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"Islanda – L’isola salvata dalle donne", di Kira Cochrane

Servizi sociali efficienti. Un movimento femminista agguerrito. Una società aperta e tollerante. L’Islanda è il miglior paese al mondo per le donne. E si è affidata a loro per uscire dalla crisi economica del 2008. E’ un giorno umido a Reykjavik. La pioggia batte sulle barche dei pescatori, per strada ci sono negozi di souvenir e giovani artisti con baffi improbabili. La ministra dell’industria, dell’energia e del turismo mi spiega che il paese dovrebbe essere “più severo” nella lotta alle diferenze salariali tra uomini e donne. Katrín Júlíusdóttir è una donna di trent’anni, cordiale e attraente, ed è incinta di due gemelli. Nella sua voce c’è una leggera nota di frustrazione. Come in Gran Bretagna, anche in Islanda vige la legge dell’equal pay for equal work, che dovrebbe garantire la parità salariale tra lavoratori e lavoratrici. “E allora perché non abbiamo sanzioni più dure per chi non la rispetta?”, si chiede Júlíusdóttir. “Dobbiamo essere molto severi con chi infrange le leggi”.

Siamo seduti nell’ufficio della ministra, in un anonimo palazzo a poche centinaia di metri dal porto di Reykjavik. Katrín (la chiamo per nome perché così si usa in Islanda) parla dei diritti delle donne con un trasporto inusuale. È una femminista, certo. E apprezza il fatto che l’attuale governo islandese sia composto da quattro donne e sei uomini. Ma è convinta che questo non basti: si deve arrivare al 50 per cento. In seguito al disastroso crac delle banche islandesi nel 2008, spiega, oggi il paese “vuole una società equilibrata. E per raggiungere questo obiettivo bisogna partire dalla parità tra uomini e donne”.

Secondo alcuni in Islanda la parità tra i sessi è un fatto compiuto. E in effetti in un certo senso questo paese somiglia molto a un paradiso femminista. Negli ultimi due anni l’Islanda ha guidato la classiica del World economic forum sull’uguaglianza di genere e, recentemente, è stata nominata da Newsweek il paese migliore per le donne. Lo studio del settimanale statunitense prende in considerazione vari parametri: salute, istruzione, economia, politica e giustizia. In tutti questi campi, soprattutto nell’ultimo, l’Islanda è in cima alle graduatorie. La premier Jóhanna Sigurðardóttir ammette, in un’email, di essere molto orgogliosa dei risultati della ricerca. “E non mi riferisco solo alla condizione delle donne”, scrive, “perché la parità dei sessi è uno dei più attendibili indicatori della qualità della vita di un paese”.

Nella fredda foschia che avvolge Laugavegur, la strada principale di Reykjavik, chiedo lumi alle donne islandesi. Gudrun, 72 anni, sbircia timidamente dal suo ingombrante cappuccio e aferma che, sebbene ami l’Islanda per la pulizia, la bellezza, le sorgenti geotermiche, i vulcani e i ghiacciai, non può credere che il suo paese sia il luogo ideale per le donne. Perché gli stipendi delle donne “sono inferiori a quelli degli uomini”.

Il tema è molto sentito, soprattutto dopo una recente iniziativa di Vr, il sindacato dei commercianti e degli impiegati. Per sensibilizzare la popolazione sulle disparità tra i sessi – le donne islandesi ricevono uno stipendio mediamente inferiore del 10 per cento rispetto agli uomini che fanno lo stesso lavoro – a settembre Vr ha lanciato nei principali negozi della capitale una campagna di sconti del 10 per cento, riservati alle donne. Berglind, una giovane commessa con un lungo piercing di metallo al naso, sostiene che sarebbe un bel passo avanti se le adolescenti islandesi imparassero a scuola a contrattare lo stipendio con i datori di lavoro, fino all’ultimo centesimo.

Erla, un’avvocata avvolta in un pesante impermeabile rosso, sostiene che potrà sempre contare sul supporto delle sue compagne. È con questo spirito che l’anno scorso ha partecipato a un corteo di protesta contro la discriminazione salariale e la violenza sessuale. “Credo di guadagnare il giusto”, dice, “ma ho partecipato comunque alla manifestazione perché volevo sostenere la lotta delle altre donne. Se la nostra società si è evoluta, è perché i cittadini si sono battuti per i diritti delle donne”. Agli occhi di un osservatore straniero il potere del movimento femminista islandese è sorprendente. Dopo la seconda guerra mondiale l’Islanda era il paese più povero d’Europa. Poi, dopo il boom economico, alla fine degli anni sessanta una nuova generazione di donne, ormai istruite, cominciò a denunciare la discriminazione salariale di cui era vittima. Anche le donne che non lavoravano si sentivano escluse e non valorizzate.

Così, quasi quarant’anni fa, il gruppo femminista Calze rosse indisse uno “sciopero delle donne” di ventiquattr’ore. Il 24 ottobre 1975 il 90 per cento delle donne islandesi incrociò le braccia, a casa e sul lavoro. Circa 25mila donne si radunarono a Reykjavik per discutere, confrontarsi e stare insieme. All’epoca l’intera popolazione islandese non arrivava a 220mila abitanti. Thorunn Sveinbjarnardóttir ha 45 anni ed è stata ministra dell’ambiente dal 2007 al 2009. Nel 1975 aveva solo dieci anni, ma partecipò allo sciopero con la madre. “Di quel giorno ricordo che ero circondata da una grande quantità di donne, tutte felici”, racconta. “Fu una grande lezione per la mia generazione. Il segreto di quella manifestazione fu la capacità di attirare donne di ogni estrazione sociale e politica. Questo dettaglio fu importantissimo. Fu un giorno meraviglioso”.

In Islanda la capacità del movimento femminista di mobilitare donne di ogni appartenenza politica o sociale è evidente ancora oggi. La manifestazione del 2010 ha ricordato lo sciopero del 1975. Nonostante le pessime previsioni meteorologiche, cinquantamila donne, cioè un terzo del totale del paese, si sono riversate nelle strade di Reykjavik, avvolte in giubbotti imbottiti o maglioni tradizionali, con i capelli e le sciarpe mossi dal vento. Nelle foto si vede perfino una donna vestita da vichinga. Qualcuna ride, molte impugnano cartelli. Tutte sembrano molto determinate.

Contro i tabù

Alla periferia di Reykjavik trascorro un pomeriggio con Sigríður Magnúsdóttir, Andrea Halldórsdóttir ed Eva Gunnbjornsdóttir. Quando gli chiedo cosa le fa arrabbiare di più, Eva, che ha 31 e si sta per laureare, punta il dito contro la disparità salariale. Sigríður e Andrea, invece, discutono animatamente del problema della violenza sessuale.

“Se potessi cambiare il mondo”, dice Sigríður, che ha 35 anni e fa le pulizie, “eliminerei gli abusi sessuali su donne e bambini. Così gli uomini si azzuferebbero tra di loro”. Andrea, insegnante di musica di 27 anni, sostiene che anche nei casi più gravi le pene per gli aggressori sono scandalosamente lievi. Decido allora di affrontare l’argomento con Guðrún Jónsdóttir, veterana del movimento femminista e oggi impegnata con Stígamót, un’associazione che offre assistenza alle vittime di violenza sessuale. “Sulla carta l’Islanda è il paradiso delle donne”, spiega, “ma in pratica le cose non stanno proprio così”.

Ogni anno la sua associazione e il reparto dell’ospedale di Reykjavik che si occupa delle vittime di violenza si prendono cura di 250 donne, ma “le condanne penali per stupro si contano sulle dita di una mano”. Guðrún spiega che uno dei problemi più diicili da superare è la mentalità “dei giudici, degli avvocati, della gente comune e perino delle donne che si rivolgono a noi, assalite dalla vergogna e dal senso di colpa”. L’anno scorso il capo del reparto di polizia che si occupa dei crimini sessuali, Björgvin Björgvinsson, si è dimesso dopo aver dichiarato in un’intervista che spesso le donne sono violentate dopo aver abusato di alcol o droghe, e che quindi la violenza è in parte colpa loro.

Nel novembre 2010 è stato rimesso al suo posto. Anche l’Islanda, quindi, ha i suoi problemi. Ma l’opinione pubblica e la politica stanno cercando di risolverli. La premier mi spiega che c’è “un movimento femminista molto forte, che è riuscito a sensibilizzare le istituzioni sul tema della parità sessuale. Non è un caso se oggi nessun leader politico può ignorare questi problemi”. Nei due anni e mezzo al potere il governo attuale, formato da socialdemocratici e verdi, non ha mai fatto mancare il suo impegno. Ha stabilito che la compravendita di sesso è un reato, ha approvato nuove leggi contro lo sfruttamento della prostituzione e ha vietato gli strip club. Per quanto riguarda la lotta alla violenza domestica, invece, l’Islanda ha adottato il modello austriaco: chi compie un abuso deve abbandonare la casa in cui vive.

Nel 2013, inoltre, entrerà in vigore una legge che obbligherà le imprese ad avere consigli di amministrazione con almeno il 40 per cento di donne. L’Islanda ha una lunga storia di donne in politica. Vigdís Finnbogadóttir è stata la prima donna al mondo a essere eletta capo dello stato, carica che ha ricoperto dal 1980 al 1996. All’inizio del suo mandato le deputate al parlamento islandese erano solo il 5 per cento. Poi, nel 1983, è nata l’Alleanza delle donne, un partito femminista che ha ottenuto il suo miglior risultato nel 1987, conquistando 6 seggi su 63. Una delle sue militanti, Thorunn, racconta di aver passato gli anni ottanta “a discutere di stupri, violenze domestiche, leggi per la protezione delle donne e dei bambini: tutti temi tabù all’epoca e oggi invece argomenti discussi pubblicamente. C’è voluto molto coraggio per raggiungere questo risultato”.

Ingibjörg Sólrún Gísladóttir, che ha fatto parte dell’Alleanza delle donne per più di dieci anni, nel 1994 è diventata sindaco di Reykjavik, un incarico che ha mantenuto fino al 2003. Nel 2009, dopo la crisi finanziaria, il paese ha cominciato a mettere in discussione i valori che l’avevano caratterizzato negli ultimi anni, tra cui il gusto del rischio e l’arroganza, considerati spesso prerogative maschili.

E a far ripartire il paese sono state le donne.

Le due banche responsabili del crac, Landsbanki e Glitnir, sono state affidate a due donne, e per guidare il paese è stata scelta Jóhanna Sigurðardóttir. Chiedo a Guðrún Jónsdóttir se pensa che Jóhanna sia una femminista: “Forse inizialmente non lo era. Ma ha mostrato grande rispetto nei confronti del movimento e ci ha appoggiato senza esitazioni. Possiamo dire che è una di noi”.

In Islanda, tuttavia, non sono solo le donne a sostenere il movimento femminista. In uno dei suoi ultimi numeri, il quindicinale in inglese Reykjavik Grapevine ha pubblicato un’intervista al sindaco della capitale, Jón Gnarr. Gnarr, un comico, fa parte di un movimento politico dal nome accattivante – Best party – composto prevalentemente da artisti e attori che si definiscono “anarcosurrealisti”. L’anno scorso hanno conquistato Reykjavik intercettando il voto di protesta degli islandesi. Quando però si parla di donne, Gnarr si fa serio. “Una società sana deve essere costrui ta in maniera uguale sulle forze degli uomini e delle donne, mentre la nostra cultura è ancora troppo maschilista. Il mio partito proverà a risolvere questo problema”.

Una rete di sostegno

Jóhanna Sigurðardóttir è la prima leader di governo al mondo dichiaratamente omosessuale, mentre Vigdís, che pare sia ancora popolarissima, è stata una ragazza madre: una condizione non insolita in Islanda. Katrín, invece, ha avuto il suo primo figlio a 23 anni e lo ha cresciuto da sola per altri undici, senza dover rinunciare alla carriera. Qui i genitori sanno di poter contare sull’aiuto della comunità anche nell’assistenza ai bambini, e la maternità non è inconciliabile con lo studio o la carriera. “In Islanda non siamo costrette a organizzare la vita secondo il classico percorso ‘università-lavoro- figli’”, sostiene Thorunn.

Andrea, invece, racconta di aver avuto il primo figlio a 19 anni e di averlo cresciuto da sola. Quando andava a scuola lo portava con sé, e “i professori si prendevano cura di lui mentre io studiavo”, ricorda. Joanna Dominiczak, insegnante e presidente dell’Associazione donne multiculturali, spiega che “in Islanda un figlio è considerato un dono, e nessuno si preoccupa di quanti figli potrà riuscire a mantenere”. Il paese rilascia congedi parentali molto generosi alla nascita di ogni bambino. “La madre ha diritto a tre mesi di congedo non trasferibili”, dice Joanna, “e il padre lo stesso. Poi i genitori hanno altri tre mesi che possono dividersi a seconda delle necessità”.

Questo sistema riconosce uguale importanza ai due genitori in dalla nascita del bambino ed elimina la discriminazione, ancora presente in molte società, che rende più diicile per le donne in età fertile trovare un impiego. Sigríður, Eva e Andrea sono ragazze madri. Anche loro di tanto in tanto si lamentano, ma sono soddisfatte degli asili e delle scuole che frequentano i loro figli. Annadís Rudolfsdóttir, responsabile del programma di formazione sulla parità sessuale dell’università di Reykjavik, di recente ha vissuto per un periodo in Gran Bretagna e spiega che è molto più facile essere madre in Islanda. “In Gran Bretagna gli asili costano una fortuna”, dice, “mentre qui una madre single può mandare un bambino all’asilo per otto ore al giorno al costo di 80 euro al mese. Per le coppie la spesa è di 135 euro. Potete immaginare quanto sia più facile essere genitore con un aiuto del genere”.

Le donne islandesi sembrano avere particolare fiducia in se stesse. Si dice che la loro indipendenza si sia sviluppata nel corso dei secoli: mentre gli uomini erano in mare, a loro toccava occuparsi di tutto il resto. È diicile dire quanta verità ci sia in questa ricostruzione, ma certo le islandesi sembrano essere dotate di un’innata solidità di carattere. Quando chiedo a una ragazza in una paninoteca se pensa che l’Islanda sia un paese femminista, mi risponde che parlando con le sue colleghe è giunta a una semplice conclusione: “Alle donne islandesi è meglio non rompere le palle”, dice, strizzando gli occhi dietro i suoi occhiali vintage color rosa.

Se poi si chiede alle islandesi quale sia l’aspetto migliore della vita delle donne in questo paese, la risposta più frequente ha sempre a che fare con una parola: libertà. “Possiamo fare quello che vogliamo: imparare a pilotare un aereo, diventare poliziotte o qualsiasi altra cosa”, dice Andrea. Poco dopo, in una profumeria mi imbatto nella prima guardacoste del paese. “Il nostro premier è una donna, il nostro presidente era una donna. Qui siamo cresciute con la consapevolezza che tutto è possibile”. Katrín è della stessa idea. “Come donna, ho sempre saputo di avere questa libertà, di poter fare delle scelte, per me stessa e per la mia famiglia, senza dover rendere conto a nessuno. Nello studio come nel lavoro, qui esiste un’ampia rete di sostegno per le donne. Si può dire che siamo una nazione molto progressista”. Katrín guarda fuori dalla finestra, mentre la pioggia continua a battere sui vetri: “Amo questo tempo”. E sospira felice.

da Internazionale 05.11.11

"Io so che questa Italia si merita di più" di Walter Veltroni

Caro direttore, io so che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati uccisi solo dalla mafia. Io so che lo Stato, o pezzi di esso, ha collaborato, coperto, deviato. Io so che l’attentato dell’Addaura fu organizzato da «menti raffinatissime», che volevano togliere di mezzo quel magistrato scomodo per tutti. Io so che qualcuno mandò lì, per salvare Falcone, due ragazzi, due agenti dei servizi leali allo Stato. Si chiamavano Antonino Agostino e Emanuele Piazza. Io so che non è stata solo la mafia ad ucciderli, l’uno massacrato con sua moglie e l’altro sciolto nell’acido, nelle campagne di Capaci. Io so che Scarantino ed altri si sono accusati di aver assassinato Borsellino e che per questo hanno fatto quasi venti anni di carcere. Ma non è vero, non sono stati loro. Io so che pezzi dello Stato hanno costruito una falsa verità sull’assassinio di Borsellino e che hanno guidato i falsi pentiti nelle loro bugie. Perché?
Io so che Giuseppe Gullotta, muratore di Alcamo, è stato per venti anni in carcere innocente accusato di aver ucciso due carabinieri nel gennaio del 1976. Quei due ragazzi, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, probabilmente avevano visto, durante un controllo, qualcosa che non dovevano: un furgone pieno di armi e di combattenti della Gladio di Trapani. Io so che Peppino Impastato si era occupato di quella storia e aveva scritto di «Un depistaggio per coprire alcuni settori pericolosi e nascosti a livello istituzionale». E che fu ucciso, allestendo la messa in scena di un suicidio, proprio il giorno in cui Moro fu assassinato.
Io so che gli attentati del ’93 non furono ideati dalla mafia. Qualcuno ha indirizzato gli esecutori ai siti del patrimonio culturale, qualcuno ha indicato il momento in cui cominciare la strategia delle stragi e qualcuno ha indicato quando finire. In mezzo, il cambiamento politico del Paese.
Io so che la Banda della Magliana, le mafie, terroristi di destra e di sinistra sono stati anche agenzie di pompe funebri violente per disegni orditi da poteri occulti, massonerie deviate, ambienti economici, pezzi di Stato infedeli. Ci si scambiava morti e potere, consapevoli di farlo. C’era chi sparava per il comunismo o per il fascismo. Ma c’era anche chi trafficava con la camorra o la ‘ndrangheta, in nome del proletariato o del corporativismo. Io so che Renatino De Pedis non è sepolto per caso nella Basilica di Sant’Apollinare e che questo scandalo si protrae tra ipocrisie e reticenze. E so che killer della Banda della Magliana andarono a Milano per sparare al vicepresidente del Banco Ambrosiano e che assassini della mafia uccisero a Roma Mino Pecorelli. Perché? Cosa interessava a quelle organizzazioni di quelle due persone?
Io so che è assai probabile che il generale Dalla Chiesa sia stato mandato in Sicilia per farlo uccidere e perché sembrasse che la mafia fosse l’unica responsabile. So che quella notte qualcuno in cerca di carte — quelle del memoriale di Moro? — aprì la sua cassaforte in Prefettura. Forse le stesse mani che mentre ancora via d’Amelio bruciava ebbero la freddezza di prelevare dalla borsa di Paolo Borsellino la sua agenda rossa.
Io so che Andreotti e Gelli e molti altri sanno. Io so che ci sono assassini in giro, ci sono stragisti liberi, ci sono mandanti che ancora condizionano il Paese. Io so che il potere in Italia, è più opaco che altrove. Leonardo Sciascia diceva che nel nostro Paese «Il potere è altrove», non nei governi, non nel Parlamento.
So, per la breve esperienza di due anni che ho avuto al governo, che non ci sono cassetti da aprire che non siano già stati svuotati. So che a chi governa, e lo accetta, è richiesta una cieca continuità. Che Ustica rimanga un cedimento strutturale e la morte di Calvi un suicidio. Perché solo così quel grumo di interessi opaco potrà continuare a dominare condizionando con la violenza, come sempre è stato, il destino politico del Paese. E la mafia, che è potere prima che armi e sangue, potrà estendere ulteriormente il suo dominio sul Paese.
Perché è questo che sta avvenendo, nel totale disinteresse. La recessione aiuta chi ha liquidità, la debolezza del potere aiuta chi ha forza di intimidazione. È così che le mafie stanno conquistando pezzi di Paese, specie al Nord e nei litorali, e che comprano politici e funzionari. E si impadroniscono di aziende alle quali forniscono, a tassi di usura, credito che le banche negano. L’Italia, questo Paese meraviglioso e sfortunato, ha bisogno di ritrovarsi e di colmare i buchi neri della sua storia recente. Ha bisogno certo, subito, di nuovi governi. Ma all’Italia serve qualcosa di più. Ora, più che mai. Serve una ambizione grande, la voglia di fare pulizia, di sfidare conservatorismi radicati e poteri immortali. Di restituire alla democrazia tutta la sua bellezza: decisione, partecipazione, controllo, trasparenza. È rischioso spezzare questa nera continuità, come sappiamo pensando a Moro, a Falcone, a Borsellino, a Pio La Torre, a Giorgio Ambrosoli. È rischioso, ma non più rinviabile.
Io so, aveva scritto su questo giornale un grande intellettuale italiano, molti anni fa. Parlava di Piazza Fontana, dell’Italicus e di Piazza della Loggia. È stato ucciso. Io so che non è stato solo.

Il Corriere della Sera 07.11.11

"Senza agricoltura la montagna diventa nemica", di Vittorio Emiliani

Il 4 ottobre 2010, il Ponente di Genova fu colpito da una grave alluvione. Da allora, cosa è successo? «Tredici mesi di testate contro il muro», denuncia il presidente della Regione, Claudio Burlando, commissario. «Se tutto va bene, sta per concludersi il lungo iter per lo stanziamento dei primi 45 milioni di euro previsti per i danni dell’anno scorso» (ben 300 milioni). Il Wwf denuncia un bluff clamoroso: sparito lo stanziamento nazionale di 800 milioni (500 per la prevenzione del dissesto idrogeologico) promesso da Berlusconi e da Tremonti, con l’asta delle frequenze e con una quota dei Fas. V’è di più: torna la minaccia di un condono degli abusi edilizi, il terzo promosso da Berlusconi. Che ha la faccia di bronzo di commentare la sciagura di Genova con un lapidario: «Si è costruito dove non si doveva». Dopo le tragiche inondazioni del 1966, i governi, per lo più di centrosinistra, hanno impiegato ventitre anni per approvare una legge, peraltro buona, per la
difesa del suolo, la n. 183 del 1989, sul modello della Themes Authority londinese. Pochi anni, in compenso, ha impiegato il centrodestra – con l’aiuto di Regioni e Comuni, anche di centrosinistra, s’intende – per smontarla, definanziarla, delegittimarla. A partire proprio dal 2001, quando le Autorità di Bacino avevano adottato i piani di riassetto. Del resto, l’alleato fedele del Berlusconi III, la Lega Nord, il Po lo vorrebbe gestito «a spezzatino», un pezzo ciascuno Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto. E così pure l’Adige. Esiste politica più ridicola e insieme più criminale di questa? A Genova l’allerta c’era stata, tempestiva. Non si è detto alla gente: restate a casa. Si è peccato di ottimismo in una città che ha subìto, dopo quella paurosa del 1970 (mi ci trovai in mezzo) costata 44 vittime, tanti disastri, l’ultimo un anno fa. Fa bene il sindaco di Torino, Piero Fassino, a usare la massima prudenza. Il Po spaventa. Le alluvioni cominciano in montagna. Genova è comune di mare e di montagna, col Monte Reixa di ben 1.183 metri. Dall’alto precipitano a valle, oltre ai torrenti principali, ben 44 rii, molti dei quali arrivano in città «tombati» nel cemento e, per la pressione di una massa d’acqua sempre più ingente e veloce (grazie alla tante nuove strade asfaltate e ripide), scoppiano. In più, gli agricoltori sono spariti dalle alture e nessuno più ripulisce gli alvei da arbusti, ramaglie, tronchi di alberi caduti. Discorso che vale per gran parte della montagna italiana. Dove gli agricoltori superstiti vanno incentivati a rimanere con politiche mirate. Ma quando ci si convincerà che l’agricoltura, in specie quella di montagna, ha una precisa e preziosa funzione di salvaguardia dell’ambiente e dell’assetto idrogeologico essenziale per le grandi pianure?
Come ha ben spiegato ieri sull’Unità l’urbanista Vezio De Lucia, bisogna darsi un diverso modello di sviluppo con piani scientificamente fondati: stop al consumo di suoli liberi, al cemento+asfalto, manutenzioni incessanti di boschi, alvei, sponde, affidate all’«esercito del lavoro» giovanile, immaginato dal grande meridionalista Manlio Rossi Doria e ripreso dall’economista Paolo Sylos Labini. Non per stipendiare, beninteso, degli inoccupati, ma per «rinaturalizzare» fiumi e torrenti, a monte e a valle con piani seri puntualmente eseguiti. Siamo un Paese geologicamente giovane, sismico, con tante frane (e cave, molte abusive). Nel 105 d.C. Traiano nominò Plinio il Giovane «curator alvei Tiberis et riparum et cloacarum Urbis», cioè soprintendente generale
dell’Autorità di bacino del Tevere. Chi promuoverà quest’opera quotidiana e grandiosa, salverà l’Italia da immensi guasti e lutti e «passerà alla storia». Altro che
Ponte sullo Stretto.

L’Unità 07.11.11

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Intervista a Vezio De Lucia: «Un piano di lavoro contro crisi e disastri» di Jolanda Bufalini

Parole, parole, parole. Vezio De Lucia ha alle spalle lunghe battaglie e conquiste concrete realizzate come funzionario, come assessore, come urbanista, nella difesa del suolo. Si richiama ad una lunga storia nel paese senza memoria. Una storia che inizia all’indomani del 5 novembre 1966, l’alluvione di Firenze e Venezia “città d’arte, cit tà simbolo”.

Fu uno choc mondiale, i giornali hanno pubblicato anche in questi giorni le foto degli angeli dell’alluvione. Non ne abbiamo tratto nessuna lezione?

«Invece sì, Giacomo Mancini, che io considero essere stato un ottimo ministro, istituì la “commissione De Marchi”, Giulio De Marchi era un ingegnere idraulico molto competente. Si studiarono molto approfonditamente i problemi che, in larga misura, sono gli stessi, dalla utilizzazione impropria delle aree golenali, alla cementificazione degli alvei, all’esodo dalle zone agricole collinari. Ci sono voluti più di venti anni per dare una sistemazione legislativa seria alla difesa del suolo. La legge del 1989 prevede i piani di bacino che però non sono stati mai fatti».

A Genova si è verificato un evento eccezionale.

«È vero ma la sempre maggiore frequenza con cui si verificano eventi climatici estremi fa perdere quel carattere di eccezionalità per assumere quello della ordinarietà. Il mondo scientifico ci ha messo in allarme da tempo e per questo non ce la pos- siamo prendere con la natura, perché sappiamo che si tratta di scenari con cui ci dovremo misurare sempre più frequentemente».

Lei, quindi, vorrebbe recuperare il modello della commissione De Marchi e aggiornarlo?

«Una commissione che elabori, rapidamente, con il contributo dei migliori scienziati, le misure per fronteggiare la situazione nuova. Ma, lo dico senza alcuna retorica, il problema che si pone è quello di un diverso modello di sviluppo. L’urbanista Pietro Laureano spiega che l’uso del- le risorse naturali riproducibili è su- periore a quello che la natura stessa riesce a produrre, siamo sempre in debito con la natura. Mettere in discussione il modello di sviluppo si- gnifica collegare la crisi ambientale e la crisi economica. Ci vuole una moratoria nel consumo del territo- rio. Uno stop. In Liguria c’è stato un dissennato consumo del territorio. Ma…”

“Ma?”

«Bisogna chiedersi se sia giusto proseguire sulla via della sussidiarietà e del federalismo, spostare i centri di decisione verso il basso, secondo un federalismo verticale, secondo il sistema delle autonomie. Io penso che si dovrebbe po- tenziare la responsabilità naziona- le rispetto alla gravità di questi fenomeni. Ci vogliono scelte politiche nazionali, anche perché oggi c’è la difesa del suolo, in tutta la sua gravità, ma sappiamo che domani potremmo trovarci di fronte a un altro terremoto».

Milioni e milioni. Ad ogni cataclisma si fa appello alla necessità di investimenti milionari. Ma i soldi non ci sono e tutto resta come prima.

«La messa in sicurezza del paese ha potenzialità di densità occupazionale molto forti. Si tratta di operazioni anche minute, ci vorrebbe un piano del lavoro, come ai tempi di Di Vittorio, solo che oggi dovrebbe essere rivolto a ceti preparati per il recupero agricolo, per i centri storici, per l’assetto idrogeologico. Quanti partiti hanno considerato questo problema di difesa del territorio, che è anche un problema di difesa della vita umana, una priorità nazionale assoluta? ».

Servono un sacco di soldi

«Le spese si pianificano, non è una questione che si risolve dall’oggi al domani, è un tema che riguarda in tere generazioni future. C’è la priorità politica che, lo dico anche per il mestiere che faccio, dovrebbe essere allargata al paesaggio, abbiamo un Codice per la difesa del paesaggio. Ma i piani paesistici non si fanno. Sicurezza, integrità fisica, difesa del suolo e delle acque: si devono intrecciare crisi economica e crisi ambientale in un grande tema nazionale».

Berlusconi ha detto che si è costruito dove non si doveva. Si è levato un coro per dire che lo hanno permesso i suoi condoni.

«Ne ha fatti di condoni … E, fino a ieri, si è parlato di uno nuovo. Bisogna stare attenti perché il primo condono lo fece Craxi nel 1985, poi ci sono stati quelli di Berlusconi, nel 1994 e nel 2003. Uno ogni nove anni, il 2012 è a rischio».

C’è stato anche il piano Casa. Se avessi una villetta nei pressi di un corso d’acqua potrei allargarmi.

«Il Piano casa è un condono preventivo, soprattutto quello del Lazio è spaventoso. Ora Berlusconi dice che si è costruito dove non si doveva, se quello che è accaduto servisse a impedire nuove sciagu- re, già sarebbe qualcosa. Ma bisogna impegnarsi e dire “mai più condoni”».

L’Unità 07.11.11

"Se sull´Italia pesano 39 milioni di ignoranti", di Mario Pirani

Un pedagogo di alto valore, il professor Saverio Avveduto, mi ha fatto pervenire un dossier di testi, corredati da dati e statistiche, sia suoi che di Tullio De Mauro, già ministro della Pubblica istruzione, sullo stato del nostro panorama educativo. Val la pena di cogliere, non da fiore a fiore, ma da rovo a rovo, alcuni grovigli spinosi del nostro sistema. Il dato più sconfortante è la distanza abissale tra le oasi di alto sapere (che comprendono premi Nobel e grandi chirurghi, scienziati e letterati, ricercatori industriali contesi a livello internazionale) e i vasti deserti di una popolazione priva delle conoscenze essenziali per orientarsi nella complessità del mondo d´oggi. Da una scheda dell´Ocse risulta che nella classifica sulla condizione educativa (tale da permettere all´individuo di capire il titolo di un giornale, un semplice questionario, un pubblico avviso) l´Italia occupa il penultimo posto fra una trentina di paesi industrializzati, seguita solo dal Portogallo. A questa situazione soggiace il 68,2% della popolazione, pari a 39.146.400 unità, una cifra da paura che necessita, peraltro, di una spiegazione. Essa comprende, infatti, gli analfabeti totali, i cittadini privi di qualsiasi titolo di studio ma anche quelli che hanno ottenuto la licenza elementare e quella media inferiore.
La valutazione di questo assieme che scardina il significato dei parametri dell´Istat (l´Istituto qualifica come analfabeti solo coloro che si autodefiniscono tali, senza nessuna verifica obbiettiva sulla validità dell´autodichiarazione) si basa, come ricorda Tullio De Mauro nel saggio-intervista La cultura degli italiani (a cura di Francesco Erbani, ed. Laterza), su una regola che gli studiosi di pedagogia sperimentale chiamano del “meno cinque”. Secondo questo principio in età adulta regrediamo di cinque anni rispetto ai livelli massimi delle competenze cui siamo giunti nell´istruzione scolastica formale. Alla fine del liceo, ad esempio, si è arrivati a studiare derivate e integrali e altre operazioni matematiche complesse ma se non si fanno professioni collegate a statistica o economia, se non si è bancari, commercialisti o ingegneri che ne rimane in età adulta? Nozioni, se va bene, da terza media. Ma non è solo la matematica a subire il “meno cinque”. Quanti hanno studiato il greco al liceo e poi, in età adulta, guardano una pagina di greco come se fosse scritta in ideogrammi cinesi? Avveduto ha perciò suggerito di considerare regrediti di cinque anni in materia di competenze alfabetiche tutti quelli che hanno soltanto la licenza elementare. Cinque meno cinque fa zero. Chi ha la sola licenza elementare, tolto chi esercita particolari mestieri che lo portino a leggere e scrivere, come ad esempio i tipografi, in età adulta torna in condizioni di analfabetismo. Gli analfabeti effettivi, secondo Avveduto, sono da stimare a un terzo della popolazione e sfiorano i venti milioni. Una cifra assai lontana da quell´1% che alla domanda scritta dell´Istat ha il coraggio di rispondere sinceramente di “non sapere né leggere né scrivere”.
Se riflettiamo su questo dato assai più reale delle statistiche ufficiali ci si rende conto di quanto incida la pochezza culturale e il basso livello del capitale umano. Impressiona in proposito la classifica Ocse sugli investimenti in conoscenza: tra i sei ultimi Paesi figurano Portogallo, Grecia, Italia (terzultima), Irlanda e Spagna. Gli stessi messi sotto sorveglianza da Fmi e Ue per l´indebitamento schiacciante e l´incapacità di farvi fronte. Eppure non c´è segno di resipiscenza che indichi una qualche attenzione alla cultura. Indicative e inedite sono in proposito le ore dei programmi culturali sui vari canali (fonte Istat): Rai Uno ore/anno 4,3%, Rai Due 10,6%, Rai Tre 13,2%, La 7 20,3%, Canale 5 0,3%, Italia1 0%, Rete4 1,9%. Per quanto riguarda la radio le risultanze sono simili, tranne che per Rai Tre che riserva il 32,8% delle sue ore al sapere degli ascoltatori. Le sia dato merito.

La Repubblica 07.11.11

"Tre ipotesi con incognita", di Andrea Carugati

Un’altra settimana di fuoco per il governo. Forse quella fatale, a poco meno di un anno da quel 14 dicembre 2010, quando Berlusconi riuscì a salvarsi per tre voti. Il Calvario del governo inizia già domani, con il voto bis sul rendiconto di bilancio. Il Terzo polo punta, tra voti contrari e astensioni, a dimostrare coi numeri che il governo è minoranza.
E cioè ampiamente sotto l’asticella di 316 voti. Ma il Cavaliere, anche davanti a un risultato intorno (o ad- dirittura sotto) i 310 voti potrebbe restare asserragliato a palazzo Chi- gi. «Senza un voto chiaro di sfiducia non c’è trippa per gatti, quello resta al suo posto», ragiona un alto dirigente del Pd. A quel punto scatterà la mozione di sfiducia, che le opposizioni dovrebbero presentare tra stasera e domani, a cavallo del voto sul rendiconto, se avranno garanzie certe che almeno una decina di ribelli Pdl sono pronti allo strappo finale col premier. Ma la mozione, se sarà presentata entro domani, no si voterà comunque prima della settimana che inizia il 14 novembre, come recita l’articolo 74 del Regolamento della Camera. Dunque, la crisi vera e propria, se ci sarà, non dovrebbe prendere corpo questa settimana. A meno di un improbabile passo indietro di Berlusconi per favorire una transizione morbida a un suo fedelissimo, Letta o Schifani.
L’ipotesi Letta. Nelle intenzioni di chi la propone, sarebbe la soluzione più indolore per il Cavaliere, che potrebbe comunque gestire il percorso fino alle urne con un governo amico. Anche per la Lega sarebbe una delle pochissime ipotesi percorribili, per restare nell’ambito della maggioranza del 2008. Ma è Casini ad aver messo una forte ipoteca sul nome del braccio destro del premier, quando ha detto che «senza Pd non si ricostruisce l’Italia». Un paletto molto netto a un governo Letta che il Pd non potrebbe mai appoggiare. Di qui la rapida caduta delle chances dell’ipotesi Letta, che però non è ancora tramontata. Lo stesso sottosegretario sarebbe piuttosto recalcitrante, tanto che viene descritto come uno dei sostenitori, nell’ombra, dell’ipotesi Monti.
Governo Monti. Pd e Udc premono per un esecutivo tecnico, con un’ampia base parlamentare, guidata da una personalità super partes e credibile sui mercati. L’identikit perfetto di Mario Monti.Maquesta ipotesi sconta la forte avversità del Pdl e il netto no della Lega, che si preparerebbe a una dura opposizione.
Per Berlusconi sarebbe una Caporetto, ma molti tra le file dell’attuale minoranza ritengono che, una volta approvata la mozione di sfiducia, tra i parlamentari del Pdl ci sarebbe uno tsunami, e i voti per il ngoverno Monti arriverebbero copiosi. È una strada complicata anche dal punto di vista del Quirinale, perchè vedrebbe contrari i due leader che hanno vinto le elezioni
2008, Berlusconi e Bossi. Ma se il Pdl dovesse volgere in grande maggioranza le spalle al suo fondatore, Alfano potrebbe anche dare l’assenso all’operazione. Difficile che l’operazione decolli senza un ok del Pdl, pena l’accusa di “ribaltone”. Tra le opposizioni si confida che, con l’ok di una pattuglia di almeno una trentina di (ex) pidiellini, i numeri convincano il Colle a dare comunque il via libera.
Voto in tempi rapidi.
In caso di dimissioni del Cavaliere, il Quirinale farà comunque un tentativo conferendo un incarico esplorativo. Se questa esplorazione fallisse, non resterebbero che le urne, con Berlusconi a palazzo Chigi per l’ordinaria amministrazione (come Prodi nel 2008), oppure con Schifani alla guida di un governo elettorale. Questa ipotesi acquisirebbe peso nel caso in cui il Cavaliere riuscisse a frenare l’emorragia di deputati e a mantenere un saldo controllo del Pdl. Per Bossi, d’altra parte, sarebbe la via migliore: urne a breve con la possibilità di scegliere i futuri deputati (grazie al Porcellum) e regolare così i conti interni. «Si può votare anche a gennaio, il Viminale è pronto», ha detto ieri il ministro dell’Interno Maroni.
Bisogna infine considerare un’ultima possibilità, che appare
oggi ancora più remota: quella che il Cavaliere possa salvarsi in
Parlamento. Come il 14 dicembre, quando Berlusconi riuscì a
riattaccare i cocci del Pdl, a “rimotivare” i tanti delusi e a salvarsi dal voto di sfiducia. In quel caso la prospettiva è quella di una crisi pilotata a fine anno, dopo l’ok alle misure anti-crisi, per tornare alle urne amarzo. Con il Cavaliere in grado di controllare il gioco da palazzo Chigi: ma è un’ipotesi che diventa più irrealistica col passare delle ore.

L’Unità 07.11.11

"I mercati chiedono serietà", di Francesco Guerrera*

Era bello essere europei la notte del 31 dicembre del 2001. Io ero nella piazza principale di Maastricht, infreddolito ed emozionato, ad aspettare la «nascita» dell’euro con migliaia di altri concittadini d’Europa. Dopo anni di preparazione, la moneta unica di un continente che aveva combattuto innumerevoli guerre contro se stesso era pronta.

In poche ore, i bancomat da Helsinki a Patrasso avrebbero cominciato a rigurgitare la nuova divisa dell’Europa unita. Mi ricordo un’atmosfera più da festa popolare che da occasione storica nella cittadina olandese dove fu firmato il trattato che diede vita all’euro. Un concerto di musica folk, qualche fuoco d’artificio, molta birra. Ma il motivo per essere lì era comune, come la moneta: la voglia di celebrare un pezzo importante della storia dell’Europa. A quasi dieci anni di distanza, in Europa non fa festa più nessuno. Dopo un altro summit di parole vuote, speranze frustrate e promesse non mantenute – questa volta al Gruppo dei 20 di Cannes – il continente e la sua moneta sono alla deriva.

I mercati non sanno più cosa pensare. Gli investitori e gli operatori di Borsa a cui ho chiesto cosa avrebbero fatto una volta di fronte ai loro schermi questa mattina non sembravano avere la più pallida idea. «Siamo esausti», mi ha detto un operatore di New York. «Se i governi e i burocrati non sanno come risolvere la situazione, come possono pensare che i mercati capiscano cosa stia succedendo?». Parole gravi. Il rischio più grande per l’Unione Europea – e l’economia mondiale – in questo momento non è la recessione, e nemmeno un calo nel valore dell’euro, ma la rassegnazione dei mercati.

Fino ad ora, le Borse mondiali, e persino gli investitori in beni del tesoro di gran parte dei Paesi europei, ci hanno voluto credere. Nonostante tutto, fino a venerdì sera i mercati ancora speravano che i potenti europei non fossero capaci di affondare un intero continente con i loro tentennamenti. La frase che ho sentito più spesso nelle mie visite ai piani nobili di Wall Street quando esprimevo le mie preoccupazioni sull’Europa è stata: «Ma dai, stai tranquillo che in un modo o nell’altro la situazione si risolve». La psiche Usa – razionale, semplice, ottimista e non esperta di politica interna slovacca e plebisciti greci – non riusciva a concepire altra soluzione.

L’accordo del 26 ottobre – prima del «Papandemonio» creato dall’annuncio-suicidio del referendum – ha fatto salire i mercati alle stelle nella speranza che un default «controllato» della Grecia, la ricapitalizzazione di molte banche europee e la promessa di misure di austerità avrebbe messo fine ai travagli degli ultimi due anni. Dopo il nulla di fatto del weekend, però, l’ottimismo molto «americano» dei mercati sta perdendo il braccio di ferro con l’incompetenza molto «europea» dell’Ue. I politici stanno giocando con il fuoco. La fiducia dei mercati è, come la donna del Rigoletto, «qual piuma al vento», può scomparire in un istante. E perdere la fiducia degli investitori – che fino ad ora hanno tollerato, e sottoscritto, le magagne europee – in questo momento sarebbe catastrofico.

I numeri non sono molto incoraggianti. Partiamo dall’Italia, il Paese che, dopo la disperata Grecia, è nelle peggiori condizioni in questo frangente. I tassi d’interesse sui beni del Tesoro hanno raggiunto livelli mai visti nell’èra dell’euro, nonostante il fatto che la Banca centrale europea – guidata dal «nostro» Mario Draghi – stia furiosamente comprando il debito italiano per abbassarne l’interesse. Il balzo nei tassi ha due conseguenze, una contabile e l’altra psicologica. Dal punto di vista dei conti, il governo italiano – o quello che passa per il governo italiano – deve pagare sempre di più per finanziare le sue spese, un bruttissimo segno per un Paese che deve rinnovare circa 300 miliardi di euro di debito nel 2012.

La ripercussione psicologica è forse peggiore: i tassi d’interesse sui beni del Tesoro sono il contatore geiger delle paure degli investitori. Il messaggio dei mercati è chiaro: l’Italia è a rischio. Il Belpaese non è solo, ma in questo caso mal comune non dà nessun gaudio. Con la Grecia ormai data per persa, l’attenzione degli operatori e, diciamolo pure, degli speculatori si sta spostando su Paesi di ben altra stazza come l’Italia ma anche Spagna e Francia. Le parole incaute di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel la settimana scorsa sulla possibilità che la Grecia potesse uscire dall’euro – un’idea impensabile fino a pochi mesi fa – hanno minato un’altra sicurezza degli investitori e aperto un vaso di Pandora di angosce sull’implosione della moneta unica. Il sistema bancario è, come sempre, il meccanismo di trasmissione del panico dei mercati e il crollo nelle azioni delle banche dei Paesi-guida dell’Europa è un segnale che non deve essere trascurato.

I due rilevatori-chiave nei prossimi mesi per decidere se il Titanic europeo è ancora a galla saranno i tassi d’interesse sul debito italiano e il prezzo delle azioni di Deutsche Bank o Bnp Paribas.

Cosa fare per rassicurare i mercati? La soluzione è semplice: opporre serietà e buon senso alle paure degli investitori. Far vedere al mondo delle imprese che c’è la volontà politica ed economica per attaccare i problemi. Mettere fine alla farsa quotidiana messa in scena a Bruxelles, Roma ed altre capitali europee.

Purtroppo il cast è da commedia di Ionesco: Berlusconi, Papandreou, Herman Achille Van Rompuy, «Sarkel» o «Merkozy» non sembrano in grado di cambiare registro e diventare attori seri. Ai numeri dei mercati – i 300 miliardi di euro di debito italiano nel 2012, il calo del 20% nella Borsa francese quest’anno, il 50% di perdite di chi ha Buoni del tesoro greci – non si possono opporre chiacchiere sui ristoranti pieni di gente o vaghe parole sull’austerità e la crescita economica.

Uno degli investitori più astuti che conosco, Mohamed ElErian, l’amministratore delegato di Pimco, il gigante californiano degli investimenti, riassume la situazione così: «I politici sono al volante, gli investitori sono sul sedile di dietro ed il parabrezza è completamente oscurato dalla nebbia». Evitare incidenti sta diventando sempre più difficile.

*caporedattore centrale del «Wall Street Journal» a New York

La Stampa 07.11.11

"Il disincanto della democrazia", di Ilvo Diamanti

Nel Paese si percepisce un diffuso disincanto politico. Investe non solo i partiti e i loro leader, ma anche le istituzioni dello Stato.
Ad eccezione del Presidente Napolitano, com´è noto, la sfiducia dei cittadini non risparmia nessun soggetto e nessun attore pubblico. Non sorprende che questo sentimento stia erodendo il consenso nei confronti delle istituzioni rappresentative. Verso la stessa “democrazia”. È ciò che sta capitando, secondo un sondaggio di Demos di alcuni giorni fa. Certo, la gran parte degli intervistati (oltre due terzi) resta convinta che “la democrazia è preferibile a qualsiasi altra forma di governo”. Se ne desume, però, che circa un italiano su tre la pensa diversamente. In particolare, il 23% del campione accetta l´idea che: “autoritario o democratico non c´è differenza”. Si tratta del dato più alto registrato negli ultimi dieci anni. Nel 2001 questa posizione era, infatti, condivisa dal 16% degli intervistati. La stessa percentuale rilevata nel 2008. Il disincanto democratico sembra, dunque, essere cresciuto sensibilmente negli ultimi anni. In particolare, si è diffuso fra i più giovani (18-29 anni). Ma risulta condiviso, soprattutto, nell´elettorato di centrodestra: il 31% tra gli elettori del Pdl, addirittura il 34% tra i leghisti.
Difficile sorprendersi. La democrazia rappresentativa non sta offrendo grande prova di sé, in questa fase. In Italia, ma non solo.
Basti pensare a come è stata affrontata la crisi economica e finanziaria. L´agenda: dettata dalla Ue, in particolare dalla Bce e dal Fmi. Cioè: da istituzioni finanziarie e monetarie, non elettive. Nell´ambito della Ue, peraltro, le scelte comunitarie – in particolare, le nostre – sono state imposte da due Paesi su tutti: Francia e Germania. Da due leader su tutti: Sarkozy e Merkel. Eletti dai cittadini dei loro Paesi, non dagli europei, nel loro insieme. Tanto meno dagli italiani. Peraltro, mentre i mercati dettano le regole e i vincoli ai governi, il rapporto tra mercato e democrazia non appare più stretto e automatico come un tempo. Leonardo Morlino, sull´ultimo numero dell´Espresso, mostra come il tasso di crescita del Pil nei regimi autoritari (4,9%) sia decisamente superiore a quello dei Paesi democratici e liberi (2,3%). Questa tendenza si spiega, in parte, con il basso punto di partenza dei regimi autoritari. Tuttavia, non sorprende troppo, vista l´influenza esercitata sulle economie occidentali da Cina e Russia (sistemi peraltro molto diversi). Visto il peso della Libia (e della famiglia) di Gheddafi nell´economia italiana fino a un anno fa. Prima dell´intervento armato, deciso e guidato da Usa, Gb e, anzitutto, dalla Francia (di nuovo). A nome e per conto della Comunità Internazionale (Italia compresa).
Il disincanto democratico degli italiani, però, è condizionato, in misura rilevante, dalle vicende interne. La sfiducia nel governo eletto nel 2008, in un´altra epoca: oggi solo il 20% degli elettori lo considera adeguato al compito. Stesso giudizio nei confronti dell´opposizione. Ma il consenso verso il governo è crollato in breve tempo.
Il Presidente del Consiglio ottiene, a sua volta, una valutazione sufficiente da due soli elettori su dieci. D´altra parte, un governo e un Presidente del Consiglio che, per sopravvivere, ricorrono alla fiducia una volta alla settimana, non possono che ri-produrre la sfiducia. Tanto più se si assiste a passaggi continui di parlamentari, tra uno schieramento e l´altro. In queste ore, ad esempio, Berlusconi sta contattando, ad uno ad uno, i “dissidenti” del Pdl. Per ricomporre, una volta di più, la maggioranza, in vista del voto di domani. Allargando ancora, se necessario, il numero dei sottosegretari e dei vice-ministri (se ne è perso il conto, oramai). Difficile riconoscere il marchio della “volontà popolare” a una maggioranza sempre in bilico, tenuta insieme e rattoppata mediante incentivi personali continui. Anche perché non è per “sanare” i problemi giudiziari né i conflitti di interesse di Berlusconi che gli elettori, nel 2008, avevano garantito al Centrodestra una maggioranza parlamentare larga come mai prima, nella Seconda Repubblica.
Le preoccupazioni degli italiani, ormai segnate dalla crisi economica, hanno reso insopportabili i costi della politica. I privilegi di cui godono i parlamentari e gli amministratori pubblici. E hanno alimentato un clima “antipolitico”, sostanzialmente diverso da quello dei primi anni Novanta. Perché allora rifletteva la rottura con il “vecchio” sistema politico. Evocava una domanda di cambiamento, proiettata nel futuro. Mentre oggi l´antipolitica riflette la frustrazione suscitata da un sistema politico esausto, prigioniero del presente – e del passato. Anche per questo la “fiducia” nella democrazia, in Italia, appare in declino. Tanto più fra coloro che diffidano dei partiti. D´altra parte, a fidarsi dei partiti, ormai, è una quota residua: il 5% degli italiani. Non a caso i soggetti che raccolgono maggiore consenso fra i cittadini sono “esterni” ai partiti. Non solo il Presidente, Napolitano. Ma anche imprenditori, finanzieri, leader di organizzazioni economiche, tecnici. Gli stessi ai quali fanno riferimento quanti vedono in un governo di unità nazionale l´unica soluzione a questa crisi – politica ed economica.
Ma Berlusconi e gli altri leader della maggioranza, in caso di sfiducia parlamentare, invocano il ritorno alle urne. Ogni diversa soluzione sarebbe “un golpe”, ha denunciato, sabato scorso, il ministro Calderoli. Responsabile della legge elettorale attualmente in vigore, in base alla quale è stato eletto questo Parlamento. Secondo lo stesso Calderoli: una “porcata”, che impedisce ogni controllo sugli eletti da parte degli elettori. Contro questa legge elettorale sono state raccolte, in un mese e mezzo, oltre 1 milione e 200 mila firme. Per promuovere un referendum abrogativo, che riscuote il consenso di gran parte degli elettori (come ha mostrato la “Mappa” della scorsa settimana). Questa legge elettorale – ogni legge elettorale – è, per definizione, principio e fondamento della nostra democrazia rappresentativa. Visto che la “rappresentanza” democratica è realizzata mediante le elezioni. Per questo occorre prendere sul serio il disincanto della società italiana. Perché mina la “legittimità” della nostra democrazia. Alla radice.

La Repubblica 07.11.11