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"Così la Protezione Civile ha fallito la prevenzione" di Roberto Rossi

Mentre nella notte si cercano ancora i dispersi e Genova si lecca le sue ferite scrutando il cielo carico d’acqua, mentre La Spezia, la Lunigiana, l’Alessandrino, provano a resistere a una seconda perturbazione, mentre Roma attende con paura il suo turno, ci si interroga se tutto questo poteva essere evitato, se poteva esserci un altro epilogo.

Con le tecnologie attuali, le conoscenze meteorologiche, la casistica sul territorio, c’è il modo di elaborare sistemi attendibili per il monitorare, prevedere e prevenire i disastri naturali? Un sistema, cioè che sia in grado di valutare gli scenari di rischio la loro possibile evoluzione prima che questi si manifestino?

La risposta è sì. Il modo c’è. La Protezione Civile ha questo sistema. O, almeno, dice di averlo.

Per poter capire di cosa si sta parlando bisogna fare un passo indietro. E tornare al settembre del 2007 quando la Regione Liguria, l’Università di Genova, la Provincia di Savona e il Dipartimento del- la Protezione Civile, guidato allora da Guido Bertolaso, inaugurano la Fondazione C.i.m.a. L’acronimo sta per Centro internazionale di monitoraggio ambientale. La Fondazione, viene spiegato, servirà a studiare «l’impatto del cambiamento climatico sul rischio idrogeologico e sugli incendi boschivi diventerà un punto di riferimento nazionale e internazionale per lo studio e la ricerca scientifica nel campo dell’ingegneria e delle scienze ambientali per la tutela della salute e della protezione civile».

Dopo il Centro di Pavia, dedicato al rischio sismico, questo è il secondo centro nazionale che si costituisce per capire e anticipare le varie catastrofi naturali. Due milioni e duecentocinquantamila euro è il patrimonio di partenza, stanziato in parte dalla Protezione Civile e in parte dalla Regione Liguria. Un finanziamento, negli anni, rinnovato e ampliato. Tra i compiti di «C.i.m.a.» anche quello di procedere a uno studio, in collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana, proprio sulla prevenzione dei rischi naturali. Da questa collaborazione, qualche mese dopo, viene portato alla luce il sistema «Dewetra».

Ma che cos’è «Dewetra»? La sua scheda tecnica nel sito della Protezione Civile lo descrive così: «Un sistema integrato per il monitoraggio in tempo reale dei rischi naturali…. L’applicativo fornisce, informazioni ad alta risoluzione e continuamente aggiornate, consentendo all’utente di monitorare eventi meteorologici, costruire dettagliati scenari di rischio e valutare il potenziale impatto dei fenomeni sulle comunità e sulle infrastrutture». Dunque con il sistema, come si evince dalla spiegazione, si potrebbe capire la gravità di eventi atmosferici potenzialmente devastanti per l’ambiente e, di riflesso, per l’uomo. Il sistema è talmente avanzato che la Protezione Civile lo presenta in pompa magna anche al resto del mondo, al quale naturalmente tenterà di venderlo.

Lo fa a Lisbona lo scorso maggio. All’ottava conferenza internazionale Iscram (Informa- tion Systems for Crisis Response and Management) la delegazione italiana, capeggiata dall’ingegnere Paola Pagliara, dirigente del servizio rischio idrogeologigo del Dipartimen- to Protezione Civile, presenta uno studio nel quale si dice, tra le tante altre cose, che il sistema fornisce un «dettagliato scenario di rischio» e «valutazioni di impatto di eventi attesi o osservati nelle comunità e nelle infrastrutture». Un portento. Capace, incrociando i dati, di individuare modelli di rischio anche per le inondazioni.

La piattaforma Dewetra, infatti, ha per così dire, un sottoprodotto dedicato proprio alle alluvioni. Si chiama Op.e.ra, anche questo un acronimo della frase inglese «Operational Eo-based Ranfall-run off fore- cast», ed è stato presentato lo scorso luglio. Tra le sue «quattro macro funzionalità», come si legge nel sito del Dipartimento adesso guidato da Franco Gabrielli, proprio «la previsione e il monitoraggio delle inondazioni», attraverso delle simulazioni.

Ma come funziona Op.e.ra.? Utilizza un sistema satellitare che si chiama Cosmo-SkyMed. Il programma è stato pensato e finanziato dall’Agenzia spaziale italiana e dal ministero della Difesa (con quattro satelliti in orbita). Rappresenta, si legge nel sito, «il più grande investi- mento italiano nel settore dell’Osservazione della Terra… con particolare riferimento alla prevenzione, al monitoraggio e alla gestione dei rischi». Un occhio, costato alla comunità oltre un miliardo di euro, al quale nulla sfugge. E che una volta integrato con i software in mano alla Protezione Civile dovrebbe essere in grado di prevenire eventi come quelli di Genova. Eppure nulla di tutto questo è avvenuto. Nessuno ha mai presentato analisi di rischio e simulazioni preci- se. Perché? Perché i sistemi in mano a Gabrielli non sono stati attivati? E se sono stati attivati perché non han- no funzionato? Forse perché i modelli proposti sono sbagliati? Forse perché si tratta di un sistema che non produce risultati così precisi da giustificarne le spese? E, intanto, oggi è attesa ancora pioggia. E per capire che il rischio di altre inondazioni è alto non servono i modelli della Protezione Civile. Basta accendere la tv.

L’Unità 06.11.11

"Precariato elettronico, atti e intercettazioni per 5 euro l'ora" di Massimo Franchi

Trascrivere intercettazioni e atti processuali coperti da segreto istruttorio. Farlo per 5 euro l’ora. Rischiando di essere perseguiti per un errore, minacciati da imputati, indagati e intercettati, senza garanzie e rispetto dei contratti. Il caporalato elettronico, quello del XXI secolo ha (anche) la faccia di Rosaria. Come lei, mille e duecento persone, in gran parte ragazzi lavorano (o lavoravano) ogni giorno nei tribunali o da casa usando una password per entrare nel portale. Fanno parte di 400 gruppi d’appalto e sono inquadrati come metalmeccanici o lavoratori per servizi privati. «Sono un tecnico del suono – racconta Rosaria, 38 anni – inquadrata come metalmeccanico. Siamo personale con corsi e qualifiche certificate richieste, tanto che per aggiudicarsi l’appalto sono state fornite come garanzia al ministero. Giro i tribunali da 10 anni, ma da mesi sono a casa senza stipendio. Da un giorno all’altro hanno trovato un’altra ragazza al mio posto. Alla faccia del contratto a tempo indeterminato che avevo sottoscritto. Il vero paradosso è che il ministero della Giustizia che dovrebbe per primo rispettare e far rispettare le leggi, si fida di persone inette che non rispettano contratti e leggi».

Il contratto di Rosaria era da 1.050 euro al mese con la Meeting, azienda di sottoappalto di Astrea consorzio «nato nel 2003 dall’aggregazione delle più importanti aziende di verbalizzazione», come si legge sul sito. Quattro anni fa il consorzio ha vinto l’appalto unico. «Le cose sono andate bene per un po’. Poi sono arrivati i problemi, i disservizi dovuti ad un’organizzazione del lavoro basata sul massimo ribasso». E a rimetterci sono stati i lavoratori.

«Io lavoravo per la Meeting, l’azienda non si è mai fatta vedere, noi dovevamo anticipare i soldi della benzina per raggiungere i tribunali». Solo quando arrivava lo sciopero, «l’amministratore unico arrivava elargendo acconti per placare le reazioni, come è accaduto ad Udine». Sono stati i magistrati ad accorgersi per primi dei problemi di questi lavoratori. «Lavoriamo fianco a fianco con loro tutti i giorni. Quando gli spiegavamo la situazione non ci credevano, molti hanno anche scritto al ministero ma la risposta è stata di segno contrario.

L’unico loro problema è che il lavoro fosse fatto e allora hanno disdetto il contratto per disservizio alle aziende che lavoravano male. Ma le stesse persone hanno poi aperto altre aziende con altri nomi, come nelle scatole cinesi, ricattando molti miei colleghi. Gli dicevano che per continuare a lavorare dovevano prima dimettersi e poi abbassarsi ad accettare il contratto di job-on-call a 5 euro l’ora: lavori solo quando ti chiamo io».

In questa giungla di passaggi di lavoratori da un’azienda ad un’altra sono poi accadute cose assai particola- ri. «A chi lavora da casa “in remoto” viene affidata una password. Una volta ci siamo accorti che una nostra col lega che non stava più lavorando, risultava aver trascritto atti in Calabria in un processo molto a rischio». Sulla vicenda sta indagando la procura. Ad alcuni ragazzi che trascrivevano intercettazioni da un ufficio di un’azienda, dalla sera alla mattina, è capitato di vedere sparire i computer dai quali lavoravano. La nuova azienda li aveva prelevati e spostati nella nuova sede.

Finalmente la scorsa settimana la questione è diventata sindacale. Fp, Filcams e Fiom Cgil hanno chiesto un incontro al nuovo ministro della Giustizia Nitto Palma, che si è impegnato ad un nuovo appalto unico su tutte le intercettazioni. Le tre federazioni Cgil speravano di mettere un po’ di regole nella giungla contrattuale. Prima fra tutti la clausola sociale e dunque il rispetto dei Contratti collettivi nazionali di lavoro nel prossimo bando di appalto. Ma la risposta arrivata dal ministero della Giustizia è più che negativa: lo staff del ministro ha risposto che non ci sarebbe stato alcun incontro e che a quei lavoratori l’amministrazione non è interessata in quanto non rientrano nel suo organico. «Da un lato – denunciano ora i sindacati – con le ultime manovre del governo, si tagliano quasi 300 milioni di euro al sistema giustizia. Dall’altro, una massa enorme di informazioni sensibili viene gestita da società che sfruttano il lavoro e non garantiscono che questi dati vengano trattati con la dovuta accortezza.

Aziende che licenziano liberamente, non pa- gano per mesi gli stipendi, non appli- cano i contratti e utilizzano contratti precari che agevolano il dumping so- ciale e mal si conciliano con la sensibi- lità dei dati trattati. Non verificando le condizioni di lavoro di chi offre un servizio così delicato e non preten- dendo dalle società appaltanti il ri- spetto di leggi e contratti, il Ministro Nitto Palma non solo viene meno agli obblighi di legge che sono in capo al suo Dicastero in qualità di stazione appaltante ma, allo stesso tempo, di- mostra di non essere per nulla preoc- cupato dei rischi che questo sistema dissestato comporta per la sicurezza dei dati. C’è contraddizione tra i proclami del governo sulle intercettazioni e la poca attenzione sul tema della sicurezza dei dati», si chiude polemicamente la nota.

L’Unità 06.11.11

Milano: In rosso i bilanci della scuola «I supplenti senza stipendio», di Federica Cavadini

Niente stipendio dall’inizio dell’anno scolastico. Molti dei supplenti arruolati dagli istituti di Milano si presentano ogni giorno in classe a far lezione anche se non hanno ancora visto un euro. Lavorano sulla fiducia, lo stipendio arriverà. Ma quando? Se lo chiedono dodici insegnanti dell’elementare di via Moscati, chiamati dal preside per sostituire colleghi assenti. «Abbiamo chiesto rassicurazioni al dirigente amministrativo – racconta un’insegnante della primaria —. Ci è stato spiegato che i soldi devono arrivare dal ministero e la scuola non può anticiparli. Quindi non sappiamo nemmeno se il pagamento verrà fatto alla fine del mese».
Non è un caso isolato. Per i supplenti temporanei, migliaia ogni anno nelle scuole di Milano, la situazione è critica in diversi istituti. Questi insegnanti, a differenza di quelli di ruolo o con incarichi annuali che ricevono lo stipendio direttamente dal ministero, vengono pagati dalle scuole, che per le supplenze brevi hanno un budget assegnato dal ministero. Ma se quel denaro arriva tardi o non basta, addio paga per maestri e professori.
«Le segnalazioni sono numerose e abbiamo già mandato lettere di diffida ai dirigenti scolastici e all’Ufficio scolastico regionale — spiega Pippo Frisone, Cgil scuola di Milano —. Se il problema non viene risolto nell’arco di quindici giorni ci rivolgiamo al giudice del lavoro perché venga emesso un decreto ingiuntivo, di solito nel giro di tre settimane lo stipendio arriva. Ma rischia di diventare una prassi, forse è quello che l’amministrazione auspica».
Alla Uil l’ultima segnalazione è arrivata nei giorni scorsi ma ci sono casi aperti già dallo scorso anno. «Al comprensivo Sant’Ambrogio di via Salerno i supplenti temporanei non ricevono lo stipendio già da primavera, e i pagamenti sono saltati per più mesi. Il problema è diffuso a Milano — dice Carlo Giuffré, segretario provinciale Uil scuola —. Gli istituti non hanno ricevuto il denaro per le supplenze e molti non possono anticipare perché hanno le casse vuote. C’è un problema di liquidità, a Milano come nel resto del Paese, le scuole si indebitano per pagare i conti del Miur». E sono cambiate le regole, spiega Giuffré. «Prima i presidi potevano prelevare dal fondo d’istituto ma adesso questo denaro non arriva più alle scuole, è gestito direttamente dal ministero».
Secondo l’associazione presidi «non è un’emergenza. Sono solo ritardi». Così la pensa il presidente Agostino Miele, dirigente scolastico al Gentileschi e reggente in una media di Buccinasco. «Inoltre va considerata la tempistica di queste operazioni, noi stiamo facendo le tabelle adesso, le supplenze di settembre vengono comunque pagate nel mese successivo».
Trasferimenti lenti dal ministero e meno denaro in cassa per pagare gli insegnanti. Se manca liquidità, per gli istituti più grandi la gestione dei conti diventa difficile. Se poi le supplenze sono più della media prevista, i conti non tornano. «Il problema è anche legato all’assenteismo — dice Emilia Ametrano, dirigente scolastico alle elementari Ciresola —. Noi non abbiamo questo problema, restiamo nei parametri fissati del ministero, quindi i pagamenti delle supplenze brevi sono regolari».

Il corriere della Sera 06.11.11

Tutte le opposizioni
si si compattano: «Pronti a nuovo esecutivo», di S.C.

La battaglia parlamentare è il principale argomento discusso nel retropalco. Da Casini parole di stima per il Pd. D’Alema: «Disponibili a un governo di responsabilità, se ci sono le condizioni, altrimenti si andrà a votare». «Da lunedì si vedrà…». Pier Luigi Bersani lascia piazza San Giovanni soddisfatto per la «giornata meravigliosa». Ma il leader del Pd sa bene non solo che «la pratica» di mandare a casa il governo si giocherà in Parlamento nei prossimi giorni, ma anche che a seconda di come si aprirà la crisi si capirà che direzione prenderà il dopo Berlusconi.
COL PALLOTTOLIERE IN MANO
L’argomento principale dei capannelli di dirigenti del Pd che si formano dietro il palco per tutta la giornata è uno solo: cosa succederà tra lunedì e mercoledì alla Camera e su quanti voti possa contare ciascuno dei due schieramenti. Con Dario Franceschini che mostra ai colleghi parlamentari un fogliettino pieno di numeri che a giudicare dalle cancellature e dalle freccette deve essere aggiornato di continuo.
Il voto sul rendiconto dello Stato è a rischio, per la maggioranza. E le forze di opposizione stanno ragionando se astenersi per dimostrare che, insieme ai malpancisti del Pdl, c’è a Montecitorio una maggioranza alternativa o se presentare una mozione di sfiducia costruttiva. Ipotesi su cui però non ci sarà il via libera prima che ci sia chiarezza sulle intenzioni dei suddetti malpancisti.
Chi sta tenendo i contatti con loro, nel fronte opposizione, è soprattutto Pier Ferdinando Casini. Ed ora è sul leader dell’Udc che tutti gli occhi sono puntati. Il centrodestra lo accusa di portare avanti una «compravendita». Il centrosinistra vuole capire se sarebbe tentato di sostenere un eventuale governo guidato da Gianni Letta. I contatti con Bersani sono ormai all’ordine del giorno, e tra i dirigenti Pd la convinzione è che non convenga a Casini entrare in un governo di centrodestra mandando in fumo il lavoro di tre anni.
Una tesi che trova conferma nelle parole che arrivano in diretta dal leader dell’Udc, che durante un’iniziativa a Torino dice di San Giovanni: «È una grande manifestazione democratica di testimonianza politica, di un grande partito come il Pd. E come tale va rispettata e guardata con attenzione. Oltretutto, devo dire che i contenuti che il Pd in quest’ultimo periodo ha posto all’attenzione, anche nella vita parlamentare, sono di grande ragionevolezza». Non sono solo le parole di stima a rassicurare il Pd che l’Udc non intenda passare dall’altra parte in una fase di transizione a cui poi sarebbe più complicato far seguire un’alleanza elettorale tra progressisti e moderati. C’è anche il fatto che Casini si dica non interessato a meccanismi tipo «aggiungi un posto a tavola». E che anche Gianfranco Fini si dica contrario a «ribaltoni perché si continuerebbe a governare con una differenza di pochi voti».
Per il Pd come per il Terzo polo e per l’Idv, e ora anche per Sel, visto che Nichi Vendola si è detto favorevole a «un governo di scopo» che vari una patrimoniale pesante, serve un governo sostenuto da una maggioranza molto ampia, che segni una netta discontinuità. Altrimenti? Dice Massimo D’Alema: «Noi siamo disponibili a un governo di responsabilità nazionale con tutte le forze politiche e affidato ad una personalità autorevole. Se ci sono le condizioni, ovviamente. Altrimenti si andrà a votare».

L’UNità 06.11.11

La bandiera del cambiamento: «Da qui parte un’Italia nuova», di Maria Zegarelli

Un fiume di gente in piazza che ha una sola richiesta al premier: «Dimissioni». Applausi quando Roberto Vecchioni richiama all’unità e consapevolezza che stavolta si può davvero voltare pagina. Eccola qui piazza San Giovanni restituita a se stessa e alla sua storia. Si riempie via via di una folla immensa, di bandiere tricolore che si incrociano con quelle del Pd, ovunque bianco rosso e verde, interrotto soltanto dal giallo delle bandiere dei giovani democratici. Uomini e donne, padri e figli, giovani e anziani, che in questo pomeriggio di cielo incerto spazzano via il ricordo delle immagini di guerriglia urbana del 15 ottobre scorso e si impongono con una pacifica ma inamovibile richiesta al Presidente del Consiglio: «Dimettiti».
Arrivano già alle undici del mattino, piccoli gruppi, i panini nello zaino, «perché sai, con il rischio di trovare tutti i ristoranti prenotati come dice Berlusconi, è meglio arrivare organizzati», ironia amara di Alessandro, sbarcato a Roma in pullman da Arezzo. Alice è seduta a terra, capelli lunghi, è qui, racconta, perché adesso «quello che conta è superare questo momento. Berlusconi deve dimettersi, siamo qui per chiedergli di andare via non per il Pd per il paese».
Dalle strade laterali confluiscono tanti mini cortei al posto di quello grande che non si è potuto fare su disposizione del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Dall’Emilia Romagna arrivano con le bandiere con su scritto «Basta. In nome del popolo italiano». Vanno a ruba. All’una approda il gruppone cagliaritano, tutti insieme dietro ad uno striscione: «Corta, populos, est s’ora d’estirpare sos abusos: a terra su dispotismu». Poco più avanti le maschere più fotograte, Berlusconi con un cartello al collo: «Forza gnocca, cerco fiducia, pagamento in contanti». Al suo fianco Bossi: «Silvio, cambiami il pannolone». Sventolano le bandiere dei Moderati, e spiccano i camici bianchi dei farmacisti. Tiziana Menoliti parla a nome di tutti i suoi colleghi: «Siamo qui perché vogliamo che si facciano liberalizzazioni vere, quelle iniziate da Bersani e poi bloccate da 5 anni». I romani scendono in piazza in tantissimi, si mescolano ai militanti arrivati dalla Toscana, dall’Umbria, dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Lombardia. Ci sono militanti Idv e Sel, sono tanti anche loro, mescolati tra i democratici, in gruppi.
Dal palco le note e le parole di Roberto Vecchioni che invita i dirigenti Pd all’unità e a smetterla con i distinguo e raccoglie ovazioni, poi l’appello per la sottoscrizione per le zone alluvionate. Ricostruire l’Italia, la politica, l’etica e il suo territorio devastato dalle piogge torrenziali e dalla mancanza di fondi per la tutela, dai condoni edilizi e dall’incuria.
Alle tre del pomeriggio la piazza è piena, la folla arriva fin laggiù, il punto dove se lo raggiungi allora sì che puoi dire che è andata bene. Lo indica Maurizio Migliavacca salendo sul palco: è la statua di San Francesco il riferimento. Superata di centinaia di metri e il fiume di bandiere continua ad affluire. Nico Stumpo, responsabile dell’organizzazione è molto più che soddisfatto. Racconta che venerdì davanti alla notizie drammatiche che arrivavano dalla Liguria ci si è chiesti come il Pd avrebbe dovuto rivedere la scaletta. «Alla fine abbiamo deciso di accorciare i tempi destinati alla musica e di dare ampio spazio alle iniziative di raccolta dei fondi per la ricostruzione delle zone alluvionate».
All’improvviso si sentono dei fischi. Che succede? Arriva Matteo Renzi. Manuela, vent’anni, commenta: «Non dice tutte cose sbagliate il Renzi, ma noi abbiamo bisogno di altro». Di cosa? «Della saggezza dei più grandi e dell’entusiasmo dei giovani».
E così tra saggezza e entusiasmo si balla sulle note di Bella Ciao e l’Inno alla Gioia, si canta ad una sola voce l’Inno di Mameli e si applaude più forte quando Bersani dice che da qui oggi parte un messaggio di fiducia e di speranza. Questa gente è stanca della rassegnazione, che pure per un certo periodo è serpeggiata nel centrosinistra, si sente già nel dopo Berlusconi e basta farsi un giro per scoprire che la domanda più ricorrente è se «è vero che sta per dimettersi». Neanche più il nome citano, non ce n’è bisogno. Matteo, arrivato dalla Sicilia dice che no, il governo di transizione non è la soluzione, Claudio gli sta affianco e gli risponde che se serve questo passaggio «per far sì che l’Europa la smetta di riderci dietro, allora a me sta bene anche un governo di transizione».
Il grande schermo sul palco, posto a lato della basilica, è un gigantesco tricolore con pannelli e luci in tono che interagisce con la piazza. Il dialogo scorre tra i tweet del canale pdnetwork, attraverso «Hastag#cinque11» ci si scrive e ci si legge tutti insieme. C’è chi sta per arrivare con il treno e manda un messaggio, chi imbuca il suo pensiero in questa bottiglia immaginaria lanciata in questo mare immenso di gente.
Fischi ad oltranza quando appaiono le immagini del premier, immancabile un «Chi non salta Berlusconi è». Ovazione quando il segretario dice che il Pd è pronto. Che il Paese è pronto a rialzarsi e uscire fuori «dal pozzo». Qui in piazza San Giovanni molti vorrebbero il voto subito, ma sanno che potrebbe essere necessario un passaggio ulteriore. Sanno bene che non c’è più spazio per le favole.

L’Unità 06.11.11

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Bersani a piazza San Giovanni «Ridaremo dignità al Paese», di Simone COllini

Bersani a San Giovanni rilancia il «patto di legislatura» tra progressisti e moderati e gioca la carta dell’orgoglio: «Vedo bene le operazioni in corso, ma si illude chi pensa di ridurre il primo partito a ruota di scorta». Inizia a parlare dopo l’Inno di Mameli e chiude sventolando il Tricolore, giocando un po’ la parte del De Niro-Al Capone contro la «destra tutta chiacchiere e distintivo» e un po’ mettendo sul piatto le proposte per l’alternativa, suonando la carica ai suoi perché il difficile arriva ora e avvertendo tutti quelli che giocano a «dividere» o parlano di un Pd dalle posizioni «ondivaghe» che per quanti sforzi possano fare non riusciranno a relegare il primo partito italiano al ruolo di semplice «ruota di scorta». Pier Luigi Bersani chiude la manifestazione del Pd facendo vedere da San Giovanni la «forza enorme» di cui dispone il suo partito.
Forza programmatica e anche organizzativa, perché riempire da soli questa piazza non è impresa in cui si siano cimentati molti partiti. Ma forza soprattutto in termini di capitale umano e di patrimonio valoriale, perché poi basta fare qualche chiacchierata qua e là per capire che le migliaia di persone stipate davanti alla Basilica non sono “truppe cammellate”, e poi basta far caso a quali siano i passaggi del discorso di Bersani più applauditi per rendersi conto che tra gruppo dirigente del Pd e base elettorale ci sia piena sintonia sulla necessità di assumersi precise «responsabilità» in questa complicata fase di crisi, lavorando per ottenere maggiore «equità», per garantire una vera «uguaglianza», per far «pagare» chi fin qui ha escogitato metodi per non farlo, per «creare lavoro e non facilitare i licenziamenti».
Per far sì è il senso del discorso di Bersani che la piazza dimostra con gli applausi di apprezzare che dalla crisi si esca avendo come faro valori fin qui giudicati superati o di ostacolo a crescita e sviluppo, quando invece la «verità, che finalmente deve darsi la mano con la fiducia» è tutta l’opposto.
Per Bersani la manifestazione di San Giovanni è il primo passo verso la «ricostruzione» sulle macerie del berlusconismo. «La nostra promessa è che riporteremo l’Italia là dove deve stare, riporteremo l’Italia alla sua dignità, al suo buon nome, alla vocazione europeista che fu di Spinelli, di De gasperi, di Prodi».
Dell’attuale governo ne parla quasi al passato, anche se sa che la battaglia in Parlamento è ancora tutta da giocare. «Prima di tutto c’è una vecchia pratica da sbrigare dice Berlusconi deve andare a casa, e o ci va da solo o ce lo manderemo noi, o in Parlamento o alle elezioni». E anche quando ne parla, è per marcare la differenza con quel che è e quel che dovrà essere: «L’Italia è un grande Paese e ha un popolo che ha sempre avuto la forza di rialzarsi e partire. Anche per questo tra le cose che ci indignano di più è vedere il nostro Paese sbeffeggiato, vedere che all’estero dell’Italia si ride. Non era mai accaduto e non lasceremo che accadrà mai più». Perché poi è il futuro ciò che interessa a Bersani, ciò a cui sta lavorando ora.
PATTO DI LEGISLATURA
Da San Giovanni, dove sono arrivati il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, esponenti di Sel, il segretario dei Socialisti Riccardo Nencini e insomma tutte le forze che dovrebbero dar vita al Nuovo Ulivo, il leader del Pd rilancia l’alleanza tra progressisti e moderati. Nell’immediato, dà la disponibilità del suo partito a sostenere un nuovo governo, «se c’è discontinuità e cambiamento, se c’è una credibilità internazionale e interna e se si muove nel senso di un nuovo patto sociale». Ma Bersani sa bene che questo in ogni caso sarebbe «un passaggio di transizione» e che il vero cambiamento «potrà avvenire solo con il concorso attivo e l’assunzione di responsabilità e condivisione dei cittadini elettori». A quel passaggio il leader del Pd vuole arrivarci insieme alle forze di centro, alle quali propone «un patto di legislatura», avvertendo chi di dovere che la prossima volta l’alternativa sarà tra chi continua a credere nel populismo e chi invece vuole ricostruire il tessuto democratico e sociale.
IL PD NON SARÀ RUOTA DI SCORTA
Ma c’è anche un altro messaggio che Bersani lancia da San Giovanni, mentre l’applauso si alza potente. È rivolto a «chi si è illuso che Berlusconi fosse comunque preferibile al centrosinistra», a quanti oggi «perdono tempo a pensare che si possa oltrepassare Berlusconi escludendo il Pd o indebolendolo, o dividendolo»: «Vediamo bene le operazioni in corso. Vediamo la ricerca confusa di soluzioni che possano prescindere dal Pd o ridurlo a una ruota di scorta. No. Il primo partito del Paese non può essere e non sarà mai una ruota di scorta. Abbandonate questa idea, è una illusione. E’ un’idea distruttiva, non per noi ma per l’Italia». Gioca la carta dell’orgoglio, Bersani, prima di chiudere e sventolare il Tricolore con tutto il gruppo dirigente del Pd schierato accanto a lui sul palco.
E a giudicare da San Giovanni e da tutto il resto che si muove attorno sembra possa permetterselo.

L’Unità 06.11.11

"Aumenta la disuguaglianza diminuisce la democrazia", di Jean-Paul Fitoussi

La disuguaglianza e il suo aumento inarrestabile sono al tempo stesso causa ed effetto della crisi. Perché si è arrivati a questo punto? Nei Paesi industrializzati veniamo da trent´anni di crescita della disuguaglianza di pari passo con la dottrina dominante, che dalla rivoluzione conservatrice dell´inizio degli anni Ottanta ha generato una conversione al liberalismo, al free trade, alla deregolamentazione. Il fenomeno è caricaturale negli Stati Uniti, dove il 10% più ricco ha visto la quota di reddito nazionale aumentare del 15% mentre il salario medio dell´altro 90% conosceva una stagnazione.
Oggi la disuguaglianza è più forte che alla vigilia della crisi, e la ragione è la seguente: se c´è una stagnazione del reddito della grande maggioranza della popolazione, la domanda globale è bassa. Per contrastare quest´insufficienza la politica monetaria diventa espansionista. La gente che aveva difficoltà ad arrivare alla fine del mese ha fatto prestiti, e così il debito privato è aumentato. Dall´altra parte ci sono quelli che hanno avuto benefici dall´aumento della disuguaglianza, cioè i ricchi, che hanno visto la loro quota di reddito aumentare in modo enorme. Si sono ritrovati con un mucchio di soldi da spendere e hanno comprato case, titoli, azioni. Il che spiega la bolla speculativa, aggravata dal ritardo con cui ci si è accorti che questa accumulazione di ricchezza era illusoria, perché i mercati stavano sopravalutando il valore degli asset. Mentre accumulavano ricchezza i ricchi accendevano prestiti, che sono andati a sommarsi ai debiti di necessità del resto della popolazione. Quando le bolle speculative sono esplose, tutte le economie del mondo si sono trovate davanti a un eccesso di debito privato che ha fatto crollare le economie. Questo crollo ha fatto diminuire le entrate fiscali e quindi aumentare il disavanzo pubblico. I governi hanno provato a contrastare l´effetto della crisi con piani di rilancio finanziati con risorse pubbliche: c´è stata una sostituzione fra debito privato e debito pubblico.
Ha contribuito all´aumento della disuguaglianza la diffusa fede che per guadagnare in competitività in un´epoca di globalizzazione le cose più importanti fossero diminuire lo stato di protezione sociale, ridurre il costo del lavoro, non tassare i ricchi per evitare che cambiassero Paese. Si è diminuita la progressività dell´imposta e si sono alleggerite le tasse solo sulle imprese. È urgente invece rendersi conto che il sistema capitalista non può sopravvivere che in un contesto dove la disuguaglianza è tenuta sotto controllo. Va ripristinato il principio-base della democrazia, che è «una persona un voto», e non come indica il mercato «un euro un voto». Servono compromessi tra principi contraddittori, il capitalismo ha conosciuto i suoi periodi di gloria quando è riuscito in questo compromesso, aumentando per esempio la protezione sociale, fattore cruciale di stabilizzazione. Serve insomma la consapevolezza che se la disuguaglianza è troppo elevata si pone un serio problema politico di regressione della democrazia.
(Testo raccolto da Eugenio Occorsio)

La Repubblica 06.11.11

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“Chi sono i ricchi e perché sono sempre più ricchi”, di Federico Rampini

L´uno per cento della popolazione mondiale possiede il quaranta per cento delle ricchezze del pianeta. Ecco come vive, dove vive, cosa fa e come spende i suoi soldi quella parte dell´umanità contro cui (e in nome del restante 99%) si batte il movimento Occupy Wall Street. Nel 1774, appena il 9% del totale era in mano all´aristocrazia inglese d´America. Negli Stati Uniti l´upper class prende il volo dal 1982, quando Reagan sferra l´attacco al welfare state.
«Mamma, che cosa ci fa tutta questa gente sul nostro aereo?». Il figlio di Jacqueline Siegel non riusciva a darsi una spiegazione, la prima volta che si trovò in fila per l´imbarco (prima classe ovviamente) con tanti sconosciuti, lui che era abituato a viaggiare col padre sul jet privato dell´azienda. Benvenuti nel mondo ovattato dell´1%.
Una categoria sociale finita sotto i riflettori dell´attenzione pubblica grazie al movimento Occupy Wall Street: quello che si autodefinisce «il 99%» e denuncia i privilegi dell´oligarchia. Se vivete a Manhattan, cioè nel cuore della protesta, da quali segnali si capisce se appartenete al vituperato o invidiato un per cento? Ecco 12 comandamenti che tracciano la linea di demarcazione nella vita quotidiana. È un test empirico, la prova della verità che tradisce i veri privilegiati. Primo: vestite rigorosamente made in Italy (con l´eccezione delle scarpe Louboutin) comprando da Bergdorf Goodman sulla Quinta Strada. Secondo: cenate da Masa (il giapponese col menù senza prezzi…), Per Se, Marea, Babbo, e almeno una volta all´anno vi concedete il personal chef a casa con catering a tre stelle. Terzo: abbonamento fisso alla Metropolitan Opera, più donazione fiscalmente detraibile. Quarto: si vola solo BusinessFirst, se non è accessibile il Gulfstream. Quinto: mai in metropolitana, neppure se nevica. Sesto: assidua frequentazione di una Spa-fitness, con massaggiatore e trainer personale. Settimo: abbonamento al Wall Street Journal. Ottavo: vacanze estive in Toscana, ad Aspen per sciare, weekend nella casa agli Hamptons. Nono: figli in una scuola privata del tipo Waldorf (pedagogia progressista ma competitiva), retta di partenza trentamila dollari l´anno. Decimo: niente conto corrente bensì un telefono diretto con il servizio personalizzato Wealth Management di una grande banca. Undicesimo: il palazzo dove abitate deve avere i portieri in livrea. Dodicesimo: i cani vi piacciono di razza, ma è il dog-sitter che ve li porta tutte le mattine a Central Park.
Queste regole di vita da un per cento cambiano di poco se siete in Cina, paese che ha appena varcato la soglia di un milione di milionari: è nella Repubblica Popolare che Burberrys ha visto crescere del 34% le sue vendite in sei mesi, che Zegna ha inaugurato il suo settantesimo negozio, che la casa d´aste Christie´s ha venduto per quattro milioni di euro un paio di pistole d´epoca Qing con impugnatura d´oro incastonata di gemme. Non varia molto in Brasile, dove il potere d´acquisto dei benestanti è così florido che Louis Vuitton carica un sovrapprezzo del 100% rispetto agli stessi prodotti nel suo negozio sugli Champs-Elysées.
Stiamo parlando di una esigua minoranza di straricchi? Sono i soliti banchieri, magnati d´industria, star dello spettacolo? Non soltanto. Negli Stati Uniti gli individui con una ricchezza netta da 1 a 5 milioni – è la soglia sopra la quale i gestori patrimoniali vi classificano come «alti patrimoni» – sono 26,7 milioni. Altri 2 milioni di americani hanno un patrimonio fra i 5 e i 10 milioni netti. Un milione di persone stanno sedute su un gruzzolo dai 10 ai 100 milioni. Infine 29mila svettano sopra i 100 milioni di dollari. Tutti insieme fanno più di metà della popolazione italiana. Se vogliamo restare nella definizione precisa dell´1%, cioè solo tre milioni di americani, qui la soglia d´ingresso si misura in base al reddito. I dati dell´Internal Revenue Service (il fisco americano) segnano il confine esatto: bisogna percepire un reddito di almeno 506mila dollari lordi annui (375mila euro) per entrare nella cerchia dei tre milioni di persone che sono l´1% della popolazione americana. A livello mondiale per isolare l´1% che sta in cima alla piramide bisogna ritornare invece alle statistiche sul patrimonio, perché più omogenee. Il Global Wealth Report del Credit Suisse indica che costoro controllano il 38,5% della ricchezza mondiale, e che i loro averi sono cresciuti del 29% in un solo anno: è una velocità doppia rispetto alla crescita della ricchezza complessiva del pianeta.
Dunque Occupy Wall Street denuncia un fenomeno reale, quelli che stanno “lassù” hanno spiccato il volo, distanziando sempre di più la maggioranza della popolazione. Un affascinante studio degli storici Peter Lindert e Jeffrey Williamson dimostra che mai nella storia passata l´1% ebbe una quota così larga della ricchezza nazionale. Nel 1774, quando ancora c´era il colonialismo inglese e quindi l´aristocrazia, l´1% dei privilegiati nel New England controllavano appena il 9% del totale. La nobiltà dell´epoca viveva in condizioni meno distanti dalla media, rispetto alle nuove oligarchie del terzo millennio. Nella storia americana la dilatazione abnorme delle diseguaglianze ha una data di nascita: il 1982.
Non a caso, è l´inizio dell´era di Ronald Reagan segnata da un sistematico attacco al welfare state, al potere dei sindacati, insieme con politiche fiscali sempre meno progressive. È dal 1982 che l´1% si stacca dal resto, si alza verso la stratosfera, allarga le distanze: nel quarto di secolo successivo la sua quota del reddito nazionale viene più che raddoppiata, sale oltre il 20%; la quota di ricchezza va ancora più su, supera il 33%. È la traiettoria che illustra l´ultima copertina del settimanale The Nation: «Wall Street ha inventato la lotta di classe». Quando quel concetto era ormai diventato tabù nel dibattito politico americano, se ne sono appropriati i ricchi e il conflitto sociale sulla distribuzione delle risorse lo hanno stravinto loro. Ma c´è anche chi invita a compatirli. Robert Frank nel saggio The High-Beta Rich racconta la storia della famiglia Siegel, quella del figlio che non si capacita di dover salire in aereo con degli sconosciuti. Dopo aver fatto fortuna nell´immobiliare, ed essersi costruiti “la Versailles degli Stati Uniti” a Orlando, in Florida (23 stanze da bagno, un garage per 20 auto, 2 sale cinematografiche), se la sono vista pignorare dalle banche quando il mercato è crollato. «Gli straricchi non hanno mai sofferto una volatilità così esasperata della loro fortuna, legata ai mercati finanziari», spiega Frank.
Dunque l´1% è una categoria a rischio, ad alta mobilità, si entra e si esce con la porta girevole a gran velocità. Perciò nel 2008 fu varato il welfare dei banchieri: 600 miliardi solo per salvare Wall Street.

La Repubblica 06.11.11

"Scuola:in pensione a 80anni ma in classe fino a max 55", di Mila Spicola

Ve la dico come vi è venuta. Prendetela come una provocazione, ma nemmeno tanto. Giusto per capire come la pensiamo tra noi colleghi Ma anche altri che volessero dire la propria, la dicessero pure.
Premessa:
a. L’insegnamento è lavoro usurante, così usurante che tra gli insegnanti si rilevano patologie psichiatriche pari al triplo che in ogni altra categoria professionale, compresi gli operai. Cosa che tutti ignorano, o fanno finta di ignorare, persino gli stessi docenti, tra i quali, sull’argomento vige il silenzio più totale nonostante il testo unico 81 obblighi i dirigenti scolastici ad effettuare annualmente il monitoraggio antistress. Del resto lavoriamo con materiale da maneggiare con cura ed esplosivo: i ragazzi. Non ci credo che possiamo resistere in classe fino a 67 anni. Nemmeno per idea.Nemmeno il collega che qua sotto commenterà che lui lo farebbe anche oltre..

b. Abbiamo la classe docente più vecchia al mondo. Spesso meno motivata e più stanca. Non va bene. Non va bene ai ragazzi. Non va bene ai genitori. Non va bene a noi. Non parlatemi di esperienza ma se penso che ad evacuare una classe di 32 quattordicenni in caso di terremoto potrebbe esserci una docente di 67 anni mi si rizzano i capelli (immagino anche a lei).

E allora io dico una cosa:

Su base volontaria, ripeto, su base volontaria, aggiungo: per chi lo volesse, potrebbe essere possibile allungare il tempo dell’età pensionabile di un docente della scuola statale persino oltre i 67 anni, ma a patto che rimanga in classe fino a massimo 55 anni.

Negli anni rimanenti i docenti verrebbero impegnati in tutta una serie di attività di paradocenza cruciali e indispensabili, presenti in tutti i paesi civili, che spesso sono le azioni che fanno la differenza, ma da noi non previste o assorbite in modo poco chiaro e definito: recupero degli ultimi e potenziamento dei bravi, formazione e aggiornamento dei docenti più giovani, gestione e organizzazione, funzioni strumentali (oggi svolte sempre dal solito collega), sostituzioni, ricerca e documentazione, tutoraggio, rapporti col territorio, organizzazione laboratori, visite guidate, corsi extracurriculari, rapporti col territorio, educazione permanete degli adulti.

Potrei proseguire.

I costi verrebbero recuperati dai soldi guadagnati nel coprire funzioni oggi coperte con altri costi e verrebbero colmati anche dai proventi dello spostamento in avanti dell’età pensionabile e dagli anni in più prestati al servizio.

Io rimarrei fino agli 80 a queste condizioni se il cervello mi reggesse. Conosco tantissimi colleghi in pensione che anelano nel voler mettere a frutto esperienza e conoscenza e non possono più farlo.

Infine, cosa non trascurabile, daremmo il posto ai tanti colleghi giovani e precari.

E li paghiamo noi questi giovani colleghi, con i nostri anni in più di lavoro.

Se ne avvantaggerebbero i ragazzi: classe docente giovane, motivata, meno stanca.

E i docenti non ne parliamo: si arriva oggi a 60 anni col cervello sminuzzato e l’animo maciullato (non negate, per favore, uno su due di noi vorrebbe fuggire dalla scuola), pur amando dal profondo questo mestiere e i ragazzi, succhiano il sangue. Lo sappiamo bene.

Si lo so, prima dovremmo tentare di sanare i guasti fatti, certo, tutte le altre cose che non vanno…le scuole cadenti, le classi affollate..le cose che ripetiamo da anni…

Secondo me, se ben predisposta, arriverebbero altri soldi, da una manovra del genere e potremmo anche pagarci qualche ridimensionamento equo e solidale di ragazzi in classe , sistemare qualche scuola più rotta delle altre, nell’attesa che un pio governante si renda conto che è giunta l’ora di tornare umani.

Che ne pensate?

PS Ogni commento o contributo è ben accetto tranne quelli del tipo “quando andavo io a scuola”..per favore..torniamo umani.

L’Unità 06.11.11