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"Linee guida tecnici e professionali: insegnamento della storia fra high-tech e high-touch", di Anna Maria Bellesia

Fervono i preparativi per la messa a punto delle Linee guida per il secondo biennio e il quinto anno degli istituti tecnici e professionali. La bozza, attualmente all’esame del Cnpi, è ancora un documento in fieri, in alcune parti già definito, in altre ancora grezzo e disomogeneo. Lo schema delle Linee guida è apparso sul sito dell’Ansas per un breve periodo in luglio e con accesso riservato. La discussione è rimasta così limitata agli addetti ai lavori, mentre una gestione più aperta avrebbe potuto stimolare contributi utili specialmente riguardo alle discipline.
La “dinamica integrazione” tra cultura umanistica, scientifica e tecnologica costituisce il leitmotiv per il secondo biennio e l’ultimo anno, tuttavia bisogna fare attenzione a non cadere in forzature. E’ il caso della storia.
Nell’introduzione delle Linee guida (al momento la sezione meglio definita) leggiamo che “l’insegnamento della Storia tende ad ampliare e rafforzare l’acquisizione delle competenze chiave di cittadinanza” e “l’approccio, quindi, non può che essere ‘globale’, ossia imperniato sull’intreccio fra le variabili ambientali, demografiche, tecnologiche, scientifiche, economiche, sociali, politiche, culturali”.
D’altra parte però, se andiamo a leggere la declinazione dei risultati di apprendimento in competenze e abilità, notiamo che non è così facile coniugare l’high-tech e l’high-touch con la storia in modo credibile. Lo sforzo di raccordare teoria e pratica, locale e globale, scienza/tecnica e cultura/etica, porta in qualche punto a delle forzature che andrebbero riviste prima di assumere veste ufficiale.
Innanzitutto crea disorientamento il cambiamento della scaletta dei risultati di apprendimento attesi “al termine del percorso quinquennale”, che in quanto tale non avrebbe dovuto subire modifiche rispetto alla definizione già pubblicata nelle Linee guida per il primo biennio.
In secondo luogo, l’apporto della storia, nell’ambito della programmazione del consiglio di classe nel secondo biennio e nel quinto anno, si concentra, un po’ riduttivamente rispetto al potenziale formativo della materia, su due competenze:

a) correlare la conoscenza storica generale agli sviluppi delle scienze, delle tecnologie e delle tecniche negli specifici campi professionali di riferimento.
b) riconoscere gli aspetti geografici, ecologici, territoriali dell’ambiente naturale ed antropico, le connessioni con le strutture demografiche, economiche, sociali, culturali e le trasformazioni intervenute nel corso del tempo.

Ma i passaggi che avrebbero bisogno di essere chiariti nell’edizione definitiva sono i seguenti: “Particolare rilevanza assumono il metodo di lavoro laboratoriale e le esperienze in contesti reali al fine di valorizzare la centralità e i diversi stili cognitivi degli studenti e motivarli a riconoscere e risolvere problemi e ad acquisire una comprensione unitaria della realtà”. Cosa vuol dire in concreto riferito alla storia? E cosa si intende per “Leggere, utilizzare ed applicare categorie e strumenti del ‘fare storia’ (o della ‘ricerca storica’, in altra stesura) in contesti laboratoriali ed operativi”?
E’ pur vero che le Linee Guida non costituiscono un prescrittivo programma ministeriale, e che le scuole nella loro autonomia definiscono il curricolo, ma forse sarebbe opportuno pervenire ad indicazioni meno fumose per evitare poi interpretazioni stravaganti e di dubbio livello qualitativo.

La Tecnica della Scuola 08.11.11

"Il premier abbandonato anche da Gianni Letta", di Claudio Tito

«Stai commettendo un errore. Se vai avanti così, nessuno ti può aiutare. Nemmeno noi. Nessuno può garantirti più i numeri alla Camera». Se a parlare così è un uomo prudente e soprattutto leale nei confronti di Berlusconi come Gianni Letta, allora è davvero inspiegabile l´ostinazione con cui il Cavaliere sta insistendo per la sua strada contro tutto e tutti. Il premier sembra ormai incosciente, quasi in trance. Incapace di capire cosa gli capita attorno e di cogliere i segnali che quotidianamente la Ue e i mercati finanziari gli spediscono con crescente allarme. IL PDL – quella che doveva essere la sua creatura e il suo lascito alla politica – ha sostanzialmente alzato le braccia dinanzi alla sua cocciutaggine. Nel bunker di Via dell´Umiltà, persino gli uomini più fedeli non fanno più nulla per evitare la resa dei conti in Parlamento. Come se ognuno volesse scrollarsi di dosso la responsabilità di una sconfitta probabile e liberarsi dal peso di una scelta irresponsabile.
Del resto, il capo del governo ormai agisce in solitudine. Prima ha concordato con lo stato maggiore del suo partito un´uscita di scena, poi ha improvvisamente cambiato idea. E lo ha fatto dopo aver incontrato i suoi figli e il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. In un pranzo – presente anche l´avvocato-deputato Nicolò Ghedini – in cui si è discusso se fosse più conveniente per le aziende dimettersi o andare avanti. Una circostanza che ha fatto infuriare buona parte del Popolo delle libertà. I ministri più giovani, infatti, sanno che solo se il governo evita un formale voto di sfiducia, possono tenere in vita il centrodestra e giocarsi le proprie carte per il futuro. Ma anche la Lega di Bossi ormai ha deciso di rompere il patto con il Cavaliere. Ieri il premier aveva pensato persino di porre la fiducia oggi sul Rendiconto generale dello Stato. Una mossa stoppata proprio dal Senatur che non è più in grado di assecondare il capo del governo. I sondaggi in caduta libera impongono una svolta pure al carroccio. E con ogni probabilità se sul Bilancio dello Stato le astensioni saranno più dei voti favorevoli, la Lega potrebbe annunciare lo strappo finale. Il “no” del premier a passare il testimone ad Alfano e Maroni, del resto, è stata l´ultima offerta del Senatur. «Non voglio bruciare Angelino», ha detto Berlusconi a Calderoli. Una risposta che è stata interpretata come una semplice e inaccettabile scusa.
Ma al di là del disorientamento che accompagna tutte le scelte del centrodestra, a Palazzo Chigi continuano a ignorare i messaggi dei mercati. Ieri lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi ha toccato un nuovo record. Per poi scendere dopo le voci sulle sue dimissioni. Un segnale inequivocabile. Che, se associato al commissariamento di fatto da parte dell´Ue e del Fondo Monetario internazionale, rappresenta un´indicazione chiara di quello che gli analisti finanziari, i grandi fondi di investimento e i soprattutto i Paesi stranieri che mantengono un´ampia esposizione con titoli di stato italiano, si aspettano nei prossimi giorni. Se la politica nostrana scommette sulle elezioni anticipate, gli interlocutori esterni sembrano spingere per un esecutivo “tecnico”. Un governo guidato da un personaggio come Mario Monti o come Giuliano Amato (che sta conquistando posizioni anche ai piani alti delle nostri Istituzioni) nella consapevolezza che solo un assetto di questo tipo può garantire una riduzione del debito pubblico con misure anche impopolari. Per questo le forze più responsabili del centrodestra e del centrosinistra si affannano a indicare soluzioni “tecniche”. O miste, come sta facendo l´Udc con il “ticket” Monti-Letta. Ma per ora, di fronte alla paralisi del centrodestra e alla cocciutaggine del Cavaliere, l´unica strada è quella dello scontro frontale. Se oggi, però, le astensioni sul Rendiconto saranno superiori ai voti favorevoli, tutto cambierà. Il Quirinale dovrà prendere atto che la maggioranza in Parlamento non c´è più e quindi decidere la strada da intraprendere. Sapendo che la spinta verso le elezioni viene in primo luogo dal Cavaliere e quella per un esecutivo di transizione è esercitata da chi considera un´emergenza il salvataggio economico del Paese.

La Repubblica 08.11.11

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“Pressing del Cavaliere, i delusi resistono”, di Carmelo Lopapa

Il centrodestra fermo a quota 311. Pecorella: Silvio, danno per il Paese. In una rincorsa all´ultima voto senza fine che ha ormai trascinato il governo Berlusconi nelle paludi parlamentari dell´ultimo esecutivo Prodi, il premier oggi si gioca la partita decisiva sul filo del sorpasso. Si vota il rendiconto dello Stato, non è una fiducia, ma è come se lo fosse. E i giochi ruotano attorno a tre, massimo cinque deputati di scarto.
L´ultimo a lasciare via dell´Umiltà, a sera inoltrata, è l´ex “responsabile” Luciano Sardelli. Perché la sede di via dell´Umiltà è un porto di mare. Denis Verdini convoca, accoglie, blandisce, prova a convincere. Non ce la fa. In nottata arriva da Arcore a dargli man forte Silvio Berlusconi in persona. Andrà avanti così fino al voto d´aula di oggi pomeriggio, sul quale il Cavaliere sa di misurare le sue chances di resistenza contro tutto e tutti. E dal responso di oggi dipenderà anche la presentazione della mozione di sfiducia delle opposizioni. Casini lo va ripetendo, stavolta non vuole ripetere figuracce. Ma sulla lavagna virtuale di Verdini, già nel tardo pomeriggio di ieri, lampeggiava un´allarmante quota 310-311, alla luce delle defezioni di Carlucci, Bonciani e D´Ippolito transitati all´Udc e degli «indisponibili» pidiellini pronti ad astenersi.
Addio soglia dei 316, ottenuta nell´ultima votazione sulla fiducia del 14 ottobre, anche se oggi farà il suo esordio Luca D´Alessandro, subentrante al defunto Franzoso, assente quel giorno. Il rendiconto passerà, ma le opposizioni tutte – compresi gli ex della maggioranza – hanno concordato l´astensione. E per la prima volta, il partito del non voto potrebbe superare il centrodestra. Il breafing è stato continuo, a Montecitorio, tra Casini e Fini, poi Bersani e Di Pietro, contatti telefonici ininterrotti. Anche i loro calcoli serali avrebbero attestato l´avvenuto sorpasso. Se davvero le astensioni dovessero superare i “sì” e avvicinarsi ai 315, solo allora i leader delle opposizioni si muoverebbero per la sfiducia già nei prossimi giorni.
Per tutto il giorno dal fortino berlusconiano hanno rilanciato la voce di due Udc e di due del Misto in procinto di soccorrere la maggioranza. Un mistero, fino a sera. Sta di fatto che centrodestra e governo continuano a perdere pezzi. Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti conferma le sue dimissioni. Non è parlamentare, ma a lui sono legati i due deputati Sardelli e Antonio Milo, il primo si era già astenuto sulla fiducia, il secondo potrebbe farlo oggi sul rendiconto. La stessa cosa faranno, stando alle dichiarazioni della vigilia, almeno tre degli ex pidiellini firmatari della lettera dell´hotel Hassler: Giustina Destro, Fabio Gava e Roberto Antonione. Mentre non sarà presente alla votazione, «per motivi familiari», un quarto firmatario, Giancarlo Pittelli. Gli ultimi due, Stracquadanio e la Bertolini, invece, voteranno a favore e stamattina saranno ricevuti a Palazzo Grazioli da Berlusconi. Con loro anche Antonione, fermo invece sulla linea dell´astensione. Non potrà presentarsi in aula oggi per «ragioni personali» anche il repubblicano Francesco Nucara.
Ma in queste ore le porte sono girevoli e i confini tra i due schieramenti assai labili. Dalla sede Pdl esce nel tardo pomeriggio Giancarlo Mazzuca, uno degli insofferenti, rimasto a colloquio con i dirigenti. «Voterò sì sul rendiconto, ma è chiaro che sarebbe preferibile a questo punto un governo con maggioranza più solida», racconta appena fuori. Poi entrano a pochi minuti l´uno dall´altro il ministro Raffaele Fitto e il suo corregionale (oggi nel misto) Sardelli. Che finisce nel salottino di Verdini. Quando esce rassicura i leader del terzo polo e conferma l´astensione. «Ma questa sera, subito dopo la votazione, dobbiamo dare vita al nuovo gruppo dei popolari riformisti, non possiamo ancora restare in balia dei venti» spiega. È il gruppo degli ex pidiellini ed ex responsabili, da Versace alla Destro, col supporto di Api e Mpa. Si riuniranno tutti stasera. Resta da capire se ci saranno anche Milo e Mannino. Incognite, fino a ieri sera, assieme ad Antonio Buonfiglio, rimasto con Urso e Scalia in mezzo al guado tra Fini e la maggioranza.
Ma ormai, anche per Gaetano Pecorella, ex avvocato del premier, il sipario può scendere: «Il mercato dice chiaramente che Berlusconi è un danno per il paese: deve prendere atto che in questo momento bisogna farsi da parte e bisogna voltare pagina. Anche i mercati aspettano un cambiamento».

La Repubblica 08.11.11

"Rai, eutanasia del servizio pubblico", di Matteo Orfini*

Mancano le competenze per stare al passo coi tempi e con le regole del mercato. Il risultato ottenuto da Santoro è straordinario: il 14% di share su un circuito alternativo è un dato senza precedenti e conferma che la Rai ha commesso una follia nel rinunciare ad Anno Zero.
D`altra parte è sempre più evidente che siamo a un tornante decisivo per il servizio pubblico: tutto cambia, le vecchie rendite di posizione non bastano più, la concorrenza inizia ad essere una realtà e bisogna dimostrarsi all`altezza innovando e sperimentando; la Rai avrebbe dimensioni e storia per essere il soggetto che indirizza il cambiamento, invece di subirlo.
Ma purtroppo un giorno dopo l`altro il consiglio d`amministrazione e il direttore generale dimostrano di non avere caratura e competenze per raccogliere la sfida.

C`è un piano industriale poco conosciuto – e il poco che si sa è inquietante; c`è una gestione interna grottesca: si rompono autoritariamente le trattative con l`usigrai, si penalizzano i lavoratori della produzione, non si offre alcun futuro ai precari mentre i privilegi non vengono toccati. Ma è possibile che ex direttori generali mantengano le stesse abnormi retribuzioni pur quando passano a incarichi di minore responsabilità?
O le difficoltà economiche dell`azienda si risolvono solo negando il premio di produzione a chi guadagna poche centinaia di curo al mese? L`arbitrarietà delle scelte, l`infeudamento di poteri e cordate aziendali, l`umiliazione dei talenti sono la malattia di un corpo che avrebbe però al suo interno gli anticorpi per reagire: professionalità, competenze, personalità amate dal pubblico sono la ricchezza di un`azienda che non merita questa lenta eutanasia. Ma all`evidente incapacità manageriale si aggiunge la totale permeabilità alle pressioni politiche.
Santoro cacciato, Fazio e Saviano regalati alla concorrenza, la Dandini venduta agli inserzionisti, poi eliminata dai palinsesti e non sostituita, sono infatti solo i casi più vistosi. Ieri è giunta la notizia che sarebbe stata respinta la proposta del direttore di Rai 3 di una striscia quotidiana da mandare in onda alle 20 condotta da Lucia Annunziata. Certo, evidentemente con quello che sta accadendo nel paese non ha senso informare i cittadini, o almeno così sembra pensarla il Direttore generale.

L`azienda ha (debolmente) smentito la notizia dichiarando che sta valutando diversi progetti. Bene, ci sintonizzeremo ogni sera alle 20 su Rai 3 fino a quando non vedremo apparire la nuova striscia. Ma ormai non è più tempo di prese in giro. Lorenza Lei era arrivata promettendo scelte basate su qualità e competenze. Dopo pochi mesi non si può giudicare il suo operato se non in modo disastroso e le motivazioni politiche che sono alla base delle scelte appaiono difficilmente negabili. Né sembra che altri, al settimo piano di viale Mazzini, abbiano interesse a fermare questa agonia.

Ma non si può cedere allo sconforto. Né accettare ricette che vengono dal passato anche se a proporle sono sedicenti innovatori: la Rai è un bene comune che deve essere preservato dalle pressioni della politica e degli interessi. Non è una missione impossibile, anzi: riformarla e darle la forza di essere davvero un`azienda è uno dei pilastri su cui si fonderà il progetto di ricostruzione del paese con cui chiuderemo finalmente il triste ventennio berlusconiano.

*Matteo Orfini – Responsabile Cultura e Informazione Pd

www.partitodemocratico.it

"La crisi, i ricchi e le oligarchie", di Nadia Urbinati

L´eguaglianza ha fatto il suo grande rientro nella politica quotidiana. Ed è un ospite non gradito per chi tiene le fila delle transazioni finanziarie e delle politiche monetarie. Lo si vede da come i governi hanno accolto la proposta di istituire una tassa sulle rendite patrimoniali – il nostro è all´avanguardia nell´aver escogitato tutte le misure che possono pesare sui molti senza direttamente toccare i pochi (in extremis e nella disperata ricerca di sopravvivere qualche giorno in più tira fuori la proposta di ‘Tobin tax´ ma senza dimostrare di crederci).
Presumibilmente perché a Roma l´oligarchia governa direttamente, senza intermediari. È fuori di dubbio che Silvio Berlusconi sia il più ricco italiano e quindi tra quell´1% che Occupy Wall Street ha individuato come la minoranza che accumula e concentra potere entrando fatalmente in rotta di collisione con la maggioranza e, quindi con l´eguaglianza. Oligarchia e democrazia sono esplicitamente visibili e in tensione.
In un ottimo libro dal titolo chiaro, Oligarchy, uscito per Cambridge University Press pochi mesi fa, Jeffrey A. Winters ci ricorda che la democrazia non elimina l´oligarchia ma la incorpora. Questo lavoro di inclusione dura e ha successo fino a quando l´economia cresce e produce ricchezza alla quale tutti, chi più e chi meno, possono sperare di accedere e, nei fatti, vi accedono anche. Ma quando questa condizione decade, allora la moltitudine comincia a proporre politiche che intaccano le ricchezze e le proprietà dei pochi, politiche fiscali redistributive. È a questo punto che la differenza tra oligarchia e democrazia si mostra con tutta la sua radicalità.
Occupy Wall Street – il nome di un movimento che è globale nella sua semplicità, come globale è l´1% –– è il segno che la tregua tra oligarchia e democrazia si è interrotta. Le pressioni delle dirigenze finanziarie e bancarie sulla democrazia greca, ce lo ricordava recentemente Gad Lerner su questo giornale, affinché non ricorra al referendum è il segno di un´escalation del potere oligarchico su quello democratico. E che il popolo greco non vada al referendum è un segno del potere che l´oligarchia ha di fare sentire la sua voce. Ma è anche un segno del fatto che le procedure democratiche stesse possono diventare un problema se il loro uso paventa esiti che possono mettere a repentaglio l´interesse materiale dei pochi. In questo frangente si è buttata alle ortiche la logica del proceduralismo democratico, che i manuali scolastici ci insegnavano a non giudicare dal punto di vista degli esiti ma delle possibilità di determinarli con le nostre autonome forze. Ora invece è proprio l´esito che viene invocato per neutralizzare la procedura. Un rovesciamento pericolosissimo poiché chi ci garantirà che le elezioni non verranno giudicate non opportune perché passibili di interrompere la stabilità di governo?
Il linguaggio per dualismi – “i pochi” e “i molti” – ha un sapore quasi antico, arcaico. Chi sono i pochi? E come denotarli? Non essendo più i pochi che producono dirigendo masse di lavoratori, non possono essere qualificati come capitalisti tradizionali. Sono super-ricchi – nuovi e meno nuovi. Individuabili solo per quantità: 1%. E infatti, quando Aristotele doveva definire il governo democratico lo faceva identificandolo con i poveri, che sono i tanti. Non perché una società democratica sia fatta di poveri, ma per una ragione molto più sottile e che si vede oggi molto bene: perché non appena la questione della ricchezza materiale si fa critica in quanto la sua distribuzione prende vie inegualitarie, allora i molti si rappresentano (e spesso sono) come poveri o impoveriti. A questo punto, il dualismo è una realtà che può essere rappresentata solo con la quantità, e ciò è in sintonia con la democrazia, la quale è un governo fondato sulla quantità (dei voti).
Allora 1% contro 99% diventa la raffigurazione aritmetica dell´identità della democrazia quando il patto tra i molti e i pochi si rompe perché la ricchezza si muove in una direzione soltanto.
Sono molti i casi di lotta oligarchica che il libro di Winters ricostruisce, dall´Atene e Roma classiche, all´Indonesia e le Filippine, da Venezia e Siena, dalle commissioni mafiose negli Stati Uniti e in Italia fino alle famiglie degli indiani Apalachi. Insomma non esiste società senza oligarchia. Gli Stati si possono quindi distinguere tra quelli schiettamente oligarchici e quelli che hanno siglato un compromesso con la democrazia. Nell´Atene classica quel compromesso riuscì per alcuni decenni, benché l´alternativa oligarchica restasse sempre una concreta possibilità visto che le grandi famiglie non accettarono mai il governo dei molti. I governi rappresentativi sono riusciti a correggere questa condizione di endogena precarietà della democrazia traducendo in meccanismi costituzionali il rapporto con “i pochi”, dalla cui collocazione è sempre dipesa la stabilità dei sistemi politici. Consentire a questi di competere attraverso le elezioni è stato un modo per incorporarli – con il contributo dei molti che li eleggono, giudicano, controllano e limitano nel potere.
Il successo delle democrazie rappresentative costituzionali ha corrisposto a due secoli e mezzo di espansione della società di mercato nelle due forme che conosciamo: il capitalismo industriale e, ora, quello finanziario. È stato un successo reso possibile da una condivisione generale degli oneri che ha consentito che il divario tra arricchimento dei pochi e dei molti non fosse fuori controllo. Oggi questo compromesso è rotto. E per molti ordinari cittadini è cominciato un duro periodo di impoverimento – che non è la stessa cosa della povertà. La durezza di questa crisi consiste nel fatto che per la prima volta cittadini che avevano conosciuto per due o tre generazioni un´espansione dei diritti e delle possibilità, si trovano oggi di fronte alla perdita di status, a non potere aver progetti per il futuro. Con la propaganda mediatica, come ci racconta Paul Krugman, che li vuole convincere ad accettare l´impoverimento senza dare loro in cambio alcuna certezza per il domani. In passato quando si trattava di tirare la cinghia si invocava “l´interesse nazionale”, e i super-ricchi erano in molti casi, come gli Stati Uniti, i primi a partecipare. Ma oggi non vogliono condividere gli oneri.
Questa è la gravità dell´attuale tensione tra oligarchia e democrazia: se le due forze si mostrano così bene oggi, se in altre parole l´eguaglianza, anzi la sua violazione, è oggi il tema centrale è perché il patto che mitigava la diseguaglianza e incorporava l´oligarchia dentro la democrazia mostra la corda. Nessuno può allo stato attuale delle cose dire come lo scontro si evolverà. Ma le pressioni dei “mercati” sulla Grecia affinché non convochi i molti a giudizio è un segnale nemmeno troppo velato dei rischi politici che questa crisi contiene. Per la democrazia non si promette nulla di buono.

La Repubblica 08.11.11

"Il prezzo che paghiamo", di Miguel Gotor

Berlusconi si muove sull´orlo del baratro e nelle ore decisive incontra a Milano i figli e il fido Confalonieri, la famiglia e l´azienda, a ribadire la matrice privatista della sua gestione della cosa pubblica. Non sappiamo quando, ma l´albero di Berlusconi cadrà di schianto e le borse voleranno.
Sarà anzitutto un bene per l´Italia perché prima degli interessi di una parte, vengono quelli nazionali, da troppo tempo umiliati e offesi. Dal giorno dopo, si apriranno due possibili scenari che implicano un differente giudizio sulla stagione berlusconiana e una diversa valutazione del grado di drammaticità raggiunto dall´attuale emergenza italiana sul piano economico e civile.
Il primo di essi vede una soluzione della crisi dentro il recinto delle attuali forze di governo con Berlusconi che accetta di fare un passo indietro in favore di Schifani o di Letta in cambio dell´allargamento della maggioranza al Terzo polo. Tale proposta ha il limite di interrogare la solidità del patto politico tra Futuro e Libertà e l´Udc, verosimilmente dividendolo. Ai seguaci di Fini potrebbe bastare un Berlusconi in panchina per rientrare nell´ovile da dove sono stati cacciati, con l´intenzione di capitalizzare il risultato e di provare a riprendersi i voti di destra ancora disponibili in quell´area. Casini, però, ha rotto con Berlusconi prima delle elezioni e quindi l´eventuale passo indietro del Cavaliere non sarebbe una ragione sufficiente a rientrare nei ranghi, tanto più che, seppure nelle retrovie, riuscirebbe ancora a condizionare il gioco della squadra. In fondo una simile soluzione si limiterebbe a prolungare l´agonia dell´attuale maggioranza: un´agonia alla quale il leader dell´Udc, inspiegabilmente, deciderebbe di aggiungere in articulo mortis il suo partito, scegliendo di tornare su una barca che sta affondando, dopo avere avuto il coraggio di abbandonarla quando aveva il vento in poppa.
Il secondo scenario, di gran lunga preferibile in base agli interessi dell´Italia, è quello evocato domenica scorsa da Eugenio Scalfari, ossia un governo di larghe intese o di responsabilità nazionale affidato a un´autorità terza, in grado di rassicurare i mercati e di unire un insieme di forze destinate poi a separarsi di nuovo dopo avere raddrizzato la rotta italiana. Il Pd si è detto disponibile a una soluzione del genere, ma ha contemporaneamente escluso il sostegno a qualunque forma di ribaltone. Si tratta di una posizione comprensibile perché dal 14 dicembre 2010 di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. Nel frattempo la crisi economica ha raggiunto un livello tale che non sarebbe possibile affrontarla con un governo privo del sostegno dei vincitori del 2008, non legittimato dal voto popolare e per di più esposto alla mercé di nuovi transfughi, questa volta a parti invertite: ieri Scilipoti, uscito dall´Idv, oggi gli Antonione e le Carlucci, usciti dal Pdl. È un film già visto e dagli esiti paradossali: non solo lascerebbe a Berlusconi e a Bossi una formidabile arma di propaganda in vista delle prossime elezioni, ma caricherebbe sulle spalle delle opposizioni di ieri il peso di interventi strutturali da fare oggi per affrontare un´emergenza non provocata da loro.
In questo ambito, dunque, l´unico scenario possibile, è quello di una grande coalizione tra Pdl, Pd e Terzo polo. Non bisogna, però, far finta di non vedere il nodo politico di fondo: a prescindere dal profilo del presidente del Consiglio, quest´ipotesi, per essere realistica, prevede il coinvolgimento del Pdl e del Pd in un governo comune, una scelta che significherebbe la fine del bipolarismo italiano non per via elettorale, ma per libera scelta delle due forze principali del Paese, in base a una convergenza di interessi che non sembra avere una base politica solida su cui poggiare. Permangono, inoltre, alcune contraddizioni significative: è possibile andare oltre Berlusconi con il sostegno del partito di Berlusconi e salvare l´Italia con l´appoggio di quanti, avendo governato otto anni degli ultimi dieci, hanno svolto un ruolo determinante nel provocare l´attuale situazione? Non a caso, questa proposta diventa improvvisamente evanescente quando si provano a individuare i soggetti del Pdl che potrebbero sostenerla. Un gruppo consistente di volenterosi, che sarebbero subito accusati di alto tradimento, o tutto il partito? Ma è mai credibile che una forza fino a oggi giudicata padronale, sia capace all´improvviso di riscoprire l´autonomia della politica contro la volontà del proprio capo carismatico?
Perché qui sta il punto. Il Pdl in questi anni ha tutelato gli interessi legittimi e persino illegittimi di Berlusconi e proprio la soluzione tecnocratica proposta è quella che il Cavaliere, insieme con la Lega, maggiormente ostacola poiché costituirebbe l´umiliazione più cocente. In una partita come questa contano anche la psicologia e la biologia: Bossi e Berlusconi sono troppo accorti per non sapere di essere due leader ormai al tramonto che non hanno nulla da perdere avendo già giocato nel corso di quasi vent´anni la loro partita e con qualche reciproca soddisfazione. Entrambi vorranno rivendicare il privilegio di scegliere l´arma con cui combattere l´ultima battaglia e sono disposti a farne un punto di onore, levandosi il gusto di guardare in faccia i disertori. Tutto lascia pensare che preferiranno la sfida a viso aperto, chiamando il popolo all´appello su una piattaforma radicale di carattere populista e antipolitico costruita intorno ai rispettivi miti di origine, piuttosto che darla vinta ai traditori di sempre (Fini e Casini) o, peggio ancora, a delle ipotesi tecnocratiche. Berlusconi per contare i fedelissimi di oggi da ricollocare in un Parlamento di domani con una nuova energia contrattuale; Bossi per rigenerare la Lega dall´opposizione su una piattaforma secessionista. La strada delle elezioni sarà quella che Berlusconi e Bossi proveranno a imporre al Paese come prezzo per uscire di scena: a tutela dei propri interessi e contro il bene comune dell´Italia, ma nessuno potrà dirsi stupito di ciò.

La Repubblica 08.11.11

"La Gelmini lancia il liceo sportivo via latino, geografia e storia dell'arte", di Salvo Intravaia

Lo schema di decreto del ministero prefigura una variante dello scientifico con tre ore settimanali anziché due di Educazione fisica e con l’introduzione di Diritto ed economia dello sport. Ma servono “impianti ed attrezzature ginnico sportive adeguate”. Il ministero amplia il sistema dei licei. Il prossimo anno, i ragazzini in uscita dalla media potrebbero avere una scelta in più: oltre al classico e allo scientifico, all’artistico e al linguistico, a quello musicale e quello delle scienze umane, potrebbero avere l’opportunità di scegliere anche il liceo sportivo, con più ore settimanali di Educazione fisica e qualche ora in meno di materie teoriche. Se l’iter normativo dovesse concludersi per tempo, come spera il ministro Mariastella Gelmini, la novità sarà in vigore già a febbraio, quando si apriranno le iscrizioni per l’anno scolastico 2012/2013.

Mentre le scuole non sanno a quale santo votarsi per pagare cancelleria e carta igienica e si rivolgono ai genitori chiedendo l’ormai famoso, o famigerato, “contributo volontario”, il ministro lancia il settimo liceo dell’era Gelmini: quello sportivo, appunto. Il dpr che lo istituisce è pronto. E’ già stato inviato agli organismi competenti per i pareri di rito. Si tratterà di un’altra opzione dello scientifico che, oltre a perdere il Latino – come avviene già con l’opzione delle Scienze applicate – perderà completamente anche la Geografia e la Storia dell’Arte. Una decisione che non mancherà di creare polemiche, com’è avvenuto per l’accorpamento tra Storia e Geografia al biennio dei licei, i cui studenti sono adesso alle prese con la “Geostoria”.

“La sezione ad indirizzo sportivo – recita lo schema di decreto – è volta all’approfondimento delle scienze motorie e sportive e di una o più discipline sportive all’interno di un quadro culturale che favorisce, in particolare, l’acquisizione delle conoscenze e dei metodi propri delle scienze matematiche, fisiche e naturali nonché dell’economia e del diritto”. Ma “le istituzioni scolastiche che richiedono l’attivazione della sezione ad indirizzo sportivo devono disporre di impianti ed attrezzature ginnico sportive adeguate”, continua il documento. Una condizione che, vista la situazione degli impianti scolastici italiani, potrebbe mettere fuori gioco già prima di iniziare parecchie istituzioni scolastiche.

Secondo i piani di viale Trastevere, nel liceo sportivo l’Educazione fisica dovrebbe passare dalle consuete due a tre ore settimanali e verrà introdotto anche il Diritto ed economia dello sport. Al biennio le ore di Geostoria verranno invece sacrificate, così come avverrà per le ore di Storia dell’arte in tutto il quinquennio. Come per gli altri licei, al biennio, le ore settimanali di lezione saranno 27, che saliranno a 30 nel successivo triennio. Il quadro orario con discipline e ore per materia non è stato ancora reso noto, si conoscerà nel dettaglio successivamente, ma le polemiche non mancheranno.

da www.repubblica.it

Tasse, a L'Aquila è "mobilitazione permanente"

L’annuncio del sindaco Cialente. A 31 mesi dal sisma, con l’economia ancora al palo, gli aquilani rischiano di dover restituire 10 rate al 100% tutte in unica soluzione dal mese di novembre. “La situazione è esplosiva e le stesse istituzioni hanno difficoltà a gestire una fase sociale così drammatica, caratterizzata da vera e propria disperazione di tanti e tante. Non è più possibile andare avanti in questo modo. Ridursi sempre all’ultimo momento, creando micidiali incertezze per i cittadini e le imprese. Impossibile restituire 100 milioni di euro in un’unica soluzione per una comunità che vive in uno stato di sospensione da due anni”. Sono queste le parole con cui il primo cittadino del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente, ha annunciato uno stato di “mobilitazione permanente” di tutta la cittadinanza e delle istituzioni comunali.

Il problema, come già accaduto in passato, è la restituzione delle tasse sospese nei primi 14 mesi post sisma. Per capirsi: dopo il terremoto del 6 aprile 2009, ai cittadini residenti nel cratere è stato concesso di avere in busta paga anche la cifra solitamente trattenuta per il pagamento delle imposte previdenziali e sui redditi. Stesso discorso per liberi professionisti e aziende che per 14 mesi hanno potuto trattenere le somme solitamente versate. Dopo un’imponente manifestazione a Roma nel luglio 2010 (quella in cui volò qualche manganellata) è stata ottenuta la rateizzazione in 10 anni di quelle cifre, ma non la loro decurtazione come è avvenuto per altri terremotati recenti (umbri, marchigiani e molisani hanno restituito il 40% delle tasse sospese, in rate a partire dalla primavera del 2009). Di rinvio in rinvio, a 31 mesi dal sisma, con la ricostruzione che non parte e l’economia ancora al palo, gli aquilani rischiano di dover restituire 10 rate al 100% tutte in unica soluzione dal mese di novembre.

Le famiglie sono spaventate: per i più fortunati significherà in qualche modo rinunciare alla tredicesima; per gli altri, precari, disoccupati, artigiani significherà avere metà stipendio a disposizione. Ancor peggio per le aziende e per i commercianti che quotidianamente combattono con una città che si sta svuotando e in cui il numero dei nuovi poveri, secondo alcune stime del Comune, è aumentato sensibilmente rispetto a prima del sisma.

Il sindaco, Massimo Cialente, prossimo ormai alla fine del mandato, ha incontrato negli scorsi giorni tutte le organizzazioni sociali e imprenditoriali e, dopo aver chiesto un rapido incontro al governo, ha indetto uno stato permanente di mobilitazione cittadina al fine di scongiurare il salasso sugli aquilani. In una lettera al presidente del Consiglio dei ministri e al sottosegretario Gianni Letta il sindaco ha scritto: “Posso assicurare in assoluta sincerità che le popolazioni del cratere, in particolare i lavoratori autonomi e le migliaia di cassaintegrati e disoccupati (anche quelli nell’edilizia) non sono assolutamente in condizioni di affrontare tale scadenza. La città ed il cratere vivono come sospesi da trenta mesi, anche perché è ormai purtroppo evidente ed acclarato che non è partita la ricostruzione cosiddetta pesante e che nulla è stato fatto per avviare un pur minimo rilancio economico e produttivo”. Primo atto della mobilitazione domani, martedì 8 novembre dalle 15.30 presso la Villa Comunale, in occasione del Consiglio Regionale; una seconda manifestazione generale di tutta la Città venerdì 11 novembre: la mattina saranno gli studenti, ai quali è stato chiesto di non andare a scuola e di organizzare attività in città con i propri insegnanti, ad animare la protesta; il pomeriggio sarà, nei desideri del sindaco, l’intera città a manifestare mentre, per richiesta del primo cittadino, le campane di tutte le chiese suoneranno per chiamare gli aquilani a raccolta.

da Redattore Sociale

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