del suo governo, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, l’hanno accusato apertamente di debolezza quando è saltato sull’iniziativa egiziana e ha subito accettato la tregua. Hamas l’ha poi aiutato rifiutandola e lasciandogli una sola scelta, quella dei falchi. L’operazione è rischiosa. I guerriglieri islamisti potrebbero fare dei prigionieri. Ed anche dei morti. Ma soprattutto indebolendo Hamas, l’esercito israeliano favorirebbe i gruppi estremisti. E allora verrebbe il peggio.

da La Repubblica