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"La stabilità secondo Gelmini: tagli alla scuola ieri, oggi e domani", di Manuela Ghizzoni

La deputata e capogrupo PD in Commissione Cultura e Istruzione Manuela Ghizzoni denuncia l’arrivo nella manovra finanziaria di altri tagli per l’istruzione pubblica.
“Dei provvedimenti contenuti nella Legge di stabilità (come si chiama ora la vecchia finanziaria) e nel Bilancio dello Stato per il prossimo anno, in discussione al Senato, si parla troppo poco. Il dibattito pubblico è focalizzato sui significati economici e politici dell’altalena cui sono sottoposti i mercati finanziari e, conseguentemente, sul maxiemendamento presentato da Berlusconi al G20 di Cannes, ma che nessuno ha potuto leggere in forma ufficiale. In questo modo è stato accantonato l’interesse per la Legge di stabilità e per il Bilancio: ed è un vero peccato, dato che in essi sono previsti altri tagli per la scuola.
Basta una cifra per spiegare di cosa stiamo parlando: per il prossimo anno il Bilancio prevede per il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca una competenza complessiva di 51.520.441.175 euro, vale a dire una riduzione di 1.835.578.102 euro rispetto al bilancio assestato di quest’anno.
A danno di quali programmi si abbattano questi tagli? Mi limito a segnalare i più significativi: per la missione “Istruzione scolastica”, ad esempio, sono previsti 254 milioni in meno per l’istruzione primaria, 312 per l’istruzione media e ben 526 per l’istruzione superiore! Per la missione “Istruzione universitaria” i tagli più significativi si registrano per il diritto allo studio, con una riduzione di 85 milioni e per il programma “Sistema universitario e formazione post-universitaria”, con 256 milioni in meno. Le cose non vanno meglio per la missione “Ricerca e innovazione”, che subisce una decurtazione di 294 milioni, ripartita in particolare tra la Ricerca scientifica e tecnologica applicata (-132 milioni) e quella di base (-162 milioni).

A mitigare un po’ i danni del Bilancio interviene la Legge di stabilità con disposizioni dai risvolti economici di segno negativo e positivo, che complessivamente compensano il taglio di 767 milioni aggiuntivi: in questo modo, rispetto all’assestato del 2011, viene a mancare poco più di un miliardo di euro (esattamente 1.067.778.102 euro).
L’ennesimo miliardo in meno per istruzione, università e ricerca.

Vediamo allora cosa contiene la legge di stabilità. Innanzitutto due vistose innovazioni negative:
a) contrariamente a quanto precedentemente stabilito, la spesa per l’istruzione non é più sottratta ai tagli delle spese dei ministeri disposti dalla manovra di luglio (lo prevede il comma 73 dell’art.4): in questo modo se ne vanno 145 milioni di euro;
b) anche le spese non “rimodulabili” sono oggetto di accantonamenti e di successivi tagli, pari a 78 milioni e 700.000 euro.
Entrambe queste innovazioni, e in particolare la prima, potranno avere conseguenze assai gravi sul bilancio del MIUR a partire dal 2013, quando si passerà ad attuare il programma di riduzione delle spese in rapporto al PIL disposto dalla manovra di agosto: «… le spese di funzionamento relative alle missioni di spesa di ciascun Ministero sono ridotte, rispettivamente, fino all’1 per cento per ciascun anno rispetto alle spese risultanti dal bilancio consuntivo relativo all’anno 2010 e le dotazioni finanziarie delle missioni di spesa di ciascun Ministero, previste dalla legge di bilancio, relative agli interventi, sono ridotte fino all’1,5 per cento».
In particolare, la legge di stabilità fra le riduzioni degli stanziamenti riconducibili alle spese non rimodulabili prevede (art. 4):
a) la riduzione da 500 a 300 del numero dei dirigenti scolastici e dei professori, di cui l’Amministrazione si avvale presso i propri uffici per compiti connessi con l’autonomia scolastica (comma 74). Ci si chiede chi assolverà a questi compiti, senza dimenticare che quei docenti rientreranno – dopo aver maturato specifiche esperienze e competenze – sulle loro cattedre di titolarità, fino a quel momento coperte con supplenze annuali. Stiamo parlando di qualche centinaio di posti, ce ne rendiamo conto, che tuttavia rappresentano per i docenti precari coinvolti la differenza tra lavoro e disoccupazione. La norma porta ad un risparmio tra il 2012 e il 2013 di circa 7 milioni;
b) l’incremento dei parametri appena fissati nella manovra di luglio (comma 5 art. 19) per la concessione della titolarità della dirigenza scolastica e per l’assegnazione del direttore dei servizi generali di segreteria: potranno essere assegnati dirigenti scolastici con incarico a tempo indeterminato e DSGA in via esclusiva solo alle istituzioni scolastiche autonome costituite con un numero di alunni superiore a 600, ridotto a 400 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche (commi 75 e 76). Si tratta dell’ennesima misura per ridurre il “fabbisogno” di dirigenti scolastici (- 1331) e di direttori di segreteria (-1569), che rischia di pregiudicare l’ordinato funzionamento delle scuole nonché il raggiungimento delle loro finalità istituzionali. Complessivamente si verificherà una riduzione di spesa di 135 milioni di euro nell’a.s. 2012/13, a cui si devono aggiungere i previsti 145 milioni di euro ricavati dal taglio dei 1.812 posti di dirigenti scolastici soppressi a decorrere dall’anno scolastico 2011/12 in base all’originaria versione del comma 5 dell’art 19 della manovra di luglio;
c) nelle scuole superiori, l’accantonamento dei posti di assistente tecnico per compensare, nell’anno scolastico 2011/2012, i 3.334 posti degli insegnanti tecnico pratici che risultano in esubero a livello nazionale (comma 87). Si tratta di una delle conseguenze della riforma “epocale” della scuola superiore, propagandata come una nuova scuola laboratoriale, mentre la verità è che le ore di laboratorio sono state cancellate e gli insegnanti tecnico-pratici sono diventati esuberi e pertanto possono “trasformarsi” in assistenti tecnici! Questo intervento determinerà una minore spesa per 64,50 milioni nell’anno scolastico 2012/2013;
d) la modifica del comma 14 dell’art. 8 del decreto legge 78 del 2010, che dispone la possibilità di destinare risorse da individuare in esito ad una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale nel settore del personale della scuola, finalizzate al pagamento degli scatti retributivi maturati nel 2012 (comma 89). Recentemente, in occasione dell’attuazione del cosiddetto piano straordinario di immissioni in ruolo (previsto dall’art. 9 del decreto legge 70 del 2011), abbiamo assistito ad una procedura simile, cioè all’attivazione di una sessione negoziale istituita, è bene ricordarlo, mentre la contrattazione è bloccata: l’esito finale è stato lesivo dei diritti dei futuri docenti, che hanno visto “barattato” il posto di lavoro in cambio di una retribuzione inferiore! Si tratta, quindi, di un percorso pericoloso, che peraltro non pare in grado di garantire un risultato apprezzabile nemmeno sul versante finanziario, tenendo conto che la parziale mancanza delle risorse destinate al pagamento degli scatti è stata certificata dalla Corte dei Conti e che la nuova norma non prevede “nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato” e dispone il “rispetto degli obiettivi programmati dei saldi di finanza pubblica”.

Purtroppo, la legge di stabilità si occupa anche del settore dell’Alta Formazione artistica e musicale (commi 79 – 86 dell’art. 4), quello che tanto prestigio attribuisce alla cultura italiana ma che la Gelmini regolarmente trascura: per la verità, dato il contenuto delle norme, sarebbe stato meglio che l’AFAM fosse rimasta nel dimenticatoio ancora per un po’. La legge di stabilità, infatti, prevede per il personale del settore il blocco degli scatti per un triennio (2012/2014) e la mancata valutazione di tale anzianità per il prosieguo della carriera (in analogia con quanto già disposto per il personale della scuola e dell’università nel decreto-legge n.78 del 2010) per un risparmio di 11 milioni di euro nel triennio, mentre altri 9,6 milioni di euro per il 2012 saranno recuperati con una forte stretta sulla concessione dei permessi per attività di studio, di ricerca e di produzione artistica e limitazioni all’esonero dalle attività didattiche dei docenti incaricati della Direzione. Che dire? Dopo tanto disinteresse del ministro, ci si aspettava un gesto di attenzione e di valorizzazione per il settore AFAM e non un pugno di norme micragnose e avvilenti per la dignità dei professionisti nell’educazione e nella formazione alle discipline artistiche e musicali.

Dopo i dolori dell’articolo 4, la legge di stabilità concede alcune misure apprezzabili, rappresentate dal rifinanziamento (art. 5), ma solo per l’anno 2012:
1. dell’edilizia scolastica (comma 3), con uno stanziamento di 100 milioni del quale però non si indica la destinazione agli enti territoriali proprietari degli istituti scolastici: probabilmente siamo di fronte all’ennesimo annuncio di risorse destinate a non essere spese perché non attribuite ai soggetti cui compete la programmazione degli interventi di edilizia scolastica. Un film già visto, peraltro brutto;
2. di 150 milioni del fondo da trasferire alle Regioni per la concessione di prestiti d’onore e borse di studio agli studenti universitari (comma 25). Vale la pena ricordare che non si tratta di risorse aggiuntive, se non in piccolissima parte: questo fondo, infatti, ha una consistenza di 112,3 milioni per l’anno corrente, che nel Bilancio di previsione per il 2012 precipita a soli 24,9 milioni! Una cifra infima, offensiva per le necessità del diritto allo studio. In questa cruda contabilità, i 150 milioni della legge di stabilità sono certamente una boccata d’ossigeno, ma rappresentano un incremento del fondo di 37,7 milioni rispetto all’anno corrente. Tuttavia, la concessione di risorse da parte dello Stato con una tempistica che potremmo definire “sul filo del rasoio” (cioè con l’approvazione della legge di stabilità per l’anno successivo invece che attraverso la necessaria triennalità) impedisce di fatto alle regioni di predisporre una adeguata programmazione nelle proprie politiche di diritto allo studio: è del tutto evidente che tale stato di incertezza va a detrimento, in particolate, delle scelte degli studenti che sono in condizioni sociali di maggiore debolezza;
3. di 400 milioni del fondo di finanziamento ordinario per l’Università (comma 13): anche in questo caso, però, assistiamo al giochetto illusionistico utilizzato per il fondo per l’erogazione delle borse di studio. Il Bilancio di previsione 2012, infatti, prevede una riduzione di 251,5 milioni del FFO rispetto al 2011, pertanto l’incremento reale per il prossimo anno è di 143,6 milioni. Peraltro, se si considera che nel 2011 il Fondo era stato taglieggiato di 276 milioni e di ben 652 milioni nel 2010, si comprende che il piccolo incremento di stanziamenti per il prossimo anno rappresenta un “cerottino” inadeguato a tamponare ferite profonde e copiosamente sanguinanti (in termini percentuali lo stanziamento del FFO del 2011 è stato -3,3% rispetto al 2010 e -7,4% rispetto al 2009);
4. delle scuole non statali (comma 14), con lo stanziamento di 242 milioni che integrano i 278,9 del disegno di previsione del Bilancio;
5. degli interventi di sostegno alle università non statali legalmente riconosciute (comma 15), autorizzando la spesa di 20 milioni di euro per l’anno 2012.

Con preoccupazione va invece segnalato che non risulta rifinanziata, rispetto al livello minimo che aveva raggiunto nel 2011, la voce riguardante le borse di studio per la scuola dell’obbligo, attivate con la legge 62/2000. Si tratta di risorse messe a disposizione di tutto il sistema scolastico da erogarsi con riferimento al reddito dei beneficiari. Nel 2008 lo stanziamento era stato di 119,7 milioni, nel 2011 è stato di 31,1, cifra su cui si assesta il fondo anche per il prossimo anno.
Ma c’è un altro elemento di forte preoccupazione alimentata da una novità introdotta dalla legge di stabilità: la cancellazione del fondo per la gratuità parziale dei libri di testo scolastici (fino al 2010 sono stati garantiti 103 milioni di euro, che il ministero degli Interni trasferiva alle regioni). La politica del governo per smantellare il diritto allo studio non conosce sosta, mentre la denuncia di questi furti di diritti è isolata e inascoltata.

Come dicevamo in apertura, il totale della spesa di competenza del MIUR per il prossimo anno subisce una riduzione di 1.067.778.102 di euro. Prende corpo, in sostanza, quel piano di tagli previsto nel Documento di Economia e Finanza e che la Gelmini, nel salotto di Floris e incalzata da Letta, negava senza convinzione (dando a tutti la netta impressione di ignorarne l’esistenza). La marcia verso il 3,7% del PIL assegnato alla spesa per istruzione primaria e universitaria da raggiungere entro il 2015 (mentre nel 2010 era il 4,2%) prosegue, purtroppo, senza inciampi.”

www.partitodemocratico

Carpi (MO) – Stazione FS – Presidio degli utenti

Stazione di Modena:
per Carpi-Suzzara-Mantova…
… non si cambia mai!!!
L’intero comparto del trasporto pubblico rischia di soccombere sotto i tagli del 75%
delle risorse approvati dal governo. Stentano a decollare i progetti previsti da anni sulla
linea ferroviaria Modena-Carpi-Mantova: il cadenzamento dei treni almeno fino a Carpi,
il miglioramento dei tempi di percorrenza sull’intera linea, la possibilità coincidenze
sistematiche a Modena con la soppressione di arrivi e partenze dal binario 5, il raddoppio
dei binari da Modena a Soliera. Dagli utenti un grido che si ripete da anni:
Cittadini e utenti della Modena-Carpi-Mantova sono contrari a nuovi aumenti
tariffari o ulteriori tagli dei servizi, con il rischio di avviare il trasporto pubblico al suo
declino. Sollecitano invece un rapido completamento delle opere in programma e
chiedono alle Amministrazioni Comunali e Provinciali interessate e alla stessa Regione
Emilia-Romagna di intervenire immediatamente nei confronti delle imprese ferroviarie
RFI, Trenitalia e FER per porre rimedio già dal prossimo orario di dicembre 2011 ad
alcune ormai insopportabili criticità:
· sostituzione immediata dei treni più obsoleti con materiale rotabile
efficiente, pulito e con posti disponibili sufficienti;
· anticipazione dell’arrivo a Modena del treno 20703 (entro le 7:40) per
consentire agli studenti l’accesso alle scuole;
· miglioramento delle coincidenze da/per Bologna e Piacenza.
FEDERCONSUMATORI
MODENA E PROVINCIA
via MAR IONIO 23 MO – tel.059/260384
info@federconsumatori-modena.it
Vogliamo TRENI più MODERNI e VELOCI
ORARI più UTILI a STUDENTI e LAVORATORI
Migliori COINCIDENZE a Modena (BO-PC)
aderisce all’iniziativa la CGIL di Carpi
Comitato Utenti Ferrovia
Modena-Carpi-Mantova
comitato.mocambo@gmail.com
BASTA DISSERVIZI E MINACCE DI TAGLI:
GLI UTENTI HANNO DIRITTO A UN TRASPORTO
PUBBLICO EFFICIENTE E AFFIDABILE!!!
MANIFESTAZIONE PUBBLICA
a Carpi presso la Stazione FS
ore 9,30 di sabato 12 novembre 2011

"I rischi dell'agonia prolungata", di Marcello Sorgi

I cittadini che – sentendo da giorni suonare le campane a morto per il governo e vedendo allungarsi la fila dei dissidenti che chiedono a Berlusconi di farsi da parte – si aspettavano legittimamente la crisi per domani, in occasione della prima votazione parlamentare alla Camera, resteranno delusi a sapere che anche stavolta la caduta del Cavaliere potrebbe essere rinviata: se ne riparlerà, probabilmente, a metà mese.

La ragione di questo inatteso allungamento dei tempi di un’agonia che diventa giorno dopo giorno più tragica è presto detta: un po’ per senso di responsabilità e un po’ per furbizia, le opposizioni, che sembravano pronte a presentare un’ennesima mozione di sfiducia contro il governo (l’ultima, appena il 14 ottobre, non era stata approvata per soli due voti), avrebbero deciso di schierarsi nel voto di domani con un’astensione. Il senso di responsabilità sta nel fatto che trattandosi di rivotare il rendiconto dello Stato, che non era riuscito a passare un mese fa, troppo forte sarebbe il rischio che una nuova bocciatura si traducesse in un incoraggiamento alla speculazione contro l’Italia, specie in giorni in cui il Paese proprio su questo terreno traballa, ed è sottoposto a una speciale sorveglianza dell’Europa e del Fondo monetario internazionale.

La furbizia invece consiste nell’aprire la strada, proprio con un’astensione che in pratica garantisce al governo l’approvazione del rendiconto, a tutti i possibili ripensamenti e ai franchi tiratori della maggioranza. Una sorta di liberi tutti rivolto ai dissidenti, per contarli, al di là dell’incerto registro che ha visto molti di loro ondeggiare nelle ultime ore, specie a causa del pressing che Berlusconi in persona, appena rientrato a Roma, per un intero weekend ha somministrato loro in dosi massicce e con l’aggiunta di lusinghe, promesse e offerte di quelle che non si possono rifiutare. Piuttosto che ritrovarsi come ad ottobre, con un paio di dissidenti pentiti che all’ultimo momento entrano in aula e votano la fiducia, magari per diventare sottosegretari due ore dopo, le opposizioni sperano, con l’astensione, di portare Berlusconi a ottenere l’approvazione del rendiconto con un numero di voti sufficienti, sì, ma non bastanti a poter dire di contare ancora sulla maggioranza dei fatidici 316 voti, la metà più uno dei deputati della Camera.

La speranza, a quel punto, è che il Cavaliere prenda atto che non può governare un passaggio così difficile come quello che il Paese sta attraversando con l’appoggio di una maggioranza che, non solo è esile, ma non può più nemmeno dirsi tale. E di conseguenza, dimostrando a sua volta il senso di responsabilità che l’opposizione avrebbe manifestato con l’astensione, si rechi finalmente al Quirinale a dimettersi, senza aspettare l’onta di essere battuto in una delle successive votazioni e senza costringere di nuovo l’opposizione a proporre un’altra mozione di sfiducia.

Ora, sarà tutto da vedere se un sottile gioco parlamentare come questo, e il «gentlemen’s agreement» che dovrebbe consentire a Berlusconi un’uscita incruenta, possano essere capiti dai mercati internazionali, che da mesi ormai si interrogano sulla capacità dell’Italia di far fronte alla crisi economica con strumenti adeguati e con una capacità decisionale degna di un momento così grave. Già stamattina i sensibili indicatori a cui il Paese vive appeso da settimane, con gli occhi all’altalena dei tassi di interesse, degli spread e dei cambi, potrebbero dire che non è così. Ma altrettanto forte è il rischio che Berlusconi per primo, come ha fatto in questi giorni, non se ne dia per inteso. E invece di far buon viso a cattivo gioco e incamminarsi per la dolente strada delle dimissioni, incassi l’approvazione del rendiconto e continui a dispetto di tutti – e prima ancora del Paese – nella sua incomprensibile resistenza.

"Opposizioni al premier: dimissioni o sfiducia. Pronta la mozione"

Le opposizioni al premier: o ti dimetti o sfiducia. Nel Pd si valuta se presentare già stasera la mozione. Bersani chiude a un governo Schifani o Letta. «Renzi? Discutiamo pure, ma dell’Italia, non di destini personali». Il Pd ha pronta la mozione di sfiducia al premier, ma calerà la carta solo al momento opportuno. Domani la Camera dovrà infatti votare il rendiconto dello Stato, dopo la bocciatura di tre settimane fa. E per l’opposizione sarà questo il primo passaggio in cui dimostrare che il governo non ha più la maggioranza. I deputati di Pd, Udc e Idv stanno infatti ragionando sull’ipotesi di astenersi, per consentire l’approvazione di questo fondamentale provvedimento ma al tempo stesso far vedere che i loro voti, insieme a quelli dei malpancisti del Pdl, costituiscono una maggioranza alternativa. Potrebbe bastare perché il Quirinale si impegni in un ulteriore accertamento sulla capacità di tenuta dell’asse Pdl-Lega-Responsabili, ma potrebbe non essere ancora sufficiente a far compiere a Berlusconi il necessario passo indietro per lavorare poi al governo di transizione auspicato da Pd e Udc (e accettato a precise condizioni da Idv e Sel).
Pier Luigi Bersani in pubblico frena sulla tempistica, e alla domanda diretta di Lucia Annunziata nel corso di “In 1/2h” risponde che il suo partito sta «ragionando» sull’ipotesi di una mozione di sfiducia. In realtà il leader del Pd, che in queste ore è in continuo contatto con Pier Ferdinando Casini e con Antonio Di Pietro, sta valutando se far depositare alla Camera già stasera la mozione, visto che il regolamento di Montecitorio prevede che tra la presentazione e il voto debbano passare almeno tre giorni, e che i rischi che corre il Paese sono troppo gravi per permettersi di aspettare la prossima settimana prima di un «cambio politico».
Quel che è certo è che la carta verrà calata, anche se le votazioni di domani saranno per il premier meno negative di quanto previsto alla vigilia. Dario Franceschini è convinto che Berlusconi «stia bluffando» quando sostiene di avere i numeri per andare avanti, e avvisa: «O si dimette o presto i parlamentari che vogliono un governo di emergenza per salvare il Paese voteranno la sfiducia per poterlo far nascere». Di Pietro dice che «prima dobbiamo avere i numeri e poi presentare la mozione di sfiducia». Ma per Bersani comunque vada il voto del rendiconto dello Stato la mozione andrà presentata: «Sceglieremo la strada che metterà meno in difficoltà il Paese. Se verrà votato il rendiconto ci sarà una ragione in più per la sfiducia». Per il leader del Pd solo con un passo indietro del premier e un governo che segni una «discontinuità» e sia guidato da una personalità credibile all’estero l’Italia può risalire la china.
Condizioni che aprirebbero all’ipotesi di un governo Monti, anche se Bersani sottolinea che spetta al Quirinale fare i nomi, e che invece escludono il sostegno a ipotetici governi guidati da Renato Schifani o Gianni Letta, che sarebbero comunque «di centrodestra».
I FISCHI A RENZI E LE PAROLE DI PRODI
Bersani, che non esclude di andare al voto in ogni caso prima del 2013, è soddisfatto della prova data dal suo partito con la manifestazione di San Giovanni. In tv smorza, circa la giornata di sabato, la vicenda delle contestazioni a Matteo Renzi: «Fischi? Ma in piazza c’erano centinaia di migliaia di persone, c’è stato solo un battibecco. Sì, certo, è stata una cosa spiacevole. Ma vorrei ricordarecheRenzièunodelPdeiosono anche il suo segretario». Dice poi Bersani che discussioni tra dirigenti possono anche esserci, «ma ognuno in questo momento si deve assumere le sue responsabilità, ora dobbiamo occuparci dell’Italia, no dei destini personali».
Quanto alle parole di Romano Prodi («non è confortante leggere, con quel che succede, che nei sondaggi il Pd non riesce a crescere come ci si aspetterebbe», ha detto in un’intervista), che pure non gli hanno fatto piacere, dice Bersani in tv con un sorriso che non c’è «problema»: «Rispondo alle sue osservazioni dicendo che siamo partiti da condizioni difficili e certamente facile non è. Abbiamo solo quattro anni e siamo già il primo partito del Paese. Noi siamo stati ben peggio di oggi. Siamo migliorati, sondaggi compresi. E questo ci fa dire che possiamo ancora migliorare. E miglioreremo, con l’aiuto generoso di tutti. Il nostro servizio è al Paese e non è guardarci la punta delle scarpe».

L’Unità 07.11.11

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Intervista a Pierluigi Castagnetti «Il Pd è in campo ma guai se chiude la porta ai Renzi», di Simone Collini

«Non condivido le proposte del sindaco di Firenze qui però si misura l’apertura e la tolleranza del partito Molti cattolici si sentono ospiti: è un problema serio». Siamo alle battute finali», dice Pierluigi Castagnetti riferendosi al governo.
Cosa glielo fa pensare? «Finalmente anche all’interno della maggioranza si sono resi conto che così non si può andare avanti». Berlusconi dice di avere i numeri. «Berlusconi ha trasformato Palazzo Chigi in un bunker. Ne uscirà solo con un voto parlamentare». Presenterete una mozione di sfiducia? «Non sarebbe neppure necessaria se ci fosse un numero cospicuo di parlamentari che sottoscriva un documento tale da indurre il presidente del Consiglio a prendere atto che non ha più la maggioranza. Altrimenti servirà una mozione di sfiducia, non c’è dubbio».
Ammettiamo si apra la crisi: e poi?
«C’è bisogno di un governo sostenuto da tutte le maggiori forze del Paese, che coinvolga le migliori energie perché solo così può essere recuperata la credibilità sul piano internazionale. E poi nel 2013 ognuno giocherà la propria parte, e noi con le nostre proposte andremo in competizione con la destra».
C’è chi sostiene che non siano ancora chiare le vostre proposte.
«Lo può dire solo chi non ha seguito il lavoro che abbiamo compiuto fin qui, e comunque Bersani a San Giovanni ha risposto alle accuse stucchevoli di assenza di un’alternativa e ha delineato i nostri contributi molto solidi per una praticabile alternativa di governo».
Non è che le vostre proposte non arrivano perché c’è un coro di voci che non sempre sono in sintonia?
«Il problema è semmai che va riconquistata una unità vera. Oggi diamo per scontata una unità che in effetti non c’è e questo mi fa paura, sia per quando avremo responsabilità di governo sia per quando dovremo affrontare le elezioni».
Cosa intende dire?
«Ho l’impressione che il processo di costruzione del partito si sia come arrestato. La vicenda di Renzi può essere assunta come paradigma della possibilità che nel partito si realizzi un pluralismo interno vero. Non condivido il discorso di Renzi, rabbrividisco quando gli sento dire che berlusconismo e antiberlusconismo sono la stessa cosa perché non coglie il male rappresentato per il Paese da questa stagione berlusconiana. Però sta ponendo la questione di un dibattito più largo, vero e tollerante». Cuperlo, in un intervento sull’Unità, ha fatto notare che non è normale tentare di scalare un partito dall’esterno.
«Ho apprezzato l’intervento, anche perché Cuperlo non ha demonizzato Renzi. Però il punto non è il tentativo di scalata alla leadership del Pd per vie esterne. La vera domanda che il Pd ha di fronte è un’altra: è scalabile solo per vie interne da uno che può avere anche le migliori idee ma che non viene da una storia di sinistra?».
Lei dice di no?
«Tanti dirigenti del Pd sui territori mi parlano di cose che vanno aggiustate, sono preoccupati perché come cattolici si sentono nei fatti regrediti allo stadio di ospiti e non di padroni di casa. Non si tratta solo della carriera di qualcuno, ma di capire che il Pd deve essere intriso di culture diverse, che devono tutte avere lo spazio che loro compete. Stiamo attrezzandoci per una campagna elettorale ed è bene che non sottovalutiamo problemi che hanno una loro consistenza».
A quella campagna elettorale andrete dopo aver scelto con le primarie il candidato del centrosinistra e con il Pd che sostiene Bersani?
«È prematuro oggi un discorso su primarie e candidati premier se dovremo allargarci anche al Terzo polo. Non precluderei la possibilità di alleanze larghe facendo prima del tempo delle scelte che devono invece essere condivise da tutti i protagonisti».

L’Unità 07.11.11